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lunedì 14 luglio 2014

Altro che mondiali !



E' terminato anche il campionato mondiale di calcio 2014 con una pessima figura da parte della squadra e dei dirigenti italiani. Ma non tutto è perduto! Vi vogliamo far conoscere, infatti, un'altra piccola-grande squadra...CasaSport: un team speciale, formato da ragazzi stranieri che cercano, nel gioco di squadra, un momento di svago, di condivisione, di gioia. E chissà...magari anche di riscatto. Sosteniamoli insieme.

Ecco le parole di CasaSport:  




Siamo nati a settembre 2013 per partecipare al Campionato Provinciale di US Acli Milano, che ringraziamo per la grande opportunità che ci ha dato e per la disponibilità con cui ci è venuto incontro.

Siamo una squadra di calcio che vuole essere all'altezza del torneo e delle altre partecipanti. Vogliamo giocare e migliorarci, competere con tutti, fare bene in campo ed essere leali nei comportamenti.
Siamo una squadra di calcio come le altre, che però ha alcune caratteristiche particolari.


Per cominciare, solo di uno di noi è nato in Italia. Tutti gli altri provengono da molti paesi, soprattutto africani: Togo, Egitto, Niger, Marocco, Camerun, Gambia, Ghana, Nigeria, Costa d'Avorio, solo per citarne alcuni. Viviamo in Italia chi da anni, chi da pochi mesi.

Un'altra caratteristica particolare è che tra noi non tutti abitiamo in una casa. O meglio, viviamo in una struttura di accoglienza che per noi è una vera e propria abitazione e che si chiama Casa della carità. Ha sede in via Brambilla, a Crescenzago, accanto al campo dove giochiamo e insieme a noi ci sono anche altri ospiti, italiani e stranieri, giovani e anziani, uomini, donne e famiglie. E' una struttura che accoglie persone in difficoltà aiutandole anche a trovare un lavoro e una casa. Quelli di noi che invece risiedono in un'abitazione sono comunque transitati, in questi anni, dalla Casa della carità. Perché tutti abbiamo alle spalle storie difficili, di guerre e di povertà, da cui siamo fuggiti.

Casasport è oggi rivolto a ragazzi ed adulti, italiani e stranieri, che vedono nello sport e nel calcio una possibilità di integrazione, condivisione e divertimento.

Giochiamo insieme a pallone dal 2009. Ci siamo allenati con tecnici di Inter Campus e partecipiamo regolarmente al Torneo estivo dei centri sociali e delle comunità straniere (nel 2011 lo abbiamo anche vinto!!!) organizzato da Olinda. Però quel torneo dura poco: un girone con tre gare e poi eliminazione diretta dagli ottavi in avanti. Se perdiamo ci tocca aspettare un anno per ritornare in campo.

Per questo abbiamo deciso di iscriverci al campionato di US Acli Milano. Per questo nato è nato il Casasport: perché ci piace molto giocare a pallone e vogliamo farlo per tante partite. Con voglia, passione, coraggio e divertimento. Grazie, dunque, a tutti quelli che condivideranno con noi questa bella avventura!

Alessandro, Camilla, Generoso, Giovanni, Guido, Marco, Paolo, Peppe.


Casasport vuole diventare una realtà sportiva a sottoscrizione popolare.

Cosa significa? Che i soci sostenitori siano a tutti gli effetti i motori di Casasport; questo avviene anche in società sportive molto importanti come il Barcellona F.C.

Cosa significa essere socio? Riceverete a casa la tessera associativa con un numero identificativo: ogni settimana per mailing list potrete avere tutti gli aggiornamenti su risultati e classifiche, potrete venire in prima persona a tifarci nelle gare ufficiali ed inoltre attivarvi sul nostro blog partecipando da tifosi alla vita di Casasport.



Per ulteriori informazioni e per aderire alla campagna di CasaSport: www.limoney.it

venerdì 16 maggio 2014

Protezione internazionale: modifiche, richieste e possibilità



L'Istituto della protezione internazionale è stato introdotto in Italia con decreto legislativo 251 del 19 novembre 2007. Lo status di rifugiato viene riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra (8 luglio 1951) in cui si legge che il rifugiato è colui che: “ temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tale avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

Dal mese scorso è on-line una nuova area del portale Integrazione Migranti proprio dedicata alla protezione internazionale in cui si fa particolare riferimento all'inserimento socio-lavorativo.

Il sito è www.integrazionemigranti.gov.it e la nuova area è frutto di una collaborazione tra il Ministero del lavoro e delle Politiche sociali e dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L'area intende promuovere una mappatura dei servizi e dei progetti dedicati ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale o umanitaria su tutto il territorio italiano.

La salute, la tutela legale e l'integrazione sono i temi principali su cui si è lavorato: per quanto riguarda la salute, in particolare si possono ottenere informazioni utili sui servizi di assistenza psicologica e psichiatrica rivolti alle persone che hanno subito violenze e torture nel Paese d'origine o durante il viaggio. Per quanto riguarda la tutela legale, sono previsti alcuni percorsi di preparazione ai colloqui con la Commissione che dovrà decidere per il riconoscimento dello status di rifugiato. Sono, inoltre, mappati anche progetti di integrazione con l'opportunità di fare esperienza in vari settori lavorativi, culturali e sportivi.

All'indirizzo della redazione, redazioneintegrazione@lavoro.gov.it, è possibile segnalare altri servizi e progetti, notizie, eventi e iniziative.

Nell'area “protezione internazionale” un capitolo è dedicato al tema dell'accoglienza e sembra che il percorso di accompagnamento e di inclusione degli stranieri e, in particolare, dei richiedenti asilo non sia segnato da difficoltà: si parla di posti disponibili nel Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e dei Rifugiati (SPRAR), si parla di ospitalità nei CARA oppure di un contributo economico da parte delle Prefetture, per il sostentamento di vitto e alloggio in altre strutture; si fa riferimento alla tutela giuridico-amministrativa, alla formazione linguistica e anche a progetti rivolti alle persone più vulnerabili: disabili, minori non accompagnati, donne sole in stato di gravidanza.

Tutto un sogno? No, è tutto scritto...Ma dalle parole scritte (anche su un portale) bisogna passare ai fatti.



A breve parleremo anche del Rapporto “Accesso alla protezione: un diritto umano”, progetto del programma europeo per l'integrazione e la migrazione a cura del CIR, Consiglio Italiano per i Rifugiati.

martedì 1 aprile 2014

Omicidio e lavoro nero

Foto Il Messaggero


Il nome della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi.

Situata nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013, la fabbrica con i suoi capannoni andò in fumo e, nel rogo, persero la vita sette operai e due furono ustionati gravemente. Dopo mesi di indagini, le forze dell'ordine hanno arrestato, nei giorni scorsi, cinque persone: due italiani e tre cinesi. Questi ultimi erano i gestori del laboratorio diventato una trappola mortale, ma erano anche genitori di un bambino di quattro anni e, tutti e tre insieme, vivevano nel laboratorio stesso, tra materiale tossico e sostanze chimiche. Per loro le accuse sono di omicidio plurimo colposo. I due italiani, proprietari della fabbrica, Giacomo e Massimo Pellegrini, si trovano agli arresti domiciliari per abuso edilizio.  

All'epoca dei fatti, l'ex Ministro per l'Integrazione (quando ancora esisteva questo ministero), Cècile Kyenge, scrisse su twitter: “Il mio pensiero è per la tragedia di Prato. Grave la violazione della dignità umana dei lavoratori cinesi”.          
Foto tg24.sky.it

Cinesi che sfruttavano, quindi, altri connazionali con la complicità degli italiani: tutti indagati anche per disastro colposo, omissione delle norme di sicurezza sul lavoro e uso di mano d'opera irregolare.

Gli inquirenti hanno, dunque, iniziato a dare una risposta concreta all'appello che, il giorno dopo l'accaduto, Giorgio Napolitano aveva rivolto al presidente della giunta regionale toscana: “ Indirizzo ai rappresentanti della comunità cinese e alla città di Prato”, si legge nella lettera del capo dello Stato, “l'espressione dei miei sentimenti di umana dolorosa partecipazione per le vittime della tragedia del rogo. Condivido la necessità da lei posta con forza, di un esame sollecito e complessivo della situazione che ha visto via via crescere a Prato un vero e proprio distretto produttivo nel settore delle confezioni, in misura però non trascurabile caratterizzato dalla violazione delle leggi italiane e dei diritti fondamentali dei lavoratori ivi occupati...Al di là di ogni polemica o di una pur obiettiva ricognizione delle cause che hanno reso possibile il determinarsi e il permanere di fenomeni abnormi, sollecito a mia volta un insieme di interventi concertati a livello nazionale, regionale e locale per far emergere, da una condizione di insostenibile illegalità e sfruttamento, senza porle irrimediabilmente in crisi, realtà produttive e occupazioni che possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano”.




sabato 29 marzo 2014

Corso di formazione per favorire accoglienza, integrazione e cittadinanza attiva






La Rete Sportelli Immigrazione
di Arci Milano e Monza Brianza



In collaborazione con ASGI e l’Università degli Studi di Milano
Dipartimento di scienze sociali e politiche



vi invita a partecipare al corso di formazione


“TRA LEGGI, NORME E REGOLAMENTI...
Le strade per favorire accoglienza,
integrazione e cittadinanza attiva”




Corso di formazione sulla gestione delle pratiche di soggiorno e asilo dei cittadini extracomunitari e sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e dei loro familiari



DIVENTA VOLONTARIO
DELLA RETE SPORTELLI IMMIGRAZIONE ARCI!



Il corso offrirà gli strumenti di base per diventare cittadini attivi e consapevoli sul tema dell'immigrazione e permetterà a tutti i partecipanti di entrare a far parte di una rete consolidata e attiva nella difesa dei diritti dei cittadini stranieri.



Il miglioramento del background di conoscenze dei volontari rappresenta, inoltre, un valido e indispensabile supporto anche nell’organizzazione delle diverse attività di promozione sociale e di sensibilizzazione della cittadinanza sui temi dei diritti dei e delle cittadini/e immigrati/e.





INFORMAZIONI ED ISCRIZIONI



Per iscriversi al corso potete scrivere a
retesportelliarci@gmail.com.



 Le iscrizioni al corso devono pervenire entro la fine del mese di aprile. Il corso è gratuito ma per partecipare è necessario avere la tessera Arci 2014. È possibile farla il primo giorno del corso.



 Le lezioni della prima sessione dedicata alla normativa in materia di immigrazione per i cittadini extracomunitari si svolgeranno presso il circolo Arci Corvetto a Milano in via Oglio 21 (MM Corvetto) e sono aperte a tutti.



 Le lezioni del seminario specialistico sul diritto d’asilo si svolgeranno presso il Circolo Arci Blob in Via Casati, 31 Arcore (il circolo è molto vicino alla stazione di treno). Il seminario è riservato agli sportellisti della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano e Monza e Brianza e a persone che abbiano già esperienza in materia.



 La prima sessione del corso è valida ai fini dell’acquisizione di 3 CFU per gli studenti iscritti al Corso di Laurea in Scienze Sociali e della Globalizzazione dell’Università degli Studi di Milano.


** PRIMA SESSIONE



LA NORMATIVA IN MATERIA DI IMMIGRAZIONE E IL DISBRIGO DELLE PRATICHE DI SOGGIORNO PER I/LE CITTADINI/E EXTRACOMUNITARI/E





Modulo I



Sabato 10 maggio



Ore 9.30 - 13.00
I visti di ingresso – Il decreto flussi – L’ingresso per turismo –L’ingresso per motivi di studio



Ore 14.30 - 17.00



Il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato ed lavoro autonomo



Relatrice: Edda Pando (Coordinatrice della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano)



Modulo 2



Domenica 11 maggio



Ore 9.30 – 13.30



Il ricongiungimento familiare, il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi familiari



Relatrice: Edda Pando (Coordinatrice della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano)




Modulo 3



Sabato 17 maggio



Ore 9.30 - 13.30



Conversione del permesso di soggiorno da altro titolo a motivi di famiglia (Coesione familiare) - Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo



Relatrice: Edda Pando (Coordinatrice della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano)



Modulo 4



Sabato 24 maggio



Ore 9.30 – 13.30



La cittadinanza italiana



Relatore Livio Neri (Avvocato Asgi)




** SEMINARIO SPECIALISTICO:
IL DIRITTO DI ASILO E LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE




Modulo I



Sabato 31 maggio



Ore 9.30 – 13.00



Nozioni di base sul diritto d’asilo e la protezione internazionale: dalla Convenzione di Ginevra al nuovo regolamento Dublino III



Ore 14.30 – 17.00



La procedura per la richiesta della protezione internazionale.



Relatrice: Avv. Anna Brambilla (Avvocato ASGI)



Modulo II



Domenica 1 giugno



Ore 9.30 - 13.30



Le procedure pratiche per la richiesta della protezione internazionale –Discussione sui diversi tipi di casi



Relatore Alberto Valli (del Coordinamento dello Sportello Immigrazione Arci Blob)



*** In preparazione:



 A settembre corso sulla libera circolazione e il soggiorno dei e delle cittadini/e comunitari/e



 Ad ottobre seminario specialistico sui Minori Stranieri non Accompagnati

martedì 25 marzo 2014

Hai dato soldi agli zingari !




Il lavoro delle associazioni, degli organi di stampa, degli insegnanti e di tanti altri è importante soprattutto per abbattere i pregiudizi; è un lavoro necessario se, nel 2014 e in una città grande e cosmopolita come Milano, un ragazzo si rivolge al Sindaco e lo apostrofa con queste parole: “Hai dato i soldi agli zingari e ai rom, sei una merda”.

Certo, si può dissentire dalle scelte politiche e istituzionali che riguardano i cittadini, ma bisogna vedere i modi e le motivazioni.

Nel corso della prima Giornata della legalità, che si è tenuta il 21 marzo presso il Teatro Dal Verme, il sindaco, Giuliano Pisapia, è stato contestato da Alessandro, uno degli studenti in platea. Più volte il ragazzo ha urlato la suddetta frase al primo cittadino che lo ha invitato ad un confronto diretto e più pacato e, una volta impugnato il microfono, Alessandro ha criticato la scelta di aumentare i costi dell'Imu, dell'Irpef e dei biglietti dei trasporti pubblici, aggiungendo che invece siano stati regalati dei soldi agli zingari “mentre vedo nel mio quartiere gente che non arriva a fine mese. Io mi informo”.

Ecco, è un bene che i giovani si informino, ma la responsabilità è degli adulti che si occupano di informazione, che costruiscono le notizie, che formano - con le loro parole - l'opinione pubblica. Mescolare, in maniera superficiale, il tema della crisi economica, con i tagli ai servizi e con gli “zingari” è frutto di malainformazione, di stereotipi e di diffidenza generati dalla mancanza di approfondimento.

Non vogliamo prendere posizione sull'operato di Pisapia, né questa è una difesa d'ufficio, ma siamo d'accordo con lui quando dice, come ha ricordato anche allo studente: “ ...Non bisogna mettere tutti sullo stesso piano, ma bisogna giudicare persone per persona, per l'impegno che ci mette, se fa le cose per se stesso o per gli altri”. Se i soldi non ci sono, non ci sono né per gli italiani, né per gli stranieri. Tutti dobbiamo rimboccarci le maniche e, magari, smettere di alimentare le barriere mentali verso altre persone di diversa nazionalità e di fomentare una guerra tra poveri. Anche di spirito.

martedì 18 marzo 2014

Fumetti, attualità e libertà di pensiero

 
 
 
 
 

Takoua Ben Mohamed è una ragazza di origine tunisina, figlia di un rifugiato politico, che vive in Italia dall'età di otto anni. Takoua è fumettista e usa la sua creatività per raccontare la propria storia e quella di tante altre giovani donne musulmane che hanno affrontato un percorso di integrazione in un Paese nuovo. Nelle opere dell'artista si parla anche di molti altri argomenti di stretta attualità.



Abbiamo intervistato per voi Takoua Ben Mohamed che ringraziamo tanto per questo racconto.



Quali sono gli argomenti di cui parli nei suoi fumetti?


Gli argomenti di cui parlo generalmente nei miei fumetti e nei corti animati sono la primavera araba come nasce in Tunisia fino ad arrivare in Siria, Palestina, etc; i diritti umani che vengono violati soprattutto nei Paesi in guerra e ciò che è stato prima della primavera araba, cioè la vita sotto le dittature; il razzismo in ogni suo genere e forma; la questione del velo, soprattutto nell'età adolescenziale, e come si affronta la scelta di indossarlo in una società non musulmana, tra i pregiudizi o all'incontrario la positività che molto spesso gli viene trasmessa per l'atto di coraggio.
Ora mi sto anche dedicando a tematiche più educative nel settore dei cartoni animati...ovviamente senza mai perdere d'occhio il mio obbiettivo principale, la libertà di pensiero, d'espressione attraverso i fumetti e l'animazione. 



Perché la scelta delle graphic-novel per affrontare temi di grande attualità?         


La scelta dei graphic-novel, a dire la verità, oltre ad essere quella che esprime di più l'immagine di ciò che voglio raccontare, ciò che voglio trasmettere, è anche una mia passione...fin da piccola disegno e guardo i cartoni animati, ho provato ogni genere di arte e mi sono trovata bene nei graphic-novel, allora ho cominciato a prendere i fumetti e a sfogliarli per imparare a farli. Ho cominciato fin da subito a scrivere su tematiche così importanti soprattutto per me, perché in qualche modo mi rappresentato e molti episodi l'ho vissuti in prima persona. Penso sempre che l'arte sia fatta per esprimere la realtà.



Ci può raccontare brevemente la sua storia personale e quella della sua famiglia? 



Come dicevo, molti episodi l'ho vissuti in prima persona, tra i quali la primavera araba e la vita sotto la dittatura. La mia famiglia ed io abbiamo vissuto negli anni '90 sotto la dittatura di Ben Alì, mio padre lasciò la Tunisia nel 1991, quattro mesi dopo la mia nascita, perché era perseguitato dalle autorità tunisine essendo un membro di uno dei movimenti oppositori al governo dittatore, mio zio è stato arrestato e messo in carcere per molti anni e torturato fino alla morte, mia madre ha dovuto lavorare e mantenere da sola sei figli sotto i 10 anni e due anziani, per 8 anni da sola, con la pressione del governo che le rendeva la vita difficile, ma lei è una persona forte e paziente e non si è mai arresa. Durante la mia prima infanzia sono cresciuta senza sapere come era fatto mio padre, dove era e non conoscevo la sua voce, ma poi da un giorno all'altro all'età di otto anni,nel 1999, mi son ritrovata in Italia con mio padre davanti, orgogliosa di lui e felice. Da quel giorno non siamo più tornati in Tunisia.
In seguito, passata la fase della dittatura, ho deciso di mettere il velo a 11 anni, un anno dopo l'11 settembre: per molti mi sono resa la vita difficile, ma in realtà mi ha aiutata a crescere e a sfidare un muro di pregiudizi nonostante la mia giovanissima età perchè ero e sono molto ottimista.
Arrivata la primavera araba, nel 2011, io e la mia famiglia per la prima volta dopo 12 anni (e papà dopo vent'anni di separazione dalla nostra terra) siamo tornati in Tunisia, nessuno aveva sperato in quel giorno, né noi in Italia, né loro in Tunisia. Ma quel giorno è arrivato, si è riunita la famiglia tra lacrime a abbracci: non ci hanno mai dimenticati, è stata una grande emozione.
Oltre a tutto questo ho sempre partecipato a manifestazioni, eventi, incontri per la Palestina, primavera araba e tutto in ciò in cui credo e scrivo.




Quali sono state (se ci sono state) le sue difficoltà nel processo di inserimento nella società italiana?



Di sicuro non è stato facile inserirmi nella società italiana, sono stata vista sempre come quella diversa in un certo senso, ma questo non mi dispiaceva, anzi mi piaceva molto, mi faceva sentire che ho qualcosa in più rispetto agli altri, anche perché non è solamente la questione del velo, è anche il fatto che sono straniera, quindi un'altra cultura, altra mentalità, altre usanze ecc. ma questo non mi ha per niente influenzato: sì, sono musulmana velata, straniera, di altra cultura e mentalità, ma mi sono perfettamente integrata in questa società, cioè mi considero una persona con una doppia appartenenza doppia cultura perché ho sempre frequentato scuole italiane dalle elementari fino ad oggi, ma comunque a casa, in moschea e alla scuola di arabo che frequentavo nel weekend non mi hanno mai fatto dimenticare le mie origini la mia lingua madre. E questo è una ricchezza a mio parere!
Durante le elementari è stato un periodo sereno, ero abbastanza coccolata dalle maestre, ero l'unica straniera di origine araba; dalle medie in poi, invece, ho cambiato carattere e sono diventata più forte per farmi rispettare per ciò che sono senza cambiare ed essere solo la metà di ciò che sono!



Come convivono, in lei, l'anima romana e quella tunisina?




L'anima romana si sente tantissimo soprattutto nel mio italiano che è praticamente romano.. ricordo che il primissimo fumetto che ho scritto, avevo 14 anni allora, parla proprio di questa ragazza che decide di indossare il velo il primo giorno di scuola alle superiori, con tutte le difficoltà a scuola, ma comunque il suo italiano era in perfetto dialetto romano... il testo del fumetto era tutto in ''romanaccio'', proprio per far risaltare la sua integrazione nella periferia romana, mi piaceva tanto, mi ero proprio innamorata di quel fumetto, lo conservo tutt'ora e penso di rifarlo bene e pubblicarlo !



Cosa pensa della "questione del velo" per le donne islamiche? Pongo anche a lei la stessa domanda che abbiamo già fatto ad altre donne e ragazze musulmane: è una scelta religiosa, politica, culturale?



La questione del velo in Italia e nel mondo è un po' sopravvalutata, spesso collegano ad esso un' interpretazione che non è giusta, soprattutto dopo l'11 settembre 2001.
Ricordo quando indossai il velo per la prima volta, avevo 11 anni, esattamente un anno dopo quella data, la prima cosa che mi dissero uscendo di casa fu ''talebana, terrorista'' nonostante fossi una bambina, ma ho continuato ad indossarlo lo stesso. Lo indossai sia per religione che per politica perchè ero convinta della mia scelta come donna, ragazza, bambina musulmana, come un qualcosa che mi completa, essendo un obbligo religioso ma soprattutto una scelta personale che deve venire dal cuore di ogni donna che sceglie liberamente di metterlo, un qualcosa che completa la mia fede, e che mi aiuta a crescere. Per scelta politica nel senso che, prima di scegliere di indossarlo, vedevo come venivano giudicate le mie sorelle maggiori per strada, come venivano guardate, mi ero incuriosita di sapere il perchè, e alla fine ho deciso di metterlo per mia liberissima scelta!



Sono stati pubblicati i suoi lavori?



I miei lavori sono stati pubblicati per la prima volta nel libro della professoressa Renata Pepiccelli ''Il velo nell'islam. storia politica, estetica.'' Poi ho organizzato mostre per molti eventi culturali organizzati da associazioni culturali e giovanili e organizzazioni umanitarie. Ho collaborato al docufilm di Luca Bauccio ''al qaeda! al qaeda! come fabbricare qualcosa in tv!"
Ora pubblico mensilmente fumetti di genere graphic journalism con i mittenti ''
villageuniversel.com'', vignette con ''italianipiu.it'' e ora inizierò con retenear.it dell'Unar, Oltre a questo studio alla Nemo Academy of digital arts di Firenze per un corso di Cinema d'animazione e, grazie ai miei studi, sto lavorando su vari progetti d'animazione.




domenica 16 marzo 2014

Container 158 e la "questione rom"

L'Associazione per i Diritti Umani presenterà il documentario Container 158 di Stefano Liberti e Enrico Parenti nell'ambito del fimfestival Sguardialtrove a Milano.
l'appuntamento è per mercoledì 19 marzo, alle ore 20.30, presso il cineteatro S. Maria Beltrade, Via Nino Oxilia, 10.
Un'occasione per approfondire la conoscenza dei popoli rom e sinti, troppo spesso vittime di discriminazioni fomentate anche da politiche di esclusione basate sulla paura del "diverso".
Il cinema documentario permette di entrare, in questo caso, nel campo rom di Via Salone, alle porte di Roma, il campo più grande d'Europa, e di trascorrere del tempo insieme ai suoi abitanti, condividendo la loro quotidianità: Miriana aspetta di partorire due gemelle in casa vera dove poter allevare anche gli altri suoi quattro figli; suo marito, Giuseppe, ogni mattina prende il suo furgoncino per andare a cercare ferro da riciclare; Remo è un meccanico, lavora in nero e i suoi clienti gli vogliono bene perché è economico e gentile. E poi ci sono i più giovani: Brenda è maggiorenne, vorrebbe fare la dottoressa, ma si è resa conto di quanto sia difficile, per lei, realizzare quel sogno; Marta, Cruis, Diego e Sasha frequentano le elementari e vengono rimproverati regolarmente per i loro frequenti ritardi.
Ma, quella che viene raccontata, è vita ed è vita "normale", se c'è una normalità.
Più di mille persone, provenienti per lo più dalla ex Jugoslavia, sopravvivono in questo enorme ghetto recintato da fil di ferro e sorvegliato da telecamere, come se fossero tutti accertati criminali e delinquenti: ammassati in camper di 22 metri, distanziati l'uno dall'altro soltanto due, lontano dal centro (dagli ospedali, ad esempio).  E tanti di loro non hanno lavoro - più per la diffidenza degli altri, che per la loro mancanza di volontà - e non hanno un'identità riconosciuta dallo Stato anche quando sono nati e cresciuti in Italia.
Le voci narranti di questo film sono, soprattutto, quelle dei bambini perché non hanno sovrastrutture: raccontano semplicemente e sinceramente la loro esistenza, mettendo in luce, in maniera inconsapevole, le contraddizioni delle politiche istituzionali che, da una parte, parlano di inclusione, ma dall'altra, non creano le condizioni concrete per attuarla.

giovedì 20 febbraio 2014

Concerto e viaggio nella cultura Rom





Santino Spinelli e Alexian Group: Concerto e viaggio nella cultura Rom




Venerdì 21 febbraio ore 21 - Teatro del Lido di Ostia

SANTINO SPINELLI E ALEXIAN GROUP in concerto


con Alexian Santino Spinelli fisarmonica e canto
Antonio Ranieri
percussioni, Giulia Spinelli violoncello, Evedise Spinelli arpa celtica e canto,

Dino Tonelli tromba, Matteo Bisbano tastiera



INGRESSO LIBERO A SOTTOSCRIZIONE



La campagna di informazione ‘Romaidentity - Il mio nome è Rom’ presenta il concerto del musicista e compositore Rom Santino Spinelli con l’Alexian Group, che si terrà Venerdì 21 febbraio alle ore 21 al Teatro del Lido di Ostia (Via delle Sirene 66, Lido di Ostia) nell’ambito della rassegna Dialog Festival, con ingresso libero a sottoscrizione. All’evento interverranno giovani attivisti Rom che frequentano i corsi di formazione promossi dalla campagna Romaidentity e rappresentanti delle associazione partner del progetto: Ricerca e Cooperazione, Ass. Stampa Romana e Affabulazione.

Il concerto è un percorso musicale e canoro in lingua romaní che offre un viaggio ideale attraverso la storia e la cultura Rom. Si tratta di un percorso artistico suggestivo, una vera e propria carovana esistenziale e culturale che fissa momenti importanti di un lungo viaggio. I Rom provengono dall’India e attraverso la Persia, l’Armenia e l’Impero Bizantino sono arrivati in Europa. I Rom Abruzzesi sono cittadini Italiani e rappresentano il primo gruppo arrivato in Italia oltre sei secoli fa, dalle coste greche. Nella musica di Santino Spinelli – in arte Alexian - si rintracciano le diverse tradizioni musicali romanès, gli intrecci del passato e ghi echi di una cultura millenaria ma la sua proposta artistica è un percorso originale, di grande impatto emotivo.

Alexian Santino Spinelli è un Rom italiano appartenente alla comunità romanès di più antico insediamento in Italia. Musicista, compositore, saggista e poeta. La sua poesia “Auschwitz” è incisa sul monumento che si trova davanti al Parlamento tedesco a Berlino dedicato al genocidio dei Rom e Sinti. Insegna Lingue e processi interculturali – Lingua e Cultura Romanì – all’ Università di Chieti. E’ stato insignito di numerosi premi fra cui: “Ethnoworld Award 2003″ dall’ Università Bocconi di Milano, il “Premio Pigro 2003 alla carriera” nell’ambito del festival nazionale dedicato ad Ivan Graziani e il Premio Flaiano per l’ opera Teatrale “Duj furatte Mulò”, il Premio Historium “Mecenate della cultura”.

La campagna “ROMAIDENTITY- Il mio nome è Rom” è parte del progetto Conflicts, mass media and rights: A raising awareness campaign on Roma culture and identity. E’ promossa dalla ong Ricerca e Cooperazione insieme a Associazione Stampa Romana, Associazione Rom Sinti@Politica, Università La Sapienza, Affabulazione e altre associazioni e istituzioni di Romania e Spagna. Attraverso iniziative di ricerca, formazione, sensibilizzazione ed educazione interculturale il progetto vuole aumentare la conoscenza e la disponibilità all’accoglienza e all’integrazione della popolazione Rom in Europa.



Ufficio Stampa Ludovica Jona – l.jona@ongrc.org – 338 8786870

Rossella Barrucci - rossellabarrucci@gmail.com – 342 0777138

promozione@teatrodellido.it : 06 5646962



giovedì 6 febbraio 2014

La mia classe: al cinema Mexico di Milano




E' ancora in sala, in questi giorni, a Milano il film LA MIA CLASSE di Daniele Gaglianone, in programmazione presso il Cinema Mexico di Via Savona, 57.

Riportiamo di seguito un'intervista che abbiamo fatto per voi al regista, poco dopo la presentazione del film al Festival di Venezia.

Quella classe di stranieri così vera, così reale: il film di Daniele Gaglianone









A due anni da Ruggine, Daniele Gaglianone torna sui banchi di scuola, in selezione ufficiale alle decima edizione della sezione “Giornate degli Autori” alla Mostra del Cinema di Venezia con il film intitolato “La mia classe”.
Mamon, Bassirou, ShadiShujan, Mahobeboeh, Issa, Mussa e tutti gli altri sono i protagonisti, ciascuno con il proprio vissuto e con le proprie aspettative.
Valerio Mastandrea, unico attore professionista, impersona un insegnante che prepara una classe di 'veri' stranieri, che hanno bisogno di imparare l'italiano, per vivere da noi e per ottenere il permesso di soggiorno. Girato a Roma, il film è diventato un'altra cosa quando, a poche settimane dall'inizio delle riprese è accaduto ad uno dei ragazzi un fatto reale e grave, il mancato rinnovo del documento e il rischio di espulsione.



Abbiamo intervistato Daniele Gaglianone che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.



Come sono stati scelti i ragazzi che hanno preso parte al film?


Li abbiamo scelti in classi vere, siamo andati in giro ad assistere a lezioni vere, reali di insegnanti di italiano per stranieri sia per attrezzarci meglio al personaggio del professore sia per formare la classe. Abbiamo frequentato classi di scuole istituzionali e di associazioni culturali che, attraverso il volontariato, si rivolgono agli stranieri.
Abbiamo composto la classe secondo un criterio molto semplice: eravamo in cerca di persone e non di bandiere. La composizione della classe, infatti, è squilibrata perchè ci sono, ad esempio, tre curdi e tre bengalesi: cioè non ci siamo preoccupati di creare un'omogeneità o di considerare le persone come rappresentanti di etnie e questo perchè il nostro approccio al film voleva andare al di là degli stereotipi.

 

Avete avuto qualche difficoltà con i ragazzi oppure hanno raccontato con spontaneità il proprio vissuto?

 

Il rapporto tra noi è stato coltivato, siamo entrati in confidenza piano piano e le cose sono avvenute in maniera abbastanza naturale. Tra aprile e ottobre abbiamo contattato le persone, spiegato il progetto e ci siamo conosciuti in modo tale che, nel momento in cui si doveva lavorare insieme, ci fosse già la sintonia. Poi, come capita nella vita, ci sono persone con cui ti intendi di più e quelle con cui c'è bisogno di più tempo.

 

Quali sono le richieste o le aspettative espresse dai racconti dei ragazzi?

 

La cosa fondamentale che chiedono è molto semplice: quella di essere considerati degli individui.
Come il film cerca di dimostrare, la loro condizione li porta davanti a certe questioni in maniera problematica, come, per esempio, alla questione del lavoro: qualcuno è disposto a fare lo “schiavo”, altri no. In fondo, chiedono di poter vivere e non di sopravvivere.



Il personaggio di Valerio Mastrandrea, il professore, non è solo un personaggio filmico...



Parlare del personaggio di Valerio vuol dire parlare anche della struttura del film. La struttura è, infatti, a più livelli che sono tre: un livello immanente, che comprende i primi due e che si può intuire solo alla fine; un primo livello in cui Valerio interpreta un profesore come attore, e poi c'è il secondo livello in cui Valerio è lui, una persona. Alla fine, il primo e il secondo si confondono, soprattutto quando Valerio recita il monologo.
Nel film ci sono un breve prologo e un breve epilogo, estranei al film che stiamo girando in classe, che hanno reso il progetto rischioso perchè si tratta di un film di finzione, ma girato in modo tale che l'impressione di realtà sia così forte da far dire allo spettatore: “ E' vero o non è vero?”.
 
 

Infatti, durante le riprese, è accaduto qualcosa che ha fatto cambiare la direzione...


In realtà è accaduta prima dell'inizio delle riprese.
Di fronte all'impossibilità, da parte di alcuni ragazzi, di lavorare al film ci siamo immaginati che il fatto stesse accadendo in quel momento.
Il film è stato pensato cercando di andare oltre quelle formule che rischiamo di essere ricattatorie per cui tu cogli le persone in difficoltà, all'inizio, e ti relazioni o con indifferenza oppure dando aiuto. Qui, invece, per metà film c'è una dimensione ludica della lezione che porta a far scattare l'empatia con i personaggi, che non è ricattatoria. Ma quando alla fine ti raccontano il loro inferno, a quel punto non sono più cose che accadono al “solito immigrato”, ma accadono a una persona che, nel frattempo, ti è diventata familiare, a un tuo amico.
Non si tratta più di una questione che riguarda gli “altri”, ma è una tua responsabilità perchè quella persona è entrata nella tua vita.



Quali riflessioni vorresti che scaturissero da questo lavoro?



Mi auguro che questo film venga visto da più persone possibile e che faccia scaturire delle domande diverse. C'è una battuta molto dura che dice Valerio: “Quello che facciamo non serve a un cazzo”: ecco, forse se ce lo diciamo, quello che facciamo può servire sul serio.
Anche se il peso del passato è importante, i protagonisti sono persone e questo al di là della loro nazionalità. E sono persone in difficoltà.
Forse vorrei che questo fosse un film sull'integrazione, ma sull'integrazione nostra: siamo noi che ci dobbiamo integrare a una situazione nuova, complicata e difficile.


lunedì 3 febbraio 2014

Come difendersi dal razzismo







Parla di cronaca, parla di razzismo, parla di una società intollerante e maleducata: questo e molto altro nel libro dal titolo I giorni della vergogna. Gli insulti a Cécile Kyenge, di Stranieri in Italia, curato dall'editore Gianluca Luciano e dal giornalista Eugenio Balsamo.

Parolacce, insulti, scritte sui muri, minacce, soprattutto rivolte al Ministro Kyenge, ma che colpiscono troppo spesso anche altre persone comuni: forse l'Italia è un Paese razzista, o forse no, ma i segnali non sono positivi.



Per approfondire questo argomento abbiamo rivolto alcune domande a Eugenio Balsamo che ringraziamo per la sua disponibilità.



Partiamo dai due punti cardine del libro: dove affondano le radici del razzismo, in Italia? Ed è possibile difendersi dalle sue forme, più o meno evidenti?



Io sono tra quelli che ritengono il nostro un Paese non razzista. Muovo le mie riflessioni dalla storia che, in ogni sua fase, presenta numerose occasioni di “intreccio” tra culture diverse. Contaminazioni, in sostanza, che hanno portato alla costruzione del dna dell'italiano moderno. Le più varie iniziative di integrazione e sensibilizzazione che partono dal basso (cioè da quella società civile svincolata da partiti e sindacati) dimostrano che, in fondo, siamo un Paese in grado di comprendere e apprezzare le diversità. Con l'importante conferma che, anche in un momento economicamente difficile come quello attuale, siamo meno interessati da atti di accusa verso il “diverso che ruba il lavoro” rispetto a tanti altri Paesi europei.

Credo, ciononostante, che a essere meno preparato a questa sfida postmoderna figlia di una globalizzazione rapida sia l'apparato pubblico, ancora ingabbiato nella difesa di un'identità nazionale che – questo è il vero dato da accettare – non è la stessa degli anni Settanta e Ottanta. È sufficiente il ricorso a un esempio banale come quello dei pasti nelle mense o alla regolazione dei diversi spazi e momenti di preghiera.

Come ci si difende? Non sono un fan della repressione, che è comunque importante in alcune circostanze. Insegnare che il corpus sociale è necessariamente multiculturale e multietnico è il principale impegno degli educatori: le scuole, la Chiesa, le caserme, le società sportive dilettantistiche prima ancora di quelle animate da professionisti e i consessi rappresentativi. Probabilmente sono questi ultimi, se ci atteniamo alla cronaca, ad avere bisogno di uno scossone e di cartellini rossi. Perché un idiota di una curva di stadio ha un peso, un parlamentare ne ha un altro: il primo urla e convince se stesso, il secondo riesce a trascinare migliaia di elettori e militanti.



In cosa consiste la "guida all'autodifesa"?

Semplicemente, e utilmente, un riepilogo del concetto di razzismo e delle norme che l'ordinamento pone a tutela del discriminato. E, sia chiaro, a tutela di se stesso giacché un Paese che non difende le proprie basi giuridiche e sociali è un Paese che si arrende all'arroganza e all'ignoranza. Un modo, dunque, per ricordare che il razzismo non è e non può essere un'opinione perché era e resta un reato.

 

Ci può fare alcuni esempi di cronaca che hanno riguardato il ministro Kyenge, ma anche persone comuni?


Il governo Monti ha avuto il suo ministro per l'Integrazione. Era bianco, romano e cristiano e quindi, mi viene da dire, non meritevole di attenzioni particolari. Cécile Kyenge, al contrario, ha un profilo diverso, etnicamente diverso. Il “tornatene in Congo” avanzato da diversi ambienti di destra, spiega il rifiuto a questo tocco di modernità azzardato da un governo italiano con notevole ritardo rispetto alle scelte di altri Paesi occidentali che, già diversi anni addietro, avevano puntato su esponenti politici di origine straniera perché ormai ben inseriti nel contesto socio-politico. È difficile credere che le critiche mosse a Kyenge – come fa notare senza successo qualche punta di diamante della Lega nord – siano unicamente relative alle sue proposte. Ricordiamo che è lo stesso partito delle panchine da sottrarre agli extracomunitari e delle ordinanze anti kebab. Che i militanti leghisti si incontrino con quelli di Forza nuova per contestare il ministro è una conferma, come l'idea del segretario federale del Carroccio di inaugurare una parentesi di collaborazione con il Front national.

Allora il “tornatene in Congo” ha lo stesso valore di “venite a delinquere” che l'italiano medio “offre” quotidianamente all'asiatico, africano o romeno. Il limite è quello di pensare che una donna nata in Africa, ancorché laureata e specializzata in Italia e “dotata” di cittadinanza italiana, possa arrivare a occupare un posto che, nella logica del “protezionismo etnico”, andrebbe riservato a un italiano.


Qual è, in generale, il punto di vista dei nuovi italiani su questo Paese?


Questo è, secondo me, il punto più interessante di ogni indagine, scientifica o giornalistica che sia, che voglia misurare il grado di razzismo della nostra società. Il lavoro “I giorni della vergogna” include il punto di vista di giornalisti stranieri che vivono e operano in Italia, nessuno dei quali nasconde le difficoltà iniziali di inserimento nel contesto italiano, sociale e professionale. Sottolineano, tuttavia, quei limiti spesso evidenti nascosti nelle norme più varie, che talvolta penalizzano chi il nostro Paese lo vive al pari di chi vi è nato e cresciuto. Non è certo razzismo, ma evidente impreparazione dell'apparato pubblico (decisori compresi) ad approcciarsi a quella nuova linfa che giunge da oltre confine. Considero “nuovi italiani” non solo le seconde e terze generazioni di immigrati, ma anche colore che stabilmente, da anni, vivono in Italia sebbene sprovvisti di cittadinanza. Chiedono l'opportunità di fare la propria parte, di essere messi in condizione di dimostrare.

Quello che i nuovi italiani lamentano è lo scarso coraggio del legislatore. L'esempio principale è lo ius soli: proposto da più parti (anche da Cécile Kyenge) incontra il muro apparentemente insormontabile dell'identità, del paventato rischio che tra i bimbi e gli italiani di domani ci siano troppi Ahmed. Mentre, al tempo stesso, l'Italia si pregia di aver dato a New York un sindaco “campano”. Credo, tuttavia, che lo scenario di base stia cambiando, almeno a livello di percezione. Conforta, per esempio, il parere dei bambini delle elementari che oggi hanno compagni di banco figli di cinesi, nigeriani, balcanici: è la loro curiosità a superare le differenze. Ecco perché, ripeto, c'è bisogno di un lavoro “dal basso”, abituando gli italiani di domani a sentirsi protagonisti della stessa scena di vita.

venerdì 17 gennaio 2014

Per l'inclusione di Rom, Sinti e Caminanti




Dijana Pavlovic - ROMED2-ROMACT National Project Officer e Associazione UPRE ROMA presentano la seguente iniziativa che per noi è importante e alla quale vi invitiamo a partecipare.

Il Consiglio d'Europa e la Commissione europea lanciano in 12 Paesi della Comunità europea due programmi della durata di due anni - ROMED2 e ROMACT - volti a promuovere l'inclusione dei Rom e dei Sinti a livello locale.
L'Italia è uno di questi Paesi e le città coinvolte sono Milano, Napoli, Bari, Roma, Torino e Pavia. Il programma ROMED2 si concentrerà sulla governance democratica e la partecipazione delle comunità attraverso la mediazione. il programma ROMACT si concentrerà sull'impegno locale a livello della pubblica amministrazione per lo sviluppo delle politiche pubbliche e per una migliore comprensione delle problematiche rom e sinte. ROMACT viene attuato dal Consiglio d'Europa anche nel quadro dell'Alleanza europea delle città e Regioni per l'inclusione di Rom e Sinti.

La presentazione e il lancio dei due programmi per l'Italia avverranno il 18 gennaio 2014 a Milano da parte del Consiglio d'Europa e della Commissione europea con il patrocinio del Comune di Milano e saranno preceduti da un concerto di benvenuto la sera del 17 gennaio.

 
 
IL PROGRAMMA
 
 
18 GENNAIO 2014
 
 
PALAZZO REALE - SALA CONFERENZE - PIAZZA DUOMO, 14 - MI
 
 
 
Ore 9: Registrazione - Welcome coffee
 
Ore 10: Inizio sessione
 
Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano
Relatori - Impegni e prospettive
 
Gabriella Battaini-Dragoni, vicesegretaria generale del Consiglio d'Europa
Cècile Kyenge, Ministro per l'Integrazione
Maria Cecilia Guerra, viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali
John Warmisham, vicepresidente del Congresso delle autorità locali del Consiglio d'Europa
Luigi Manconi, presidente della Commissione per i Diritti Umani del Senato
Zeliko Jovanovic, direttore delle iniziative per i Rom dell'Open Society Foundations
 
Modera: Dijana Pavlovic, responsabile nazionale per ROMED2 e ROMACT
 
Ore 11: Coffee break - Conferenza stampa
Ore 11.30: Presentazione dei programmi ROMED2 e ROMACT
 
Joeoren Schokkenbroek, rappresentante speciale del segretario generale per la questione rom del Consiglio d'Europa
ROMED e ROMACT nel contesto della Strategia nazionale per l'inclusione di Rom, Sinti e Caminanti
Marco De Giorgi, direttore UNAR
Riccardo Compagnucci, prefetto e vicecapo dipartimento Ministero dell'Interno
 
Modera: Aurora Alincai, coordinatrice dei programmi ROMED2 e ROMACT
 
Ore 11.50: Amministrazioni pilota e comunità locali: impegni e attese
 
Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia
Giorgio Bezzecchi, mediatore, Consulta Rom e Sinti di Milano
Rita Cutini, assessore alle Politiche sociali Comune di Roma
Vojcan Stojanovic, mediatore, presidente Federazione Romanì
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Elide Tisi, vicesindaco, assessore alle politiche sociali Comune di Torino
Radames Gabrielli, mediazione, Federazione Rom e Sinti insieme
Michele Emiliano, sindaco di Bari
 
Modera: Emma Toledano-Laredo, capo unità Inclusione sociale e riduzione della povertà della Commissione europea
 
CHIUSURA LAVORI
Jeroen Shokkenbroek
Giuliano Pisapia
 
Ore 13.15: LUNCH
 
 
 
17 GENNAIO, ore 20.30
 
AUDITORIUM SAN FEDELE; Via Hoepli, 3b, Milano
 
CONCERTO DI BENVENUTO di MUSICA ROM
 
con
 
NOVA KING, RAP DI NOVARA
MCK REVOLUTION, BEATBOXING DEI KHORAKHANE'
EDUARD ION e IL SUO GRUPPO, VIOLINO, FISARMONICA e CIMBALOM
MAESTRO GEORGE MOLDOVEANU, VIOLINO
MUZIKANTI DI BAL VAL, DEL MAESTRO JOVICA JOVIC
NEMA PROBLEMA, ORCHESTRA E FIATI
 
Conduce: TONI ZINGARO, attore
 
Ingresso libero
 




venerdì 27 dicembre 2013

Quelle bocche cucite

 
Foto Ansa
 
Senza parole. Basta parole, vogliamo i fatti. Forse con queste frasi si può interpretare la scelta di cucirsi, letteralmente, le labbra; una scelta effettuata da dieci immigrati - sei marocchini e quattro tunisini - rinchiusi nel Centro di Identificazione e di Espulsione di Ponte Galeria, nel Lazio, come forma di protesta per le condizioni in cui si trovano e anche per la scomparsa, da parte di uno di loro, dei soldi inviati alla famiglia in Tunisia mentre si trovava in carcere, a Civitavecchia.
Foto Ansa
E' vero: alcuni immigrati sono stati in prigione, ma dopo aver espiato la pena sono stati di nuovo rinchiusi nel CIE. Per questo motivo il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, ha rilasciato un comunicato in cui chiede il superamento dei CIE e nuove procedure per il rientro nei Paesi d'origine per i migranti detenuti.
Il Garante si riferisce alla possibilità del rimpatrio volontario assistito (RAV) che dovrebbe essere finanziato dal Ministero dell'Interno, un progetto che prevede - per chi sceglie di tornare in patria al termine della pena - di intraprendere un percorso assistito basato su tempi certi e senza passare di nuovo per il CIE dove i migranti vengono identificati. Invece “l'introduzione di un meccanismo di identificazione già in carcere”, sostiene  Marroni, “è la premessa per permettere ai detenuti stranieri di scontare la loro pena nel Paese d'origine”.
Foto Ansa
Il Direttore del Centro, Vincenzo Lutrelli, afferma che la situazione è sotto controllo, anche se uno dei migranti con le labbra cucite si è sentito male e altri 37 stanno facendo lo sciopero della fame.
Un ultimo episodio di disperazione, inoltre, si è verificato lunedì scorso, quando un urlo improvviso è salito dal reparto donne del centro, dove si trovano circa trenta persone. Una giovane tunisina voleva togliersi la vita, impiccandosi con un lenzuolo. Lei e il suo compagno, arrivati a fine novembre a Lampedusa, avevano appena ricevuto il rigetto della loro richiesta di asilo politico. Lutrelli ha parlato con la donna, le ha fatto incontrare il compagno ed è riuscito a farla desistere dal suo intento suicida. Ma per quanti richiedenti asilo la situazione potrebbe degenerare?
Intanto, in questi giorni, un altro gesto, un'altra scelta significativa: quella del deputato Pd, Kalid Chaouki, che si era rinchiuso nel centro di Lampedusa per chiederne la chiusura dopo la vergogna dei migranti “disinfettati” con un getto d'acqua gelata, in pieno inverno, all'aperto e privati degli abiti. Il giorno della vigilia di Natale sono cominciati i trasferimenti degli immigrati verso altre strutture.
Il ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge, ha così commentato le notizie  che arrivano dai CIE: “Gli ultimi fatti confermano la necessita’ di modificare un sistema che ha portato tensioni e difficolta’ all’interno dei centri”, impegnandosi a ripensare e migliorare, 'di concerto con il Governo', le misure di accoglienza”, mentre i migranti di Ponte Galeria scrivono a Papa Francesco, appellandosi al suo senso di giustizia.
 
 
 

sabato 7 dicembre 2013

Nelson Mandela: un uomo, un'icona









 









Un numero: 46664. Più volte ripreso, fotografato, ricordato, scritto.
E' il numero che Nelson Mandela portava sulla sua giubba durante la sua lunga permanenza in carcere; la stessa cifra riportata infinite volte – sul palco, sugli spalti dello stadio, sui corpi e sulle magliette dei partecipanti – durante il mega concerto che si è tenuto a Londra nel 2008 in occasione del novantesimo compleanno del grande leader.
Quel numero è un simbolo come lo è colui che lo ha portato addosso per tanto tempo: Nelson, Madiba, Rolihalha (“combina guai”) premiato con il Nobel per la pace; l'uomo che si è battuto, per una vita intera, per i diritti di tutti, per la libertà e per la giustizia.
Se ne va a 95 anni, probabilmente a causa di problemi respiratori dovuti alla tubercolosi contratta durante la sua prigionia a Robben Island. Negli ultimi mesi, Mandela era stato ricoverato più volte per poi essere dimesso per ricevere le cure e le attenzioni necessarie nella sua casa, a Johannesburg.
Molti i messaggi di cordoglio per la perdita di una persona che lascia un'eredità etica, morale e politica così importante. Il Presidente americano, Barack Obama, primo Presidente nero garzie anche alla lotta di mandela contro ogni discriminazione, ha affermato: “ Nelson Mandela è vissuto per un ideale e l'ha reso reale. E' uno dei personaggi più coraggiosi della nostra era. Appartiene al tempo, alla storia. Ha trasformato il Sudafrica e tutti noi. Il suo lavoro ha significato moltissimo. Noi troviamo fonte di esempio e di rinnovamento nella riconciliazione e nello spirito di resistenza che ha fatto dell'azione di Mandela una cosa vera”. Il leader cubano, Raul Castro ha definito Mandela “un caro compagno”; il Presidente palestinese, Mahmoud Abbas ha dichiarato che: “ Mandela è stato un simbolo della liberazione dal colonialismo e dall'occupazione per tutti i popoli che aspirano alla libertà”; dalla Cina arrivano, via web, le parole di un altro Premio Nobel per la Pace, Liu Xiaobo, che sta scontando una pena detentiva di 11 anni per l'accusa di “sovversione”, il quale scrive: “ Stiamo ricordando una persona che ha rispettato e si è battuta per anni per i diritti umani, la libertà e l'uguaglianza”.
In Italia, il Ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge, ha così espresso il suo dispiacere per la morte di Mandela: “ Una giornata triste perchè solo la sua presenza dava forza ai valori della lotta contro il razzismo e l'apartheid non solo per il continente africano, ma per tutto il mondo”.

Per ringraziare, a modo nostro, “Madiba” riportiamo la recensione di una ricca mostra sul tema dell'apartheid, allestita l'estate scorsa a Milano. Anche la Cultura, il materiale fotografico, video, i documenti scritti, contribuisco a mantenere viva la Memoria, l'operato, ma soprattutto, gli insegnamenti di questo piccolo-grande eroe contemporaneo.

L' apartheid raccontata in una mostra al PAC di Milano



Mentre sono critiche le condizioni di salute di Nelson Mandela, a Milano approda una grande esposizione che racconta uno dei periodi storici più significativi del '900: l'apartheid e le sue conseguenze, ieri come oggi.
Rise and fall of Apartheid: Photography and the Bureaucracy of Everyday Life” (“Ascesa e declino dell'Apartheid: fotografia e burocrazia della vita quotidiana): questo il titolo di un percorso visivo e culturale ricco, complesso, emozionante.
Frutto di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie le opere di quasi 70 fotografi, artisti e registi per proporre al pubblico - attraverso immagini, illustrazioni, posters, filmati, opere d'arte - un'analisi profonda della nascita dell'apartheid, della lotta per debellarla e delle sue conseguenze.



Apartheid” è parola olandese, composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid) ed è stata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale, la piattaforma del nazionalismo afrikaner che ha portato alla segregazione razziale con lo scopo di mantenere il potere nelle mani dei bianchi. Dopo la vittoria dell'Afrikaner National Party, nel 1948, l'apartheid impone una serie di programmi legislativi che incidono sulla psicologia dei cittadini del Sudafrica, ma anche sulle strutture civili, economiche e politiche fino a coinvolgere ogni aspetto dell'esistenza e della quotidianità: dalle abitazioni, al tempo libero, dai trasporti ai commerci, dall'istruzione al turismo. Il sistema dell'apartheid è, quindi, diventato sempre più spietato nei confronti degli africani, dei meticci e degli asiatici, arivando a negare e a privarli dei loro diritti umani e civili.
Il lavoro dei membri del Drum Magazine, degli anni '50, dell'Afrapix Collective, degli anni '80 e del Bang Bang Club; le opere di fotografi sudafricani all'avanguardia, quali ad esempio, Eli Weinberg, Omar Badsha, Peter Magubane, Gideon Mendel, Kevin Carter, Sam Nzima; e ancora le immagini dei nuovi talenti come Thabiso Sekgale e Sabelo Mlangeni testimoniano, documentano e approfondiscono il tema, facendo dell'immagine uno strumento di critica politica e sociale.
La mostra è ideata dall'ICP International Center of Photography di New York e curata da Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di Monaco; per l'Italia è stata promossa e prodotta dal Comune di Milano, PAC e CIVITA e sarà allestita, al Padiglione d' Arte Contemporanea, fino al 15 settembre. E, per l'occasione, non potevano mancare anche dieci video di William Kentridge, che non ha bisogno di presentazioni.