Visualizzazione post con etichetta detenuti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta detenuti. Mostra tutti i post

venerdì 25 dicembre 2015

Quel pranzo di Natale nel carcere di Opera



Nella Casa di reclusione di Opera, lo scorso 23 dicembre, si è tenuto un pranzo molto speciale: uno chef stellato ha cucinato varie prelibatezze per i detenuti e i loro familiari.

Anche se apprezziamo il gesto professionale e umano dello chef e delle altre persone famose coinvolte nell'iniziativa intitola "L'ALTrA cucina... per un pranzo d'amore",
 
non vogliamo citarle perchè a noi interessa altro: interessa sottolineare i motivi che stanno alla base di questa scelta illuminata, da parte del Direttore dell'istituto di pena, e le conseguenze positive. La giornata è poi proseguita con un concero di Edoardo Bennato, preso il teatro dell'istituto. Tornando al motivo della bella iniziativa: immaginiamo che sia stato quello di offrire ai reclusi un momento diverso dalla quotidianità, uno spazio per riabbracciare i cari, stare in compagnia e riflettere, tutti insieme, sul senso vero e profondo della nascita di Gesù: un uomo che ha incarnato i peccati degli altri uomini, che ha pagato per tutti, ma che poi è tornato alla vita. Le conseguenze: la gioia di tutte le persone, libere e non, che si sono ritrovate insieme a condividere il pane, simbolo di pace. Ma non è tutto: a servire il pranzo sono state le vittime di alcuni reati commessi dai detenuti. Una decisione meritevole, un esempio grande di capacità di perdono. Si deve andare avanti, cercando di mettersi nei panni dell'Altro, anche quando l'errore è stato enorme. Ci vuole tempo, tanto tempo per capire, perdonare. Ci vuole tempo, tanto tempo anche per riscattarsi.

Il dono più bello? La presenza dei bambini che, con il loro chiasso, le loro domande, il loro entusiasmo hanno ridato la voglia di continuare a stare dentro e ad aspettare fuori, con la fiducia nel sapere che non è poi tutto sprecato.


L'iniziativa è stata replicata in altre quattro carceri per le detenute e i detenuti e i loro familiari.

lunedì 21 dicembre 2015

VI congreso "Nessuno tocchi Caino": il carcere è una pena di morte mascherata




Il sesto congresso di 'Nessuno tocchi Caino' svoltosi nel carcere di Opera, a Milano, si è concluso con l'approvazione di una mozione che impegna gli organi dirigenti a far propri e a rilanciare gli obiettivi sul miglioramento delle condizioni carcerarie di papa Francesco, che lo scorso anno ha definito l'ergastolo come una "pena di morte mascherata". Apertosi ieri con un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il congresso 'Spes contra spem' ha visto la partecipazione di circa 400 persone. Tra loro c'erano oltre 200 detenuti, molti dei quali condannati all'ergastolo, alcuni arrivati a Opera da Padova e da Voghera per raccontare le loro storie.
La mozione, nel dettaglio, impegna anche "a promuovere ricorsi in sede internazionale, in particolare al Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, alla Corte europea dei diritti dell'uomo e, in Italia, alla Corte Costituzionale, volti al superamento dei trattamenti crudeli e anacronistici come il regime di cui all'art. 41 bis. e il sistema dell'ergastolo ostativo che, per modalità specifiche e durata eccessiva di applicazione, provocano, come ampiamente dimostrato dalla letteratura scientifica - oltre che da numerosi casi concreti - danni irreversibili sulla salute fisica e mentale del detenuto, tale da configurare la fattispecie di punizioni umane e degradanti".
Infine, la mozione invita il Congresso a elaborare un primo rapporto di 'Nessuno tocchi Caino' sull'ergastolo nel mondo a partire dall'Europa. Tra i prossimi progetti anche quello di realizzare un docu-film, a cura di Ambrogio Crespi, dal titolo, 'Spes contra spem-Liberi tutti'.

La diretta del congresso del 2013, per voi:

 
 

sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




Se il post ti è piaciuto, condividilo!
If you like, share it !

lunedì 23 novembre 2015

Ragazzi fuori: 18mo rapporto Antigone sulle carceri minorili in Italia



Dalla prefazione di Patrizio Gonnella:
 
Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente, un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di 350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione, di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.


Sono stati 11 i minori accusati di omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati, questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.

La misura carceraria per i minori, cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel 2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%, ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè 12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti: questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".




 

mercoledì 4 novembre 2015

Bambini siriani orfani detenuti illegalmente nelle prigioni a Kos




Una nostra lettrice, che ringraziamo molto, ci ha segnalato il seguente appello per i bambini siriani orfani, detenuti illegalmente nelle prigioni dell'isola greca di Kos e gli articoli di approfondimento che potete leggere cliccando sui link a seguire.


The Greek Ambassador to the UK

Stop putting unattended children into prison in squalid conditions without access to clean water and food. The Prison cells are like medieval dungeons with excrement on the floor. This is a totally unacceptable situation.

Why is this important?


The treatment of the children in this way contravenes article 37 of the United Nations charter for children. This treatment will result in long term physical, psychological and emotional damage to the children. It is not how a westernised nation should behave.




Per approfondire ancora l'argomento, eccovi due link importanti (e una petizione):

 

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/refugee-crisis-orphans-locked-up-in-medieval-prisons-alongside-adult-criminals-on-greek-island-of-a6694521.html



martedì 27 ottobre 2015

I migranti e le “Iene”



Nell'ultima puntata della trasmissione “Le iene” è andato in onda un servizio che parla dei migranti che tentano di arrivare in Europa dalla Libia. Come sempre, lo stile che caratterizza il servizio è molto forte perchè i giornalisti o conduttori della trasmissione sono giovani, rampanti e diretti per cui testimoniano la realtà in maniera cruda. In questo caso, però, la scelta è efficace.


 

Ecco il link per vedere il servizio:







lunedì 26 ottobre 2015

Sisi, Mustafa e gli altri


di Monica Macchi



Per la festa dell’Eid el Adaa di quest’anno il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi ha graziato molti detenuti politici tra cui alcuni giornalisti di Al Jazeera e pochi giorni fa in un’intervista con Wolf Blitzer alla CNN ha detto “Non voglio esagerare, ma vi assicuro che l'Egitto gode di una libertà senza precedenti nei media”.



In realtà Bassem Youssef si è visto cancellare il suo spettacolo “Al-Barnamig” dopo un episodio sulle elezioni presidenziali con annessa una multa di 50 milioni di ghinee. Ora vive all'estero e non è tornato in Egitto neppure per il funerale del padre per paura di essere arrestato…e nel frattempo continua a essere denigrato come “traditore”. E molti altri giornalisti come Reem Magued, Yosri Fouda e Dina Abdel Rahman sono stati licenziati con l’accusa nemmeno tanto velata di aver criticato il governo mentre nell’ultimo anno numerosi giornali tra cui Al-Watan, Al-Masry Al-Youm, Sawt Al-Oma e Al-Sabah sono stati confiscati dalle autorità. Secondo le cifre fornite dal Sindacato dei giornalisti ci sono 32 giornalisti ancora in carcere, tra cui il fotogiornalista Shawkan di cui ci siamo già occupati qui. (http://peridirittiumani.blogspot.it/2015/01/mahmoud-abou-zeid-alias-shawkan-un.html).



Ma anche la tv è nel mirino: la serie “Il popolo di Alessandria” è stata cancellata, perché critica la polizia egiziana prima della rivoluzione del 25 gennaio. E non sono solo i giornalisti e gli scrittori (Belal Fadl su tutti) ad essere sotto controllo... Ahmed El-Merghany, è stato cacciato dalla sua squadra Wadi Degla per aver criticato Sisi sulla sua pagina di Facebook…ebbene ha dovuto pubblicamente chiedere scusa per tornare a giocare perché tutti i calciatori egiziani hanno attuato una sorta di boicottaggio rifiutandosi di averlo in squadra.


Ma ci sono anche sparizioni misteriose come quella di Mostafa Massouny, un video-maker scomparso dal 26 giugno dal centro del Cairo. I suoi familiari e amici non sono riusciti a trovarlo da nessuna parte, negli ospedali, negli obitori, nelle carceri e nelle stazioni di polizia ma hanno saputo che è stato “oggetto di indagine” da parte del NSA (Agenzia di Sicurezza Nazionale) presso la sede di Lazoghly Square. Il Ministero degli Interni nega qualsiasi coinvolgimento ma dice che “stanno indagando”. L’associazione Freedom for the Brave ha iniziato una campagna per far luce sul caso di Massouny sotto l’hashtag “Dov’è Massouny?” (# ماصوني_فين) documentando almeno 163 casi di sparizioni forzate e detenzione illegale da parte delle forze di sicurezza solo negli ultimi due mesi.
 
 
 

giovedì 22 ottobre 2015

La stretta di mano ingravida ?!?!




di Monica Macchi







Atena è stata punita per le sue vignette…

. Nessuno dovrebbe essere in carcere

per la propria arte

Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettore di Amnesty, MENA




 






Atena Farghadani è una disegnatrice e attivista iraniana condannata per “oltraggio”, per “attentato alla sicurezza nazionale” e “diffusione di propaganda ostile alle istituzioni” per questa vignetta in cui i parlamentari sono rappresentati come animali mentre stanno votando un provvedimento che limita l’accesso delle donne al controllo delle nascite. 

Incarcerata una prima volta nell'agosto 2014, è stata liberata a novembre e poi di nuovo arrestata a gennaio dopo aver denunciato in un video postato su YouTube le percosse, le perquisizioni corporali degradanti e gli interrogatori al limite della tortura. Messa in isolamento nel carcere di Evin (che non ha una sezione per i prigionieri politici), ha iniziato uno sciopero della fame e a fine febbraio ha avuto un infarto ed è stata in coma. Si è lentamente ripresa e finalmente il 13 giugno scorso il suo avvocato Mohammad Moghimi è riuscito ad avere il permesso di farle visita… ma le guardie hanno spifferato che al termine del colloquio si sono stretti la mano! L’avvocato è stato immediatamente arrestato per questo “gesto al limite dell'adulterio” e rilasciato dopo tre giorni e il pagamento di una cauzione di 60.000 dollari. Entrambi sono in attesa di processo per “condotta indecente e relazione sessuale inappropriata”: e per comprovare le accuse Atena ha dovuto subire una visita ginecologica coatta con un doppio test: gravidanza e verginità….test di verginità imposto che è considerato internazionalmente una forma di violenza e discriminazione nei confronti di donne e ragazze e viola l’articolo 7 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici ratificato dall’Iran.

Amnesty considera Atena Farghadani una prigioniera di coscienza che non ha commesso alcun reato e ha lanciato una petizione internazionale per chiederne la scarcerazione
 
 
Il Guardian invece ha invitato i lettori a mandare una vignetta in solidarietà con l’artista iraniana su Twitter con l’hashtag #Draw4Atena e qui potete vederne una selezione
 





mercoledì 21 ottobre 2015

#Nonmelaspaccigiusta: la campagna sulle droghe non è finita


Cari tutti,

oggi vi mettiamo al corrente della campagna #Nonmelaspaccigiusta organizzata da Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (CILD) e da altre associazioni, come Antigone,sul tema delle droghe.

A seguito del comunicato, pubblichiamo una dichiarazione di Patrizio Gonnella - Presidente dell'Associazione Antigone - che ha rilasciato all'Associazione per i Diritti umani. Lo ringraziamo molto.

 
 
 

Nel mese di aprile 2016 le Nazioni Unite dedicheranno una sessione speciale dell’assemblea generale al tema delle droghe (Ungass). È l’occasione per mettere definitivamente in soffitta la war on drugs.


Il nostro messaggio alle istituzioni


Le droghe sono un fenomeno complesso che riguarda milioni di persone solo in Italia.
È necessaria una risposta di tipo multi-disciplinare: sociale, culturale, medica.


Non si può delegare tutto alla giustizia criminale e all’incarcerazione di massa.

L’Italia è stata in prima linea nella guerra alle droghe con una legislazione ideologica, punitiva, repressiva. La legge Fini-Giovanardi, in parte abrogata dalla Corte Costituzionale, va del tutto superata. Essa si fondava sulla logica della proibizione assoluta, della repressione, della carcerazione diffusa.

Ci vuole un cambio di paradigma puntando su altre parole chiave, ovvero prevenzione, riduzione del danno, decriminalizzazione, depenalizzazione e legalizzazione.

Il Governo italiano non ha ancora fatto sapere quale sarà la sua posizione in attesa di Ungass 2016 e quando convocherà la conferenza nazionale sulle droghe.

Noi chiediamo al Presidente del Consiglio dei Ministri di dare un segnale di cambiamento nella direzione del superamento della war on drugs e di spingere l’intera Unione Europea in questa direzione.

Gli chiediamo anche di annunciare la data della conferenza nazionale sulle droghe, indispensabile per un dibattito pubblico su un tema tanto cruciale.






INTERVENTO DI PATRIZIO GONNELLA
 
Era il 17 luglio 1971, quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, dichiarò quella che è conosciuta globalmente come la “war on drugs”. Davanti al congresso Nixon disse che il consumo di droga aveva assunto la dimensione di una emergenza nazionale e chiese a Capitol Hill uno stanziamento iniziale di 84 milioni di dollari per assumere misure di emergenza. Dopo 40 anni e miliardi di dollari spesi per combatterla nelle strade nei tribunali e con incarcerazioni di massa, la guerra alla droga è persa. Molti stati se ne sono accorti e iniziano a cambiare le proprio politiche. Anche le Nazioni Unite lo hanno capito e per la primavera del 2016 hanno convocato una sessione speciale dell’Assemblea Generale su questo tema. Sarà l’occasione per un cambiamento profondo a livello globale e sarà un’occasione senza precedenti anche per l’Italia per far sentire una nuova voce e avere peso in queste scelte. Per favorire questo cambiamento è però necessaria un’opinione informata. Cosa hanno comportato le politiche proibizioniste e repressive in Italia? Quanti sanno che dal 2006 al 2014 circa 250.000 persone sono entrate in carcere, per una spesa per lo Stato di oltre 1 miliardo di euro l’anno, senza contare i soldi spesi per forze dell’ordine e tribunali. E quanti sanno che se la cannabis fosse legale l’Italia guadagnerebbe tra i 7 e i 13 miliardi di euro ogni biennio grazie alla tassazione. Quanti conoscono i reali effetti delle droghe (cannabis-cocaina-anfetamine-ecc.) e quanti il confronto tra cannabis e alcool, due sostanze psicoattive, una illegale e l’altra no? E ancora, in quanti sanno quali sono le sanzioni previste per l’uso personale, se l’uso di gruppo è ammesso o punito, cosa accade se si viene fermati mentre si è alla guida dopo aver utilizzato sostanze? Con #NonMeLaSpacciGiusta la Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (CILD) punta proprio a questo: ad informare per favorire un dibattito non ideologico, aperto ai dati e alla voci di tutti. Il progetto si avvale della competenza di ONG, medici, avvocati, giornalisti scientifici e propone un sito con numerosi materiali per fornire una base di conoscenza che informi il dibattito politico e mediatico. Le droghe non sono da trattare tutte allo stesso modo: in maniera disinformata, ideologica e approssimativa. Le droghe sono una diversa dall’altra. È necessario informare correttamente circa i rischi dell’uso e dell’abuso. Il tema riguarda la salute psico-fisica delle persone, i loro stili di vita, la libertà di scelta, l’educazione. Considerarla solo di rilevanza giudiziaria significa fare un favore immenso alle mafie e a chi è capace di guadagnare ingenti somme di denaro dal mercato nero. I nostri ragazzi vanno educati, sostenuti, protetti, informati. Non serve perseguitarli e incarcerarli. Il cambiamento inizia da un’opinione informata. Contro chi non ce la spaccia giusta.

giovedì 8 ottobre 2015

La pena di morte è disumana




In occasione delle ultime esecuzioni negli Stati Uniti (la prima donna in 70 anni è stata condannata alla sedia elettrica in Georgia e la pena eseguita nei giorni scorsi), ripubblichiamo un intervento del Pontefice - sui temi delle carceri e della pena di morte - ma ancora molto attuale.


(dal sito de L'Osservatorio Romano)

Francesco: abolire pena di morte, no a carcere disumano

Udienza di Papa Francesco nella Sala dei Papi - L'Osservatore Romano
23/10/2014

Cristiani e uomini di buona volontà “sono chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte”, in “tutte le sue forme”, ma per il miglioramento delle “condizioni carcerarie”. È uno dei passaggi centrali del discorso tenuto da Papa Francesco in Vaticano a un gruppo di giuristi dell’Associazione penale internazionale. La voce del Papa si è levata anche contro il fenomeno della tratta delle persone e della corruzione. Ogni applicazione della pena, ha affermato, deve essere fatta con gradualità, sempre ispirata dal rispetto della dignità umana. Il servizio di Alessandro De Carolis:

L’ergastolo è una “pena di morte coperta”, per questo l’ho fatta cancellare dal Codice Penale Vaticano. L’affermazione a braccio di Papa Francesco si incastona in una intensa, particolareggiata disamina di come gli Stati tendano oggi a far rispettare la giustizia e a comminare le pene. Il Papa parla con la consueta schiettezza e non risparmia critiche a tempi come i nostri in cui, afferma, politica e media incitano spesso “alla violenza e alla vendetta pubblica e privata”, sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Il passaggio sulla pena di morte è molto sentito. Papa Francesco ricorda che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte”, come pure il Catechismo, non solo punta il dito contro il ricorso alla pena capitale, ma smaschera in un certo senso anche quello alle “cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”, che lui chiama “omicidi deliberati”, commessi da pubblici ufficiali dietro il paravento dello Stato:

“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, anche, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte coperta”.

Lo sguardo e la pietà di Papa Francesco sono evidenti in tutta la sua esplorazione sia delle forme di criminalità che attentano alla dignità umana, sia del sistema punitivo legale che talvolta – dice senza giri di parole – nella sua applicazione legale non è, perché quella dignità non rispetta. “Negli ultimi decenni – rileva all’inizio il Papa – si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”. Questo ha fatto sì che il sistema penale abbia varcato i suoi confini – quelli sanzionatori - per estendersi sul “terreno delle libertà e dei diritti delle persone”, ma senza un’efficacia realmente riscontrabile:

“C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative”.
 
Papa Francesco definisce ad esempio il ricorso alla carcerazione preventiva una “forma contemporanea di pena illecita occulta”, celata dietro “una patina di legalità”, nel momento in cui procura a un detenuto non condannato un’“anticipo di pena” in forma abusiva. Da ciò – osserva – deriva sia il rischio di moltiplicare la quantità dei “reclusi senza giudizio”, cioè “condannati senza che si rispettino le regole del processo” – e in alcuni Paesi sono il 50% del totale – sia, a cascata, il dramma della vivibilità delle carceri:

“Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà”.
 
Ma Papa Francesco va oltre quando, parlando di “misure e pene crudeli, inumane e degradanti”, paragona a una “forma di tortura” la detenzione praticata nelle carceri di massima sicurezza. L’isolamento di questi luoghi, ricorda, causa sofferenze  “psichiche e fisiche” che finiscono per incrementare “sensibilmente la tendenza al suicidio”. Ormai, è la desolante constatazione del Papa, le torture non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere “la confessione o la delazione”…

“…ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena”.

E dalla durezza del carcere, insiste il Papa, devono essere risparmiati anzitutto i bambini, ma anche – se non del tutto almeno in modo limitato –anziani, ammalati, donne incinte, disabili, compresi “madri e padri che – sottolinea – siano gli unici responsabili di minori o di disabili”. Papa Francesco si sofferma con alcune considerazioni su un fenomeno da lui sempre combattuto. La tratta delle persone, sostiene, è figlia di quella “povertà assoluta” che intrappola “un miliardo di persone” e ne vede almeno 45 milioni costrette alla fuga a causa dei conflitti in corso. Quindi, osserva con durezza:
 
“Dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale”.
 
Il capitolo sulla corruzione è ampio e analizzato con grande scrupolo. Il corrotto, secondo Papa Francesco, è una persona che attraverso le “scorciatoie dell’opportunismo”, arriva a credersi “un vincitore” che insulta e se può perseguita chi lo contraddice con totale “sfacciataggine”. “La corruzione – afferma il Papa – è un male più grande del peccato” che “più che perdonato”, “deve essere curato”:

"La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con [la] maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o [per] quelle di terzi”.

Al tirare delle somme, Papa Francesco esorta i penalisti ad usare il criterio della “cautela” nell’applicazione della pena”. Questo, asserisce, “dev’essere il principio che regge i sistemi penali”:

“Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana”.






lunedì 21 settembre 2015

I frutti del carcere

Milano. La Loggia dei Mercanti,  a un passo dal Duomo, ospita - sabato 26 settembre – l’iniziativa “I frutti del carcere”. In programma l’esposizione delle produzioni carcerarie e incontri di approfondimento sui temi della detenzione e delle alternative al carcere. Un’occasione per conoscere il lavoro dei detenuti, le attività svolte nei laboratori degli Istituti di pena con la mostra mercato di mobili, gioielli, accessori, abiti, prodotti alimentari (pane, focacce, dolci) oltre a fiori e piante. Saranno organizzati anche incontri e dibattiti di approfondimento incentrati sui temi della detenzione, del lavoro carcerario e delle misure alternative. A cura associazione di  promozione sociale “Per i Diritti”. L’evento è inserito nel calendario di Expo in Città. Ore 10-18.30. Sito: www.comune.milano.it.





martedì 25 agosto 2015

Sos al Papa per la chiesa del carcere a Porto Azzurro



Il direttore del penitenziario, D’Anselmo: "Le rivolgo una richiesta di aiuto a nome dei 500 reclusi"



(da La Nazione)



Porto Azzurro (Isola d'Elba, Livorno) 18 agosto 2015 - "Le rivolgo, Santo Padre, una richiesta di aiuto a nome di circa 500 persone recluse nel carcere di Porto Azzurro, che da ormai quasi 10 anni non possono più partecipare alla santa messa nella chiesa di san Giacomo Maggiore, situata all’interno del secentesco forte spagnolo che ospita la casa di reclusione".

Inizia cosi la lettera che il nuovo direttore del penitenziario elbano, Francesco D’Anselmo, ha scritto a papa Francesco per informarlo della situazione e chiedere un suo autorevole intervento per far sì che la chiesa in questione, costruita nel ‘600, venga restaurata e torni ad essere un punto di riferimento non solo per la popolazione carceraria, ma anche per il paese di Porto Azzurro.

"Dal 2004 – aggiunge il direttore - la chiesa è stata dichiarata non agibile e perciò chiusa al culto. In realtà varie perizie avevano allora evidenziato che non si trattava di una situazione di particolare gravità, ma di infiltrazioni della copertura e di deterioramento delle gronde. Così fin dal 2005 dal Vescovo diocesano e dalla direzione del carcere era stato individuato un progetto per il restauro dell’ edificio, che prevedeva costi piuttosto contenuti. I detenuti, i volontari, gli operatori penitenziari a più riprese si rivolsero ai ministri della Giustizia e dei Beni ambientali. Ne seguirono dichiarazioni di disponibilità e di attenzione al problema. Ma gli anni sono passati e la chiesa è sempre chiusa, le sue condizioni sono deteriorate ed il degrado è sempre più evidente". Il direttore evidenzia l’importanza della Chiesa riveste per i reclusi.

"Per i detenuti che vivono in ambienti angusti – scrive ancora il dottor D’Anselmo - l’unico luogo armonioso che può trasmettere loro serenità e bellezza è questa chiesa. In un carcere, inoltre, dove pochi sono i motivi di conforto, la chiesa è un centro di diffusione di luce ed è bello stare uniti a pregare in un luogo dove molti hanno pregato e dove anche alcuni cittadini della comunità esterna possono, previa autorizzazione, partecipare alla messa, realizzando con i detenuti la comunione cristiana più autentica".

Nel carcere di Porto Azzurro da dieci anni la messa viene celebrata in un piccolo ambiente del tutto inadeguato, che non può accogliere più di 60-70 persone. "E’ un locale adibito a teatrino – spiega il direttore - con alle pareti pitture raffiguranti non certo immagini sacre. Certo, so che l’importanza dell’Eucarestia non dipende da pareti affrescate, statue all’altare ed altro, ma dalla disposizione dell’anima e dalla Grazia. Però l’essere umano ha bisogno di bellezza, musica, arte, che esprimono fede e gratitudine. Tanto più in un luogo di sofferenza e di tristezza come un carcere. Riaprire al culto la chiesa di San Giacomo sarebbe perciò importante, una vera Grazia".

lunedì 18 maggio 2015

Abolire il carcere?




di Francesco Lo Piccolo (direttore di “Voci di dentro” - da Huffigton Post, 9 maggio 2015)




Ho appena finito di leggere "Abolire il carcere - una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini", libro edito da Chiarelettere scritto da Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Centoventi pagine (compresa la postfazione di Gustavo Zagrebelsky) nelle quali si affronta un tema spinoso come quello del carcere per dire in sostanza, finalmente, che è arrivato il momento di abolirlo.
Certo una battaglia non facile, specie in questi tempi - a mio avviso - dove lo slogan "più galera" spunta da ogni parte, in ogni momento, per qualunque cosa. Oliato e alimentato. Slogan acefalo, soddisfazione viscerale che alle volte mi tocca sentire anche tra gli stessi carcerati. È proprio vero che dal male nasce solo male. Prova provata di un sistema che non risolve il problema in sé, ma semplicemente e con gran convinzione lo allontana, segregandolo, nascondendolo nelle periferie. Sistema grigio e lontano. Ignorato nella sua realtà ma sempre presente. Il toccasana. In realtà il toccasana che non sana un bel nulla, medicina placebo, rimedio pronto e infallibile, cura del male con la creazione della vittima sacrificale. Dunque perfettamente efficiente.
Ma torno al libro, a questo percorso per l'abolizione della moderna galera, per l'abolizione di questa istituzione nata appena 250 fa e che invece mi appare percepita come antichissima, quasi preistorica, del tipo "così è sempre stato, così sempre sarà". Il ragionamento che fanno gli autori, e che mi trova ovviamente in accordo, nasce da alcune semplici considerazioni, ovvero dal fatto che il carcere, come si legge nella parte centrale, è:
1) intollerabile (degradazione e non rieducazione, un luogo fatto di sbarre e celle dove rinchiudere i propri simili come "animali feroci", come dice Zagrebelsky),
2)
insostenibile per i costi (3 miliardi all'anno in grandissima parte spesi per il personale e per il funzionamento del sistema, lasciando ai detenuti per il vitto poco più di 24 milioni annui),
3) inutile e incapace di garantire la sicurezza dei cittadini (non riduce il tasso di criminalità, al contrario è scuola di criminalità, affinando le capacità delinquenziali di chi viene incarcerato),
4) inefficace come strumento di punizione, o come sistema per "insegnare" ai detenuti a non delinquere di nuovo (
sette condannati su dieci commettono un nuovo reato dopo aver scontato la pena; ad esempio nel 1998 su 5.772 persone scarcerate, sette anni dopo ben 3.951 sono tornate in carcere, ovvero il 68,45 per cento),
5) afflizione e tortura (vedi sentenza Torregiani del 2013, e sentenza Sulejmanovic nel 2009),
6) gratuita violenza (vedi i casi di Asti, Parma, o l'uccisione di Stefano Cucchi).
Ed è da qui, secondo Manconi, Anastasia, Calderone e Resta, che nasce appunto la "ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini" frutto di un atto di coraggio contro la società carcero-centrica. "È arrivato il momento di osare" scrivono gli autori. Dove osare per me significa più semplicemente tornare a ripercorrere un pensiero di civiltà, come una specie, a me pare, di antica strada maestra, quella strada che un tempo veniva percorsa non tanto con coraggio ma piuttosto con buon senso e senso civile. Nel 1985 il tema dell'abolizione del carcere fu al centro di un convegno che si tenne a Parma organizzato da Mario Tomassini, morto nel 2006, grande nome della psichiatria italiana, amico di Basaglia, da sempre in prima fila contro manicomi e istituzioni totali.
Nel 1945 subito dopo la Guerra, il padre dell'Europa libera e unita Altiero Spinelli, così scriveva in una lettera indirizzata a Pietro Calamandrei:
"Più penso ai problemi del carcere più mi convinco che la riforma carceraria da effettuare è quella di abolire il carcere penale e sostituirlo con un luogo dove sia possibile una vita normale, controllata da magistrati, con possibilità di guadagnare, di sposarsi, di aver casa, di vivere civilmente".
E non è certo un caso che nella nostra Costituzione non ci sia mai la parola carcere e piuttosto si parli di pene che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Dunque una proposta che va accompagnata - come scrivono Manconi, Anastasia, Calderone e Resta - con una rivoluzione di tipo culturale, giuridica e politica. Ovvero con modifiche che "riducano l'ambito dell'applicazione del carcere sostituendolo con misure limitative della libertà (extramurarie) solo nei casi più gravi e per il resto con sanzioni di natura interdittiva, patrimoniale o riparatoria". In definitiva con la "riduzione del diritto penale". Una specie di passo indietro, se intendo bene il pensiero degli autori, del potere-strapotere del giudiziario. Il tutto attraverso un programma diviso in dieci punti che rappresenta la via per arrivare alla definitiva abolizione della prigione. In sintesi:
1) diritto penale come extrema ratio,
2) eliminazione dell'ergastolo e riduzione delle pene detentive,
3) decarcerizzazione nel codice e nella legislazione penale speciale,
4) giurisdizione penale minima,
5) eliminazione della carcerazione preventiva,
6) sanzioni invece che carcerazioni,
7) garanzie e rieducazione effettiva per i carcerati colpevoli di gravi reati,
8) umanizzazione e superamento dell'alta sicurezza e 41 bis,
9) escludere il carcere per i minori,
10) fine delle misure di sicurezza detentive.
Perché nessuno, nemmeno Berlusconi, spiegano, deve andare in galera.
A pagina 120 così scrive al termine della postfazione il profesor Zagrebelsky:


In una società che prenda le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare la frattura? Da qualche tempo si discute di giustizia ripartiva, restaurativa, riconciliativa. Studi sono in corso. Una prospettiva nuova e antichissima, al tempo stesso, che potrebbe modificare profondamente le coordinate con le quali concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto sociale...



Dunque un libro da leggere. Per capire.


domenica 10 maggio 2015

L'esecuzione di Farzad Kamangar



In memoria dell'esecuzione di Farzad Kamangar (di cui abbiamo già parlato a proposito del romanzo “Lullaby”) vi proponiamo questo intervento che ci ha mandato l'associazione Novel Rights, con cui collaboriamo e che vogliamo ringraziare.


Dear Friends and supporters,


Today we mark the 5th anniversary of Farzad Kamangar's execution.





"How did Farzad move so many people? Was it something in his voice, spreading across the internet and making him one of the most influential Iranian figures of 2010? Did he hypnotize us with his poems? His letters?

Farzad Kamangar couldn’t stop his torturers from breaking his chin and teeth, but he was able to maintain the life within him through imagination and literature. “I won’t let them kill me inside,” was his goal—and he reached it."




Ava Homa
Ava Homa/ Author; Lullaby

I will eventually get out of here. The butterfly that flew away in the night told me my fortune,” Farzad Kamangar wrote in prison, shortly before the Iranian government made the decision to place a noose around his neck.

It was on May 10, 2010—Mother’s Day—that Farzad’s mother heard through the media that her son, who had been told he would be released, was killed.

He had such a tender soul. He loved his students to pieces. Spring was his favorite season. He was born in spring,” his mother says in a video posted on YouTube. But tears stop her from continuing—from telling us that he was executed in his favorite season.

This man who loved spring and his students was charged with moharebeh (enmity with God and the state) and terrorism. It is true. Teaching young children their banned mother tongue terrorizes the Iranian oppressor.

special sale

Farzad Kamangar was tremendously popular, cherished by Kurds and non-Kurds, young and old, men and women. The love others had for him was, ironically, what convinced the authorities to execute him despite his obvious innocence. Popularity terrorizes dictators, who are nourished by hostility and antipathy in their nation.

How did Farzad move so many people? Was it something in his voice, spreading across the internet and making him one of the most influential Iranian figures of 2010? Did he hypnotize us with his poems? His letters?

Farzad Kamangar couldn’t stop his torturers from breaking his chin and teeth, but he was able to maintain the life within him through imagination and literature. “I won’t let them kill me inside,” was his goal—and he reached it.

In one of his letters—hich are still available on the internet—he describes being transported to Sanandaj Prison, Kurdistan. He paints a vivid picture of Kurdistan in the autumn for us through his view—not only from the window of the plane, but also through the window of his imagination. He writes little about his anguish, but instead about his moments of falling in love while listening to the music of legendary singer Abbas Kamandy and of hiking the Awyar Mountain. He is distracted from these memories only when the bitterness of the blood he accidentally swallows threatens to suffocate him.

The prison guard who anxiously checks that Farzad has survived a severe beating doesn’t know, cannot know, that Farzad, in his mind, is dancing at his wedding, waving his chopi—his handkerchief—in the air and shouting, “Cheers! Cheers to all the prisoners’ mothers who are awaiting reunion with their children. Cheers to all the men and women who lost their lives for their ideals.”

That is what has made Farzad Kamangar a legend. He is one of the few people on the planet—like Nelson Mandela, like Leila Zana—who was not broken under torture.

Lullaby / Ava Homa
Farzad Kamangar / Illustration: Tamar Levi

Farzad Kamangar was a teacher devoted to improving the life of village children. He was all too familiar with suffering, both directly in his own life and indirectly through others’ experiences. Farzad knew the pain of Kurds, the pain of ethnocide and linguicide. He was familiar with the widespread poverty in Kurdistan resulting from politicization of the region, with the abuse and violence suffered by women because of the government’s gender policies. For Farzad, the hurt wasn’t just the physical torture he endured—it was the pain of his nation.

His voice, his imagination, his words, his ability to touch the agony of others made Farzad Kamangar an icon representing all political prisoners who have been executed at the hands of the Iranian government. He was and still is a strong inspiration. He continues to live in the heart of all those who admire him. His voice continues to be heard not only through his own writing, but also in the poems and stories he inspired.

Novel Rights has published a short story inspired by Farzad Kamangar’s letters from prison: “Lullaby” offers a glimpse of his powerful reality.










venerdì 8 maggio 2015

Gli ospedali psichiatrici giudiziari, in graphic novel




Per Antonio, 25 anni, quell'edificio fortificato nella prima periferia della sua città è sempre stato, semplicemente, "il manicomio". La scoperta di quello che avviene dentro quelle mura, le vite delle persone (gli internati, ma non solo) che lì dentro passano la maggior parte delle loro giornate, e la scoperta di tutte le tensioni e i conflitti che gli si muovono intorno, lo porterà a trasformare la sua paura iniziale in una consapevolezza necessaria, ma non sempre piacevole.


Abbiamo rivolto alcune domande a Antonio Recupero che ringraziamo.


Il libro nasce da una sua esperienza personale: ce ne vuole parlare?


Quando mi sono laureato avevo 25 anni, e facevo parte di uno degli ultimi scaglioni tenuti alla leva obbligatoria. Come moltissima altra gente, senza particolari spinte ideologiche, optai per il servizio civile sostitutivo, considerandola una alternativa “comoda”. Riuscii ad essere assegnato presso un circolo ARCI della mia città, Barcellona Pozzo di Gotto, alle cui attività partecipavo abitualmente. Come scoprii, questo non mi dava diritto a nessun trattamento di favore (per fortuna, dico ora). Tra le varie attività in cui venne richiesto il mio impegno, ci fu quella della risocializzazione di alcuni gruppi di internati dell’OPG locale. Io a malapena sapevo cosa era un OPG, e nell’accezione comune lo si definiva abitualmente “il manicomio”. E’ ovvio quindi che la cosa mi spaventò non poco all’inizio. Ma la conoscenza della realtà dell’OPG, e degli internati come uomini vivi, pensanti, con fantasie, desideri e pulsioni che i farmaci riuscivano a malapena a mascherare e mai a sopprimere, mi ha fatto cambiare prospettiva molto in fretta. Le loro storie, anche se spesso terribili, erano affascinanti, e meritavano di andare oltre le mura e le sbarre che li contenevano.



Quali sono le condizioni, all'interno dell'OPG, sia per gli internati sia per gli operatori?


Gli OPG, come la galera, sono istituzioni totalizzanti, al di là delle loro finalità. Chi ci è costretto, ma anche chi ci lavora, si ritrova a vivere in una realtà assoluta e distante anni luce da quella che consideriamo abitualmente “la società civile”. Per alcuni internati, la privazione della libertà è quanto di più antiterapeutico possa esserci, e credo di poter dire questo sulla scorta di quanto emerso negli anni: valutazioni di pericolosità sociale rilasciate con leggerezza e in maniera preventiva e presuntiva hanno di fatto condannato ad un ergastolo bianco decine, se non centinaia, di persone che avrebbero potuto condurre vite normali con l’aiuto delle giuste terapie e con sostegno specialistico, e che invece hanno avuto la sorte di commettere un reato, spesso lieve, per via di una situazione di alterazione psichica. E se la malattia mentale (che una volta giuridicamente, comportava la c.d. incapacità di intendere e di volere, e quindi la non punibilità) diventa un motivo di colpa in sè e comporta pene più severe del normale, è evidente che vi è di fondo una aberrazione sia giuridica che umana. Chi si trova a lavorare a contatto con gli internati, che per primi patiscono questa situazione aberrante, rischia, come provato scientificamente, di sviluppare a sua volta situazioni di alterazione psicologica, stress e ansie, che si risolvono a volte in situazioni di abuso, a volte invece in una empatica incondizionata e acritica. E difficilmente si riesce a concepire, in entrambi i casi una nuova vita fuori dall’istituzione, per quanto intensamente la si desideri.


Quali segni ha lasciato, dentro di lei, quell'esperienza?


Sicuramente una maggiore consapevolezza di un fenomeno che è stato per troppo tempo ignorato per questioni di comodo, o peggio strumentalizzato da varie parti politiche. Proprio per questo ho voluto concentrarmi sulle persone, sul lato umano della questione, tralasciato con troppa frequenza.



 Quali sarebbero le attività di risocializzazione dedicate ai ricoverati? E risultano efficaci?


Intanto qualunque esperienza possa ridurre il senso di emarginazione e di coercizione è sicuramente utile. Parlare agli internati, portarli fuori dalle mura in cui si sentono costretti, concedergli qualche “fuga” se vogliamo metterla così. E in ogni caso la prima attività di risocializzazione e di terapia per gli internati è sempre il lavoro, perché è l’elemento che permette alle persone di costruire qualcosa nella loro vita, e di entrare in una fase “progettuale” della loro vita privata e sociale.



Parliamo anche dei disegni di Jacopo Vecchio che accompagnano i testi e della scelta di unire immagini e parole…


Con Jacopo si è creata subito una buona sintonia sulla storia, e ha saputo centrare immediatamente le fisicità di molti personaggi, associandoli perfettamente al loro carattere e, in alcuni casi, alla patologia che si portavano appresso. Nei primi studi aveva lavorato con uno stile molto complesso, fortemente caratterizzato, per poi invece scegliere di personalizzarlo di più, lavorando in sottrazione e arrivando ad una sintesi più efficace e meno appariscente. Nelle scene in cui appaiono gli internati, la linea chiara lascia spazio a delle sfumature di grigio che vanno ad accrescere la profondità delle scene. Il risultato è sotto gli occhi del lettore, che viene catturato immediatamente anche a livello visivo nei punti in cui il focus narrativo è più intenso. La scelta del fumetto ha permesso di raccontare questa realtà particolare con un approccio diverso, e il talento di Jacopo ha valorizzato particolarmente questa scelta.

martedì 31 marzo 2015

Chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari




L’Unione Camere Penali Italiane (Ucpi) e l’Osservatorio Carcere Ucpi denunciano “l’assoluta assenza d’informazione rispetto alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg), prevista per oggi, 31 marzo 2015. Mancano solo pochi giorni e molte Regioni – si legge in una nota dei penalisti – non hanno ancora individuato o attrezzato le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) e non è stata rivalutata la pericolosità sociale degli internati, al fine di determinare la loro futura destinazione”. Lo scorso 16 marzo l’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali ha visitato l’Opg di Montelupo Fiorentino e nella nota divulgata si legge: “... Vengano commissariate le Asl inadempienti e punita la responsabilità di coloro che non hanno reso possibile nei tempi programmati, nonostante i numerosi rinvii, l’applicazione concreta della riforma”.

Capiremo, quindi, quale sarà la decisione del governo e ne daremo notizia.





Intanto l'Associazione per i Diritti Umani vi propone il video dell'incontro con Gigi Gherzi: l'attore ha letto e recitato alcuni brani tratti dal suo nuovo libro intitolato Atlante della città fragile.

Un testo composto dalle storie di tante persone diverse per età, estrazione, professione, ma accomunate tutte da quella fragilità mentale che può colpire chiunque, per molti motivi. Una fragilità spesso condannata, punita, peggiorata da pratiche mediche inadeguate o dall'insensibilità di tanti.

Ringraziamo Gigi Gherzi per questo regalo.








Vi ricordiamo che i nostri video sono diponibili anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani e che organizziamo incontri con gli autori anche nelle scuole medie/superiori e in università. Se interessati, scrivete a: peridirittiumani@gmail.com
 





lunedì 30 marzo 2015

Oltre i tre metri quadri: il nuovo rapporto di Antigone relativo alle carceri


 


Colpisce subito un numero: il 100,8%, che si riferisce al tasso di affollamento delle carceri italiane. Si tratta di uno dei tanti numeri che fanno parte delle ricerche svolte per l'annuale rapporto di Antigone sullo stato degli istituti di pena, quest'anno intitolato "Oltre i tre metri quadri".

Nel testo si legge che i detenuti presenti al 28 febbraio 2015 erano 53.982, di cui il 32% stranieri. Al 31 dicembre 2013 erano invece 62.536. Ad oggi sono dunque 8.554 in meno rispetto a fine 2013. Antigone sottolinea che questo cambiamento "non è tuttavia servito a risolvere completamente il problema del sovraffollamento: i posti regolamentari in tutte le carceri del Paese sono infatti 49.943 secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). "Se si tiene conto delle detenzioni transitorie - si legge nel documento - il tasso di sovraffollamento potrebbe salire al 118%". Sono poi circa 4.200 i posti inutilizzabili per manutenzione. I reati L’Italia è tra i Paesi più sicuri al mondo con un tasso di 0,9 omicidi ogni 100mila abitanti, addirittura al di sotto della media Ue.

Dall'inizio dell'anno sono stati regitrati 9 suicidi e 44 i detenuti si sono tolti la vita nel corso del 2014. Numeri, superiori alla media europea. Nelle nostre carceri sono inoltre detenuti 14 combattenti jihadisti.

Il rapporto parla anche dei braccialetti elettronici: sono duemila circa quelli in uso oggi e il loro noleggio costa 2,4 milioni di euro.

La ricerca ha riguardato anche il 41 bis, il carcere duro che viene commentato con i seguenti dati: "Nelle carceri italiane, il numero complessivo di detenuto sottoposti al regime duro del 41 bis è pari a 725 e, secondo quanto dichiarato dall'amministrazione penitenziaria, sarebbero 14 i detenuti accusati o condannati per terrorismo internazionale jihadista".


Giovanni Torrente, di Antigone, ha così risposto alle nostre domande:


Come avete condotto l'indagine e quali i risultati significativi che emergono per quanto riguarda il sovraffollamento?



L’osservatorio di Antigone opera attraverso diversi strumenti, fra i quali uno dei più importanti è la visita all’interno degli istituti penitenziari. Antigone dispone infatti di un’autorizzazione ministeriale in base alla quale i suoi osservatori hanno la possibilità di visitare le carceri italiane e, attraverso una griglia di raccolta dati, verificarne le maggiori criticità.

Accanto a tale strumento, gli osservatori si avvalgono di informazioni raccolte tramite testimoni privilegiati, cronache giornalistiche e confronti con operatori del settore.

Tale attività quest’anno ha osservato la quotidianità detentiva a seguito dei provvvedimenti emanati per incidere sul sovraffollamento penitenziario. Il quadro che ne emerge mostra come, a fronte della diminuzione del numero di detenuti, non sia significativamente mutato il clima di tensione all’interno degli istituti. Ciò si deve anche al fatto che i provvedimenti adottati, pur incidendo significativamente sul numero di persone recluse, non ha invece toccato la composizione sociale della popolazione detenuta, che ancora oggi appartiene in larga parte a gruppi sociali fortemente marginali.




Un tema a noi caro: cosa scrive Patrizio Gonnella a proposito degli stranieri detenuti? E della possibilità, per loro, di professare la religione?



Chiaramente l’esercizio della propria religione costituisce un problema. Ciò si deve sia alla mancanza di spazi, sia alle limitate possibilità di accesso per i ministri del culto di alcune religioni – soprattutto islamica – sia infine per i pregiudizi culturali che ancora oggi accompagnano molti operatori della giustizia penale.



Nel report sono inserite infografiche che permettono di fare un confronto con la situazione carcaeraria di due anni fa: c'è stato un miglioramento? In che modo si dovrebbe intervenire per garantire i diritti di base ai detenuti?



Come dicevo, un miglioramento chiaramente c’è stato. Tuttavia non è riuscito ad incidere su quei fattori che ancora oggi incidono pesantemente sulla dignità della pena: dalla fatiscenza dei luoghi alla inadeguatezza del carcere nell’affrontare le situazioni di disagio in cui versano molti condannati (tossicodipendenza, malattia mentale, percorsi migratori irregolari ecc.).

Gli interventi necessari sarebbero naturalmente numerosi. La madre di tutte le riforme dovrebbe essere l’approvazione di un nuovo codice penale attraverso l’introduzione di un sistema di diritto penale minimo consono ai principi del garantismo penale. Ciò si tradurrebbe, tra l’altro, in una differenziazione delle pene, con la perdita della centralità del carcere a favore di altri strumenti puntivi (risarcitori, riparativi, interdittivi ecc.) A ciò si potrebbe accompagnare una riforma dell’ordinamento penitenziario in senso più favorevole alla tutela dei diritti fondamentali del condannato e che limiti i meccanismi più infantilizzanti delle procedure penitenziarie. Infine, occorrerebbe intervenire anche a livello organizzativo e strutturale. Il luogo di espiazione della pena dovrebbe infatti mutare radicalmente nelle sue pratiche e nei suoi luoghi, in modo da divenire qualcosa che ricordi sempre meno la prigione così come oggi noi la conosciamo.



Cosa recita l'Art. 35 e qual è il bilancio a sei mesi dalla sua entrata in vigore?



Il biliancio, allo stato attuale, è purtroppo piuttosto deludente. Come noto, la norma prevede un rimedio risarcitorio per quei detenuti che siano stati reclusi in condizioni ritenute dalla CEDU come inumane e degradanti. Tale rimedio si concretizza in un risarcimento pecuniario di 8 Euro per ogni giorno di detenzione in condizioni inumane e degradanti per quei detenuti che attualmente sono in libertà, e di uno sconto di pena di 1 giorno ogni 10 trascorsi nelle medesime condizioni per chi attualmente è ancora detenuto. Purtroppo tali rimedi si stanno attualmente scontrando con una giurisprudenza della magistratura di sorveglianza (che è l’organo preposto a riconoscere i risarcimenti) piuttosto altalenante e in alcuni casi eccessivamente restrittiva. Ne deriva quindi, in diverse situazioni, una scarsa effettività della norma nel porre rimedio alle violazioni commesse.
 
 

venerdì 20 marzo 2015

Chiamata urgente per la solidarietà internazionale: scioperi della fame in UK nei centri di detenzione dei migranti



Centinaia di persone sono in sciopero della fame in più della metà dei centri di detenzione per immigrati del Regno Unito. Questa è la più grande rivolta contro il sistema di detenzione razzista della Gran Bretagna da un decennio.

La gente sta parlando attraverso un blog -
Detenuti Voices https://detainedvoices.wordpress.com/ - e
Standoff Films https://www.facebook.com/standoffilms).

Per fare pressione internazionale sul governo del Regno Unito, abbiamo bisogno di proteste di solidarietà fuori dalel ambasciate britanniche, alti commissariati e consolati nei vostri Paesi, il più presto possibile. Abbiamo anche bisogno di giornalisti stranieri per coprire lo sciopero della fame.

Fateci sapere se ci potete aiutare a fare questo. Le persone all'interno sono estremamente motivate di sapere se la conoscenza della loro protesta si sta diffondendo. Ogni copertura è una vittoria.

Messaggi di supporto / foto possono essere inviate a detainedvoices@riseup.net. Se volete parlare con un portavoce dei detenuti possiamo anche mettervi in contatto.

Le proteste arrivano dopo che un canale TV ha divulgato filmati segreti dall'interno di queste prigioni razziste:

Channel 4
(Http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-undercover-video).

Guarda Corporate
http://www.corporatewatch.org/news/2015/mar/04/harmondsworth-immigration-detention-centre-secret-filming-mitie

Ma la copertura mediatica nel Regno Unito è stata quasi interamente limitata ad un unico canale televisivo - Channel 4: http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-hunger-strike).
L'unica altra copertura consistente proviene da Russia Today: http://rt.com/uk/240205-detention-center-hunger-strike/).

Le persone detenute e coinvolte nelle proteste chiedono che la loro lotta sia conosciuta da tutti.

Ci sono state azioni di solidarietà: se volete, potete vedere Raids Anti:
https://network23.org/antiraids/2015/03/12/ongoing-resistance-at-harmondsworth-and-colnbrook-detention-centres/

E' stato anche bloccato un autobus che stava portando alcune persone in aereoporto per essere deportate in Afghanistan.


Amore, rabbia e solidarietà

________________________________________________________________________________



Urgent call for international solidarity: hunger strikes in UK migrant detention centres



Hundreds of people are on hunger strike in over half of the UK's immigration detention centres. This is the biggest uprising against Britain's racist detention system for a decade.


People are speaking out through a blog -

Detained Voices https://detainedvoices.wordpress.com/ - and

Standoff Films https://www.facebook.com/standoffilms).



To put international pressure on the UK government, we need solidarity protests outside British Embassies, High Commissions and Consulates in your countries, as soon as possible. We also need foreign journalists to cover the hunger strike.



Please let us know if you can help organise this. People inside are hugely motivated to know that knowledge of their protest is spreading. Any coverage is a win.



Supportive messages/photos can be sent to detainedvoices@riseup.net. If you would like to speak to a media spokesperson from those detained we can also put you in contact.



The protests come after a TV channel released secret footage from inside these racist prisons:



Channel 4

(http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-undercover-video).



Corporate Watch

http://www.corporatewatch.org/news/2015/mar/04/harmondsworth-immigration-detention-centre-secret-filming-mitie



But media coverage in the UK has been almost entirely restricted to a single TV channel - Channel 4: http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-hunger-strike).

The only consistent other coverage comes from Russia Today: http://rt.com/uk/240205-detention-center-hunger-strike/).



People detained and involved in the protests ask that their struggle be known by all.



There have been UK solidarity actions regularly over the last week. See Anti Raids: https://network23.org/antiraids/2015/03/12/ongoing-resistance-at-harmondsworth-and-colnbrook-detention-centres/

A bus taking people to the airport due to be deported to Afghanistan was also blocked.




Love, rage and solidarity