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venerdì 26 settembre 2014

Commissione in Senato sui Diritti Umani


Commissione in Senato sui Diritti Umani

Nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui livelli e i meccanismi di tutela dei diritti umani, vigenti in Italia e nella realtà internazionale, la Commissione Diritti umani, mercoledì 24 settembre, ha esaminato e approvato il rapporto sui Centri di identificazione ed espulsione in Italia.



Potete leggere il rapporto cliccando su questo link:




lunedì 16 giugno 2014

EU013 L'ultima frontiera





Ogni anno migliaia di cittadini stranieri vengono trattenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.i.e.) italiani per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino ad un anno e mezzo senza aver commesso reato: questo genere di detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen.



Il documentario, EU013 - L'ultima frontiera, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese, mostra gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di una identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. E i CIE sono la conseguenza estrema di questa idea.



Il film è stato presentato al Festival di Rotterdam e al Festival dei popoli. E' stato vincitore, nel 2012, del Premio Maria Grazia Cutuli.





Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Cosentino che ringraziamo tantissimo per il tempo che ci ha dedicato.

 


 Nel titolo si parla di “ultima frontiera”: qual è il collegamento tra un CIE e il concetto di frontiera?

I collegamenti sono molteplici: uno è un collegamento fisico-geografico perchè il Cie è una sorta di limbo in cui si rimane intrappolati. Ci sono persone che fanno anche dieci anni dentro e fuori dai CIE oppure dal circuito carcere-CIE e questi rappresentano il prolungamento delle frontiere all'interno del territorio nazionale. E poi c'è un discorso simbolico/ideologico per cui i CIE sono la manifestazione delle politiche di frontiera all'interno dell'area Shengen, per cui per abbattere queste frontiere sono stati costruiti i CIE per escludere i cosiddetti “extra-comunitari” che da categoria burocratica sono diventati una categoria simbolica nel senso che la parola “extra-comunitario” ha perso la sua valenza originaria per indicare, invece, uno stigma, per indicare persone povere, reiette, criminali. Non indichiremmo mai come “extra-comunitario” uno svizzero o un americano...Quindi i CIE fanno parte di questa costruzione simbolica razzista.


Su cosa si basano il teorema dell'invasione e la paura nei confronti degli immigrati ?

Vedere delle persone in gabbia, pur non avendo loro commesso alcun reato, conferma lo stereotipo che siano socialmente pericolose e da allontanare dal vivere civile. Questo serve a confermare l'apparato di costruzione di un nemico. Ed è quello che abbiamo raccontato con questo documentario.


Quali sono le condizioni di sopravvivenza all'interno di un CIE?


Come mi diceva poco tempo fa uno dei nostri protagonisti, Lassaad, la persona viene totalmente annientata ed è difficile sopravvivere perchè i CIE sono istituzioni totali in cui si annienta la persona umana, come lo erano i manicomi.
Il tempo che non passa mai, l'ingiustizia di essere rinchiusi per non avere commesso nulla, non si viene rimpatriati, i carcerieri decidono per te qualsiasi cosa: tutto questo, protratto per 18 mesi, ti porta ad essere annullato come essere umano.
L'unica forma di sopravvivenza è la rivolta. Abbiamo avuto una sentenza della magistratura, a Crotone, nel dicembre 2012, in cui il giudice D'Ambrosio ha assolto per legittima difesa tre migranti che avevano danneggiato il CIE, dando vita alla rivolta. Questo perchè, dopo un'ispezione a sorpresa, è emerso che le condizioni all'interno del CIE erano così gravi da produrre una lesione pesantissima dei diritti umani per le persone. E' stata una sentenza rivoluzionaria.
A Gradisca, invece, le rivolte sono state duramente represse e un ragazzo è finito in coma.


Cosa succede ai migranti allo scadere dei 18 mesi?


Di solito viene dato un foglio di via con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7-15 giorni, cosa che puntualmente non fanno perchè, spesso, sono persone già radicate in Italia. Al successivo controllo dei documenti finiranno di nuovo nel CIE per altri 18 mesi, spostati come pacchi da Nord a Sud, senza che ci sia un criterio o una spiegazione logica per cui, ad esempio, uno preso a Milano venga potato nel CIE di Roma e poi trasferito a Gorizia, etc. con spese incredibili per lo Stato.


Avete ripreso gli operatori di Ancona e di Fiumicino mentre fanno i controlli...qual è la sua opinione a riguardo?

 A noi serviva far vedere come loro applicano quella che è un'idea politica. Poi ognuno ha il proprio ruolo in questa società e in questo gioco assurdo ci sono due protagonisti: gli uomini della Polizia e i migranti. E noi volevamo mostrare tutti. Non potevamo riprendere la Polizia all'interno dei CIE, ma soltanto a livello della frontiera: il nostro occhio è volutamente neutro, abbiamo semplicemente ripreso quello che è e, secondo me, chi guarda il documentario può darne un'interpretazione a seconda della propria ottica.
Per me è giusto contestare le regole che, a livello europeo, ci stiamo dando.
















martedì 29 aprile 2014

Joranovic Daribor, nato in Italia. Espulso.




Joranovic Daribor ha 23 anni, è nato in Italia, ad Aversa.

In base alle leggi italiane in tema di immigrazione, però, il ragazzo, è considerato un irregolare per cui gli è stato notificato un avviso di espulsione. Ma questo non basta.

Doribor è stato rinchiuso per quattro mesi nel CIE di Ponte Galeria, a Roma, nell'attesa di essere spedito in Bosnia, un Paese a lui sconosciuto e di cui non sa nemmeno parlare la lingua. Neanche l'ambasciata bosniaca lo riconosce come suo cittadino.

I genitori sono scappati dal Paese dell'Est ai tempi della guerra.

Doribor, è vero, non è un santo: nel 2011 ha tentato di svaligiare un appartamento in provincia di Napoli, a Villaricca. Si è fatto due anni di Poggioreale e, all'uscita, ha ricevuto l'ordine di espulsione dal Tribunale di sorveglianza con una “tappa” nel CIE.

L'avvocato del giovane, Serena Lauri, ha così commentato l'accaduto: “ Un'assurdità. Fa paura pensare che a decidere l'espulsione sia stato un tribunale di sorveglianza: dove dovrebbe essere espulso visto che è nato qui?”, per poi continuare: “ La Corte di Strasburgo ha più volte condannato gli Stati che hanno espulso gli stranieri residenti da lungo tempo e gli immigrati di seconda generazione, anche a seguito di reati”.

Il caso non si è ancora chiarito, così il giudice di pace ha decido di prorogare di ulteriori 60 giorni la permanenza del ragazzo nel CIE. Di proroga in proroga si arriva a una detenzione di un anno e mezzo, il tempo massimo che, secondo la legge, un immigrato può essere detenuto in un centro di identificazione e di espulsione prima di essere liberato. Ma poi quale sarebbe il futuro di Doribor e di tanti come lui? La speranza è che gli venga riconosciuto lo stato di “apolide” che gli consentirebbe di regolarizzare la propria situazione, di trovare un lavoro onesto e di tornare a nuova vita.

sabato 19 aprile 2014

Riapre Corelli: riapre la stagione del controllo!



L'Associazione per i Diritti Umani si aggiunge al seguente appello lanciato dal Naga e chiede, per cortesia, di far girare la comunicazione.

Vi aspettiamo anche al presidio che si terrà martedì 6 maggio, alle ore 18.30, in Corso Monforte, 31 a Milano, davanti alla Prefettura.



Milano 15/4/2014 Nonostante sia dannoso, inutile, disfunzionale, diseconomico, un buco nero dove vengono ogni giorno violati i diritti dei cittadini stranieri reclusi, riapre il Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Milano in Via Corelli.
O meglio, il fatto che sia dannoso, inutile, disfunzionale, diseconomico, un buco nero dove vengono ogni giorno violati i diritti dei cittadini stranieri reclusi, non ha nessuna rilevanza perché l’obiettivo del centro non è né l’identificazione, né l’espulsione, né tantomeno l’accoglienza, ma il controllo.
Nella stessa logica è prevista anche l’apertura del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) entro la fine dell’anno.

Con la riapertura del CIE e del CARA di Milano riapre, in grande stile, la stagione del controllo, l’unica risposta che, da sempre, la politica riesce a dare al fenomeno migratorio.” Dichiara Luca Cusani, presidente del Naga. “Dato che la ristrutturazione è avvenuta a seguito di una distruzione da parte dei detenuti e visto che le ribellioni interne sono state l’unica vera forma di contrasto ai CIE, immaginiamo che la nuova versione del CIE conterrà strumenti e dispositivi che tenteranno di neutralizzare ogni forma di rivolta attraverso meccanismi di sottomissione e costrizione” prosegue il presidente del Naga. “Nel vuoto abissale della politica è evidente, una volta di più, che l'ordine pubblico e le carceri rimangono i soli strumenti per non- affrontare l’immigrazione: un fenomeno della realtà e non un’emergenza da dover controllare!” conclude Luca Cusani.
Il Naga si augura che con la riapertura del CIE di via Corelli si riaprirà non solo la stagione del controllo, ma anche quella delle risposte forti da parte della città che, ci auguriamo anche con la voce del suo sindaco, ripudia ogni forma di discriminazione, reclusione e razzismo.


Info: Naga Cell 3491603305 -
www.naga.it - naga@naga.it




mercoledì 2 aprile 2014

Mentre il dibattito sui CIE continua...



Nei primi tre mesi del nuovo anno sono sbarcati sulle coste italiane circa 5.500 migranti. Persone provenienti da Stati, è bene ricordarlo, in cui imperversano le guerre civili o in cui molti cittadini sono perseguitati per cause politiche o religiose. In particolare i migranti provengono dalla Siria, dalla Libia, dall'Eritrea, dalla Nigeria e dal Gambia: tanti di loro sono profughi e richiedenti asilo.

Come sempre è stato dichiarato lo stato di “emergenza” e, al posto di approntare un piano di accoglienza e di predisporre strutture adatte, anche le navi militari sono state trasformate in CIE, ovvero in Centri per la prima Identificazione e per il rilievo delle impronte digitali.

I CIE e i Cas (centri di accoglienza straordinaria) sono spesso ridotti a tendopoli o a edifici fatiscenti in cui mancano adeguati servizi di base come, ad esempio, le strutture sanitarie. A questo si aggiunge dell'altro: la scorsa settimana 13 persone sono state rinviate a giudizio dal Tribunale di Gorizia per la gestione del CIE e del Cara (Centro accoglienza rifugiati) di Gradisca d'Isonzo con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa allo Stato e inadempienze di pubbliche forniture. Con la frode, secondo l'accusa, di 2,3 milioni di euro. Il processo a carico degli imputati inizierà il prossimo 2 luglio.

Il gestore del CIE è accusato di aver gonfiato il numero di reclusi ospitati nella struttura proprio per ottenere un rimborso maggiore da parte dello Stato e ricordiamo che ogni migrante “vale” circa 42 euro. Il rimborso statale sarebbe dovuto servire, oltre che per fornire i servizi utili a garantire il rispetto della dignità umana, anche per fornire ai migranti carte telefoniche, bottigliette d'acqua e sigarette: niente di tutto questo.

Ma per capire meglio come si vive - o meglio si sopravvive - all'interno dei CIE l'Associazione per i Diritti Umani ha seguito un incontro, organizzato da Stessabarca di Milano, sul tema e vi proponiamo un breve stralcio dell'intervento di Valeria Verdolini, Associazione Antigone:






lunedì 30 settembre 2013

Viaggio all’interno dei CIE, i nuovi lager italiani, di Nicole Valentini

Pubblichiamo questo articolo di Nicole Valentini sulla situazione all'interno dei CIE perchè è un argomento che ci sta molto a cuore (vedi anche intervista ad Alexandra D'Onofrio sul suo documentario “La vita che non CIE”).


Ringraziamo l'autrice dell'articolo e Basir Ahang per aver condiviso con noi questo contributo.





Chi non batte ciglio alla vista di sanguinosi delitti
conferisce loro propriamente l'apparenza delle cose naturali.
Designa il crimine atroce come alcunché di scarsa rilevanza
quale è la pioggia e, come la pioggia, altrettanto inevitabile”
Bertold Brecht

Torture, trattamenti inumani e degradanti, questa la tragica situazione dei detenuti dei CIE italiani, tra di essi vi sono persone che hanno perso il permesso di soggiorno in seguito della perdita del lavoro, persone che fuggono da zone di conflitto, dalla fame o dall’assenza di lavoro. Ognuno, a modo loro, è fuggito da una guerra che sapeva avrebbe perso se non fosse riuscito a salvarsi altrove.

Domenica 11 Agosto, per l’ennesima volta, alcuni detenuti del CIE di Gradisca d’Isonzo sono saliti sul tetto del lager per protestare contro le condizioni inumani e degradanti a cui sono quotidianamente sottoposti. Per sedare la protesta sono stati sparati dei lacrimogeni e dopo pochi minuti hanno fatto capolino persino i carabinieri, la polizia e un pullman dell’esercito: tutti sanno infatti quanto possano essere pericolosi venti uomini disarmati che invocano libertà e dignità. Alcune persone che in quel momento si trovavano all’esterno hanno chiamato il 118, sapendo che nel CIE vi sono persone che soffrono d’asma, tuttavia persino loro si sono rifiutati di intervenire, in quanto la richiesta non proveniva dai carcerieri del centro ma da persone esterne. Il CIE di Gradisca d’Isonzo è stato più volte al centro di aspre critiche e contestazioni da parte di varie organizzazioni per i diritti umani, avvocati, parlamentari, consiglieri e assessori regionali, che hanno definito il lager di Gradisca: “un luogo non degno di un paese civile” ¹.
Secondo un rapporto di Amnesty International² relativo allo stato dei CIE italiani (prima denominati CPT): "C'è stato un certo numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche e uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, in particolare durante proteste e in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono in corso laddove i detenuti sono stati in grado di sporgere querela. (...) Talvolta, ad alcuni detenuti che intendevano denunciare qualcosa è stata offerta la possibilità di accedere al sistema di giustizia penale da parte di avvocati, Ong o parlamentari in visita, ma la maggior parte delle presunte vittime sarebbe riluttante a sporgere denunce per abusi mentre si trova ancora nei Cpta, per paura di ritorsioni".
Purtroppo a ben vedere le similitudini tra i CIE italiani e i lager sono varie: violenza arbitraria e gratuita da parte di militari e forze dell’ordine, segregazione, annullamento della personalità, umiliazione, discriminazione razzista, condizioni di vita non conformi alle norme d’igiene, insufficiente assistenza sanitaria, mancanza di comunicazione con il mondo esterno, violazioni palesi ed evidenti dei diritti umani fondamentali.
Proprio come i lager, anche i CIE in fin dei conti non sono altro che campi di annientamento: evitano di uccidere i suoi internati solo perché la Lega Nord non ha ancora presentato un progetto di legge che consenta di farlo, ma nel frattempo si accontentano di annientare psicologicamente i detenuti, in modo tale che della loro umanità non rimanga più nulla.



sabato 24 agosto 2013

L'estate dei CIE



Il mese di agosto sta per terminare, le città si riempiono e, nell'indifferenza di molti, continuano a sbarcare immigrati a Lampedusa. Da lì vengono parcheggiati nei CIE (questo argomento è stato da noi più volte trattato), ma il 10 agosto scorso è accaduto un fatto più grave del solito: nel centro di accoglienza Sant'Anna di Isola di Capo Rizzuto è scoppiata una rivolta che ha visto coinvolta una cinquantina di persone. Un uomo di nazionalità marocchina, di 31 anni, si è sentito male ed è stato portato al Pronto Soccorso dell'ospedale civile di Crotone dove è deceduto per una cardiopatia, probabilmente aggravata dall'uso di farmaci. La struttura di Capo Rizzuto è stata chiusa alla vigilia di ferragosto, dopo che la Procura l'ha dichiarata inagibile.
La notizia della morte dell'immigrato ha riacceso i riflettori sulle condizioni di sopravvivenza delle persone che vengono portate nei centri di identificazione e di espulsione: in un'interessante intervista ad Alexandra D'Onofrio - pubblicata nel mese di luglio sulla nostra piattaforma, nella quale si parlava del suo documentario intitolato “La vita che non CIE” - sono state raccontate le difficoltà, le paure, le aspettative di uomini, giovani e meno giovani, che partono dai loro Paesi d'origine, affrontando un viaggio pericoloso, per ritrovarsi all'interno di edifici-prigioni senza aver commesso reato, senza documenti, senza capire cosa stia accadendo; per mesi e mesi restano rinchiusi, abbandonati a se stessi, spesso senza conoscere la lingua con cui chiedere e comunicare e, per calmare l'ansia (ma anche per tenere sotto controllo l'aggressività) vengono sedati con psicofarmaci. E questa è solo una parte della situazione.
In alcuni casi, quindi, chi ha ancora forza e lucidità prova a protestare, usando mobili e arredi, bruciando materassi. Un modo per farsi sentire, una maniera per esprimere rabbia ed esasperazione. Negli ultimi giorni la rivolta ha toccato anche il CIE di Gradisca, in provincia di Gorizia, in cui sono rimasti feriti due immigrati (per uno di loro la prognosi è ancora riservata). All'interno dell'edificio, circa trenta detenuti sono saliti sul tetto, gridando slogan per denunciare le loro condizioni; all'esterno, si è creato un presidio durante il quale i manifestanti hanno esposto cartelli con le scritte: “Chiudiamo i lager di Stato” oppure “ Libertà/Freedom/Liberté”. A dar forza alla richiesta anche le parole della vicepresidente della Provincia di Gorizia, Mara Cernic, che ha dichiarato: “ Siamo contrari a questo modo di gestire l'immigrazione, che risulta inadeguato sul piano del rispetto dei diritti umani”.