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giovedì 13 febbraio 2014

Aggiornamento Ucraina e i Giochi olimpici di Sochi




Quella in atto nelle ultime settimane in Ucraina è la più imponente mobilitazione cittadina dai tempi della Rivoluzione arancione del 2004 e nasce dalla volontà, da parte di chi è sceso nelle piazze del Paese, di entrare in Europa e di non fare più parte dell'orbita russa attraverso l'unione doganale voluta da Putin.

Nei giorni scorsi i dimostranti anti-governativi avevano attuato uno sgomebro del Ministero della Giustizia e questo ha prodotto due effetti: le dimissioni del Premier Azarov e l'abolizione, da parte del Parlamento, di 9 delle dodici leggi anti-manifestazioni - approvate il 16 gennaio – tra cui quella che prevedeva la pena di quindici anni di reclusione per i trasgressori dei divieti sulla partecipazione alle dimostrazioni.

Il Presidente, Viktor Yanukovich ha proposto, inoltre, un patto all'opposizione: l'amnistia per gli antigovernativi arrestati in cambio che tutti gli edifici occupati siano sgomberati. Nonostante questo, però, in molte regioni gli scontri tra rivoltosi e forze dell'ordine continuano a Kiev e in altre zone, in particolare nell'area ovest del Paese.

Il leader del Cremlino, Vladimir Putin, non ha gradito l'ingerenza americana e europea nella situaizone in Ucraina: “Posso solo immaginare come i nostri patners europei avrebbero reagito se, in piena crisi a Cipro o in Grecia, il nostro Ministro degli esteri fosse andato in visita facendo appelli antieuropei”, ha affermato Putin, per poi continuare col dire: “ Pensiamo che non sia positivo, in generale e, considerando certe relazioni speciali esistenti tra Russia e Ucraina, è semplicemente inaccettabile per noi. Ecco perchè la Russia non interverrà in Ucraina...Riguardo a dare consigli su cosa fare e come penso che il popolo ucraino se la possa cavare da solo”.

E, a proposito di Russia: mentre sono stati inaugurati i Giochi olimpici invernali Sochi 2014, Amnesty International lancia una campagna mondiale per porre i riflettori, non sullo sport, ma sulle continue violazioni dei diritti umani. “La fiamma olimpica può gettare luce sulle violazioni dei diritti umani che le autorità preferirebbero nascondere dietro le decorazioni celebrative. E' importante che tutti coloro che hanno un interesse ai Giochi siano a conoscenza delle restrizioni imposte dalle autorità russe alla società civile e ai cittadini comuni e usino la loro influenza per opporvisi”, queste le parole di John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale.

La campagna di Amnesty prevede di puntare l'attenzione su:
  • tre prigionieri di coscienza, Vladimir Akimenkov, Artiom Saviolov e Mikhail Kosenko, detenuti da oltre un anno solo per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà di espressione e di riunione. Nel maggio 2012, sono stati arrestati in piazza Bolotnaya a Mosca, tra l'ondata di proteste di massa che è seguita alle tanto contestate elezioni parlamentari e presidenziali del 2011 e 2012. Tredici persone sono sotto processo a Mosca in relazione alle proteste di piazza Bolotnaya e molti altri sono ancora in attesa di processo su questo caso.
  • La legislazione che limita le proteste pacifiche impone severe ammende agli organizzatori di manifestazioni per violazione di una lista restrittiva di norme e regolamenti, spesso applicate arbitrariamente. Nel 2013 più di 600 persone sono state arrestate nel corso di 81 eventi nella sola area della città di Mosca.
  • La legislazione sugli "agenti stranieri" del 2012 ha scatenato un giro di vite sulle ong in tutto il paese, inclusa l'ispezione dell'ufficio di Amnesty International a Mosca. Casi portati in tribunale dalla Procura contro le ong hanno portato a multe salate contro diverse organizzazioni e i loro leader. Molte più ong in tutta la Russia hanno ricevuto la richiesta ufficiale di registrarsi come "agenti stranieri" o affrontare sanzioni simili.
  • La legislazione omofobica introdotta nel 2013 è usata per limitare i diritti alla libertà di espressione e di riunione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuate (Lgbti) e ha già incoraggiato la violenza omofobica in tutta la Russia. Eventi Lgbti sono stati interrotti da contromanifestanti e vietati dalle autorità, con i partecipanti detenuti per la promozione di "propaganda di rapporti non tradizionali tra minori". Chiunque violi la legge, inclusi gli stranieri, affronta multe fino a 3000 dollari.
  • La legge sulla "blasfemia" introdotta dopo che il gruppo punk Pussy Riot ha messo in scena una breve e pacifica, sebbene provocatoria, performance politica nella principale Chiesa ortodossa russa a Mosca nel 2011. Due degli interpreti stanno attualmente scontando una condanna a due anni di carcere dopo un processo politicamente motivato: una di loro, Nadezhda Tolokonnikova, è in sciopero della fame ed è detenuta in isolamento dopo essersi lamentata delle condizioni carcerarie.
  • Il fallimento di indagare efficacemente sugli omicidi di giornalisti e attivisti per i diritti umani. Anna Politkovskaya è stata uccisa nel 2006, ma la mente della sua uccisione non è mai stata identificata. Nessuno è stato assicurato alla giustizia per le uccisioni di Natalia Estemirova, Khadzhimurad Kamalov e Akhmednabi Akhmednabiev, tra gli altri.








mercoledì 4 dicembre 2013

Letteratura e diritti umani

Vered Cohen Barzilay è israeliana e da così lontano arriva un'idea che è tanto in linea anche con l'Associazione per i Diritti Umani: riflettere sui diritti umani attraverso i testi letterari. Un incontro, uno scambio che ci ha arricchiti di più. Il progetto si intitola "Novel rights" (www.novelrights.com)
L'iniziativa ha fatto parte delle molte di Bookcity e ha visto la partecipazione del moderatore, Riccardo Noury - Presidente di Amnesty Internatinal Italia - , di Shady Hamadi, giornalista e scrittore italo-siriano, che ha raccontato la vicenda di suo padre dissidente in Siria,  e di Marina Nemat, scrittrice iraniana che ha, invece, riportato al pubblico la sua esperienza giovanile nel carcere di Evin per "crimini politici".
Parole forti, racconti coinvolgenti per non dimenticare il Passato, anche se duro, e per cercare una strada migliore per tutti, nel Futuro.
Abbiamo partecipato all'incontro che si è tenuto sabato 23 novembre 2013 presso la Biblioteca Sormani di Milano e vi riportiamo i brani più significativi. 





mercoledì 27 novembre 2013

Documentare la realtà: con immagini e parole


Alberto Giuliani, a poco più di 30 anni , è un fotografo già affermato, con sedici anni di professione, pubblicazioni e riconoscimenti internazionali.
I suoi reportage hanno raccontato la crisi economica e la desolazione dell’Argentina; gli orrori dei conflitti in Afghanistan e nei Paesi della ex Jugoslavia; hanno denunciato le sterilizzazioni forzate in Perù e sono state utilizzate dal Tribunale Internazionale come una delle prove per accusare di violazione dei diritti umani il regime di Alberto Fujimori. E non solo: Alberto Giuliani ha raccontato le mafie, con le sue immagini (“Malacarne – Vivere con la mafia”) e con uno spettacolo teatrale, preparato e scritto insieme a Roberto Saviano.
E' uno dei soci fondatori di Luz Photo: tutto è cominciato tre anni fa, al momento della chiusura di Grazia Neri, agenzia che ha fatto la storia della fotografia italiana, per la quale il fotoreporter ha lavorato quindici anni. Ma oggi Alberto ha avuto un'altra idea interessante: usare la fotografia come narrazione di storie. E' diventato, quindi, uno “storyteller”, un cantastorie contemporaneo e ha voluto condividere le storie che scopre, che raccoglie, che ascolta con i lettori del sito
www.albertogiuliani.com, un lavoro che viene così presentato: “Ci sono fotografie che non ho mai fatto. Perchè difronte all'urgenza della vita non esiste altro che la nuda condizione umana. In quei momenti, la parola unita all' immagine, è stata la scelta più dignitosa che io abbia trovato per raccontare. Nell'umana fantasia di sopravvivere alla vita”. Un lavoro nato anche perchè, ci ha detto: “ I giornali italiani sono, ogni volta, meno attenti alle storie che trattano argomenti che hanno a che fare con il sociale. Va preso, da un lato, come un vero e proprio allarme, dall’altro come un’opportunità perché sono certo che rimangano argomenti di interesse collettivo”.

Di seguito troverete una parte dell'incontro con il fotografo, che abbiamo registrato per voi durante la manifestazione “Canon light experience”.

VI PROPONIAMO LA STORIA di Giulia Tamayo, tratta da Storyteller
Ringraziamo di cuore Alberto Giuliani per averci fatto questo regalo.

Giulia Tamayo, a life for justice

21 settembre 2013
Il telefono squillò una tarda notte di novembre. “Ce l’hai ancora le fotografie che avevi fatto in Perù? Tirale fuori, perché questa volta diciamo la verità”. Era la voce di Giulia Tamayo al telefono, piena come sempre di entusiasmo.
L’ultima volta che l’avevo incontrata, era a Madrid alcuni anni fa, quando quel foulard colorato a coprire il capo e la chemioterapia, la faceva sembrare un pirata. Anche in quei mesi cupi della sua vita, non si è mai arrestata nella guerra alle ingiustizie del mondo. Con i suoi modi diretti, la voce sempre dolce, quel fuoco interminabile di amore per gli altri, Giulia ora mi raccontava che il Governo Peruviano di Humala ha deciso di riaprire il caso delle sterilizzazioni forzate. “Ora, finalmente, possiamo dire la verità perché sia resa giustizia” mi disse.
Penso sia oltremodo presuntuoso credere che la fotografia possa cambiare il mondo. Ma almeno in questa storia ha sicuramente contributo a migliorarlo. Tra il 1995 e il 2000 in Perù, il Governo Fujimori sterilizzò con la forza, e nel silenzio, quasi un milione e mezzo di donne. Solo una voce si alzò contro questo crimine e fu quella dell’avvocato del popolo Giulia Tamayo, dal suo piccolo ufficio di Lima. Cercarono di abbatterla in tutti i modi, con qualsiasi violenza, attentato, meschinità. E forse ci sarebbero anche riusciti, se in qualche giornalista straniero non si fosse risvegliato il senso etico. Io fui il primo a chiamare Giulia, dopo aver letto un piccolo trafiletto sul quotidiano Spagnolo El Pais. “Vieni a vedere con i tuoi occhi” mi disse, e mi accolse in casa, con un sentito benvenuto, per più di un mese. La seguii in una lotta che sembrava a tutti senza speranza. Ma il profondo senso di giustizia di quella donna e le sue capacità professionali, riuscirono a inchiodare il Presidente Alberto Fujimori davanti al tribunale internazionale per i diritti umani. E sul tavolo delle Nazioni Unite, insieme alle migliaia di pagine di testimonianze raccolte negli anni da Giulia, c’erano anche le mie fotografie pubblicate sui giornali di mezza Europa. 
© Alberto Giuliani




Non aver abbassato la testa, l’abitudine alla verità e alla libertà, le costò l’esilio. Scappò dal Perù una mattina di maggio del 2000, mentre il governo di Fujimori sferrava l’ultimo feroce colpo di coda sul suo popolo. L’ambasciata spagnola chiamò Giulia offrendole asilo, e pregandola di andarsene immediatamente, senza neppure prendere niente da casa. Così ce ne andammo anche noi da Lima, un paio di anni prima, io e alcuni colleghi della televisione portoghese SIC. La casa di Giulia, nella quale ero ospite, era circondata dai servizi segreti e tutto faceva pensare che presto avrebbero sequestrato a me e alla troupe televisiva il materiale raccolto, con non si sa quali metodi. Fu Giulia, data la situazione, a consigliarci di chiamare le nostre ambasciate e di farci accompagnare subito fuori dal Paese.
Oggi Giulia ha 53 anni, vive a Madrid con i suoi figli e con il marito Chema. O come dice lei, il suo complice. Cita spesso Gandhi e sorride sempre. Sottovoce dice che il suo paese è l’umanità, ma vorrebbe poter dire un Perù libero. Esulta per il movimento degli indignados e del 15M, “perché da tutta la vita aspettavo un movimento popolare veramente democratico”. Facebook e Twitter sono diventati i suoi strumenti di indagine, alla guida straordinaria delle equipe investigative di Amnesty International.
Se la gente crede che può fare cose magiche, farà cose magiche. Abbiamo riempito librerie di testi sulla libertà e sulla giustizia, ma la fratellanza è qualcosa che si può solo provare. Il mio merito è solo quello di contagiare l’illusione che sia possibile. E investigare. Sono le uniche cose che so fare”.
Da quando ha lasciato il Perù ha vinto molte battaglie in Spagna, in Europa e nel mondo. Ha ricevuto la prima chiamata di Tony Miller che grazie a lei, dopo 20 anni, usciva vivo dal braccio della morte Texano. “Buongiorno Giulia, anche se non ti conosco volevo dirti che ringraziavo il cielo ogni volta che in questi anni ho sentito pronunciare il tuo nome”.
© Alberto Giuliani

Nonostante tutto però, Giulia non si da pace perché i colpevoli delle sterilizzazioni non sono mai stati puniti. Il precedente governo ha addirittura tentato di prescrivere il reato definendolo un “disservizio” del sistema sanitario. Quando le parole più giuste sarebbero crimine di lesa umanità, genocidio, crimini di guerra.
Giustizia e verità le deve a se stessa, a tutte le donne che con lei hanno lottato, e le deve soprattutto alla sua amica Maria Elena Moyano, che alla libertà ha dato la vita.
Nei suoi primi anni di attivismo, quando il Paese era martoriato dalla guerra terrorista di Sendero Luminoso, Giulia divenne amica e legale di Maria Elena, la principale leader popolare del Perù.

Era il febbraio del 1992, quando i Senderisti imponevano alle comunità Andine il coprifuoco. Maria Elena, quella stessa notte, uscì con altre donne per le strade deserte di Ayacucho, cantando “el miedo se acabò”; la paura è finita. La sera successiva, era il 14 febbraio, una edizione straordinaria del telegiornale annunciava l’assassinio di Maria Elena Moyano. Fatta saltare in aria con la dinamite davanti ai suoi figli.
© Alberto Giuliani

Il terrore avvolgeva ogni uomo e ogni cosa, al punto che nessuno ebbe il coraggio di rendere omaggio al corpo di quella donna straordinaria. Sola, Giulia, si aggirava nel silenzio gelido dell’obitorio firmando per il riconoscimento di ciò che restava della sua amica. In un angolo, una donna con un bambino al seno. Una compañera coraggiosa pensò Giulia. Le si avvicinò e l’abbracciò con affetto. La donna le disse: “cagna femminista, ti ammazzeremo”. Il 20 febbraio spararono a Giulia, riuscendo però, solo a gambizzarla.
Giulia non ha mai dimenticato l’amicizia e il coraggio di Maria Elena, e la porta nel cuore ancora oggi, quando col marito Chema intorno al tavolo della loro casa nella periferia di Madrid, suona la chitarra e canta che “la verità non è mai triste, è solo che non ha rimedio”, stringendo forte gli occhi per non piangere, di nostalgia e d’amore.
Giulia era diventata l’avvocato di tutte le donne del Perù, denunciando senza paura qualsiasi violenza, di mariti, padri, generali o presidenti. Quando nel 1992 l’arrivo di Alberto Fujimori, segnò la fine delle stragi Senderiste, e si contavano le 69.280 vittime civili, la sensibilità di Giulia intuì che la guerra non era affatto conclusa, ma si erano solo spostati gli equilibri. E oggi la verità le da ragione.

L’incremento demografico globale, e le possibili conseguenze Malthusiane, portarono i governi di tutto il mondo a confrontarsi su questi temi. Un’esponente dell’ONU a dichiarò che “l’utero può essere più pericoloso della bomba atomica”. Quando nel 1995 a Pechino, alla Conferenza Mondiale delle Donne organizzata dalle Nazioni Unite, Alberto Fujimori tenne il suo discorso, venne accolto trionfalmente da tutti. Solo Giulia, seduta in prima fila, rabbrividì al vederlo sul palco, con in mano un mazzo di fiori offerto simbolicamente a tutte le donne. Fujimori era l’unico capo di stato uomo a prendere la parola durante la conferenza, e con orgoglio proclamava l’impegno del Perù nella lotta alla povertà e all’uguaglianza sociale lanciando una “strategia integrale di pianificazione familiare, che per la prima volta nella storia del Perù affronterà definitivamente la carenza di informazione e servizi, perché le donne dispongano con autonomia e libertà della propria vita”.
Il risultato di quella promessa fatta al mondo, fu quel milione e mezzo di donne sterilizzate contro la loro volontà, e tra queste un numero imprecisato di vittime per le gravi carenze sanitarie e igieniche nelle quali gli interventi chirurgici venivano condotti.
Il primo allarme arrivò a Giulia nel 1996 dalle sue amate comunità andine. Fu Ilaria, giovane leader femminista di Cuzco che le disse con vergogna “vengono i medici e se le portano, ci stanno facendo danno”. Poche settimane dopo Giulia raggiunge Ilaria nella piccola cittadina di Huancabamba, e comprende tutto. Il Governo aveva organizzato dei veri e propri festival. Cosi li chiamavano, portavano giochi, cibo, la banda e il grande striscione con scritto “Festival della legatura delle tube”.
Poi un domani si possono slegare” dicevano i medici alle donne. Ma la scelta era obbligatoria per tutte. Nelle comunità più reticenti arrivava l’esercito, a bordo dei pesanti camion della fanteria. Montavano una tenda e rastrellavano le donne. Giovanissime, minorenni, madri, o appena sposate. Non faceva differenza. Non c’erano sconti per nessuno.
Grazie a un coraggioso passaparola clandestino, Giulia fu portata in ogni villaggio, città, comunità. Presto iniziarono a testimoniare anche medici e infermieri, uomini che non volevano essere complici di quel delitto. Giulia registrava, fotografava, intervistava. Piangeva, perché il 90% delle donne che incontrava aveva subito quell’atroce e disumana violenza.
Più Giulia indagava, più la morsa intorno alla sua vita si stringeva. Minacce, furti, violenze a lei e alle donne sue compagne. La casa distrutta. I telefoni sotto controllo. Mai dimenticherà il macabro sorriso dei militari, che stazionando davanti a casa sua giorno e notte, la seguivano con lo sguardo, quelle rare volte che trovava il tempo di uscire col piccolo figlio Sebastian per mano.
Grazie alla stampa internazionale, alle sue denunce alle Nazioni Unite, alla sua lucida strategia, Amnesty International lanciò un’azione internazionale urgente per proteggerla.
Fu per questa ragione che non mi fecero fuori” dice oggi Giulia con gratitudine. “Fu grazie all’attenzione che voi stranieri mi avevate dato”. L’8 marzo di quello stesso anno 2000 Amnesty International la invita a New York per ricevere il premio Ginetta Sagan, per lo straordinario lavoro compiuto nel rischio della propria vita.
Giulia approfittò di quell’occasione e portò con se anche i figli, per poi farli rifugiare in Spagna. Giulia e Chema invece, tornarono nella loro amata Lima, sconvolta da violente repressioni in quei giorni di elezioni. In quel clima insostenibile, le minacce per la loro vita gli sembrarono finali, e dovettero accettare anche loro la fuga. “Vengo da voi, ci riuniamo. E vi prometto che staremo insieme per sempre” disse Giulia ai figli, chiamandoli da una cabina telefonica dell’aeroporto.
Oggi, dodici anni dopo quel massacro, è diventata realtà ciò che Giulia aveva intuito e che allora non poteva essere detto di fronte all’urgenza di salvare vite umane. Oggi, con intere città senza bambini e senza più scuole, è chiara la volontà di voler sterminare un popolo. E se riportiamo su una mappa anche solo i 325.000 casi raccolti analiticamente nelle inchieste di Giulia, scopriamo che disegnano perfettamente le aree di forza del Senderismo, che coincidono con le aree ricche di materie prime, e con le rotte del narcotraffico. La “pianificazione familiare” del Governo Fujimori, altro non era che un piano strategico militare per favorire interessi personali, governativi e di guerra.
Ora Giulia è lontana dalla sua terra, lontana dal poter indicare la giusta via a chi sta riaprendo il caso, ma guarda a questa opportunità con la luce dei giusti nei suoi occhi. Si confronta tutti i giorni con le sue compañeras tra Lima e le Ande, gli dice che si deve e che si può, perché “quando tutta l’umanità si fa carico dell’accaduto, della dignità umana, anche la morte si arrende. O per lo meno, si emoziona.” In fondo questa è l’unica cosa che Giulia sa fare.


Aggiungiamo anche una parte dell'incontro a cui l'Associazione per i Diritti Umani ha partecipato, organizzato dalla Canon a Milano nei giorni scorsi e al quale è stato invitato il fotografo, come relatore. 











lunedì 30 settembre 2013

Viaggio all’interno dei CIE, i nuovi lager italiani, di Nicole Valentini

Pubblichiamo questo articolo di Nicole Valentini sulla situazione all'interno dei CIE perchè è un argomento che ci sta molto a cuore (vedi anche intervista ad Alexandra D'Onofrio sul suo documentario “La vita che non CIE”).


Ringraziamo l'autrice dell'articolo e Basir Ahang per aver condiviso con noi questo contributo.





Chi non batte ciglio alla vista di sanguinosi delitti
conferisce loro propriamente l'apparenza delle cose naturali.
Designa il crimine atroce come alcunché di scarsa rilevanza
quale è la pioggia e, come la pioggia, altrettanto inevitabile”
Bertold Brecht

Torture, trattamenti inumani e degradanti, questa la tragica situazione dei detenuti dei CIE italiani, tra di essi vi sono persone che hanno perso il permesso di soggiorno in seguito della perdita del lavoro, persone che fuggono da zone di conflitto, dalla fame o dall’assenza di lavoro. Ognuno, a modo loro, è fuggito da una guerra che sapeva avrebbe perso se non fosse riuscito a salvarsi altrove.

Domenica 11 Agosto, per l’ennesima volta, alcuni detenuti del CIE di Gradisca d’Isonzo sono saliti sul tetto del lager per protestare contro le condizioni inumani e degradanti a cui sono quotidianamente sottoposti. Per sedare la protesta sono stati sparati dei lacrimogeni e dopo pochi minuti hanno fatto capolino persino i carabinieri, la polizia e un pullman dell’esercito: tutti sanno infatti quanto possano essere pericolosi venti uomini disarmati che invocano libertà e dignità. Alcune persone che in quel momento si trovavano all’esterno hanno chiamato il 118, sapendo che nel CIE vi sono persone che soffrono d’asma, tuttavia persino loro si sono rifiutati di intervenire, in quanto la richiesta non proveniva dai carcerieri del centro ma da persone esterne. Il CIE di Gradisca d’Isonzo è stato più volte al centro di aspre critiche e contestazioni da parte di varie organizzazioni per i diritti umani, avvocati, parlamentari, consiglieri e assessori regionali, che hanno definito il lager di Gradisca: “un luogo non degno di un paese civile” ¹.
Secondo un rapporto di Amnesty International² relativo allo stato dei CIE italiani (prima denominati CPT): "C'è stato un certo numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche e uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, in particolare durante proteste e in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono in corso laddove i detenuti sono stati in grado di sporgere querela. (...) Talvolta, ad alcuni detenuti che intendevano denunciare qualcosa è stata offerta la possibilità di accedere al sistema di giustizia penale da parte di avvocati, Ong o parlamentari in visita, ma la maggior parte delle presunte vittime sarebbe riluttante a sporgere denunce per abusi mentre si trova ancora nei Cpta, per paura di ritorsioni".
Purtroppo a ben vedere le similitudini tra i CIE italiani e i lager sono varie: violenza arbitraria e gratuita da parte di militari e forze dell’ordine, segregazione, annullamento della personalità, umiliazione, discriminazione razzista, condizioni di vita non conformi alle norme d’igiene, insufficiente assistenza sanitaria, mancanza di comunicazione con il mondo esterno, violazioni palesi ed evidenti dei diritti umani fondamentali.
Proprio come i lager, anche i CIE in fin dei conti non sono altro che campi di annientamento: evitano di uccidere i suoi internati solo perché la Lega Nord non ha ancora presentato un progetto di legge che consenta di farlo, ma nel frattempo si accontentano di annientare psicologicamente i detenuti, in modo tale che della loro umanità non rimanga più nulla.



sabato 20 aprile 2013

Il Venezuela dopo Hugo Chavez


Rimane controversa la situazione del Venezuela, anche dopo l'era di Hugo Chavez. Durante il suo governo, il Paese è riuscito a realizzare due degli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” grazie alle cosiddette “misiones”, ovvero programmi operativi e investimenti pubblici in ambito sociale; è stato messo in atto un utile scambio tra le forniture petrolifere venezuelane e le risorse sanitarie di Cuba; è stata fatta un'adeguata politica nutrizionale, per cui è sceso l'indice di incidenza della malnutrizione.
Ma resta ancora molto da fare in materia di diritti umani.
Lo afferma con forza Amnesty International che, prima di tutto, ricorda proprio il ritiro dalla Convenzione americana dei diritti umani e dalla giurisdizione della Corte interamericana: una decisione che nega la possibilità di chiedere protezione, tramite una sentenza giudiziaria, all'organismo interregionale.
Il tema centrale su cui si basa il rapporto-denuncia di Amnesty riguarda la violenza: il nuovo Presidente dovrà, infatti, prendere il seria considerazione il problema della sicurezza nelle maggiori città del Paese, controllando la detenzione e l'uso delle armi e approntando programmi di sostegno alle vittime e ai sopravvissuti alla violenza dilagante. Situazione “calda” anche all'interno delle carceri: molte di esse sono sovraffollate e questo è causa di frequenti scontri tra bande di detenuti: sarebbe necessaria, quindi, una riforma del sistema che accorci i tempi dei processi.
Una riflessione ulteriore riguarda, sempre secondo Amnesty, la condizione femminile, anche loro troppo spesso vittime di violenza: la Ong chiede che si attuino i regolamenti e che si costruiscano i rifugi previsti dalla “Legge organica sul diritto delle donne a una vita libera dalla violenza”.
Infine, ma non meno importante, il nuovo governo dovrà occuparsi dei temi della libertà di espressione e del diritto d'associazione: anche dopo Chavez, purtroppo, si ripetono gli episodi di intimidazione. Ricordiamo, tra tutti, la vicenda di Rayma Suprani, giornalista e autrice delle vignette pubblicate sul quotidiano “El Universal”: il 18 marzo scorso, nel giro di sette ore, la giornalista ha ricevuto decine e decine di minacce, via sms e a voce, da trenta cellulari diversi. “ Maledetta golpista ti faremo a pezzi”, “ Useremo quella corda addosso a te, donna sleale, amante degli yankee, traditrice del Venezuela”, “Te la faremo pagare”.
Tutto questo è contenuto in una lettera che Amnesty Internatinal ha inviato ufficialmente a tutti i candidati alla presidenza del Venezuela.








Rayma Suprani

lunedì 8 aprile 2013

Le ispezioni di Vladimir Putin

Amnesty International, Memorial, Fondazione verdetto pubblico, Agenzia per l'informazione sociale, Movimento per i diritti mani: queste sono solo alcune delle 30 sedi di Ong che, in 15 giorni, sono state perquisite a Mosca. Ma in tutta la Russia sono stati sguinzagliati magistrati, rappresentanti ministeriali e ispettori della Finanza per verificare il rispetto delle nuove norme sulle Organizzazioni non governative (Ong) entrate in vigore nel maggio del 2012.
Vladimir Putin - tornato Presidente della grande area europea - ha, infatti, immediatamente adottato una serie di leggi che comportano gravi limitazioni e controlli rivolti alle Ong. Tra queste imposizioni, per citarne solo alcune: limiti alle riunioni pubbliche, introduzione del reato penale di “diffamazione”, ampliamento del concetto di “tradimento”.
Le stesse parole di Putin suggeriscono il vero intento del suo operato: “ Abbiamo una serie di regole e di leggi per le Ong in Russia che riguardano anche i finanziamenti dall'estero...Ogni interferenza, diretta o indiretta, ogni forma di pressione sulla Russia, sui nostri alleati e sui nostri patner sarà inammissibile”. Chiaro, dunque, che il reato di “tradimento” si riferisca all'appartenenza a organismi internazionali di sensibilizzazione, ma soprattutto, alla volontà di colpire le associazioni che criticano il governo e ne denunciano l'operato.
Le ispezioni sono, infatti, sistematiche e avvengono senza preavviso: vengono esaminati i bilanci e altri elementi contabili e poi le stesse organizzazioni vengono screditate agli occhi dell'opinione pubblica. Ma tutto questo non è sufficiente. A dicembre Putin ha firmato un'ennesima normativa, quella “sugli agenti stranieri” che prevede la sospensione delle attività per quelle organizzazioni non governative ( e il sequestro dei loro beni) qualora fosse accertato il loro coinvolgimento in attività considerate “politiche”, o qualora ricevessero finanziamenti da cittadini o da altre organizzazioni statunitensi oppure siano dirette da cittadini russi, ma che hanno anche il passaporto statunitense.
Non è cambiato nulla da quando la giornalista Anna Politkovskaja - assassinata , nel 2006, nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando – scriveva: “ Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà”.


sabato 16 marzo 2013

Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, IV edizione


Ideato da Raffaele Crocco – giornalista RAI, scrittore e documentarista – e creato dall'Associazione 46° Parallelo, in collaborazione con il Premio Ilaria Alpi, l'Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è giunto, quest'anno, alla sua quarta edizione.
Le guerre ci sono, ci coinvolgono direttamente o indirettamente e, comunque, non si può fare finta di non sapere. Spesso le notizie sono deformate da filtri che alterano la realtà o, ancora più di frequente, manca del tutto una corretta informazione: l' Atlante si pone l'obiettivo di colmare questi vuoti e queste lacune.
Si tratta di un annuario aggiornato sui conflitti in atto in tutto il mondo, con la spiegazione dei motivi che li hanno scatenati e con l'individuazione degli attori che li hanno innescati.
Il libro,infatti contiene foto e illustrazioni ma, soprattutto, le “schede conflitto” suddivise per continente, arricchite da una cartografia, da una tavola riassuntiva della situazione dei profughi (a cura dell'UNHCR) e da una sintesi dei dati del territorio preso in considerazione. Le schede sono compilate da giornalisti e reporters di varie testate italiane e sono corredate dagli approfondimenti di Amnesty internazional sullo stato dei diritti civili e umani e dai rapporti sulle missioni ONU in corso.
Per la quarta edizione – uscita nel gennaio scorso – viene allegato, alla pubblicazione, anche un mini-atlante sulla pirateria e alcuni approfondimenti riguardanti la situazione nei Paesi islamici ad un anno dalle rivolte, il fenomeno del “land grabbing” e il rapporto tra guerre e finanza, a cura di Banca Etica.
Infine, quest'anno l'Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo si fa promotore della campagna “Emergenza Siria”: per ogni copia venduta, un euro sarà destinato al sostegno e alla protezione dei rifugiati siriani.
Si può acquistare la IV edizione dell'Atlante sui siti:
www.atlanteguerre.it e www.aamterranuova.it

giovedì 7 febbraio 2013

Amnesty: 10 punti ai candidati premier sui diritti da garantire



La campagna elettorale, in Italia, è in pieno svolgimento per le votazioni che si svolgeranno i prossimi 24 e 25 febbraio e Amnesty International ha pensato di sottoporre ai candidati premier dieci punti, dieci questioni di fondamentale importanza per la tutela e la garanzia dei diritti.
Il progetto si intitola "Ricordati che devi rispondere. L'Italia e i diritti umani" e Amnesty lo ha proposto perchè: "Il benessere di un Paese si misura anche dal rispetto dei diritti umani", come ricorda Christine Weisem Presidente di Amnesty International Italia, la quale ha aggiunto: " Oggi, alla luce dei fatti, in Italia questo rispetto non è assicurato. Essere donne, partecipare a una manifestazione, essere migranti, rom, gay, detenuti significa rischiare di subire violazioni dei diritti umani. In tempi di crisi finanziarie, con l'aumento delle tensioni sociali da una parte e l'accento della politica solo sulle questioni finanziarie dall'altra, questa situazione potrebbe aggravarsi ".
I 10 punti sono stati inviati ufficialmente ai leaders delle coalizioni politiche e la campagna proseguirà anche dopo l'inizio della legislatura.

Di seguito riportiamo il testo dell'appello. Se volete partecipare e firmarlo potete farlo, su: http://www.ricordatichedevirispondere.it/



giovedì 17 gennaio 2013

Nord del Mali: emergenza civili

Negli ultimi giorni il conflitto, in Mali, ha visto una forte intensificazione: gli aerei francesi, con la cosiddetta "Operazione Serval", hanno bombardato le zone di Gao e Kidal; i gruppi armati islamisti, per prendere il controllo della città di Konna, hanno ucciso almeno sei civili; altre vittime sono state fatte per la conquista di Diabaly, un'altra città a 400 km a nord della capitale Bamako.
Il 20 dicembre scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva autorizzato l'invio di alcune truppe dell'Africa occidentale - tra cui quelle del Niger e della Nigeria - per contrastare le azioni dei terroristi, degli estremisti e dei gruppi armati. Le conseguenze di questa situazione si sono verificate immediatamente: si sono, infatti, registrati molti casi di vendetta sui collaborazionisti con lapidazioni, ritorsioni e un aumento fortissimo della violenza. 
Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di favorire il dispiegamento di osservatori sui diritti umani, rivolgendo una particolare attenzione all'uso di bambini soldato. Ha, inoltre, chiesto alle forze militari francesi di dare il maggiore preavviso possibile alla popolazione in vista degli attacchi.
Intanto sono già quasi mezzo milione i maliani che hanno trovato rifugio in Niger, Mauritania, Burkina Faso e Algeria: tra loro, soprattutto, bambini e donne.