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sabato 20 dicembre 2014

Cristo nelle periferie con la Buona Novella


di Mohamed Ba
 
Nascerebbe qui, disse Don Gallo, guardando gli ultimi della società raccolti in preghiera.



Non capita tanto spesso di assistere a uno spettacolo in cui il ‘nome’ (e quello di Fabrizio De André indubbiamente lo è) non costituisca l’elemento catalizzatore che annulla qualsiasi altra opportunità di lettura. In questa “Buona Novella” c’è sicuramente lo spirito di Faber ma c’è anche molto di più. C’è, innanzitutto una compagine di attori tutti giovani e tutti straordinariamente vitali, efficaci, partecipi e (per utilizzare un termine onnicomprensivo) bravi. Potrebbero essere portati come esempio a tanti loro blasonati colleghi costantemente microfonati anche quando cantano sotto la doccia. Qui si canta e si recita con la propria voce e non ce n’è uno che per questo perda di efficacia. Anzi. 

La regia di Russo e Spadaro li sottopone a un tour de force che li porta dalle note di De André ai blues di Harlem senza dimenticare il canto popolare italiano ma non perdono un colpo. A Russo si deve anche un testo che prende le mosse da una frase di un altro genovese che è sempre andato in direzione ostinata e contraria: Don Gallo. Il sacerdote affermava: «Sapete dove sceglierebbe di nascere oggi? Vorrebbe nascere qui, in questo campo, tra voi nomadi, in questa periferia del mondo. E come pastori sceglierebbe proprio voi per un presepio... colorato, con il colore di chi soffre come voi, ma vive».
Il pregio però è quello di non restare rigidamente legato all’impostazione iniziale ma di svariare poi su diversi registri fino a mescolare, in una cacofonia produttrice di senso, i dialetti. Gli interrogativi dell’umanità emergono costantemente e vengono affidati a tutti i personaggi sia con riflessioni che partono dall’oggi sia collocandole in quel passato sempre presente che è scritto nei Vangeli (canonici e non). Dall’accettazione dell’Annuncio sino alla rivolta disperata davanti alla Croce dell’intensa Maria di Giulia Vecchio, la figura di Cristo viene riletta con passione e partecipazione così che la vicenda terrena di colui che era ‘venuto da molto lontano a convertire bestie e gente’ ci possa risultare nuovamente vicina.


TEATRO MENOTTI di Milano, Via Ciro Menotti, fino al 31 dicembre

sabato 22 novembre 2014

Lettera aperta da TOR SAPIENZA


Lettera aperta dei rifugiati del centro di accoglienza di Viale Giorgio Morandi, TOR SAPIENZA, Roma.

Riceviamo questa lettera aperta degli ospiti del Centro “Un sorriso” di Tor Sapienza (Roma), scritta in seguito agli episodi di razzismo, intolleranza e di violenza verificatisi negli ultimi giorni.


Tutti parlano di noi, ma nessuno veramente ci conosce. Siamo trentacinque persone provenienti da diversi paesi: Pakistan, Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania. Non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati, artigiani, insegnanti, ecc. ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare le nostre vite. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per fare male a nessuno.





In questi giorni abbiamo sentito molte cose su di noi: che rubiamo, che stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia per creare problemi, né tanto meno per scontrarci con gli italiani. A questi ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non divisi.



Da tre giorni viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo sentiti dire negri di merda; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente come gli italiani; ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace, abbiamo paura per la nostra vita. Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro.



Vogliamo dire no alla strada senza uscita a cui porta il razzismo, vogliamo parlare con la gente, confrontarci. Sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle nei nostri Paesi, che la violenza genera solo altra violenza. Vogliamo anche sapere chi è che ha la responsabilità di difenderci? Il Comune di Roma, le autorità italiane, cosa stanno facendo? Speriamo che la polizia arresti e identifichi chi ci tira le bombe. Se qualcuno di noi dovesse morire, chi sarebbe il responsabile?



Non vogliamo continuare con la divisione tra italiani e stranieri. Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera. Se il centro dove viviamo dovesse chiudere, non sarebbe un danno solo per noi, ma per l’intero senso di civiltà dell’Italia, per i diritti di tutti di poter vivere in sicurezza ed in libertà. Il quartiere è di tutti e vogliamo vivere realmente in pace con gli abitanti. Per questo motivo non vorremmo andarcene e restare tutti uniti perché da quando viviamo qui ci sentiamo come una grande famiglia che nessuno di noi vuole più perdere, dopo aver perso già tutto quello che avevamo.