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domenica 3 gennaio 2016

Due visite al CIE di Ponte Galeria, le tante ragioni per volerlo chiuso




Il 3 dicembre 2015, una delegazione della Campagna LasciateCIEntrare è entrata nel CIE di Ponte Galeria, grazie alla possibilità venutasi a creare con l’ingresso dell’europarlamentare Elly Schlein (S&D) del deputato Stefano Fassina (SI) della Portavoce dell’europarlamentare Barbara Spinelli, Daniela Padoan.
Si è avuta l’opportunità di restare nel centro per quasi l’intera giornata, visitando con meticolosità tanto il settore maschile che quello femminile. Una visita precedente, sempre della Campagna, si era già svolta il 30 novembre scorso.
E pur apprezzando la disponibilità a garantire l’ingresso nel Centro, ci sembra opportuno segnalare alcuni elementi di estrema gravità.
 
  1. Le condizioni del centro (mancanza di riscaldamento e in alcuni settori di acqua calda, wc alla turca rotti, perdite di acqua anche nei locali mensa, sporcizia e cedimenti strutturali, assenza di adeguate forniture igieniche e di vestiario) sono assolutamente inadeguate a garantire la dignità delle persone trattenute. La direzione ha dichiarato di aver lungamente chiesto un intervento mai effettuato che comunque porterebbe a dover temporaneamente diminuire il numero di persone trattenibili nel centro, oggi quasi al limite della capienza (196 persone sui 250 considerati tetto massimo).
  2. L’altissimo numero di ragazze prevalentemente nigeriane, colpite subito dopo l'ingresso in Italia da provvedimento di respingimento cd. differito e decreto di trattenimento e ristrette al CIE dove, finalmente rese edotte della possibilità di richiedere asilo, hanno tutte inoltrato richiesta di protezione internazionale. In questi giorni le donne sono la maggioranza fra i trattenuti (105 rispetto ai 91 uomini). Queste donne, come tutti i richiedenti protezione, se il loro trattenimento è stato convalidato (come avviene quasi sempre) dal tribunale ordinario, restano rinchiuse nel Cie fino al momento della convocazione in Commissione per l’intervista ed alla successiva decisione.
  3. Nei casi in cui il tribunale non convalida il trattenimento, a detta del direttore del cento il 90%, i richiedenti protezione vengono liberati e tradotti in un Centro di Accoglienza Straordinaria, in attesa della decisione della Commissione territoriale. Nei casi in cui il trattenimento venga convalidato o prorogato (tutti quelli nei quali ci siamo imbattuti) la privazione della liberà può durare - a causa delle recenti modifiche introdotte con l'art. 6 del decreto legislativo 142/2015 - fino 12 mesi, in attesa dapprima della decisione della Commissione e poi, qualora la decisione sia negativa, dell'esito del ricorso avverso il diniego.
  4. Di fatto il CIE di Roma risente dell’effetto “hotspot” per cui diviene il luogo dove rinchiudere in attesa di rimpatrio le persone che, appena approdate dopo essere state salvate in mare anche da navi di soccorso “indipendenti” come quelle di Msf, sono state evidentemente registrate, subito dopo la fotosegnalazione, come “Cat 2” (ingresso irregolare) secondo quanto indicato nella “Road Map Italiana” del 28 settembre 2015 a firma del Ministro dell'Interno (che non ha alcun valore di legge né dovrebbe poter incidere sui diritti inviolabili degli stranieri in ragione della riserva di legge posta dall'art. 10 comma 2 costituzione). In sintesi, appena approdati i profughi vengono divisi (presumibilmente in base alla nazionalità, atteso che non viene fornita loro alcuna informativa sulla possibilità di chiedere protezione) tra “irregolari” e “ricollocabili” ovvero potenziali richiedenti asilo.
  5. Agli irregolari viene prontamente notificato un decreto di respingimento con ordine di lasciare il territorio e fare rientro nel proprio paese entro sette giorni via Fiumicino, e a molti di loro viene anche notificato il decreto di trattenimento sulla base del quale vengono condotti (spesso senza soluzione di continuità) nel Cie di Roma.
  6. Solo qui resi, edotti della possibilità di chiedere protezione messi nelle condizioni di manifestare tale volontà, presentano apposita istanza che comporterà, come detto, specifica ed ulteriore convalida del trattenimento che potrà protrarsi nella peggiore delle ipotesi fino ad un anno, diversamente da quanto accade per gli altri trattenuti per i quali i termini massimo di trattenimento scadono al novantesimo giorno.
  7. E' da segnalare a tale proposito che nei decreti viene indicato come presupposto del trattenimento la pretestuosità della domanda di protezione in quanto presentata dopo il decreto di respingimento quando invece di fatto è stato impedito (anche a causa della mancata ed idonea informativa legale) ai profughi appena approdati di chiedere asilo prima del respingimento. Si tratta di una truccata gara contro il tempo: la pubblica amministrazione notifica immediatamente il respingimento ai profughi di modo da poter indicare come pretestuosa al domanda di protezione fatta dopo e quindi di poter avvalorare il trattenimento fino a 12 mesi e l'eventuale rimpatrio.
  8. Questa operazione non solo è illegittima perché contraria alla normativa in materia di protezione e asilo e posta in violazione di diritti fondamentali della persona, ma è inutilmente costosa. Trattenimenti, udienze, gratuiti patrocini, trasferimenti, scorte, rimpatri, procedimenti giudiziari e amministrativi, costano allo stato italiano molti più soldi della semplice accoglienza dei richiedenti asilo.
  9. Anche alla luce dell’incontro con personale della questura, permane forte il dubbio che ad intervenire almeno in un caso di rimpatrio, quello del 17 settembre verso Lagos, con un volo charter che si è fermato per varie tappe europee, siano stati presenti funzionari di FRONTEX. Un elemento su cui è necessario un chiarimento da parte delle autorità interessate.
  10. Un altro elemento problematico è legato alla presenza di funzionari dei consolati che debbono svolgere il proprio mandato di riconoscimento dei trattenuti e di rilascio di documento di viaggio Alcuni paesi non rispondono a tale richiesta, altri identificano i propri connazionali ma non forniscono poi il nulla osta necessario al rimpatrio, altri ancora effettuano identificazioni sommarie che comportano il rischio - già presentatosi con una presunta minorenne nigeriana - di identificazioni (e conseguenti provvedimenti di rimpatrio) di massa e quindi potenzialmente fallaci, poste anche ai danni di persone ad alto indice di vulnerabilità e dunque potenzialmente inespellibili.
  11. Per quanto riguarda le ragazze nigeriane - la cui età copre generalmente un range che va dai 18 ai 25 anni, anche se molte sembrano minorenni - oltre ad essere quasi sempre vittime di violenze atroci subite in Libia, raccontano frammenti di storie e portano avanti richieste (come quella di acquistare un modesto cellulare per poter utilizzare la scheda SIM di un unico gestore, con numero italiano e contatti già definiti) che sembrano palesi indizi di tratta finalizzata allo sfruttamento per motivi sessuali.
  12. Fra gli uomini, invece, coloro che hanno ricevuto il decreto di respingimento sono decisamente in percentuale inferiore: quasi tutti sono stati colpiti da decreto di trattenimento in seguito a decreto di espulsione. Molti di loro si trovano in Italia da alcuni anni ed erano già titolari di permesso di soggiorno poi venuto a scadere. Continua ad esserci l’afflusso di ex detenuti, non congruamente identificati o privi comunque del nulla osta necessario rilasciato dalle autorità del Paese d'origine per il rimpatrio forzato. Persone che ormai con frequenza vengono tradotte nel CIE, liberate dopo la convalida o la proroga del trattenimento e poi nuovamente fermate e trattenute, a dimostrare di come occorra un cambiamento strutturale della legge.
Gli uomini presenti al momento della visita sono per lo più provenienti da paesi del Maghreb e dall’Africa Sub- Sahariana, meno gli asiatici e gli europei, la loro età media è più alta rispetto alle donne. Abbiamo incontrato fra gli altri gli uomini fermati nel Centro di Accoglienza Baobab il 24 novembre scorso, sono in 11, ognuno con una propria storia particolare. Fra questi un ragazzo della Guinea Bissau, che parla unicamente mandinga e si dichiara ed appare visibilmente minorenne. Nel suo caso l'esame rx del polso si è rivelato una volta di più invasivo e totalmente fallace ai fini dell'accertamento dell'età. L’inattendibilità degli esami radiologici risulta evidente dalla lettura della relazione resa dal Prof. Ernesto Tomei (Radiologo - Professore Associato, Dipartimento di Scienze Radiologiche Università di Roma “La Sapienza” sentito in qualità di massimo esperto in materia anche nella seduta della Bicamerale Infanzia del 25 ottobre 2010) a tenore della quale: L’atlante dell’età ossea di Greulich e Pyle, è il più comunemente usato per la pratica clinica. Il test di Tanner e Whitehouse appare per alcune aspetti più dettagliato ma è meno usato perché considerato più farraginoso. Entrambi si basano sulla radiografia mano/polso (…...) In riferimento alla situazione Italiana ed Europea bisogna considerare che la presenza di immigrati di diversa provenienza rende comunque problematico l’uso di questi atlanti. E’ stato anche proposto di vietarli per legge. Una ricerca su più popolazioni appare complessa e potrà tuttavia essere programmata solo successivamente ad uno studio della popolazione presente in Italia”.
  1. Peraltro già il 9 luglio 2007 era stata emanata una circolare del Ministro dell’Interno, che introduceva nuovi criteri per accertare le generalità in caso di d’età incerta, ed imponeva la presunzione di minore età nel caso di dubbio, proprio per evitare il rischio di adottare erroneamente provvedimenti gravemente lesivi dei diritti dei minori, quali l’espulsione, il respingimento o il trattenimento, anche in considerazione del margine di errore fino a due anni dell'esame tramite misurazione del polso. Il superamento di tale modalità di accertamento dell'età è stato raccomandato da tutte le ong competenti nonché dal Parlamento Europeo (risoluzione 12 settembre 2013)
  2. Erano presenti poi uomini fermati in seguito ad accertamenti anti terrorismo (in moschea o ai danni di uomini “barbuti”) estranei a qualsiasi attività terroristica ma privi di permesso di soggiorno.
  3. Abbiamo avuto conferma che una parte dell’assistenza sanitaria ai trattenuti verrà garantita da ora in poi, attraverso prestazioni dirette della ASL RMD. Il protocollo firmato nello stesso giorno della nostra visita prevede che tale collaborazione riguarderà esclusivamente le visite all’arrivo, finalizzate a alla presa in carico o meno dei singoli nel CIE e le analisi nel corso della detenzione: i detenuti non dovranno più essere portati all’esterno per le analisi in quanto la ASL ha un proprio laboratorio che potrà occuparsi di analizzare i prelievi che saranno svolti internamente dal personale medico del CIE e che saranno poi inviati alla ASL. L’assistenza medica dentro al CIE rimane invece totalmente ed unicamente responsabilità dell’ente gestore con il proprio personale medico-infiermieristico rispetto alla quale molti detenuti han lamentato l’insufficienza e inadeguatezza.
  4. Abbiamo avuto modo di incontrare, tanto nel settore femminile che in quello maschile, numerosi e comprovati casi di vulnerabilità che necessitano di urgentissimo intervento. Stati depressivi o di frustrazione, determinate anche dall'assoluta inadeguatezza dei luoghi a garantire la dignità dei trattenuti, dall'assenza di prospettive future, stanchezza, stato di abbandono e inattività, condizioni tutte in grado di generare fenomeni di autolesionismo e tendenze al suicidio. Più di una delle persone con le quali abbiamo interloquito ci ha manifestato di non poter sopportare un eventuale rimpatrio forzato, per le conseguenze drammatiche e fatali che questo comporterebbe.
  5. Un'attenta analisi merita la questione dell’accesso alla difesa. Molte delle persone incontrate hanno avuto unicamente un avvocato d’ufficio del quale riferiscono di ignorare anche il nome (peraltro in molti dei fogli consegnati ai trattenuti nello spazio bianco in cui dovrebbe essere segnato il nome dell'avvocato designato per la convalida, appare la scritta “ufficio” al posto delle generalità del difensore.) Altro problema serio deriva dal fatto che molte persone, soprattutto le ragazze nigeriane, si sono ritrovate quasi tutte come avvocato assegnato il medesimo difensore, peraltro avvertito quasi contestualmente all'ente gestore dell'invio dei fermati nel Cie
  6. Sempre in base alle testimonianze raccolte, il legale in questione è presente all’atto della convalida (il “gettone” di udienza con il gratuito patrocinio garantisce un introito di 120 euro per ogni singola udienza) ma poi non si impegna con il medesimo zelo nelle fasi successive di eventuali ricorsi avverso il rifiuto di protezione da parte della Commissione, fasi per le quali non risulta esistere alcuna automaticità di accesso al gratuito patrocinio. Comunque la sola presenza delle associazioni di tutela – che operano soprattutto con le donne – e dei legali che ormai gravitano stabilmente intorno al centro risulta insufficiente per garantire quel diritto alla difesa fondamentale per chi al momento è privato della libertà personale ma poi potrebbe anche essere oggetto di rimpatrio forzato.    

lunedì 19 ottobre 2015

Barbara Spinelli denuncia l’operazione di rimpatrio di venti donne nigeriane potenziali vittime di tratta




Barbara Spinelli, eurodeputato al Parlamento Europeo GUE/NGL denuncia l’operazione di rimpatrio di venti donne nigeriane potenziali vittime di tratta effettuata il 17 settembre a Roma.


Bruxelles, 15 ottobre 2015

 

Dopo il rimpatrio forzato di circa venti donne nigeriane vittime di tratta, avvenuto il 17 settembre a Roma, BarbaraSpinelli ha inviato una lettera di denuncia al Viminale, all’agenzia europea Frontex e, per conoscenza, all’Ombudsman e al sottocomitato Onu contro la tortura.

 

Le donne soggette a procedura di rimpatrio facevano parte di un gruppo di sessantanove nigeriane soccorse in mare, sbarcate a Lampedusa e Pozzallo e condotte nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria (Roma) il 23 luglio scorso. Tutte avevano dichiarato di aver subito violenza dall’organizzazione Boko Haram, o di essere state comprate da trafficanti per poi essere vendute sul mercato europeo della prostituzione. Tutte avevano subito ricatti psicologici e molte portavano il segno di cicatrici, ustioni e torture inflitte dai loro aguzzini per essersi ribellate.

La maggior parte aveva fatto richiesta di protezione umanitaria e ricevuto un diniego da parte della Commissione territoriale, contro il quale gli avvocati avevano presentato ricorso.


Il rimpatrio del 17 settembre è stato programmato nonostante fossero in corso le pratiche per la sospensione del diniego e – cosa ancor più grave – è stato eseguito malgrado il contemporaneo pronunciamento del Tribunale di Roma, prontamente comunicato alla Questura dagli avvocati della Clinica Legale dell’Università di Roma 3. Nonostante la pressione esercitata dagli attivisti nell'aeroporto di Fiumicino, una sola donna nigeriana cui era stata concessa dal Tribunale la sospensione dell'esecutività del rimpatrio è stata fatta sbarcare. Almeno altre due destinatarie di un ordine analogo – notificato alle 13.43 dagli avvocati alla Questura di Roma, dunque ben prima che l’aereo lasciasse il territorio italiano, alle 15.30 circa – sono state rimpatriate, contravvenendo alla pronuncia del Tribunale.

Nello stesso giorno, sono stati emessi altri dodici provvedimenti di sospensione.

 
Barbara Spinelli ha chiesto di conoscere le modalità, la pianificazione e i responsabili dell'esecuzione dei provvedimenti di allontanamento forzato, i relativi costi e il personale impiegato nell’operazione, il numero esatto delle persone rimpatriate e le motivazioni per ogni singolo caso, con specifico riferimento all’effettiva salvaguardia del diritto alla difesa e alle ragioni per cui non si è ritenuto di attendere l’esito delle richieste di sospensione del rimpatrio.

Nella lettera si chiede se l’aereo decollato da Roma per Lagos fosse un volo charter coordinato da Frontex con altri Stati membri, se una squadra dell’Agenzia si trovasse effettivamente nel centro da dove è partita l’operazione, come riportato da testimoni, e, in questo caso, con quali compiti e mandato.

 
L'eurodeputato chiede infine come Frontex intenda garantire la trasparenza nelle procedure – in particolare l’accesso agli organi della giurisdizione nazionale per salvaguardare il diritto a un ricorso effettivo (sancito dall’art. 13 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e dall’art. 13 del Regolamento frontiere Schengen e come prescritto nel Return Handbook della Commissione europea) – in caso di respingimento alla frontiera.

 
Nella lettera si sottolinea il ruolo di garanzia e controllo che deve essere svolto dalle associazioni della società civile, che sempre più vengono invece tenute all’oscuro delle operazioni di rimpatrio, malgrado i ripetuti richiami da parte dell’Ombudsman e gli impegni dichiarati dall’agenzia Frontex.



A questo link,  la lettera

giovedì 17 settembre 2015

Barbara Spinelli e il rimpatrio delle ragazze nigeriane




APPELLO DI BARBARA SPINELLI ED ELLY SCHLEIN: IMMEDIATA SOSPENSIONE DEL RIMPATRIO DI TRENTA RAGAZZE NIGERIANE





Disapproviamo con forza quanto sta avvenendo in queste ore nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Trenta giovani donne nigeriane stanno per essere rimpatriate in un Paese che non corrisponde a nessuno dei canoni di sicurezza stabiliti dalle convenzioni internazionali, considerato insicuro anche dal sito della Farnesina, in disaccordo con quello del Viminale. Gli avvocati non sono stati ammessi ai colloqui con le ragazze. Le associazioni che hanno normalmente accesso al Cie non sono state messe nelle condizioni di appurare se le ragazze facciano parte del gruppo delle sessantasei nigeriane vittime di tratta rinchiuse da un mese e mezzo nel centro, per le quali nei giorni scorsi si è mobilitato anche il sindaco Ignazio Marino – tutte con visibili segni di violenza e alcune di ustione. Secondo gli attivisti che presidiano il Cie, le trenta nigeriane sono da poco state caricate su un pullmino diretto all’aeroporto di Fiumicino. Un provvedimento di rimpatrio metterebbe a serio rischio la vita delle ragazze, pienamente da considerare soggetti vulnerabili, tutelate dagli articoli 11 e 12 della Direttiva 2011/36/UE e gli articoli 20 e 21 della Direttiva 2011/95/UE, alle quali non è stata nemmeno data la possibilità di avvalersi delle misure sospensive previste dall’articolo 39 CEDU. Ci uniamo alla Campagna LasciateCIEntrare e alle tante organizzazioni e associazioni mobilitate in loro difesa per denunciare gli accordi con la Nigeria e i voli congiunti di Frontex, e chiedere l’immediata sospensione del provvedimento.
 

domenica 13 settembre 2015

#Stop war not people

#StopWarNotPeople APRIRE LE FRONTIERE, FERMARE LE GUERRE, RESPINGERE I RAZZISTI#refugeeswelcome #milanolibera13 settembre 2015 dalle h.15 PRESIDIO @PIAZZA DUCA d’AOSTA – STAZIONE CENTRALE dalle 14.00 JAM HIPHOP, cucine solidali, mercatini dell’usato e dello scambio, lezioni di italiano in piazza e tanto altro!dalle 19.00 presentazione del nuovo film di ASCANIO CELESTINI, proiezione di ASMARINA.

Nel pomeriggio, l'Associazione per i Diritti umani c'era! Organizzata da "Cantiere": ecco il comunicato e le foto:

Ondate umane si infrangono sui muri della fortezza europa, su quelli fatti d’acqua e guardie costiere, su quelli di eserciti e filo spinato, di gas urticante e polizie, di prigioni per l’identificazione e l’espulsione e respingimenti forzati.Dopo la propaganda a seguito della nascita dell’U.E., che faceva un vanto dell’abolizione delle frontiere interne e della possibilità di libero movimento, tornano improvvisamente in azione anche i check point tra un paese e l’altro, come risposta alla situazione di migliaia di uomini, donne e bambini costretti ad accamparsi su una scogliera al confine tra Italia e Francia, al bordo di un’autostrada tra Francia e Inghilterra o a morire nel cassone di un tir tra Ungheria e Austria.Di fronte all’emergenza umanitaria causata dalle guerre che circondano ormai completamente l’Europa, dalle speculazioni, da una crisi globale che lascia i poveri a litigarsi le briciole mentre l’1% si spartisce la torta, aprire le frontiere non è un’istanza buonista o un gesto caritatatevole, ma un primo e minimo atto dovuto: migranti, profughi e rifugiati scappano dalle guerre scatenate dagli interessi delle lobby di armi e petrolio, dai regimi e dai gruppi fondamentalisti finanziati e spalleggiati dalle “democrazie occidentali”, dalla miseria seminata da vecchi e nuovi colonialismi.Aprire le frontiere perchè non si tratta di un’invasione, ma di una crisi sistemica, dove emigrare rimane l’unica scelta possibile nella ricerca di un futuro e una vita degni. E soprattutto fermare le guerre, fermare le stragi, fermare i crimini contro vita e dignità.Gli stessi assassini che dalle poltrone votano e soffiano sul fuoco delle guerre sono spesso gli stessi che prima stipulano affari con i peggiori dittatori, poi speculano sulla pelle di chi scappa disperato dai propri paesi (con i business del mercato in nero e della gestione mafiosa dei flussi migratori, intascando fondi e appalti e lasciando i rifugiati a vivere in condizioni indegne come succede a Bresso) e sono gli stessi che per difendere questo sistema e racimolare quattro voti diffondono razzismo e guerra tra poveri, servendosi pure degli utili idioti disposti a dar fuoco a un campo rom, assaltare un c.i.e. o pestare un migrante. La Lega, d’altronde, ce lo ha ben mostrato con i decennali rapporti con Afewrki, dittatore dell’Eritrea, cui ha passato armi, con cui fa affari, salvo poi lamentarsi davanti alle migliaia di persone che scappano dalla guerra civile.Gente del genere, che si definisce “fascista del terzo millennio”, ma ignorante e braccio armato degli interessi forti come nel secondo e come sempre, vorrebbe radunarsi da tutta Italia nella Milano Medaglia d’oro alla resistenza, peraltro proprio nei giorni dell’anniversario dell’omicidio di Abba Abdoul Guibre, un ragazzo diciottene italiano originario del Burkina Faso ammazzato al grido di “sporco negro” da tre fascisti nell’onda di queste vergognose retoriche della paura.L’appello è a tutta la Milano solidale, meticcia, antirazzista; la milano che in stazione centrale mostra il suo volto migliore sostenendo i profughi ben prima che le istituzioni si sveglino; che è disgustata dalle immagini di Ventimiglia, di Calais, di Kos, di Budapest; che non è più disposta a tollerare le stragi in Siria, in Libia, in Eritrea, nel Kurdistan turco e siriano e purtroppo in molti altri paesi.L’appello è alla Milano che apre sportelli legali, organizza raccolte di cibo, vestiti e generi di prima necessità, che organizza scuole di lingua e si batte per i diritti e la dignità di tutte e tutti, che accoglie migranti e rifugiati, che respinge i razzisti di ogni natura.RESTIAMO UMANI.













venerdì 31 luglio 2015

Family reunification not deportation!

di Mayra Landaverde  (Mayralandaverde.it)



Ogni volta che lui era in ritardo anche di soli cinque minuti io pensavo subito che l’avessero fermato. Pensavo gli avessero chiesto i documenti e sapevo bene che andava in giro senza nemmeno una fotocopia del passaporto, perché fra gli stranieri senza permesso di soggiorno si dice così, non portare il passaporto se no ti mandano indietro al tuo paese, invece senza documenti loro non possono sapere da dove vieni.

Io sono stata fermata solo una volta quando non avevo ancora il mio permesso ma non mi hanno fatto niente, mi hanno lasciata andare subito. I poliziotti erano impegnati con due ragazzi che non parlavano l’italiano.

Così quando lui era in ritardo cominciavo ad agitarmi tanto, tantissimo. Perché avevamo già un bambino...Se l’avessero fermato, io cosa avrei fatto? Nel migliore dei casi l’avrebbero espulso, nel peggiore dei casi l’avrebbero rinchiuso in un CIE, e lì sì che sarei andata fuori di testa. Decisi, nel caso l’avessero espulso, di andare subito a vivere nel suo Paese perché volevo vivere con lui e il nostro bimbo, non importa dove.

Non è mai successo, siamo ancora qui a Milano insieme e tutti quanti ora abbiamo il permesso di soggiorno. Anche se ogni due anni ci viene l’ansia del rinnovo, che comunque è legato al lavoro, e si sa, noi siamo solo mano d’opera, mica abbiamo una vita vera.

Il 20 luglio 2015 Emma Sanchez (messicana) e Michael Paulsen (statunitense) si sono sposati con rito cattolico davanti al muro che separa Tijuana in Messico da San Diego negli Stati Uniti.

Non hanno scelto loro il posto. Emma è stata espulsa dagli USA 10 anni fa. Ha vissuto negli Stati Uniti per 5 anni senza permesso di soggiorno, ha conosciuto suo marito, si sono sposati in Comune e hanno avuto dei figli. Così Emma ha deciso di tornare a Ciudad Juarez in Messico per rientrare negli Stati Uniti in modo legale. L’hanno fermata e le hanno dato il divieto di ingresso negli USA per 10 anni, anche se lei era già sposata con un cittadino americano e aveva tre figli.

I suoi figli la vanno a trovare a Tijuana una volta a settimana. Questo è l’ultimo anno dal mandato. L’anno prossimo proverà ancora ad entrare legalmente negli Stati Uniti.

Il governo statunitense deporta in media ogni anno 400.000 migranti, il 75% dei quali sono messicani. Di questi, 152.000 sono genitori di bambini nati su suolo americano, quindi con la cittadinanza americana. I bambini rimangono negli USA con i parenti più vicini oppure nelle strutture fatte apposta per accogliere i figli di migranti deportati.

Nel 2011 erano 5.100 minori. Non ci sono dati attuali precisi, visto che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) non li considera nemmeno.

Nel 2013 un gruppo di parlamentari repubblicani e democratici ha proposto una riforma alla legge per l’immigrazione con dei punti specifici sulla “Reunification family”. Queste riforme permetterebbero ad esempio di richiedere un visto temporaneo ai genitori deportati affinché regolarizzino la propria situazione rimanendo nel Paese, cioè senza essere obbligati a lasciare i propri figli.

Mentre il parlamento discute questa legge le persone si sposano davanti ai muri di confine, i bambini crescono senza madri o padri e le mogli piangono per i loro mariti. Chi può rispondere ad Alexis Molina, figlio di Sandra Payes deportata da anni in Guatemala, che si chiede come mai sua madre non c’è più?


mercoledì 1 luglio 2015

EU013 L'ultima frontiera

 
 




Ogni anno migliaia di cittadini stranieri vengono trattenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.i.e.) italiani per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino ad un anno e mezzo senza aver commesso reato: questo genere di detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen.



Il documentario, EU013 - L'ultima frontiera, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese, mostra gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di una identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. E i CIE sono la conseguenza estrema di questa idea.


Il film è stato presentato al Festival di Rotterdam e al Festival dei popoli. E' stato vincitore, nel 2012, del Premio Maria Grazia Cutuli.



Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Cosentino che ringraziamo tantissimo per il tempo che ci ha dedicato.


 


Nel titolo si parla di “ultima frontiera”: qual è il collegamento tra un CIE e il concetto di frontiera?

I collegamenti sono molteplici: uno è un collegamento fisico-geografico perchè il Cie è una sorta di limbo in cui si rimane intrappolati. Ci sono persone che fanno anche dieci anni dentro e fuori dai CIE oppure dal circuito carcere-CIE e questi rappresentano il prolungamento delle frontiere all'interno del territorio nazionale. E poi c'è un discorso simbolico/ideologico per cui i CIE sono la manifestazione delle politiche di frontiera all'interno dell'area Shengen, per cui per abbattere queste frontiere sono stati costruiti i CIE per escludere i cosiddetti “extra-comunitari” che da categoria burocratica sono diventati una categoria simbolica nel senso che la parola “extra-comunitario” ha perso la sua valenza originaria per indicare, invece, uno stigma, per indicare persone povere, reiette, criminali. Non indichiremmo mai come “extra-comunitario” uno svizzero o un americano...Quindi i CIE fanno parte di questa costruzione simbolica razzista.
 


Su cosa si basano il teorema dell'invasione e la paura nei confronti degli immigrati ?


Vedere delle persone in gabbia, pur non avendo loro commesso alcun reato, conferma lo stereotipo che siano socialmente pericolose e da allontanare dal vivere civile. Questo serve a confermare l'apparato di costruzione di un nemico. Ed è quello che abbiamo raccontato con questo documentario.


Quali sono le condizioni di sopravvivenza all'interno di un CIE?


Come mi diceva poco tempo fa uno dei nostri protagonisti, Lassaad, la persona viene totalmente annientata ed è difficile sopravvivere perchè i CIE sono istituzioni totali in cui si annienta la persona umana, come lo erano i manicomi.
Il tempo che non passa mai, l'ingiustizia di essere rinchiusi per non avere commesso nulla, non si viene rimpatriati, i carcerieri decidono per te qualsiasi cosa: tutto questo, protratto per 18 mesi, ti porta ad essere annullato come essere umano.
L'unica forma di sopravvivenza è la rivolta. Abbiamo avuto una sentenza della magistratura, a Crotone, nel dicembre 2012, in cui il giudice D'Ambrosio ha assolto per legittima difesa tre migranti che avevano danneggiato il CIE, dando vita alla rivolta. Questo perchè, dopo un'ispezione a sorpresa, è emerso che le condizioni all'interno del CIE erano così gravi da produrre una lesione pesantissima dei diritti umani per le persone. E' stata una sentenza rivoluzionaria.
A Gradisca, invece, le rivolte sono state duramente represse e un ragazzo è finito in coma.



Cosa succede ai migranti allo scadere dei 18 mesi?


Di solito viene dato un foglio di via con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7-15 giorni, cosa che puntualmente non fanno perchè, spesso, sono persone già radicate in Italia. Al successivo controllo dei documenti finiranno di nuovo nel CIE per altri 18 mesi, spostati come pacchi da Nord a Sud, senza che ci sia un criterio o una spiegazione logica per cui, ad esempio, uno preso a Milano venga potato nel CIE di Roma e poi trasferito a Gorizia, etc. con spese incredibili per lo Stato.



Avete ripreso gli operatori di Ancona e di Fiumicino mentre fanno i controlli...qual è la sua opinione a riguardo?

A noi serviva far vedere come loro applicano quella che è un'idea politica. Poi ognuno ha il proprio ruolo in questa società e in questo gioco assurdo ci sono due protagonisti: gli uomini della Polizia e i migranti. E noi volevamo mostrare tutti. Non potevamo riprendere la Polizia all'interno dei CIE, ma soltanto a livello della frontiera: il nostro occhio è volutamente neutro, abbiamo semplicemente ripreso quello che è e, secondo me, chi guarda il documentario può darne un'interpretazione a seconda della propria ottica.
Per me è giusto contestare le regole che, a livello europeo, ci stiamo dando.









domenica 31 maggio 2015

#MAIPIUCIE: chiudere definitivamente i CIE


Si è da poco concluso con successo il Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina di Milano, giunto alla sua 25ma edizione e l'Associazione per i Diritti Umani è stata invitata a presentare la campagna #MAIPIUCIE. E' stata l'occasione per parlare del documentario Limbo, di e con il regista Matteo Calore che, partendo proprio dalle storie raccontate nel film, ha illustrato quali sono le condizioni all'interno dei CIE e dei CARA, quali le conseguenze di queste vere e proprie detenzioni illegittime, quale la situazione dei familiari dei detenuti migranti anche fuori dalle strutture e, inoltre, quali siano le falle di un sistema politico in tema di migrazioni, sistema – leggi – decisioni improntati alla sicurezza e non alla tutela di chi chiede aiuto.



Per voi, l'Associazione per i Diritti Umani propone il video dell'incontro, ringraziando Matteo Calore, Zalab e il festival.





Vi ricordiamo che potete acquistare la vostra copia del libro “MOSAIKON – Voci e immagini per i Diritti Umani” tramite Pyapall, direttamente dal sito www.peridirittiumani.com. Scriveteci una mail con i dati e indirizzo a : peridirittiumani@gmail.com e vi sarà recapitata per posta nel giro di pochi giorni. Grazie !

mercoledì 6 maggio 2015

L'Associazione per i Diritti umani presenta:





SABATO 9 MAGGIO:

la campagna #MAIPIUCIE con il regista del doc "Sospesi nel limbo", Matteo Calore. Nell'ambito del Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina. ORE 15.00 presso Festival Center (casello di Porta Venezia, Milano)



DOMENICA 10 maggio:

Accoglienza a Milano. Profughi e rifugiati. Con l'Assessore Majorino, Caterina Sarfatti e il regista L. Ahmine. ORE 17.30 presso Centro Asteria (Piazza Carrara 17.1, Milano)

giovedì 30 aprile 2015

Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina





Nell'anno e nei giorni in cui l'Esposizione universale viene inaugurata a Milano, parte in città anche la 25ma edizione del Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina che si terrà dal 4 al 10 maggio in vari luoghi e spazi. Non potevano, quindi, mancare il contest fotografico dal titolo “ Il cibo più buono del mondo” e tanti altri riferimenti all'alimentazione, ma il programma della manifestazione guarda, come sempre, ad altri diritti (spesso negati) e alle condizioni di vita (o di sopravvivenza) dei popoli del sud del mondo.

Si parono le danze, il 4 maggio presso l'Auditorium San Fedele – alle 20.30, con la proiezione di Taxi Theran, il film vincitore dell'Orso d'Oro all'ultima edizione della Berlinare per poi proseguire con lungometraggi, corti e documentari che provengono, ad esempio, dalla Tunisia ( Le challat de Tunis di Kauter Ben hania, Pére di Lofti Achour), dal Marocco (L'homme au chien di Kamal Lazraq, The narrow frame of midnight di Tala Hadid), dal Perù (El sueno de Sonia di Diego Sarmiento), dal Burkina Faso (Oulinine Imdanate di Michel K. Zongo). E poi il ritorno di Raul Peck con Meurtre àu Pacot e Rachid Masharawi con Letters from Al Yarmouk.

Ma questo è solo un assaggio...Numerosi gli eventi collaterali come lo Spazio scuola con le proiezioni mattutine dedicate agli alunni delle scuole medie inferiori e superiori e gli incontri alla Casa del pane (casello di Porta Venezia) con autori, registi, esperti. Oltre alle sezioni competitive, inoltre, il festival propone la sezione Flash con anteprime e film evento;  Films that Feed, sezione realizzata in collaborazione con Acra-Ccs e dedicata ai temi dell'Expo 2015; la sezione Il Razzismo è una brutta storia in collaborazione con laFeltrinelli;
Africa Classics, 6 titoli capolavori del cinema africano restaurati dal 
World Cinema Project di Martin Scorsese, in collaborazione con Mudec - Museo delle Culture.




L'Associazione per i Diritti Umani parteciperà al festival e condurrà la presentazione della campagna #MAIPIUCIE con il regista del documantario Limbo, Matteo Calore.

L'incontro si svolgerà sabato 9 maggio, alle ore 15, presso la Casa del pane.





 

 

venerdì 20 marzo 2015

Chiamata urgente per la solidarietà internazionale: scioperi della fame in UK nei centri di detenzione dei migranti



Centinaia di persone sono in sciopero della fame in più della metà dei centri di detenzione per immigrati del Regno Unito. Questa è la più grande rivolta contro il sistema di detenzione razzista della Gran Bretagna da un decennio.

La gente sta parlando attraverso un blog -
Detenuti Voices https://detainedvoices.wordpress.com/ - e
Standoff Films https://www.facebook.com/standoffilms).

Per fare pressione internazionale sul governo del Regno Unito, abbiamo bisogno di proteste di solidarietà fuori dalel ambasciate britanniche, alti commissariati e consolati nei vostri Paesi, il più presto possibile. Abbiamo anche bisogno di giornalisti stranieri per coprire lo sciopero della fame.

Fateci sapere se ci potete aiutare a fare questo. Le persone all'interno sono estremamente motivate di sapere se la conoscenza della loro protesta si sta diffondendo. Ogni copertura è una vittoria.

Messaggi di supporto / foto possono essere inviate a detainedvoices@riseup.net. Se volete parlare con un portavoce dei detenuti possiamo anche mettervi in contatto.

Le proteste arrivano dopo che un canale TV ha divulgato filmati segreti dall'interno di queste prigioni razziste:

Channel 4
(Http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-undercover-video).

Guarda Corporate
http://www.corporatewatch.org/news/2015/mar/04/harmondsworth-immigration-detention-centre-secret-filming-mitie

Ma la copertura mediatica nel Regno Unito è stata quasi interamente limitata ad un unico canale televisivo - Channel 4: http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-hunger-strike).
L'unica altra copertura consistente proviene da Russia Today: http://rt.com/uk/240205-detention-center-hunger-strike/).

Le persone detenute e coinvolte nelle proteste chiedono che la loro lotta sia conosciuta da tutti.

Ci sono state azioni di solidarietà: se volete, potete vedere Raids Anti:
https://network23.org/antiraids/2015/03/12/ongoing-resistance-at-harmondsworth-and-colnbrook-detention-centres/

E' stato anche bloccato un autobus che stava portando alcune persone in aereoporto per essere deportate in Afghanistan.


Amore, rabbia e solidarietà

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Urgent call for international solidarity: hunger strikes in UK migrant detention centres



Hundreds of people are on hunger strike in over half of the UK's immigration detention centres. This is the biggest uprising against Britain's racist detention system for a decade.


People are speaking out through a blog -

Detained Voices https://detainedvoices.wordpress.com/ - and

Standoff Films https://www.facebook.com/standoffilms).



To put international pressure on the UK government, we need solidarity protests outside British Embassies, High Commissions and Consulates in your countries, as soon as possible. We also need foreign journalists to cover the hunger strike.



Please let us know if you can help organise this. People inside are hugely motivated to know that knowledge of their protest is spreading. Any coverage is a win.



Supportive messages/photos can be sent to detainedvoices@riseup.net. If you would like to speak to a media spokesperson from those detained we can also put you in contact.



The protests come after a TV channel released secret footage from inside these racist prisons:



Channel 4

(http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-undercover-video).



Corporate Watch

http://www.corporatewatch.org/news/2015/mar/04/harmondsworth-immigration-detention-centre-secret-filming-mitie



But media coverage in the UK has been almost entirely restricted to a single TV channel - Channel 4: http://www.channel4.com/news/harmondsworth-immigration-detention-centre-hunger-strike).

The only consistent other coverage comes from Russia Today: http://rt.com/uk/240205-detention-center-hunger-strike/).



People detained and involved in the protests ask that their struggle be known by all.



There have been UK solidarity actions regularly over the last week. See Anti Raids: https://network23.org/antiraids/2015/03/12/ongoing-resistance-at-harmondsworth-and-colnbrook-detention-centres/

A bus taking people to the airport due to be deported to Afghanistan was also blocked.




Love, rage and solidarity


mercoledì 11 febbraio 2015

Primo marzo 2015: una giornata senza di noi




L'Associazione per i Diritti Umani parteciperà alla manifestazione che si terrà a Milano in occasione del prossimo Primo marzo – Una giornata senza di noi e condividerà i contributi con i suoi lettori.



Intanto pubblichiamo anche noi l'appello per l'edizione di quest'anno lanciato da Rete Primo Marzo:
 


Dal 2010 la giornata del Primo Marzo rappresenta un momento di riflessione e impegno contro le discriminazioni e lo sfruttamento nei confronti dei migranti. Esistono dei diritti, che valgono per tutti gli esseri umani che non possono essere differenziati o negati sulla base di confini territoriali o di appartenenze etniche, culturali e religiose.
La difesa e la tutela di questi diritti è premessa fondamentale nella costruzione di una società capace di riconoscere la dignità e l’autodeterminazione delle persone e il valore del dialogo come elemento fondante dell’evoluzione culturale, civile ed economica.
La crisi degli ultimi anni, invece di spingere le istituzioni a ripensare le politiche e la legislazione in materia di immigrazione, nel senso di una maggiore inclusione e di sostegno per i deboli, sembra avere indotto immobilismo e ulteriori chiusure. Ciò ha contribuito a accrescere diseguaglianze e disagio e, quindi, la distanza tra le diverse culture e tra i lavoratori che pure contribuiscono, ogni giorno, alla tenuta della nostra economia e del nostro sistema previdenziale. La ricattabilità a cui rimangono esposti i lavoratori stranieri, a causa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, come è noto, favorisce lo sfruttamento, il caporalato, con ricadute che riguardano anche i lavoratori non stranieri, costretti ad accettare un rilancio al ribasso delle condizioni contrattuali.
Ma non è restringendo il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e della persona che si promuove una convivenza civile e pacifica. Mentre la paura spinge all’isolamento e mina la coesione sociale, la garanzia dei diritti e il sostegno e la cura delle relazioni sociali costituiscono l’unico strumento attraverso cui realizzare una più soddisfacente qualità della vita per tutti.
A partire da queste considerazioni, richiamiamo ad una riflessione sulle politiche di accoglienza, chiedendo l’istituzione di corridoi umanitari per consentire ai migranti di raggiungere l’Europa senza mettere a repentaglio la vita e senza rivolgersi ai trafficanti di uomini. Chiediamo, inoltre, l’abrogazione del Regolamento di Dublino; la chiusura dei CIE e una riformulazione dell’intero sistema di accoglienza che garantisca il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo ed eviti che l’attuazione dei piani di accoglienza si trasformi in un business.
E’ necessario che la politica tenga conto delle trasformazioni in atto nella nostra società sia in termini demografici sia economici, e che riconoscano il valore rappresentato dalla straordinaria mobilità umana che sta caratterizzando la nostra epoca. E’ per questo che, auspichiamo anche una legge che riconosca la cittadinanza per tutti i figli di migranti nati e cresciuti nel nostro Paese.
In dettaglio, le nostre richieste sono:
1. Una revisione della legislazione in materia di immigrazione centrata sul rispetto della persona e sulla partecipazione;
2. Una legge sullo ius soli che riconosca il diritto di cittadinanza alle seconde generazioni, la cui formulazione sia almeno in linea con gli altri paesi europei;
3. Il diritto di voto amministrativo per gli stranieri residenti;
4. Tutela e garanzia dei diritti dei lavoratori stranieri e contrasto ad ogni forma di sfruttamento anche attraverso una più piena ed efficacia ricezione della direttiva europea (52/2009);
5. Abolizione dei dispositivi di monitoraggio e di controllo del Mediterraneo privi di obiettivi umanitari (come Triton);
6. Instaurazione dei corridoi umanitari e revisione della legge sull’asilo politico ispirata a principi di solidarietà ed accoglienza effettiva e di trasparenza di gestione;
7. Chiusura dei CIE così come attualmente concepiti e riformulazione in termini di luoghi di facilitazione del percorso di accoglienza e indirizzo verso le destinazioni di possibile inclusione dei profughi;
8. Impegno e diffusione per una informazione oggettiva e completa sui temi dell’immigrazione;


giovedì 5 febbraio 2015

Solo a un mese di distanza: nel lager di Ponte Galeria






Pubblichiamo il resoconto della visita dell'on. Barbara Spinelli al "Centro di identificazione ed espulsione" di Ponte Galeria a Roma, chiedendone la chiusura.



Uno zoo per umani, ma senza erba né alberi né rocce come quelli che oggi sono concessi ai non umani. Una spianata di cemento e, anziché gli alberi, una fitta foresta di sbarre d’acciaio che delimita e suddivide gli spazi dove i detenuti dormono, escono nelle gabbie antistanti le camerate, fanno qualche passo nel corridoio centrale, anch’esso cintato da barriere. Le gabbie per animali rari che la Francia inventò in pieno Terrore, negli anni ‘90 del Settecento, erano proprio così – loculi e inferriate – solo che col tempo per le bestie andò un po’ meglio. Tutto resta invece grigio-ferro, qui a Ponte Galeria: le sbarre di recinzione, il plexiglas che impedisce ai detenuti di salire sui tetti, le graticole che fasciano le finestre dei dormitori.

Il CIE (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria, sobborgo di Roma, non finge nulla, anche se qualcuno forse ha ripulito alla meglio i cessi in occasione della visita di controllo dell’europarlamentare. L’osceno si disvela subito per quello che è: un campo di concentramento per migranti non in regola col permesso di soggiorno, richiedenti asilo, stranieri che hanno scontato una pena carceraria ma sono senza documenti, ammucchiati e confusi gli uni con gli altri. L’Italia e l’Europa esibiscono la propria verità concentrazionaria senza pudore né memoria d’alcun genere, anche se non senza frapporre ostacoli a chi viene da fuori – autorità parlamentari o associazioni della società civile che vogliono indagare, capire, denunciare.

Il venerdì 19 dicembre ero lì, in missione ufficiale come eurodeputata, accompagnata dalla mia assistente e portavoce Daniela Padoan e da una delegazione composta di amici difensori dei migranti e dei loro diritti. I gestori di Ponte Galeria avevano il dovere di aprirmi i cancelli, perché l’accesso non può esser vietato a un parlamentare e al suo assistente. Ma fin dall’inizio avevo chiesto di entrare con una delegazione, perché assieme ad essa avevo preparato la visita. Sono entrate, ma di straforo, solo l’avvocato Alessandra Ballerini, Gabriella Guido responsabile della campagna LasciateCIEntrare e Marta Bonafoni, consigliere regionale del Lazio. Gli altri sono stati tenuti fuori dai cancelli, per strada, e non perché il viceprefetto avesse dato ordini in tal senso. Il viceprefetto responsabile del CIE mi aveva personalmente dato il consenso, appena arrivata, ma la Questura ha messo il veto. L’organo inferiore ha scavalcato il superiore, abusivamente. Così gran parte degli amici
sono restati fuori: l’antropologa Annamaria Rivera, Stefano Galieni responsabile nazionale immigrazione del Prc, Antonello Ciervo avvocato dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), Cinzia Greco attivista della campagna LasciateCIEentrare, l’avvocato Flavio Del Soldato, il giornalista Giacomo Zandonini. Solo nella seconda parte della visita ho temporaneamente lasciato l’edificio e vi sono rientrata riuscendo a farmi accompagnare da Giovanni Maria Bellu, direttore del giornale Left e presidente dell’associazione Carta di Roma.

Con Daniela Padoan e i pochi con cui sono entrata ho visto l’orrore del CIE romano, simile a quello di tanti CIE in Italia. Il Centro di Ponte Galeria ha sede nella periferia sud ovest della capitale, in una caserma, la Gelsomini, dove nel 2001 si addestrarono gli agenti della celere inviati a Genova per eseguire la macelleria messicana del G8. Fu ancora qui, nel dicembre 2013 e nel luglio 2014, che una decina di migranti si cucì le labbra: un segno di protesta estrema. Fuori dai cancelli, volanti e blindati delle forze d’ordine; oltre il cancello un cortile, ed eccomi nello spettrale caseggiato del CIE: un corridoio dove si susseguono alcune stanze, adibite via via agli incontri con i parenti, ai colloqui con i legali che convalidano le detenzioni ed espulsioni dei reietti, poi l’ambulatorio medico, poi la stanza dello psichiatra che però non c’è – per il momento è stato licenziato perché impiegato dalla vecchia gestione – infine il bagno del personale, le pareti costellate di scritte ingiuriose che gli impiegati della gestione precedente hanno graffiato non si sa quando.

Subito dopo, gli spazi geometricamente suddivisi del carcere-lager, a sinistra gli uomini e a destra le donne: qui s’accampa la geometria delle sbarre altissime, cui stanno aggrappati (questo giorno di visita è un avvenimento)… chi sta aggrappato per la precisione, e come li chiamiamo? Il vocabolario dei custodi e delle forze d’ordine tentenna e scivola come fosse liquido, senza arrivare a solidificarsi. Li chiamano a volte detenuti, o addirittura “utenti”, o “ospiti”; molto più di rado trattenuti. Capita anche che mettano in fila i due attributi: «detenuti-cioè-mi-scusi-trattenuti». Annamaria Rivera, che aspetta inutilmente fuori dall’edificio, mi scriverà una email, dopo la visita: «Abbiamo discusso vivacemente con due gestori. Di loro, mi hanno impressionata, tra le altre cose, l’ideologia e il lessico da ‘banalità del male': uno definiva gli internati “utenti” e affermava che erano lì, i custodi, per dovere civile, cioè per migliorare il “servizio”».

Prima di entrare nei recinti, chiedo ai custodi: «Si può parlare con loro?» – «Un momento, i capibanda per ora non ci sono, magari sono a mensa» – «I capibanda?». Sì, i capibanda. Così vengono interpellati e descritti i rappresentanti dei detenuti. Il lessico di Ponte Galeria è impastato di parole prese in prestito dal crimine, dalla malavita. «Comunque vi consigliamo vivamente di non entrare, sono molto agitati. Sono pericolosi.» Da lunedì mattina 15 dicembre il Centro è nelle mani di un nuovo ente, l’agenzia francese Gepsa, specializzata in amministrazione carceraria. L’agenzia ha vinto la gara perché il capitolato che ha presentato prevede tagli al personale e diarie decurtate ai detenuti (2,5 euro al giorno). I prigionieri parlano ossessivamente dispending review: è un vocabolo appreso in fretta. Da lunedì manca quasi tutto, nel CIE: vestiti caldi, biancheria, calze, lenzuola di ricambio, kit con spazzolino da denti e dentifricio per i nuovi arrivati, assorbenti per le donne. I nuovi gestori dicono che ci vorrà del tempo, che qualche grave «inconveniente» sarà superato.

Ma nelle grandi linee le norme sono le stesse: questo è il regno del diritto emergenziale permanente, e nessuna miglioria cambia i dati di fatto. Ai reclusi è proibito tenere matite o penne, per evitare che le inghiottiscano e finiscano in ambulatorio. Non possono avere carta da scrivere, per motivi che non riescono a delucidare anche se chiedi molto. Hanno il telefonino, e tra noi visitatori e loro c’è un fitto scambiarsi di numeri, ma la connessione internet è preclusa. Non hanno accesso ai giornali. Nelle camerate in un angolo per terra è acceso un piccolo televisore, ma chissà quel che possono vedere e in che ore. I gestori smentiscono, ma tutti i detenuti con cui parlo sono esasperati perché di notte le luci al neon sul soffitto sono ininterrottamente accese, e addormentarsi è difficile se non impossibile. Di qui – anche – l’alto uso di sonniferi. Ricorrente è anche la somministrazione di anti-epilettici o, per i tossicodipendenti, di metadone. Le tensioni si alzano e scendono come maree, e a seconda del loro livello si dispiegano più o meno numerose le forze d’ordine, manganelli bene in vista e grosse pistole alla cinta. La struttura contiene al momento 98 reclusi (76 uomini e 22 donne).

Entriamo a questo punto nelle camerate, dove ci sono otto o dieci letti in uno spazio che ne dovrebbe contenere quattro. Dentro fa freddo come fuori, nel cortile recintato: il riscaldamento funziona a intermittenza, mi dicono, sempre che funzioni. I reclusi mi fanno vedere le poche cose che ricevono: lenzuola di carta che subito si sbrindellano sopra il materasso («non ce le danno di stoffa perché temono che le attorcigliamo e le trasformiamo in corde»), e sopra una coperta militare marrone. Un detenuto ci mostra di nascosto un pettinino sbocconcellato: i pettini sono proibiti, vai a sapere perché. La maggior parte calza ciabatte o sandali infradito di gomma, anche se fa parecchio freddo. Sono vietati i lacci, se hai le scarpe. Un detenuto ride dell’ordine insensato: i lacci no, ma uno spago che funge da cintura per i pantaloni troppo larghi, «quello sì lo possiamo portare ed eventualmente impiccarci».

Tutti sono angosciati dall’igiene: sono giorni che non ricevono sapone né dentifricio, che non possono andare alla “barberia” (da soli non possono usare lamette e rasoi). Si vergognano molto di quest’incuria e delle barbe non fatte. Sono giorni che non hanno vestiti di ricambio: «Non ci piace puzzare, ma ecco puzziamo». Sono angosciati anche dai gatti che circolano tra il fuori e il dentro le inferriate: «Vorremmo tanto dar loro da mangiare, ma non ne abbiamo la possibilità e allora chi ci pensa ai gatti?».

Resto dentro il recinto sei o sette ore, ma quando ne esco ho l’impressione sia passato un anno. A che scopo son qui? Dico loro che in Europa mi batto contro i CIE, per i corridoi umanitari che legalizzino le fughe verso il nostro continente, per il riconoscimento reciproco del diritto d’asilo nell’Unione, per l’annullamento della Bossi-Fini. E per la revisione o l’abolizione dell’assurdo regolamento di Dublino, che obbliga i profughi a chiedere asilo nel primo Paese dove approdano, anche se non vorrebbero affatto restare in Italia ma andare in Svezia o Germania: lì l’integrazione sociale funziona, mentre in Italia nulla è garantito se non questi indecenti Centri. I relegati sono felici di parlare con un parlamentare. “Onorevole Onorevole”, dicono a ogni piè sospinto, poi fortunatamente cominciano a chiamarmi per nome: Barbara. Ma continueranno a esser così eccitati e speranzosi quando la delegazione se ne sarà andata e li avremo lasciati lì, a passare altre notti senza sonno sotto il biancore del neon?

Tutti i buoni propositi di un parlamentare europeo vanno a sbattere inani contro quei volti di supplica e disperazione semisorridente, che chiedono quel che dovrebbe essere normale: poter uscire da quest’inferno, in cui precipitano inspiegabilmente tutti, incensurati e non; avere informazioni precise (ma mancano gli interpreti); poter raggiungere i parenti che a volte sono fuori Italia, a volte abitano qui vicino, a Roma stessa; poter usufruire di assistenza vera (il barbiere e lo psicologo sono le figure più anelate). E soprattutto: scongiurare il respingimento che le leggi europee almeno sulla carta vietano, il rimpatrio in Paesi dove sta in agguato la morte. Un pakistano, M.M., mi afferra le due mani, a mo’ di preghiera: è cristiano, teme di essere rispedito in Pakistan dove «di sicuro mi ammazzeranno». Parlo anche con un recluso del Ghana che probabilmente è uno dei «capibanda», con un colombiano mitissimo e con una strana pazienza, con il tunisino I.B. che mi dà il numero del suo cellulare, con l’egiziano M.A.: invariabilmente implorano aiuti concreti e immediati che non posso dare e tutti dicono: «Non ci dimentichi». Nessuno mi chiede soldi. C’è un ex pregiudicato, S.G. Ha scontato una pena a Rebibbia e poi a sorpresa si è ritrovato qui: scrive romanzi e poesie, e ha vinto numerosi premi letterari. Ha studiato e si è messo alla scrittura in carcere. Molti hanno conosciuto lo stesso tragitto: la prigione (il più delle volte per spaccio o taccheggi), la pena scontata fino all’ultimo giorno, per poi ricadere inaspettatamente in questo Lager. I più domandano e ridomandano Perché. Datemi una ragione. Non capisco. Corrono in camerata e ti portano a vedere foglietti ormai sbrindellati che riportano le loro richieste di permesso di soggiorno. Molti sono nati in Italia, ma come sappiamo non hanno diritto alcuno perché da noi vige la legge tribale del sangue.

Ho passato un pomeriggio con loro, e alla fine avevo l’impressione che fosse un tempo sterminato, che t’invecchia rapido. Ero senza più parole. Infinitamente sconsolata. Ci si continuerà a battere per loro, questo è vero. Anzi è più vero che mai. Ma con quale prospettiva di essere ascoltati dalle autorità nazionali ed europee, di obbligarle a guardare in faccia quello che abbiamo visto?

Una cosa so: quale che sia la nostra azione, nel Parlamento dell’Unione europea e nelle associazioni, so che tutti ci stiamo macchiando di un misfatto di enormi proporzioni. È come se visitando i Centri ti spuntasse sulla pelle un marchio, una voglia: il marchio della colpa. Perché questo zoo per umani l’abbiamo fabbricato noi italiani, noi europei. Perché lo definiamo inaccettabile, allontanandoci da quei volti che chiedono risposte fino all’ultimo istante – insopportabile – in cui incroci i loro sguardi prima di partire. Ma lo sappiamo, gli amici con cui sono venuta e io: nello stesso istante in cui pronunci la parola «inaccettabile», e poi prendi il treno per tornare a casa, già hai accettato quello che hai visto, quello che ha ferito i tuoi occhi. Già sei sceso a patti con il tremendo.

 

lunedì 12 gennaio 2015

Quel "limbo" vergognoso dentro e fuori dai C.I.E.




Limbo è il titolo di un documentario realizzato da Matteo Calore e Gustav Hofer per Zalab. Un lavoro cinematografico di racconto e di denuncia delle condizioni di sopravvivenza all'interno dei CIE, una prigionia forzata che vede coinvolti uomini, ma anche le loro donne e i loro bambini. Il film narra le storie di Alejandro, Bouchaib, Karim, e Peter, rinchiusi nei C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione) di Torino, Trapani e Roma, e delle loro famiglie, che attendono di sapere se i propri cari torneranno a casa o saranno mandati via dall'Italia. Storie di attesa, rabbia e paura.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato Matteo Calore e lo ringrazia molto per questo approfondimento.





Limbo” si riferisce allo stato di attesa, degli immigrati e delle loro famiglie, quando vengono portati nei CIE. Ci può anticipare alcune delle storie raccontate nel documentario?



L’entrata nel C.I.E. è l’inizio di una prigionia non solo per chi ci viene portato ma anche per chi ne rimane fuori. Genitori, mogli, mariti, compagni e figli si ritrovano improvvisamente, da un giorno all’altro, a dover gestire l’angoscia e la paura di perdere un affetto importante, di vederlo rinchiuso in un carcere di fatto per un tempo indefinito con il rischio che venga rimpatriato nel paese d’origine, dove in molti casi non ha più ne una casa ne una famiglia. Tutto questo non per aver commesso un reato ma solo per non avere i documenti in regola.

Limbo è un documentario che cerca di raccontare il dramma della detenzione amministrativa in questi centri attraverso un punto di vista fino ad ora inesplorato, un punto di vista importante ed universale che mostra l’assurda deriva di una legislazione problematica, costruita negli anni senza un vero progetto politico ma inseguendo le emergenze e il consenso elettorale.

Limbo racconta la storia di quattro famiglie che hanno vissuto questo dramma e sono riuscite a superarlo con grande dignità e determinazione.

Karim ha 24 anni, vive a Milano da quando ne aveva appena 6, da allora è tornato in Egitto solo una volta per una breve vacanza estiva quando era ancora un bambino.

Qui ha tutta la sua famiglia, i suoi amici, la sua casa, qui ha frequentato le scuole ed oggi si esprime scrivendo canzoni rap in Italiano con un forte accento Milanese.

Da circa tre anni ha una relazione con Federica, ventiduenne, milanese "doc", mamma di Aurora, una bimba di 4 anni di cui Karim non è il padre naturale, ma il padre "di fatto".

Vivevano tutti insieme nella periferia sud di Milano e stavano ricostruendosi una vita dopo un periodo difficile in cui K. aveva scontato una pena tra carcere e comunità a causa di piccoli reati.

Poi, un giorno, durante un normale controllo della polizia K. viene trovato senza documenti in regola e in poche ore si ritrova nel C.I.E. di Ponte Galeria, a Roma, dove sarà trattenuto per oltre due mesi.

In provincia di Varese una famiglia allargata del San Salvador vive nel terrore che Alejandro possa essere espulso da un giorno all’altro. Sua madre ci spiega che tutta la loro famiglia, zii, nonni, cugini e parenti lontani si sono trasferiti in Italia da una decina di anni.

Siamo scappati da una zona molto violenta e pericolosa ed oggi non abbiamo più niente laggiù!”

Ci racconta di essere arrivata in Italia prima lei con il marito, poi nel 2007 li ha raggiunti Alejandro con sua moglie e i suoi 2 figli maggiori e nel 2013, qui in Italia, è nata anche la loro ultima figlia.

Fino a un paio di anni fa Alejandro lavorava in regola insieme al padre in una piccola impresa di giardinaggio, sua moglie si occupava dei bambini e la madre lavorava come badante.

Oggi la loro quotidianità è stata stravolta, dopo che suo padre è stato colpito da un brutto ictus.

Alejandro ha perso il lavoro per occuparsi di lui e in poco tempo non ha più potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Oggi mentre le due donne portano a casa i soldi, lui si occupa della casa e della famiglia, organizza le giornate dei figli, e si fa carico del padre malato che ormai non è più in grado di badare a se stesso. Poi la storia si ripete, e questo equilibrio complicato viene messo in crisi in una mattina di dicembre, quando Alejandro viene trovato senza documenti in regola e spostato in meno di 24 quattro ore a 1600 km da casa, nel C.I.E. di Trapani.

A Firenze, Susanna vive con la madre e passa le sue giornate al telefono con il suo compagno, Bouchaib, rinchiuso da più di un mese nel C.I.E di Trapani.

Susanna ha trentacinque anni, è italiana, ed è in cinta di 4 mesi. Quando la incontriamo sta mandando una foto della prima ecografia della loro bimba a Bouchaib.

Non è facile” ci dice trattenendo la rabbia a fatica “lui dovrebbe essere qui con me, dovremmo avere il diritto di viverci questa gravidanza serenamente insieme, come qualsiasi altra coppia italiana, se me lo mandano via sarò costretta a trasferirmi anch’io in Marocco perché voglio che mia figlia possa crescere accanto a suo padre”.

L’ultima è la storia di Peter e Cynthia, entrambi nigeriani, si sono conosciuti in Italia, qui hanno avuto il piccolo Godstime e si sono sposati.

Dopo un periodo di grande instabilità Cynthia ha trovato lavoro come lavapiatti in un albergo e Peter, mentre lei lavora si occupa del bimbo e di tutto il resto.

Una mattina, dopo aver accompagnato Godstime a scuola, la polizia ha fermato Peter a pochi metri da casa. L’unico documento di Peter è un libretto internazionale che certifica il suo matrimonio con Cynthia, lei è in regola ed è corsa subito in suo aiuto, ma ne il libretto, ne il certificato di nascita del bimbo in cui è indicata la paternità di Peter, ne la sua gentilezza e le sue suppliche le hanno permesso di evitare che lo portassero via.

Peter è rimasto più di due mesi bloccato nei C.I.E.

Un lungo periodo in cui Cynthia, improvvisamente sola, ha dovuto riorganizzarsi con caparbietà per tenere in piedi il difficile equilibrio tra gli impegni con l’avvocato di Peter e le intricate trafile burocratiche per cercare di farlo uscire, tra la gestione del piccolo Godstime e il suo lavoro in albergo, un lavoro prezioso, ottenuto con grandi fatiche dopo anni di precarietà, una risorsa fondamentale che le stava finalmente permettendo di sostenere tutta la sua famiglia e che ora ha il terrore di perdere.



A Milano, il CIE di Via Corelli è stato trasformato in un alloggio per migranti, soprattutto per quelli in transito nel nostro Paese: quali potrebbero essere le altre buone pratiche in termini di accoglienza?



In generale, credo sia difficile ragionare in termini di accoglienza dentro i confini disegnati dalla legislazione italiana sull’immigrazione.

Si tende a dividere tra cittadini stranieri regolari, per cui meritevoli di essere sostenuti con politiche di accoglienza, e immigrati irregolari, “clandestini” contro cui bisogna battersi con politiche di contrasto, con i C.I.E. e con le espulsioni.

La realtà, però, è ben diversa: non esistono comunità di stranieri regolari da un lato e di clandestini dall’altro.

Una legge come la nostra permette di maturare una posizione di clandestinità anche dopo diversi anni di permanenza regolare sul territorio italiano, così si trovano molto più spesso persone con i documenti in regola e persone prive di documenti che convivono sotto lo stesso tetto, all’interno della stessa famiglia. Non riconoscere questo apertamente rende estremamente ipocrita ogni riflessione sulle “buone pratiche in termini di accoglienza”.

Come, quando e chi accogliere” è diventata sempre di più una scelta arbitraria, costruita intorno alle emergenze del momento, agli accordi più o meno espliciti tra i diversi stati membri della comunità europea e alle esigenze elettorali dei partiti di maggioranza.

Nel C.I.E. di via Corelli, ad esempio, si è riusciti ad aprire un improvvisato centro di prima accoglienza per far fronte all’emergenza Siria e, per molti mesi, i siriani in transito verso i paesi dell’Europa del nord facevano una tappa lì, per due o tre giorni, per poi rimettersi in viaggio.

Tutto questo è potuto accadere fino a quando l’operazione italiana “Mare Nostrum” salvava le vite di queste persone e i paesi di destinazione più gettonati, come la Svezia o la Germania, accoglievano e accettavano le loro richieste di asilo. In quel periodo infatti, la polizia italiana non ha mai raccolto le impronte digitali di chi arrivava, permettendo così a tutti di decidere in quale paese andare senza rischiare di essere rimandati indietro, secondo quanto previsto dagli accordi di Dublino.

Per un altro lavoro, ho seguito uno di questi viaggi dallo sbarco al porto di Augusta in Sicilia fino al presidio alla stazione di Milano. Durante tutto il viaggio, abbiamo incontrato diversi poliziotti e a nessuno è venuto in mente di controllare i documenti ai Siriani con cui stavo viaggiando.

Pensando alle storie di Limbo mi è sembrato davvero strano, quasi fosse un tacito accordo con cui si riusciva a far defluire i flussi il più velocemente possibile verso nord. Era come se l’Europa dicesse: “l’Italia si fa carico di gestire le operazioni di salvataggio in mare e, in cambio, Germania, Francia, Svezia e Olanda chiudono un occhio sugli arrivi nel proprio territorio.”

In effetti una volta finita l’operazione Mare Nostrum è subentrata Triton, un’operazione internazionale gestita da Frontex, e gli equilibri internazionali sono improvvisamente cambiati: la polizia italiana ha ricominciato a pretendere le impronte di tutti i nuovi arrivati, spesso anche con metodi violenti, le frontiere di Svezia e Germania si sono richiuse duramente ed è tornato impossibile varcarle più o meno legalmente. Perché? Per il mio amico Mohammed, approdato in Sicilia la scorsa estate, arrivare in Svezia è stato semplice, in una settimana con quattro, cinque treni ce l’aveva fatta mentre oggi, suo cugino è stato bloccato all’arrivo, trasferito in un centro da cui non poteva uscire. L’hanno obbligato con la forza a lasciare le sue impronte in Italia, costringendolo di fatto a una vita qui, in un paese in cui non ha alcun legame. Per quanto mi riguarda questo non ha alcun senso.

Per fare qualcosa seriamente in termini di accoglienza è necessario che l’Europa smetta di agire costantemente invocando l’emergenzialità, cambiando in maniera schizofrenica posizione riguardo a questa o a quella ondata.

E’ necessario combattere davvero l’immigrazione clandestina, le mafie da entrambe le parti del Mediterraneo e gli smugglers che da anni gestiscono questi flussi con un giro d’affari impressionante, ma per farlo esiste solo una possibilità.

Dobbiamo costruire più occasioni di migrazione legale, rivedere il decreto flussi, ampliare le possibilità di ricevere un visto anche per chi è nato dalla parte sbagliata del mare e soprattutto fronteggiare le ondate di profughi costruendo dei canali umanitari che permettano loro di arrivare senza mettere a rischio la propria vita. Solo così possiamo combattere lo sfruttamento feroce di chi ha messo in gioco tutto pur di poter cambiare vita.




Quali sono le conseguenze del sistema italiano, in tema di politiche migratorie, per i figli di queste persone?



Io vivo in un quartiere altamente popolato da immigrati e i miei figli frequentano una scuola dove solo il 50% dei bambini ha entrambi i genitori italiani.

I loro amici vengono da famiglie nigeriane, bengalesi, somale, indiane e rumene, sono cresciuti insieme, molti di loro sono nati in Italia e per la loro generazione l’area geografica di provenienza dei genitori è un dato di totale disinteresse.

Purtroppo il loro modo di vedere il mondo è ancora molto lontano da quello delle generazioni che oggi votano in Italia, e fino a quando non saranno loro a definire una nuova politica i figli degli stranieri continueranno a portare lo stesso peso con cui devono convivere i loro genitori.

Al di là delle ingiustizie giuridiche sull’acquisizione della cittadinanza di cui si è già molto discusso, pensando più che altro ai figli di chi viene bloccato nei C.I.E. e rischia l’espulsione, le ripercussioni sulla vita di questi bambini sono evidenti.

La perdita improvvisa di un genitore senza ragioni apparenti non può che diventare motivo di angoscia e sofferenza per i figli di chi viene portato via lasciando una ferita e un insicurezza che farà fatica a riemarginarsi.

Fortunatamente i diritti dell’infanzia contano molto nel nostro paese e lo stato cerca sempre di tutelarli al meglio, per cui in molti casi, come ad esempio è stato per Peter e Cynthia, è proprio il tribunale dei minori l’ultima istituzione in grado di garantire che queste famiglie non vengano spezzate dalle espulsioni, ogni bambino che vive in Italia ha infatti il diritto di vivere accanto ai propri genitori, qualsiasi sia la loro situazione amministrativa.




E le donne sono costrette a cambiare il proprio ruolo all'interno delle famiglie?



Le storie raccontate in “Limbo” sono tutte storie in cui le donne restano al di fuori dei C.I.E. e sostengono il peso di errori, angosce e ingiustizie.

Non si può cedere alla paura di perdere il proprio compagno perché bisogna mantenere le forze per continuare a lavorare, per organizzare la vita dei propri figli, bisogna inventarsi delle storie per non farli soffrire e trovare le energie per combattere contro un ingiustizia che spesso si fatica anche solo a capire.

Credo però che farne una questione di genere rischia di diventare un esercizio ideologico.

Noi abbiamo raccontato le vicende di queste famiglie e non di altre solo perché nei pochi giorni in cui ci è stato concesso entrare nei centri non siamo riusciti a passare nelle sezioni femminili.

Nei C.I.E. ci finiscono tanto gli uomini quanto le donne.

In entrambi i casi, se fuori c’è una famiglia che si ritrova improvvisamente spezzata, c’è una persona che se ne deve fare carico e molto spesso lo deve fare da sola, ricoprendo ruoli che fino ad allora delegava al proprio partner.

Molte delle persone che abbiamo incontrato prima di cominciare le riprese del documentario hanno famiglie che si reggono su equilibri economici molto delicati, vivono in zone di periferia, in situazioni complesse e spesso, non avendo in Italia una rete familiare che può farsi carico dei bambini, solo uno dei coniugi riesce a lavorare mentre l’altro si occupa di tutto il resto, è chiaro che spezzare questi equilibri porta a situazioni di grande sofferenza che non possono che avere un peso importante per tutta la società.




Il documentario si basa sul parallelismo tra un “dentro” (nei CIE) e il “fuori”: cosa può fare la società civile per queste persone?



Sono convinto che il ruolo principale della società civile sia quello di tenere alta l’attenzione sulle violazioni dei diritti delle minoranze, moltiplicando le occasioni di informare e rendere partecipi anche le fette di cittadinanza meno sensibili, cercando in tutti i modi di controllare l’operato di una classe politica che ormai sembra aver completamente perso ogni contatto con la realtà del paese.

In Italia esiste una società civile già forte, fatta di associazioni, gruppi informali, comitati, centri sociali, patronati e volontari che da anni si impegna attivamente in questo senso.

Molte sono state le iniziative a difesa dei diritti di queste persone perché per fortuna c’è ancora una bella parte della popolazione che ha ben chiaro quanto tutto questo abbia a che fare direttamente con la vita di tutti noi.

Un paese che non è in grado di accogliere, di condividere, che ha dimenticato il proprio passato e lascia spazio alla paura e alla xenofobia è un paese che sta male, che fatica a rigenerarsi e in cui i diritti di tutti sono sempre più a rischio.