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mercoledì 30 dicembre 2015

L'Associazione 21 luglio e la chiusura del Best House ROM

L’Associazione 21 luglio esprime profonda soddisfazione per la chiusura, nella Capitale, del Best House Rom, la struttura senza finestre, da due anni oggetto di numerose denunce dell’Associazione, dove negli ultimi mesi 135 persone, di cui oltre la metà minori, vivevano in condizioni drammatiche, al di sotto degli standard minimi di tutela dei diritti umani.
«A Roma è iniziato un processo irreversibile: non soltanto dal 2012 si è impedito la costruzione di nuovi “campi rom”, ma si inizia finalmente a mettere i sigilli su questi ghetti e luoghi di discriminazione istituzionale, che rappresentano un’anomalia italiana nel contesto europeo», afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
La chiusura del Best House Rom, situato in via Visso, nella periferia est della Capitale, è stata predisposta dal Comune di Roma in seguito a una “interdittiva antimafia” nei confronti della Cooperativa Inopera, l’ente gestore della struttura che nel 2014, come documentato dal rapporto dell’Associazione 21 luglioCentri di raccolta S.p.a.”, è costata 2,8 milioni di euro, di cui quasi 2,6 milioni affidati senza bando pubblico alla stessa Cooperativa Inopera. Alle famiglie che vivevano nella struttura è stata offerta una sistemazione alternativa da loro giudicata adeguata, come hanno potuto constatare rappresentanti dell'Associazione 21 luglio che in questi giorni hanno seguito la vicenda sul posto.
Nato nel 2012, il Best House Rom si è consolidato tra dicembre 2013 e marzo 2014 in seguito al collocamento nella struttura di 137 persone provenienti dallo smantellamento del “villaggio attrezzato” della Cesarina e di altre 64 sgomberate da alcuni insediamenti informali.
L’Associazione 21 luglio, per prima, ha denunciato le condizioni di vita drammatiche all’interno del centro. Nel report “Senza Luce”, pubblicato a marzo 2014, l’Associazione ha puntato i riflettori sulle condizioni strutturali del Best House Rom, caratterizzato da stanze anguste, prive di finestre e punti di areazione naturale; sulla sua incompatibilità con i requisiti previsti dalla normativa regionale che regola il funzionamento di strutture di accoglienza; e sugli altissimi costi della sua gestione, a fronte di stanziamenti nulli per l’inclusione sociale degli uomini, delle donne e dei bambini rom residenti.
Alle numerose denunce dell’Associazione 21 luglio sul Best House Rom, sono seguite l’apertura di un’istruttoria sul centro da parte dell’Autorità Anticorruzione, dopo un esposto presentato dall’area legale dell’Associazione lo scorso febbraio, e varie visite ispettive con rappresentanti delle istituzioni locali, nazionali e internazionali: con il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, con la Commissione Diritti Umani del Senato, con il presidente del Comitato Europeo dei Diritti Sociali Luis Quimena Quesada, con una delegazione della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI).
La chiusura del Best House Rom va così ad aggiungersi a due importanti battaglie che hanno visto, nei mesi scorsi, l’Associazione 21 luglio in prima linea contro la costruzione di due nuovi “campi per soli rom” nella Capitale: il nuovo “villaggio attrezzato” della Cesarina, che nelle intenzioni dell’allora Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini avrebbe dovuto sostituire quello raso al suolo a dicembre 2013, e il nuovo “villaggio attrezzato” La Barbuta, che sarebbe dovuto essere realizzato dalla multinazionale Leroy Merlin in base a un progetto su cui, come emerso dalle intercettazioni su Mafia Capitale, aveva messo gli occhi anche il cosiddetto “ras delle cooperative” Salvatore Buzzi.
Entrambi i progetti furono bloccati in seguito al lancio di due campagne di mail bombing e mobilitazione on line (“#DiscriminareCosta” e “Leroy Merlin, un campo rom è un ghetto: non costruirlo!”) sul sito dell’Associazione 21 luglio. Lo scorso maggio, per di più, era stato il Tribunale di Roma, con una sentenza storica, in seguito a un’azione legale promossa da Associazione 21 luglio e Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, a riconoscere per la prima volta in Italia e in Europa il carattere discriminatorio dei “campi rom”, con specifico riferimento al “villaggio attrezzato” La Barbuta.
«La chiusura del Best House Rom, sebbene non sia stata accompagnata dall’individuazione di soluzioni che favoriscano l’inclusione sociale delle comunità rom, rappresenta comunque un punto di svolta cruciale per Roma: nella Capitale non si costruiscono più nuovi “campi” e si è iniziato a mettere la parola fine ai ghetti esistenti – conclude il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla -. Oggi è evidentemente cominciato un percorso dal quale non sarà più possibile tornare indietro: il sistema campi va definitivamente superato e l’inclusione sociale dei rom deve far parte dell’agenda politica della nuova Amministrazione che sarà guidata a governare la città». 
 
PER APPROFONDIRE:
 

sabato 19 dicembre 2015

Giornata di Azione Globale contro il razzismo e per i diritti delle e dei migranti, rifugiate/i e sfollate/i

 
BASTA MURI APRIAMO LE PORTE
Pace, democrazia, giustizia sociale e dignità per tutte e tutti!
 
 
Non è un destino cieco e inevitabile quello che decide dove passa la frontiera fra chi è salvata/o e chi è sommerso, fra chi può esercitare i propri diritti umani e chi no.
L'Europa afferma di doversi armare per difendere i valori di libertà e democrazia, ma questi valori sono un privilegio solo per i/le cittadini/e europei/e. Si finge che siano di tutte/i, ma non è così. Ad esempio la libertà di movimento è esclusivamente per le cittadine e i cittadini dell’Europa mentre tutte le altre e tutti gli altri si scontrano con muri sempre più alti. Per giustificare questa disparità di trattamento ci vogliono convincere che chi è fuori è un po' meno umana/o, meno civilizzata/o e più pericolosa/o, quindi con meno diritti di chi è dentro la cittadella del privilegio.
E chi perde la vita nel viaggio è meno importante di chi muore in una città europea.
Per noi più di 26 mila morti, dal 2000 ad oggi, alle frontiere di mare e di terra sono inaccettabili. 
Vogliamo smantellare il razzismo istituzionale che è alla base di questa Europa, vogliamo far sentire le voci delle migliaia di persone ferme davanti ai muri che si stanno moltiplicando alle frontiere europee (e non solo).  Chiediamo con loro pace, democrazia, giustizia sociale e dignità per tutte e tutti.  Per questo saremo in piazza insieme il 19 dicembre.
Sabato 19 dicembre 2015
Dalle 14.30 alle 18.30
Piazza San Carlo (MM San Babila) MILANO

evento FB: BASTA MURI, APRIAMO LE PORTE! 
 
Coordinamento per la Giornata di azione globale per i diritti delle/dei migranti, rifugiate/i e sfollate/i – Milano

domenica 13 dicembre 2015

CHIUDE il campo Rom di Via Idro a Milano


NON MANCATE, come si dice. Anche se la coloratissima locandina prosegue proclamando E’ L’ULTIMA OCCASIONE PER VISITARE IL CAMPO ROM DI VIA IDRO.

Anche questo si dice, pur di richiamare l’attenzione e (mi raccomando!) la presenza.

O forse si tratta di scaramanzia: dirlo per allontanare la possibilità che succeda.

Invece, per quanto ci risulta, il campo comunale di via Idro, uno dei più antichi di Milano; il più bello, con le sue casette immerse nel verde; il più attrezzato, con il suo centro sociale, ormai in rovina per eccesso di manutenzione; quello con più speranze, avendo una volta una cooperativa interna che gestiva serre di piantine e fiori per il Comune di Milano; l’unico difeso dal suo Consiglio di Zona; ma, soprattutto e comunque il più ‘integrato’: non solo scuola, lavori, amicizie, ma parte della festa di via Padova, con mostre, installazioni d’arte, spettacoli, proiezioni, musica…be’, il Comune di Milano lo chiude.


Ci sarà un motivo, direte voi. Noi non lo abbiamo scoperto. Ad ogni buon conto, si ricorre al TAR.

Un risultato c’è: le persone che lì sono cresciute, donne uomini bambini, insieme alle loro case, andando nelle scuole del quartiere, stringendo amicizie, trovando qualche lavoro, finiranno in un CES (l’acronimo è municipale): in container con altre famiglie, separate da tende, con qualche doccia, qualche cucina più o meno funzionante, sradicati da tutto, in condizioni emergenziali e provvisorie. Non c’è altro da aggiungere.
 

giovedì 10 dicembre 2015

Hate crimes in Europe: riflessioni sui dieci anni d'inclusione dei Rom (2005 - 2015)


di Cinzia D'Ambrosi
 
Nel 2005, nella capitale della Bulgaria, Sofia, molti paesi europei firmarono una iniziativa inaudita che doveva puntare sul marcato divario socio economico della popolazione Rom in Europa. Cosi' ebbe inizio 'The Decade of Roma inclusion 2005-2015' che dava ai paesi europei l'opportunita' d'intervenire e migliorare i vari settori dalla Salute, Educazione, Alloggio a Discriminazione.
Oggi, trascorsi i dieci anni, possiamo soffermarci a riflettere. Il 10-11 Settembre 2015, alla 28esima International Steering Committee in Sarajevo, sono stati invitati i governi che si erano impegnati nell'iniziativa per marcare la scadenza dei dieci anni e poter fare un bilancio riflessivo attuale della situazione dei Rom. Il segretario della Decade ha presentato il bilancio sommario constatando che molte aree come quella della salute non hanno presentato miglioramenti mentre l'area educativa ne ha riscontrato solo alcuni.
Come fotoreporter ho lavorato a lungo sulle comunita' dei Rom, in particolare nei Balcani, in Kosovo, Bosnia Herzegovina, Bulgaria. Una delle riflessioni piu' significative e' quella che molte persone Rom non erano nemmeno al corrente della Decade. La maggior parte della loro quotidianità si svolge nel lottare per sopravvivere, alle prese con numerosi problemi. Cinicamente, coloro che per varie vie ne sono venuti a conoscenza, sono arrivati alla conclusione che i 'Professionisti' ricavano fondi dai loro problemi.
La questione è che se non ci si impegna ad abbracciare le comunita' dei Rom nel vero senso della parola, non ci sara' mai un progresso profondo. Si dovrebbe combattere la discriminazione, partendo dal linguaggio e dagli stereotipi. La discriminazione non e' diminuita negli ultimi dieci anni.
A meno che il razzismo istituzionale scompaia, le comunita' dei Rom non vedranno alcun miglioramento nelle loro vite. Quindi, riflettendo sulla 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015', ci si dovrebbe domandare il perche' non fare del buon uso delle risorse umane che nel tempo porteranno all'inclusione dei Rom a tutti i livelli, partendo da un punto sociale di non esclusione e facendo si' che i Rom non siano messi da parte, ma vengano integrati nelle nostre societa'.


Reflections on the 'Decade of the Roma inclusion (2005-2015)



In the year 2005 in Sofia, Bulgaria, Central and South-Eastern governments in an unprecedented effort to bridge the existing wide socio economic gaps for the Roma population in Europe signed for an initiative that was to mark the beginning of the "Decade of Roma Inclusion 2005-2015". This initiative was to look at the different areas of needed improvements for the Roma communities in Europe from education, housing, health, discrimination etc. and intervene where needed.
Ten years later, on the 10th-11th September 2015, at the 28th International Steering Committee in Sarajevo, Bosnia and Herzegovina, the same countries that signed the initiative were marking the closure of the Roma Decade initiative. Thus, the Decade Secretariat provided an overall reflection on the initiative with areas noted as improved such as education and those like health that have had little to none improvements.
As a photojournalist, I have been covering the lives of the Roma for a long time, particularly in the Balkans from Kosovo, Bosnia Herzegovina and Bulgaria. One of the most significant reflections is that the Roma communities have hardly be made aware of the Decade Initiative and if they have, they would be too bitterly embroiled in survival and thus cynically looking at the initiative as another 'means for others to discuss and win funds on their behalf'. The problem is that unless we are to embrace the Roma population as a community that is not a separated entity then there will be no progress. Discrimination is still rife and it has not diminished in the last ten years.
Unless institutional racism is wiped out, Roma communities will not see any improvements in their lives. Thus, on reflection on the 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015' it would be great to make use of our human resources to create inclusion from housing, health and education. Thus, starting from a non-exclusion society, where Roma are not set aside, but are integrated at all levels.





Caption:
Roma gypsies in the Roma ghetto of Kjustendil in Bulgaria.

Didascalia:
Le comunita' dei Rom nel ghetto di Kjustendil in Bulgaria.









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martedì 8 dicembre 2015

Nicole, 4 ori contro i pregiudizi



«Adoro la vita, mi piace vincere»

Il record ai Mondiali per atleti down in Sudafrica: «Lo dedico a mia nonna»


di Elena Tebano (dal Corriere della sera.it)




Avvolta nel tricolore sul podio più alto dei Mondiali, in Sudafrica, Nicole Orlando ha alzato gli occhi al cielo e ha iniziato a piangere. Lacrime di gioia e commozione. «Stava pensando alla nonna, che è morta l’anno scorso e avrebbe dovuto accompagnarla nella trasferta africana», racconta la madre, Roberta Becchia. «Però c’era il nonno, che ho convinto io a venire perché all’inizio non voleva: sono molto fiera di lui» ribatte Nicole, 22 anni. Di lei, che la settimana scorsa si è portata a casa 4 ori (100 metri, salto in lungo, triathlon, con record del mondo, staffetta 4 per 100) e un argento (nei 200) è orgoglioso il premier Matteo Renzi: ieri l’ha ringraziata su Facebook per «aver reso onore all’Italia» insieme agli altri atleti della Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale, che in tutto hanno conquistato 27 titoli nell’atletica leggera e 5 nel tennis tavolo. Nicole ha la sindrome di Down e tra le sue vittorie c’è anche quella di abbattere un bel po’ di pregiudizi. «Sono contenta: mi piace vincere le medaglie» dice al telefono da Biella, dove vive, in una pausa tra l’allenamento di nuoto e quello di atletica. Guarda al prossimo traguardo: «Mi devo preparare alle Olimpiadi di luglio, a Firenze».

 



Nicole Orlando, 22 anni, si commuove sul podio dopo aver vinto la sua prima medaglia d’oro ai Mondiali del Sudafrica. Nicole fa parte della Nazionale degli atleti con disabilità intellettive o relazionale (foto Mauro Ficerai)



E aggiunge con tutta la sincerità del mondo che sì, a Bloemfontein in Sudafrica «mi aspettavo di vincere». «Io l’avevo avvertita: guarda che ci sono le messicane che sono molto forti, sarà dura — dice la madre Roberta —. Mi ha risposto di non preoccuparmi. Lei è così, molto determinata: il suo allenatore assicura che se tutti i suoi sportivi avessero la stessa concentrazione, vincerebbero molto di più. Lo spirito agonistico non le manca: suo fratello e sua sorella non le hanno mai fatto passare niente e lei ha sempre cercato di competere». Lo sport l’ha bevuto con il latte: il padre Giovanni ha giocato a calcio in serie C, la madre a pallacanestro, sempre in serie C. Il resto lo ha fatto una famiglia che si è rifiutata di guardare alla disabilità come alla fine di tutto. «Ci avevano detto che i ragazzi Down hanno i legamenti laschi e quindi sono lenti e pigri. Per stimolarla, l’abbiamo portata in piscina che aveva appena un anno. Quando ha iniziato a camminare è stata la volta della ginnastica artistica». Nicole ha avuto un’allenatrice d’eccezione: Anna Miglietta, 71 anni, ex atleta e poi coach della nazionale di ritmica.

«Era stata la mia insegnante di educazione fisica: sapevo che era molto severa e che le sue regole erano le stesse per tutti. Se Nicole provava ad arrampicarsi sulla spalliera le correva dietro. Ha imparato subito, e grazie ai suoi legamenti laschi era la più brava a fare le spaccate» ricorda la madre. Nicole è entrata nel gruppo dei normodotati: «Era il modo migliore per aiutarla a maturare — racconta Miglietta —. Non facevo fatica a insegnarle: aveva questa voglia enorme di riuscire, gli occhi grandi sempre spalancati a cercare di capire tutto». E un’energia incontenibile come la sua voglia di vivere: dalla ginnastica è passata al nuoto e all’atletica. La settimana scorsa i Mondiali. «E adesso Nicole parteciperà al musical che mettiamo in scena venerdì con i ragazzi della palestra». È ispirato alla serie tv Glee. Nicole ha già imparato a memoria le battute: «Perché mi dite così? Perché sono diversa? In che senso diversa? — recita precisa al telefono —. Non posso anche esser stupida, cicciona, prima donna o lesbica? O devo essere sempre solo quella con la sindrome di Down?». Oggi, intanto è una campionessa della Nazionale.


sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




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venerdì 4 dicembre 2015

Giornata internazionale per le persone disabili

"La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è un punto di riferimento
fondamentale per la tutela dei loro diritti verso una piena inclusione e partecipazione nella società. Troppe barriere sono ancora di ostacolo alla piena fruizione dei diritti di cittadinanza da parte di chi è portatore di una disabilità, sia essa fisica, mentale o relazionale": queste le parole del Presidente Sergio Mattarella in occasione, oggi, della Giornata Internazionale per le persone con disabilità; un tema, questo, che a noi è molto caro e di cui ci siamo occupati più volte (vedi articoli e interviste pubblicate nei mesi scorsi).
Secondo una recente indagine dell'Istat, nel nostro Paese vivono oltre tre milioni di persone gravemente disabili: solo 1,1 milione di loro percepisce l'indennità di accompagnamento, uno su cinque è inserito nel mondo del lavoro, meno di sette su 100 riceve un aiuto domestico.
Il Presidente ha aggiunto: " E' compito della società nel suo insieme, delle istituzioni, dei corpi intermedi, delle famiglie, dei singoli abbattere questi muri e far crollare le barriere, fisiche e culturali, che impediscono una piena partecipazione alla vita della società. la diversità, delle scelte e delle abilità, è un patrimonio comune. la vita di tutti ne uscirà arricchita": parole importanti, che ci chiamano in causa direttamente perché, sempre come ha ricordato Mattarella, " la capacità di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità è il metro attraverso cui si misura la nostra convivenza civile".

 

giovedì 3 dicembre 2015

“So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire”, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom

Come vivono i minori rom all’interno di un ghetto, isolati dal centro abitato e senza spazi per giocare ed esprimere la propria personalità? Quali disagi provocano la povertà, la discriminazione della società e la mancanza totale di stimoli e riconoscimenti all’interno del proprio contesto abitativo?
Sono questi gli interrogativi alla base di “So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom residenti negli insediamenti istituzionali che verrà presentato giovedì 10 dicembre alle ore 17.30, presso l’aula V della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università la Sapienza di Roma (città universitaria), in Piazzale Aldo Moro, 5.
La ricerca ha sviluppato un’indagine su un campione di minori tra gli 8 e i 15 anni che vivono nel “villaggio della solidarietà” di Castel Romano, comparando dati e osservazioni con le famiglie rom che vivono in abitazioni convenzionali.
 
Interverranno alla presentazione del rapporto:
 
Carlo STASOLLA, presidente dell’Associazione 21 luglio
Natale LOSI, antropologo-medico e direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca, Associazione 21 luglio
 
Ai partecipanti sarà distribuita copia gratuita del reportage fotografico ispirato alla ricerca, “So Dukhalma –Quello che mi fa soffrire“.
La ricerca è stata realizzata con il sostegno della Fondazione Bernard Van Leer.
L’autrice del testo, Angela Tullio Cataldo, ha condotto la ricerca con il supporto di Luca Facchinelli, Cristiana Ingigneri, Emiliana Iacomini e sotto la supervisione scientifica di Natale Losi, direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma.
Le fotografie del reportage sono state scattate da
Stefano Sbrulli, photoreporter e digital designer, presso il “villaggio della solidarietà” Castel Romano e presso le famiglie rom residenti in abitazioni private a Roma.

venerdì 6 novembre 2015

Parlare di “gender”, di adolescenti e società




A partire dal testo dello spettacolo Comuni marziani di Stefano Botti e Aldo Torta, l'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande agli autori per continuare ad approfondire il tema.

Lo spettacolo è rivolto a tutti e, in particolare, alle ragazze e ai ragazzi che stanno cercando la propria identità.

Comuni Marziani è stato selezionato dal Sistema Teatro Torino nell’ambito di “Rigenerazione 2007”, come uno dei migliori lavori presentati alla vetrina.

Lo spettacolo ha come tema l’omosessualità, intesa come uno dei modi di vivere la sfera affettiva. Lo spettacolo si propone di affrontare quella sottile linea d’ombra che non ha età e che costituisce il passaggio dell’individuo da una fase di non accettazione e spesso di solitudine – in cui ci si sente “sbagliati”, “marziani” appunto – ad una fase di riconoscimento di se stessi, di apertura al mondo, di confronto, di accettazione che i propri sentimenti hanno gli stessi sapori, le stesse dinamiche e gli stessi profumi di quelli vissuti dagli altri, con la differenza che sono indirizzati ad un compagno dello stesso sesso.

Attraverso situazioni teatrali che prediligono il linguaggio della danza, la vita reale ispirata a racconti, storie ed esperienze personali si colora in scena di tinte surreali, a volte comiche, spesso grottesche affrontate secondo uno stile nel quale i linguaggi del teatro, della danza e del canto si fondono in una ricerca su gesto, movimento e parola.

In Comuni marziani la scena si trasforma continuamente, passando con disinvoltura “da un luogo a un altro”: dalla balera popolare in cui i protagonisti si cimentano in una vorticosa mazurca con incursioni coreografiche di gusto contemporaneo, alla moderna discoteca affollata di teen-agers, dall’ambiente della famiglia e dalla relazione con la figura della madre, al mondo patinato della televisione e delle sfilate di moda.
 
 





Ringraziamo molto Stefano Botti e Aldo Tortora per questo contributo.



Il titolo si riferisce al fatto che, spesso, le persone omosessuali si sentono “diverse”, “marziane” appunto: come superare il senso di solitudine, isolamento causato da una società ancora omofobica?



Ciascun adolescente che scopre la propria omosessualità attraversa, almeno in principio, un momento di solitudine e isolamento, sentendosi appunto un “marziano”, un “diverso”. Fortunatamente il mondo della rete e il grande lavoro che negli anni hanno fatto le associazioni LGBT, permettono abbastanza rapidamente di poter entrare in contatto con altri “marziani”, relazionarsi con persone di età differente che magari hanno già attraversato quelle stesse situazioni. Nel corso di questi anni di vita del progetto ComuniMarziani abbiamo potuto riscontrare con piacere come l'isolamento degli adolescenti LGBT è sempre meno, le comunità si fortificano, ma questo non significa però che l'omofobia della società intorno sia svanita. Crediamo nell'importanza di progetti che continuino a creare dialogo e conoscenza reale tra le persone, solo in questo modo le barriere dei pregiudizi possono essere abbattute.  




Lo spettacolo si rivolge anche alle ragazze e ai ragazzi, studenti delle scuole superiori. Cosa dire a coloro che vivono con imbarazzo la propria scelta affettiva e cosa dire ai loro compagni etero?



Considerando ad esempio che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’omosessualità come una variante naturale del comportamento cerchiamo di aiutare un adolescente a rendersi conto che il proprio sentire non è affatto innaturale. Il processo che porta alla definizione dell’identità di una persona, e di conseguenza dell’identità sessuale e affettiva, non è il risultato di una scelta. Durante il dibattito dopo lo spettacolo ad esempio chiediamo spesso ai ragazzi in maniera provocatoria : “Quando avete scelto di essere etero-sessuali?” Dalla non-risposta a questa domanda i ragazzi possono comprendere che l’orientamento sessuale e affettivo è un processo molto più complesso non legato semplicemente alla volontà. L’imbarazzo spesso nasce da stratificazioni culturali e comportamentali che cerchiamo di mettere in luce e condividere attraverso il dialogo.



Gli adulti - genitori e insegnanti, in particolare – da dove possono iniziare un percorso di comprensione e accettazione?



Ancora una volta è il dialogo la chiave per conoscere, confrontarsi, abbattere pregiudizi e comprendere l’altro. Attraverso un confronto nutrito dalla reale esperienza di vita quotidiana e dando dei volti e dei nomi alla parola “omosessuale” si mette in moto un processo di comprensione e accettazione dell’altro. Ecco allora che il ragazzo o la ragazza davanti a noi smette di essere “l’omosessuale” ma appare in tutta la sua bellezza di essere umano con tantissime caratteristiche che lo rendono unico, tra cui il suo orientamento sessuale.

Gli adulti, genitori e insegnanti, possono rivolgersi a varie associazioni LGBT che costituiscono in Italia un importante punto di riferimento, vista la situazione nel nostro paese a livello sociale e istituzionale. Tra queste senz’altro l’AGEDO (Associazione Genitori di Omosessuali) offre un sostegno fondamentale a quei genitori che non sanno come gestire il loro disorientamento quando scoprono che i loro figli hanno un orientamento sessuale diverso da quello che loro prevedevano e davano per scontato. Ecco…se un genitore già sapesse che i loro figli una volta venuti al mondo potranno manifestare durante il naturale processo di crescita un orientamento sessuale che non è unico e definito per tutti..penso che allevierebbe di molto il dolore che arriva appunto dalla non conoscenza. C’è un video bellissimo prodotto dall’Agedo, “Due volte genitori” che racconta proprio il cammino dei genitori. Tutti dovrebbero vederlo..




Un padre e una madre hanno un sentire differente e un ruolo diverso nell'aiutare la figlia o il figlio ad accettarsi e ad essere accettato?



Questa è una domanda da rivolgere forse ad uno psicologo o ad un educatore. Personalmente crediamo che molto dipenda dal percorso che a sua volta ha fatto un padre o una madre come essere umano prima ancora che come genitore. I retaggi culturali che si porta con sé come bagaglio, le possibilità che ha di confrontarsi con altre esperienze e maturare una visone di vita più ampia, le proprie risorse di sensibilità e carattere..Tutto questo e altro ancora fanno si che un padre e una madre possano reagire in modo molto differente l’uno dall’altra al di là del genere sessuale.



Lo spettacolo fa parte di un progetto più ampio: ce ne vuole parlare? E quanto è importante il linguaggio del teatro per discutere di questi argomenti?



Seguendo la direzione dell’impegno sociale e civile della sua azione artistico-culturale, la nostra Compagnia Tecnologia Filosofica attraverso il progetto Comuni Marziani propone ai giovani un'occasione di confronto e riflessione sulle discriminazioni e sui pregiudizi legati alla sfera dell’orientamento sessuale attraverso momenti di impatto emotivo grazie al linguaggio del teatro-danza e momenti dedicati alle domande e al confronto con esperienze diverse dalle proprie. Sulla base dell’esperienza maturata in quasi sette anni sul territorio piemontese e nazionale con oltre 10.000 ragazzi incontrati, il progetto COMUNI MARZIANI si candida ad essere un valido strumento educativo e di sensibilizzazione, in collaborazione con AGEDO e altre associazioni impegnate sul territorio italiano, ottenendo nel 2013 il patrocinio dell’UNAR oltre che della Regione Piemonte, della Città di Torino, Biella, Bitonto le Province di Foggia, Brindisi, Taranto

Il progetto prevede un Incontro propedeutico nelle classi organizzato con l’aiuto delle associazioni di categoria del territorio ed il supporto degli insegnanti durante il quale viene introdotto il tema dello spettacolo anche con l’ausilio del video “Nessuno uguale” di Agedo. Successivamente i ragazzi partecipano ad una mattinata in teatro che prevede due momenti significativi : la visione dello spettacolo di teatro-danza “Comuni Marziani” (1 ora) e un confronto e dibattito con studenti e docenti,  moderato da esponenti di associazioni ed agenzie impegnate in attività di sensibilizzazione e con una formazione specifica sulla tematica trattata e con la presenza attiva degli artisti della compagnia. Nell’esperienza in Piemonte il Progetto si avvalso della collaborazione del “Servizio LGBT per il Superamento delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” del Comune di Torino.






mercoledì 28 ottobre 2015

Gender l’inganno perfetto






 

Così una parola neutra diventa simbolo delle nostre paure:il saggio di Michela MarzanoMelania Mazzucco (da La Repubblica)

La parola gender divide. Ci sono parole che a forza di essere brandite come manganelli, innalzate come bandiere, finiscono per diventare esse stesse strumenti di aggressione, contundenti, perfino urticanti. Come molte parole straniere, fagocitate da una lingua altra che le assimila senza comprenderle e le utilizza senza spiegarle, esalano un’aura di autorevolezza e insieme di mistero, che ne giustifica l’uso improprio. Oggi può capitare che durante una pubblica discussione sulla scuola un genitore zittisca un docente agitando un foglio su cui c’è scritto “no gender”. Come alle manifestazioni in cui nobilmente si protesta contro le piaghe che minacciano l’umanità: no alla guerra, alla pena di morte, al razzismo. La perentorietà del rifiuto di qualcosa che non si saprebbe (né si intende) definire impedisce l’avvio di qualunque dialogo. Ma di che cosa stiamo parlando?
Lo scontro che negli ultimi tre anni è divampato intorno al gender in Italia (ma anche, in forme simili, in Francia) diventerà oggetto di studi di sociologia della comunicazione e psicologia delle masse. Ci si è riflettuto poco, finora, forse per sottovalutazione — o perché non si è stati capaci di comprendere quale fosse l’oggetto del contendere, né che riguardasse tutti, e non solo gli omosessuali. Chiunque si interessi della circolazione e della manipolazione delle idee non può non restare stregato e insieme spaventato dalla mistificazione perfetta che si è irretita intorno a questa parola, fino ad avvolgerla di una nebbia mefitica. E a occultare il vero bersaglio: la battaglia culturale, ma anche politica e legislativa, per «combattere contro le discriminazioni che subisce chi, donna, omosessuale, trans, viene considerato inferiore solo in ragione del proprio sesso, del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere».
L’ultimo libro di Michela Marzano,
Papà, mamma e gender , che esce per Utet, ci spiega come, quando e perché sia potuto accadere che una concezione antropologica sulla formazione dell’identità (sessuale, psichica, sociale) delle persone abbia aperto una “crepa”, una “frattura profondissima” nel nostro paese, e scatenato campagne di propaganda, informazione e disinformazione mai più viste da decenni. Fino a trasformare il gender in uno spauracchio, un fantasma cui chiunque può attribuire — in buona, ma anche in cattiva fede — il negativo delle proprie idee, della propria concezione dell’esistenza, e riversare su di esso pregiudizi, fobie e paure che si agitano nel profondo di ognuno di noi.
Ricordando con Camus che «nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo», Marzano assegna al libro innanzitutto questo scopo “didattico” (il volume è corredato di un glossario). Dunque gender è un termine inglese, la cui traduzione italiana è semplicemente genere. È entrato in lingua originale nel sistema della cultura universitaria perché delineava un campo di studi nuovo (gender studies) e perciò bisognoso di un proprio nome. Ma poi ha finito per riassumere l’insieme delle teorie sul genere — estinguendo ogni differenza e sfumatura, anche significativa.
Papà, mamma e gender è un libro smilzo, di agevole lettura, una bussola utile per orientarsi nel magma burrascoso di interventi, argomentazioni, polemiche, molte delle quali vanno alla deriva sulle onde del web. Alla confusione semantica e concettuale del dibattito — che mescola sesso, identità di genere e orientamento sessuale — Marzano oppone spiegazioni essenziali (“l’ABC”) che si potevano ritenere acquisite, e invece si sono scoperte necessarie. Si memorizzi ad esempio questa: «Quando si parla di sesso ci si riferisce all’insieme delle caratteristiche fisiche, biologiche, cromosomiche e genetiche che distinguono i maschi dalle femmine. Quando si parla di “genere” invece si fa riferimento al processo di costruzione sociale e culturale sulla base di caratteristiche e di comportamenti, impliciti o espliciti, associati agli uomini e alle donne, che finiscono troppo spesso con il definire ciò che è appropriato o meno per un maschio o per una femmina ».
È insieme un libro di storia culturale e di cronaca contemporanea, in cui le riflessioni sulla distinzione tra identità e uguaglianza, tra differenza e differenzialismo, si affiancano all’analisi del lessico di una petizione presentata in Senato per sostenere «una sana educazione che rispetti il ruolo della famiglia », le parole di Aristotele, Bobbio e Calvino vengono valutate come quelle di uno spot contro la perniciosa “ideologia gender”. È un libro di filosofia e auto-filosofia (se posso mutuare questo termine dalla narrativa): perché l’autrice non nasconde i propri dubbi (e la critica contro la corrente radicale del pensiero gender) e rivendica l’onestà intellettuale di dire come e perché è giunta a credere a certe cose piuttosto che ad altre. L’esperienza personale — chi siamo, come siamo diventati ciò che siamo — influenza e sempre indirizza il nostro modo di stare nel mondo. «Il pensiero non può che venire dall’evento, da ciò che ci attraversa e ci sconvolge, da ciò che ci interroga e ci costringe a rimettere tutto in discussione».
Gli essenzialisti affibbiano a chi non riconosce il dualismo tra Bene e Male l’etichetta di relativista etico. Ma l’etica non è relativa. Dovrebbe solo essere transitiva. Come Marzano, mi sono chiesta spesso come mai si possa temere che riconoscere ad altri i diritti di cui godono i più (alle coppie omosessuali di sposarsi o di avere e crescere figli) sia lesivo di questi. In che modo il matrimonio tra due persone dello stesso sesso possa sminuire quello di un uomo e di una donna, come una famiglia differente possa indebolire le famiglie cosiddette uguali. Non so rispondermi. Però mi viene in mente il finale visionario de
La via della Fame , il romanzo che lo scrittore nigeriano Ben Okri ha dedicato alla propria giovane nazione, tormentata dall’odio, divisa dai conflitti, e incapace di nascere. «Non è della morte che gli uomini hanno paura, ma dell’amore... Possiamo sognare il mondo da capo, e realizzare quel sogno. Un sogno può essere il punto più alto di tutta una vita». Ma ci occorre «un nuovo linguaggio per parlarci ». Ecco, forse abbiamo bisogno di una nuova parola. Lasciamo gender alle rivoluzioni antropologiche del XX secolo: il riscatto dei lavoratori, delle donne, dei neri, degli omosessuali. Le rivoluzioni sono irreversibili, nel senso che possono essere sconfitte, ma non revocate, e i principi che le accendono non tramontano. Troviamo un’altra parola per «sognare il mondo da capo».IL LIBRO Papà, mamma e gender, di Michela Marzano (Utet, pagg. 151 euro 12)


venerdì 16 ottobre 2015

Donne arabe e prostituzione: il film MUCH LOVED rompe il tabù








Noha, Soukaina, Randa e Halima: nomi di donne, di donne marocchine. Cala la notte e loro iniziano a lavorare: nell'oscurità possono confondersi con le ombre di una vita clandestina, quella delle prostitute. Le quattro giovani donne, infatti – belle e spregiudicate – hanno scelto di fare il mestiere più antico del mondo per essere o sentirsi libere. Forse.

Una scelta che, in fondo, non è mai una vera decisione libera, neanche per le donne occidentali. E' una scelta, purtroppo, spesso obbligata, accettata con la violenza o per disperazione. Nel caso delle protagoniste del film Much loved – film del regista di origini tunisine Nabil Ayouch, vincitore della Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes e nelle sale italiane in questo periodola scelta è apparentemente libera: i moralisti potrebbero dire: “Sì, ma potevano decidere di fare un altro mestiere” e potrebbe essere vero; ma esasperate da una società patriarcale e maschilista, spesso molestate verbalmente e fisicamente, soggette alle prese di posizione, culturali o religiose, da parte di persone altre, queste ragazze passano alla provocazione più grande: vendere il proprio corpo. Quel corpo spesso maltrattato, usato, imprigionato, qui diventa di “proprietà” solo dell'individuo, della donna. E qui sta l'originalità di questa storia, perchè si tratta di un racconto di una forma di emancipazione (i temi hanno già fatto del back ground culturale e sociale dell'Occidente) in un Paese magrebino. E' l'occasione per mostrare il comportamento abbietto degli uomini: viscidi clienti o poliziotti corrotti, da cui emerge un tratto dell'intera società poco edificante. “Mentono tutte, puttane e sante. Le nostre sono come la carne sui questi piatti. Morte”, afferma un cliente saudita e questa frase fa intuire anche quanto il linguaggio, femminile e maschile, sia crudo e diretto: gesti e parole non fanno sconti nel denunciare un aspetto nascosto e misero dietro alle luci sfavillanti della bellissima Marrakesh. La città, infatti, si mostra come le sue prostitute: affascinate, profumata e capace di regalare sogni e piacere, ma dietro al bel vestito si cela la malinconia.      


Sulla carta il Marocco ha una Costitituzione che vieta, nel nuovo diritto di famiglia, le nozze forzate , la poligamia e impedisce il matrimonio fino al compimento dei 18 anni: sulla carta, perchè nelle zone rurali e nei villaggi, la situazione culturale è ancora molto arretrata e vigono le leggi della tradizione, che penalizzano le donne, le ragazze e le bambine.

Noha, Soukaina, Randa e Halima sono costrette anche a strisciare per raccogliere il denaro gettato per terra dai clienti; sono state ripudiate dalle famiglie; vivono la solitudine e l'impotenza di chi è entrato in un circolo chiuso da cui è impossibile uscire. Solo loro quattro e, unite, finiranno per costituire una piccola famiglia perchè condividono la mancanza di amore.

Il film è stato censurato in Marocco, ma ha diviso ugualmente l'opinione pubblica. Il regista, per un certo periodo, ha dovuto vivere sotto scorta. Noi non vogliamo condizionare gli spettatori per cui ci limitiamo a consigliarne la visione per continuare il dibattito sul tema.
 
 
 
 

lunedì 5 ottobre 2015

Corso di narrazione sociale, LIBRERIA LES MOTS, Milano


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con Libreria LES MOTS

via Carmagnola angolo via Pepe - Milano (MM2 e MM5 Garibaldi)



 
 
 


presenta

corso di narrazione civile

con STEFANO VALENTI, autore del romanzo “La fabbrica del panico”, vincitore del Premio Campiello – Opera prima



LA NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA: DAL RACCONTO ORALE AL RACCONTO SCRITTO

In particolare: narrazione sociale e civile



La narrazione è un affidabile metodo di condivisione in quanto permette al soggetto narrante di esporre fatti reali inerenti la propria vita. Nel raccontarla, il narratore tende a intensificare la conoscenza pratica che ha di sé stesso e del mondo perché, attraverso la trasposizione in forma orale e scritta degli eventi che ha vissuto, scopre un significato più profondo della sua esistenza. Fin da epoche remote, e indistintamente ai quattro angoli del mondo, le storie tramandate sono state veicolo di trasmissione culturale e di costruzione civile.

La narrazione è una metodologia che permette di raccontare sé stessi e il proprio vissuto, ma trasformando l’esperienza personale e il proprio punto di vista in un racconto interessante e fruibile da un pubblico vasto e variegato. In particolare nel caso di vicende drammatiche e dolorose, o quando ci si trova in momenti di grande cambiamento personale e sociale, l’esigenza di raccontare si fa impellente, sia che si tratti di costruire memoria per quelli che verranno sia che si tratti di verbalizzarla per riuscire a chiarire quello che accade.

Per narrazione s’intende quindi sia l’arte di usare il linguaggio, la vocalità e la gestualità, sia quella di verbalizzarlo, per rivelare a un pubblico specifico gli elementi o le immagini di una storia la cui fruizione primaria è in tempo reale e da persona a persona.

La narrazione trova il proprio raggio d’azione non solo in ambito performativo ma anche nel settore dell’istruzione, della mediazione culturale, e del racconto civile.

RACCONTARE SE STESSI E RACCONTARE GLI ALTRI

Obiettivi: aprirsi e condividere con altri un racconto personale significa sapere esprimere il proprio punto di vista e la propria sensibilità attraverso simboli archetipi universali e tradurre il proprio vissuto in un linguaggio artistico filtrato dalla realtà.

Regalando e condividendo una storia personale si può raggiungere la giusta distanza dall’esperienza o dall’emozione vissuta, che consente di oggettivarla e relativizzarla, facilitando così il superamento dei conflitti.

Condividere e scambiarsi storie, consentendo ad altri di collaborare alla creazione del racconto, crea un forte sentimento di gruppo, di fiducia reciproca e di intimità. Chi impara a raccontare impara anche ad ascoltare meglio, a cogliere nella voce, nelle parole e nei gesti di chi si incontra lo spirito, il senso profondo della narrazione. Essere capaci di ascoltare attivamente, di raccogliere le storie che incontriamo o che ci vengono regalate, ci apre agli altri, ci avvicina a loro in uno scambio piacevole e gratificante per entrambi.

SCRIVERE IL RACCONTO



Obiettivi: il Laboratorio mira a risvegliare la capacità narrativa e ad esercitarla e arricchirla attraverso il confronto con altre narrazioni. Raccontare è ricordare e trasmettere, affidare all’immaginario dell’altro e condividere con l’altro la propria vita. Narrare è anche una necessità civile, e attraverso la narrazione l’adulto rielabora e conserva il proprio vissuto, così come il ragazzo impara a rappresentarsi il mondo.



La lettura di brani di narrativa italiana moderna e contemporanea, con particolare riferimento al romanzo civile, alla narrativa d'inchiesta, al reportage narrativo – le forme che ha assunto la più interessante narrativa italiana – stimolerà la fantasia e permetterò il confronto su diversi generi di narrazione arricchendo l'immaginario civile dei partecipanti e determinando l’affabulazione, l'Intreccio dei fatti e degli eventi che costituiscono la trama di un'opera narrativa facilitandone la produzione.

Partendo dagli stimoli ricevuti i partecipanti svilupperanno racconti e il laboratorio diventerà una officina di narrativa in costruzione. I racconti saranno analizzati e rielaborati insieme, per sperimentare come nella verbalizzazione tutto si trasforma e si tradisce.

Temi: tecnica base della narrazione, metodo delle immagini, memorizzazione e narrazione, raccolta del materiale, costruzione dello stile personale.

Destinatari: studenti, insegnanti, professionisti, operatori culturali, sociali e sociosanitari.

Durata minima sei ore. 4 incontri di due ore ciascuno.

Costi: ( totale per 6 ore : 120 euro



DATE e ORARI:

mercoledì 7 ottobre, ore 19

mercoledì 21 ottobre, ore 19

mercoledì 4 novembre, ore 19




Il laboratorio parte con una partecipazione minima di 10 persone






Corso di narrazione sociale: Bistrot del tempo ritrovato, Milano


L'Associazione per i Diritti Umani presenta



in collaborazione con il Bistro' del tempo ritrovato

(Via Foppa 4, MM Sant'Agostino - Milano)



PRESENTA

 
 
 
 


un corso di narrazione civile

con STEFANO VALENTI, autore del romanzo “La fabbrica del panico”, vincitore del Premio Campiello – Opera prima



LA NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA: DAL RACCONTO ORALE AL RACCONTO SCRITTO





La narrazione è un affidabile metodo di condivisione in quanto permette al soggetto narrante di esporre fatti reali inerenti la propria vita. Nel raccontarla, il narratore tende a intensificare la conoscenza pratica che ha di sé stesso e del mondo perché, attraverso la trasposizione in forma orale e scritta degli eventi che ha vissuto, scopre un significato più profondo della sua esistenza. Fin da epoche remote, e indistintamente ai quattro angoli del mondo, le storie tramandate sono state veicolo di trasmissione culturale e di costruzione civile.

La narrazione è una metodologia che permette di raccontare sé stessi e il proprio vissuto, ma trasformando l’esperienza personale e il proprio punto di vista in un racconto interessante e fruibile da un pubblico vasto e variegato. In particolare nel caso di vicende drammatiche e dolorose, o quando ci si trova in momenti di grande cambiamento personale e sociale, l’esigenza di raccontare si fa impellente, sia che si tratti di costruire memoria per quelli che verranno sia che si tratti di verbalizzarla per riuscire a chiarire quello che accade.

Per narrazione s’intende quindi sia l’arte di usare il linguaggio, la vocalità e la gestualità, sia quella di verbalizzarlo, per rivelare a un pubblico specifico gli elementi o le immagini di una storia la cui fruizione primaria è in tempo reale e da persona a persona.

La narrazione trova il proprio raggio d’azione non solo in ambito performativo ma anche nel settore dell’istruzione, della mediazione culturale, e del racconto civile.

RACCONTARE SE STESSI E RACCONTARE GLI ALTRI

Obiettivi: aprirsi e condividere con altri un racconto personale significa sapere esprimere il proprio punto di vista e la propria sensibilità attraverso simboli archetipi universali e tradurre il proprio vissuto in un linguaggio artistico filtrato dalla realtà.

Regalando e condividendo una storia personale si può raggiungere la giusta distanza dall’esperienza o dall’emozione vissuta, che consente di oggettivarla e relativizzarla, facilitando così il superamento dei conflitti.

Condividere e scambiarsi storie, consentendo ad altri di collaborare alla creazione del racconto, crea un forte sentimento di gruppo, di fiducia reciproca e di intimità. Chi impara a raccontare impara anche ad ascoltare meglio, a cogliere nella voce, nelle parole e nei gesti di chi si incontra lo spirito, il senso profondo della narrazione. Essere capaci di ascoltare attivamente, di raccogliere le storie che incontriamo o che ci vengono regalate, ci apre agli altri, ci avvicina a loro in uno scambio piacevole e gratificante per entrambi.

SCRIVERE IL RACCONTO



Obiettivi: il Laboratorio mira a risvegliare la capacità narrativa e ad esercitarla e arricchirla attraverso il confronto con altre narrazioni. Raccontare è ricordare e trasmettere, affidare all’immaginario dell’altro e condividere con l’altro la propria vita. Narrare è anche una necessità civile, e attraverso la narrazione l’adulto rielabora e conserva il proprio vissuto, così come il ragazzo impara a rappresentarsi il mondo.



La lettura di brani di narrativa italiana moderna e contemporanea, con particolare riferimento al romanzo civile, alla narrativa d'inchiesta, al reportage narrativo – le forme che ha assunto la più interessante narrativa italiana – stimolerà la fantasia e permetterò il confronto su diversi generi di narrazione arricchendo l'immaginario civile dei partecipanti e determinando l’affabulazione, l'Intreccio dei fatti e degli eventi che costituiscono la trama di un'opera narrativa facilitandone la produzione.

Partendo dagli stimoli ricevuti i partecipanti svilupperanno racconti e il laboratorio diventerà una officina di narrativa in costruzione. I racconti saranno analizzati e rielaborati insieme, per sperimentare come nella verbalizzazione tutto si trasforma e si tradisce.

Temi: tecnica base della narrazione, metodo delle immagini, memorizzazione e narrazione, raccolta del materiale, costruzione dello stile personale.

Destinatari: studenti, insegnanti, professionisti, operatori culturali, sociali e sociosanitari.

Durata minima sei ore. 3 incontri di due ore ciascuno.

Costi: 20 euro all'ora ( totale per 6 ore : 120 euro)



DATE e ORARI:



martedì 13 ottobre, ore 18.30

martedì 20 ottobre, ore 18.30

martedì 27 ottobre, ore 18.30



Il laboratorio parte con una partecipazione minima di 10 persone