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venerdì 19 dicembre 2014

Il massacro di bambini in Pakistan e l’infanticidio come arma di guerra




di Basir Ahang




Martedì 16 dicembre i Talebani hanno attacco una scuola militare in Pakistan uccidendo 132 bambini e nove persone dello staff. L'istituto si trova in Warsak Road nella zona nord occidentale di Peshawar ed è gestita dall'esercito pakistano per i bambini dei militari e dei civili.

Come affermato dagli stessi Talebani, la strage è stata pianificata in ogni dettaglio con l’obiettivo dichiarato di colpire duramente l’esercito al fine di vendicarsi dei recenti attacchi subiti dalle forze armate pakistane. In realtà la scelta di colpire una scuola non è determinata solo dal desiderio di vendetta.

Le scuole, infatti, sono da sempre state tra i principali obiettivi dei Talebani, perché un popolo istruito porterebbe all’automatica distruzione del terrorismo, il quale raccoglie i propri membri soprattutto nelle zone povere e a basso livello d’istruzione.

Durante il governo del generale Muhammad Zia-ul-Haq, ISI ”Inter-Services Intelligence” fondò poi moltissimi gruppi terroristici, come ad esempio la rete Haqqani, Lashkar-e Jhangvi e Sepahe-Sahaba per combattere contro l’India e ottenere il controllo dell’Afghanistan.

Anche il primo ministro del Pakistan Benazir Bhutto sostenne attivamente i talebani, sia politicamente che economicamente. Forse a quel tempo nessuno si sarebbe aspettato che un giorno, quegli stessi Talebani si sarebbero rivoltati contro di loro.

Negli anni ‘90 il generale Hamid Gul, capo dell’ISI, era orgoglioso di presentarsi pubblicamente come padre dei Talebani.

Oggi la bandiera del Pakistan è a mezz’asta anche al palazzo centrale dell’ISI, mentre i suoi stessi capi mantengono forti legami con i terroristi. Il Pakistan è un paese ormai fuori controllo. Il governo non è più in grado di controllare i gruppi terroristici da lui stesso creati e finanziati perché ormai i Talebani sono forti e indipendenti e hanno preso il controllo di vaste aree del paese ottendendo importanti finanziamenti da paesi come l’Arabia Saudita.

I Talebani che ieri hanno attaccato la scuola sono gli stessi che ogni giorno fanno strage di civili, tra i quali molte donne e bambini, in Afghanistan. Il Pakistan è oggi fulcro e centro di produzione del terrorismo e solo un’onesta strategia a livello internazionale potrebbe davvero cambiare le cose. Una strategia che differisca però da quella attuata in Afghanistan, dove il vero intento non era quello di cacciare i Talebani ma di proteggere gli interessi economici e politici.

In tutti i conflitti l’uccisione di bambini viene costantemente utilizzata come arma di guerra per ferire il nemico nel suo punto più debole, per mettere in ginocchio un paese distruggendone il futuro nel corpo e nello spirito. Quando nemmeno l’innocenza viene riconosciuta allora non esistono più tabù, tutto diventa possibile.

Questa è la guerra e così è sempre stata in ogni luogo del mondo, la religione in tutto questo non c’entra nulla ma viene strumentalizzata dagli stessi Talebani per obiettivi politici ed interessi economici.

domenica 26 ottobre 2014

La Norvegia si appresta a deportare un richiedente asilo disabile verso l'Afghanistan




Di Basir Ahang



Oggi, 25 ottobre 2014 il governo norvegese si appresta a deportare Gholam Nabi, un richiedente asilo hazara proveniente dalla provincia di Baghlan nel nord dell’Afghanistan. In questa provincia secondo Human Rights Watch nel maggio del 2000 sono state massacrate decine di persone da parte dei talebani solo perché appartenevano all’etnia hazara. Quattro di queste persone uccise erano parenti di Gholam Nabi. Nabi in questo momento si trova all’aeroporto di Gardermoen, ad Oslo. La sua deportazione è prevista per le sei di questa sera.

Nabi è arrivato in Norvegia nel febbraio del 2008 all’età di 17 anni. Il suo unico desiderio era quello di avere una vita normale, lontana dalla violenza e dalla morte. Appena arrivato ha inoltrato la richiesta di protezione internazionale. Pochi mesi dopo, mentre stava uscendo da un café nel centro di Oslo con alcuni suoi amici, è stato investito da una macchina sulle strisce pedonali. La notizia è stata pubblicata su molti giornali di Oslo e alcuni clienti del cafè hanno persino fotografato l’accaduto.

Per due giorni Nabi è rimasto in coma all’ospedale e quando si è risvegliato i medici gli hanno detto che alcune vertebre della spina dorsale si erano rotte e che se non avesse subito un’operazione sarebbe rimasto paralizzato per sempre.

Mentre si trovava in ospedale, Nabi ha ricevuto il diniego di protezione internazionale da parte dell’UDI (the Norwegian Directorate of Immigration). Secondo l’UDI infatti Nabi in Afghanistan non correrebbe alcun pericolo. In seguito l’ospedale ha comunicato a Nabi che non avrebbero potuto effettuare l’operazione in quanto il governo norvegese non avrebbe sostenuto le spese ospedaliere per un immigrato al quale era stata rifiutata la protezione internazionale. Nabi si è quindi rivolto alla polizia per denunciare la persona che lo aveva investito.

Alla centrale però si è sentito rispondere che visto che la sua richiesta di protezione era stata rifiutata non si sarebbero potuti occupare della denuncia. L’unica possibilità, gli dissero i poliziotti, era quella di tornare in Afghanistan, trovare un avvocato e da lì sporgere denuncia. Ho conosciuto Gholam Nabi nel mese di aprile durante un mio viaggio in Norvegia.

Quando ho sentito la sua storia sono rimasto molto colpito ed amareggiato. Ho fotocopiato alcuni suoi documenti e ho ascoltato il suo dolore.

Nabi prende ancora oggi sei tipi di medicinali diversi per non sentire il dolore. Nabi mi ha detto di aver bussato a tutte le porte per ottenere aiuto ma nulla gli è valso ad ottenere giustizia. Invece di aiutarlo, il suo avvocato, senza vergogna, gli ha detto che probabilmente la sua spina dorsale era rotta ancora prima di arrivare in Norvegia. La Norvegia viene presentata all’opinione pubblica come la patria dei diritti umani.




Norway is preparing to deport asylum seeker with disabilities to Afghanistan



by Basir Ahang




Today, October 25, 2014, the Norvegian government is preparing to deport Gholam Nabi, a hazara asylum seeker coming from Baghlan province in northern Afghanistan. In this province, according to Human Rights Watch, in May 2000 dozens of people were massacred by taliban just because they belonged to ethnic hazaras. Four of those killed were relatives of Gholam Nabi. Nabi at this time is located at the airport in Gardermoen, Oslo. This deportation is scheduled for six o'clock this evening.

Nabi has arrived in Norway in February 2008 at the age of 17 years. His only desire was to have a normal life, away from violence and death. Just get the requesting international protection. A few months later, while he was leaving a cafe in the center of Oslo with some friends, was hit by a car in the crosswalk. The news was published in many newspapers in Oslo and some customers of the cafe have even photographed the incident.

For two days Nabi was in coma and when he woke up in the hospital the doctor told him that some vertebrae of the spine were broken and that if he had not had an operation would be paralyzed forever.

While in hospital, Nabi received the denial of intrnational protection from UDI (the norwegian Directorate of Immigration). According to the UDI fact Nabi in Afghanistan would face any danger. Later, the hospital announced in Nabi that they could not support the hospital charges for an immigrant who had been denied intrnational protection. Nabi was then called the police to report the person who had invested.

At the center, however, he was told that because his request for protection was rejected, would not have been able to take up the complaint. The only possibility, they said the police, had to go back to Afghanistan, find a lawyer and file a complaint here.

I met Gholam Nabi in April during my trip in Norway. When I heard his story I was very impressed and disappointed. I copied some of his papers and listened to his pain.

Nabi still takes six types of different drugs to not feel the pain. Nabi told me that he had knocked on every door to get help, but nothing brought him to justice. Rather than help him, his lawyer, without shame, told him that perhaps his spine was broken even before he arrived in Norway.

Norway is presented to public opinion as the home of human rights.

venerdì 6 giugno 2014

Ugo Panella. La poesia del cambiamento



 
 

La poesia del cambiamento è il titolo dell'ultimo lavoro fotografico di Ugo Panella, profondo conoscitore dell'Afghanistan e delle persone che vivono in quel Paese in condizioni difficili, nella paura, ma anche nella resistenza tenace ad un regime che toglie diritti e libertà.



La mostra è in corso fino al 15 giugno presso la Casa delle Culture del mondo, Via G. Natta, 11 a Milano

martedì-venerdì 10 -18.30

sabato e domenica 14 - 20



Abbiamo intervistato per voi Ugo Panella che ringraziamo tantissimo per il suo racconto e per averci regalato gli scatti che pubblichiamo.



Il titolo della mostra fa riferimento al cambiamento che sta avvenendo in particolare, grazie alle donne: in che modo le donne in Afghanistan stanno dando il loro apporto per stabilire pace, democrazia e libertà?                                       


L'Afghanistan è un Paese complicato, martoriato da 30 anni di guerra, percorso da interessi di ogni tipo, economici, militari, geopolitici...dove i signori della guerra, capi clan e signori della droga hanno fatto di quel conflitto la loro cassaforte personale. Fiumi di dollari confluiti con gli aiuti internazionali hanno molto spesso preso strade del tutto diverse da quelle per cui erano stati stanziati.
In questo scenario si muove una popolazione spogliata di ogni diritto e di ogni possibilità di accedere ad un minimo di benessere.
Le donne afgane rappresentano la parte sana di una società che subisce gli eventi. Lavorano, crescono i figli, si scontrano spesso contro una realtà che le vorrebbe sottomesse ed invisibili. Sono la parte sana della società e questa loro forza produce futuro. Un futuro difficile che non comprende parole come "democrazia e libertà", concetti ancora difficili per chi è abituato a tradizioni tribali radicate nei secoli.


Che cosa significa “legalità” in Afghanistan? E che importanza hanno avuto le recenti elezioni per la società civile?


Anche il concetto di " legalità " è del tutto irreale in uno scacchiere che prevede interessi di ogni tipo. Un paese in guerra, dove la trasparenza è un'illusione, si possono attivare affari di ogni tipo e non tutti legali.
Le recenti elezioni danno speranza di qualche possibile cambiamento. Ho visto soprattutto le donne convinte ed eccitate per la possibilità di cambiare in futuro il loro destino. In fila sotto la pioggia hanno atteso ore per poter votare. Felici di quel momento insperato. Con i figli in braccio e la sensazione di essere protagoniste di un momento importante. 




Come si è avvicinato alle persone che ha ritratto e le sue fotografie sono frutto di una scelta stilistica anche etica?


Le persone che ho ritratto sono il frutto di conoscenza, di rapporti costruiti in tanti viaggi con Pangea onlus... che da 12 anni ha avviato un progetto di microcredito alle donne, dando speranza e futuro a migliaia di famiglie che con quel piccolo prestito hanno potuto avviare attività economiche e attraverso corsi di formazione (diritti umani, sanità, alfabetizzazioni) avere anche la possibilità di costruirsi una consapevolezza laddove la società maschile le vorrebbe sottomesse.
Ho voluto raccontare la pace e non la guerra.
L'immaginario identifica l'Afghanistan come una terra di violenza e di miseria.
Ho preferito sfatare questo luogo comune attraverso immagini anche estetiche.
La bellezza concorre a creare la pace. Ho scelto un racconto nel quale s'intravedesse un quotidiano normale, sia pure in un contesto di guerra. La gente chiede normalità e la voglia d'inventare un futuro diverrso.


La fotografia di Laila che alza il burqa e si scopre il viso: quello scatto ha un valore simbolico?

La foto di Laila è assolutamente simbolica.
Quel gesto con il quale solleva il burqua, quel sorriso aperto e dolce...rappresenta la metafora di una liberazione da costrizioni e retaggi atavici. Una sfida alla vita.
Lei ha avuto un'esistenza difficile, con tre figli da mantenere, abbandonata dal marito.
Dieci anni fa viveva in una stamberga fatta di macerie. Entrata nel programma di microcredito di Pangea, ha costruito giorno per giorno un futuro allora insperato.
Oggi è una dirigente del progetto e forma altre donne, i suoi figli studiano, ha finalmente una casa con un piccolo giardino dove ha piantato le rose.
Laila è la dimostrazione tangibile di come si può rinascere anche dalle situazioni più disperate.


Dato che da anni segue il lavoro di Pangea, può parlarci anche del progetto “Casa Pangea” rivolto ai bambini?


   
CASA PANGEA è un progetto più recente e coinvolge tanti bambini ai quali si danno la possibilità di una crescita meno complicata. Hanno maestre che li seguono nell'alfabetizzazione, hanno un pasto caldo, giocano e si regala loro un'opportunità di vivere al meglio la loro infanzia.
In Afghanistan esistono migliaia di bambini che vagano nelle strade, tra mille pericoli,
senza che nessuno li accolga e senza nessun affetto. La violenza è la regola quotidiana.





sabato 10 maggio 2014

Il mondo si mobilita per le studentesse nigeriane

Le donne in rosso di Abuja non si fermano e, insieme a loro, si mobilita, finalmente, anche la comunità internazionale. Cortei, tweet, striscioni per la liberazione delle studentesse nigeriane sequestrate dal gruppo terrorista di Boko Haram nello Stato del Borno, nel nord della Nigeria.

Boko Haram” in italiano significa “l'educazione occidentale è peccato” : i loro seguaci, estremisti islamici chiamati anche i “talebani d'Africa”, vogliono togliere il controllo dell'area del Paese a quell'Occidente corrotto, secondo loro, moderno, liberale e, per questo, pericoloso per le tradizioni. E, quindi, la rappresaglia inizia dalle scuole: le ragazze e le bambine (anche di età compresa tra i 9 e i 15 anni), accusate solo perchè ricevono un'istruzione, vengono trascinate via con la forza dalle loro case e dalle scuole per poi essere vendute come schiave nei mercati, in Ciad e in Camerun, come dichiarato dai leaders della setta, costrette alla conversione con ogni sorta di violenza ed essere anche date in “spose” ai loro carcerieri.  


In Nigeria si contano oltre 250 gruppi etnici, si parlano 10 lingue ufficiali; è il Paese che rilancia l'economia africana e patria di Nollywood, la più grande industria cinematografica del continente, ma il suo governo si è accorto troppo tardi di quello che sta accadendo. Solo ora che la comunità internazionale sta puntando i riflettori sul Paese, il Presidente Goodluck Jonathan ha chiesto aiuto e rinforzi.

La risposta c'è stata: gli USA hanno disposto l'invio di agenti dell'FBI e di uomini delle forze speciali; il Ministro della difesa francese, Jean-Yves Le Drian, ha dichiarato che fornirà tutta l'assistenza necessaria per riportare a casa le ragazze; anche Al Ahzar, la più importante istituzione teologica sunnita, ha chiesto ufficialmente a Boko Haram di rilasciare le studentesse.

Alle forze politiche si aggiunge il coro delle società civili che, in tutto il mondo, si sono unite nella campagna BRINGBACKOURGIRLS. E anche noi, dall'Italia, possiamo far sentire la nostra voce.

giovedì 23 gennaio 2014

Se il prezzo per la pace lo pagano le donne



Afghanistan: la scorsa settimana un commando suicida talebano ha provocato la morte di ventuno persone, aprendo il fuoco in un ristorante libanese in pieno centro, a Kabul: hanno perso la vita 8 afghani e 13 stranieri.

A fine gennaio l'esercito italiano lascerà l'ultima base, situata tra Herat e Shindand, e nel 2014 anche gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe.

Ma cosa accadrà dopo, soprattutto per quanto riguarda la condizione sociale delle donne?

Grazie alla ratifica della CEDAW (Convenzione sull'Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne) del 2003, oggi le donne afghane godono di qualche diritto in più rispetto al passato: godono di un maggior accesso all'istruzione e all'uso delle tecnologie e hanno una migliore assistenza sanitaria mentre, all'epoca del dominio talebano, le donne non potevano studiare, potevano uscire di casa solo se accompagnate da un membro maschile della famiglia ed erano costrette ad indossare il burqa anche all'interno delle proprie abitazioni alla presenza di ospiti estranei.

L'ex Segretario di Stato americano, John Kerry ha dichiarato: “Da quando le donne afghane hanno più diritti, c'è da credere che non vogliono tornare indietro”, aggiungendo: “Dobbiamo essere determinati a non lasciarle sole”. Hillary Clinton, ha ribadito che, grazie ad alcuni donatori internazionali, verranno convogliate risorse economiche per finanziare progetti a favore delle donne anche dopo il 2014.

Intanto, in Italia, la vicepresidente della Camera, Marina Sereni, ha proposto, a Montecitorio, un'indagine dal titolo: Afghanistan, la cultura come sfida per la ricostruzione: opinioni e proposte della società civile sul potere delle donne e lo sviluppo educativo dei bambini e dei giovani nel loro Paese”.

Ho incontrato una giovane donna di 23 anni sposata a un uomo di 60. Vive con lui da nove anni e, mentre parlava con me, tremava: le è proibito avere contatti con chiunque. E' sposata perchè la famiglia l'ha data come 'compenso' dopo un omicidio commesso da suo padre. Il marito non è un pashtun come lei: non parlano la stessa lingua, hanno tre figli, ma non comunicano. Io per prima non sapevo che cio fossero casi così”: questo è un racconto della ricercatrice, Fereshta Abbasi Shahpasandzada che frequenta l'Università di Herat e che ha preso parte all'indagine. Il lavoro è stato curato, infatti, dalle università di Herat, di Strathclyde, di Glasgow, dalla Rebaudengo di Torino e dall'Ong Peacewaves ed è durato per tre anni.

L'attività di ricerca si è svolta nelle aree rurale e metropolitane (Herat, Kabul e Nangarhar) e sono state ascoltate più di 1500 persone diverse per età e professioni. Dai dati raccolti emerge una maggiore consapevolezza dei propri diritti di base, da parte delle donne, e anche del fatto che i bambini non possano essere educati e formati soltanto nelle moschee, ma che abbiamo anche loro il diritto ad un'educazione più ampia per riuscire ad acquisire competenze utili per lavorare in futuro.

Marco Braghero, di PeaceWaves, però sottolinea un risultato ambiguo che riguarda una parte della popolazione giovanile, quella che - nelle scorse settimane - è scesa in piazza a Kabul a manifestare contro l'approvazione proprio della legge che punisce la violenza sulle donne e vieta i matrimoni forzati: “ Nelle risposte al questionario e alle interviste”, spiega Braghero, “ c'è una grande differenza generazionale, dove gli adulti e gli anziani sono più ben disposti verso l'educazione dei bambini e i diritti delle donne rispetto ai ventenni e ai trentenni. Quelle sono le generazioni perdute, cresciute durante 25 anni di guerra”.

C'è, quindi, ancora tanto da fare. “ In dodici anni”, ha commentato Marina Sereni, “ la situazione femminile in Afghanistan è certo cambiata e lo dimostra anche questa ricerca, ma le difficoltà sono ancora enormi. Lo scorso 22 maggio, Human Rights Watch ha reso noto che nell'ultimo anno e mezzo il numero delle donne finite in carcere per i cosiddetti 'crimini morali' è aumentato del 50%. Secondo l'Ong sono tante quelle arrestate per essere scappate dalla violenza domestica e dai matrimoni forzati. Non possiamo abbassare la guardia proprio ora, tenuto anche conto della possibilità che la stabilizzazione del Paese passi per una riconciliazione con parte dell'opposizione armata.”

mercoledì 30 ottobre 2013

Il premio Sakarov a Malala Yousafzai

Il premio Sakarov a Malala Yousafzai


Torniamo a parlare di Malala Yousafzai, la ragazza pakistana che viene dal Pakistan. Tra il 2007 e il 2009 la sua regione di origine, quella della valle dello Swat, è stata controllata dai talebani che hanno imposto una dura legge islamica e la chiusura delle scuole. Nel 2008 Malala pronuncia un discorso pubblico sul diritto all'istruzione e, un anno dopo, sotto pseudonimo, attiva un blog sul sito della Bbc. In seguito lei e suo padre, anche lui attivista, partecipano a numerosi documentari e video e la sua identità viene svelata. Nel 2012 la ragazza subisce un attentato: le sparano alla testa mentre si trova sull'autobus che la conduce da scuola a casa. “Diffonde idee occidentali”, questa la dichiarazione del leader del gruppo che ha tentato di ucciderla: ma Malala è viva. E' stata operata prima a Peshawar e poi a Londra.
Malala Yousafzai è diventata un simbolo: della libertà e dei diritti. A febbraio scorso il partito laburista norvegese ha appoggiato la sua candidatura al Nobel per la Pace; da poco è stata premiata come “ambasciatrice di coscienza” da Amnesty International e la scorsa settimana ha ricevuto anche il prestigioso premio Sakarov, che le verrà consegnato il prossimo 20 novembre.
Il Premio Sakarov prende il nome dallo scienziato e dissidente sovietico, Andrei Sakarov, ed è stato istituito nel 1988 dal Parlamento europeo per onorare proprio le persone che dedicano la propria vita alla difesa dei diritti umani e l'eurodeputato ALDE, Andrea Zanoni, ha spiegato il motivo dell'assegnazione del premio a Malala: “ Malala Yousafzai ha sfidato il regime talebano nel distretto di Swat, in Pakistan, con la sua battaglia per i diritti delle donne a ricevere un'adeguata istruzione. A simili donne va la riconoscenza dell''Europa per aver condotto una battaglia così fondamentale per tutte le donne del mondo. Grazie al suo coraggio e alla sua forza, migliaia di donne in Pakistan hanno raggiunto una maggior consapevolezza dei propri diritti e dell'importanza di ricevere un'istruzione”.


Malala è protagonista anche di una bella mostra dell'artista Marcello Reboani, inaugurata a Lecce il 25 ottobre - presso il Must – dopo il debutto a Firenze e che sarà allestita nel Salento fino al 26 novembre.
Il titolo: “ Ladies for human rights”. Curata da Melissa Proietti - in collaborazione con Rfk Center for Justice and Human Rights Europe - il percorso si snoda in 18 ritratti materici, in tecnica mista, di figure femminili che, nel corso del tempo, hanno operato per l'affermazione e la tutela dei diritti umani, sociali e civili di tutte e di tutti. Tra le donne rappresentate: Madre Teresa di Calcutta e Annie Lennox, Rita Levi Montalcini e Lady Diana, Maria Montessori e Audrey Hepburn. Le più giovani, Malala e Anna Frank, rappresentano il valore didattico dato all'iniziativa che si rivolge a tutti, ma in particolar modo, agli studenti per sensibilizzarli sui temi dei diritti umani.



lunedì 22 luglio 2013

Il discorso di Malala per il diritto all'istruzione

Stan Honda/AFP/Getty Images

Malala Yousafazai (di cui abbiamo già raccontato la storia) - la ragazza che rivendicò il diritto allo studio per tutte le ragazze pakistane come lei e che, per questo motivo, fu ferita gravemente alla testa dai talebani - ha compiuto sedici anni. Le Nazioni Unite le hanno dedicato il “Malala Day”: “Ecco la frase che i taleban non avrebbero mai voluto sentire 'Buon sedicesimo compleanno, Malala', così l'ex Premier britannico, Gordon Brown, ha dato inizio alla giornata. Una giornata segnata dal discorso della ragazzina, candidata al Nobel per la pace per il suo impegno sui diritti umani. “Malala tu sei la nostra eroina, sei la nostra grande campionessa, noi siamo con te, tu non sarai mai sola”: il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-Moon, ha ringraziato Malala con queste parole dopo il discorso che ha ricevuto l'ovazione di tutti i rappresentanti delle istituzioni presenti nella sala del Palazzo di Vetro.
Un discorso importante.








Cari fratelli e sorelle ricordate una cosa. La giornata di Malala non è la mia giornata. Oggi è la giornata di ogni donna, di ogni bambino, di ogni bambina che ha alzato la voce per reclamare i suoi diritti.
Ci sono centinaia di attivisti e di assistenti sociali che non soltanto chiedono il rispetto dei diritti umani, ma lottano anche per assicurare istruzione a tutti in tutto il mondo, per raggiungere i loro obiettivi di istruzione, pace e uguaglianza.
Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e migliaia di altre sono state ferite da loro. Io sono soltanto una di loro. Io sono qui, una ragazza tra tante, e non parlo per me, ma per tutti i bambini e le bambine. Voglio far sentire la mia voce non perché posso gridare, ma perché coloro che non l’hanno siano ascoltati. Coloro che lottano per i loro diritti: il diritto di vivere in pace, il diritto di essere trattati con dignità, il diritto di avere pari opportunità e il diritto di ricevere un’istruzione.
Cari amici, nella notte del 9 ottobre 2012 i Taliban mi hanno sparato sul lato sinistro della fronte. Hanno sparato anche ai miei amici. Pensavano che le loro pallottole ci avrebbero messo a tacere. Ma hanno fallito. E da quel silenzio si sono levate migliaia di voci. I terroristi pensavano che sparando avrebbero cambiato i nostri obiettivi e fermato le nostre ambizioni, ma niente nella mia vita è cambiato tranne questo: la debolezza, la paura e la disperazione sono morte. La forza, il potere e il coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse. Così pure le mie speranze sono le stesse.
Cari fratelli e sorelle io non sono contro nessuno. Nemmeno contro i terroristi. Non sono qui a parlare in termini di vendetta personale contro i Taliban o qualsiasi altro gruppo terrorista. Sono qui a parlare a favore del diritto all’istruzione di ogni bambino. Io voglio che tutti i figli e le figlie degli estremisti, soprattutto Taliban, ricevano un’istruzione. Non odio neppure il Taliban che mi ha sparato. Anche se avessi una pistola in mano ed egli mi stesse davanti e stesse per spararmi, io non sparerei. Questa è la compassione che ho appreso da Mohamed, il profeta misericordioso, da Gesù Cristo e dal Buddha. Questa è il lascito che ho ricevuto da Martin Luther King, Nelson Mandela e Muhammed Ali Jinnah. Questa è la filosofia della non-violenza che ho appreso da Gandhi, Bacha Khan e Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mio padre e da mia madre. Questo è quello che la mia anima mi dice: siate in pace e amatevi l’un l’altro.
Cari fratelli e sorelle, tutti ci rendiamo conto dell’importanza della luce quando ci troviamo al buio, e tutti ci rendiamo conto dell’importanza della voce quando c’è il silenzio. E nello stesso modo quando eravamo nello Swat, in Pakistan, noi ci siamo resi conto dell’importanza dei libri e delle penne quando abbiamo visto le armi. I saggi dicevano che la penna uccide più della spada, ed è vero.
Gli estremisti avevano e hanno paura dell’istruzione, dei libri e delle penne. Hanno paura del potere dell’istruzione. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. Ed è per questo che hanno appena ucciso a Quetta 14 innocenti studenti di medicina. È per questo che fanno saltare scuole in aria tutti i giorni. È per questo che uccidono i volontari antipolio nel Khyber Pukhtoonkhwa e nelle Fata. Perché hanno avuto e hanno paura del cambiamento, dell’uguaglianza che essa porterebbero nella nostra
società.
Un giorno ricordo che un bambino della nostra scuola chiese a un giornalista perché i Taliban sono contrari all’istruzione. Il giornalista rispose con grande semplicità. Indicando un libro disse: “I Taliban hanno paura dei libri perché non sanno che cosa c’è scritto dentro”. Pensano che Dio sia un piccolo essere conservatore che manderebbe le bambine all’inferno soltanto perché vogliono andare a scuola. I terroristi usano a sproposito il nome dell’Islam e la società pashtun per il loro tornaconto
personale. Il Pakistan è un paese democratico che ama la pace e che vorrebbe trasmettere istruzione ai suoi figli. L’Islam dice che non soltanto è diritto di ogni bambino essere educato, ma anche che quello è il suo dovere e la sua responsabilità.
Onorevole Signor Segretario generale, per l’istruzione è necessaria la pace, ma in molti paesi del mondo c’è la guerra. E noi siamo veramente stufi di queste guerre. In molti paesi del mondo donne e bambini soffrono in altri modi. In India i bambini poveri sono vittime del lavoro infantile. Molte scuole sono state distrutte in Nigeria. In Afghanistan la popolazione è oppressa dalle conseguenze dell’estremismo da decenni. Le giovani donne sono costrette a lavorare e a sposarsi in tenera età. Povertà, ignoranza, ingiustizia, razzismo e privazione dei diritti umani di base sono i problemi principali con i quali devono fare i conti sia gli uomini sia le donne.
Cari fratelli e sorelle, è giunta l’ora di farsi sentire, di lottare per cambiare questo mondo e quindi oggi facciamo appello ai leader di tutto il mondo affinché proteggano i diritti delle donne e dei bambini. Facciamo appello alle nazioni sviluppate affinché garantiscano sostegno ed espandano le pari opportunità di istruzione alle bambine nei paesi in via di sviluppo. Facciamo appello a tutte comunità di essere tolleranti, di respingere i pregiudizi basati sulla casta, sulla fede, sulla setta, sulla fede o sul genere. Per garantire libertà e eguaglianza alle donne, così che possano stare bene e prosperare. Non potremo avere successo come razza umana, se la metà di noi resta indietro. Facciamo appello a tutte le sorelle nel mondo affinché siano coraggiose, per abbracciare la forza che è in loro e cercare di realizzarsi al massimo delle loro possibilità.
Cari fratelli e sorelle vogliamo scuole, vogliamo istruzione per tutti i bambini per garantire loro un luminoso futuro. Ci faremo sentire, parleremo per i nostri diritti e così cambieremo le cose. Dobbiamo credere nella potenza e nella forza delle nostre parole. Le nostre parole possono cambiare il mondo. Perché siamo tutti uniti, riuniti per la causa dell’istruzione e se vogliamo raggiungere questo obiettivo dovreste aiutarci a conquistare potere tramite le armi della conoscenza e lasciarci schierare le une accanto alle altre con unità e senso di coesione.
Cari fratelli e sorelle non dobbiamo dimenticare che milioni di persone soffrono per ignoranza, povertà e ingiustizia. Non dobbiamo dimenticare che milioni di persone non hanno scuole. Lasciateci ingaggiare dunque una lotta globale contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo e lasciateci prendere in mano libri e penne. Queste sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione ai mali del mondo. L’istruzione potrà salvare il mondo.


martedì 26 marzo 2013

Il diritto allo studio: quando non è scontato



Si chiama Malala Yousufzai ed è una ragazzina pakistana di 15 anni. Cinque mesi fa è stata aggredita dai talebani: le hanno sparato alla testa e al collo riducendola in fin di vita. Il fatto è accaduto nella valle di Swat, l'area tribale in cui Malala è nata. Perchè questa violenza? Perchè la ragazza promuoveva il diritto all'istruzione per le bambine. Alla fine del 2008 Malala viene incaricata di scrivere un blog per la BBC Urdu per raccontare l'impatto della dominazione talebana sulla vita quotidiana dei giovani del suo villaggio. Sotto lo pseudonimo di Gul Makai, la ragazzina scrive per dieci settimane e, tra le tante sue considerazioni, si può leggere: “Guardo la mia uniforme scolastica, lo zaino per i libri, l'astuccio e mi rattristo. Solo i maschi tornano a scuola domani”; “Mio fratello non ha fatto i compiti e teme di venire punito se va a scuola. La mamma dice che domani ci sarà il coprifuoco e lui si mette a ballare per la gioia”; “Mio padre ci ha detto che il governo proteggerà le scuole, ma la polizia non si vede da nessuna parte. Ogni giorno sentiamo notizie di soldati uccisi e tanti altri rapiti”. Malala è stata curata prima in Pakistan e poi in Gran Bretagna,a Birmingham dove è tuttora convalescente.
Durante la scorsa edizione del Film Festival Umanitario Internazionale, che si è tenuta a gennaio presso la Casa del cinema di Roma, a Malala Yousufzai è stata consegnata una borsa di studio che le permetterà di completare la sua formazione, oltre al conferimento della cittadinanza onoraria della città.
Il programma della manifestazione ha visto la realizzazione dell'evento speciale intitolato “Tutte a scuola”, un evento sostenuto dalla Commissione delle elette del Comune di Roma e organizzato da SENZA FRONTIERE/withoutborders: un momento di riflessione sul ruolo dell'educazione scolastica obbligatoria e della cultura all'interno di una nazione. Per l'occasione è stato proiettato il film Buddha collapsed out of Shame di Hana Makhmalbaf, vincitore dell'Orso d'Argento al Festival di Berlino 2007: si narra la storia di Bakthay, un'altra bambina che vive in una località montuosa ad est di Kabul. Vuole andare a scuola, ma le è difficile acquistare quaderni e matite e, soprattutto, sfidare il mondo degli adulti e dei suoi coetanei che giocano alla guerra e alla lapidazione. Cerca di perseguire il suo intento con determinazione e non ci sta ad essere apostrofata “piccolo insetto”, ma nel finale dice: “Bisogna morire per essere liberi”, lasciandosi cadere su un letto di fieno sotto i colpi di mitra-giocattolo imbracciati da altri bambini come lei. Il film ha stimolato un dibattito durante il quale la giornalista del Tg3 Lucia Goracci ha sostenuto che: “La battaglia per l'istruzione è quella che influenzerà anche l'esito delle Primavere arabe”. Comunque, in Iran - come in Pakistan e in Afghanistan - le fasce della popolazione più ignoranti ed affamate sono maggiormente preda dei Mullah; a questo si aggiungono lo sbarramento in accesso nelle università per le ragazze, il peso del cambio tra la moneta locale e il dollaro (a seguito, ad esempio, alle sanzioni comminate all'Iran) e, infine, l'impossibilità, per il ceto medio, di andare a studiare all'estero a causa del costo troppo elevato del viaggio.
Ma chiudiamo ancora con le parole di Malala, postate su Facebook poco prima di essere aggredita: “Anche se verranno a uccidermi dirò loro che sbagliano. L'istruzione è un nostro diritto fondamentale”.

lunedì 4 marzo 2013

Nel mare ci sono i coccodrilli, storia vera di Enaiatollah Akbari: dal libro al teatro




I trafficanti, bè, loro non potevano portarmi all'ospedale o da un dottore, è chiaro. E' il più grande problema di essere clandestini, questo: sei illegale anche nella salute”:

Queste sono alcune parole tratte dal romanzo Nel mare ci sono i coccodrilli, storia vera di Enaiatollah Akbari, di Fabio Geda per Dalai Editore.
Si tratta della storia vera di Enaiatollah, un afghano che ora vive a Torino. A dieci anni si ritrova da solo in Pakistan, dove era stato portato dalla madre. Perchè? Perchè suo padre era stato derubato e ucciso da alcuni banditi e i pashtun - proprietari delle merci che gli erano state rubate - avevano deciso di prendere come schiavo, a titolo di risarcimento, il figlio di quell'uomo. L'etnia di appartenenza del padre di Enaiatollah era, infatti, quella hazara, disprezzata dai pashtun e dai talebani che, tra l'altro, avevano ucciso il suo maestro.
Quella di Enaiatollah è una vera e propria odissea, nell'ulteriore fuga verso l'Iran e, poi, verso la Turchia, la Grecia e,infine, l'Italia: svolgendo i lavori più umili, tra trafficanti di uomini e merci, violenze delle istituzioni e botte dai poliziotti.
Il bambino non perde mai di vista i tre insegnamenti di sua madre: non fare uso di droghe, non usare armi e non rubare. Fiero della propria educazione e della propria identità, farà moltissima fatica per ottenere il permesso di soggiorno come rifugiato politico: il libro narra, infatti, anche dei numerosi ostacoli burocratici che costellano l'iter per poter ottenere il documento. Ora quel bambino è diventato un giovane uomo: ha studiato, ha un lavoro e tanti amici.
La storia di Enaiatollah è, per fortuna, a lieto fine, ma quella di molti altri, no.
Il testo scritto è diventato uno spettacolo teatrale che domani, 5 marzo, verrà presentato presso l'auditorium della Casa della carità di Milano, alle ore 21.00. Per la regia di Paolo Briguglia e Edoardo Natoli, con l'adattamento dello stesso Fabio Geda. Lo spettacolo è gratuito e aperto a tutta la cittadinanza.