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lunedì 30 settembre 2013

Viaggio all’interno dei CIE, i nuovi lager italiani, di Nicole Valentini

Pubblichiamo questo articolo di Nicole Valentini sulla situazione all'interno dei CIE perchè è un argomento che ci sta molto a cuore (vedi anche intervista ad Alexandra D'Onofrio sul suo documentario “La vita che non CIE”).


Ringraziamo l'autrice dell'articolo e Basir Ahang per aver condiviso con noi questo contributo.





Chi non batte ciglio alla vista di sanguinosi delitti
conferisce loro propriamente l'apparenza delle cose naturali.
Designa il crimine atroce come alcunché di scarsa rilevanza
quale è la pioggia e, come la pioggia, altrettanto inevitabile”
Bertold Brecht

Torture, trattamenti inumani e degradanti, questa la tragica situazione dei detenuti dei CIE italiani, tra di essi vi sono persone che hanno perso il permesso di soggiorno in seguito della perdita del lavoro, persone che fuggono da zone di conflitto, dalla fame o dall’assenza di lavoro. Ognuno, a modo loro, è fuggito da una guerra che sapeva avrebbe perso se non fosse riuscito a salvarsi altrove.

Domenica 11 Agosto, per l’ennesima volta, alcuni detenuti del CIE di Gradisca d’Isonzo sono saliti sul tetto del lager per protestare contro le condizioni inumani e degradanti a cui sono quotidianamente sottoposti. Per sedare la protesta sono stati sparati dei lacrimogeni e dopo pochi minuti hanno fatto capolino persino i carabinieri, la polizia e un pullman dell’esercito: tutti sanno infatti quanto possano essere pericolosi venti uomini disarmati che invocano libertà e dignità. Alcune persone che in quel momento si trovavano all’esterno hanno chiamato il 118, sapendo che nel CIE vi sono persone che soffrono d’asma, tuttavia persino loro si sono rifiutati di intervenire, in quanto la richiesta non proveniva dai carcerieri del centro ma da persone esterne. Il CIE di Gradisca d’Isonzo è stato più volte al centro di aspre critiche e contestazioni da parte di varie organizzazioni per i diritti umani, avvocati, parlamentari, consiglieri e assessori regionali, che hanno definito il lager di Gradisca: “un luogo non degno di un paese civile” ¹.
Secondo un rapporto di Amnesty International² relativo allo stato dei CIE italiani (prima denominati CPT): "C'è stato un certo numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche e uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, in particolare durante proteste e in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono in corso laddove i detenuti sono stati in grado di sporgere querela. (...) Talvolta, ad alcuni detenuti che intendevano denunciare qualcosa è stata offerta la possibilità di accedere al sistema di giustizia penale da parte di avvocati, Ong o parlamentari in visita, ma la maggior parte delle presunte vittime sarebbe riluttante a sporgere denunce per abusi mentre si trova ancora nei Cpta, per paura di ritorsioni".
Purtroppo a ben vedere le similitudini tra i CIE italiani e i lager sono varie: violenza arbitraria e gratuita da parte di militari e forze dell’ordine, segregazione, annullamento della personalità, umiliazione, discriminazione razzista, condizioni di vita non conformi alle norme d’igiene, insufficiente assistenza sanitaria, mancanza di comunicazione con il mondo esterno, violazioni palesi ed evidenti dei diritti umani fondamentali.
Proprio come i lager, anche i CIE in fin dei conti non sono altro che campi di annientamento: evitano di uccidere i suoi internati solo perché la Lega Nord non ha ancora presentato un progetto di legge che consenta di farlo, ma nel frattempo si accontentano di annientare psicologicamente i detenuti, in modo tale che della loro umanità non rimanga più nulla.



sabato 24 agosto 2013

L'estate dei CIE



Il mese di agosto sta per terminare, le città si riempiono e, nell'indifferenza di molti, continuano a sbarcare immigrati a Lampedusa. Da lì vengono parcheggiati nei CIE (questo argomento è stato da noi più volte trattato), ma il 10 agosto scorso è accaduto un fatto più grave del solito: nel centro di accoglienza Sant'Anna di Isola di Capo Rizzuto è scoppiata una rivolta che ha visto coinvolta una cinquantina di persone. Un uomo di nazionalità marocchina, di 31 anni, si è sentito male ed è stato portato al Pronto Soccorso dell'ospedale civile di Crotone dove è deceduto per una cardiopatia, probabilmente aggravata dall'uso di farmaci. La struttura di Capo Rizzuto è stata chiusa alla vigilia di ferragosto, dopo che la Procura l'ha dichiarata inagibile.
La notizia della morte dell'immigrato ha riacceso i riflettori sulle condizioni di sopravvivenza delle persone che vengono portate nei centri di identificazione e di espulsione: in un'interessante intervista ad Alexandra D'Onofrio - pubblicata nel mese di luglio sulla nostra piattaforma, nella quale si parlava del suo documentario intitolato “La vita che non CIE” - sono state raccontate le difficoltà, le paure, le aspettative di uomini, giovani e meno giovani, che partono dai loro Paesi d'origine, affrontando un viaggio pericoloso, per ritrovarsi all'interno di edifici-prigioni senza aver commesso reato, senza documenti, senza capire cosa stia accadendo; per mesi e mesi restano rinchiusi, abbandonati a se stessi, spesso senza conoscere la lingua con cui chiedere e comunicare e, per calmare l'ansia (ma anche per tenere sotto controllo l'aggressività) vengono sedati con psicofarmaci. E questa è solo una parte della situazione.
In alcuni casi, quindi, chi ha ancora forza e lucidità prova a protestare, usando mobili e arredi, bruciando materassi. Un modo per farsi sentire, una maniera per esprimere rabbia ed esasperazione. Negli ultimi giorni la rivolta ha toccato anche il CIE di Gradisca, in provincia di Gorizia, in cui sono rimasti feriti due immigrati (per uno di loro la prognosi è ancora riservata). All'interno dell'edificio, circa trenta detenuti sono saliti sul tetto, gridando slogan per denunciare le loro condizioni; all'esterno, si è creato un presidio durante il quale i manifestanti hanno esposto cartelli con le scritte: “Chiudiamo i lager di Stato” oppure “ Libertà/Freedom/Liberté”. A dar forza alla richiesta anche le parole della vicepresidente della Provincia di Gorizia, Mara Cernic, che ha dichiarato: “ Siamo contrari a questo modo di gestire l'immigrazione, che risulta inadeguato sul piano del rispetto dei diritti umani”.