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giovedì 24 dicembre 2015

Hate crimes in Europe!. Alloggio per la popolazione Rom: un viaggio d'esclusione



di Cinzia D'Ambrosi

 

Nel mio ultimo blog su 'peridirittiumani.com' ho scritto una breve riflessione sull'iniziativa chiamata 'Decade dell'inclusione della popolazione Rom' in cui ho sottolineato le aree che gli otto paesi partecipanti alla Decade avevano pattuito per migliorare il tenore di vita delle comunita' Rom in Europa e ho concluso che queste non hanno riportato miglioramenti se non per la formazione scolastica, seppur breve.

Per le comunita' Rom la realta' e' grave perchè sono sottoposte a continue violazioni dei loro diritti umani. Le popolazioni Rom sono ancora oggi private d'alloggio, costrette a vivere ai margini di zone urbane, in aree affollate e povere creando dei ghetti ed insediamenti illegali o carovane. Per le comunita' Rom o Travellers in Gran Bretagna, gli sfratti e la negazione del diritto di parcheggio per una caravan vengono continuamente reiterati. La realta' non cambia di molto da un paese europeo all'altro; in Fakulteta Mahala (un ghetto Rom a Sofia, in Bulgaria) che e' un ghetto Rom nella zona centrale della citta', i servizi comunali - come la raccolta dei rifiuti - non viene effettuata. Questa non e' nemmeno la situazione piu' grave per i Rom nel paese, considerando che per coloro che vivono in Kjustendil, Plovdi - in Kosovo, Bosnia Herzegovina - le comunita' Rom vivono in campi in zone industriali in disuso, spesso a rischio per la loro salute. Sgomberi forzati sono numerosissimi, condannando le popolazioni Rom ad una vita in costante insicurezza. Sgomberi e distruzioni di campi sembrano far parte della politica statale anche in Italia. European Roma Rights Centre ha riportato piu' di 21,000 sfratti in Francia nel 2014. Circa il 45 per cento della popolazione Rom in Europa vive in un'abitazione a cui mancano i servizi primari. Questi sono scenari ripetuti in vari paesi europei e alimentao i pregiudizi esistenti.

Purtroppo, poter ottenere un alloggio tramite i servizi sociali e' alquanto difficile per moltissime ragioni, ma principalmente per la mancanza di lavoro e di un contratto d'affitto locale. Negli ultimi anni, anche se ci sono state delle iniziative come il Programma d'integrazione allogggio in Ungheria con l'obbiettivo d'integrazione dei Rom in case gestite dal governo, il problema centrale e' quello che ancora oggi non esiste un vero programma centrato sulla de-segregazione. Un programma di integrazione d'alloggio che rispecchia l'aspetto politico, fisico e mentale per poter sviluppare l'aspetto integrativo; per questo alcuni interventi hanno solamente fatto ottenere ai Rom un alloggio, ma la conseguenza è stata quella di contribuire alla crescita di ghetti urbani.

Per costruire una societa' priva di discriminazioni si dovrebbero eliminare le aree d'esclusione (ghetti), generare opportunita' lavorative, celebrare la diversita' invece di soffocarla. L'obiettivo dovrebbe essere quello di sradicare la discriminazione istituzionale e la 'policy' che rende i campi e gli alloggi Rom 'invisibili'.


Housing for the Roma: a Journey of Exclusion.

In my last post on ' peridirittiumani.org' I have written a short reflection on the decade of the Roma inclusion. Outlined there were some of the areas that the eight countries that participated in the decade (Decade for Roma Inclusion) had agreed on working to improve lives for the Roma communities in Europe. Summarily there were outlined the areas being touched and the resulting data which demonstrated that the living conditions for the Roma population in Europe is still grave and we would need a lot of concentrated and concerted efforts to improve it. Still today, basic human rights are continuously breached. Anyone that has had any encounter with Roma communities would know that more often than not they live in illegal settlements, in sheds, or housing without basic amenities. Most of these precarious living spaces are often based at the margin of urban areas, or using what urbanity can give them, and thus living under a bridge, a motorway intersection, or in concentrated urban areas creating what are being referred to as Roma ghettos.

The living spaces demonstrate their status within societies in Europe, in marginalised spaces. These 'homes' are makeshift sheds built illegally, others are informal settlements, caravans or camps.

Notably, for the Travellers communities in Great Britain, evictions and a right for stay in their home caravans has been revoked in many events in recent years. One of the most well known cases is the Travellers of Dale Farm. The Roma communities living in Fakulteta (Bulgaria) do not have access to normal city services so their rubbish is not being collected, there is no sewage system, water and electricity is sparse and sanitation often non existent. Similarly in Kosovo, Bosnia Herzegovina the Roma communities live in disused industrial area, often at risk for their health from polluted lands. Circa 45 per cent of Roma communities in Europe live in housing that lacks of basic amenities.

All these are repeated scenarios in many countries and have further segregated the Roma communities and alimented prejudices.

For the Roma communities and the Travellers alike housing in the private sector is an unattainable dream. The social sector is also very difficult for them because lack of work, valid rental agreements. Illegal and forced evictions are high condemning them to a life of constant insecurity wondering from one settlement to another. Evictions and destruction of their homes is a matter of state policy in Italy. In France the European Roma Rights Centre has recorded more than 21,000 evictions (2014).

In recent years, there have been some initiatives aimed at housing integration as we noted in Hungary, which had the objective of Roma communities being housed in social housings. However, the programme on an housing level particularly failed in rural areas and in urban areas it proved to escalate urban ghetto-isation. The main issue is that still today there is not a programme that is central to de-segregation in a way that it would reflect integration at all levels, political, physical and mental. In this way, many interventions have only contributed to the growing number of urban housing ghetto-isation for the Roma population.

To have a society free of discrimination we would aim to eradicate the creation of ghetto areas, increase opportunities for education and work and generate integration celebrating diversity rather than suffocate it. Institutional discrimination should be addressed and the 'policy' that works on making Roma housing 'invisible'.





Caption:

Roma in the illegal camp of Zitkovac in the outskirts of Mitrovice, Kosovo.

Didascalia:

Una comunita' Rom in un campo illegale di Zitkovac nei pressi di Mitrovice, Kosovo.

venerdì 20 novembre 2015

PARIGI: CHAOUKI-MANCONI, PIENO SOSTEGNO A MANIFESTAZIONE MUSULMANI A ROMA.

Pieno apprezzamento e sostegno alla manifestazione nazionale promossa dalle comunità islamiche italiane che hanno deciso di scendere in piazza in solidarietà con le vittime di Parigi e contro il terrorismo di Daesh sabato 21 alle ore 15. La manifestazione nazionale, che si terrà a Roma, vedrà un largo coinvolgimento delle musulmane e musulmani d’Italia, riuniti per ribadire il loro “Not In My Name”. Sarà importante che tutti i cittadini italiani insieme alle associazioni religiose e laiche siano in piazza insieme ai musulmani italiani per ribadire la nostra piena solidarietà alle vittime del terrorismo di Daesh e per affermare i valori condivisi della nostra società. Le musulmane e i musulmani d’Italia in questo difficile momento storico sono dunque nostri preziosi alleati in questa sfida al terrore, una sfida che vinceremo tutti uniti e animati dai comuni valori del rispetto della sacralità della vita e dalla netta condanna di qualsiasi forma di radicalismo. Lo affermano Khalid Chaouki, deputato Pd e coordinatore dell'Intergruppo parlamentare immigrazione e Luigi Manconi, senatore e Presidente della Commissione per i diritti umani.

sabato 10 gennaio 2015

Lettera per il riconoscimento dello Stato di Palestina




In questo momento, in cui l'Europa è sotto shock e la comunità musulmana non violenta è sotto processo per gli atti di terrorismo in Francia, vi ricordiamo che in Palestina c'è un popolo sotto assedio. Sarebbe importante un intervento della comunità internazionale, e dell'Italia, per iniziare a risolvere davvero la situazione, un passo (dopo tanti fallimenti) per riavviare un dialogo interreligioso e geopolitico. Per questo ripubblichiamo la lettera che Rete della Pace, Rete italiana disarmo e Sbilanciamoci! hanno scritto ai rappresentanti del governo italiano per chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Inoltre: pochi giorni fa, il 2 gennaio 2015, la Palestina ha finalizzato le procedure per accedere allo Statuto di Roma, trattato che istituisce la Corte penale internazionale (CPI), primo tribunale internazionale permanente incaricato di perseguire gli individui responsabili di crimini internazionali.






Roma 14 novembre 2014

E’ con profonda determinazione e convinzione di essere nel giusto, e di agire per la giustizia che chiediamo al nostro Governo di riconoscere lo Stato di Palestina, così come hanno già fatto 134 paesi nel mondo ed in Europa da ultima la Svezia.

L’Italia nell’Assemblea delle Nazioni Unite ha votato a favore della risoluzione per l’ammissione della Palestina quale Stato membro osservatore, si tratta ora di essere coerenti e di rendere effettiva quella decisione: l’Italia dichiari il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Lo hanno chiesto anche 636 autorevoli esponenti della Società Israeliana in una lettera pubblicata sul giornale quotidiano Haaretz, lo ha chiesto direttamente all’Italia, Yael Dayan, figlia del generale Moshe Dayan ed importante voce della politica israeliana.

E’ dal 1980 che l’Unione Europea afferma che la soluzione a questo cruciale conflitto sia quella di arrivare a “due popoli e due stati”, ma quello che abbiamo visto finora è solo la crescita della colonizzazione dei territori palestinesi occupati dal 1967 da parte di Israele. Il 15 Novembre del 1988 con la dichiarazione d’indipendenza della Palestina, i palestinesi hanno riconosciuto lo Stato d’Israele ed accettato che il loro stato sorgesse solo sul 22% del territorio storico palestinese, quello dei territori occupati del 1967. Israele non ha invece ancora riconosciuto lo Stato di Palestina e neppure i propri confini.

La motivazione che viene addotta da diversi rappresentanti politici per il non riconoscimento è che questo nuocerebbe ai negoziati, ma noi pensiamo esattamente l’opposto; i negoziati saranno ritenuti necessari da Israele nella misura in cui la comunità internazionale mostrasse, con il riconoscimento dello Stato di Palestina seppur atto simbolico, il suo deciso e chiaro impegno per il rispetto della legalità e per la soluzione politica del conflitto nel quadro delle risoluzioni delle Nazioni Unite e dei “due popoli, due stati”.

Per chi dice che il riconoscimento dello Stato di Palestina sarebbe un gesto unilaterale, vorremmo ricordare che lo fu anche il riconoscimento e l’ammissione all’Onu dello Stato di Israele.

Ci auguriamo e chiediamo che il nostro governo sappia agire con onestà e coraggio oltre che rispetto per la giustizia e la legalità Internazionale, riconoscendo lo Stato di Palestina, per la pace e per la sicurezza dei palestinesi e degli israeliani.





Per aderire e portare avanti questo appello:

  • Scaricate il modello di lettera da inviare al presidente del Consiglio dei Ministri (centromessaggi@governo.it) al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni (segreteriaministro.gentiloni@esteri.it) a nome di associazioni, circoli, comitati, parrocchie e giunte comunali. In copia sarebbe bene mettere: i Parlamentari per la Pace (parlamentariperlapace@gmail.com) e Rete della pace (segreteria@retedellapace.it).
  • Firmate la petizione on line di LiberaTva: L’Italia riconosca lo Stato di Palestina
  • Diffondete la campagna on line con l’hashtag #Italy4Palestine

domenica 23 novembre 2014

Comunicato sui rom e per i rom







Roma, tre presunti ordigni esplosivi in una struttura che ospita i rom. Artificieri dei carabinieri intervenuti per rimuoverli. Associazione 21 luglio: «Gesto grave per creare panico e intimidazione»






Roma, 17 novembre 2014 – Tre presunti ordigni esplosivi sono stati rinvenuti nel primo pomeriggio di oggi nel cortile esterno del “Centro di raccolta rom” di via Salaria, a Roma. A denunciarlo sono stati gli stessi abitanti del centro, dove vivono 380 rom, tra cui circa 200 minori.

I tre presunti ordigni sono stati individuati da uno dei residenti all’interno e nei pressi di un cassone adibito alla raccolta dei rifiuti che si trova nei pressi della recinzione esterna della struttura. In seguito alla segnalazione, uomini della polizia e dei carabinieri sono intervenuti sul posto e hanno immediatamente presidiato e chiuso l’accesso alla porzione di cortile dove sono stati ritrovati i presunti ordigni, che sono stati quindi rimossi dagli artificieri dei carabinieri.

Secondo gli osservatori dell’Associazione 21 luglio, che si sono subito recati nel centro di via Salaria e hanno assistito all’intervento di rimozione da parte delle forze dell’ordine, gli oggetti presentavano effettivamente l’aspetto di “bombe a mano”, come denunciato dai rom residenti nella struttura, pur non essendovi ancora la certezza se si trattasse di ordigni veri o di manufatti finti con lo scopo di intimidire.

«I rom che vivono nel centro di via Salaria erano tutti molto spaventati da quanto accaduto – afferma l’Associazione 21 luglio -. A prescindere dalla veridicità o meno degli ordigni, siamo di fronte a un gesto grave e inaccettabile che sembra assumere i contorni di un crimine motivato dall’odio e volto a creare panico e intimidazione».

Secondo l’Associazione 21 luglio, il ritrovamento dei presunti ordigni in una struttura abitata da rom non fa che aggiungere ulteriore tensione al clima difficile che la periferia della Capitale sta vivendo in questi giorni, in seguito ai ben noti fatti di Tor Sapienza.

«Auspichiamo una immediata e ferma condanna, da parte delle istituzioni locali e nazionali, rispetto a quanto accaduto questo pomeriggio e rispetto al panico e alla paura che la presenza dei tre presunti ordigni è riuscita a creare soprattutto nelle donne e nei bambini che vivono nel centro di via Salaria – conclude l’Associazione 21 luglio -. È quanto mai opportuno evitare, prodigando ogni sforzo possibile, che la tensione che in questi giorni ha riguardato rifugiati, immigrati e rom nel quartiere di Tor Sapienza si sposti in altre zone della città alimentato da un pericoloso spirito di emulazione».

mercoledì 22 ottobre 2014

Antiziganismo 2.0


 


Antiziganismo 2.0 è il titolo del rapporto stilato dall' Osservatorio 21 luglio, tra il 16 maggio 2013 e il 15 maggio 2014, sull'incitamento alla discriminazione e all'odio nei confronti dei rom e dei sinti da parte, in particolare, dei politici. Il rapporto è giunto alla seconda edizione ed è stato finanziato da Open Society Foundations.

Le fonti utilizzate per redigere il testo sono state: i quotidiani nazionali e locali, cartacei e on-line, agenzie di stampa e social media che hanno rilevato 428 casi complessivi (più di uno al giorno): il 56,3% sono stati classificati come casi gravi di incitamento all'odio e il restante 43,7% come discorsi stereotipati, ovvero dichiarazioni che confermano un'immagine negativa e penalizzante per le due minoranze.

Purtroppo emerge, dal rapporto, che nella maggior parte dei casi i discorsi penalizzanti sono pronunciati da esponenti politici: il 70% appartenenti all'area di destra o di centro – destra, con un buon 28% attribuibile alla Lega Nord.

Il monitoraggio ha riguardato tutta Italia ed è emerso anche che le città in cui si registrano i casi più numerosi di uso di un linguaggio poco obiettivo e corretto sono: Roma, con il 21%, Milano con il 15%, a seguire Genova, Torino, Vicenza, Lucca.

I responsabili dell'Associazione 21 luglio, che ha curato il rapporto, commentano così: “ I dati del rapporto confermano come l'antiziganismo sia una piaga altamente diffusa nel nostro Paese, che è urgente contrastare attraverso un'azione di denuncia e intervento nei confronti di chi si rende irresponsabilmente promotore di discorsi d'odio, in particolar modo se investito di una carica pubblica e/o elettiva, nei confronti di una minoranza vulnerabile cui viene costantemente privata la possibilità di replicare...La pericolosità di tali discorsi è insita soprattutto nel fatto che essa rende maggiormente accettabili se non addirittura condivisibili,da parte dell'opinione pubblica, posizioni etreme e apertamente razziste e risulta, quindi, un terreno fertile per un'eventuale ulteriore escalation di odio nei confronti di rom e sinti”.

In seguito ai dati emersi, il settore legale dell'associazione ha intrapreso 88 azioni correttive, con 53 segnalazioni all'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), 6 segnalazioni all'Ordine dei Giornalisti e 2 all'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori delle forze dell'Ordine.



E' possibile scaricare il rapporto “Antiziganismo 2.0” dal sito www.21luglio.org

martedì 29 luglio 2014

Una preghiera per Padre Dall'Oglio


      
Questa comunicazione ci è arrivata direttamente da Mar Musa, la comunità cattolica di rito siriaco, sita nei pressi della cittadina di al – Nabk, a circa 80 kilometri a nord di Damasco in Siria, dove ha operato Padre Paolo Dall'Oglio fino al giorno del suo rapimento più di un anno fa.
Ci affianchiamo alla preghiera per Paolo Dall'Oglio e alla richiesta di notizie da parte della sua famiglia.                
 




ROME
We haven’t had any news of Fr. Paolo Dall’Oglio SJ since 29 July 2013.

The Gospel proposes a logic of hope. The logic of the Kingdom of God is the logic of love in everything and in spite of everything. Anything that proceeds from that logic is our hope, stronger than death, already a participation to the eternal Kingdom.”
(Fr. Paolo in 2011)

Confident in the efficacy of prayer, we invite you to pray with us for Paolo, for Syria, Iraq and the situation in the Middle East.
On 29 July 2014, a mass will be celebrated in Rome at 18:30 in the church of S. Giuseppe, via Francesco Redi 1 (via Nomentana).

Le 29 juillet prochain, cela fera un an que notre ami, notre frère, le Père Paolo Dall’Oglio a été enlevé en Syrie. Ses mots, sa voix, son regard nous accompagnent au quotidien. Nous le l’oublions pas ainsi que les tous les syriens. Merci de faire connaître ces initiatives autour de vous.
On 29.7.2014, one year will have passed since the abduction in Syria of our brother and friend Fr. Paolo Dall’Oglio. His words, his voice, his eyes accompany us in our daily life. We do not forget him and all Syrians. Thank you for letting these initiatives be known around you.


PARIS, Messe pour le Père Paolo Dall’Oglio sj et les détenus de Syrie, Eglise Saint-Ignace, 33 rue de Sèvres 75006 Paris : https://www.facebook.com/events/836367919706600/

GRENOBLE
Messe des jeunes dimanche 27 juillet avec P. Lagadec avec intention de messe «pour Paolo, les personnes réfugiées et déplacées, les Justes qui continuent à témoigner du respect interreligieux dans les pires circonstances ». P. Lagadec a été à Mar Moussa il y a 8 ans avec un groupe de jeunes de l’Isère.

BRUXELLES, Rassemblement de solidarité avec le Père Paolo et les détenus de Syrie: https://www.facebook.com/events/848667431812352/
"Rassemblement de solidarité, silencieux et apolitique.
Ce 29 juillet, à l'occasion du premier anniversaire de l'enlèvement du Père Paolo Dall'Oglio en Syrie, nous nous rassemblerons en silence, pour exprimer nos pensées envers lui et tous les autres détenus de Syrie.
Notre rassemblement se veut un geste pour la paix et la liberté, en Syrie et dans la région.

Chacun peut venir avec une bougie, un portrait du Père Paolo ou d'autres détenus. Pas de bannières, pas de drapeaux, pas de slogans politiques.
Bienvenue à chacun."

BEIRUT
18h45 messe à l’intention du père Paolo à l’Eglise Saint-Joseph des Jésuites (Ashrafieh), suivie d’une rupture de jeûne et vigile de prière à partir de 19h30 sur le parvis de l’église.

BERLIN
Berlin: 19h00 prière islamo-chrétienne pour Paolo et la Syrie à l’Eglise Saint-Thomas d’Aquin de l’Académie catholique (Katholische Akademie in Berlin, Hannoversche Str. 5, 10115 Berlin).


giovedì 3 luglio 2014

Ogni morte ci diminuisce

Riceviamo da una nostra cara amica libanese, Mona Mohanna, questo comunicato di Assopace Palestina che pubblichiamo e noi lo pubblichiamo perché lo riteniamo importante.


Comunicato

Ogni morte, palestinese o israeliana che sia, pesa sulle nostre coscienze come un macigno.

La Comunità Internazionale ne porta le responsabilità.



Ogni morte ci diminuisce!

AssoPacePalestina ritiene che l'assassinio dei tre giovani coloni israeliani sia un crimine che non può essere giustificato e che coloro che  lo hanno commesso non siano certamente "eroi".

Hanno  tolto la vita a tre persone disarmate e minato  fortemente la causa palestinese, oltretutto nel momento in cui si era formato un governo di  unità nazionale.

Tutto ciò però non giustifica minimamente le rappresaglie messe in atto dal governo israeliano, che per ricercare i tre giovani e trovare i responsabili ha messo a ferro e fuoco un’intera popolazione punendola collettivamente per un crimine commesso da precisi responsabili.

Ogni morte, palestinese o israeliana che sia, pesa sulle nostre coscienze come un macigno.

Pesa sulle responsabilità della Comunità Internazionale che, pur essendo consapevole delle persistenti violazioni delle risoluzione delle Nazioni Unite e dei diritti umani da parte del governo Israeliano, non ne fa pagare il prezzo a Israele, limitandosi a semplici rimbrotti.

Nel leggere le dichiarazioni di Ministri israeliani e dello stesso primo ministro si resta annichiliti per la volontà distruttiva che esprimono.

Demolire le case delle famiglie dei  due presunti colpevoli fa parte di una cultura della vendetta che dovrebbe appartenere al passato tribale, ma di cui Israele è talmente intrisa da applicarla continuamente nella totale impunità.

Fa parte della lucida operazione di distruzione della società e della cultura palestinese l'aver attaccato e distrutto in queste settimane di rappresaglia centri culturali, luoghi di comunicazione, case editrici, archivi. 

Quattordicimila soldati sono stati mandati nelle case, nei villaggi e nelle città, distruggendo vite, beni, risorse:  ben dieci persone sono morte, tra cui bambini uccisi durante le incursioni. Erano tutti disarmati. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate.

Nessuno dei nostri uomini o donne di Stato ha rivolto loro un pensiero o ha chiesto ad Israele di fermare la punizione collettiva di un intero popolo.

AssoPacePalestina chiede all'Unione Europea, al nostro governo e a tutte le Istituzioni Internazionali, di non considerare più Israele al di sopra della legge; di  ascoltare e dare forza alle voci che arrivano anche da Israele, come quella dell'ex Presidente del suo Parlamento, Avraham Burg, o quella dei parenti delle vittime israeliane, che si mischia alla voce dei parenti delle vittime palestinesi e chiede di porre fine alla violenza e all'ingiustizia.  

E' l'appello lanciato da palestinesi e israeliani che ritengono che la pace sia possibile e necessaria ai due popoli, ma che la pace non potrà esserci  se la Comunità Internazionale non opererà per la fine dell'occupazione e della colonizzazione della terra di Palestina.

Ed è l' appello che AssoPacePalestina fa proprio.


















 

 

venerdì 14 febbraio 2014

Per conoscere meglio la comunità cinese



Pochi giorni fa è iniziato un nuovo anno per i cinesi e per molte altre popolazioni orientali: l'anno del Cavallo. In occasione di questa festività, abbiamo rivolto alcune domande a Sergio Basso, regista del film Giallo a Milano. Un lavoro pluripremiato che aiuta gli spettatori a conoscere più a fondo una comunità considerata troppo chiusa, ma composta da uomini, donne, bambini, ragazzi che, come tutti, hanno paure e coltivano desideri, vivono la fatica della quotidianità e sognano un futuro più roseo.

Ringraziamo molto Sergio Basso per il tempo che ha voluto dedicarci e per le riflessioni suscitate dal suo intervento che riportiamo di seguito.


Quando e perché è nato questo lavoro?


Ho vissuto in Cina. Tra il 1996 e il 2008, a più riprese.

Assistere alla disinformazione mediatica alla quale la comunità cinese in Italia è sottoposta è desolante.

Altrettanto sconfortante è vedere come la società italiana continua a non raccogliere la sfida stimolante di un avvenire multiculturale, ma si arrocca sui temi vuoti dell’identità e della tradizione.

Io credo che noi non siamo chi sono stati i nostri padri, ma gli incontri che vorremmo fare. Il tempo che spendiamo a dare una definizione statica di noi, è tempo che non usiamo per incontrare l’altro.

“Giallo a Milano” non è un réportage, ma un film. Un’opera che scuota le menti, che solletichi i cervelli ma anche diverta la pancia.

Sono stufo di un approccio ai Cinesi “da entomologo”, come se fossero insetti incapaci di comunicare i propri sentimenti. In TV, ai congressi universitari, alle tavole rotonde municipali…si contattano sempre sociologi, antropologi, sinologi per spiegare chi sono i Cinesi. Non si dà mai ai Cinesi stessi l’opportunità di esprimere le proprie speranze, le proprie paure.

Si ventila la scusa che si tratta di una comunità particolarmente chiusa e che non parla la nostra lingua: forse i Friulani e i Siciliani che arrivavano a Brooklyn a fine Ottocento sapevano l’inglese?

Oltre a 150 ore di girato negli ultimi anni, il film si avvale delle foto in bianco e nero dei primi Cinesi in Italia negli anni Venti, i cosiddetti “pionieri”, e gli “home movies”, in super8 e in mini-DV, delle loro famiglie.

Uno di loro, un collaboratore di giustizia, è raccontato in animazione, per tutelarne l’identità e raccontarne la mirabolante odissea che l’ha portato sino in Italia


Ci può anticipare le storie di alcune persone che ha incontrato?   





Posso fare di meglio, rimandare alla piattaforma crossmediale che presenta i personaggi del film, raccontando anche episodi ulteriori, inediti rispetto al documentario, ed è stata creata insieme al Corriere della Sera con lo studio d’animazione La Testuggine:

www.corriere.it/gialloamilano

A che punto è il dialogo tra italiani e cinesi, soprattutto dopo l'episodio di guerriglia che ha visto coinvolti stranieri e Polizia?

Ai lumbard stavano antipatici i terroni perché erano troppo pigri, adesso stanno antipatici i cinesi perché lavorano troppo e puzzano…a nessuno viene il dubbio che il problema siamo noi? È vero che l’afflusso di Cinesi nella zona è aumentato esponenzialmente negli ultimi dieci anni, e la gente ha bisogno di tempo per abituarsi all’Altro; però è anche vero che prima i Cinesi di Paolo Sarpi si sono presi i negozi, e poi il Comune ha cercato di spostarli e ha trasformato una zona di esercizi commerciali in una ZTL, spaccando le gambe ai negozianti, non solo quelli orientali. Come se non bastasse, speculazioni edilizie vorrebbero i Cinesi fuori dai piedi, per far lievitare i costi delle case. Insomma, diciamo che non mancano gli ingredienti per un bel po’ di attrito.

Credo che sotto sotto ci sia un gran misoneismo da parte italiana, cioè siamo terrorizzati dal fatto che il volto dei quartieri ci cambia attorno. Ma è il normale destino di una qualunque città che pulsi, che viva. Le culture si avvicendano.

In altre parole, i Cinesi non vengono da Vega e non hanno tre polmoni. E ti dirò di più, non c’è alcuna comunità: c’è una somma di persone che cercano con maggiore o minore successo di conquistare un equilibrio, una dignità, una felicità, formando una famiglia, credendo nel futuro. Allora la posta in gioco è: ce ne frega qualcosa di queste persone? Perché è molto facile continuare a tenerli a una certa distanza etichettandola come una “comunità”, che suona un po’ come una massa indistinta, compatta, impenetrabile. Invece sono il vicino di casa. Persone. Sentimenti.


Quali sono le sue conclusioni dopo aver intervistato i ragazzi di "seconda generazione"?

La prima generazione forse si è anche un po’ autoghettizzata. Il problema è innegabile, ma è comune di qualunque comunità migrante nella storia dell’umanità. Una delle squadre di calcio di Istanbul si chiama Galatasaray, dal nome di un quartiere della città, vale a dire è il “Serraglio dei Galati”, ed era il “Ghetto” dei mercanti genovesi, la loro testa di ponte in terra ottomana. Ancora, gii Italiani a Brooklyn non bussavano certo alle porte degli irlandesi per una festa di buon vicinato.

E poi vedo raramente ecuatoriani, nigeriani o egiziani uscire alla sera mescolandosi agli italiani. Lo dico con rammarico; lo dico per sottolineare che non è un problema solo cinese. È tipico delle prime generazioni, “fare gruppo”, per capire come sfangarla. Tra l’altro è tipico perché ogni civiltà ha il sacrosanto diritto di divertirsi come vuole, ha le sue feste comandate, i suoi riti di passaggio e di aggregazione.

Credo che il futuro sia in un meticciamento in cui ciascuno perde un po’ della propria identità e assorbe quella del prossimo.

Però c’è un tempo-ritmo in questo meticciamento; non va forzato; le istituzioni potrebbero però catalizzarlo invece di demonizzarlo come una perdita di identità.

Gli studenti universitari italiani che oggi hanno come compagni di corso dei colleghi cinesi, a Economia, Lingue e Letterature Orientali, Ingegneria non potranno essere razzisti a quarant’anni: daranno per scontato che nel loro orizzonte identitario ci siano anche gli italo-cinesi: “xiangjiao”, cioè “banane”, come essi stessi si chiamano, gialli fuori, ma bianchi dentro.

Molti di questi ragazzi hanno un’intraprendenza ed una solarità stupefacenti: penso a Francesco Wu e a Shi Yang, ad esempio.

Qual è (se c'è) il collegamento tra questo film è un altro suo documentario dal titolo "Cine tempestose"?

In comune hanno l’amore per la Cina. “Cine tempestose” potrebbe essere per così dire il prequel di “Giallo a Milano”, si occupa dei primi italiani che andarono a vivere in Cina sotto Mao. Quindi racconta una piccola ondata migratoria al contrario, dall’Italia alla Cina, a partire da fine anni Cinquanta.

Oggi la Cina è sulla bocca di tutti, ogni grande città italiana ha un dipartimento di cinese e partire per l’Asia non sembra più un viaggio impossibile.

Ma fino a pochi anni fa non era così.

Negli anni Cinquanta un gruppo di pionieri si avventurò nell’Impero di Mezzo per decifrarne un po’ di cultura e riportarne la fiammella in Europa.

Perché mai dei ventenni si lanciarono in esperienze di questo tipo in lande allora così distanti ? Cosa li spingeva?

Ogni orientalista nasconde storie pazzesche - e i sinologi italiani non sono da meno.

Jacques Pimpaneau saltò sull’Orient Express per aprire una galleria d’arte contemporanea francese in piena Beijing, finì per innamorarsi dell’Opera di Pechino e ad acquistare dischi ad Hong Kong. Correva l'anno 1958. Oggi è tra i più grandi sinologi di Francia e la sua collezione è esposta permanentemente in un palazzo di Lisbona.

Chi non ha seguito con i figli almeno una puntata della saga animata di Dragon Ball? Il cartone è giapponese, ma affonda le proprie radici in un romanzo cinese, tradotto negli anni Trenta da Arthur Waley, grande sinologo inglese nonché bibliotecario del British Museum. Waley però non andò mai in Cina: i suoi rimasero viaggi solo della mente. Tornò comunque utile ai servizi segreti per decifrare i messaggi dei Giapponesi durante la seconda guerra mondiale.

Proprio così: gran parte degli orientalisti del Novecento furono anche spie per i rispettivi Paesi, una specie di Lawrence d'Arabia...d'Oriente.

Robert van Gulik venne spedito nella Cina fra le due guerre dal governo olandese. Il raggio dei suoi interessi è stupefacente: si occupò di storia dell'arte orientale, di allevamento dei gibboni, di storia della sessualità in Cina e trovò pure il tempo di fare la spia in Egitto. Cultore del teatro delle ombre indonesiano, a Chongqing avreste potuto incrociarlo con una scimmia abbarbicata sulla spalla. Molti lo conoscono però come l'autore dei gialli del giudice Di, divenuti recentemente anche caso cinematografico.

E gli orientalisti italiani? Non sono certo da meno:

Renata Pisu diede a suo fratello Silverio l'idea di sceneggiare l'adattamento per il fumetto de Lo scimmiotto per le matite fatate di Milo Manara; Magda Abbiati mollò Venezia in pieno Sessantotto inseguendo il sogno maoista.

Alessandra Lavagnino si innamorò della Cina perché il padre era il compositore delle musiche del primo documentario italiano sulla Repubblica popolare. Ben prima di Antonioni: il regista era Carlo Lizzani, che dalla Cina portava alla bambina Alessandra giochi e storie che la facevano sognare. Oggi Alessandra Lavagnino è la sinologa di punta dell'Università di Milano.

E così Bertuccioli e sua moglie; Enrica Collotti Pischel, Edoarda Masi e Cristina Pisciotta.

Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta una manciata di Europei ogni anno riusciva ad entrare nella Cina comunista come studente universitario. Vivevano in campus, a stretto contatto con i coetanei cinesi, condividendone la vita di ogni giorno.

Un baule di storie, fotografie, souvenir, romanzi, poesie, per raccontare, attraverso il prisma di un viaggio verso il Far East, un'Italia che non c’è più. O che c'è ancora?

Nella convinzione che ascoltare la loro esperienza possa aiutarci a capire meglio anche la Cina di oggi.

Giallo a Milano ha riscosso molto successo...

“GAM” è uscito nelle sale italiane il 19 febbraio 2010, rimanendo in distribuzione fino a maggio dello stesso anno, in diverse città italiane.

Ha poi proseguito il suo cammino vincendo come Meuilleur film de commande” all’ Annecy Animation Film Festival 2010, “Best documentary director” al

China International Youth Film Festival 2010, Miglior film a carattere educativo e sociale “Cartoons on the bay” 2010, Nomination Globo d’Oro Miglior Documentario 2010, Finalista “Doc/It Professional Award” 2010. È stato presentato al Torino Film Festival 2009, Nyon Film Festival 2010, e all’estero a Oxford, in Ungheria, a Auckland (New Zealand), a Chongqing, a Beijing, a Shanghai, a Guangzhou, fino ad approdare alla messa in onda sulla RAI nel 2011. Altri festival:


2010 Ischia Film Festival

2010 Bolzano 4FF

2010 Bellaria Film Festival

2010 Up (stairs): una Notte sui Tetti, Lingotto, Torino

2010 Divercity Doc

2010 Festival "Histoires d'It. Le Nouveau Documentaire Italien", Parigi

2010 Sulle Tracce del Documentario

2010 Terra di Cinema - Festival de Tremblay-en-France

2010 Terra di Cinema - Festival du Cinéma Italien, Parigi, Istituto Italiano di Cultura

2010 Italia DOC

2010 BIF&ST – Bari International Film&Tv Festival

2010 Il Cinema Italiano Visto da Milano

2009 Filmmaker Doc Film Festival

2009 MI-Cine: Cine Italiano de Milan, Buenos Aires

venerdì 12 aprile 2013

La professoressa e l'alunna ebrea


Non bisogna generalizzare, l'Italia (forse) non è un Paese razzista, ma alcuni episodi seminano il dubbio e lasciano l'amaro in bocca.
Nei giorni scorsi è accaduto che una professoressa – insegnante di matematica presso il liceo romano “Caravillani – abbia ripreso una sua allieva perchè distratta, a causa di un mal di testa. Il malessere può anche essere una scusa della ragazza per giustificarsi, come spesso accade durante le ore di lezione, ma la frase con cui l'insegnante l'ha riportata all'ordine è stata davvero inquietante. La docente si è rivolta, infatti, all'alunna dicendo: “ Se fossi stata ad Auschwitz saresti stata attenta”, parole gravi soprattutto perchè rivolte ad una persona di religione ebraica.
I compagni della ragazzina prima sono rimasti stupefatti, poi hanno deciso di prenderne le difese e, alcuni di loro, hanno minacciato di disertare le lezioni.
La professoressa ha cercato di spiegare il suo comportamento affermando: “Non sono antisemita, ma nella scuola italiana non c'è più la disciplina di una volta. Ho detto quella frase per indicare un posto organizzato, dove regna l'ordine”.
E' intervenuta anche la Comunità ebraica di Roma che ha tentato di fare incontrare le parti, ma con scarsi risultati perchè i toni sono rimasti alti e la questione rischia di finire in tribunale. Il Presidente della Comunità, Riccardo Pacifici, facendo riferimento al comportamento tenuto dagli studenti, ha affermato che “ la cultura di questi ragazzi, che sconfigge l'indifferenza, credo che meriti di essere premiata, come accade ogni 27 gennaio al Quirinale. Come Comunità ebraica ci faremo promotori di segnalare questo splendido episodio di altruismo alla Presidenza della Repubblica”.
La docente ha, invece, deciso di mettersi in malattia, in attesa della pensione. Un modo poco edificante di terminare il proprio percorso professionale, ancor di più se si considera che si sta parlando dell'ambito culturale ed educativo.

domenica 3 febbraio 2013

Italiani d' altrove: parole di poeti che scrivono in altre lingue, ma continuano a sentire in italiano, Rayuela edizioni

 

Persone che hanno una doppia cittadinanza, che vivono in due Paesi diversi, ma per molti aspetti, simili. Si parla, in questo caso, di Italia e Argentina (o Uruguay) perchè il libro intitolato Italiani d'altrove. Parole di poeti che scrivono in altre lingue, ma continuano a sentire in italiano – per Rayuela edizioni – raccoglie liriche di autori argentini, di origine italiana: tutti i loro cognomi, infatti, sono italiani.
La raccolta è curata (e i testi tradotti) da Milton Fernandez, attore-scrittore-drammaturgo uruguayano e direttore artistico del Festival della Letteratura di Milano, il quale ha ascoltato le parole di queste persone che si sono trasferite in Argentina e che scrivono in spagnolo e ha deciso di restituire ai lettori le loro emozioni, i loro pensieri, i loro ricordi. Sì, perchè questi emigranti continuano a sentire e a pensare in italiano per quella sorta di “meccanismo della nostalgia”, così complesso, che molti si portano dentro.
La stessa città di Buenos Aires è popolata da tantissimi italiani e i suoi quartieri ricreano una mappa dell'Italia, riproducendone anche l'architettura delle città: c'è il quartiere genovese (la Boca), quello calabrese, quello friulano in cui si parla con gli accenti di quelle zone. E lì si avverte un senso di appartenenza, sia alla cultura argentina sia a quella italiana.
Molti dei poeti che hanno arricchito l'antologia non sono mai stati in Italia, ma ne hanno un'idea, che è quella riportata dai loro genitori o dai loro nonni: ma i ricordi, spesso, con il tempo, sbiadiscono o si trasformano. I migranti, infatti, come sostiene Milton Fernandez “sono portatori sani di Paesi immaginari” ed ecco, quindi, che i luoghi raccontati sono quelli tramandati da altri, magari sono Paesi che non esistono neanche più, ma rimangono in vita nell'immaginazione o nella memoria e questo aiuta a spiegare l'etimologia della parola “nostalgia” che è: “il dolore del ritorno”, quella malinconia che accompagna tutti i migranti quando sono lontani, e quella delusione che li tocca quando scoprono una realtà diversa da quella immaginata o ricordata. Ma è un dolore che si impara a gestire se lo si fa diventare ricchezza interiore.

La raccolta di poesie è stata presentata il 2 febbraio 2013 alla Casa delle Culture del mondo di Milano. Ci piace anche ricordare perchè è stato scelto, come nome della casa editrice, quello di “Rayuela”:

La Rayuela (il gioco del mondo) si gioca con un sassolino che bisogna spingere con la punta della scarpa. Ingredienti: un marciapiede, un sassolino e un bel disegno fatto col gessetto, preferibilmente a colori. In alto sta il cielo, sotto sta la terra, è molto difficile arrivare con il sassolino al cielo, quasi sempre si fanno male i calcoli e il sassolino esce dal disegno. Poco a poco, nonostante tutto, si comincia ad acquisire la necessaria abilità per salvare le diverse caselle, (Rayuela chiocciola, Rayuela rettangolare, Rayuela fantasia, poco usata) e un giorno si impara a uscire dalla terra e a far risalire il sassolino fino al cielo, fino a entrare nel cielo (…), il brutto è che proprio a quel punto, quando quasi nessuno ha ancora imparato a far salire il sassolino fino al cielo, finisce di colpo l'infanzia e si casca nei romanzi, nell'angoscia da due soldi, nella speculazione di un altro cielo al quale bisogna comunque imparare ad arrivare. E siccome si è usciti dall'infanzia...ci si dimentica che per arrivare al cielo si ha bisogno di questi ingredienti, un sassolino e la punta di una scarpa”. Julio Cortàzar



domenica 13 gennaio 2013

99ma Giornata del migrante e del rifugiato. Incontro con Basir Ahang, afghano hazara, rifugiato politico in Italia

In occasione dell 99ma Giornata del migrante e del rifugiato abbiamo avuto l'onore di parlare con Basir Ahang, giornalista afghano hazara, rifugiato politico in Italia.
Per altre informazioni potete consultare i seguenti siti:

www.hazarapeople.com
www.basirahang.org
www.kabulpress.org/my

Ci può raccontare com'era la sua vita in Afghanistan prima di arrivare in Italia? E perchè ha dovuto lasciare il suo Paese?

Prima di arrivare in Italia svolgevo il lavoro di giornalista presso alcuni quotidinani locali di Kabul e nel contempo lavoravo per radio Farda occupandomi prevalentemente di problemi sociali e diritti umani. In quel periodo stavo anche per terminare i miei studi all’Università di letteratura persiana perciò il tempo a mia disposizione era molto poco, tuttavia riconoscevo l’importanza che l’informazione rivestiva in una società uscita da poco da un regime terrorista e oscurantista, quello dei talebani. 
Al buio seguiva finalmente la luce e moltissimi giovani come me erano ansiosi di portare il loro contributo alla rinascita sociale e culturale del paese. Nel 2006 iniziai poi a collaborare con alcuni giornalisti italiani del quotidiano “la Repubblica” e a raccogliere informazioni sul rapimento da parte dei talebani del giornalista e fotografo Gabriele Torsello, a causa di ciò iniziai a ricevere minacce di morte da parte degli stessi talebani. Dopo alcuni mesi trascorsi nel timore di poter essere trovato e ucciso, grazie ad alcuni amici italiani ottenni un visto per l’Italia e il 5 Gennaio 2008 arrivai finalmente a Roma con un volo militare.

Da quanto tempo è in Italia e quali difficoltà ha avuto al suo arrivo?  Come si trova oggi in questo Paese e com'è cambiata la sua vita?
 
Sono trascorsi ormai cinque anni da quando dovetti abbandonare il mio paese e da allora non vi sono più tornato. In Italia mi trovo bene e continuo la mia attività di giornalista occupandomi della situazione dei rifugiati sul sito kabulpress e talvolta per la parte in persiano della BBC. Inoltre ho fondato il sito www.hazarapeople.com in difesa dei diritti del popolo hazara di cui anch’io faccio parte. Purtroppo però in questi anni ho dovuto constatare un’assoluta mancanza del rispetto giuridico dei diritti dei rifugiati. A differenza di altri paesi europei infatti l’Italia concede più facilmente il permesso ma non garantisce alcun diritto fondamentale. Basti pensare alle migliaia di rifugiati provenienti dalla Somalia, dalla Nigeria o dal Sudan, solo per citarne alcuni, che spesso si ritrovano a fuggire da guerre terribili rischiando la vita innumerevoli volte durante il viaggio e che arrivando in Italia, dopo un periodo di permanenza nei centri di accoglienza, si ritrovano in mezzo ad una strada, senza conoscere i loro diritti, senza sapere la lingua e in un Paese in cui molto difficilmente verranno mai assunti da qualcuno. Io stesso quando sono arrivato ho dovuto imparare molte cose da capo, quando si arriva in un Paese che non si conosce infatti si è come dei bambini, bisogna imparare la lingua, conoscere un nuovo modo di pensare e di vedere le cose, integrarsi in mezzo ad una società diversa. Io sono stato molto fortunato non ho avuto i problemi che riscontrano la maggior parte dei rifugiati e non ho dovuto rischiare la vita per arrivare fin qui. L’unica cosa di cui mi rammarico è di non sentirmi ancora parte integrante di questa società ma piuttosto un membro di una grande comunità di rifugiati.


Tre attiviste curde uccise a Parigi

Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Söyleme: questi i nomi delle tre attiviste curde uccise a Parigi il 10 gennaio davanti al Centro d'informazione curdo, mentre in Turchia sono in corso le trattative con il Pkk, il Partito delle lavoratrici e dei lavoratori del Kurdistan.
Le dichiarazioni da parte di Ankara fanno riferimento a un regolamento di conti tra fazioni - di cui la Turchia non si ritiene responsabile - che non interferirà con il processo di pace.
A Parigi il Presidente, Francois Hollande, ha condannato gli omicidi, ma la comunità curda (composta, in Francia, da circa 150.000 persone) punta il dito contro i Lupi grigi o i servizi segreti turchi.
Che si tratti  di un delitto politico per sabotare il processo di pace tra il governo turco e il partito nazionalista curdo o per eliminare tre rappresentanti della resistenza curda, è stata, comunque, un'esecuzione che farà vacillare proprio la trattativa, diretta da Ocalan, che si pone tre obiettivi: garantire autonomia ai curdi, alleggerire la detenzione del fondatore del partito curdo e disarmare il Pkk, in guerra contro Ankara dal 1984.
Ieri, sabato 12 gennaio 2013, i curdi di tutta Europa si sono dati appuntamento a Place de la Bastille, a Parigi, per manifestare contro l'uccisione delle tre attiviste perchè, come ha dichiarato Renee Le Mignot, copresidente del Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli: " Bisogna che giustizia sia fatta", chiedendo anche la protezione del popolo curdo e dei negoziati in corso.

lunedì 7 gennaio 2013

La Fede nella diversità e un CONCORSO DI SCRITTURA RIVOLTO AGLI IMMIGRATI




Ieri pomeriggio6 gennaio 2013 alle 17.30, il Cardinale Angelo Scola ha presieduto, nel Duomo di Milano, una liturgia eucaristica in occasione della Festa dei Popoli, alla presenza di migliaia di migranti appartenenti alle diverse comunità cattoliche: filippina, latinoamericana, singalese, rumena, albanese, ucraina. Presenti anche la comunità cinese e molti africani e giapponesi. Sono, infatti, più di 400.000 i migranti cristiani in diocesi e il tema specifico di quest'anno è stato: “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza”:
Una moltitudine di persone, colori, simboli : la Fede - di e per chi crede - si conferma anche nella diversità di culture, di luoghi, di provenienze e, forse, dà forza e conforto, anche quando il passaggio dal Paese di origine al Paese di approdo è difficile, così come è spesso arduo l'inserimento in una società nuova.
Al termine della Messa è stata presentata l’undicesima edizione del concorso di scrittura Immicreando riservato agli stranieri immigrati, organizzato dall’Ufficio perla Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano e dalla Fondazione ISMU.
Il titolo del concorso è Persone, culture, nuove appartenenze nell’Italia che cambia e il testo deve essere un racconto sul cammino dei migranti – o dei figli di genitori migranti – per ottenere la cittadinanza. Un percorso lungo e faticoso: sul piano giuridico, emotivo e simbolico, perché assumere una nuova cittadinanza significa costruire nuove identità; identità plurali: la cultura d'origine e la cultura del nuovo paese si incontrano e originano nuove forme di cultura e di vita. E' un cammino lungo e faticoso per chi è arrivato qui da grande e per svariati motivi decide di diventare italiano, ma anche per chi, nato o cresciuto in Italia, si sente italiano, ma deve comunque chiedere allo stato di riconoscerlo come tale. Un racconto fatto di esperienze, desideri, possibilità per gli italiani di oggi e di domani.


Regolamento del concorso:

* il concorso è rivolto a stranieri e ha come oggetto opere di narrativa inedite, scritte in lingua italiana in forma di racconto. Il concorso è aperto a tutti, senza limiti di età, appartenenza nazionale, sociale, religiosa e la partecipazione è gratuita.

* il testo, inedito, dattiloscritto e stampato, deve essere spedito a: Immicreando – Concorso di scrittura, Ufficio per la Pastorale dei Migranti, piazza Fontana 2 - 20122 Milano;
oppure all’indirizzo di posta elettronica: migranti@diocesi.milano.it
* il testo deve arrivare entro il 31 marzo 2013. Farà fede il timbro postale. Insieme al testo, devono essere inviati i propri dati identificativi (nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, indirizzo di posta elettronica) e una dichiarazione di autenticità del testo (autocertificata), rilasciata sotto la propria responsabilità. Il testo inviato al concorso non sarà restituito.
* saranno premiati tre racconti, scelti da una giuria di esperti, che stabilirà l’ordine dei primi tre classificati. La giuria si riserva il diritto di premiare i lavori più meritevoli e il suo giudizio è insindacabile.
* per i tre vincitori sono previsti i seguenti premi in denaro: € 1.000,00 al 1° classificato; € 600,00 al 2° classificato; € 400,00 al 3° classificato. La premiazione avverrà nel corso della festa diocesana delle genti, il 19 maggio 2013. E' prevista la consegna di una targa di riconoscimento per eventuali altre opere particolarmente meritorie, scelte dalla giuria.
La partecipazione al concorso comporta la totale accettazione del presente regolamento e l'automatica cessione a titolo gratuito dei diritti per la pubblicazione del testo presentato.
UFFICIO PASTORALE MIGRANTI piazza Fontana, 2 - 20122 Milano t. 028556.455/6 - f. 028556.406 migranti@diocesi.milano.it
FONDAZIONE ISMU via Copernico, 1 - 20125 Milano t. 026787791 - f. 0267877979 www.ismu.org