Visualizzazione post con etichetta coloni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta coloni. Mostra tutti i post

giovedì 3 luglio 2014

Ogni morte ci diminuisce

Riceviamo da una nostra cara amica libanese, Mona Mohanna, questo comunicato di Assopace Palestina che pubblichiamo e noi lo pubblichiamo perché lo riteniamo importante.


Comunicato

Ogni morte, palestinese o israeliana che sia, pesa sulle nostre coscienze come un macigno.

La Comunità Internazionale ne porta le responsabilità.



Ogni morte ci diminuisce!

AssoPacePalestina ritiene che l'assassinio dei tre giovani coloni israeliani sia un crimine che non può essere giustificato e che coloro che  lo hanno commesso non siano certamente "eroi".

Hanno  tolto la vita a tre persone disarmate e minato  fortemente la causa palestinese, oltretutto nel momento in cui si era formato un governo di  unità nazionale.

Tutto ciò però non giustifica minimamente le rappresaglie messe in atto dal governo israeliano, che per ricercare i tre giovani e trovare i responsabili ha messo a ferro e fuoco un’intera popolazione punendola collettivamente per un crimine commesso da precisi responsabili.

Ogni morte, palestinese o israeliana che sia, pesa sulle nostre coscienze come un macigno.

Pesa sulle responsabilità della Comunità Internazionale che, pur essendo consapevole delle persistenti violazioni delle risoluzione delle Nazioni Unite e dei diritti umani da parte del governo Israeliano, non ne fa pagare il prezzo a Israele, limitandosi a semplici rimbrotti.

Nel leggere le dichiarazioni di Ministri israeliani e dello stesso primo ministro si resta annichiliti per la volontà distruttiva che esprimono.

Demolire le case delle famiglie dei  due presunti colpevoli fa parte di una cultura della vendetta che dovrebbe appartenere al passato tribale, ma di cui Israele è talmente intrisa da applicarla continuamente nella totale impunità.

Fa parte della lucida operazione di distruzione della società e della cultura palestinese l'aver attaccato e distrutto in queste settimane di rappresaglia centri culturali, luoghi di comunicazione, case editrici, archivi. 

Quattordicimila soldati sono stati mandati nelle case, nei villaggi e nelle città, distruggendo vite, beni, risorse:  ben dieci persone sono morte, tra cui bambini uccisi durante le incursioni. Erano tutti disarmati. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate.

Nessuno dei nostri uomini o donne di Stato ha rivolto loro un pensiero o ha chiesto ad Israele di fermare la punizione collettiva di un intero popolo.

AssoPacePalestina chiede all'Unione Europea, al nostro governo e a tutte le Istituzioni Internazionali, di non considerare più Israele al di sopra della legge; di  ascoltare e dare forza alle voci che arrivano anche da Israele, come quella dell'ex Presidente del suo Parlamento, Avraham Burg, o quella dei parenti delle vittime israeliane, che si mischia alla voce dei parenti delle vittime palestinesi e chiede di porre fine alla violenza e all'ingiustizia.  

E' l'appello lanciato da palestinesi e israeliani che ritengono che la pace sia possibile e necessaria ai due popoli, ma che la pace non potrà esserci  se la Comunità Internazionale non opererà per la fine dell'occupazione e della colonizzazione della terra di Palestina.

Ed è l' appello che AssoPacePalestina fa proprio.


















 

 

lunedì 30 giugno 2014

Le ragioni e i torti: Israele e il rapimento dei tre ragazzi



Per capire meglio i motivi del rapimento dei tre giovani coloni rapiti, pubblichiamo il seguente articolo, uscito su www.gariwo.net lo scorso 20 giugno 2014.  




Lo scrittore Amoz Oz ha spesso sostenuto che il conflitto israelo-palestinese contrappone due popoli con due ragioni legittime per un’unica e piccola terra. Non esiste dunque una verità contrapposta a un’altra, perché entrambi i popoli esprimono il bisogno di libertà e di emancipazione. Aggiungerei però che non c’è solo un conflitto di ragioni, ma anche un conflitto di torti non riconosciuti. La questione infatti si potrà risolvere quando, da entrambe le parti, ci saranno intellettuali e politici coraggiosi che oseranno portare le loro società a una profonda opera di purificazione morale.

Uno di queste personalità è il presidente emerito del parlamento israeliano
Abraham Burg che, intervenendo sul rapimento dei tre giovani israeliani, non solo condanna l’atto criminale dei gruppi terroristi, ma richiama la società e i politici israeliani a un esame di coscienza. Non ci sono solo gli israeliani sequestrati, ma anche migliaia di palestinesi che sono privati di una speranza per il futuro, e che spesso si fanno catturare dalle sirene del terrorismo e del fondamentalismo.
Se anche dalla parte palestinese emergeranno figure morali come quella di Abraham Burg, che esorta ad ammettere i propri torti e non solo a rivendicare i propri diritti, la pace sarà più vicina.
Per il suo valore esemplare proponiamo la traduzione dell’articolo di Burg, pubblicato su Haaretz il 18 giugno 2014.

Gabriele Nissim


I palestinesi: una società sequestrata
Non riusciamo a comprendere il grido di sofferenza di una società e continuiamo a tenere nelle nostre mani il futuro di un’intera nazione.
Stiamo soffrendo per quei tre ragazzini che fino a un momento fa erano perfetti sconosciuti, ma ora appartengono a tutti noi. Ognuno di loro potrebbe essere mio figlio o il figlio di ciascuno dei miei amici e dei loro amici. Come molti, spero con tutto il cuore che venga presto il momento in cui li vedremo tornare vivi tra noi e tutta la tensione si scioglierà in un liberatorio sospiro di sollievo. Tremando di paura, tengo viva la speranza, ma non posso e non voglio ignorare la verità taciuta che circonda il loro rapimento.

Questi tre giovani sono davvero sfortunati. Lo sono per il
clima di terrore nel quale è avvenuto il sequestro, per l'incertezza e per il grave pericolo che corrono le loro vite. Soffrendo, rivolgiamo a loro il nostro pensiero e alle loro famiglie, catapultate all'improvviso nel clamore dei media. Questi ragazzi sono sfortunati anche per un altro motivo: l'ipocrisia in cui hanno trascorso il tempo delle loro vite - vite di apparente normalità, costruite sulle fondamenta della più grave delle ingiustizie israeliane: l’occupazione.

Ma lasciamo stare i loro tormenti e torniamo ai nostri. Per noi, un evento drammatico o un trauma è sempre un'occasione per riflettere con grande lucidità e chiarezza, quando vengono alla luce tutti i nostri progetti e fallimenti, paure e speranze.

Ecco l'ottuso primo ministro di Israele e la polizia incompetente, le masse che si recano a futili cerimonie di preghiera e non a quelle per la pace dell'Umanità. Ecco anche i rabbini capi ipocriti del Paese, che solo un mese fa chiedevano al Papa di impegnarsi per il futuro del popolo ebraico, ma
rimangono in silenzio, nella vita quotidiana, davanti alla sorte del popolo dei nostri vicini, schiacciato dal giogo dell’occupazione e del razzismo fomentato da quei rabbini che ricevono stipendi e benefit esorbitanti.
Improvvisamente tutto si manifesta nella sua vera essenza, emergendo dalle tenebre alla luce del sole. Questo è proprio il momento di farci un esame di coscienza dato che, come ho detto, tutto avviene sotto i nostri occhi.

Prima di tutto, la
superficialità di Netanyahu. Non è una cosa su cui vi sia molto da aggiungere. Dopo tutto, lui è la persona che ha portato i colloqui israelo-palestinesi nel vicolo cieco della questione del rilascio dei prigionieri, nonché colui, per dirla con le sue stesse parole, che ha violato l’impegno di Israele a rilasciare l’ultimo gruppo di prigionieri palestinesi. È anche l’uomo che ha spinto l’Autorità Palestinese nell’angolo dell’unificazione con Hamas.

Di che cosa va quindi lamentandosi, con i suoi commenti e gesti esagerati e melodrammatici? La sua reazione immediata, impulsiva e sconsiderata mostra che stava solo aspettando il momento giusto per dire: “Ve l’avevo detto”. E ora che l’ha detto, emerge la vera domanda: che cosa ci sta dicendo precisamente? La risposta dolorosa è: niente di niente.
Anche la sinistra israeliana,che si presume essere dotata di integrità morale, è diventata la bocca aperta della carpa, farcita con qualche sostanza grigiastra stesa sul vassoio del seder pasquale della destra ingorda. Anche quest’ultima, peraltro, è invischiata in una lotta disgraziata per una fetta della torta della legittimità, che appartiene a chi è in grado di ottenere il fedele consenso delle masse.

Come può essere che nessuno di loro si sia alzato, abbia tracciato una linea e abbia detto: “Chiunque sta dall’altra parte porta la responsabilità dell’accaduto”? Non è piacevole, ma è la verità (che piacevole non è mai, dopo tutto).

Prima che ci sia un rapimento – perché parlarne? Nessuno ne vuole sapere, tanto tutto è tranquillo. E al momento del rapimento non dobbiamo parlare, come ha detto il direttore esecutivo di Peace Now, perché i ragazzi rapiti non ci sono più. E una volta che tutto finisce (in quella che, Dio non voglia, potrebbe essere una tragedia personale o collettiva di cui non importa niente a nessuno), perché dovremmo parlarne? Ancora una volta tutti sono occupati con la supermodella israeliana Bar Refaeli, la Coppa del Mondo o il prossimo scandalo.

Quindi questo è anche un momento di
vero isolamento, non quello delle case a cui eravamo abituati, ma quello dei cuori. Poche persone tanto a destra quanto a sinistra - tranne Gideon Levy, Uri Misgav e pochi altri commentatori cauti e terrorizzati – cercano di capire le cause profonde del rapimento.

Noi ci autoassolviamo dicendo: “I palestinesi hanno festeggiato, dopo aver sentito del rapimento”. La loro felicità ci fa contenti, dato che più li vediamo felici oltrepassando il nostro dolore, più ci sentiamo esenti dal doverci interessare a loro e alla loro sofferenza. Tuttavia non c’è un modo di aggirare il problema: è un'esultanza che va approfondita e capita a fondo.

La società palestinese nel suo complesso è una
società sotto sequestro. Come molti degli israeliani che hanno svolto “un servizio significativo” nell’esercito, molti lettori di questa rubrica, o i loro figli, sono entrati nella casa di una famiglia palestinese in piena notte cogliendoli di sorpresa e sic et simpliciter, determinati e insensibili, hanno portato via il padre, fratello o zio. Anche questo è rapire e succede tutti i giorni. E che cosa possiamo dire dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane?

Che cos’è questo se non un rapimento su larga scala, ufficiale, malvagio e ingiusto al quale tutti partecipiamo e del quale non paghiamo mai il prezzo? Questo è il destino di decine di migliaia di detenuti e di altri arrestati che sono, o sono stati, nelle prigioni israeliane – alcuni per nessuna ragione, con accuse false, e la maggior parte sottoposta alla giustizia militare. Tutte cose di cui non ci occupiamo minimamente.

Tutto questo ha trasformato il tema dei prigionieri nell’argomento principale di una società sotto occupazione. Non c’è famiglia senza un detenuto o un prigioniero, quindi perché ci dovremmo stupire della loro gioia, fermi restando il nostro dolore, le nostre paure e la nostra preoccupazione? Abbiamo avuto e abbiamo ancora la possibilità di capirli.

Tuttavia, fino a quando il governo israeliano sbarra tutte le strade per la libertà, scappa da tutti i negoziati che potrebbero risolvere il conflitto, si rifiuta di compiere gesti di buona volontà, mentre viola in modo palese i suoi propri impegni, la violenza è tutto ciò che rimane per quella gente.

È già stato dimostrato numerose volte come un rapimento permetta di liberarsi degli scrupoli. Ancora una volta sembra che Israele non capisca
nient’altro che la violenza. Che cosa ci suggerisce questo? Questa nostra reazione, che va da “Se lo meritano” a “Sono tutti terroristi” a “Sto seguendo degli ordini” a “Non sapevo che cosa stesse succedendo” dice più cose su di noi che sui palestinesi.

Nonostante il successo enorme ed esemplare di Breaking the Silence (una ONG che raccoglie le testimonianze dei soldati che hanno prestato servizio nella West Bank), il nostro silenzio totale è ancora il rumore più assordante intorno a noi. Siamo disposti a uscire dai nostri comodi schemi mentali per personaggi strani e controversi come Pollard, per una o tre vittime di rapimento, ma siamo incapaci di comprendere la sofferenza di un’intera società, il suo grido e il futuro di un’intera nazione che noi abbiamo sequestrato.
Anche questo va detto e andrebbe ascoltato durante questo momento di lucidità – e va detto a voce più alta possibile.




Abraham Burg, presidente emerito della Knesset