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sabato 2 gennaio 2016

Stay human Africa: Cosa è successo in Africa nel 2015?

di Veronica Tedeschi

Liberia e Sierra Leone libere dall’ebola

La terribile epidemia è stata sconfitta dopo aver fatto ben 11.300 vittime. La notizia dell’abbattimento dell’epidemia ha fatto riversare nelle spiagge tutta la popolazione liberiana, che ha festeggiato per giorni. In Sierra Leone, un rapper locale ha inciso la canzone “Bye bye Ebola” che ha fatto ballare il presidente, i poliziotti e persino le suore.


 


Il nuovo presidente della Tanzania

Il 25 ottobre John Pombe Magufuli è stato eletto presidente della Tanzania. Già nei primi giorni di mandato ha iniziato a scrivere riforme per il paese come l’adozione di misure straordinarie per ridurre gli sprechi e massimizzare l’efficacia della spesa pubblica. Ha chiesto ai giovani tanzaniani di ripulire gli spazi pubblici delle loro città, come ha fatto lui stesso tra le strade di Dar Es Salam.

Le elezioni politiche in Nigeria

Nonostante le minacce di Boko Haram, le elezioni in Nigeria si sono svolte regolarmente e, per la prima volta dal 1999 (introduzione della democrazia multipartitica), il governo non ha ottenuto la maggioranza dei voti e dalla urne è uscito vincitore Muhammadu Buhari, ex dittatore convertito ai principi democratici. In Nigeria, per la prima volta, il potere è stato trasferito in modo pacifico nella speranza che questo possa essere un esempio per gli altri paesi africani.

Il terzo mandato di Pierre Nkurunziza

(Leggi anche: "Un presidente che non cede", "Elezioni non credibili" e "Africa: Cosa succede in Burundi?")

In molti paesi africani l’ostinazione dei propri presidenti a ricandidarsi contro la volontà dei propri cittadini e contro le proprie costituzioni, sta diventando la normalità e sta provocando un numero sempre più alto di vittime causate dalle proteste. Il caso più emblematico è sicuramente quello del Burundi con la candidatura al terzo mandato del presidente Nkurunziza ma altri Stati stanno seguendo questo esempio come il Congo con Denis Sassou- Nguesso. Tale pratica sta diventando oggetto di severe critiche in tutto il continente e in tutto il mondo.

Il nuovo presidente del Burkina Faso

(Leggi anche: “Cosa succede in Burkina Faso?”)

Il
Burkina Faso, ha eletto pochi giorni fa come nono Capo dello Stato del Paese africano Roch Marc Christian Kaboré, eletto il 29 novembre al primo turno delle elezioni presidenziali. Il suo insediamento pone fine al regime di transizione seguito alla caduta, in ottobre 2014, dell’ex Capo dello Stato Blaise Compaoré.

L’accordo di pace in Sud Sudan

L’accordo di pace, firmato il 26 agosto, non sembra aver cambiato molto nel paese, ancora scosso da scontri violentissimi e da un’inflazione galoppante. Il conflitto non sembra avere breve durate e molti sud sudanesi hanno lasciato il paese per rifugiarsi in Uganda o nella Repubblica democratica del Congo oientale.

Le nuove relazioni tra Cina e Africa

Lo scorso 4 e 5 dicembre, si è tenuto
il sesto Forum per la cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che per la prima volta è stato aggiornato al livello di vertice e dopo quindici anni dalla sua istituzione ha avuto luogo in Africa, esattamente a Johannesburg.

La cooperazione tra i due continenti è in costante crescita e vede oltre tremila imprese cinesi operative nel continente africano; l’incontro a Johannesburg ha rappresentato l’apice dell’azione diplomatica che la Cina ha condotto nei confronti dell’Africa.



L’omosessualità non è più illegale in Mozambico

Il 29 giugno è entrato in vigore il nuovo codice penale del Mozambico, già modificato a dicembre scorso e che, come grande novità, contiene una proibizione della persecuzione giudiziaria contro gli omosessuali. Questa è una fresca boccata d’aria per la popolazione mozambicana che vive in uno degli stati in cui l’intolleranza è da sempre la meno influente rispetto ad altri Stati dell’Africa meridionale.

giovedì 12 novembre 2015

Hate crimes in Europe: il caso della morte di Pavlos Fyssas

di Cinzia D'ambrosi


Il caso della morte di Pavlos Fyssas

Questo breve articolo presenta il caso della morte di Pavlos Fyssas avvenuta il 17 Settembre 2013 e le ragioni per cui il suo processo attuale e' importante non solo per la Grecia, ma per l'intera Europa. La morte di Pavlos Fyssas, a causa di un fatto di razzismo, ha dell' implicazioni molto profonde perche' tocca le fondamenta del sistema giudiziario a cui noi, in quanto cittadini ed individui, facciamo riferimento.

Pavlos Fyssas, 34enne attivista della sinistra e musicista hip-hop, e' stato accoltellato a morte da alcuni membri della Golden Dawn (partito dell'estrema destra) nel distretto di Keratsini ad Atene. Era con degli amici in un caffe' a guardare una partita di calcio, quando uno di questi ha fatto un' osservazione contro il Golden Dawn che purtroppo fu sentita da un membro proprio di quel partito che sedeva al tavolo accanto. Costui si è subito messo in contatto tramite cellulare con dei membri della Golden Dawn che in breve tempo, numerosi e con la polizia DIAS in motocicletta hanno circondato il caffe'. Pavlos stava cercando di aiutare i suoi amici a lasciare la scena quando è stato attaccato.

Per la prima volta e' in corso un processo d'omicidio contro i membri della Golden Dawn. Sin dal suo inizio ci sono state molte controversie, tra cui il fatto che il processo si stia svolgendo nella piu' grande prigione della nazione, Korydallos, in periferia d' Atene ed in una zona che ha molte affiliazioni di destra. Tutti i testimoni, inclusi il padre di Pavlos Fyssas ed i suoi avvocati, sono stati intimiditi ed anche attaccati. Ottenere un giudizio giusto e quindi ottenere una vittoria contro il razzismo e' d'importanza notevole cosi' come poter incoraggiare altre vittime a farsi venire avanti e denuniciare. Perdere il processo vorrebbe dire ristabilire il potere delle destre sul sistema giudiziario.




Didascalia:

Il processo e' controversialmente in corso nel Korydallos, la piu' grande prigione della Grecia. Foto di Cinzia D'Ambrosi.






The Case of Pavlos Fyssas death

This brief article is an introduction to the case of Pavlos Fyssas death on the 17th Septmber 2013 and why its current trial is very important not just for Greece but for Europe. Pavlos Fyssas death following a racist incidence has profound implications because it touches the foundations of the Justice System which we, as individuals and societies, rely on. It is also an example of courage.

Pavlos Fyssas, a 34-year-old left-wing activist and hip-hop artist, was stabbed to death by Golden Dawn supporters in the Keratsini district of Athens. He was with friends in a coffee shop and one of his friends made a remark against the Golden Dawn. It was overheard by someone on a nearby table, who called by cell phone members of the Golden Dawn and DIAS motorbike police. Soon the coffee shop was surrounded by numerous Golden Dawn members. Pavlos was trying to help his friends to escape when he was knifed and died at the scene. The trial against the perpetrators, members of the Golden Dawn is the first of the kind. The trial is being controversially held in the country's biggest jail, Korydallos prison and in an area known for far right affiliation. All the witnesses, including the father of Pavlos Fyssas, the boy who was killed have been intimidated at the start of the trial. Reaching a just verdict is a victory over racism and an encouragement for the many victims to come forward. Losing will only re-initiate the discourse of government and far right affiliations, and overall a defeat on our Justice System.




mercoledì 4 novembre 2015

Dossier sull'immigrazione





L’utilità di un Rapporto statistico appare evidente per la comprensione di un fenomeno complesso quale quello dell’immigrazione, una realtà che in Italia è andata acquistando una dimensione crescente nel corso degli ultimi decenni.
È questo l’ambito in cui è specializzato il Centro Studi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico, che dal 2004 cura e pubblica l'omonima ricerca Dossier Statistico Immigrazione. Il Rapporto annuale, in precedenza realizzato per organizzazioni ecclesiali, nel 2013 e nel 2014 è stato curato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri/Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali.
Il Dossier offre un’analisi organica delle migrazioni imperniata su vari aspetti, con un ampio supporto di dati statistici: il contesto internazionale; i flussi migratori e la presenza di immigrati e rifugiati in Italia; il mondo del lavoro; i diversi livelli di inserimento sociale; i contesti regionali.
I redattori del Rapporto sono strutturati in una redazione nazionale e in referenti regionali che operano a titolo personale o come rappresentanti di organizzazioni locali. Il loro impegno consiste nell’unire al rigore scientifico e all'analisi socio-statistica, la semplicità espositiva al fine di soddisfare le esigenze di tutti i lettori, dai funzionari pubblici agli operatori sociali, dagli studenti ai ricercatori, dagli stessi immigrati ai cittadini di altri paesi interessati a conoscere la situazione italiana.
Il sito, attraverso schede sintetiche, presenta lo stato dell’immigrazione rilevato anno per anno e offre una visione d’insieme delle numerose pubblicazioni monografiche apparse nelle Edizioni IDOS ed eventualmente disponibili su richiesta.
Ampio risalto è dedicato anche ad altri Rapporti annuali: l’Osservatorio Romano sulle Migrazioni, promosso da Caritas di Roma, CCIAA e Provincia di Roma; Il Lazio nel Mondo. Immigrazione ed emigrazione promosso dalla Regione Lazio; i Rapporti dell'European Migration Network (dal 2004 a marzo 2014). Nel periodo 2006-2012, IDOS ha anche curato e pubblicato per la Fondazione Migrantes il Rapporto Italiani nel Mondo.



Qui trovate la scheda di sintesi: http://dossierimmigrazione.it/comunicati.php?tipo=schede&qc=143


Per ulteriori informazioni: http://dossierimmigrazione.it/

martedì 3 novembre 2015

America latina: i diritti negati



LA 72”



di Mayra Landaverde


Situato nel comune di Tenosique, Tabasco, "Il rifugio 72 casa per gli immigrati" dà loro uno spazio che ospita temporaneamente le difficoltà della strada. Qui ci si aspetta il treno “La Bestia” si riposa, si mangia. Si tengono anche delle visite mediche per chi ne abbia bisogno. Qui è un rifugio anche per nascondersi dalla criminalità organizzata.


Ma questo luogo, che dovrebbe essere di passaggio, per molti alla fine diventa una sorta di limbo dove si aspetta: si aspetta il denaro inviato dalle famiglie, si aspetta di trovare un lavoro, si aspetta di guadagnare forze. La vita in "La 72" prende per questa parte di migranti un'atmosfera di una calma domesticità in cui è difficile andarsene, dinamiche in cui questi uomini (la maggior parte degli ospiti sono maschi) ormai si erano abituati. Un vero rifugio dove fanno amicizia, dove mangiano insieme agli altri, dove ognuno si racconta. Ma alla fine tutti partono sempre con la speranza di riuscire ad arrivare dall’altra parte della frontiera e compiere il sogno americano.

* Questa serie di scatti fotografici di OLIVIA VIVANCO ha vinto il terzo posto nel XXXII Concorso di fotografia antropologica “Migrazioni” della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia, l’INAH e il Ministero per la cultura e le arti.




 
 
 
 
 




Olivia Vivanco è nata a Città del Messico. Ha un diplomato alla Scuola Nazionale di Arti Plastiche e fotografia dell’UNAM e un Seminario di fotografia contemporanea 2007 svolto nel Centro de la imagen.


Ha esposto il suo lavoro in luoghi come il Museo dell'Università del Chopo, CNDH, ENAH, Centro de la imagen, Festival internazionale della della fotografia latina nel 2006 e nel 2007 a Parigi e nella Sala della fotografia documentaria per i diritti umani, l'infanzia e la gioventù in Colombia. Ha pubblicato in riviste Mexicanisimo, Picnic Bizco Magazine, Spleen Journal, Registro e Voces de Altaïr. Insegna presso l'Università del Claustro di Sor Juana. Ha ottenuto una borsa di studio nel 2010 per promuovere progetti culturali.


venerdì 30 ottobre 2015

Gruppo GUE/NGL vota contro la Relazione d'Iniziativa Prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche



Bruxelles, 19 ottobre 2015

La Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo ha votato a favore la Relazione d’Iniziativa Prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche, redatta dalla deputata francese del Partito Popolare Europeo Rachida Dati.



Il Gruppo GUE/NGL ha presentato 95 emendamenti alla versione iniziale della Relazione e ha lavorato, nel corso di tutto il processo che ha portato a questo voto, a stretto contatto con varie ONG che operano nel settore dei diritti fondamentali.

Barbara Spinelli, Relatore Ombra per il Gruppo GUE/NGL, ha dichiarato:

«Alcune delle nostre linee rosse sono purtroppo state integrate nel testo finale, come la richiesta di un maggiore controllo dei confini esterni dell'Unione, il rafforzamento delle Agenzie europee quali EUROPOL, la richiesta di una piena cooperazione con i paesi terzi, inclusa la Lega Araba, nonché l'impegno a lavorare verso la finalizzazione, entro la fine dell'anno, della Direttiva sul PNR europeo. Per il nostro Gruppo è altresì problematico l’approccio adottato riguardo alla prevenzione della radicalizzazione su internet, che prevede una responsabilità legale in capo alle società di internet e ai gestori di servizi di cooperare con le autorità degli Stati Membri al fine di cancellare i contenuti illegali su internet nonché il compito, per tali società, di promuovere, in cooperazione con le autorità, narrative positive. A cui si aggiunge la richiesta rivolta agli Stati Membri di istituire un’Unità Speciale volta a facilitare l'individuazione e l’eliminazione dei contenuti illegali su internet.

«In ogni caso il nostro Gruppo ha conseguito vari successi, come quello sull'introduzione di misure di prevenzione, tra cui i programmi educativi nelle prigioni volti al reinserimento dei detenuti e i programmi di supporto per i lavoratori in prima linea, finanziati attraverso investimenti sociali a lungo termine da parte degli Stati Membri. Abbiamo inoltre ottenuto miglioramenti riguardo al ruolo della scuola e dell'istruzione come strumento per prevenire la radicalizzazione attraverso la promozione di corsi di tolleranza e diritti umani, e abbiamo affrontato i fattori socio-economici che conducono a emarginazione chiedendo investimenti in progetti sociali e di vicinato volti a combattere l'emarginazione economica e geografica.

«Siamo riusciti infine ad ottenere l'adozione di una serie di richieste rivolte agli Stati Membri, ad esempio quella di implementare diligentemente gli strumenti dell'Unione Europea contro la discriminazione e adottare misure efficaci per affrontare la discriminazione, l'incitamento all'odio e i reati di odio, nonché incoraggiare gli Stati Membri ad adottare azioni immediate contro il sovraffollamento delle carceri, che continua ad essere un grave problema in molti Stati Membri.

«Per concludere, siamo riusciti ad evidenziare nel rapporto che una strategia per contrastare l'estremismo, la radicalizzazione e il reclutamento di terroristi all'interno dell'UE può funzionare solo se si sviluppa in parallelo ad una strategia di integrazione, inclusione sociale, reinserimento e de-radicalizzazione dei cosiddetti "combattenti stranieri rimpatriati"».



venerdì 23 ottobre 2015

Hate speech e libertà di espressione




Lo scorso 9 ottobre 2015, presso l'Università Statale di Milano, Dipartimento di Giurisprudenza, si è svolto un convegno, organizzato dall'ASGI, dal titolo: Hate speech e libertà di espressione: tanti gli ospiti che hanno animato i dibattiti e che hanno approfondito gli argomenti relativi al tema.

L'Associazione per i Diritti Umani ha seguito il workshop che ha riguardato il “Linguaggio d'odio nella rete e nei media”.

Il primo punto su cui si è discusso riguarda la precisazione secondo la quale l'odio non passa solo attraverso un FATTO, ma anche attraverso elementi extra giuridici come, ad esempio, gli strumenti tecnici che vengono utilizzati. Ecco perchè sono nati, negli ultimi tempi, molti progetti che monitorano proprio gli strumenti tecnologici a disposizione delle persone.

Gabriella Klein ha illustrato il progetto RADAR per dare ad avvocati, giudici, Polizia e associazioni strumenti adatti a regolare l'antidiscriminazione e l'antirazzismo. Il progetto fornisce delle guide con raccomandazioni che servono anche a livello europeo e che riguardano, spesso, anche i testi di legge. Per fare un esempio: in alcuni comunicati dell'Unione europea si usa il termine “razza”: viene specificato che il termine non è usato in senso genetico, ma non viene nemmeno specificato in che senso venga utilizzato e questo contribuisce a creare confusione. In Finlandia, invece, il concetto di “razza” non viene mai utilizzato, così come il suo derivato “razziale”.

Nell'analisi delle sentenze si evidenziano e si analizzano le parole, ma anche la comunicazione non verbale (i gesti) e le immagini per verificare che non passino messaggi discriminatori, così come risulta importante la comunicazione paraverbale, ovvero il tono di voce con il quale possiamo veicolare i significati che corrispondono a ciò che pensiamo veramente, ma anche quelli sottesi. Nelle sentenze italiane non si considerano mai questi fattori comunicativi, ma al limite, ci si sofferma ad analizzare solo le parole. Questi fattori, invece, sono importanti perchè la comunicazione crea le pratiche sociali e vanno analizzati nella loro complessità e nella loro dinamica – attraverso l'analisi della conversazione, molto usata in sociolinguistica – perchè permettono di vedere la reazione dell'Altro, soprattutto quando sono state fatte delle videoriprese (ci riferiamo, quindi, all'analisi dei talk show, delle pubblicità, delle conversazioni in rete, scritte e visive).

Un altro progetto interessante è stato esposto da Alessandra Giannoni del Cospe. Il progetto europeo si chiama BRICKS e si occupa di capire come le testate online gestiscono le interazioni degli utenti in tema di immigrazione e minoranze, puntando sull'Educazione ai media per promuovere un approccio critico.

In collaborazione con l'Università di Firenze, sono state raccolte – tra gennaio e marzo 2015 – interviste a testate giornalistiche online ed ad esperti (dell'Unar e della Carta di Roma): le conclusioni, ad oggi, dimostrano che l'utente denominato “AGGRESSIVO” è colui il quale scrive: “Io li conosco, ho la soluzione perchè sono armato” oppure “Non sono razzista, ma...” oppure “ Non sono ipocrita, dico quello che penso...”: in questi casi siamo nel campo dell'opinione e chi scrive o pronuncia questa frasi, sa di poterlo fare perchè ormai sono accettate e non vengono sanzionate. Per contrastarle e monitorare i discorsi d'odio si potrebbe intervenire sui toni con cui vengono detti e scritti oppure rispondere alle persone in maniera privata, convincendole a non insistere.

L'UNICRI, l'Unità di Prevenzione del Crimine e Giustizia penale ha realizzato un progetto, PRISM, di cui si è parlato sempre durante il convegno. La relatrice, Elena D' Angelo, ha esposto i risultati comparativi di un'indagine che si è verificata in 28 Paesi europei per la lotta contro i crimini e i discorsi d'odio online e sui nuovi media (i Paesi che hanno risposto all'indagine sono stati, però, 18).

Il punto di partenza: quanto il Diritto può essere utile? E' in parte necessario, le misure giuridiche sono utili, ma non sono sufficienti. Innanzitutto manca una definizione precisa di “discorso d'odio” e poi mancano le tecniche di indagine COMUNI a livello europeo: in alcuni Paesi le legislazioni sono ancora vaghe, mentre in altri sono talmente nuove che non riescono ad essere efficaci, come ad es. in Grecia o in Spagna.

Le segnalazioni sono fondamentali perchè aiutano anche a dare un quadro completo del fenomeno: non solo le denunce alla Polizia, dunque, ma sarebbe necessario implementare anche applicazioni sui cellulari oppure una nuova e precisa modulistica online.

Chiara Minicucci, di CITTALIA, ha presentato un'altra ricerca, sempre nell'ambito del progetto PRISM, sui gruppi che più si caratterizzano per i discorsi di odio e come si rapportano i giovani riguardo al tema. Emerge, in Italia, una presenza massiccia di gruppi di destra e di destra radicale che non ripudiano il fascismo e il colonialismo e nemmeno il razzismo e la violenza. Una domanda interessante, emersa dall'indagine, è: “Chi scrive sui social, potrebbe passare dalla scrittura ai fatti?” (Vedi il caso di Stormfont Italia)...

Infine si è parlato anche di antisemitismo e islamofobia, con Giulia Dessì di MEDIA DIVERSITY. In Italia, oggi, non si parla di antisemitismo, invece in altri Paesi europei la situazione è molto grave: si leggono ancora, infatti, frasi che riguardano l'uso del sangue dei bambini per riti religiosi, di complotto giudaico e di negazionismo della Shoà anche se nei media mainstream l'antisemitismo è meno frequente, in Europa, rispetto ad altre forme di razzismo o di islamofobia. A questo proposito, si tende a dipingere l'Islam come un blocco monolitico, come portatore di valori inconciliabili con quelli europei ed occidentali tramite la visione di uomini violenti e dediti al terrorismo. Le fonti di ricerca hanno visto le analisi dei servizi de “Il Giornale” o di “Fox news” dove, spesso, le immagini non corrispondono al testo.

Le azioni di contrasto suggerite da questo progetto sono: presentare esposti e denunce ai giornalisti, all'Ordine dei giornalisti e alle associazioni e agli organismi regolatori indipendenti (ad es. IPSO per l'Inghilterra).

Al termine dell'incontro è stato ribadito che il RAZZISMO è solo un fenomeno CULTURALE: tutte le teorie sul razzismo biologico hanno clamorosamente fallito.


venerdì 2 ottobre 2015

Giovani rom, sinti e non rom presentano il loro Manifesto per un’Italia unita e libera dei ghetti: «Vogliamo essere attori di un cambiamento».


Si chiude in Senato la Convention Primavera Romanì promossa dall’Associazione 21 luglio
 «Siamo giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri. Molti di noi vengono da una storia di disagio, soprusi ed esclusione, ma non ci siamo fermati e non ci fermeremo. Sogniamo per l’Italia un risveglio di umanità».
Lo scorso 21 settembre 2015, in Senato, 25 giovani rom, sinti e non rom provenienti da tutta Italia hanno presentato un Manifesto in cui descrivono l’Italia nella quale vorrebbero vivere e attraverso cui chiedono alle istituzioni un deciso cambio di direzione relativamente alle questioni del disagio abitativo, a partire dal superamento dei “campi rom e dei ghetti, dell’istruzione, del lavoro e delle opportunità per i giovani. Questioni che non riguardano solo le comunità rom e sinte, ma tutte le categorie di persone che oggi nel nostro Paese sono svantaggiate e oggetto di discriminazione.
Il Manifesto è frutto di una tre giorni di studio e riflessioni, alla quale i giovani hanno partecipato dal 19 al 21 settembre a Roma: la Convention Primavera Romanì, una iniziativa promossa dall’Associazione 21 luglio nell’ambito del suo programma di promozione della cittadinanza attiva all’interno delle comunità rom e sinte in Italia.
«Quello che accade oggi è un evento epocale per il nostro Paese e una opportunità preziosa che si pone davanti alle istituzioni nazionali e locali. Per la prima volta, giovani rom, sinti e non rom decidono di unire le forze e di scrivere insieme una nuova pagina per l’Italia – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiedono che in Italia non vi sia più spazio per l’odio, l’intolleranza e la ghettizzazione verso i più deboli e avanzano proposte concrete per affrontare questioni decisive per un futuro diverso per la nostra società».
«L’aspetto più importante – sottolinea ancora l’Associazione 21 luglio – è che questi giovani non rivendicano diritti per i soli rom e sinti, ma per tutti. La loro voce rappresenta un esempio di unione e solidarietà che troppo spesso la politica nostrana tende ad accantonare alimentando divisioni e tensioni sociali».
La Convention Primavera Romanì ha preso avvio con il messaggio di auguri del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «La presenza attiva di giovani rom e sinti rappresenta un elemento fondamentale nel cammino paziente verso forme sempre più efficaci di integrazione e inclusione – sono le parole del Capo dello Stato -. La consapevolezza piena dei propri diritti, unitamente alla conoscenza dei propri doveri nei confronti della società e dello Stato, è un passo indispensabile per far cadere diffidenze e pregiudizi reciproci e assicurare un futuro di dialogo e di convivenza».
Nel corso della conferenza stampa, i giovani hanno presentato il loro Manifesto alla Commissione Diritti Umani del Senato, rappresentata dalla senatrice Manuela Serra, e al deputato del Partito Democratico Khalid Chaouki. È intervenuta anche la senatrice rom spagnola Silvia Heredia Martin, che ha raccontato la situazione dei rom in Spagna, dove vive quasi un milione di rom, contro i circa 180 mila presenti nel nostro Paese.
«Non accettiamo più che i nostri figli vivano in un paese di ghetti, separazioni, disuguaglianze, povertà, odio e razzismo, né oggi, né domani – sono le parole pronunciate dai giovani rom, sinti e non rom -.Vogliamo essere un esempio di società unita e libera, come l’Italia dovrebbe essere. Vogliamo essere attori di un cambiamento di cui tutti possano giovare. Un paese orgoglioso dei suoi valori, aperto verso i deboli, che consenta a ciascuno di essere apprezzato, amato e riconosciuto per le proprie passioni e qualità. Un’Italia che abbracci le differenze e si consideri fortunata per la ricchezza di tutte le culture che la compongono».


martedì 22 settembre 2015

Una nuova rubrica. America latina: i diritti negati


Care amiche, cari amici



oggi inauguriamo, con molto piacere, una nuova rubrica. Si intitola “America latina: i diritti negati” ed è tenuta da Mayra Landaverde, giornalista, attivista, esperta di America latina. I suoi testi andranno ad approfondire tematiche sui diritti umani relativi a quell'area del mondo, in particolare la relazione tra Messico e Stati Uniti. Gli articoli verranno pubblicati il MARTEDI, ogni due settimane.

L'Associazione per i Diritti Umani ringrazia tantissimo Mayra Landaverde.





America latina: i diritti negati


Di giornalismo si muore

di Mayra Landaverde


Avevo pensato di invitarlo come relatore a un corso che organizza la mia associazione. Mi sembrava uno molto in gamba e particolarmente informato su una delle regioni più complicate e violente del Messico: Veracruz. Da lì ci passa il treno che trasporta i migranti centroamericani nel loro intento di arrivare negli Stati Uniti. In Veracruz si trovano anche Las Patronas, le donne che tutti i giorni preparano del cibo da lanciare sul treno carico di persone affamate che viaggiano da giorni, da mesi. Ruben era fotoreporter. Aveva scattato ultimamente delle foto scomode per il Presidente della Regione Javier Duarte de Ochoa. Non ho fatto in tempo a contattarlo. Lo hanno ucciso a Città del Messico il 2 agosto di quest’anno. Certo, ufficialmente non si sa il motivo, ma lo sappiamo tutti. Lui stesso si era traferito a Città del Messico per paura di essere ammazzato per i suoi scatti che rivelavano lo spreco di soldi del Governo dello Stato di Veracruz. Aveva detto a tutti di essere stato ripetutamente minacciato ed è andato via. Ma loro l’hanno trovato lo stesso. Delle persone sconosciute sono entrati nel suo appartamento e hanno ucciso Ruben insieme a quattro donne che erano in quel momento con lui.

Ma prima di ammazzarlo l’hanno assediato, minacciato, picchiato. Perché non c’era manifestazione sociale cui lui non partecipasse, anche se l’entourage del Gobernador gli aveva detto molto chiaramente che lui non poteva più scattare foto. Gli negavano l’accesso agli eventi oppure lo intimavano di andarsene anche dalle manifestazioni pubbliche.


A giugno del 2014 il Presidente della Regione Veracruz Javier Duarte ha dichiarato pubblicamente : “ Fate i bravi, verranno tempi difficili, faremo un po’ di pulizia e tanti cadranno”. Qualche mese dopo Ruben è stato trovato morto a casa sua.
A partire dal 2000 ,Veracruz registra al meno 36 giornalisti uccisi.

Reporters Without Borders riporta 3 giornalisti uccisi in Messico nel 2014. In quanto a libertà di espressione il paese si trova al 148 posto in una lista di 180 paesi.

L’anno scorso durante una manifestazione per i 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, 14 giornalisti sono stati brutalmente pestati dalla polizia e tolti da macchine fotografiche.


Il 4 settembre 2015 in pieno centro di Città del Messico in una via pubblica 3 giornalisti dell’Agenzia SubVersiones sono stati minacciati di morte a causa dei loro reportage troppo scomodi per il Governo del Presidente Pena Nieto.

Il Messico vive una gravissima situazione di censura da anni per questo 500 scrittori, artisti e giornalisti di tutto il mondo (alcuni di loro: Christiane Amanpour, Francisco Goldman, Paul Auster, Noam Chomsky, Salman Rushdie, Gael García Bernal, Diego Luna, Guillermo del Toro, Denise Dresser, Juan Villoro y Sergio Aguayo) hanno scritto al Presidente della Repubblica chiedendo di garantire la libertà di espressione nel paese e la piena sicurezza fisica e psicologica dei giornalisti.


Il paese è in guerra, e non ho paura a scriverlo, perché è così. Stanno ammazzando la gente che non fa altro che il proprio lavoro denunciando la grande ingiustizia e miseria che sta vivendo il mio paese.

E il Governo messicano non fa e non farà nulla, anzi continuerà con la repressione.

Tan solo pochi giorni fa è stata pubblicata la notizia della morte di una giornalista, si, mentre io scrivevo queste righe lei è stata sequestrata torturata e assassinata nel suo domicilio, beh, era una giornalista.

E in Messico di giornalismo si muore.


domenica 13 settembre 2015

Centri di raccolta, docce e wifi. Belgrado si apre ai profughi



di Leo Lancari     (da Il Manifesto)

Serbia. 7 mila solo la scorsa notte. Il premier Vucic: «Sbagliato costruire muri»

Un altro passo impor­tante lungo la rotta bal­ca­nica l’hanno fatto. Un altro paese è stato attra­ver­sato da sud a nord nel lungo cam­mino verso l’Europa. Alle spalle si sono lasciati la Mace­do­nia, che dopo averli chiusi in gab­bia sigil­lando la sua fron­tiera con la Gre­cia, sabato notte ha final­mente fatto mar­cia indie­tro per­met­ten­do­gli di arri­vare in Ser­bia, nuova tappa di que­sto assurdo rea­lity della dispe­ra­zione.
Del resto non li ferma nes­suno. E loro arri­vano a migliaia: le auto­rità di Bel­grado hanno con­tato 23 mila rifu­giati nelle ultime due set­ti­mane. 7 mila solo nella notte tra sabato e dome­nica scorsi, quando Sko­pje ha final­mente ria­perto il con­fine. Arri­vano in treno, in auto­bus (il governo mace­done ne ha messi 70 a dispo­si­zione) e in taxi. Chi può noleg­gia una mac­china, la carica all’inverosimile di donne, vec­chi e bam­bini e corre verso la nuova fron­tiera: l’obiettivo adesso è l’Ungheria, la porta dell’Europa, ma è quello più dif­fi­cile.
In vista della nuova ondata di pro­fu­ghi Buda­pest sta infatti acce­le­rando la costru­zione del muro di 175 chi­lo­me­tri lungo il con­fine serbo e nei giorni scorsi ha ordi­nato il tra­sfe­ri­mento a sud di alcune migliaia di agenti di poli­zia. I rifu­giati si tro­ve­ranno così di fronte un muro fatto di acciaio, filo spi­nato e per­fino lamette insieme a un eser­cito di poli­ziotti in tenuta anti­som­mossa. Il Paese è «sotto un attacco orga­niz­zato», ha detto nei giorni scorsi Janos Lazar, vice­pre­mier del governo di Vik­tor Orbàn. E, come se non bastasse, per far capire ancora meglio che aria tira per que­sti dispe­rati in fuga da guerra e dai taglia­gole dell’Is ha aggiunto che gli agenti sono stati adde­strati per fron­teg­giare «migranti sem­pre più aggres­sivi che arri­vano con richie­ste sem­pre più decise».
«Europa sve­gliati!», tito­lava l’altro giorno un suo edi­to­riale il fran­cese Le Monde ricor­dando come quella dell’immigrazione sia una crisi che si dipana alle nostre fron­tiere da più di due anni .«Sotto i nostri occhi ma senza che abbiamo voluto vedere che si aggra­vava di mese in mese». Chi non fa più finta di non vedere (almeno per ora), e (sem­pre per ora) sem­bra muo­versi in con­tro­cor­rente rispetto alle iste­ria xeno­fobe di altri Paesi, è pro­pria la Ser­bia. Anzi­ché chiu­dersi Bel­grado ha aperto le sue porte alle migliaia e migliaia di dispe­rati che in que­ste ore stanno entrando nel Paese alle­stendo quat­tro nuovi cen­tri di acco­glienza (due a Pre­sevo e Miro­to­vac, a sud e due a Kani­jia e Subo­tic, a nord vicino al con­fine con l’Ungheria). Un altro cen­tro verrà invece aperto nei pros­simi giorni nella capi­tale, lungo l’autostrada per l’aeroporto. Come in Mace­do­nia anche qui a tutti i rifu­giati verrà con­cesso un per­messo di sog­giorno di 72 ore, rin­no­va­bile, per lasciare il Paese. Nel frat­tempo sem­pre nella capi­tale sono stati aperti dieci punti di assi­stenza igie­nica dove i pro­fu­ghi pos­sono tro­vare toi­lette e docce per lavarsi, insieme a una cen­tro infor­ma­zione for­nito di rete WiFi dove i pro­fu­ghi pos­sono richie­dere noti­zie su come pre­sen­tare domanda di asilo e rice­vere assi­stenza legale e psi­co­lo­gica. «La nostra rispo­sta alla crisi migra­to­ria non sono i man­ga­nelli o gli ordi­gni assor­danti, né l’erezione di muri», ha com­men­tato il vice­mi­ni­stro del lavoro e degli affari sociali Nenad Iva­ni­se­vic annun­ciando per i pros­simi giorni un nuovo piano del governo per i migranti. Iva­ni­se­vic ha ripe­tuto un con­cetto espresso nei giorni scorsi dal pre­mier serbo Alek­san­dar Vucic, anche lui cri­tico nei con­fronti di Buda­pest per la scelta di costruire il muro.
Scelte, quelle serbe, che hanno per­messo a Bel­grado di incas­sare i rin­gra­zia­menti dell’Unione euro­pea per il modo in cui affronta la crisi migranti, oltre alla pro­messa di nuovi aiuti eco­no­mici.
Ieri la que­stione pro­fu­ghi è stata affron­tata anche da un ver­tice a tre che si è tenuto a Sko­pje tra i mini­stri degli esteri di Mace­do­nia, Alba­nia e Bul­ga­ria, che hanno chie­sto all’Unione euro­pea una rispo­sta rapida a quanto sta acca­dendo lungo la rotta balcanica.

martedì 8 settembre 2015

La cooperativa “Giovani in vita” ottiene l'attenzione delle istituzioni





In merito alla notizia sulle minacce da parte della mafia nei confronti della Cooperativa “Giovani in vita” (leggi precedente nostro post), pubblichiamo il seguente comunicato:



Il Vice Presidente della Regione Calabria Antonio Viscomi, insieme all’Assessore alle Politiche Sociali Federica Roccisano, oggi 31/08/2015 a Sinopoli a manifestare solidarietà alla Coop. Soc. Giovani in Vita



Ad attirare l’attenzione delle Istituzioni sono state le ultime vicende che hanno interessato la Cooperativa Sociale Giovani in Vita diretta da Domenico Luppino:

  • in data 11 agosto presso i terreni sequestrati alla Famiglia Oliveri e ricadenti in agro del comune di Anoia, la Cooperativa ha subito il furto di un mezzo agricolo depositato all’interno di un capannone;
  • il 19 agosto incendiati alcuni alberi di ulivo di proprietà del direttore generale Domenico Luppino;
  • in data 25 agosto, di nuovo presso i terreni di Anoia, ennesimo atto intimidatorio con esplicita minaccia di morte nei confronti del direttore generale Domenico Luppino.

L’incontro di oggi, presso la sede della Cooperativa, ha posto in evidenza le difficoltà oggettive della Cooperativa nell’operare in un contesto non facile. Ricordiamo, infatti, che la cooperativa opera su territori confiscati alla ‘ndrangheta.

I rappresentanti istituzionali Viscomi e Roccisano hanno espresso la loro vicinanza al direttore e ad alcuni dei collaboratori presenti riconoscendo il valore etico e sociale dell’operato di Giovani in Vita; hanno inoltre mostrato interesse e disponibilità a valutare le possibili iniziative volte a tutelare chi opera su terreni confiscati alla ‘ndrangheta.

Finalmente una risposta da parte delle Istituzioni che hanno il Dovere di sostenere attivamente, e non solo formalmente, tutte quelle realtà tanto positive quanto fragili che affondano le proprie radici in un contesto che da sempre tende ad isolarle.

venerdì 4 settembre 2015

Prigionieri della violenza




Se percepiamo molta violenza, più che nel passato, è perché alla nostra sensibilità, resa acuta dalla storia, si aggiunge l’effetto prodotto dalla risonanza mediatica.


di Donatella Di Cesare (da La lettura – Corriere della Sera)




Il mondo è pieno di violenza. Subdola, strisciante, imprevedibile, ci attende in agguato a ogni angolo, ci coglie di sorpresa a ogni istante. La violenza è il sottofondo della nostra vita quotidiana, il basso insistente e perturbante, il ritmo stonato e importuno, la cadenza stridente e sconcertante. La violenza è all’ordine del giorno. Non c’è forse parola che abbia un rilievo analogo nel vocabolario dell’attualità. Ma è davvero un fenomeno così esteso? Oppure parliamo di violenza in un senso troppo ampio e impreciso? Certo è che il dilagare della violenza sembra lo spettacolo che si ripete sotto gli occhi di tutti.
Eppure le statistiche dicono che le cose non starebbero così. Nel complesso le cifre dell’atto violento per eccellenza, l’omicidio, sono in calo sia nel nostro Paese, sia in generale in tutti i continenti, anche se, in base a un recente rapporto dell’Onu, restano differenze considerevoli tra Sud e Nord del globo.
Se dovessimo prestar fede alle cifre, potremmo quindi trarre un respiro di sollievo. Il Novecento, inaugurato da grandi speranze e finito nella più buia disperazione, segnato dalla mattanza delle guerre mondiali, dalla brutalità delle dittature, dalle fabbriche dello sterminio, è deflagrato in una esplosione di violenza senza precedenti. Dopo il secolo breve e crudele, ci siamo ripromessi: «Mai più!». Questo «mai più!» impronta il nostro atteggiamento verso ogni forma di violenza, ci rende guardinghi e vigilanti. Ci rende, soprattutto, estremamente sensibili.
Forse mai come oggi la violenza è stata condannata moralmente, stigmatizzata politicamente, sanzionata giuridicamente. Per noi rappresenta la sconfitta dell’etica, l’attentato alla convivenza civile, la ferita alla dignità umana. Ne siamo consapevoli. Non vogliamo dimenticarlo. E non esitiamo perciò a spingere lo sguardo fin dentro quei territori dove — come ci ha insegnato Walter Benjamin — il diritto mostra la sua ambigua vicinanza alla violenza.
Perché ci sembra allora che la violenza aumenti in modo preoccupante? E perché captiamo ovunque indizi gravi e inequivocabili di una recrudescenza che ci tiene con il fiato sospeso? L’oscena esibizione di una testa mozzata, i corpi sulla spiaggia dei turisti inermi, il cadavere di un bambino che galleggia nelle acque del Mediterraneo, il corpo di una donna ferita a morte — quante visioni potremmo ancora richiamare alla memoria? Quante inquietano le nostre notti e allarmano i nostri giorni?
La violenza è lo spettacolo, drammatico e disumanizzante, a cui assistiamo in quella seconda vita che quotidianamente viviamo nei media, travolti dal flusso ininterrotto delle informazioni, sopraffatti dal vortice delle immagini. Ci sentiamo spettatori impotenti, paradossalmente ridotti alla passività, proprio mentre il mondo segue il corso opposto a quello che ci eravamo figurati.
Se percepiamo molta violenza, più che nel passato, è perché alla nostra sensibilità, resa acuta dalla storia, si aggiunge l’effetto prodotto dalla risonanza mediatica. Lo spettacolo della violenza, non di rado esibita con disinvoltura, anche nella spietata incontrollabilità della diretta, è parte integrante della nostra esistenza. Virtuale e reale si confondono e, anzi, il virtuale finisce per avere un effetto più perturbante del reale stesso. Sui rischi di un uso spregiudicato delle foto che, nella loro presunta immediatezza, «nascondono più di quel che svelino», ha avvertito Susan Sontag.
Lo spettacolo della violenza ha il suo contrappeso nella violenza spettacolarizzata. Si fa labile il confine tra i fatti di cronaca e la trama del film dove l’eroico detective rischia la vita per la sicurezza di tutti. Serie tv, fiction, videogiochi mettono in scena un mondo suddiviso fra criminali e custodi dell’ordine, fra assassini e astuti investigatori. Ma ansia, timore, preoccupazione, svaniscono d’incanto nello scontato happy end, in una preannunciata vittoria del bene sul male.
Questa visione del mondo, dove la violenza viene ogni volta sconfitta, diventa un modello fuorviante. Ci aspettiamo che la realtà abbia lo stesso esito della finzione. Dato che non è così, siamo frustrati, quasi risentiti. E anche questo, certo, aumenta il grado di violenza percepita. È il caso allora di chiedersi se si tratta solo di una percezione. Forse quella nostra frequente esclamazione «che violenza!» non è casuale. La violenza è sulla bocca di tutti, perché non ha mai smesso di percorrere sotterraneamente la storia. E ora riemerge tra le crepe, assumendo le forme più diverse, subdole o sfrontate, sottili o prepotenti. Malgrado le statistiche rassicuranti, la riconosciamo subito, anche se non avremmo voluto vederla più. Né avremmo voluto che fosse ancora la protagonista di pagine di storia e di cronaca. Per questo quasi ci vergogniamo. E la nostra cattiva coscienza vorrebbe indurci a negarla.
Ma perché la violenza nelle sue forme attuali ci sconvolge, ci irrita, ci imbarazza? E soprattutto: che cos’è la violenza? Perché è ben riconoscibile, ma si lascia afferrare con difficoltà?
La violenza non è un oggetto né una sostanza; ma non è neppure una qualità. Nessun essere umano è, come tale, violento. Ad essere violenti sono un atto, un gesto, una parola. La violenza alberga nella relazione, esplode nei rapporti tra gli individui, resta nascosta nei legami sociali, intacca perciò la convivenza.
Per Aristotele la violenza è un movimento contro natura. Questa spiegazione ci soddisfa solo in parte. E per noi, che veniamo dopo la modernità, la violenza appare piuttosto relegata in quello stato di natura che la cultura dovrebbe aver elevato e nobilitato per sempre. In breve, per noi la violenza è opposta alla cultura. Quanto più la cultura prevale, tanto più la violenza dovrebbe essere tacitata. Ma la storia ci fa riflettere e la cronaca, nazionale e internazionale, ci smentisce.
Sarebbe comodo identificare la violenza con la barbarie, vederla come una caduta nello stadio primitivo e selvaggio, che l’umanità si è da tempo lasciata alle spalle, o magari relegarla ai confini della ragione, demonizzarla o tacciarla di follia. La violenza accompagna la storia nelle sue fasi alterne e assume forme diverse, perché è guidata dall’immaginazione e dall’inventiva. Soltanto gli esseri umani hanno escogitato la tortura, la pena di morte, i massacri.
Quasi impercettibile, la violenza attuale risponde ai comandi della tecnica; è soft, corre rapida lungo i flussi dei dispositivi elettronici e telematici, per condensarsi in quella sorta di esperanto visivo costituito dalle immagini digitali. La nostra è l’epoca delle immagini violente e della violenza delle immagini.
Eppure si può mettere da parte l’iPad, spegnere la tv. Quelle immagini crudeli e atroci di una strage, di un attentato, di una guerra, sono insieme vicine e lontane. Potremmo allontanarcene, come avviene al termine di un film. Ma ecco la novità di oggi: la violenza passa dalla virtualità alla realtà, il suo spettro ci insegue al di là dello spettacolo. Brutalmente siamo stati strappati al nostro abituale ruolo di spettatori per entrare d’improvviso nella scena concreta dell’aggressione, e per giunta come vittime inermi della violenza.
Siamo disorientati, turbati, increduli, delusi. Scopriamo di essere vulnerabili. E questa estrema, irrimediabile vulnerabilità, aumenta via via che viene meno il miraggio di un ordine del mondo. La violenza ci investe, scalfisce, offende, incrina la nostra vita. È stata Judith Butler, dopo l’11 Settembre, a parlare di «vite precarie». Ed è interessante che negli ultimi anni soprattutto le filosofe — da Butler ad Adriana Cavarero — si siano soffermate su questo tema. La precarietà della nostra vita ci fa avvertire un incremento della violenza. Ne scorgiamo ovunque l’incombere, ne constatiamo il dilagare. Ed è qui che il terrorismo porta la sua sfida. Il video di una decapitazione non è solo la cruda violenza contro l’altro; è anche un messaggio. Il «risentimento fondamentalista» — come lo ha definito Slavoj Žižek — fa del jihadista dell’Isis non un barbaro, bensì un postmoderno. Se brandisce una testa mozzata come un trofeo, se giunge a farsi beffardamente un selfie , a scattarsi un autoritratto celebrativo, è per dirci che il progresso non ha eliminato la violenza, che la razionalizzazione tecnica non è in grado di proteggere davvero nessuna vita.
La violenza temuta ci rende più sensibili a quella subita, in una pericolosa escalation. Tanto più che l’accelerazione del nostro tempo, questa vertigine dell’illimitato, che ci dà straordinari poteri, ci rende insofferenti al limite. Non sopportiamo alcun ostacolo, non tolleriamo alcun impedimento. Reagiamo immediatamente. Come già aveva osservato Hannah Arendt, non ci fermiamo a riflettere sui fini e le ripercussioni del nostro agire. L’altro è solo il nostro limite. Di qui le stragi familiari, gli infanticidi, gli stupri. Per un nonnulla il vicino insospettabile può diventare un assassino, lo studente modello può compiere una strage. La disponibilità delle armi fa sì che la furia estatica dell’io possa facilmente tradursi nell’annientamento dell’altro. Rabbia, rancore, rivalsa, disperazione, esibizionismo, indifferenza, persino noia o assuefazione, innumerevoli sono i motivi della violenza — nessuno può spiegarla.
L’intelligenza tecnica ha aumentato a dismisura i mezzi della distruttività inaugurando nuove forme di aggressione. E, d’altra parte, la violenza meno eclatante, più invisibile, della miseria, della fame, dell’immigrazione, delle catastrofi ecologiche, resta il portato della globalizzazione. Più l’intensità della violenza ci sconvolge, più siamo chiamati a riflettere, a partire dalla vulnerabilità che ci accomuna.

domenica 30 agosto 2015

Nidaa Badwan e l’arte a Gaza




di Monica Macchi






L’isolamento è l’unico modo che ho trovato per sfuggire al giogo della società.

E’ l’unica cosa che mi permette di avere uno spazio di espressione e libertà”





Di fronte allo stillicidio di una guerra quotidiana, alle macerie e all’oppressione religiosa, l’artista Nidaa Badwan ha scelto di vivere reclusa nella sua stanza a Dayr al-Balah, nel sud di Gaza, dal dicembre 2013. Laureata alla Facoltà di Belle Arti dell’Università Al-Aqsa ha fatto dell’isolamento un progetto fotografico dal titolo “Cento giorni di solitudine”, (esplicito omaggio a Gabriel García Márquez), in mostra in questi giorni al Centro Culturale di Ramallah. Sono quattordici autoritratti costruiti come nature morte dai colori forti che ricordano la pittura fiamminga, una risposta alla mostra “Also this is Gaza” (Anche questo è Gaza), in cui aveva presentato una testa di donna chiusa in un sacchetto di plastica, metafora del soffocamento che già avvertiva. La foto ha attirato l’attenzione di Anthony Bruno, direttore dell'Istituto Francese di Gaza, che le ha organizzato una mostra presso la Galleria di al-Hoash a Gerusalemme Est. Ma le autorità israeliane non le concedono il visto come del resto non gliel’hanno concesso neppure per la mostra a Ramallah: le sue opere possono uscire da Gaza, lei no.


sabato 1 agosto 2015

Consigli di letture per l'estate (e non solo!)


Cari lettori,

siamo contenti di comunicarvi che abbiamo una piccola “libreria” per voi. Di seguito trovate un elenco di libri che potete acquistare direttamente dal sito www.peridirittiumani.com con Paypall (carta di credito o bonifico). Una volta effettuato il pagamento, inviateci una mail a: peridirittiumani@gmail.com con il vostro indirizzo e vi sarà recapitata subito per posta.




Eccovi i libri:



Mosaikoun - Voci e immagini per i Diritti Umani a cura di Alessandra Montesanto Euro 12,50
 



Il silenzio e il tumulto, di Nihad Sirees Euro 15,00



L'autunno, qui, è magico e immenso, di Golan Haji Euro 10,00

 
Ferite di parole – le donne rabe in rivoluzione, di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani Euro 16,00



La vita ti sia lieve – Storie di migranti e di altri esclusi, di Alessandra Ballerini Euro 15,00

 
 
 
Pierfrancesco Majorino e Caterina Sarfatti

Milano, come Lampedusa? Dossier sull'emergenza siriana,
  Euro 5,00
 
 

Sposa per procura, picchiata perchè non sa cucinare




Alcuni giornali ne hanno dato notizia, poche righe per raccontare la storia di una giovane donna straniera nel nostro Paese. Una delle tante storie che, purtroppo, si ripetono anche se molte rimangono sommerse. Storie di donne, ragazze, bambine, date in spose dalla propria famiglia a uomini spesso sconosciuti, spesso più grandi di loro, per denaro e per una tradizione culturale che fa fatica a cambiare, anche quando le persone interessate vivono in Italia - e quindi in una cultura diversa - da tempo.

In questo caso la vittima ha 19 anni ed è stata data in matrimonio ad un suo connazionale di 24, ma non si tratta, appunto, di una unione d'amore. Dal Marocco, la giovane è arrivata a Cuneo: anche nella città piemontese, dove risiede da quattro mesi, ha subìto percosse dal marito e dai familiari di lui, ma al pronto soccorso le sevizie venivano fatte passare per cadute e incidenti, come accade anche quando le vittime di violenza domestica sono italiane. Un passante l'ha trovata, in Piazza Galimberti, che vagava in lacrime: l'ha fermata e ha chiamato i Carabinieri. Grazie anche ad un interprete, la giovane donna ha raccontato di essere stata picchiata duramente – sempre dal marito per procura e dalla suocera – perchè, secondo loro, non sapeva cucinare in maniera adeguata e far bene le pulizie di casa. Insulti, minacce e poi le botte, tante, troppe.

Ora il marito e la suocera cinquantenne sono stati denunciati per maltrattamenti e la vittima è stata accolta da un'associazione di volontariato che si prende cura delle donne sole e in difficoltà: dopo il periodo di accoglienza presso l'associazione, la ragazza verrà affidata ad alcuni suoi parenti che vivono in Italia con la speranza che possa superare questa esperienza e che vada incontro ad un futuro sereno.


venerdì 31 luglio 2015

Family reunification not deportation!

di Mayra Landaverde  (Mayralandaverde.it)



Ogni volta che lui era in ritardo anche di soli cinque minuti io pensavo subito che l’avessero fermato. Pensavo gli avessero chiesto i documenti e sapevo bene che andava in giro senza nemmeno una fotocopia del passaporto, perché fra gli stranieri senza permesso di soggiorno si dice così, non portare il passaporto se no ti mandano indietro al tuo paese, invece senza documenti loro non possono sapere da dove vieni.

Io sono stata fermata solo una volta quando non avevo ancora il mio permesso ma non mi hanno fatto niente, mi hanno lasciata andare subito. I poliziotti erano impegnati con due ragazzi che non parlavano l’italiano.

Così quando lui era in ritardo cominciavo ad agitarmi tanto, tantissimo. Perché avevamo già un bambino...Se l’avessero fermato, io cosa avrei fatto? Nel migliore dei casi l’avrebbero espulso, nel peggiore dei casi l’avrebbero rinchiuso in un CIE, e lì sì che sarei andata fuori di testa. Decisi, nel caso l’avessero espulso, di andare subito a vivere nel suo Paese perché volevo vivere con lui e il nostro bimbo, non importa dove.

Non è mai successo, siamo ancora qui a Milano insieme e tutti quanti ora abbiamo il permesso di soggiorno. Anche se ogni due anni ci viene l’ansia del rinnovo, che comunque è legato al lavoro, e si sa, noi siamo solo mano d’opera, mica abbiamo una vita vera.

Il 20 luglio 2015 Emma Sanchez (messicana) e Michael Paulsen (statunitense) si sono sposati con rito cattolico davanti al muro che separa Tijuana in Messico da San Diego negli Stati Uniti.

Non hanno scelto loro il posto. Emma è stata espulsa dagli USA 10 anni fa. Ha vissuto negli Stati Uniti per 5 anni senza permesso di soggiorno, ha conosciuto suo marito, si sono sposati in Comune e hanno avuto dei figli. Così Emma ha deciso di tornare a Ciudad Juarez in Messico per rientrare negli Stati Uniti in modo legale. L’hanno fermata e le hanno dato il divieto di ingresso negli USA per 10 anni, anche se lei era già sposata con un cittadino americano e aveva tre figli.

I suoi figli la vanno a trovare a Tijuana una volta a settimana. Questo è l’ultimo anno dal mandato. L’anno prossimo proverà ancora ad entrare legalmente negli Stati Uniti.

Il governo statunitense deporta in media ogni anno 400.000 migranti, il 75% dei quali sono messicani. Di questi, 152.000 sono genitori di bambini nati su suolo americano, quindi con la cittadinanza americana. I bambini rimangono negli USA con i parenti più vicini oppure nelle strutture fatte apposta per accogliere i figli di migranti deportati.

Nel 2011 erano 5.100 minori. Non ci sono dati attuali precisi, visto che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) non li considera nemmeno.

Nel 2013 un gruppo di parlamentari repubblicani e democratici ha proposto una riforma alla legge per l’immigrazione con dei punti specifici sulla “Reunification family”. Queste riforme permetterebbero ad esempio di richiedere un visto temporaneo ai genitori deportati affinché regolarizzino la propria situazione rimanendo nel Paese, cioè senza essere obbligati a lasciare i propri figli.

Mentre il parlamento discute questa legge le persone si sposano davanti ai muri di confine, i bambini crescono senza madri o padri e le mogli piangono per i loro mariti. Chi può rispondere ad Alexis Molina, figlio di Sandra Payes deportata da anni in Guatemala, che si chiede come mai sua madre non c’è più?


giovedì 30 luglio 2015

E' arrivata mia figlia: una madre e una figlia per il diritto alla dignità



Val e Jessica: una madre e una figlia nel Brasile di oggi. Val è una donna di mezza età, da tanti anni è al servizio come domestica presso una famiglia, in una villa di San Paolo. Ha cresciuto i figli di Bàrbara e di Carlos e Fabinho, il ragazzo adolescente, la considera la sua “seconda mamma”. Jessica arriva a scompaginare la ritmica e monotona quotidianità di Val, un giorno, all'improvviso: dopo un'infanzia trascorsa con il padre e la nonna, vuole trascorrere a San Paolo un po' di tempo per poter accedere al test di ingresso in università. Val non ha altra alternativa che quella di farla soggiornare nella sua stanza – stretta e soffocante – mentre cerca un alloggio per entrambe. Ma la convivenza tra i componenti della famiglia ricca e le due donne non è facile. Da qui prende l'avvio la trama del film intitolato E' arrivata mia figlia, di Anna Muyleart, vincitore del Premio speciale della Giuria al Sundance Festival e del Premio del pubblico al Festival di Berlino 2015.

I personaggi, ben caratterizzati, formano il puzzle della società brasiliana delle metropoli: Bàrbara, la moglie ambiziosa e consapevole di sé e del proprio ruolo sociale, Carlos il marito depresso, privo di spina dorsale, del tutto steso sulla propria ricchezza ereditata, i due figli poco più che bambini poco maturi e molto viziati. E, tra loro, spicca anzi giganteggia la figura di Val: una donna, una madre per tutti. Affettuosa, rispettosa delle regole, accudente: solido punto di riferimento, ma sempre al proprio posto, mai sopra le righe, quasi un oggetto da arredamento utile, ma non indispensabile (se non per Fabinho e per la sua fragile psicologia).  

Jessica, appartiene a un'altra generazione e cova rancore per quella madre che le ha sempre inviato i soldi per il mantenimento, ma che le è stata lontana. La ragazza non sopporta le imposizioni di una differenza di classe ancora evidente, nonostante i piccoli gesti ipocriti; non accetta le avances di un uomo scontento e annoiato; non tollera la rassegnazione della propria genitrice. E allora si butta in piscina con i figli dei “padroni”, mangia il gelato di Fabinho, chiede sfacciatamente di poter studiare nella stanza degli ospiti, si rivolge apertamente ed esprime le proprie opinioni. Piccoli/grandi gesti di rivolta, che operano una rivoluzione: una rivoluzione raccontata con maestria dalla regista brasiliana. La macchina da presa segue con calma ogni movimento dei personaggi, spesso rimane ferma, entra negli ambienti della villa e al di fuori, proprio per far cogliere agli spettatori quelle piccole sfumature che creano – come i muri e le pareti – le barriere tra ricchi e poveri, tra chi sta in cima e chi sta alla base della gerarchia anche culturale. Ma col tempo, Jessica impara a capire, le scelte obbligate della madre e la madre impara a riconoscere l'importanza della libertà e della dignità grazie alla figlia. E allora entra anche lei nella piscina, ride e telefona alla ragazza per dirglielo. In seguito madre e figlia troveranno una piccola, semplice casa tutta per loro...e Val si sentirà chiamare, finalmente, “mamma”.