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martedì 3 febbraio 2015

Kobane liberata e il rapimento di Susan Dabbous


Kobane la città siriana al confine con la Turchia occupata in parte e per diverso tempo dai miliziani dello Stato Islamico (IS) + stata liberata. Nel pomeriggio di lunedì 26 gennaio, l’Osservatorio siriano per i diritti umani – organizzazione non governativa pro-ribelli con base a Londra – ha detto che i curdi hanno riconquistato quasi tutta la città si è parlato del 90% di Kobane, anche se è difficile quantificare esattamente quanto territorio sia ancora controllato dallo Stato Islamico.

A causa degli intensi combattimenti e bombardamenti degli ultimi mesi Kobane è diventata una cosiddetta “città fantasma”, dove ormai non vive più nessuno. Riportiamo un paio di immagini del fotografo turco Bulent Kilic – scelto come miglior fotografo di news del 2014 dalla rivista TIME – che ha reso testimonianza della Kobane “liberata” e dei curdi vincitori.




Di seguito la nostra intervista alla giornalista Susan Dabbous sulla sua esperienza di vittima di rapimento in Siria.



Il 3 aprile 2013 Susan Dabbous, giornalista di origini siriane, è stata rapita insieme ad altri tre reporter italiani. Sono stati sequestrati a Ghassanieh, un villaggio cristiano, da parte di un gruppo legato ad al-Qaeda mentre stavano facendo le riprese per preparare un documentario per la RAI.

I giornalisti sono stati dapprima portati in casa-prigione, successivamente Susan è stata trasferita, da sola, in un appartamento con Miriam, moglie di uno jihadista, con cui ha dovuto pregare e ascoltare i discorsi di Bin Laden. Ma la domanda che le veniva posta, in maniera ricorrente, era: “ Qual è la tua morte preferita?”.

Da qui il titolo del libro: Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, il diario della prigionia di Susan Dabbous, edito da Castelvecchi.





Abbiamo intervistato per voi la giornalista che ringraziamo molto.



Innanzitutto, ci può raccontare brevemente qual è il ricordo più duro legato alla sua prigionia e quali erano i suoi pensieri ricorrenti durante quell'esperienza? Come si è rapportata con i rapitori?

Ho optato per un atteggiamento passivo di sottomissione totale, ma ci tengo molto a precisare che l’islamizzazione è stata una cosa volontaria, sono io che ho chiesto di imparare la preghiera, volevo integrarmi nel loro contesto sociale, condividere i miei giorni con altre donne nel caso in cui ce ne fossero state, uscire da un contesto di prigionia violento e angosciante. Credevo che mi avrebbero tenuto per mesi se non per anni, come accaduto ad altri ostaggi. L’integrazione per me equivaleva alla sopravvivenza.


Recentemente, durante una presentazione del suo libro, lei ha citato la frase di Padre Paolo Dall'Oglio: “Non mancare la propria morte”: ci può spiegare il significato di quella frase e del concetto che esprime?


Tra le frasi che mi hanno colpito di più del libro “Collera e Luce” di Padre Paolo Dall’Oglio c’è questa: “Per me inconsciamente la preoccupazione di non fallire la propria morte è rimasta molto viva e interviene nelle mie scelte. La paura di non morire là dove si dovrebbe, quando si dovrebbe e per le giuste ragioni”. Ho trovato in questa frase molto forte il concetto di sacrificio, cristiano, umano, per il prossimo: là dove la fede non è pregare per la propria salvezza bensì per il miglioramento dell’umanità. Padre Paolo crede così tanto nel dialogo da non ha paura di proporlo ovunque e a chiunque. In Egitto, come in Siria senza dimenticare l’Iraq. Le sue recenti scelte sono state dettate dal coraggio ma anche da una conoscenza più che trentennale del Medio Oriente. Da luglio scorso non si hanno più notizie di lui, chi lo detiene in Siria sa probabilmente chi ha tra le mani. Spero con tutta me stessa che sia trattato con rispetto.

Nel suo libro parla del coraggio del popolo siriano. La guerra civile è una guerra che i civili stanno pagando a un prezzo altissimo: vuole riportare alcune voci di quelle persone? Le loro aspettative, le loro richieste...

In Siria si spera di tornare presto alla normalità. I bambini vogliono tornare a scuola; i padri di famiglia vogliono lavorare, perché il problema del lavoro è assolutamente centrale. Le donne sognano di ritornare nelle proprie case. Sono stanche di vivere la condizione di povertà estrema, di precarietà e di mancanza di dignità. A nessuno piace essere profugo, ma in questo caso specifico si tratta di un popolo con scarsa propensione all’emigrazione. I siriani, anche i più poveri e modesti, posseggono una casa o un pezzetto di terra.

Il 2 aprile scorso è stato cancellato, in Italia, il reato di immigrazione: cosa possono fare l'Italia, ma anche l'Unione Europea in termini di immigrazione? E come tutelare i diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo?

L’Europa potrebbe impegnarsi di più nell’accoglienza dei profughi che arrivano sulle nostre coste sostenendo viaggi disumani, pagando decine di migliaia di euro. Appena arrivati si sentono salvi, dopo poche ore inizia un nuovo calvario, tutto europeo e burocratico, fatto non più di loschi trafficanti e vecchi barconi ma di questure e fogli di rinvio. Bisognerebbe rivedere il regolamento di Dublino che obbliga il richiedente asilo a fare domanda nel primo paese d’arrivo. Un sistema palesemente fallimentare perché nessuno vuole rimanere in Italia, Grecia o Bulgaria, paesi dalle economie fragili incapaci di dare non solo opportunità ma a volte anche l’assistenza di base.

Qual è o quale deve essere il ruolo dei mass-media italiani (e occidentali in genere) nel raccontare ciò che succede in Medioriente? E' possibile fare giornalismo, in tema di politica estera, con precisione e attenzione alla verità?

Credo che la Siria venga raccontata e anche bene, ma è una qualità dell’informazione accessibile solo ai tecnici, a chi sa dove prendere cosa. Tra siti internet, fonti dirette e fughe di notizie da parte di chi vuole colpire questo o quel gruppo in conflitto. Il problema, certo, è come rendere fruibile questa quantità a volte anche mastodontica di notizie. Discernere e tentare di verificare senza mettere a repentaglio la propria vita. È una sfida importante, conosco giornalisti italiani e stranieri che sono entrati e usciti illesi dalla Siria negli ultimi mesi, questo non significa però che non abbiano affrontato enormi rischi. In Italia c’è però un problema di discontinuità, sui temi di politica estera che vengono raccontati a singhiozzo, questo non aiuta affatto la comprensione di fenomeni complessi che ci sono ad esempio dietro i conflitti.


giovedì 10 luglio 2014

Qualche ora fa, intorno alle 13, è arrivato quest'altro messaggio da Gaza. Non possiamo, purtroppo, fare altro che divulgare le notizie che ci arrivano direttamente da lì. Ed è un miracolo che questa persona riesca ancora a comunicare tramite Internet. Se volete, aiutateci a condividere le informazioni. Grazie.
Sperando che tutto questo si plachi presto.



قبل قليل قصف اليهود منزل جيراني
وقد ماتو جميعا انا حزين جدا جدا 

اشعر بالخوف اول مرة الموت قريب
الوضع
صعب
poco fa hanno bombardato la casa dei miei vicini
sono morti tutti e io sono tristissimo
ho paura, per la prima volta sono stato vicino alla morte
la situazione è dura
 
 
 

martedì 1 luglio 2014

Aggiornamento Iraq




Cari lettori,

abbiamo rivolto alcune domande alla giornalista Laura Silvia Battaglia, esperta di Iraq e Medioriente, che ringraziamo molto perchè ci aiuta a capire meglio cosa sta accadendo in Iraq in questo periodo.   

Laura Silvia Battaglia è anche reporter e ha realizzato due importanti documentari: Unknown Iraq, vincitore del premio “Giornalisti del Mediterraneo 2013”, e l'ultimo dal titolo The sound of theTigris.                                  




Cosa sta accadendo in Iraq e quali sono i pregressi di questa situazione?

Sta accadendo la federalizzazione/balcanizzazione dello Stato iracheno. Una soluzione pianificata da tempo dagli Stati Uniti, incardinata nell’ordinamento della nuova Repubblica islamica d’Iraq da parte dell’establishment sciita e curdo, incoraggiata da tutti gli attori regionali, come l’Arabia Saudita, che operano affinché il nuovo Iraq, ormai una provincia sciitizzata del vicino Iran, non diventi di nuovo una potenza economicamente dominante come ai tempi di Saddam.

La federalizzazione imposta sarà la conseguenza naturale di una guerra civile per il potere, il petrolio, il denaro, che vede in campo gli iracheni ma dietro le quinte Iran da una parte e Arabia Saudita dall’altra, mentre gli investitori europei, cinesi e russi stanno a guardare, sperando che i loro interessi economici nel fiorente mercato della ricostruzione post-guerra ricevano meno danni e scosse possibili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno già provveduto a una parziale indipendenza energetica, sviluppando l’economia verde e il fracking sul suolo statunitense. Chi ha da essere preoccupato, sotto il profilo economico ed energetico, è l’Europa e la Cina.

Se questo vale sotto il profilo geo-politico, va ricordato che l’avanzata di Daesh o Isil (al-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa al-Shām) ha un suo perché e giustificazione. Essa è presentata come una invasione di un gruppo terroristico in area siro-irachena. Il gruppo ha come fine dichiarato la realizzazione di uno stato sovranazionale che ricalchi il Califfato islamico omayyade del 632 dopo Cristo, per intenderci quello dei primi quattro successori “dell’Inviato di Dio”, gli ortodossi rāshidūn. La bandiera che Isil sventola è l’Islam politico di derivazione qaedista e radice sunnita, ma la sua declinazione è completamente distante dai principi coranici. Apparentemente sembra una guerra religiosa, dove ogni miliziano straniero convertito replica nei video propagandistici la sua shahada (professione di fede) e il gruppo incita alla fitna (la realizzazione dell’unità della umma, della comunità islamica), emettendo delle fatwe, delle punizioni per chiunque non segua le direttive dei nuovi “califfi”. Ma questa è la cover religiosa di un progetto politico: l’espansione del potere regionale dell’Arabia Saudita e, conseguentemente, della dinastia wahabita sui Paesi nel Mashrek e del Maghreb che hanno una serie di ricchezze: petrolio, ampi campi desertici per l’addestramento di un nuovo esercito, popolazione senza lavoro, educazione, cibo e diritti, stanca di dittature e bombardamenti e ingiustizie imposti grazie alla mano occidentale.

Se si pensa che gli iracheni sunniti sono stati estromessi dal governo centrale del nuovo Iraq, spesso perseguitati o ghettizati e che la gloria di Saddam nonché il suo esercito non sono mai morti, si comprende perché Daesh/Isil abbia trovato tutti questi consensi al suo passaggio. Per la popolazione, i tagliagola barbuti non sono meglio dei dittatori corrotti.


Quali potrebbero essere le conseguenze sugli equilibri nel resto del Medioriente e nei rapporti con l'Occidente?


Come già detto, gli equilibri son già completamente cambiati. Il nuovo Stato islamico di Daesh ha decretato la morte dell’accordo Sykes-Picot. Se invece vogliamo parlare in termini non geopolitici ma umanitari, la conseguenza è la totale distruzione della complessità culturale del Medio Oriente, la sua ricchezza in termini etnico-religiosi, la naturale e storica tolleranza delle popolazioni locali. Si cancella la terra di Abramo, la culla delle tre religioni monoteiste, tutte provenienti dallo stesso seme. E non lo si fa in nome della Bibbia o del Corano. Lo si fa ancora in nome del petrolio e del potere.



A distanza di 10 anni dalla caduta di Saddam, com'è la quotidianità della società civile? Quali diritti sono garantiti e quali no?


Patrick Cockburn avvertiva in un’inchiesta dell’Independent nel 2009: “La mazzetta in Iraq è uno stile di vita”. Nel 2013/2014 non è cambiato nulla. Secondo il Corruption Perception Index del 2012 l’Iraq è il quinto Paese più corrotto al mondo su 176 ed è il più corrotto in assoluto in Medio Oriente. Qui si paga per ottenere un lavoro, andare dal medico, ottenere il passaporto. E se il cittadino non è in grado di pagare (e non lo è la maggior parte della popolazione) non usufruirà del servizio finché non troverà un altro metodo di pagamento, sotto minaccia. C’è anche l’economia sommersa, a cui parteciperebbe almeno il 70% della popolazione irachena a vario titolo: da chi è impegnato nel mercato nero del petrolio (quantificabile nel 10% del traffico complessivo all’interno del paese e nel 30% verso l’estero) a chi si dedica al commercio illecito di armi e attrezzature mediche ospedaliere; fino a tutti i membri della polizia, ai giudici e ai funzionari corrotti che intascano tangenti e mazzette per i motivi più futili e che costano alle tasche dei cittadini iracheni 4 miliardi di dollari l’anno.


Cosa chiedono, in particolare, i giovani?


Chiedono pace, pace, pace. Una vita normale. Lavoro, non solo presso i Ministeri per i figli delle migliori famiglie sciite e curde. Chiedono buona educazione, scholarships per l’estero. Chiedono di essere cittadini con diritti reali, chiedono servizi. Chiedono di non avere più paura delle bombe e chiedono di uscire la sera. L’unica città dove possono attualmente fare questo in sicurezza è la curda Suleymanyia.

 

Cosa NON viene riportato dalla stampa italiana e occidentale?

Sono anni che l’Iraq è sotto il cono d’ombra dei media. Perché la ricostruzione del Paese e i bilioni di dollari che si possono fare con l’housing, con l’edilizia stradale, il petrolio, la rimessa in sesto di un Paese intero completamente messo in ginocchio da anni di sanzioni e dieci anni di guerra e occupazione ha distratto tutti, colpevolmente, dalle questioni umanitarie. E oggi tutti si stupiscono del fatto che Daesh/Isil abbia successo. Ricordo solo un episodio che vale per tutti: il 28 agosto 2012, 21 persone, tra cui tre donne erano state impiccate in un solo giorno, accusate per reati di terrorismo non provati tramite regolare processo. Erano le ultime sentenze di morte un anno in cui ne sono state eseguite ben 91 e per le quali si era levata la voce solo di Navi Pillay, l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani. Tra gli oltre 600 detenuti attuali ci sono persone in cella da 7 anni, senza essere mai state interrogate in presenza di un avvocato, senza diritto alla difesa, torturate e costrette a confessare crimini non commessi, a cui le forze di polizia hanno minacciato e violentato mogli e sorelle. In Iraq l’orrore di Abu Ghraib non è mai finito.

                                                                                                                       

Per guardare il trailer de The sound of theTigris e per un ulteriore approfondimento:




lunedì 30 giugno 2014

Le ragioni e i torti: Israele e il rapimento dei tre ragazzi



Per capire meglio i motivi del rapimento dei tre giovani coloni rapiti, pubblichiamo il seguente articolo, uscito su www.gariwo.net lo scorso 20 giugno 2014.  




Lo scrittore Amoz Oz ha spesso sostenuto che il conflitto israelo-palestinese contrappone due popoli con due ragioni legittime per un’unica e piccola terra. Non esiste dunque una verità contrapposta a un’altra, perché entrambi i popoli esprimono il bisogno di libertà e di emancipazione. Aggiungerei però che non c’è solo un conflitto di ragioni, ma anche un conflitto di torti non riconosciuti. La questione infatti si potrà risolvere quando, da entrambe le parti, ci saranno intellettuali e politici coraggiosi che oseranno portare le loro società a una profonda opera di purificazione morale.

Uno di queste personalità è il presidente emerito del parlamento israeliano
Abraham Burg che, intervenendo sul rapimento dei tre giovani israeliani, non solo condanna l’atto criminale dei gruppi terroristi, ma richiama la società e i politici israeliani a un esame di coscienza. Non ci sono solo gli israeliani sequestrati, ma anche migliaia di palestinesi che sono privati di una speranza per il futuro, e che spesso si fanno catturare dalle sirene del terrorismo e del fondamentalismo.
Se anche dalla parte palestinese emergeranno figure morali come quella di Abraham Burg, che esorta ad ammettere i propri torti e non solo a rivendicare i propri diritti, la pace sarà più vicina.
Per il suo valore esemplare proponiamo la traduzione dell’articolo di Burg, pubblicato su Haaretz il 18 giugno 2014.

Gabriele Nissim


I palestinesi: una società sequestrata
Non riusciamo a comprendere il grido di sofferenza di una società e continuiamo a tenere nelle nostre mani il futuro di un’intera nazione.
Stiamo soffrendo per quei tre ragazzini che fino a un momento fa erano perfetti sconosciuti, ma ora appartengono a tutti noi. Ognuno di loro potrebbe essere mio figlio o il figlio di ciascuno dei miei amici e dei loro amici. Come molti, spero con tutto il cuore che venga presto il momento in cui li vedremo tornare vivi tra noi e tutta la tensione si scioglierà in un liberatorio sospiro di sollievo. Tremando di paura, tengo viva la speranza, ma non posso e non voglio ignorare la verità taciuta che circonda il loro rapimento.

Questi tre giovani sono davvero sfortunati. Lo sono per il
clima di terrore nel quale è avvenuto il sequestro, per l'incertezza e per il grave pericolo che corrono le loro vite. Soffrendo, rivolgiamo a loro il nostro pensiero e alle loro famiglie, catapultate all'improvviso nel clamore dei media. Questi ragazzi sono sfortunati anche per un altro motivo: l'ipocrisia in cui hanno trascorso il tempo delle loro vite - vite di apparente normalità, costruite sulle fondamenta della più grave delle ingiustizie israeliane: l’occupazione.

Ma lasciamo stare i loro tormenti e torniamo ai nostri. Per noi, un evento drammatico o un trauma è sempre un'occasione per riflettere con grande lucidità e chiarezza, quando vengono alla luce tutti i nostri progetti e fallimenti, paure e speranze.

Ecco l'ottuso primo ministro di Israele e la polizia incompetente, le masse che si recano a futili cerimonie di preghiera e non a quelle per la pace dell'Umanità. Ecco anche i rabbini capi ipocriti del Paese, che solo un mese fa chiedevano al Papa di impegnarsi per il futuro del popolo ebraico, ma
rimangono in silenzio, nella vita quotidiana, davanti alla sorte del popolo dei nostri vicini, schiacciato dal giogo dell’occupazione e del razzismo fomentato da quei rabbini che ricevono stipendi e benefit esorbitanti.
Improvvisamente tutto si manifesta nella sua vera essenza, emergendo dalle tenebre alla luce del sole. Questo è proprio il momento di farci un esame di coscienza dato che, come ho detto, tutto avviene sotto i nostri occhi.

Prima di tutto, la
superficialità di Netanyahu. Non è una cosa su cui vi sia molto da aggiungere. Dopo tutto, lui è la persona che ha portato i colloqui israelo-palestinesi nel vicolo cieco della questione del rilascio dei prigionieri, nonché colui, per dirla con le sue stesse parole, che ha violato l’impegno di Israele a rilasciare l’ultimo gruppo di prigionieri palestinesi. È anche l’uomo che ha spinto l’Autorità Palestinese nell’angolo dell’unificazione con Hamas.

Di che cosa va quindi lamentandosi, con i suoi commenti e gesti esagerati e melodrammatici? La sua reazione immediata, impulsiva e sconsiderata mostra che stava solo aspettando il momento giusto per dire: “Ve l’avevo detto”. E ora che l’ha detto, emerge la vera domanda: che cosa ci sta dicendo precisamente? La risposta dolorosa è: niente di niente.
Anche la sinistra israeliana,che si presume essere dotata di integrità morale, è diventata la bocca aperta della carpa, farcita con qualche sostanza grigiastra stesa sul vassoio del seder pasquale della destra ingorda. Anche quest’ultima, peraltro, è invischiata in una lotta disgraziata per una fetta della torta della legittimità, che appartiene a chi è in grado di ottenere il fedele consenso delle masse.

Come può essere che nessuno di loro si sia alzato, abbia tracciato una linea e abbia detto: “Chiunque sta dall’altra parte porta la responsabilità dell’accaduto”? Non è piacevole, ma è la verità (che piacevole non è mai, dopo tutto).

Prima che ci sia un rapimento – perché parlarne? Nessuno ne vuole sapere, tanto tutto è tranquillo. E al momento del rapimento non dobbiamo parlare, come ha detto il direttore esecutivo di Peace Now, perché i ragazzi rapiti non ci sono più. E una volta che tutto finisce (in quella che, Dio non voglia, potrebbe essere una tragedia personale o collettiva di cui non importa niente a nessuno), perché dovremmo parlarne? Ancora una volta tutti sono occupati con la supermodella israeliana Bar Refaeli, la Coppa del Mondo o il prossimo scandalo.

Quindi questo è anche un momento di
vero isolamento, non quello delle case a cui eravamo abituati, ma quello dei cuori. Poche persone tanto a destra quanto a sinistra - tranne Gideon Levy, Uri Misgav e pochi altri commentatori cauti e terrorizzati – cercano di capire le cause profonde del rapimento.

Noi ci autoassolviamo dicendo: “I palestinesi hanno festeggiato, dopo aver sentito del rapimento”. La loro felicità ci fa contenti, dato che più li vediamo felici oltrepassando il nostro dolore, più ci sentiamo esenti dal doverci interessare a loro e alla loro sofferenza. Tuttavia non c’è un modo di aggirare il problema: è un'esultanza che va approfondita e capita a fondo.

La società palestinese nel suo complesso è una
società sotto sequestro. Come molti degli israeliani che hanno svolto “un servizio significativo” nell’esercito, molti lettori di questa rubrica, o i loro figli, sono entrati nella casa di una famiglia palestinese in piena notte cogliendoli di sorpresa e sic et simpliciter, determinati e insensibili, hanno portato via il padre, fratello o zio. Anche questo è rapire e succede tutti i giorni. E che cosa possiamo dire dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane?

Che cos’è questo se non un rapimento su larga scala, ufficiale, malvagio e ingiusto al quale tutti partecipiamo e del quale non paghiamo mai il prezzo? Questo è il destino di decine di migliaia di detenuti e di altri arrestati che sono, o sono stati, nelle prigioni israeliane – alcuni per nessuna ragione, con accuse false, e la maggior parte sottoposta alla giustizia militare. Tutte cose di cui non ci occupiamo minimamente.

Tutto questo ha trasformato il tema dei prigionieri nell’argomento principale di una società sotto occupazione. Non c’è famiglia senza un detenuto o un prigioniero, quindi perché ci dovremmo stupire della loro gioia, fermi restando il nostro dolore, le nostre paure e la nostra preoccupazione? Abbiamo avuto e abbiamo ancora la possibilità di capirli.

Tuttavia, fino a quando il governo israeliano sbarra tutte le strade per la libertà, scappa da tutti i negoziati che potrebbero risolvere il conflitto, si rifiuta di compiere gesti di buona volontà, mentre viola in modo palese i suoi propri impegni, la violenza è tutto ciò che rimane per quella gente.

È già stato dimostrato numerose volte come un rapimento permetta di liberarsi degli scrupoli. Ancora una volta sembra che Israele non capisca
nient’altro che la violenza. Che cosa ci suggerisce questo? Questa nostra reazione, che va da “Se lo meritano” a “Sono tutti terroristi” a “Sto seguendo degli ordini” a “Non sapevo che cosa stesse succedendo” dice più cose su di noi che sui palestinesi.

Nonostante il successo enorme ed esemplare di Breaking the Silence (una ONG che raccoglie le testimonianze dei soldati che hanno prestato servizio nella West Bank), il nostro silenzio totale è ancora il rumore più assordante intorno a noi. Siamo disposti a uscire dai nostri comodi schemi mentali per personaggi strani e controversi come Pollard, per una o tre vittime di rapimento, ma siamo incapaci di comprendere la sofferenza di un’intera società, il suo grido e il futuro di un’intera nazione che noi abbiamo sequestrato.
Anche questo va detto e andrebbe ascoltato durante questo momento di lucidità – e va detto a voce più alta possibile.




Abraham Burg, presidente emerito della Knesset