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domenica 6 dicembre 2015

Abolire la guerra unica speranza per l'umanità: il discorso di Gino Strada alla cerimonia dei Nobel alternativi




«Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili.

A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette "mine giocattolo", piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po', fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l'aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l'idea che una "strategia di guerra" possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del "paese nemico". Armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo "il nemico"? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più "conflitti rilevanti" che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano.

Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l'entità di questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, Emergency ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in molti altri paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico con l'inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso.

L'origine e la fondazione di Emergency, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e in corsie d'ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, Emergency ha fornito assistenza medico-chirurgica a oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell'oceano, si potrebbe dire, ma quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l'esperienza di Emergency.

Ogni volta, nei vari conflitti nell'ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l'uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l'idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco.

In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all'indomani della seconda guerra mondiale. Tale speranza ha condotto all'istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell'ONU:
"Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole"
.

Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948.
"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti" e il "riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo"
.

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all'istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All'inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi.

La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei paesi sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4000 civili in vari paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case.

In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta della violenza abbia - nella maggior parte dei casi - portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l'uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto
Manifesto di Russell-Einstein: "Metteremo fine al genere umano o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?"
. È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano?

Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro.

Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.
Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l'umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla.

Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell'apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani:
"L'orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana"
.

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell'immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.
L'abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.

Possiamo chiamarla "utopia", visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento.

Molti anni fa anche l'abolizione della schiavitù sembrava "utopistica". Nel XVII secolo, "possedere degli schiavi" era ritenuto "normale", fisiologico.
Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l'idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell'utopia è divenuta realtà.
Un mondo senza guerra è un'altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà.

Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l'idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell'umanità.

Ricevere il Premio Right Livelihood Award, il "Nobel alternativo", incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per l'abolizione della guerra.
Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa iniziativa.
Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future».-- Gino Strada ha pronunciato questo discorso a Stoccolma (Svezia) lunedì 30 novembre, durante la cerimonia di consegna dei Right Livelihood Awards, i "premi Nobel alternativi". Un importante riconoscimento per il lavoro di Emergency contro la ‪guerra‬ e a favore delle vittime, un premio di cui siamo tutti molto orgogliosi e che ci spinge a fare sempre di più, ogni giorno, per raggiungere il nostro obiettivo: un mondo senza guerre in cui non ci sia più bisogno di noi.

 


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domenica 19 luglio 2015

Il caso di Sahar Gul, la ragazzina afghana che non voleva prostituirsi





L'immagine parla chiaro e, in questo caso, ci scusiamo per i particolari che vanno, però, resi noti: occhi gonfi, collo tumefatto, unghie strappate...Queste solo alcune delle violenze subite da Sahar Gul, una ragazza di 15 anni data in sposa ad un soldato con la complicità della famiglia.

Il corpo della bambina è talmente provato che è arrivata nell'ospedale di Kabul su una sedia a rotelle. Sette mesi fa il matrimonio forzato, ma non bastava. L'uomo le propone di prostituirsi, ma lei rifiuta. Lui la massacra di botte. Sahar riesce a fuggire e scappa dai vicini di casa ai quali dice: “Se siete dei musulmani dovete dire alle autorità quello che mi sta succedendo: vogliono farmi prostituire”, ma nessuno ha il coraggio di aiutarla.

Come purtroppo spesso accade, la Polizia crede alla promessa del marito di non usare più la violenza e restituisce la ragazza ai suoi carnefici. Sahar viene rinchiusa, di nuovo, in seminterrato, affamata, abusata per altri tre mesi fino a quando un parente venuto in visista da lontano scopre l'accaduto e fa scoppiare lo scandalo. Sì, perchè si tenta sempre di insabbiare, di non far arrivare queste notizie alla stampa.

Invece la fotografia di Sahar Gul sta facendo il giro del mondo e Sahar è diventata, suo malgrado, un altro simbolo di donna violata e di tutte quelle altre donne e bambine che vanno salvate.

Nonostante una nuova legge che punisce la violenza domestica, in Afghanistan la realtà dimostra il contrario: “Ma qualcosa si sta muovendo”, ha dichiarato all'Associated Press Fawzia Kofi, deputata e capo della Commissione parlamentare sulle questioni delle donne “Penso che ora ci sia un maggiore senso di consapevolezza dei diritti delle donne. La gente sembra voler cambiare e parla di questi temi” ha aggiunto. Intanto, grazie anche alla condanna mondiale di ciò che è accaduto a Sahar, il presidente afghano, Hamid Karzai, si è deciso ad aprire un'inchiesta: il marito torturatore è ricercato e la sua famiglia è stata arrestata.

Resta la piccola Sahar che dovrà essere seguita anche psicologicamente...come tutte le giovani come lei, ferite nel corpo e nell'anima.

venerdì 31 ottobre 2014

Rifugiati in Libano: la fotografia e la realtà



Spesso accade che le immagini raccontino più delle parole e il Festival di Fotografia etica, che si è tenuto dal 17 al 19 e dal 24 al 26 ottobre scorsi raccoglie tanti reportage di autori italiani e stranieri, lavori fotografici che fanno riflettere sull'attualità.

L'Associazione per i Diritti Umani ha visitato tutte le mostre che hanno arricchito il programma della manifestazione e, tra quelle che ci hanno colpito maggiormente, segnaliamo: Life in war dell'iraniano Majid Saeedi sull'Afghanistan, Child-Withches of Kinshasa di Gwenn Dubourthoumieu sui bambini considerati stregoni e, quindi, perseguitati, reportage vincitore della sezione Short Story del World Report Award, In/Visible di Ann-Christine Woertl sulle mutilazioni genitali maschili e femminili, e Beautiful Child di Laerke Posselt che ha ripreso alcune bambine prima, durante e dopo i concorsi di bellezza americani.


Ma l'Associazione per i Diritti Umani ha pensato anche, sperando di farvi cosa gradita, di riprendere la presenazione della mostra intitolata Libano, una marea umana di rifugiati, a cura di Oxfam e con le fotografie di Giada Connestari.

Di seguito i due video della presentazione. I video sono disponibili anche sul canale YouTube dell'Associazione per i Diritti Umani (scritto proprio così) su cui trovate tutto il nostro materiale, anche con le presentazioni che abbiamo realizzato nel mesi precedenti.






 
 
Se apprezzate il nostro lavoro, potete donare anche solo 2 euro: in alto a destra trovate la dicitura "Sostienici" e potete fare la vostra offerta con Paypal o bonifico, è molto semplice e sicuro. Potremo, così, continuare ad offrirvi materiale sempre più ampio. I nostri video sono anche sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani.

domenica 26 ottobre 2014

La Norvegia si appresta a deportare un richiedente asilo disabile verso l'Afghanistan




Di Basir Ahang



Oggi, 25 ottobre 2014 il governo norvegese si appresta a deportare Gholam Nabi, un richiedente asilo hazara proveniente dalla provincia di Baghlan nel nord dell’Afghanistan. In questa provincia secondo Human Rights Watch nel maggio del 2000 sono state massacrate decine di persone da parte dei talebani solo perché appartenevano all’etnia hazara. Quattro di queste persone uccise erano parenti di Gholam Nabi. Nabi in questo momento si trova all’aeroporto di Gardermoen, ad Oslo. La sua deportazione è prevista per le sei di questa sera.

Nabi è arrivato in Norvegia nel febbraio del 2008 all’età di 17 anni. Il suo unico desiderio era quello di avere una vita normale, lontana dalla violenza e dalla morte. Appena arrivato ha inoltrato la richiesta di protezione internazionale. Pochi mesi dopo, mentre stava uscendo da un café nel centro di Oslo con alcuni suoi amici, è stato investito da una macchina sulle strisce pedonali. La notizia è stata pubblicata su molti giornali di Oslo e alcuni clienti del cafè hanno persino fotografato l’accaduto.

Per due giorni Nabi è rimasto in coma all’ospedale e quando si è risvegliato i medici gli hanno detto che alcune vertebre della spina dorsale si erano rotte e che se non avesse subito un’operazione sarebbe rimasto paralizzato per sempre.

Mentre si trovava in ospedale, Nabi ha ricevuto il diniego di protezione internazionale da parte dell’UDI (the Norwegian Directorate of Immigration). Secondo l’UDI infatti Nabi in Afghanistan non correrebbe alcun pericolo. In seguito l’ospedale ha comunicato a Nabi che non avrebbero potuto effettuare l’operazione in quanto il governo norvegese non avrebbe sostenuto le spese ospedaliere per un immigrato al quale era stata rifiutata la protezione internazionale. Nabi si è quindi rivolto alla polizia per denunciare la persona che lo aveva investito.

Alla centrale però si è sentito rispondere che visto che la sua richiesta di protezione era stata rifiutata non si sarebbero potuti occupare della denuncia. L’unica possibilità, gli dissero i poliziotti, era quella di tornare in Afghanistan, trovare un avvocato e da lì sporgere denuncia. Ho conosciuto Gholam Nabi nel mese di aprile durante un mio viaggio in Norvegia.

Quando ho sentito la sua storia sono rimasto molto colpito ed amareggiato. Ho fotocopiato alcuni suoi documenti e ho ascoltato il suo dolore.

Nabi prende ancora oggi sei tipi di medicinali diversi per non sentire il dolore. Nabi mi ha detto di aver bussato a tutte le porte per ottenere aiuto ma nulla gli è valso ad ottenere giustizia. Invece di aiutarlo, il suo avvocato, senza vergogna, gli ha detto che probabilmente la sua spina dorsale era rotta ancora prima di arrivare in Norvegia. La Norvegia viene presentata all’opinione pubblica come la patria dei diritti umani.




Norway is preparing to deport asylum seeker with disabilities to Afghanistan



by Basir Ahang




Today, October 25, 2014, the Norvegian government is preparing to deport Gholam Nabi, a hazara asylum seeker coming from Baghlan province in northern Afghanistan. In this province, according to Human Rights Watch, in May 2000 dozens of people were massacred by taliban just because they belonged to ethnic hazaras. Four of those killed were relatives of Gholam Nabi. Nabi at this time is located at the airport in Gardermoen, Oslo. This deportation is scheduled for six o'clock this evening.

Nabi has arrived in Norway in February 2008 at the age of 17 years. His only desire was to have a normal life, away from violence and death. Just get the requesting international protection. A few months later, while he was leaving a cafe in the center of Oslo with some friends, was hit by a car in the crosswalk. The news was published in many newspapers in Oslo and some customers of the cafe have even photographed the incident.

For two days Nabi was in coma and when he woke up in the hospital the doctor told him that some vertebrae of the spine were broken and that if he had not had an operation would be paralyzed forever.

While in hospital, Nabi received the denial of intrnational protection from UDI (the norwegian Directorate of Immigration). According to the UDI fact Nabi in Afghanistan would face any danger. Later, the hospital announced in Nabi that they could not support the hospital charges for an immigrant who had been denied intrnational protection. Nabi was then called the police to report the person who had invested.

At the center, however, he was told that because his request for protection was rejected, would not have been able to take up the complaint. The only possibility, they said the police, had to go back to Afghanistan, find a lawyer and file a complaint here.

I met Gholam Nabi in April during my trip in Norway. When I heard his story I was very impressed and disappointed. I copied some of his papers and listened to his pain.

Nabi still takes six types of different drugs to not feel the pain. Nabi told me that he had knocked on every door to get help, but nothing brought him to justice. Rather than help him, his lawyer, without shame, told him that perhaps his spine was broken even before he arrived in Norway.

Norway is presented to public opinion as the home of human rights.

sabato 25 ottobre 2014

Un appello urgente, richiesta di avvocato



Riceviamo e giriamo questo appello!  Se potete fare qualcosa, vi preghiamo di contattare Basir Ahang su FB. Grazie !
Urgent help needed!
A Hazara asylum seeker in Norway is going to be deported to Afghanistan tomorrow morning. Gholam Nabi arrived in Norway in 2008 when he was 17. In Norway in 2008 a car run over him on the pedestrian crossing. His back got broken and now he is paralyzed. Norwegian authorities now want to deport him. He didn't get justice for the incident and now he risks his life returning in Afghanistan. He needs urgently a lawyer. Please contact me if you can help. Thanks






 

martedì 22 luglio 2014

L'orrore, il fondamentalismo e poi la verità




Da poco uscito nelle librerie italiane, L'ultimo lenzuolo bianco. L'inferno e il cuore dell'Afghanistan (Ed. Guaraldi) di Farhad Bitani con la prefazione di Domenico Quirico, racconta, senza fare sconti, di un ragazzo vissuto nella violenza. Capitano dell'esercito afghano, figlio di un generale mujaheddin, Bitani ha combattuto contro i talebani, ma ha visto tutto l'orrore che un uomo può vedere. E ha anche fatto del male.

Si racconta, nel libro, e racconta di un Paese martoriato, ma di un popolo che, nonostante tutto, ha nel cuore quell'umanità che permette di far sopravvivere la speranza.



Abbiamo rivolto alcune domande a Farhad Bitani e lo ringraziamo molto per le riflessioni che condivide con noi.





Qual è, per lei, il vero Islam e quale, invece, quello della propaganda ?



Il vero Islam purtroppo si trova raramente in questo mondo. Il vero Islam è non uccidere, non prendere la vita delle altre persone, aiutare i bisognosi, fare fratellanza con le altre religioni. Il vero Islam è non pensare solamente al tuo benessere personale, ma pensare anche agli altri. Purtroppo adesso questo non esiste. L'Islam della propaganda lo vediamo ogni giorno in tv: tagliare le teste in nome della religione, corruzione e violenze in nome della religione. È molto facile per me parlare dell'Islam della propaganda, perché è l'ambito in cui sono cresciuto: quello dell'Afghanistan, dove sono nato, dell'Iran, dove sono cresciuto, e quello di tutti gli altri posti in cui ho avuto amici fondamentalisti. Vedendo questo Islam mi viene da pregare Dio perché aiuti tutti i fondamentalisti a uscire dalla cella buia in cui sono rinchiusi. Nessuna religione del mondo parla della violenza: la religione viene data da Dio per indicare la strada dell'umanità e mettere la verità nel cuore degli uomini. Praticando la vera religione anche il deserto diventa un paradiso. Purtroppo in questo periodo noi non vediamo tantissime persone veramente religiose, sono poche persone nel mondo, e l'ingiustizia è così grande che quelle poche persone sono considerate bugiarde. Il mio libro è un piccolo esempio di questo: io non ho inteso fare altro che raccontare la verità, quello che ho visto e vissuto, ma persone che vivono nella falsità mi hanno accusato di mentire. Questa è la falsità che vediamo anche in tanti politici in tutto il mondo.



Nel suo libro c'è un capitolo intitolato: “L'inganno della democrazia”: a cosa si riferisce quando parla di “inganno”?



L'inganno della democrazia esiste in tantissimi paesi musulmani e in molti paesi poveri nel mondo. Parlo dell'Afghanistan perché è il paese dove sono cresciuto, dove ho amici fondamentalisti, che hanno grandi quantità di soldi nelle banche svizzere. Dio non ha buttato i soldi dal cielo: sono soldi rubati in nome della democrazia. Parliamo di giornalisti falsi, che diffondono notizie false. Parliamo di associazioni a scopo fintamente benefico che fanno grandi raccolte di fondi all'estero e se li distribuiscono tra loro in Afghanistan, che fanno grandi pubblicità per attirare l'attenzione su presunte minoranze perseguitate. Parliamo di elezioni truccate, dove ci sono criminali appoggiati dall'estero che si mascherano da difensori del diritto e comprano i voti con le minacce, nel mio libro io ho smascherato tante di queste persone. Per questo quando sento parlare di democrazia mi viene da ridere. Qualcuno pensa che io rida perché non credo alla democrazia: no, io credo alla democrazia e dico che in Afghanistan non esiste. La democrazia per me è come un albero che ha tante radici: se tu tagli una radice l'albero inizia a seccare. In Afghanistan tutte le radici sono state tagliate, l'albero è secco e qualcuno appiccica le foglie finte per far vedere che l'albero è vivo, ma chi applica le foglie sono le persone che usano il nome della democrazia per opprimere i poveri.



Purtroppo, per tanti bambini afghani si deve parlare di infanzia negata...



Io sono stato bambino in Afghanistan e so di che cosa si parla. Io da bambino volevo diventare un guerriero come mio padre e tanti amici volevano diventare come i loro padri, dei comandanti, dei potenti. In Afghanistan a 14 anni sei un uomo, devi fare in fretta a diventare quello che vuoi. Nel nostro paese le persone più violentate sono i bambini. La vita dei bambini è difficile, perché il bambino è obbligato a fare quello che fanno i grandi senza avere la forza degli adulti. Tanti bambini sono mandati nelle scuole coraniche dove subiscono il lavaggio del cervello; quando un bambino nasce, Dio gli regala un cuore pulito, quando è obbligato a frequentare le scuole coraniche il suo cuore diventa nero, impara la violenza. Il bambino non sa distinguere il bene dal male e se si mette nella sua testa l'informazione sbagliata è possibile usarlo per i propri scopi. In questo momento si sentono notizie di bambini usati per fare gli attentatori suicidi. Un bambino afghano non conosce i giochi, ma conosce le armi e la violenza. Il desiderio di tutti i bambini in Afghanistan è diverso dal desiderio dei bambini europei: un bambino afghano pensa a diventare ricco, possedere armi e fare la guerra. Un bambino europeo ha il desiderio di diventare un calciatore o comprarsi una motocicletta. Confrontare questi due esempi fa capire la differenza tra l'infanzia in Afghanistan e l'infanzia nei paesi occidentali.



Lei è di etnia pashtun: che rapporti ha con gli hazara e cosa pensa della loro discriminazione?



La parola discriminazione per i fratelli hazara è sbagliata. In Afghanistan tutte le etnie subiscono “discriminazione”. Io mi arrabbio sempre e mi viene da piangere per questa enorme falsità: quando uno di noi dice “nella mia etnia siamo tutti innocenti perseguitati”. Tutti abbiamo fatto violenza gli uni sugli altri: nella guerra civile i pasthun hanno tagliato le teste, i tagiki hanno violentato le donne e i bambini, gli hazara hanno bucato le teste e così via.

Quando viaggio in tanti paesi europei mi accorgo che c'è tanta cattiva informazione. In Italia sento sempre che gli hazara sono perseguitati, in Olanda sento che i pashtun sono perseguitati, in Germania che i tagiki sono perseguitati, ma queste informazioni vengono da quelle poche persone false che guadagnano dal mettere in giro queste dicerie. Io dico questo perché intorno al tavolo di casa di mio padre si organizzava la guerra civile afghana. Dobbiamo essere tutti onesti e non parlare bene della nostra etnia, ma parlare bene della giustizia e della verità. Come ho deciso di fare io: per la verità sono andato contro la mia famiglia, perché so che sono ingiusti. Chiedo a tutti i fratelli pashtun, tagiki, hazara di non mettere in giro la voce che “noi siamo bravi e gli altri cattivi”, perché non esistono i bravi e i cattivi. Invece di fare questo devono combattere per la verità: questa è la cosa bella nel mondo, non l'etnia, non la razza. Chi insiste sulla differenza delle razze non è perdonato da Dio.



Quali sono le contraddizioni dell'Occidente: ad esempio, se ci può raccontare cosa accade all'Accademia di Modena...



La prima contraddizione dell'Occidente si evidenzia nella falsa strategia applicata in Afghanistan. La strategia dell'Occidente in Afghanistan è pessima a causa dell'ignoranza: sono stati spesi miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Afghanistan e questi soldi sono spariti. Sono state appoggiate persone che per anni hanno compiuto sopraffazioni e violenze. Sono date opportunità a tutti i fondamentalisti e ai potenti, che vengono a studiare in Occidente, entrano nella accademie e nelle università saltando le selezioni, conseguono titoli di studio e tornano in Afghanistan a compiere gli stessi delitti. Per esempio quando sono entrato in Accademia io pensavo di essere l'unico ad accedere senza esame, poi ho incontrato altri figli di fondamentalisti, miei amici, che erano nella mia stessa situazione; la stessa cosa avviene negli altri paesi europei. Alcuni giovani fondamentalisti sono analfabeti e studiano in famose università.

In Occidente esiste la corruzione come in Afghanistan, ma all'interno dell'Occidente stesso questa corruzione ha un argine: chi compie ingiustizie prima o poi deve risponderne; invece dove l'Occidente si relaziona con l'Afghanistan, un posto in cui non c'è una giustizia a cui rispondere, la corruzione si esprime in pieno.



Ha avuto il coraggio di ammettere di aver partecipato alle lapidazioni: come è riuscito a fare i conti con il suo Passato? E come è riuscito a tornare ad avere un “cuore bianco” dopo aver visto e vissuto tante atrocità?



Questo è un dono di Dio. Tutti noi umani abbiamo un dono da parte di Dio. A tante persone Dio dà soldi, a tanti uomini dà una bella ragazza, a tanti dà la felicità. A me ha dato questo dono: indicarmi la strada vera. Chi crede profondamente in Dio capisce subito le mie parole. Per chi non crede faccio una similitudine. Immaginate di essere innamorati pazzi di una persona: fareste di tutto per avere quella persona. Io sono innamorato di Dio e della strada della verità e farò tutto quello che Dio mi comanda. Tutti possiamo cambiare se vogliamo, perché il bene viene sempre dato da Dio. La verità è sempre bella, ma accettarla è molto difficile. Io non ho dimenticato la mia infanzia. Io non ero solo: milioni di persone in Afghanistan hanno visto quello che ho visto io, ma io ero tra i capi. Metà della popolazione afghana ha partecipato alle lapidazioni, tutti hanno visto la violenza. Quando tu cresci in un ambito così, per te la violenza diventa normale, come andare a prendere il caffè al bar la mattina. Ci sono tantissime persone che hanno avuto la vita peggiore della mia, che sono stati violentati, ma Dio non ha donato a loro di raccontare la verità. La vita che faccio adesso, che combatto per la verità, è un dono di Dio, che ogni giorno mi dà più forza. Ogni giorno ho davanti molti ostacoli, molte persone sono contro di me e mi accusano con tante falsità. Io combatto contro tutti i fondamentalisti, ma non mi sento stanco, perché dietro di me c'è un mano, che è la mano della verità.

venerdì 20 giugno 2014

Dall'Afghanistan alla Turchia, direzione Europa: per il diritto alla vita

di Basir Ahang

Ringraziamo tantissimo Basir Ahang per aver scritto per noi il seguente articolo che pubblichiamo in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, oggi 20 giugno 2014. 

La Giornata Mondiale del Rifugiato si celebra in tutto il mondo il 20 giugno. Indetta dalle Nazioni Unite per la prima volta nel 2001 in occasione del cinquantesimo anniversario della Convenzione di Ginevra, questa giornata serve a ricordare ogni anno le milioni di persone che a causa della guerra o delle persecuzioni sono costrette a fuggire dal loro Paese. Oggi vi sono più di 36 milioni di rifugiati nel mondo e il numero sembra tragicamente destinato a salire. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) seleziona un tema comune per coordinare gli eventi celebrativi in tutto il mondo. Quest’anno un tema che molti rifugiati vorrebbero proporre all’UNHCR è quello dei richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan bloccati in Turchia da anni e delle tragedie che colpiscono queste persone quando tentando di raggiungere la Grecia. In Turchia il 12 aprile di quest’anno, i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, avevano iniziato una manifestazione pacifica e uno sciopero della fame di fronte all’ufficio dell’UNHCR ad Ankara per protestare contro la mancata verifica delle loro richieste di protezione internazionale e della conseguente situazione di precarietà ed incertezza in cui gli stessi sono costretti a vivere. La manifestazione è stata condotta soprattutto dalle donne, molte delle quali si sono cucite la bocca in segno di protesta. 




 
 

Senza un documento i rifugiati in Turchia non possono lavorare, i bambini non possono studiare e i loro diritti più basilari non vengono nemmeno presi in considerazione. La registrazione dei rifugiati è di vitale importanza anche perché permette il loro reinsediamento in un Paese Terzo. Dal primo dicembre 2012 l’UNHCR ha sospeso la registrazione dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan, come si può leggere nell’annuncio esposto sulla porta del loro ufficio ad Ankara. Interrogato sulla vicenda da alcuni giornalisti UNCHR non ha fornito alcuna spiegazione delle nuove politiche da loro adottate nei confronti dei rifugiati. 



Traduzione dell’annuncio: “L’Alto commissariato delle Nazioni Unite ha sospeso la registrazione per la verifica dello status di rifugiato e per il reinsediamento in Paesi Terzi dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan. Il provvedimento è stato rinnovato a partire dal 6 maggio 2013”.




La Turchia rappresenta da sempre il corridoio attraverso il quale accedere all’Europa. Dal 2010 Frontex (l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea) ha tentato di chiudere le vie di accesso al confine tra Grecia e Turchia, ma ciò non ha comunque impedito ai richiedenti di continuare a rischiare la loro vita per fuggire dalla guerra e dalle persecuzioni. In Grecia i rifugiati subiscono ogni tipo di angherie e di violenza da parte della polizia greca. Un caso in particolare è tragicamente salito alle cronache. Nel gennaio di quest’anno un gruppo di rifugiati che stava tentando di raggiungere le coste greche è stato respinto in mare con la forza dalla guardiacostiera greca. Durante il respingimento la barca si è rovesciata e molte donne e bambini a bordo sono caduti in acqua; quando chi stava annegando ha tentato disperatamente di aggrapparsi all’imbarcazione dei guardiacosta, gli uomini a bordo li hanno rigettati in mare ed hanno impedito ai rifugiati di salvare i loro cari minacciandoli con delle pistole. Alla fine nove bambini e tre donne sono morte, uccise dalla guardiacostiera greca.




Uno degli intervistati del seguente video era riuscito in precedenza a raggiungere la Norvegia, Paese dal quale era stato rimpatriato in Afghanistan. Dall’Afghanistan, l’uomo, assieme alla sua famiglia aveva tentato nuovamente di fuggire con la speranza di salvarsi la vita. 

Questa situazione non riguarda solo i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, ma anche quelli che fuggono dalle altre guerre che insanguinano oggi il nostro mondo. Non resta che augurarsi che arrivi presto il giorno in cui non occorrerà più una giornata mondiale per ricordare i morti ed i vivi a cui non è concesso vivere.



English version: 
 
From Afghanistan to Turkey, Europe direction: for the right to life.
By Basir Ahang


We’d like to thank very much Basir Ahang for writing the following article that we are going to publish today, 20th June 2014, on the occasion of the World Refugee Day.

The World Refugee Day is celebrated worldwide on June 20th. Held for the first time in 2001, by the United Nations, on occasion of the 15th anniversary of the Geneva Convention, this day celebrates the million people who are forced to leave their countries, every year, because of wars or persecutions. Today there are more than 36 million refugees in the world, and this number seems tragically destined to rise. On the occasion of the World Refugee Day, the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) selects a common theme to coordinate the celebratory events throughout the world. This year, a theme that many refugees would like to propose to UNHCR, is that of asylum seekers from Afghanistan, who have been blocked in Turkey for years, and of the tragedies that affect these people when they try to reach Greece. In Turkey, this year, on 12th April, the refugees from Afghanistan started a peaceful demonstration and a hunger strike in front of the UNHCR office in Ankara, to protest against the lack of verification of their applications for international protection and the resulting situation of precariousness and uncertainty in which they were forced to live. The event was carried out mainly by women, many of them with their mouths sewn in protest.

In Turkey, without any document, refugees cannot work, children cannot study and their most basic rights are not even taken into consideration. The registration of refugees is vital, also because it allows them to resettle in a Third Country. From 1st December 2012, the UNHCR has interrupted the registration of refugees from Afghanistan, as it is written in the notice on the door of their office in Ankara. When questioned on the matter by some journalists, UNCHR did not provide any explanation of the new policies adopted by them

concerning refugees.


 
 
Translation of the announcement: "The High Commissioner of the United Nations has suspended the registration for the verification of refugee status and resettlement in third countries of refugees from Afghanistan. The measure has been renewed since May 6, 2013”.

Turkey has always been the corridor for access to Europe. Since 2010, Frontex (European Agency for the Management of Operational Cooperation at the External Borders of the Member States of the European Union) has been attempting to close the access to the border between Greece and Turkey, but this has not prevented the applicants to keep on risking their lives to escape from war and persecution. In Greece, the refugees suffer all kinds of harassment and violence by the Greek police. In particular, a case has tragically gone up to the news. Last January, a group of refugees trying to reach the Greek coasts was violently rejected by the Greek coast guard. During the rejection the boat capsized and many women and children on board fell into the water. Those of them who were drowning, desperately tried to cling to the boat of the coast guards, but they were thrown again into the sea by the men on board, who also prevented refugees to save their relatives and friends threatening them with guns.

Finally, nine children and three women died, killed by the Greek coast guard.

One of the protagonists of the following video had once been able to reach Norway, country from which he had been repatriated to Afghanistan. Once in Afghanistan, he had tried to escape again, with his family, hoping of saving his life.

This situation affects not only the refugees from Afghanistan, but also the ones escaping from the several wars that afflict our world today.

Our hope is that, one day, to have a world day to remember dead people and living ones who are not allowed to live, won’t be necessary any more.

 

venerdì 13 giugno 2014

I Romeo e Giulietta d'Afghanistan


Basir Ahang, giornalista afghano di etnia hazara e attivista per i diritti umani, ci ha permesso di pubblicare questo suo articolo apparso su Frontierenews.it e ci ha chiesto di di far circolare la petizione che trovate in calce e alla quale abbiamo aderito come Associazione per i Diritti Umani. Con preghiera di divulgazione, grazie.


I Romeo e Giulietta d’Afghanistan




di Basir Ahang


Nella meravigliosa valle di Bamiyan fino a poco tempo fa viveva Zakia, una giovane ragazza di appena 18 anni. Di oringine tajika sunnita, fin da piccola Zakia era innamorata di Mohammad Ali, un giovane di 21 anni anche lui residente a Bamiyan e con lui condivideva i suoi sogni e spesso le sue giornate quando ancora bambini erano liberi di volersi bene. Crescendo però, come spesso purtroppo accade, il loro amore era divenuto una minaccia all’ordine sociale e patriarcale della loro comunità, un amore intollerabile agli occhi del padre di Zakia che aveva già deciso per lei il suo futuro.

Ancora più intollerabile agli occhi del padre padrone era il fatto che Mohammad Ali appartenesse all’etnia hazara di una diversa setta religiosa, quella sciita. In Afghanistan le diverse etnie sono spesso in contrasto tra loro e vengono viste dai loro appartenenti come mondi inconciliabili, per questo motivo, raramente vengono celebrati matrimoni tra componenti di etnie diverse.

Sposata senza il suo consenso al nipote del padre, Zakia decise che l’unica cosa che le rimaneva da fare era fuggire. Accompagnata da Mohammad Ali e con il supporto morale del padre di lui, decisero di fuggire sulle montagne di Bamiyan vagando da un luogo all’altro per otto mesi.

Pochi mesi fa, dopo aver sporto denuncia alle autorità e aver minacciando di morte Mohammad Ali e la figlia per aver “disonorato” la loro famiglia, i due sono stati arrestati ma dopo poco tempo grazie all’intervento della società civile di Bamiyan i due amanti sono stati liberati ed in seguito si sono sposati legalmente.

Il pericolo però non era cessato e Zakia, incinta, non poteva tornare a casa. Giunti a Kabul Zakia e Mohammad Ali avevano deciso di vivere in case separate per poter meglio nascondersi agli occhi della gente e della polizia, ma ogni giorno tentavano di vedersi di nascosto. Il loro amore era ormai diventato un crimine. Lui, accusato di rapimento rischia la pena di morte, mentre Zakia accusata di bigamia per essere sposata sia con il nipote del padre che con Mohammad Ali, rischia di dover trascorrere molti anni in prigione, nonché di essere uccisa dai suoi stessi parenti.

Mentre centinaia di terroristi talebani, assassini e stupratori vengono liberati ogni giorno grazie al governo Karzai, le carceri straripano di donne “colpevoli” di crimini “morali”, come quello di fuggire di casa a causa di un marito violento o di un matrimonio forzato.

Come riportato dal New York Times, Miriam Adelson, moglie del magnate americano del casino Sheldon Adelson, aveva manifestato l’intenzione di aiutare la coppia e grazie al suo intervento era riuscita a convincere il presidente del Ruanda Paul Kagame a offrire asilo ai due giovani. Anche il padre di Mohammad Ali, Anwar, fin dall’inizio aveva supportato la coppia, arrivando a vendere tutte le sue proprietà per aiutare i giovani a fuggire. Sfortunatamente Zakia e Mohammad Ali non avevano un passaporto e non potevano richiederne uno legalmente.

A Kabul, un’organizzazione per la difesa delle donne, chiamata “Afghan women for women” ha convinto Zakia a trovare rifugio presso la loro organizzazione. Attualmente Zakia vive nascosta, reclusa e senza la possibilità di telefonare perché ciò metterebbe in pericolo la sua vita.

giovedì 12 giugno 2014

I dolori della pace: per parlare di Mediterraneo e molto altro



Qual è lo scontro di civiltà che ha caratterizzato la Storia recente, a partire dall' 11 settembre 2001? Quali sono i motivi scatenanti e le cosnseguenze delle rivoluzioni arabe? Quali i sentimenti di chi è costretto a lasiare il proprio Paese d'origine per diventare profugo, rifugiato o apolide?

Questo e molto altro nell'interessantissimo incontro con il Prof. Giuseppe Goffredo, autore del saggio I dolori della pace (Poiesis editrice) e Mohammad Amin Wahidi, poeta e attivista per i diritti umani.







venerdì 6 giugno 2014

Ugo Panella. La poesia del cambiamento



 
 

La poesia del cambiamento è il titolo dell'ultimo lavoro fotografico di Ugo Panella, profondo conoscitore dell'Afghanistan e delle persone che vivono in quel Paese in condizioni difficili, nella paura, ma anche nella resistenza tenace ad un regime che toglie diritti e libertà.



La mostra è in corso fino al 15 giugno presso la Casa delle Culture del mondo, Via G. Natta, 11 a Milano

martedì-venerdì 10 -18.30

sabato e domenica 14 - 20



Abbiamo intervistato per voi Ugo Panella che ringraziamo tantissimo per il suo racconto e per averci regalato gli scatti che pubblichiamo.



Il titolo della mostra fa riferimento al cambiamento che sta avvenendo in particolare, grazie alle donne: in che modo le donne in Afghanistan stanno dando il loro apporto per stabilire pace, democrazia e libertà?                                       


L'Afghanistan è un Paese complicato, martoriato da 30 anni di guerra, percorso da interessi di ogni tipo, economici, militari, geopolitici...dove i signori della guerra, capi clan e signori della droga hanno fatto di quel conflitto la loro cassaforte personale. Fiumi di dollari confluiti con gli aiuti internazionali hanno molto spesso preso strade del tutto diverse da quelle per cui erano stati stanziati.
In questo scenario si muove una popolazione spogliata di ogni diritto e di ogni possibilità di accedere ad un minimo di benessere.
Le donne afgane rappresentano la parte sana di una società che subisce gli eventi. Lavorano, crescono i figli, si scontrano spesso contro una realtà che le vorrebbe sottomesse ed invisibili. Sono la parte sana della società e questa loro forza produce futuro. Un futuro difficile che non comprende parole come "democrazia e libertà", concetti ancora difficili per chi è abituato a tradizioni tribali radicate nei secoli.


Che cosa significa “legalità” in Afghanistan? E che importanza hanno avuto le recenti elezioni per la società civile?


Anche il concetto di " legalità " è del tutto irreale in uno scacchiere che prevede interessi di ogni tipo. Un paese in guerra, dove la trasparenza è un'illusione, si possono attivare affari di ogni tipo e non tutti legali.
Le recenti elezioni danno speranza di qualche possibile cambiamento. Ho visto soprattutto le donne convinte ed eccitate per la possibilità di cambiare in futuro il loro destino. In fila sotto la pioggia hanno atteso ore per poter votare. Felici di quel momento insperato. Con i figli in braccio e la sensazione di essere protagoniste di un momento importante. 




Come si è avvicinato alle persone che ha ritratto e le sue fotografie sono frutto di una scelta stilistica anche etica?


Le persone che ho ritratto sono il frutto di conoscenza, di rapporti costruiti in tanti viaggi con Pangea onlus... che da 12 anni ha avviato un progetto di microcredito alle donne, dando speranza e futuro a migliaia di famiglie che con quel piccolo prestito hanno potuto avviare attività economiche e attraverso corsi di formazione (diritti umani, sanità, alfabetizzazioni) avere anche la possibilità di costruirsi una consapevolezza laddove la società maschile le vorrebbe sottomesse.
Ho voluto raccontare la pace e non la guerra.
L'immaginario identifica l'Afghanistan come una terra di violenza e di miseria.
Ho preferito sfatare questo luogo comune attraverso immagini anche estetiche.
La bellezza concorre a creare la pace. Ho scelto un racconto nel quale s'intravedesse un quotidiano normale, sia pure in un contesto di guerra. La gente chiede normalità e la voglia d'inventare un futuro diverrso.


La fotografia di Laila che alza il burqa e si scopre il viso: quello scatto ha un valore simbolico?

La foto di Laila è assolutamente simbolica.
Quel gesto con il quale solleva il burqua, quel sorriso aperto e dolce...rappresenta la metafora di una liberazione da costrizioni e retaggi atavici. Una sfida alla vita.
Lei ha avuto un'esistenza difficile, con tre figli da mantenere, abbandonata dal marito.
Dieci anni fa viveva in una stamberga fatta di macerie. Entrata nel programma di microcredito di Pangea, ha costruito giorno per giorno un futuro allora insperato.
Oggi è una dirigente del progetto e forma altre donne, i suoi figli studiano, ha finalmente una casa con un piccolo giardino dove ha piantato le rose.
Laila è la dimostrazione tangibile di come si può rinascere anche dalle situazioni più disperate.


Dato che da anni segue il lavoro di Pangea, può parlarci anche del progetto “Casa Pangea” rivolto ai bambini?


   
CASA PANGEA è un progetto più recente e coinvolge tanti bambini ai quali si danno la possibilità di una crescita meno complicata. Hanno maestre che li seguono nell'alfabetizzazione, hanno un pasto caldo, giocano e si regala loro un'opportunità di vivere al meglio la loro infanzia.
In Afghanistan esistono migliaia di bambini che vagano nelle strade, tra mille pericoli,
senza che nessuno li accolga e senza nessun affetto. La violenza è la regola quotidiana.





venerdì 30 maggio 2014

Residenza negata ai rifugiati



E' stato da poco approvato, in Italia, il decreto legge denominato “Piano Casa” secondo il quale è vietato l'accesso alla registrazione della residenza per coloro che occupano illegalmente un edificio.

Secondo l'UNHCR (L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) questo comporterebbe un ostacolo maggiore nell'inclusione dei rifugiati in Italia che causarebbe anche una spirale di isolamento: sarebbe difficile, per i richiedenti asilo, accedere alle cure sanitarie, iscrivere i bambini a scuola, trovare un lavoro legale.

L'UNHCR ricorda quante migliaia di persone siano costrette a sopravvivere in palazzi abbandonati nelle più grandi città (Milano, Torino, Roma ad esempio), sia per una mancanza di attenzione nei loro riguardi sia per le contraddizioni burocratiche: senza la resindenza, infatti, non è possibile ottenere una carta di identità e senza questo documento è, ovviamente, impossibile accedere ai servizi socio-sanitari di base con una conseguente privazione dei diritti fondamentali.

Dall'Italia alla Turchia.         


www.baruda.net
L' Alto commissariato delle Nazioni Unite è protagonsita anche ad Ankara, ma in un altro senso: oltre 45 giorni di una resistenza tenace che si sta svolgendo in un parcheggio, in Via Tiflis, proprio davanti alla sede dell'UNHCR. Si tratta di rifugiati afghani - donne, uomini e anche bambini - che protestatno per i gravi ritardi nelle risposte alle loro richieste di asilo politico.  

La comunità afghana in Turchia si è riunita grazie a Internet e a Skype per poi radunarsi nel parcheggio, con tendopoli e cartelli scritti in persiano, turco e inglese. Tutti chiedono che venga dato risalto alla protesta perchè temono di essere deportati di nuovo in Afghanistan e di dover tornare sotto l'incubo del regime talebano, ma nello stesso tempo, sono stremati dal fatto di dover rimanere bloccati in un “limbo”, senza destinazione, senza lavoro, senza casa e senza nessun tipo di assistenza, anche perchè per molti di loro, privi della cittadinanza UE, la Turchia può essere soltanto un Paese di transito.

C'è chi ha iniziato lo sciopero della fame e c'è chi si è cucito le labbra: ma siamo noi a dover dare voce a chi ha provato a chiedere più volte e poco è stato ascoltato.

martedì 13 maggio 2014

Il VIDEO dell'incontro OPEN HEARTS, il cuore dei bambini di Emergency



Cari amici,

siamo felici di pubblicare per voi il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha condotto con la Dott.ssa Manuela Valenti, pediatra che lavora per Emergency.

Abbiamo parlato del film OPEN HEARTS, candidato all'Oscar 2013, per riflettere sul tema della salute e di altri diritti. Ma è stata l'occasione per conoscere meglio anche alcune situazioni in Africa e in Afghanistan dove prestano il loro servizio i medici e Gino Strada.

Siamo certi che vi farà piacere.

L'incontro è stato organizzato da Fondazione AEM, Craem Milano e Associazione Libera Visionaria. Ringraziamo di cuore la Dott.ssa Valenti e gli organizzatori per questa opportunità.




Vi ricordiamo, infine, che tutti i video sono anche disponibili sul canale dedicato YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani

domenica 11 maggio 2014

I dolori della pace




Eccoci arrivati al quinto appuntamento della “Carovana dei diritti/parte seconda” con un interessante incontro sul tema della pace.

Presentiamo, infatti, il volume intitolato I dolori della pace (Poiesis editrice) del Prof. Giuseppe Goffredo.
Come possiamo accettare che il nostro benessere sia basato sulla morte e la sofferenza degli altri?”; “Come possiamo accettare che la pace si regga sulla occupazione delle terre altrui?”: queste sono alcune domande da cui prende avvio la riflessione dell'autore. Molti gli argomenti che affronteremo durante la serata: gli stereotipi negativi, in particolare sugli islamici, a partire dall' 11 settembre 2001; la differenza tra guerra preventiva e guerra prevista; le conseguenze della cosiddette “primavere arabe” e tanto altro ancora.
...Se la guerra è cosa umana, l'umanità stessa può decretarne la fine. Il modello mentale costruito intorno alla guerra può essere sconfitto attraverso il 'disarmo' non solo militare ma anche 'culturale' come dice Panikkar. Se la guerra è stata costruita e adottata nella Storia attraverso la cultura, la cultura stessa può pensare la storia cancellando l'idea della guerra. Per fare questo occorre disinnescare i meccanismi concettuali, linguistici, simbolici che armano la nostra mente”.



L'incontro prevede la proiezione - e il commento - di un cortometraggio e la testimonianza di Mohammad Amin Wahidi, poeta e attivista per i diritti umani.

Il Prof. Goffredo e Mohamad Amin Wahidi leggeranno alcune loro poesie.


La serata sarà, quindi, ricca e vi aspettiamo numerosi!
 

L'appuntamento è per:


mercoledì 14 maggio, ore 18.30, presso Spazio Tadini, Via Jommelli, 24 (MM LORETO) a Milano

 

Giuseppe Goffredo: poeta e scrittore anche di teatro. Nel 1994 ha fondato, e da allora dirige, i Seminari di Marzo dialoghi Mediterraneo-Europa, la rivista Qui Letteratura arte e società fra culture mediterranee e la Poiesis Editrice.

Mohammad Amin Wahidi: Nato a Kabul, rifugiato con la famiglia in Pakistan, all'età di dieci anni, al rientro in patria ha studiato Arte e Cinema presso la facoltà di Belle Arti di Kabul. Tra i primi presentatori TV di etnia hazara, osteggiato dai fondamentalisti, ha fondato una casa di produzione cinematografica che supporta i filmmaker afghani che vogliano trasmetter un messaggio di pace.
E' poeta e attivista per i diritti umani.
 
 

sabato 26 aprile 2014

Open hearts: il cuore dei bambini di Emergency




L'Associazione per i Diritti Umani è felice di comunicarvi che intervisterà, in un incontro pubblico il prossimo 6 maggio, Manuela Valenti, medico pediatra di Emergency per la presentazione del documentario Open hearts di Kief Davidson, film candidato all'Oscar 2013 come miglior corto-documentario.

Otto bambini ruandesi lasciano le loro famiglie per recarsi a Kartoum, in Sudan, ed essere sottoposti ad un delicato intervento cardiochirurgico presso il Centro Salam di Emergency. Il loro problema di salute è causato da una malattia reumatica di cui sono affette, in Africa, circa 18 milioni di persone.

Tanto lavoro ancora da fare per affermare i diritti di tutti e, in particolare, quello alla salute come afferma Gino Strada: “ Una cosa è avere gli stessi diritti sulla carta. Tutt'altra è analizzare i contenuti di quelli che vengono chiamati diritti. Il mio diritto alla salute come europeo include una TAC e altre diagnosi sofisticate, ma per un africano il diritto a essere curato si ferma a un paio di vaccinazioni e alcuni antibiotici”. Il centro Salam è una delle strutture in grado di offrire assistenza medica e cure di alta qualità e in maniera del tutto gratuita a bambini e ragazzi che hanno tutta la vita davanti e che vogliono viverla pienamente e con gioia.

Avremo occasione, quindi, di approfondire tanti argomenti, dopo la proiezione del film, con la Dott.ssa Valenti. Vi aspettiamo.

L'incontro è stato organizzato da fondazione AEM, Craem Milano, Associazione Libera Visionaria.



L'appuntamento è per:

martedì 6 maggio, ore 18.00, presso la “Casa dell'energia e dell'ambiente”, Piazza PO, 3 a Milano