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domenica 29 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI







Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA

Combattere le mafie, combattere per il diritto alla legalità e alla vita.



Presentazione del romanzo: “ Sola con te in un futuro aprile”

di Michela Gargiulo





giovedì 3 DICEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate 2 – MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro:



Presentazione del romanzo “ Sola con te in un futuro aprile”, alla presenza dell'autrice e giornalista Michela Gargiulo e di Veronica Tedeschi, avvocato.

Il 2 aprile del 1985 Margherita ha soltanto dieci anni. La sua casa di Pizzolungo, a Trapani, al mattino è invasa dalla confusione allegra di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Non vogliono saperne di vestirsi e Margherita non vuole fare tardi a scuola. Chiede un passaggio a una vicina. I gemelli usciranno con l’utilitaria della mamma Barbara. Nello stesso istante due macchine della scorta vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo e viene da Trento, dove ha indagato su un traffico di morfina proveniente dalla Turchia. Un fiume di droga che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Quando Palermo arriva a sfiorare Craxi la sua indagine arriva al capolinea. Da Trento, il giudice si fa trasferire a Trapani, dove la morfina turca viene raffinata in eroina. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sul lungomare di Pizzolungo le auto della scorta sfrecciano, non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano. La sorpassano. Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti.

lunedì 16 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI



Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “Egitto, democrazia militare”

di Giuseppe Acconcia



 
 


mercoledì 18 NOVEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio il saggio “Egitto, democrazia militare” di Giuseppe Acconcia, Exòrma edizioni.



Il saggio:

L'incoronazione dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi come nuovo presidente egiziano ha chiuso tre anni rivoluzionari che hanno cambiato il Paese. Il racconto dal basso delle rivolte di piazza descrive un Egitto straordinario, diviso tra modernità e tradizione, dalla repressione di migranti e minoranze, alla punizione collettiva delle tribù del Sinai, dagli operai delle fabbriche di Suez al massacro di Rabaa al-Adaweya.




Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani





Parigi sotto attacco: la colpa è dell’Islam (?)


di Shady Hamadi  (da Il fatto quotidiano)



“E’ l’Islam il problema. La violenza che vediamo è il naturale frutto di una religione violenta” è questa l’idea che si diffonde a macchia d’olio in queste ore. Era la stessa idea che dilagava nelle ore, e nei giorni, dopo la strage di Charlie Hebdo. Tutte le responsabilità sono affidate a questa fede che sarebbe in antitesi con tutte le cose belle (democrazia, libertà e illuminismo – una parola molto ricorrente) dell’Occidente. La nuova strage a Parigi, dove hanno perso la vita 127 persone, sarebbe l’ennesima conferma dell’idea all’inizio. Allora si può cominciare a dare la responsabilità di quello che succede a oltre un miliardo di persone.

Le forze reazionarie in Europa, i paladini dell’identitarismo, non aspettavano altro per cominciare il loro proselitismo politico: la raccolta del consenso. «Più sicurezza contro il nemico esterno, l’Islam» gridano in questi istanti gli imprenditori della paura in tutta Europa. E come potrebbero avere torto? Perfino persone che sono sempre state disposte al dialogo si arrendono di fronte a quella che pare l’evidenza: l’Islam è una religione dell’odio. Ripongono il dialogo nell’armadio dei ricordi e da moderati passano al gruppo di chi vuole la chiusura delle frontiere. “Questi musulmani”, ci diranno fra un po, “sono tutti pericolosi. Il fondamentalista islamico è il nostro vicino di casa. Obblighiamoli a indossare un segno di riconoscimento. Magari una mezza luna”. Qualcuno potrebbe proporre di ritirare la cittadinanza a chi è nato e cresciuto nei nostri paesi da genitori musulmani perchè potenzialmente pericoloso. Sarebbe sbagliata una scelta del genere? No, se viene generalizzato il problema e la colpa diventa di tutti indistintamente. Alla fine sono “Bastardi islamici” come titola Libero. Di fronte alla facilità di cadere nel bacino, sempre più capiente, dei partiti xenofobi europei l’unica cura pare quella difficile dell’analisi di quello che è il Medioriente oggi e la rilettura della nostra Storia, quella europea. Scopriremmo molte cose interessanti e, fra le tante, che, in alcuni periodi storici, quando è stata generalizzata la colpa a una etnia o gruppo religioso si sono aperti gli anni bui che sono terminati con i massacri di questi capri espiatori.

Buttare le colpe sull’Islam, questa entità vuota, sconosciuta a troppi, è un gioco estremamente semplice che si alimenta grazie all’ignoranza e che ci impedisce di ragionare su quali sono i motivi che creano il fondamentalismi. Dico fondamentalismi perché Boko Haram è differente da Isis; l’Isis è differente da Al Qaida. I contesti sociali, linguistici, storici dove sono nati questi fenomeni non hanno nulla in comune fra di loro se non l’estrema povertà causata dallo sfruttamento di risorse e lo strapotere di élite politiche e economiche che creano dislivelli di ricchezza enormi.

Al fondamentalismo islamico c’è chi, come le formazioni di estrema destra, invoca il ritorno allo status quo precedente al 2010, alle primavere arabe. “Bisogna far tornare i vecchi regimi perché davano stabilità!”, dichiarano, “perché Saddam, Asad, Gheddafi ecc…sono il male minore”. Ai musulmani servirebbero dei tutori, dei massacratori. Poco importa se chi li aiuta a instaurarsi al potere si definisce democratico. La morale qui non vale. Non vediamo invece che la maggior parte dei giovani arabi che entrano nelle formazioni fondamentaliste hanno 30 anni e sono cresciuti educati e formati proprio sotto questi governi considerati “mali minori e laici”. Con questo intendo che dobbiamo domandarci “cosa spinge alcuni giovani nati e cresciuti sotto i regimi – buoni, come li considera qualcuno – a propendere verso il fanatismo?”. La risposta è la costante mancanza di libertà, l’asfissia sociale, la consapevolezza di non poter cambiare le cose e l’accettazione – da parte di alcuni di loro- della morte come eventualità quotidiana.

Quest’ultimo punto è stato per me evidente due giorni fa. Camminavo nel centro di Beirut con un mio amico e da qualche ora c’era stato l’attentato che aveva causato quasi 50 morti. Intorno a noi la gente riempiva i bar e la vita procedeva tranquilla. Questo amico mi ha chiesto che cosa pensassi: “non ti sembra strano che tutto proceda come se nulla fosse”? “E’ la temporaneità”, gli ho risposto, «”la concezione che nulla sia duraturo. E’ tutto fragile. Domani può arrivare un aereo di chissà quale Stato, sganciare una bomba e andarsene. Tutti sanno che non ci sarà nessuna reazione. La vita si è plasmata qui, e in altri luoghi del mondo arabo, intorno alla costante insicurezza”. Non è una concezione vittimistica della vita ma direi l’accettazione dell’eventualità della morte. Così, noi in Europa, non capiamo che le vittime di Beirut sono vicine, insieme a quelle in Siria, in Palestina, Israele, Iraq e Yemen a quelle di Parigi.
Ma solo le ultime raggiungono lo status di vittime perchè ci identifichiamo con loro mentre le altre sono numeri. Quando proveremo empatia verso tutti; quando la smetteremo di chiedere a ogni musulmano vicino di casa di sentirsi in colpa e condannare gli attentati; quando proveremo tutti insieme, musulmani, cristiani, ebrei – tutti noi – la solidarietà a prescindere dalla nazionalità, allora il fondamentalismo avrà fine. Questo sforzo deve arrivare da tutte le parti. Preme però sottolineare che il punto essenziale, oggi, è capire che la Siria e la guerra(incompresa) che si combatte lì, ha ripercussioni dirette nelle nostre società. Solo la risoluzione di quella catastrofe, che miete centinaia di morti al giorno, può dare un contributo fondamentale alla stabilità dell’area. Ma la scelta per risolverlo non deve essere fra un regime e il fondamentalismo: dobbiamo scegliere il popolo, la gente.
Solo il dialogo ci salva dai tempi bui, ma questa strada è sempre la più difficile.

domenica 15 novembre 2015

Amedeo Ricucci commenta il terrorismo a Parigi (e non solo)

Ci è pervenuto anche il commento del giornalista Amedeo Ricucci che ringraziamo.
Ringraziamo di cuore i giornalisti e gli esperti che ci stanno inviando il loro contributo, aiutandoci a capire.
 
 
La strage di Parigi rappresenta un salto di qualità nella strategia del terrore perseguita con accanimento dai fondamentalisti islamici di DAESH, il sedicente Califfato Islamico creato da Abu Bakr al Baghdadi. Finora, a portare la morte in Occidente era stati dei lupi solitari, che agivano individualmente o in piccoli gruppi. Due giorni fa, invece, a Parigi, è entrato in azione il branco. Un branco famelico e delirante, per il quale quest'attacco è stato solo "l'inizio della tempesta". Di fronte a questa sfida - e nonostante il bilancio assai pesante della mattanza di Parigi - la Francia e con essa l'Europa non possono permettersi di reagire con la logica dell'occhio per occhio, dente per dente, perseguendo cioè la vendetta. Faremmo il gioco dell'ISIS, che vuole lo scontro di civiltà e che da questo scontro trarrebbe un'innegabile legittimazione. Allo stesso tempo, l'Europa non permettersi di derogare al suo sistema di valori: il restringimento delle libertà individuali e dei diritti civili in risposta alla minaccia terroristica - come già avvenuto negli USA dopo l'11 settembre - sarebbe un drammatico autogol, in grado di consegnare nelle mani dell'ISIS quelle fasce delle comunità musulmane che qui da noi sono ai margini della società, non integrate o sofferenti. Quello che dobbiamo fare è prosciugare il lago all'interno del quale nuotano i terroristi e si alimenta il fascino della guerra santa, del jihad. Se lo alimentiamo, invece, peggio ancora se lo trasformiamo in un mare - criminalizzando i musulmani - si rischia di grosso.

martedì 6 ottobre 2015

Milano non dimentica la giornalista Anna Politkoskaja








Dibattiti, letture, proiezione di documentari e il memorandum teatrale Donna non rieducabile, di Stefano Massini. Sono tante le iniziative organizzate a Milano da AnnaViva per onorare la memoria di Anna Politkovskaja, uccisa 9 anni fa, il 7 ottobre 2006, quando 5 pallottole la raggiunsero  davanti all’ascensore di casa mentre reggeva le buste della spesa. Venite a ricordare con noi, vi aspettiamo.

Ecco il calendario degli appuntamenti:

2 ottobre ore 18.30, Libreria Popolare, via Tadino, 18  - Dibattito dal titolo “Perché Anna oggi?”. Ingresso libero. Intervengono: Elena Arvigo (interprete del memorandum teatrale “Donna non rieducabile” in scena al Teatro Out Off dal 7 al 25 ottobre, Rosario Tedesco (regista dello spettacolo), Luca Bertoni e  Pamela Foti dell’associazione Annaviva.

7 ottobre, ore 20.45, Teatro Out Off  prima di Donna non rieducabile(ingresso libero solo su prenotazione 0234532140;  info@teatrooutoff.it).

8 ottobre, ore 18.00, Teatro Out Off – proiezione del documentario  “A Bitter Taste of Freedom" un film di Marina Goldovskaya - ingresso libero 

10 ottobre, ore 17.00, giardini Anna Politkovskaja - Per non dimenticare: letture da testi e articoli di Anna P. letti da Elena Arvigo, Cinzia Spanò, Rosario Tedesco

15 ottobre, ore 18.00, Teatro Out Off - proiezione del documentario “Letter to Anna: The Story of Journalist Politkovskaya's Death” di Eric Bergkraut - – ingresso libero 

22 ottobre ore 18.00, Teatro Out Off – proiezione del documentario “211: Anna” di Paolo Serbandini, Giovanna Massimetti - ingresso libero 



sabato 11 luglio 2015

L’omosessualità non è più illegale in Mozambico

di Veronica Tedeschi



Il 29 giugno è entrato in vigore il nuovo codice penale del Mozambico, già modificato a dicembre scorso e che, come grande novità, contiene una proibizione della persecuzione giudiziaria contro gli omosessuali. Questa è una fresca boccata d’aria per la popolazione mozambicana che vive in uno degli stati in cui l’intolleranza è da sempre la meno influente rispetto ad altri Stati dell’Africa meridionale.

Nel continente africano, il Sud Africa è l’unico stato che riconosce i matrimoni omosessuali mentre sono ben 35 gli stati africani in cui, non solo i matrimoni omosessuali sono illegali, ma sono anche previste norme che prevedono sanzioni specifiche per la punizione di questo “reato”, che vanno da un’ammenda a 25 anni di prigione.
In Mozambico, prima della legalizzazione, l’omosessualità poteva essere punita come “atto contro la pubblica morale” secondo le leggi coloniali portoghesi (articoli 70 e 71) del 1886. A differenza di altri stati con la stessa legislatura, qui l'omosessualità maschile veniva punita con l'imprigionamento fino a 3 anni in istituti di rieducazione dove il lavoro duro è usato per modificare il comportamento.

La popolazione è, naturalmente, contenta di questo cambiamento ma non ci crede fino in fondo, “non possiamo veramente parlare di volontà politica, il governo reagisce piuttosto alla pressione esterna di alcune ambasciate e investitori”, ha detto Dercio Tsandzana, un blogger e influente attivista.

Infatti, la cosa particolarmente curiosa è che l’entrata in vigore del nuovo codice penale è avvenuta con un velo di indifferenza generale, sia per le televisioni africane che per quelle occidentali.
La notizia avrebbe potuto rappresentare un punto di riferimento per altri stati africani che sono ancora in una fase di transizione e indecisione rispetto alla legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Invece, non è stato programmato nessun evento particolare per celebrare quello che in altri paesi dell’Africa meridionale poteva apparire come un importante passo in avanti per i diritti Lgbt. Basti pensare ai loro vicini di casa, lo Zimbabwe, in cui l’omosessualità è illegale secondo l'articolo 73 del Codice Penale, ed è governata da un presidente famoso per le sue crociate anti-gay.
Questa svolta avrebbe dovuto avere un impatto maggiore in tutta l’Africa meridionale ma così non è stato; la speranza è quella che gli stati vicini si chiedano le motivazioni di questo cambiamento e traggano spunti per il loro futuro.




venerdì 10 luglio 2015

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?


Cari amici,

l'Associazione per i Diritti Umani pubblica, oggi, il video dell'incontro che ha organizzato – nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!” - con la giornalista Laura Silvia Battaglia.

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?

Tanti gli argomenti trattati: le basi del terrorismo dell'Isis, la situazione in Iraq e Yemen, il ruolo dell'Iran, la religione strumentalizzata, la condizione e il ruolo delle donne, la stampa nazionale e internazionale.

Ringraziamo ancora molto Laura Silvia Battaglia per la sua presenza e generosità.





sabato 4 luglio 2015

Isis, il nemico perfetto: una conversazione con Amedeo Ricucci




Anche alla luce degli ultimi attentati in Francia, Tunisia, Kuwait e Somalia l'Associazione per i Diritti Umani vi propone l'intervista che ha realizzato al giornalista Amedeo Ricucci, partendo dal suo reportage dal titolo: Isis, il nemico perfetto, con interviste a Olivier Roy, David Cockburn, Renzo Guolo, Fabio Mini, Marco Minniti, Theo Padnos, Hamza Piccardo, Luca Bauccio, Daniele Raineri e tanti altri. In esclusiva, inoltre, l’intervista a due “pentiti” dell’ISIS ed un reportage sull’“autostrada del jihad”, che dall’aeroporto di Istanbul porta ad Akcahkale, la porta turca di ingresso al neo-Califfato.





Ringraziamo molto Amedeo Ricucci.





Da Isis a Is: il nome è cambiato e questo cosa significa?



E' stato un cambiamento che si è costruito nel tempo, anche nel silenzio dell'Occidente, quando lo Stato islamico di Iraq e del Levante (cioè la grande Siria) si è costituito nel 2013: lo ricordo bene perchè, in quel momento, ero sequestrato in Siria da un gruppo armato che aveva dichiarato la propria affiliazione all'Isis quel giorno.

L'Isis, per un anno, si è confuso in mezzo agli altri gruppi che si sono ribellati al regime di Assad e poi ha svelato la sua vera natura, ovvero quella di voler creare uno Stato islamico ispirato a una visione particolarmente conservatrice dell'Islam, in Iraq e in Siria. Il passo successivo in questa direzione è stata la dichiarazione di costituzione del Califfato islamico (che è la prima forma di organizzazione statale che l'Islam combattente si è data): il Califfato è stato dichiarato a giugno, dopo che le milizie dell'Isis di al Baghdadi hanno attaccato la provincia frontaliera tra Iraq e Siria - la provincia dell'Anbar - e a giugno sono riusciti a conquistare Mosul, che è la seconda città dell'Iraq. E non dimentichiamo, infine, che il Califfato per sua natura ha un progetto espansionistico.


Quali sono gli argomenti principali che non vengono trattati nella maniera corretta dalla stampa italiana e internazionale?


Nel documentario pongo l'accento sul fatto che l'Isis è il frutto dei nostri errori politici e militari.

Se non ci fosse stata la guerra in Afghanistan prima e dopo la guerra in Iraq - con tutti i danni collaterali e cioè con l'idea da parte dei musulmani integralisti che noi siamo truppe di infedeli che hanno calpestato la terra sacra - probabilmente non ci sarebbe stata questa recrudescenza dell'Islam radicale. Il Califfato è l'ultima delle aberrazioni dell'Islam radicale e, per Islam radicale, intendo l'Islam che si dà una strutturazione politica e che intende diventare un attore fra gli attori internazionali.

La seconda cosa che si dice nel documentario è che l'Isis (o Stato islamico) è anche lo specchio delle nostre psicosi: l'uso dell'arma del terrore fatto dal Califfato ha scatenato le paure dell'Occidente. Questa paura è stata molto amplificata dai mass-media, è stata confusa con un'altra paura che è quella degli immigrati che potrebbero invaderci e il risultato sono state situazioni ridicole come, ad esempio, il fatto che a Porto Recanati, lo scorso febbraio, siano state allertate le forze dell'ordine perchè c'era una bandiera dell'Isis in uno stabile per poi scoprire che si trattava di uno straccio nero...L'Isis rappresenta un pericolo, ma va affrontato con intelligenza e lucidità.

Un altro elemento importante a cui ho dedicato molto tempo nel film, è l'uso perverso che l'Isis fa della comunicazione e gli errori che i media, europei e occidentali, fanno nel diventarne il megafono.

A partire dall'agosto del 2014, l'Isis ha cominciato ad usare l'arma del terrore in modo sempre più perverso: decapitazioni di giornalisti, decapitazioni di massa in Iraq, in Siria e tutte quelle esecuzioni sono state sceneggiate ad arte, secondo un copione ben preciso. Tute arancioni, passamontagna, coltelli e messaggi. I media occidentali hanno ripreso questi video e li hanno trasmessi senza capire che, così facendo, li avrebbero moltiplicati. In questo modo l'Isis è riuscita a intrufolarsi nelle nostre coscienze perchè noi l'abbiamo rappresentata più volte come un'entità invincibile, terribilmente capace di cose atroci e dotata di un potere di vita e di morte su tutti noi. Invece dobbiamo smontare questo mito.



Il nemico perfetto” è un titolo provocatorio...



Sì, è provocatorio nel senso che è un nemico che di fatto ci fa comodo. E' un nemico che mette a fuoco una serie di nostri difetti. Sul piano delle forze militari, il pericolo dell'Isis è un pericolo “irrisorio” perchè stiamo parlando di 40/50mila miliziani che, se i Paesi occidentali mettessero insieme gli eserciti, potrebbero essere sconfitti facilmente. Ma non lo si fa perchè, quella dell'Isis, è una guerra asimmetrica, di guerriglia ed è complicato bombardare i posti dove si è arroccata perchè ci sono i civili. Ma il problema di fondo è un altro: non è chiudendo la partita con l'Isis che risolveremo il problema del radicalismo islamico.

Nel documentario c'è un'intervista al politologo francese, Olivier Roy (che si occupa da trent'anni di Islam radicale) il quale dà dell'Isis una versione particolare: secondo Roy, il jihad (la guerra santa) corrisponde al mito della rivoluzione degli anni '60-'70 in Italia e in Francia. Buona parte della gioventù italiana credeva nel mito della rivoluzione e, in nome di quel mito, alcuni di loro hanno impugnato anche le armi e da questo sono nate le Brigate Rosse. Il radicalismo islamico non ha nulla a che vedere con l'Islam tradizionale, ma è una scelta militante; è gente che spesso si è convertita all'Islam (il 25% sono foreign fighters), sono cittadini europei e occidentali che, nel giro di tre o quattro mesi, vanno a combattere. Non è una scelta religiosa, è una scelta che matura in rete e che, come detto, ha altre basi.



Per vedere il documentario: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a5448a35-e393-4a2c-8d8f-a28a5e3c0621.html

martedì 9 giugno 2015

Il grande salto: dall'Africa subsahariana all'Europa



Un reportage esclusivo, per la RAI, di Amedeo Ricucci e Franco Ceccarelli, vincitore del Premio TV 2015: Il grande salto racconta le storie dei migranti che tentano di superare la triplice barriera che separa il Marocco dal sogno dell'Europa.

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto, per voi, alcune domande al giornalista. Ringraziamo moltissimo Amedeo Ricucci per la sua disponibilità.





Qual è l'importanza strategica della frontiera di Melilla?


La frontiera di Melilla è l'unico punto di contatto tra Europa e Africa ed è più facile da affrontare per i migranti che arrivano dall'Africa subsahariana perchè “basta” superare le tre barriere che difendono questa enclave spagnola. Un altro dato importante, a cui spesso non si dà rilievo, è il fatto che, per arrivare in Marocco, molti migranti - sempre dell'Africa subsahariana - non hanno bisogno del visto: ad esempio i senegalesi o i camerunensi.

Ceuta e Melilla, negli ultimi dieci anni, sono diventate due trampolini per arrivare in Europa anche se Ceuta è molto più militarizzata. I numeri di questa immigrazione non hanno nulla a che vedere con le cifre italiane: sono passati circa 3.500 migranti che sono ben poca cosa rispetto ai 50.000 che sono sbarcati sulle coste italiane da Lampedusa. E' interessante sottolineare che le rotte di immigrazione mutano a seconda delle possibilità che si creano: sono stato a Melilla nel luglio-agosto 2014 e la situazione in Libia stava precipitando e questo ha consigliato a molti migranti di trasferirsi dal Marocco verso la Libia per tentare da lì una traversata, visto che in Libia non c'erano più autorità in grado di bloccare i flussi attraverso un pattugliamento delle coste. Sempre a maggio-giugno dello scorso anno, a Melilla c'è stato un grosso flusso migratorio perchè allora si riusciva a passare, poi sono stati messi una rete protettiva e un fossato e questo ha reso più difficile il “grande salto”.




Ma proprio dal punto di vista pratico, come si possono superare le barriere? 
 


Alla barriera ci si arriva senza alcun problema; è protetta da delle garitte, dei posti di guardia dell'esercito marocchino e se ci arrivi alle quattro o cinque di mattina è possibile tentare di scavalcarla. Il problema è che bisogna scalarne tre.

In via teorica (in Spagna come in Italia) se tu metti piede su terra spagnola, dovresti essere salvo. Se la Guardia Civil ti ferma, dovresti aver diritto ad essere identificato e trasferito al centro di accoglienza di Melilla. Ma molte organizzazioni denunciano il fatto che, in realtà, la polizia marocchina e la Guardia Civil spagnola abbiano adottato comportamenti del tutto anticostituzionali, nel senso che alla polizia marocchina viene concesso di entrare a Melilla e lì le vengono consegnati i migranti che sono riusciti a toccare suolo spagnolo.

C'è, inoltre, un altro stratagemma: per un cavillo legale, le autorità di Melilla hanno stabilito che tu non sei su suolo spagnolo finchè non vieni a contatto con una guardia civil o con un rappresentante delle forze dell'ordine di Melilla, per cui se tu caschi dall'altra parte della rete, vieni preso dalla guardia marocchina e quella ti può riportare in Marocco. Il tutto si gioca sul filo del rasoio e ci sono organizzazioni dei diritti dell'Uomo – sia in Marocco sia in Spagna – che fanno attività importanti di denuncia di queste situazioni di irregolarità.



Le interviste per il reportage sono state realizzate in un luogo particolare...


Sì, sul monte Gurugù, un monte che sovrasta Melilla, con una foresta che lo ricopre e che si è, così, trasformato in una sorta di accampamento illegale dove i migranti – divisi per nazionalità – sostano in maniera irregolare.

La polizia marocchina fa delle retate, cerca di distruggere questi accampamenti provvisori, anche se di fatto è impossibile arrestare i flussi per cui si ricreano.

A Melilla si vedono le luci dell'Europa e la tentazione di arrivarci è molto più forte rispetto a quella di chi fa la traversata via mare. C'è chi tenta di arrivare in Europa otto, dieci, quindici volte; è gente che, ogni volta, si fa manganellare dalla polizia marocchina o che si fa arrestare dalla Guardia Civil. E c'è anche tanto fatalismo...


venerdì 22 maggio 2015

25 anni di mondo dagli schermi di Milano


di Ivana Trevisani, da 25 anni con piacere fedele al Festival


 

Il “Festival del Cinema Africano d'Asia e America Latina” anche quest'anno si è riaffacciato agli schermi milanesi e si è presentato con un compleanno speciale, venticinque anni, un quarto di secolo, di vita sua e di quella del pubblico che con affetto lo ha seguito lungo tutto questo periodo e ancora lo segue.

Non a caso il termine Vita, perchè di questo si tratta e ogni anno puntualmente si ripete: incrocio di vite, delle organizzatrici e degli organizzatori, delle persone sedute davanti allo schermo o davanti alle registe ai registi negli incontri aperti, e quelle restituite dallo schermo, più o meno lontane nello spazio e a volte nel tempo, ma riconsegnate nel presente dal loro dipanarsi nelle trame di film, lunghi o corti, e documentari.

Già dall'apertura si poteva intuire la scelta, anche per quest'anno, di condurci nella storia delle quotidianità, argomento poco visitato, anzi spesso ignorato dall'informazione formale. Ha aperto il festival il lungometraggio “Taxi Teheran” dell'iraniano Jafar Panahi, Orso d'oro all'ultima Berlinale; il regista che non può lasciare il suo Paese per vent'anni a causa del suo impegno di dissenso politico, diventando lo stesso taxista- personaggio del film, riesce attraverso i variegati passeggeri che si susseguono e dei loro squarci di storie comuni, a darci conto delle storture di un regime soffocante.

Immagini inattese della Tunisia, nel quotidiano pressochè sconosciuto in cui non sono i fantasmi del terrorismo ad agitare le vite, quanto problemi ordinari, ma non meno difficili da reggere, sono state offerte da “Le challat de Tunis” della regista Kaouther Ben Hania, che con sarcasmo e ironia, attraverso la ricostruzione della vicenda dell'aggressore seriale “lametta” (challat, appunto) restituisce i conflitti di genere nella società tunisina. Immagini inattese sono state date anche dal regista Lofti Achour, che con il cortometraggio “Père” affronta il tema della paternità, vera o presunta, una questione difficile da affrontare e gestire non solo nella cultura e società arabe, del resto.    



Restando nel vicino scenario di un'altra delle rivoluzioni che nella primavera del 2011 hanno scosso parte del mondo arabo mediorientale, il giovanissimo cineasta egiziano Yasser Shafie grazie al suo corto ma incisivo “The dream of a scene (Il sogno di una scena)”, rende con uno sguardo maschile di apprezzabile sensibilità, il forte radicamento - più culturale che religioso nel mondo arabo - come un nodo più stretto del nodo dei capelli femminili e del loro significato profondo nelle stesse donne. E non è tuttavia mancato il richiamo all'ironia che anima la cultura egiziana, affidato ai tredici minuti del cortometraggio del cairota Khaled Khella “130 km to Heaven (A 130 km dal paradiso), che riesce con umorismo solo velatamente amaro a sbugiardare l'abbaglio di stili di vita dorata veicolato da certo turismo occidentale.

Passage à niveau (Passaggio a livello)ci sposta poco più in là, sia geograficamente che tematicamente: l'algerino Anis Djaad infatti ci cala nel dramma della perdita di un lavoro più che trentennale e accomuna i due personaggi del cortometraggio nella scala socioeconomica, come ultimo e penultimo.

Restando nella stessa area geografica, ancora grandi traversie che sfiorano e a volte intrecciano la tragedia, in piccole comuni storie di vita nella realtà sia rurale che urbana del Marocco odierno: ce le hanno presentate la regista Tala Hadid con il suo The narrow frame of midnight (La cornice stretta della mezzanotte)che affrontando un dramma dilagante nel paese, patito da molte adolescenti, riesce ad incuneare nel racconto la connivenza e la responsabilità di deprecabili trafficanti europei. E “L'homme au chien (L'uomo con il cane)del regista Kamal Lazraq che mostra la crudeltà umana alimentata dal degrado sociale di ghetti ai margini nientemeno che della capitale Casablanca.

Ci spostiamo in una dimensione geografica molto lontana, nel Sudafrica del cortometraggio “Lazy Susan (Vassoio girevole)di Stephen Abbott, ma in una dimensione di difficoltà umana tra l'arroganza di un cliente e un meschino furto degli spiccioli di mance quotidiane. Sempre nel sud dell'Africa, in Angola, il cortometraggio “Excuse Me I Disappear (Scusatemi se sparisco)di Michael Mac Garry, già nel titolo anticipa la cifra di assurdità della non esistenza di un anonimo spazzino comunale, che scompare nell'anonimia e sperequazione socio economica del quartiere irreale in cui il lavoro lo porta ogni giorno.

I dodici minuti di “Discipline (Disciplina) dello svizzero-egiziano Christophe M. Saber, riportandoci appena oltre il nostro confine verso nord, rendono con straordinaria efficacia la babele non solo linguistica nel microcosmo svizzero di un supermercato, dove le incomprensioni linguistico-culturali generano fraintendimenti che alimentano una rissa dall'evoluzione esponenziale.

The Monk (Il monaco)del birmano The Maw Naing, sembra spostarci in una dimensione quasi irreale di ascetismo, ma le vicende umane oltre che spirituali del monastero nel cuore della foresta birmana e l'inatteso, breve incontro con la realtà urbana, lo rendono più concreto.

E per concludere, lasciandoci aperti al proseguo delle vite, i film hanno mostrato l'irrisolto di tragedie, troppo spesso archiviate o mal-trattate dal sistema mediatico, restando ferite non riemarginate e pronte a riaprirsi, seppure in forme diverse, attraverso l'intero mondo: dalla Haiti di “Meurtre à Pacot (Omicidio a Pacot)di Raoul Peck che scavando nelle macerie e nei sentimenti dei personaggi, ci rammenta di come le catastrofi ambientali, il terremoto nella fattispecie, colpiscano non solo nel momento dello scoppio, ma si insinuino tra le crepe dei muri e delle vite che vi si aggirano, mettendo a nudo i risvolti peggiori delle persone. Alle zone dell'Africa subsahariana già attraversate da sanguinosi conflitti interni ormai dimenticati dall'attenzione mediatica, in cui il cortometraggio “Umudugudu! Rwanda 20 ans après Umudugudu! Rwanda 20 anni dopo)dell'italiano Giordano Cossu ci conduce nell'esplorazione delle situazioni latenti e non concluse di un paese uscito dalla tragedia ma non dal rischio del suo riesplodere. O il lungometraggio del burkinabé Sékou Traoré “L'oeil du cyclone (L'occhio del ciclone), presentato in prima europea, che ci ricorda le bombe ad orologeria degli ex bambini soldato, diventati adulti mai recuperati dal danno del condizionamento che hanno subìto. Per arrivare, infine, purtroppo ancora nel presente, con le dolorose immagini delle “Letters from Al Yarmouk (Lettere da Al Yarmouk)del palestinese Rashid Masharawi, che ci accompgnano “oltre il disumano” ,come affermato lo scorso aprile dall'UNHCR, in quel tragico quotidiano della situazione tutt'ora aperta nel campo profughi palestinese dell'omonimo quartiere di Damasco, assediato da fame, da bombe e dalla morte ancor prima che dai criminali di Daesh.

L'augurio quindi che possiamo fare e farci, in questo significativo compleanno, è che il Festival Cinema Africano d'Asia e America Latina di Milano, possa continuare a regalarci per molti altri compleanni, oltre al valore artistico delle opere scelte, anche quello del suo impegno politico nel restituirci, come anche quest'anno ha fatto, un quotidiano che va oltre confini, muri, barriere geografiche, culturali o mentali e rende simile e vicina, in questo difficile passaggio della storia, tutta la comune umanità.

mercoledì 29 aprile 2015

MOSAIKON - Voci e immagini per i diritti umani





Cari lettori e cari amici,
l'Associazione per i Diritti Umani è felice di comunicarvi l'uscita di "MOSAIKON - Voci e immagini per i diritti umani" (Arcipelago edizioni), un libro in cui sono state raccolte tutte le interviste realizzate per il sito www.peridirittiumani.com durante i nostri primi due anni di attività.
L'intento è quello di proporre un testo - cartaceo e fruibile - ricco di notizie e approfondimenti. L'idea nasce, infatti, dagli atlanti di una volta grazie ai quali si poteva viaggiare...stando fermi: "MOSAIKON" permette ai lettori di muoversi nella geopolitica, all'interno dei nuovi assetti sociali e religiosi, tra le vite quotidiane di uomini - donne - bambini e di rimanere aggiornati sulla Storia contemporanea, sulla politica estera e sui grandi temi dell'attualità.
Crediamo che il testo possa essere utilizzato anche come strumento didattico, come punto di partenza per ulteriori ricerche, e per la ricchezza sitografica, bibliografica e per i rimandi dei contenuti.
Cogliamo l'occasione per ringraziare tutti coloro che ci hanno accordato le interviste, aiutandoci a dare voce a chi non ce l'ha; Basir Ahang per la sua importante prefazione; gli amici e Luciano che hanno creduto in questa avventura e in questo progetto editoriale.


Per l'acquisto della copia potete scrivere una mail all'indirizzo: peridirittiumani@gmail.com con il vostro nome/cognome/indirizzo compreso di CAP e ve la invieremo subito per posta.
Potete effettuare il pagamento (di euro 12,50) con PAYPALL, BONIFICO o CARTA DI CREDITO. Sarebbe anche un bel modo per sostenerci ! Grazie!

martedì 28 aprile 2015

Ad un anno dal rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram



Pochi giorni fa, il 14 aprile scorso, è ricorso l'anniversario del rapimento delle studentesse nigeriane da parte di Boko Haram, ma pochi hanno riportato la notizia e sembra che l'interesse verso questa grave situazione sia scemato nel corso del tempo.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato il giornalista Lorenzo Simoncelli che ha avuto occasione di parlare con alcune delle ragazze che sono riuscite a scappare dai rapitori. Ringraziamo moltissimo Simoncelli per il tempo che ci ha dedicato e per le notizie che ci ha voluto fornire.





Come si è preparato e organizzato per questo viaggio?



Rispetto agli altri viaggi professionali, c'è stato da limare tutto l'aspetto legato alla sicurezza. Sono andato nel Nord Est del Paese, cioè nella parte più colpita da Boko Haram, e mi sono appoggiato ad una mozione diplomatica che è stata portata avanti dall'ambasciata svizzera e, una volta in loco, ho avuto il supporto tecnico-logistico dell'American University di Yola, l'unica realtà accademica internazionale nella zona del Nord Est che mi ha facilitato fornendomi le “stringhe”: i traduttori, gli autisti e una sicurezza fisica con guardie personali.

Ventuno delle ragazze rapite sono all'interno dell'università di Yola: ho avuto la possibilità di conoscere il Rettore - una professoressa della California - e ho avuto l'accesso all'incontro con quattro ragazze, nello scorso mese di febbraio, durante il periodo delle elezioni.


Qual è la situazione attuale in Nigeria?

 

La situazione è di caos calmo. La Nigeria è, in realtà, un continente. Non è enorme per quanto riguarda la superficie, però è un Paese con 180 milioni di abitanti e il PIL di Lagos comprende, da solo, 19 Stati africani.

C'è una netta separazione tra Nord e Sud: un Nord poverissimo, arido e prevalentemente musulmano e un Sud di varie confessioni cristiane, più ricco, con una Lagos con un neoliberismo totale e una roccaforte petrolifera, nel delta del Niger, in cui, secondo me, ci saranno i problemi maggiori perchè ci sono dei guerriglieri che negli anni passati sono stati artefici di molti rapimenti soprattutto di imprenditori stranieri e che, nel 2009, hanno siglato questo tacito accordo con il governo (in carica fino a maggio) in cui dicevano: “Voi ci date parte delle royalties dell'estrazione del petrolio e in cambio noi stiamo tranquilli”. Questo “patto”, con la vittoria di Muhammadu Buhari, rischia di saltare.

Buhari, inoltre, ha più di settant'anni, non si parlava di lui da tanto tempo, è per la dissciplina ferrea, ma è sembrato l'uomo giusto perchè il precedente governo è stato caratterizzato da una fortissima corruzione, considerando anche che durante la dittatura militare sono state uccise tante persone, è stata applicata una dura censura giornalistica e sono stati incarcerati anche alcuni politici. Ho paura, quindi, che sia stato fatto un voto di protesta, mirato ad abbattere la corruzione e a tenere sotto controllo i guerriglieri, attraverso la disciplina (perchè è stato un generale), recuperando anche un esercito.

 

Prima di essere rapite, dove vivevano le ragazze? In che condizioni le hai trovate?

 

Le ragazze vivevano a Chibok, città in uno dei tre Stati più colpiti da Boko Haram, nel Nord Est. Si tratta di una zona desertica, dove non c'è nulla: hanno vite semplicissime, in condizioni precarie e caldo terribile. Ci sono scuole che, in realtà, sono costruzioni fatiscenti. Le ragazze sono cristiane in un posto in cui la popolazione è al 97% musulmana.

Prima del rapimento, le ragazze andavano a scuola al mattino, al pomeriggio si dedicavano alla famiglia, cucinavano insieme alle madri e lavoravano nei campi. Non erano mai uscite dal villaggio e non sapevano nulla di quello che passa nel mondo.

Io dico che la ragazze con cui ho parlato, hanno avuto la “sorte” di fuggire dai rapitori. Appena i guerriglieri sono entrati nella scuola: alcune sono riuscite a scappare dalla finestra; due sorelle, appena caricate sui sette camion dei guerriglieri, sono scappate in corsa; altre sono riuscite a venire via dai campi di Boko Haram nelle prime ore del mattino. 


La sorella di una delle ragazze rapite lavorava come guardia di sicurezza all'interno dell'università americana ed è riuscita a sapere che sua sorella era riuscita a scappare: ho chiesto,quindi, al Rettore se si poteva fare qualcosa e, tramite un lavoro di squadra anche con il Senato, sono riuscite ad ottenere un fondo di circa 50.000 dollari per creare delle borse di studio. Da Yola al luogo dove sono state rapite, ci sono circa tre ore di autobus: il rettore dell'università ha mandato la ragazza della sicurezza a Chibok che ha iniziato a parlare con le famiglie delle studentesse, famiglie spaventate e che avevano paura di mandare le ragazze in una realtà occidentale anche perchè “Boko Haram” significa proprio “contro l'istruzione, contro l'educazione”. Sono riusciti a convincere alcune famiglie, i genitori che hanno dato il permesso di andare all'università americana sono scappati e vivono in altri Stati. Le ragazze sono state portate via dai villaggi, scortate dalle guardie del corpo e si sono presentate ad una rotonda, senza sapere chi sarebbe andato a prenderle, con un sacchetto di palstica che era tutto il loro bagaglio e senza scarpe. Uno dei padri di queste ragazze aveva due figlie, entrambe rapite: all'inizio le borse di studio erano dieci e questo padre si è trovato a dover scegliere tra le due figlie. Quando, arrivate alla rotonda, è stata fatta la conta, l'uomo ha preso due fogli di carta e ha fatto un sorteggio: di fronte a questa immagine, il Rettore ha concesso una borsa di studio in più.

Quando sono entrate nell'università, una di loro con cui ho parlato, mi ha detto: “Pensavo di essere stata addormentata e di trovarmi negli Stati Uniti perchè non ho mai visto delle strutture del genere”: questo è stato il loro primo shock.il secondo è stato quello della lingua perchè parlavano solo il dialetto locale. Tutti gli operatori dell'università sono stati molto bravi a prendersi cura di loro, anche a livello educativo: le ragazze hanno giornate piene di lezioni, sono molto attive e una di loro vorrebbe fare il pilota...Oggi usano Internet anche se fino a un anno fa non sapevano cosa fosse un computer, ma non accettano il counceling psicologico e cercano di farcela da sole. E' anche vero che sono le meno traumatizzate perchè non hanno vissuto la prigionia e le torture, resta il trauma del rapimento e tra noi c'era un patto: non parlarne troppo.

Molte di loro vogliono tornare a Chibok per migliorare la realtà locale e questo mi ha colpito: vogliono creare fondazioni, senza negare la realtà e nonostante siano ancora adolescenti.

 

Ci sono notizie delle studentesse ancora in mano a Boko Haram?


Poco fa (14 aprile 2015) ho parlato con un giornalista nigeriano, che ha molti contatti con Boko Haram e la verità assoluta non c'è. Ci sono due correnti di pensiero: una sostiene che sono morte (tesi sostenuta anche dall'ONU) e l'altra sostiene, invece, che per un qualsiasi gruppo terrorista (e Boko Haram si trova in mezzo al nulla, con poche fonte di approvvigionamento) avere 200 ragazze come ostaggi che tutto il mondo rivuole, rappresenta una enorme possibilità di scambio e io sono più per questa seconda ipotesi. Altri ancora sostengono che, quando Buhari diventerà presidente (il prossimo 29 maggio), ci sarà un colpo di scena e sarà proprio quello della liberazione delle ragazze.

Tre settimane fa sono state viste circa 50 studentesse ancora in vita ma, ripeto, la verità non la conosce ancora nessuno.

domenica 26 aprile 2015

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?

Vi aspettiamo oggi , alle 17.30, per la conferenza della giornalista LAURA SILVIA BATTAGLIA che ci parlerà di Islam, Medioriente, informazione e stampa,  traffico di bambini...e molto altro ancora!
 
Presso il Centro Asteria a Milano: Piazza Carrara 17.1

mercoledì 22 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria





PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MEDIORIENTE e OCCIDENTE: un EQUILIBRIO POSSIBILE ?



Alla presenza di Laura Silvia Battaglia (giornalista e videomaker)



DOMENICA 26 APRILE



ORE 17.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?si parlerà di Medioriente attraverso l'approfondimento della giornalista Laura Silvia Battaglia che – attraverso le sue opere scritte e documentaristiche – proporrà un viaggio dall'Iraq allo Yemen. Laura Silvia Battaglia vive e lavora tra Italia e Yemen. Gli argomenti saranno tanti: equilibri geopolitici, condizioni di vita delle popolazioni in guerra, Islam religioso e politico e il ruolo dell'informazione.





LAURA SILVIA BATTAGLIA



Laura Silvia Battaglia giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). Corrisponde da Sanaa per l'agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, e per gli americani The Fair Observer e Guernica Magazine. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani di carta stampata (Avvenire, La Stampa), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 - Agenda del mondo, Rai News 24), magazine (D - Repubblica delle Donne, Popoli, Lookout), agenzie (Redattore Sociale), siti web (TGcom 24, Lettera43, Assaman). Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto cinque video documentari. Il primo, Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della verità, ha vinto il Premio Giancarlo Siani 2010. Ha inoltre ricevuto il Premio Maria Grazia Cutuli 2013 come giornalista siciliana emergente. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell'Università Cattolica di Milano.


venerdì 27 marzo 2015

L'ultimo inganno per i migranti



di Stefano Liberti  (da internazionale.it)


L’idea di istituire in alcuni paesi africani dei campi dove esaminare le richieste d’asilo verso l’Unione europea è sempre più dibattuta a Bruxelles e nelle varie capitali. Lanciata dal governo italiano durante il suo semestre di presidenza nel 2014 con il nome di “processo di Khartoum”, la proposta ha raccolto l’adesione del ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizière e dei governi francese e austriaco. In linea teorica, tale idea avrebbe alcuni risvolti positivi: come ha sottolineato Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del senato, che ne è un sostenitore, essa “permetterebbe di evitare l’attraversamento illegale del Mediterraneo, con i rischi che comporta, e distribuire i richiedenti asilo in Europa secondo quote equilibrate di accoglienza”. Ma siamo sicuri che questo sia l’obiettivo principale di chi l’ha lanciata? E, soprattutto, siamo sicuri che sia praticabile?
Basta guardare al precedente più vicino alla proposta italiana, nel tempo e nella sostanza, per avanzare qualche perplessità: nel 2011, quando scoppiò la guerra in Libia, migliaia di profughi fuggirono in Tunisia, dove fu allestito il campo di Choucha, a poca distanza dalla frontiera libica. Questo campo era un esempio ante litteram di quelli che oggi si discutono a livello europeo: le domande dei richiedenti asilo erano esaminate alla presenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. E chi aveva diritto alla protezione otteneva un via libera per il “reinsediamento” in paesi terzi. Nella vicina Europa? Non proprio. Delle 3.167 persone alle quali era stato riconosciuto il diritto di asilo, circa 2.600 sono state accettate dagli Stati Uniti, e solo qualche decina da Svezia, Norvegia e Germania (unici stati europei a dare il proprio assenso).
L’Italia, che aveva ricevuto la richiesta di cinque casi di ricongiungimento familiare (cioè di profughi con famiglia nel nostro paese), ha impiegato più di un anno a rilasciare i visti necessari – che pure, secondo le nostre leggi e le convenzioni internazionali, spettavano di diritto ai richiedenti. I numeri poi ci dicono anche altro: a Choucha, dopo lo scoppio della guerra, vivevano 18mila persone. Che fine hanno fatto? Molte di loro, stanche di aspettare che la loro richiesta fosse esaminata, sono rientrate in Libia e hanno preso un barcone per l’Italia.
Cosa fa pensare che, una volta realizzati, questi campi non diventeranno parcheggi a tempo indeterminato come fu Choucha? E perché, se si vuole evitare l’attraversamento del mare, non prevedere da subito la possibilità di chiedere asilo presso le ambasciate nei paesi di transito piuttosto che in megacampi allestiti ad hoc? Tutto lascia presagire che il processo di Khartoum non sia tanto un modo per bloccare il business del trasporto clandestino e distribuire più equamente i rifugiati tra i vari stati membri, ma piuttosto uno stratagemma per delegare ancora una volta la gestione dei flussi migratori a paesi terzi che hanno delle dubbie credenziali democratiche.