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domenica 24 marzo 2013

Il genocidio ignorato degli hazara in Pakistan


Dopo più di un secolo di crimini sistematici come il genocidio, la schiavitù, gli abusi e le violenze sessuali, i crimini di guerra e le discriminazioni, essere Hazara appare ancora oggi un crimine in Paesi come l’Afghanistan e il Pakistan. Solo Sabato 16 Febbraio 2013, infatti, più di trecento uomini, donne e bambini sono stati uccisi o feriti in un attacco terroristico nella città di Quetta. Questo attacco segue un altro attentato avvenuto il 10 Gennaio nella stessa città, attacco che ha provocato la morte di più di cento persone. In questi ultimi anni, più di mille persone appartenenti all’etnia Hazara sono state uccise in simili attacchi organizzati in questo Paese. Oggi, nella loro stessa terra, in Afghanistan, le persone appartenenti a quest’etnia non sono al sicuro.
Attraverso la conferenza che si è tenuta a Bologna il 17 marzo scorso, organizzata dalla Rete Internazionale del Popolo Hazara, si è cercato di capire cosa sta accadendo in quell'area del mondo.
Innanzitutto bisogna partire - come ha sottolineato la giornalista Laura Silvia Battaglia nel suo intervento - da un'informazione corretta. I giornalisti devono documentarsi meglio, studiare e, possibilmente, conoscere le persone e le situazioni di cui scrivono o parlano perchè solo la conoscenza può aiutare a capire le cose.
In particolare, questo discorso vale per la stampa italiana che non si occupa mai abbastanza di politica internazionale e, per quanto riguarda, ad esempio, la politica interna riguardo al tema dell'immigrazione, ne parla sempre in termini di “sicurezza”. Per questi motivi, in Italia, non si hanno molte notizie certe sulla situazione in Afghanistan o in Pakistan e, in rete, si trovano spesso soltanto informazioni scritte in inglese.
Chi riporta le informazioni da quei paesi si dimentica che, al loro interno, ci sono realtà etniche diversissime e che questa diversità non poggia soltanto su motivazioni religiose, ma anche su vicende storiche e disuguaglianze culturali; dimenticando questo, le varie etnie spariscono dalle cartine geografiche, dai discorsi geopolitici e dal mondo dell'informazione. La giornata organizzata dalla Rete Internazionale del Popolo Hazara aggiunge alcuni tasselli di conoscenza e di approfondimento per colmare questi vuoti, queste lacune.
Adelaide Zambusi, coordinatore regionale presso UNHCR Italia, ha ricordato che:
Costituiscono genocidio, secondo la definizione adottata dall'ONU, "Gli atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso". Anche la sottomissione intenzionale di un gruppo a condizioni di esistenza che ne comportino la scomparsa sia fisica sia culturale, totale o parziale, è di solito inclusa nella definizione di genocidio.
Il termine, derivante dalla greco γένος (ghénos razza, stirpe) e dal latino caedo (uccidere), è entrato nell'uso comune ed ha iniziato ad essere considerato come un crimine specifico, recepito nel diritto internazionale e nel diritto interno di molti Paesi.
L' 11 dicembre 1946, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe il crimine di genocidio con la risoluzione 96 come "Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte". Il riferimento a "gruppi politici", un'aggiunta rispetto alla proposta di Lemkin, non era gradito all'Unione Sovietica, che fece pressioni per una formulazione di compromesso. Nel dicembre del 1948 fu adottata, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, all'articolo II, definisce il genocidio come:
Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale:

  • Uccidere membri del gruppo;
  • Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo;
  • Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;
  • Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo;
  • Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.

Basir Ahang, giornalista e attivista dei Diritti Umani, ha, invece, sottolineato che questo incontro è stato organizzato anche: “... per il diciottesimo anniversario dell'assassinio di Baba Mazari, l'uomo che perse la sua vita perché credeva nell'uguaglianza e nella giustizia per tutti i cittadini dell'Afghanistan, l'uomo che desiderava che l'essere Hazara non rappresentasse più un crimine. Per due secoli gli Hazara hanno vissuto diversi tipi di crimine come il genocidio, la pulizia etnica, la schiavitù e l'emigrazione forzata. Io non capisco come mai il genocidio degli Hazara venga ignorato dai principali mezzi di comunicazione. I giornali non se ne occupano quasi mai e quando lo fanno parlano di uccisione di sciiti e non di uccisione di Hazara. Ancora non so se questa politica dell'informazione sia da attribuire a un qualche tipo di falsificazione o semplicemente all'ignoranza. Forse non sanno che il motivo per il quale gli Hazara vengono uccisi dai terroristi sia in Pakistan che in Afghanistan è proprio il fatto che loro sono Hazara, facilmente distinguibili dagli altri per via dei loro tratti asiatici. Gli Hazara non vogliono ricorrere alle armi, alla violenza e alla guerra perché credono ancora che il miglior modo di trovare la pace sia la tolleranza e perché pensano che il miglior modo per convivere con gli altri sia accettarsi e rispettarsi reciprocamente. Oggi siamo qui per parlare di tutto questo, siamo qui per dire che anche gli Hazara fanno parte della società umana ed hanno il diritto di vivere in pace. Siamo qui anche per chiedere ai nostri amici italiani di esserci a fianco proprio come oggi, in questa ricerca della pace”.
Terminiamo con la lettera aperta che i poeti di tutto il mondo hanno scritto al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, al Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama:
Egregi Signori,
Dopo più di un secolo di crimini sistematici come il genocidio, la schiavitù, gli abusi e le violenze sessuali, i crimini di guerra e le discriminazioni, essere Hazara appare ancora oggi un crimine in paesi come l’Afghanistan e il Pakistan. Solo Giovedì 10 Gennaio 2013, infatti, più di cento Hazara sono stati uccisi in un attacco terroristico nella città di Quetta, in Pakistan. In questi ultimi anni, più di mille persone appartenenti all’etnia Hazara sono state uccise in simili attacchi organizzati nello stesso paese.
Oggi, nella loro stessa terra, in Afghanistan, le persone appartenenti a quest’etnia non sono al sicuro. Ogni anno sono esposte agli attacchi dei Kuchi afghani che godono del supporto dei Talebani e del governo afghano. Le loro strade vengono bloccate da Talebani armati, le loro auto vengono fermate e i passeggeri uccisi. Nel centro dell’Afghanistan, dove una gran parte della popolazione Hazara è marginalizzata, non hanno nemmeno accesso a diritti basilari. Ancora oggi essi sono esposti agli attacchi dei Talebani. Il risultato è che circa un milione di Hazara sono fuggiti in numerosi paesi come rifugiati o richiedenti asilo, il più delle volte vivendo in terribili condizioni umane e psicologiche.
La popolazione indigena Hazara rappresentava circa il 67% della popolazione dell’Afghanistan prima del XIX Secolo. Nel corso di questo secolo hanno sofferto il genocidio e la schiavitù e sono stati obbligati con la violenza ad abbandonare le loro terre, situate nel sud del moderno Afghanistan. Più del 60% di questa popolazione venne uccisa e migliaia di loro furono venduti come schiavi.
L’intera storia del XX secolo in Afghanistan è stata contrassegnata dalle uccisioni e dalle discriminazioni nei confronti di questo popolo. Il 10 e 11 Febbraio 1993 in un’area di Kabul chiamata Afshar, il governo dei Mujaheddin e i suoi alleati massacrarono migliaia di donne, uomini e bambini di etnia Hazara. Nell’Agosto del 2008, inoltre, i Talebani uccisero più di 10 000 Hazara nella città di Mazar-i-Sharif. Simili massacri si diffusero velocemente anche in altre parti del paese. La distruzione di simboli e patrimoni artistici e culturali Hazara, nonché la creazione e diffusione di un falso percorso storico attribuito loro, sono state altre strategie adottate, oltre ai già sopracitati crimini, al fine di eliminare l’esistenza di quest’etnia.
Per esempio nel Marzo del 2001, come è noto, i Talebani distrussero le antiche statue di Buddha a Bamiyan, simboli della storia e della cultura Hazara, nonché uno dei capolavori più importanti del patrimonio dell’umanità. Tale è la storia di questi ultimi due secoli di crimini contro il popolo Hazara.
Per queste ragioni, noi poeti di tutto il mondo dichiariamo la nostra solidarietà al popolo Hazara e chiediamo ai leader di tutto il mondo di tenere in considerazione i seguenti punti al fine di assicurare la sicurezza e la salvaguardia del popolo e della cultura Hazara:

1. Dichiarare uno stato di emergenza riguardante la situazione degli Hazara autorizzato dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.
2. Esercitare pressione sul governo dell’Afghanistan e sul governo del Pakistan, richiedendo la cessazione immediata degli atti di discriminazione contro gli Hazara, nonché la cessazione del loro supporto a gruppi terroristici.
3. Richiedere agli Stati parte della Convenzione sui rifugiati la protezione dei richiedenti asilo Hazara e la concessione del diritto d’asilo.
4. Istituire una Commissione internazionale di verità che indaghi sui crimini contro il popolo Hazara.
5. Aprire un’indagine presso le Corti e i Tribunali Internazionali come ad esempio la Corte Penale Internazionale.
6. Richiedere alle truppe internazionali presenti in Afghanistan di assicurare la sicurezza delle persone di etnia Hazara.
7. Richiedere ai media internazionali di riferire ed indagare sui crimini e le violenze contro il popolo Hazara in Pakistan e in Afghanistan.








lunedì 4 marzo 2013

Nel mare ci sono i coccodrilli, storia vera di Enaiatollah Akbari: dal libro al teatro




I trafficanti, bè, loro non potevano portarmi all'ospedale o da un dottore, è chiaro. E' il più grande problema di essere clandestini, questo: sei illegale anche nella salute”:

Queste sono alcune parole tratte dal romanzo Nel mare ci sono i coccodrilli, storia vera di Enaiatollah Akbari, di Fabio Geda per Dalai Editore.
Si tratta della storia vera di Enaiatollah, un afghano che ora vive a Torino. A dieci anni si ritrova da solo in Pakistan, dove era stato portato dalla madre. Perchè? Perchè suo padre era stato derubato e ucciso da alcuni banditi e i pashtun - proprietari delle merci che gli erano state rubate - avevano deciso di prendere come schiavo, a titolo di risarcimento, il figlio di quell'uomo. L'etnia di appartenenza del padre di Enaiatollah era, infatti, quella hazara, disprezzata dai pashtun e dai talebani che, tra l'altro, avevano ucciso il suo maestro.
Quella di Enaiatollah è una vera e propria odissea, nell'ulteriore fuga verso l'Iran e, poi, verso la Turchia, la Grecia e,infine, l'Italia: svolgendo i lavori più umili, tra trafficanti di uomini e merci, violenze delle istituzioni e botte dai poliziotti.
Il bambino non perde mai di vista i tre insegnamenti di sua madre: non fare uso di droghe, non usare armi e non rubare. Fiero della propria educazione e della propria identità, farà moltissima fatica per ottenere il permesso di soggiorno come rifugiato politico: il libro narra, infatti, anche dei numerosi ostacoli burocratici che costellano l'iter per poter ottenere il documento. Ora quel bambino è diventato un giovane uomo: ha studiato, ha un lavoro e tanti amici.
La storia di Enaiatollah è, per fortuna, a lieto fine, ma quella di molti altri, no.
Il testo scritto è diventato uno spettacolo teatrale che domani, 5 marzo, verrà presentato presso l'auditorium della Casa della carità di Milano, alle ore 21.00. Per la regia di Paolo Briguglia e Edoardo Natoli, con l'adattamento dello stesso Fabio Geda. Lo spettacolo è gratuito e aperto a tutta la cittadinanza.


domenica 13 gennaio 2013

99ma Giornata del migrante e del rifugiato. Incontro con Basir Ahang, afghano hazara, rifugiato politico in Italia

In occasione dell 99ma Giornata del migrante e del rifugiato abbiamo avuto l'onore di parlare con Basir Ahang, giornalista afghano hazara, rifugiato politico in Italia.
Per altre informazioni potete consultare i seguenti siti:

www.hazarapeople.com
www.basirahang.org
www.kabulpress.org/my

Ci può raccontare com'era la sua vita in Afghanistan prima di arrivare in Italia? E perchè ha dovuto lasciare il suo Paese?

Prima di arrivare in Italia svolgevo il lavoro di giornalista presso alcuni quotidinani locali di Kabul e nel contempo lavoravo per radio Farda occupandomi prevalentemente di problemi sociali e diritti umani. In quel periodo stavo anche per terminare i miei studi all’Università di letteratura persiana perciò il tempo a mia disposizione era molto poco, tuttavia riconoscevo l’importanza che l’informazione rivestiva in una società uscita da poco da un regime terrorista e oscurantista, quello dei talebani. 
Al buio seguiva finalmente la luce e moltissimi giovani come me erano ansiosi di portare il loro contributo alla rinascita sociale e culturale del paese. Nel 2006 iniziai poi a collaborare con alcuni giornalisti italiani del quotidiano “la Repubblica” e a raccogliere informazioni sul rapimento da parte dei talebani del giornalista e fotografo Gabriele Torsello, a causa di ciò iniziai a ricevere minacce di morte da parte degli stessi talebani. Dopo alcuni mesi trascorsi nel timore di poter essere trovato e ucciso, grazie ad alcuni amici italiani ottenni un visto per l’Italia e il 5 Gennaio 2008 arrivai finalmente a Roma con un volo militare.

Da quanto tempo è in Italia e quali difficoltà ha avuto al suo arrivo?  Come si trova oggi in questo Paese e com'è cambiata la sua vita?
 
Sono trascorsi ormai cinque anni da quando dovetti abbandonare il mio paese e da allora non vi sono più tornato. In Italia mi trovo bene e continuo la mia attività di giornalista occupandomi della situazione dei rifugiati sul sito kabulpress e talvolta per la parte in persiano della BBC. Inoltre ho fondato il sito www.hazarapeople.com in difesa dei diritti del popolo hazara di cui anch’io faccio parte. Purtroppo però in questi anni ho dovuto constatare un’assoluta mancanza del rispetto giuridico dei diritti dei rifugiati. A differenza di altri paesi europei infatti l’Italia concede più facilmente il permesso ma non garantisce alcun diritto fondamentale. Basti pensare alle migliaia di rifugiati provenienti dalla Somalia, dalla Nigeria o dal Sudan, solo per citarne alcuni, che spesso si ritrovano a fuggire da guerre terribili rischiando la vita innumerevoli volte durante il viaggio e che arrivando in Italia, dopo un periodo di permanenza nei centri di accoglienza, si ritrovano in mezzo ad una strada, senza conoscere i loro diritti, senza sapere la lingua e in un Paese in cui molto difficilmente verranno mai assunti da qualcuno. Io stesso quando sono arrivato ho dovuto imparare molte cose da capo, quando si arriva in un Paese che non si conosce infatti si è come dei bambini, bisogna imparare la lingua, conoscere un nuovo modo di pensare e di vedere le cose, integrarsi in mezzo ad una società diversa. Io sono stato molto fortunato non ho avuto i problemi che riscontrano la maggior parte dei rifugiati e non ho dovuto rischiare la vita per arrivare fin qui. L’unica cosa di cui mi rammarico è di non sentirmi ancora parte integrante di questa società ma piuttosto un membro di una grande comunità di rifugiati.