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domenica 8 novembre 2015

L'Uguaglianza passa dalle donne



A questo link potete trovare un video di Malala Yousafzai la giovane attivista pakistana, vincitrice del Premio Nobel per la pace, nota per il suo impegno per l'affermazione dei diritti civili e per il diritto all'istruzione — bandito da un editto dei talebani — delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat.


In questa sua dichiarazione Malala parla anche di femminismo.








venerdì 19 dicembre 2014

Il massacro di bambini in Pakistan e l’infanticidio come arma di guerra




di Basir Ahang




Martedì 16 dicembre i Talebani hanno attacco una scuola militare in Pakistan uccidendo 132 bambini e nove persone dello staff. L'istituto si trova in Warsak Road nella zona nord occidentale di Peshawar ed è gestita dall'esercito pakistano per i bambini dei militari e dei civili.

Come affermato dagli stessi Talebani, la strage è stata pianificata in ogni dettaglio con l’obiettivo dichiarato di colpire duramente l’esercito al fine di vendicarsi dei recenti attacchi subiti dalle forze armate pakistane. In realtà la scelta di colpire una scuola non è determinata solo dal desiderio di vendetta.

Le scuole, infatti, sono da sempre state tra i principali obiettivi dei Talebani, perché un popolo istruito porterebbe all’automatica distruzione del terrorismo, il quale raccoglie i propri membri soprattutto nelle zone povere e a basso livello d’istruzione.

Durante il governo del generale Muhammad Zia-ul-Haq, ISI ”Inter-Services Intelligence” fondò poi moltissimi gruppi terroristici, come ad esempio la rete Haqqani, Lashkar-e Jhangvi e Sepahe-Sahaba per combattere contro l’India e ottenere il controllo dell’Afghanistan.

Anche il primo ministro del Pakistan Benazir Bhutto sostenne attivamente i talebani, sia politicamente che economicamente. Forse a quel tempo nessuno si sarebbe aspettato che un giorno, quegli stessi Talebani si sarebbero rivoltati contro di loro.

Negli anni ‘90 il generale Hamid Gul, capo dell’ISI, era orgoglioso di presentarsi pubblicamente come padre dei Talebani.

Oggi la bandiera del Pakistan è a mezz’asta anche al palazzo centrale dell’ISI, mentre i suoi stessi capi mantengono forti legami con i terroristi. Il Pakistan è un paese ormai fuori controllo. Il governo non è più in grado di controllare i gruppi terroristici da lui stesso creati e finanziati perché ormai i Talebani sono forti e indipendenti e hanno preso il controllo di vaste aree del paese ottendendo importanti finanziamenti da paesi come l’Arabia Saudita.

I Talebani che ieri hanno attaccato la scuola sono gli stessi che ogni giorno fanno strage di civili, tra i quali molte donne e bambini, in Afghanistan. Il Pakistan è oggi fulcro e centro di produzione del terrorismo e solo un’onesta strategia a livello internazionale potrebbe davvero cambiare le cose. Una strategia che differisca però da quella attuata in Afghanistan, dove il vero intento non era quello di cacciare i Talebani ma di proteggere gli interessi economici e politici.

In tutti i conflitti l’uccisione di bambini viene costantemente utilizzata come arma di guerra per ferire il nemico nel suo punto più debole, per mettere in ginocchio un paese distruggendone il futuro nel corpo e nello spirito. Quando nemmeno l’innocenza viene riconosciuta allora non esistono più tabù, tutto diventa possibile.

Questa è la guerra e così è sempre stata in ogni luogo del mondo, la religione in tutto questo non c’entra nulla ma viene strumentalizzata dagli stessi Talebani per obiettivi politici ed interessi economici.

lunedì 22 settembre 2014

Un'esecuzione si trasforma in semplice rissa




Pochi giorni fa. Quartiere di Torpignattara, Roma.

Intorno a mezzanotte un ragazzo pakistano di 28 anni, ubriaco, ha molestato alcuni passanti, tra cui un altro giovane che gli si è scagliato contro e lo ha riempito di pugni, uccidendolo.

L'assassino è un italiano minorenne, 17 anni, che ora è stato arrestato con l'accusa di omicidio preterintenzionale. Il problema sta nel fatto che alcune testate giornalistiche hanno liquidato l'episodio come una semplice rissa tra facinorosi, finita male.

Non è proprio così: una provocazione (come in questo caso, pare, uno sputo) non può giustificare una violenza cieca e sproporzionata fino a far perdere la vita a qualcuno.

Khan Muhammad Shantad, questo il nome della vittima, era un senzatetto, ma regolare in Italia; secondo la ricostruzione effettuata dalle forze dell'ordine, era ubriaco e infastidiva con urla e schiamazzi (quindi soltanto a parole) i passanti, fino a quando si è imbattuto nel diciassettenne che era in compagnia di un amico. A quel punto, forse, il ragazzo pakistano ha sputato e questo ha scatenato la reazione dell'italiano che poi ha affermato: “ Gli ho dato solo un pugno”. Alcuni testimoni e il corpo della vittima, invece, parlano chiaramente di pugni ripetuti e di calci tanto che l'Autorità Giudiziaria ha predisposto l'autopsia. Se questa confermasse l'ipotesi, il reato verrebbe trasformato in omicidio volontario.

Questo è accaduto a pochi giorni da un altro triste fatto di cronaca avvenuto nello stesso quartiere: un romeno di 52 anni è stato accoltellato da un suo connazionale a seguito di una lite. Ma troppo spesso e ancora tanti pensano: “Finchè si ammazzano tra loro...”

domenica 27 aprile 2014

Una conferenza per fare il punto sul Pakistan




Ci è pervenuta la seguente comunicazione che pubblichiamo volentieri.


Associazione Italian Friends of The Citizens Foundation TCF – ONLUS, in collaborazione con ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), ha organizzato per giovedì 15 maggio (ore 18.00 presso ISPI, Via Clerici, 5 Milano) una conferenza, aperta al pubblico, dal titolo "Il Pakistan oltre il terrorismo. Il ruolo della società civile". L’incontro vedrà la partecipazione dell’esperto politologo britannico, profondo conoscitore del Pakistan, Prof. Anatol Lieven (King's College London), insieme a:
   
- Prof.ssa Elisa Giunchi, docente di “Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici” (Università degli Studi di Milano) – moderatrice dell’incontro
- Viviana Mazza, giornalista del Corriere della Sera e autrice del libro “Storia di Malala” (Mondadori 2013), inviata in Medio Oriente e nel subcontinente Indo-Pakistano
- Imtiaz Dossa, membro del Consiglio Direttivo di The Citizens Foundation - TCF, esperto sul sistema scolastico pakistano.
La conferenza permetterà di approfondire gli aspetti del Pakistan di oggi, per lo più sconosciuti all’opinione pubblica italiana, e in particolare l’impegno civile a favore dei diritti e dell’empowerment femminile, con l’obiettivo di fornire una panoramica sulla odierna situazione di questo Paese, andando oltre la “mono-dimensione” con cui viene raccontato dai media oggi.




mercoledì 8 gennaio 2014

Routine is fantastic. Donne


 

dols.it


Albania, Siria, Afghanistan, Pakistan, Myanmar, Libano, Iraq, Somalia: questi sono i Paesi e gli scenari in cui vivono le donne la cui vita è stata segnata dai conflitti, dalla violenza, dalla brutalità. Ma queste donne sono ancora capaci di portare, nella loro esistenza quotidiana, la luce della speranza e la tenacia di chi vuole andare avanti, nonostante tutto.

Sono riprese dallo sguardo, attento e sensibile, di Franco Pagetti in un'interessante mostra ancora in corso presso il Palazzo delle Stelline, in Corso Magenta, 61 a Milano. Una mostra, ad ingresso libero, visitabile fino al 12 gennaio e ad ingresso libero.

dols.it
Il titolo è: Routine is fantastic. Donne: “fantastic” nel senso di sorprendente perchè, come scrive il fotografo nella presentazione del lavoro: “ La straordinarietà di queste donne è il saper sempre anteporre le necessità altrui alle proprie. Sono donne che cercano il cibo e lo preparano, che portano l'acqua a casa e la sera, dopo le fatiche, riescono ancora a sorridere e trasmettere serenità”. L'obiettivo riesce a cogliere segni di amicizia, intimità, atmosfere di quieta normalità anche quando - nella maggior parte dei casi - si tratta di persone che trascorrono le giornate nei campi profughi e negli alloggi di fortuna per gli sfollati.

L'esposizione contribuisce alla campagna di raccolta fondi per l'UNHCR a sostegno delle donne rifugiate (per informazioni: liperni@unhcr.org, Giovanna Liperni): l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati protegge, infatti, i rifugiati, garantendo loro che non vengano rimandati in Paesi in cui la loro incolumità sarebbe in pericolo e fornendo l'assistenza necessaria affinché possano integrarsi nei Paesi d'asilo. Ogni passaggio della fuga verso un luogo più sicuro è particolarmente pericoloso per le donne e i bambini perchè - in condizioni di deficit economico, sanitario e scolastico - per loro è facile rimanere vittime di pratiche tradizionali primitive quali, ad esempio, le mutilazioni genitali o i matrimoni in giovanissima età. Se rientrano nel Paese d'origine, inoltre, le donne sono sempre escluse dai processi di ricostruzione post-bellica e incontrano difficoltà a rientrare anche nelle abitazioni o a tornare in possesso delle terre e dei propri beni.

pianetadonna.it
Come recita la Convenzione di Ginevra del 1951 è una rifugiato o una rifugiata: “Colui o colei che temendo, a ragione, di essere perseguitato/a per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino/a e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

E' bene ricordare che queste persone sono fuggite dal proprio Paese perchè perseguitate e sono costrette a vivere lontano dalle proprie radici, in condizioni di indigenza e sotto la continua minaccia di aggressioni e ricatti.

mercoledì 30 ottobre 2013

Il premio Sakarov a Malala Yousafzai

Il premio Sakarov a Malala Yousafzai


Torniamo a parlare di Malala Yousafzai, la ragazza pakistana che viene dal Pakistan. Tra il 2007 e il 2009 la sua regione di origine, quella della valle dello Swat, è stata controllata dai talebani che hanno imposto una dura legge islamica e la chiusura delle scuole. Nel 2008 Malala pronuncia un discorso pubblico sul diritto all'istruzione e, un anno dopo, sotto pseudonimo, attiva un blog sul sito della Bbc. In seguito lei e suo padre, anche lui attivista, partecipano a numerosi documentari e video e la sua identità viene svelata. Nel 2012 la ragazza subisce un attentato: le sparano alla testa mentre si trova sull'autobus che la conduce da scuola a casa. “Diffonde idee occidentali”, questa la dichiarazione del leader del gruppo che ha tentato di ucciderla: ma Malala è viva. E' stata operata prima a Peshawar e poi a Londra.
Malala Yousafzai è diventata un simbolo: della libertà e dei diritti. A febbraio scorso il partito laburista norvegese ha appoggiato la sua candidatura al Nobel per la Pace; da poco è stata premiata come “ambasciatrice di coscienza” da Amnesty International e la scorsa settimana ha ricevuto anche il prestigioso premio Sakarov, che le verrà consegnato il prossimo 20 novembre.
Il Premio Sakarov prende il nome dallo scienziato e dissidente sovietico, Andrei Sakarov, ed è stato istituito nel 1988 dal Parlamento europeo per onorare proprio le persone che dedicano la propria vita alla difesa dei diritti umani e l'eurodeputato ALDE, Andrea Zanoni, ha spiegato il motivo dell'assegnazione del premio a Malala: “ Malala Yousafzai ha sfidato il regime talebano nel distretto di Swat, in Pakistan, con la sua battaglia per i diritti delle donne a ricevere un'adeguata istruzione. A simili donne va la riconoscenza dell''Europa per aver condotto una battaglia così fondamentale per tutte le donne del mondo. Grazie al suo coraggio e alla sua forza, migliaia di donne in Pakistan hanno raggiunto una maggior consapevolezza dei propri diritti e dell'importanza di ricevere un'istruzione”.


Malala è protagonista anche di una bella mostra dell'artista Marcello Reboani, inaugurata a Lecce il 25 ottobre - presso il Must – dopo il debutto a Firenze e che sarà allestita nel Salento fino al 26 novembre.
Il titolo: “ Ladies for human rights”. Curata da Melissa Proietti - in collaborazione con Rfk Center for Justice and Human Rights Europe - il percorso si snoda in 18 ritratti materici, in tecnica mista, di figure femminili che, nel corso del tempo, hanno operato per l'affermazione e la tutela dei diritti umani, sociali e civili di tutte e di tutti. Tra le donne rappresentate: Madre Teresa di Calcutta e Annie Lennox, Rita Levi Montalcini e Lady Diana, Maria Montessori e Audrey Hepburn. Le più giovani, Malala e Anna Frank, rappresentano il valore didattico dato all'iniziativa che si rivolge a tutti, ma in particolar modo, agli studenti per sensibilizzarli sui temi dei diritti umani.



mercoledì 25 settembre 2013

La storia di Rawan: una storia emblematica



Si chiamava Rawan e aveva solo otto anni. Viveva nella'rea tribale di Hardh, nello Yemen, ed è stata venduta dai suoi genitori ad un uomo di quarant'anni, come sua sposa. E' deceduta dopo la prima notte di nozze a causa di una emorragia interna.
La notiazia è stata ripresa dal Gulf News - il sito in inglese della regione del Golfo - e poi dal Daily Mail, ma le autorità locali l'hanno smentita. Gli attivisti di molte associazioni che tutelano e monitorano i diritti umani, invece, chiedono il processo e la condanna dei genitori e dell'uomo.
Nel 2009 il parlamento yemenita ha votato una legge per evitare i matrimoni sotto i 17 anni, ma i conservatori e gli estremisti - rifacendosi ad una interpretazione letteraria del Corano - si sono opposti e hanno ribadito che la legge islamica non pone limiti di età per le unioni. E il caso di Rawan pone di nuovo l'accento su un fenomeno purtroppo ancora molto diffuso non solo nello Yemen, ma in tanti Paesi dove le bambine diventano merce di scambio per genitori poveri, ignoranti o senza scrupoli. “Le conseguenze dei matrimoni infantili sono devastanti. Le bambine vengono tolte dalla scuola, la loro istruzione interrotta in modo permanente e molte soffrono di problemi di salute cronici per avere troppi figli e troppo presto”, sostiene Liesl Gerntholdz, direttore della Divisione per i diritti delle donne di Human Rights Watch e aggiunge: “ E' fondamentale che lo Yemen prenda misure immediate per proteggere le ragazze da questi abusi”. Il fenomeno, nel paese della Penisola araba, secondo gli ultimi dati Unicef, riguarda il 14% delle bambine che si sposa prima dei 15 anni e il 52% prima dei 18.
Troppo esigui i segnali di un cambiamento sia della mentalità sia delle politiche sociali: una piccola speranza, però, è arrivata, nei giorni scorsi, dall'India. Jyoti Singh Pandey era una studentessa ventitreenne. Venne stuprata su un autobus a New Delhi il 16 dicembre scorso e morì due settimane dopo l'accaduto in un ospedale di Singapore per le feite riportate. I quattro accusati della violenza sono stati tutti giudicati colpevoli.



Un incontro interessante a Milano




Giovedì 26 settembre – ore 18 – Sala Buzzati, Via Balzan 3 – Fondazione Corriere della sera
L’altro Pakistan – Storie e scuole che cambiano la vita delle donne

Conversazione con Mushtaq Chhapra, Chairman e fondatore di The Citizens Foundation – TCF sull’istruzione in Pakistan e l’accesso scolastico femminile.
Intervengono Viviana Mazza e Antonio Ferrari del Corriere della Sera.

Ingresso gratuito con prenotazione, scrivendo a italianfiends.tcf@gmail.com

The Citizens Foundation - TCF costruisce e mantiene scuole nelle aree più svantaggiate del Pakistan, garantendo istruzione e formazione di qualità ai figli delle famiglie più povere, focalizzando il proprio impegno anche sull'accesso scolastico femminile.
Mushtaq Chhapra è un imprenditore del settore manifatturiero, filantropo convinto, attivo con diversi enti di beneficienza nelle aree della salute, sicurezza alimentare e dell'arte.
L’iniziativa è realizzata grazie al sostegno di:

Blog 27esima Ora - Corriere della Sera - Fondazione Corriere della Sera - Provincia di Milano - Atelier Anaïs - BECO Textiles - Borgo Paglianetto - Brambilla & Associati - Clayworks - Femminile al Plurale - Grand Hotel ed de Milan - Media Arts - Tramezzino.it - Villa Angarano

lunedì 22 luglio 2013

Il discorso di Malala per il diritto all'istruzione

Stan Honda/AFP/Getty Images

Malala Yousafazai (di cui abbiamo già raccontato la storia) - la ragazza che rivendicò il diritto allo studio per tutte le ragazze pakistane come lei e che, per questo motivo, fu ferita gravemente alla testa dai talebani - ha compiuto sedici anni. Le Nazioni Unite le hanno dedicato il “Malala Day”: “Ecco la frase che i taleban non avrebbero mai voluto sentire 'Buon sedicesimo compleanno, Malala', così l'ex Premier britannico, Gordon Brown, ha dato inizio alla giornata. Una giornata segnata dal discorso della ragazzina, candidata al Nobel per la pace per il suo impegno sui diritti umani. “Malala tu sei la nostra eroina, sei la nostra grande campionessa, noi siamo con te, tu non sarai mai sola”: il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-Moon, ha ringraziato Malala con queste parole dopo il discorso che ha ricevuto l'ovazione di tutti i rappresentanti delle istituzioni presenti nella sala del Palazzo di Vetro.
Un discorso importante.








Cari fratelli e sorelle ricordate una cosa. La giornata di Malala non è la mia giornata. Oggi è la giornata di ogni donna, di ogni bambino, di ogni bambina che ha alzato la voce per reclamare i suoi diritti.
Ci sono centinaia di attivisti e di assistenti sociali che non soltanto chiedono il rispetto dei diritti umani, ma lottano anche per assicurare istruzione a tutti in tutto il mondo, per raggiungere i loro obiettivi di istruzione, pace e uguaglianza.
Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e migliaia di altre sono state ferite da loro. Io sono soltanto una di loro. Io sono qui, una ragazza tra tante, e non parlo per me, ma per tutti i bambini e le bambine. Voglio far sentire la mia voce non perché posso gridare, ma perché coloro che non l’hanno siano ascoltati. Coloro che lottano per i loro diritti: il diritto di vivere in pace, il diritto di essere trattati con dignità, il diritto di avere pari opportunità e il diritto di ricevere un’istruzione.
Cari amici, nella notte del 9 ottobre 2012 i Taliban mi hanno sparato sul lato sinistro della fronte. Hanno sparato anche ai miei amici. Pensavano che le loro pallottole ci avrebbero messo a tacere. Ma hanno fallito. E da quel silenzio si sono levate migliaia di voci. I terroristi pensavano che sparando avrebbero cambiato i nostri obiettivi e fermato le nostre ambizioni, ma niente nella mia vita è cambiato tranne questo: la debolezza, la paura e la disperazione sono morte. La forza, il potere e il coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse. Così pure le mie speranze sono le stesse.
Cari fratelli e sorelle io non sono contro nessuno. Nemmeno contro i terroristi. Non sono qui a parlare in termini di vendetta personale contro i Taliban o qualsiasi altro gruppo terrorista. Sono qui a parlare a favore del diritto all’istruzione di ogni bambino. Io voglio che tutti i figli e le figlie degli estremisti, soprattutto Taliban, ricevano un’istruzione. Non odio neppure il Taliban che mi ha sparato. Anche se avessi una pistola in mano ed egli mi stesse davanti e stesse per spararmi, io non sparerei. Questa è la compassione che ho appreso da Mohamed, il profeta misericordioso, da Gesù Cristo e dal Buddha. Questa è il lascito che ho ricevuto da Martin Luther King, Nelson Mandela e Muhammed Ali Jinnah. Questa è la filosofia della non-violenza che ho appreso da Gandhi, Bacha Khan e Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mio padre e da mia madre. Questo è quello che la mia anima mi dice: siate in pace e amatevi l’un l’altro.
Cari fratelli e sorelle, tutti ci rendiamo conto dell’importanza della luce quando ci troviamo al buio, e tutti ci rendiamo conto dell’importanza della voce quando c’è il silenzio. E nello stesso modo quando eravamo nello Swat, in Pakistan, noi ci siamo resi conto dell’importanza dei libri e delle penne quando abbiamo visto le armi. I saggi dicevano che la penna uccide più della spada, ed è vero.
Gli estremisti avevano e hanno paura dell’istruzione, dei libri e delle penne. Hanno paura del potere dell’istruzione. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. Ed è per questo che hanno appena ucciso a Quetta 14 innocenti studenti di medicina. È per questo che fanno saltare scuole in aria tutti i giorni. È per questo che uccidono i volontari antipolio nel Khyber Pukhtoonkhwa e nelle Fata. Perché hanno avuto e hanno paura del cambiamento, dell’uguaglianza che essa porterebbero nella nostra
società.
Un giorno ricordo che un bambino della nostra scuola chiese a un giornalista perché i Taliban sono contrari all’istruzione. Il giornalista rispose con grande semplicità. Indicando un libro disse: “I Taliban hanno paura dei libri perché non sanno che cosa c’è scritto dentro”. Pensano che Dio sia un piccolo essere conservatore che manderebbe le bambine all’inferno soltanto perché vogliono andare a scuola. I terroristi usano a sproposito il nome dell’Islam e la società pashtun per il loro tornaconto
personale. Il Pakistan è un paese democratico che ama la pace e che vorrebbe trasmettere istruzione ai suoi figli. L’Islam dice che non soltanto è diritto di ogni bambino essere educato, ma anche che quello è il suo dovere e la sua responsabilità.
Onorevole Signor Segretario generale, per l’istruzione è necessaria la pace, ma in molti paesi del mondo c’è la guerra. E noi siamo veramente stufi di queste guerre. In molti paesi del mondo donne e bambini soffrono in altri modi. In India i bambini poveri sono vittime del lavoro infantile. Molte scuole sono state distrutte in Nigeria. In Afghanistan la popolazione è oppressa dalle conseguenze dell’estremismo da decenni. Le giovani donne sono costrette a lavorare e a sposarsi in tenera età. Povertà, ignoranza, ingiustizia, razzismo e privazione dei diritti umani di base sono i problemi principali con i quali devono fare i conti sia gli uomini sia le donne.
Cari fratelli e sorelle, è giunta l’ora di farsi sentire, di lottare per cambiare questo mondo e quindi oggi facciamo appello ai leader di tutto il mondo affinché proteggano i diritti delle donne e dei bambini. Facciamo appello alle nazioni sviluppate affinché garantiscano sostegno ed espandano le pari opportunità di istruzione alle bambine nei paesi in via di sviluppo. Facciamo appello a tutte comunità di essere tolleranti, di respingere i pregiudizi basati sulla casta, sulla fede, sulla setta, sulla fede o sul genere. Per garantire libertà e eguaglianza alle donne, così che possano stare bene e prosperare. Non potremo avere successo come razza umana, se la metà di noi resta indietro. Facciamo appello a tutte le sorelle nel mondo affinché siano coraggiose, per abbracciare la forza che è in loro e cercare di realizzarsi al massimo delle loro possibilità.
Cari fratelli e sorelle vogliamo scuole, vogliamo istruzione per tutti i bambini per garantire loro un luminoso futuro. Ci faremo sentire, parleremo per i nostri diritti e così cambieremo le cose. Dobbiamo credere nella potenza e nella forza delle nostre parole. Le nostre parole possono cambiare il mondo. Perché siamo tutti uniti, riuniti per la causa dell’istruzione e se vogliamo raggiungere questo obiettivo dovreste aiutarci a conquistare potere tramite le armi della conoscenza e lasciarci schierare le une accanto alle altre con unità e senso di coesione.
Cari fratelli e sorelle non dobbiamo dimenticare che milioni di persone soffrono per ignoranza, povertà e ingiustizia. Non dobbiamo dimenticare che milioni di persone non hanno scuole. Lasciateci ingaggiare dunque una lotta globale contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo e lasciateci prendere in mano libri e penne. Queste sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione ai mali del mondo. L’istruzione potrà salvare il mondo.


martedì 7 maggio 2013

Se tutte le donne: la raccolta di racconti di Laila Wadia dedicata all'universo femminile



Che cos'è l'amore vero?”: una domanda che nasce dalla storia della moglie dell'ambasciatore in Pakistan che decide di smettere di fare la statua all'ombra del marito per recarsi in un campo profughi, sfollati dall'Afghanistan, e lì di cominciare a parlare con le ragazze, a insegnare loro a ragionare con la propria testa e a guardare il mondo con gli occhi ben aperti, quegli occhi che osservano oltre la gabbia del burqua. “La figlia del giardiniere” è una madre. Quando viene a sapere che i capi della rivolta islamica vogliono portare via i figli a ogni famiglia per trasformarli in kamikaze, si finge pazza e si comporta male con i suoi stessi bambini, con la speranza che il suo comportamento porti i guerriglieri a prendere lei come vittima sacrificale. Ancora una donna, una futura madre, una moglie ne “Il fiore del melograno” in cui la protagonista farà in modo che la seconda moglie di suo marito metta al mondo un erede e che l'uomo non si sposi per la terza volta. Le donne vanno sempre rispettate: questo è l'insegnamento che la professoressa di inglese di una scuola di Udine vuole inculcare al suo alunno bullo e violento nel racconto intitolato “Melissa”. E il tema del sacrificio è al centro di “ Gelsomino” in cui una donna è costretta a vendere il proprio figlio ad un'altra coppia per riuscire a pagare l'operazione al cuore del suo uomo.
Questi alcuni temi affrontati nella raccolta di racconti intitolata Se tutte le donne, da poco pubblicata da Barbera edizioni, della scrittrice indiana, ma triestina di adozione, Laila Wadia. E se le donne cominciassero a pensare? E se si ribellassero ai soprusi? Se fossero più consapevoli delle loro potenzialità e qualità? Se tutte potessero studiare, lavorare ed essere autonome?
Parte da queste domande il nuovo lavoro di Laila Wadia - già autrice di altri due libri di successo “Amiche per la pelle” e “Come diventare italiani in 24 ore” - e nel quale si riferisce a tutte le donne del mondo, donne che, nella dedica, chiama “sorelle troppo silenziose”. Figure femminili diverse per età, condizione sociale, nazionalità, istruzione, ma accomunate dalla stessa capacità di essere solidali, sensibili, generose, astute, ragionevoli, profonde. Attraverso il loro sguardo, i loro gesti, le loro decisioni (spesso dolorose) e il loro coraggio la scrittrice osserva e parla della realtà contemporanea in tutte le latitudini: parla dell'assurdità della guerra, della disperazione dei profughi, della solitudine di chi vive in Occidente, delle aspettative delle nuove generazioni, della difficoltà, ma anche della bellezza del rapporto con gli uomini. Si snodano parole, lacrime e sorrisi nelle pagine di questo libro intenso e leggero, commovente e ironico che suggerisce l'importanza di saper indossare le scarpe degli altri. Sì, perchè Laila Wadia, in un'intervista, ha dichiarato di indossare sempre scarpe diverse (belle, brutte, basse, alte) e, con quelle, di camminare molto per favorire l'incontro e la conoscenza degli altri e perchè, per riprendere le sue stesse parole: “ Indossare le scarpe di un'altra persona significa farsi carico del suo destino”.

martedì 26 marzo 2013

Il diritto allo studio: quando non è scontato



Si chiama Malala Yousufzai ed è una ragazzina pakistana di 15 anni. Cinque mesi fa è stata aggredita dai talebani: le hanno sparato alla testa e al collo riducendola in fin di vita. Il fatto è accaduto nella valle di Swat, l'area tribale in cui Malala è nata. Perchè questa violenza? Perchè la ragazza promuoveva il diritto all'istruzione per le bambine. Alla fine del 2008 Malala viene incaricata di scrivere un blog per la BBC Urdu per raccontare l'impatto della dominazione talebana sulla vita quotidiana dei giovani del suo villaggio. Sotto lo pseudonimo di Gul Makai, la ragazzina scrive per dieci settimane e, tra le tante sue considerazioni, si può leggere: “Guardo la mia uniforme scolastica, lo zaino per i libri, l'astuccio e mi rattristo. Solo i maschi tornano a scuola domani”; “Mio fratello non ha fatto i compiti e teme di venire punito se va a scuola. La mamma dice che domani ci sarà il coprifuoco e lui si mette a ballare per la gioia”; “Mio padre ci ha detto che il governo proteggerà le scuole, ma la polizia non si vede da nessuna parte. Ogni giorno sentiamo notizie di soldati uccisi e tanti altri rapiti”. Malala è stata curata prima in Pakistan e poi in Gran Bretagna,a Birmingham dove è tuttora convalescente.
Durante la scorsa edizione del Film Festival Umanitario Internazionale, che si è tenuta a gennaio presso la Casa del cinema di Roma, a Malala Yousufzai è stata consegnata una borsa di studio che le permetterà di completare la sua formazione, oltre al conferimento della cittadinanza onoraria della città.
Il programma della manifestazione ha visto la realizzazione dell'evento speciale intitolato “Tutte a scuola”, un evento sostenuto dalla Commissione delle elette del Comune di Roma e organizzato da SENZA FRONTIERE/withoutborders: un momento di riflessione sul ruolo dell'educazione scolastica obbligatoria e della cultura all'interno di una nazione. Per l'occasione è stato proiettato il film Buddha collapsed out of Shame di Hana Makhmalbaf, vincitore dell'Orso d'Argento al Festival di Berlino 2007: si narra la storia di Bakthay, un'altra bambina che vive in una località montuosa ad est di Kabul. Vuole andare a scuola, ma le è difficile acquistare quaderni e matite e, soprattutto, sfidare il mondo degli adulti e dei suoi coetanei che giocano alla guerra e alla lapidazione. Cerca di perseguire il suo intento con determinazione e non ci sta ad essere apostrofata “piccolo insetto”, ma nel finale dice: “Bisogna morire per essere liberi”, lasciandosi cadere su un letto di fieno sotto i colpi di mitra-giocattolo imbracciati da altri bambini come lei. Il film ha stimolato un dibattito durante il quale la giornalista del Tg3 Lucia Goracci ha sostenuto che: “La battaglia per l'istruzione è quella che influenzerà anche l'esito delle Primavere arabe”. Comunque, in Iran - come in Pakistan e in Afghanistan - le fasce della popolazione più ignoranti ed affamate sono maggiormente preda dei Mullah; a questo si aggiungono lo sbarramento in accesso nelle università per le ragazze, il peso del cambio tra la moneta locale e il dollaro (a seguito, ad esempio, alle sanzioni comminate all'Iran) e, infine, l'impossibilità, per il ceto medio, di andare a studiare all'estero a causa del costo troppo elevato del viaggio.
Ma chiudiamo ancora con le parole di Malala, postate su Facebook poco prima di essere aggredita: “Anche se verranno a uccidermi dirò loro che sbagliano. L'istruzione è un nostro diritto fondamentale”.

domenica 24 marzo 2013

Il genocidio ignorato degli hazara in Pakistan


Dopo più di un secolo di crimini sistematici come il genocidio, la schiavitù, gli abusi e le violenze sessuali, i crimini di guerra e le discriminazioni, essere Hazara appare ancora oggi un crimine in Paesi come l’Afghanistan e il Pakistan. Solo Sabato 16 Febbraio 2013, infatti, più di trecento uomini, donne e bambini sono stati uccisi o feriti in un attacco terroristico nella città di Quetta. Questo attacco segue un altro attentato avvenuto il 10 Gennaio nella stessa città, attacco che ha provocato la morte di più di cento persone. In questi ultimi anni, più di mille persone appartenenti all’etnia Hazara sono state uccise in simili attacchi organizzati in questo Paese. Oggi, nella loro stessa terra, in Afghanistan, le persone appartenenti a quest’etnia non sono al sicuro.
Attraverso la conferenza che si è tenuta a Bologna il 17 marzo scorso, organizzata dalla Rete Internazionale del Popolo Hazara, si è cercato di capire cosa sta accadendo in quell'area del mondo.
Innanzitutto bisogna partire - come ha sottolineato la giornalista Laura Silvia Battaglia nel suo intervento - da un'informazione corretta. I giornalisti devono documentarsi meglio, studiare e, possibilmente, conoscere le persone e le situazioni di cui scrivono o parlano perchè solo la conoscenza può aiutare a capire le cose.
In particolare, questo discorso vale per la stampa italiana che non si occupa mai abbastanza di politica internazionale e, per quanto riguarda, ad esempio, la politica interna riguardo al tema dell'immigrazione, ne parla sempre in termini di “sicurezza”. Per questi motivi, in Italia, non si hanno molte notizie certe sulla situazione in Afghanistan o in Pakistan e, in rete, si trovano spesso soltanto informazioni scritte in inglese.
Chi riporta le informazioni da quei paesi si dimentica che, al loro interno, ci sono realtà etniche diversissime e che questa diversità non poggia soltanto su motivazioni religiose, ma anche su vicende storiche e disuguaglianze culturali; dimenticando questo, le varie etnie spariscono dalle cartine geografiche, dai discorsi geopolitici e dal mondo dell'informazione. La giornata organizzata dalla Rete Internazionale del Popolo Hazara aggiunge alcuni tasselli di conoscenza e di approfondimento per colmare questi vuoti, queste lacune.
Adelaide Zambusi, coordinatore regionale presso UNHCR Italia, ha ricordato che:
Costituiscono genocidio, secondo la definizione adottata dall'ONU, "Gli atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso". Anche la sottomissione intenzionale di un gruppo a condizioni di esistenza che ne comportino la scomparsa sia fisica sia culturale, totale o parziale, è di solito inclusa nella definizione di genocidio.
Il termine, derivante dalla greco γένος (ghénos razza, stirpe) e dal latino caedo (uccidere), è entrato nell'uso comune ed ha iniziato ad essere considerato come un crimine specifico, recepito nel diritto internazionale e nel diritto interno di molti Paesi.
L' 11 dicembre 1946, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe il crimine di genocidio con la risoluzione 96 come "Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte". Il riferimento a "gruppi politici", un'aggiunta rispetto alla proposta di Lemkin, non era gradito all'Unione Sovietica, che fece pressioni per una formulazione di compromesso. Nel dicembre del 1948 fu adottata, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, all'articolo II, definisce il genocidio come:
Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale:

  • Uccidere membri del gruppo;
  • Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo;
  • Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;
  • Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo;
  • Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.

Basir Ahang, giornalista e attivista dei Diritti Umani, ha, invece, sottolineato che questo incontro è stato organizzato anche: “... per il diciottesimo anniversario dell'assassinio di Baba Mazari, l'uomo che perse la sua vita perché credeva nell'uguaglianza e nella giustizia per tutti i cittadini dell'Afghanistan, l'uomo che desiderava che l'essere Hazara non rappresentasse più un crimine. Per due secoli gli Hazara hanno vissuto diversi tipi di crimine come il genocidio, la pulizia etnica, la schiavitù e l'emigrazione forzata. Io non capisco come mai il genocidio degli Hazara venga ignorato dai principali mezzi di comunicazione. I giornali non se ne occupano quasi mai e quando lo fanno parlano di uccisione di sciiti e non di uccisione di Hazara. Ancora non so se questa politica dell'informazione sia da attribuire a un qualche tipo di falsificazione o semplicemente all'ignoranza. Forse non sanno che il motivo per il quale gli Hazara vengono uccisi dai terroristi sia in Pakistan che in Afghanistan è proprio il fatto che loro sono Hazara, facilmente distinguibili dagli altri per via dei loro tratti asiatici. Gli Hazara non vogliono ricorrere alle armi, alla violenza e alla guerra perché credono ancora che il miglior modo di trovare la pace sia la tolleranza e perché pensano che il miglior modo per convivere con gli altri sia accettarsi e rispettarsi reciprocamente. Oggi siamo qui per parlare di tutto questo, siamo qui per dire che anche gli Hazara fanno parte della società umana ed hanno il diritto di vivere in pace. Siamo qui anche per chiedere ai nostri amici italiani di esserci a fianco proprio come oggi, in questa ricerca della pace”.
Terminiamo con la lettera aperta che i poeti di tutto il mondo hanno scritto al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, al Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama:
Egregi Signori,
Dopo più di un secolo di crimini sistematici come il genocidio, la schiavitù, gli abusi e le violenze sessuali, i crimini di guerra e le discriminazioni, essere Hazara appare ancora oggi un crimine in paesi come l’Afghanistan e il Pakistan. Solo Giovedì 10 Gennaio 2013, infatti, più di cento Hazara sono stati uccisi in un attacco terroristico nella città di Quetta, in Pakistan. In questi ultimi anni, più di mille persone appartenenti all’etnia Hazara sono state uccise in simili attacchi organizzati nello stesso paese.
Oggi, nella loro stessa terra, in Afghanistan, le persone appartenenti a quest’etnia non sono al sicuro. Ogni anno sono esposte agli attacchi dei Kuchi afghani che godono del supporto dei Talebani e del governo afghano. Le loro strade vengono bloccate da Talebani armati, le loro auto vengono fermate e i passeggeri uccisi. Nel centro dell’Afghanistan, dove una gran parte della popolazione Hazara è marginalizzata, non hanno nemmeno accesso a diritti basilari. Ancora oggi essi sono esposti agli attacchi dei Talebani. Il risultato è che circa un milione di Hazara sono fuggiti in numerosi paesi come rifugiati o richiedenti asilo, il più delle volte vivendo in terribili condizioni umane e psicologiche.
La popolazione indigena Hazara rappresentava circa il 67% della popolazione dell’Afghanistan prima del XIX Secolo. Nel corso di questo secolo hanno sofferto il genocidio e la schiavitù e sono stati obbligati con la violenza ad abbandonare le loro terre, situate nel sud del moderno Afghanistan. Più del 60% di questa popolazione venne uccisa e migliaia di loro furono venduti come schiavi.
L’intera storia del XX secolo in Afghanistan è stata contrassegnata dalle uccisioni e dalle discriminazioni nei confronti di questo popolo. Il 10 e 11 Febbraio 1993 in un’area di Kabul chiamata Afshar, il governo dei Mujaheddin e i suoi alleati massacrarono migliaia di donne, uomini e bambini di etnia Hazara. Nell’Agosto del 2008, inoltre, i Talebani uccisero più di 10 000 Hazara nella città di Mazar-i-Sharif. Simili massacri si diffusero velocemente anche in altre parti del paese. La distruzione di simboli e patrimoni artistici e culturali Hazara, nonché la creazione e diffusione di un falso percorso storico attribuito loro, sono state altre strategie adottate, oltre ai già sopracitati crimini, al fine di eliminare l’esistenza di quest’etnia.
Per esempio nel Marzo del 2001, come è noto, i Talebani distrussero le antiche statue di Buddha a Bamiyan, simboli della storia e della cultura Hazara, nonché uno dei capolavori più importanti del patrimonio dell’umanità. Tale è la storia di questi ultimi due secoli di crimini contro il popolo Hazara.
Per queste ragioni, noi poeti di tutto il mondo dichiariamo la nostra solidarietà al popolo Hazara e chiediamo ai leader di tutto il mondo di tenere in considerazione i seguenti punti al fine di assicurare la sicurezza e la salvaguardia del popolo e della cultura Hazara:

1. Dichiarare uno stato di emergenza riguardante la situazione degli Hazara autorizzato dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.
2. Esercitare pressione sul governo dell’Afghanistan e sul governo del Pakistan, richiedendo la cessazione immediata degli atti di discriminazione contro gli Hazara, nonché la cessazione del loro supporto a gruppi terroristici.
3. Richiedere agli Stati parte della Convenzione sui rifugiati la protezione dei richiedenti asilo Hazara e la concessione del diritto d’asilo.
4. Istituire una Commissione internazionale di verità che indaghi sui crimini contro il popolo Hazara.
5. Aprire un’indagine presso le Corti e i Tribunali Internazionali come ad esempio la Corte Penale Internazionale.
6. Richiedere alle truppe internazionali presenti in Afghanistan di assicurare la sicurezza delle persone di etnia Hazara.
7. Richiedere ai media internazionali di riferire ed indagare sui crimini e le violenze contro il popolo Hazara in Pakistan e in Afghanistan.








sabato 12 gennaio 2013

Pakistan: riprendono le vaccinazioni antipoliomelite

Solo un mese fa il Pakistan si è macchiato ancora di sangue: a Karachi, nel sud del Paese, un colpo di pistola alla testa, un attacco coordinato per uccidere quattro volontarie che partecipavano alla campagna antipoliomelite. Un'altra giovane operatrice, 17 anni, è stata colpita a morte a Peshawar, nel nord, e altre due sono state ferite.
La mano armata è quella delle organizzazioni mafiose e degli insorti islamici che - facendo leva sulla propaganda e sulla superstizione - vogliono controllare i quartieri e le città. Alcuni gruppi religiosi avevano, infatti,  emesso una fatwa contro la profilassi che, secondo una credenza popolare, può ridurre la fertilità maschile; i talebani si sono opposti alla campagna di vaccinazione anche per il timore che gli operatori sanitari fossero agenti di spionaggio. 
Tutto questo aveva indotto l' Unicef e l'Organizzazione mondiale della sanità a sospendere le operazioni. Ma, per fortuna, in questo caso c'è la buona notizia: dal 5 gennaio sono, infatti, riprese le vaccinazioni contro la poliomelite, soprattutto nei villaggi dove - ancor più che nelle città - mancano l'assistenza sanitaria e la cultura della salute.
Le autorità del Paese hanno affermato che provvederanno a fornire una protezione  adeguata ai volontari, medici e infermieri delle agenzie ONU impegnate nel lavoro: si spera che mantengano la promessa perchè non si può strumentalizzare la salute di 5 milioni di bambini.