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domenica 14 giugno 2015

Per Samantha Comizzoli





Due giorni fa è stata arrestata Samantha Comizzoli, che da Nablus ci faceva arrivare di ora in ora informazioni sulla resistenza palestinese. La stessa che dieci giorni fa è stata ferita di striscio ad un braccio e al seno. Palese l'intenzione di chi sparava. Si raccolgono le firme di solidarietà per farla scarcerare qui:



https://www.change.org/p/ai-parlamentari-italiani-chiediamo-con-urgenza-che-i-nostri-rappresentanti-al-governo-diano-vita-ad-iniziative-atte-a-fare-chiarezza-sui-fatti-riguardanti-l-incarcerazione-di-samantha-comizzoli



Alle 10, ore italiane, Samantha Comizzoli è stata fermata mentre si stava recando ad una manifestazione, come tutti i venerdì, per presenziare, testimoniare e poi divulgare le informazioni sugli orrori quotidiani nella Palestina occupata dal mostro. Le è stato immediatamente sequestrato il passaporto, probabilmente per il visto scaduto, mentre rapidamente hanno provveduto a fotografarla, schedarla, interrogarla per poi trasferirla nel carcere di Ariel, uno dei più grandi insediamenti di coloni. Da più di un anno Samantha è in Palestina, il visto concesso da Israele scade dopo tre mesi, ma lei ha continuato a resistere giorno dopo giorno, anche durante i bombardamenti della scorsa estate, ha resistito alle persecuzioni ed agli accanimenti di squallidi sionisti , una vera e propria campagna diffamatoria che, a più riprese, ha tentato inutilmente di screditarla. Sul sul blog, giorno dopo giorno, prendevano forma gli orrori di un’oppressione che non risparmiava neanche i bambini, protagonisti sia del suo primo documentario, Shoot, che del secondo, “Israele, il cancro” presentato di recente in un tour in tutta Italia e anche questa volta con una corsa ad ostacoli senza precedenti.


Proprio qualche giorno fa Samantha aveva scritto sul suo profilo Facebook un messaggio dal quale si capiva chiaramente che era consapevole che il proprio tempo fosse ormai scaduto, queste le sue parole:



NON HO PAURA



http://www.tgmaddalena.it/samantha-comizzoli-attivista-italiana-arrestata-questa-mattina-in-palestina/

_____________________________________________________________________________________

"Samantha fisicamente sta bene. Si considera prigioniera politica e ha iniziato uno sciopero della fame finchè non verranno liberati tutti i bambini rinchiusi nelle carceri sioniste.Ha rifiutato di essere assistita dall'avvocato imposto dall'ambasciata. E' in isolamento, si rifiuta di rispondere alle domande della polizia e si oppone alla propria deportazione"

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=931208836939219&set=a.525843060809134.1073741825.100001503345953&type=1


Last news about Samantha .
Good morning ... this morning the Italian embassy in tel aviv contacyed me. Samantha is physically well, she considered herself a pol...itical prisoner and began a hunger strike until all children in the zionist jails will not be freed, he has also laid refused the lawyer assigned to the embassy. She is in isolation and refuses to answer the questions of the police as well she refuses hers deportation.

martedì 3 febbraio 2015

Kobane liberata e il rapimento di Susan Dabbous


Kobane la città siriana al confine con la Turchia occupata in parte e per diverso tempo dai miliziani dello Stato Islamico (IS) + stata liberata. Nel pomeriggio di lunedì 26 gennaio, l’Osservatorio siriano per i diritti umani – organizzazione non governativa pro-ribelli con base a Londra – ha detto che i curdi hanno riconquistato quasi tutta la città si è parlato del 90% di Kobane, anche se è difficile quantificare esattamente quanto territorio sia ancora controllato dallo Stato Islamico.

A causa degli intensi combattimenti e bombardamenti degli ultimi mesi Kobane è diventata una cosiddetta “città fantasma”, dove ormai non vive più nessuno. Riportiamo un paio di immagini del fotografo turco Bulent Kilic – scelto come miglior fotografo di news del 2014 dalla rivista TIME – che ha reso testimonianza della Kobane “liberata” e dei curdi vincitori.




Di seguito la nostra intervista alla giornalista Susan Dabbous sulla sua esperienza di vittima di rapimento in Siria.



Il 3 aprile 2013 Susan Dabbous, giornalista di origini siriane, è stata rapita insieme ad altri tre reporter italiani. Sono stati sequestrati a Ghassanieh, un villaggio cristiano, da parte di un gruppo legato ad al-Qaeda mentre stavano facendo le riprese per preparare un documentario per la RAI.

I giornalisti sono stati dapprima portati in casa-prigione, successivamente Susan è stata trasferita, da sola, in un appartamento con Miriam, moglie di uno jihadista, con cui ha dovuto pregare e ascoltare i discorsi di Bin Laden. Ma la domanda che le veniva posta, in maniera ricorrente, era: “ Qual è la tua morte preferita?”.

Da qui il titolo del libro: Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, il diario della prigionia di Susan Dabbous, edito da Castelvecchi.





Abbiamo intervistato per voi la giornalista che ringraziamo molto.



Innanzitutto, ci può raccontare brevemente qual è il ricordo più duro legato alla sua prigionia e quali erano i suoi pensieri ricorrenti durante quell'esperienza? Come si è rapportata con i rapitori?

Ho optato per un atteggiamento passivo di sottomissione totale, ma ci tengo molto a precisare che l’islamizzazione è stata una cosa volontaria, sono io che ho chiesto di imparare la preghiera, volevo integrarmi nel loro contesto sociale, condividere i miei giorni con altre donne nel caso in cui ce ne fossero state, uscire da un contesto di prigionia violento e angosciante. Credevo che mi avrebbero tenuto per mesi se non per anni, come accaduto ad altri ostaggi. L’integrazione per me equivaleva alla sopravvivenza.


Recentemente, durante una presentazione del suo libro, lei ha citato la frase di Padre Paolo Dall'Oglio: “Non mancare la propria morte”: ci può spiegare il significato di quella frase e del concetto che esprime?


Tra le frasi che mi hanno colpito di più del libro “Collera e Luce” di Padre Paolo Dall’Oglio c’è questa: “Per me inconsciamente la preoccupazione di non fallire la propria morte è rimasta molto viva e interviene nelle mie scelte. La paura di non morire là dove si dovrebbe, quando si dovrebbe e per le giuste ragioni”. Ho trovato in questa frase molto forte il concetto di sacrificio, cristiano, umano, per il prossimo: là dove la fede non è pregare per la propria salvezza bensì per il miglioramento dell’umanità. Padre Paolo crede così tanto nel dialogo da non ha paura di proporlo ovunque e a chiunque. In Egitto, come in Siria senza dimenticare l’Iraq. Le sue recenti scelte sono state dettate dal coraggio ma anche da una conoscenza più che trentennale del Medio Oriente. Da luglio scorso non si hanno più notizie di lui, chi lo detiene in Siria sa probabilmente chi ha tra le mani. Spero con tutta me stessa che sia trattato con rispetto.

Nel suo libro parla del coraggio del popolo siriano. La guerra civile è una guerra che i civili stanno pagando a un prezzo altissimo: vuole riportare alcune voci di quelle persone? Le loro aspettative, le loro richieste...

In Siria si spera di tornare presto alla normalità. I bambini vogliono tornare a scuola; i padri di famiglia vogliono lavorare, perché il problema del lavoro è assolutamente centrale. Le donne sognano di ritornare nelle proprie case. Sono stanche di vivere la condizione di povertà estrema, di precarietà e di mancanza di dignità. A nessuno piace essere profugo, ma in questo caso specifico si tratta di un popolo con scarsa propensione all’emigrazione. I siriani, anche i più poveri e modesti, posseggono una casa o un pezzetto di terra.

Il 2 aprile scorso è stato cancellato, in Italia, il reato di immigrazione: cosa possono fare l'Italia, ma anche l'Unione Europea in termini di immigrazione? E come tutelare i diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo?

L’Europa potrebbe impegnarsi di più nell’accoglienza dei profughi che arrivano sulle nostre coste sostenendo viaggi disumani, pagando decine di migliaia di euro. Appena arrivati si sentono salvi, dopo poche ore inizia un nuovo calvario, tutto europeo e burocratico, fatto non più di loschi trafficanti e vecchi barconi ma di questure e fogli di rinvio. Bisognerebbe rivedere il regolamento di Dublino che obbliga il richiedente asilo a fare domanda nel primo paese d’arrivo. Un sistema palesemente fallimentare perché nessuno vuole rimanere in Italia, Grecia o Bulgaria, paesi dalle economie fragili incapaci di dare non solo opportunità ma a volte anche l’assistenza di base.

Qual è o quale deve essere il ruolo dei mass-media italiani (e occidentali in genere) nel raccontare ciò che succede in Medioriente? E' possibile fare giornalismo, in tema di politica estera, con precisione e attenzione alla verità?

Credo che la Siria venga raccontata e anche bene, ma è una qualità dell’informazione accessibile solo ai tecnici, a chi sa dove prendere cosa. Tra siti internet, fonti dirette e fughe di notizie da parte di chi vuole colpire questo o quel gruppo in conflitto. Il problema, certo, è come rendere fruibile questa quantità a volte anche mastodontica di notizie. Discernere e tentare di verificare senza mettere a repentaglio la propria vita. È una sfida importante, conosco giornalisti italiani e stranieri che sono entrati e usciti illesi dalla Siria negli ultimi mesi, questo non significa però che non abbiano affrontato enormi rischi. In Italia c’è però un problema di discontinuità, sui temi di politica estera che vengono raccontati a singhiozzo, questo non aiuta affatto la comprensione di fenomeni complessi che ci sono ad esempio dietro i conflitti.


martedì 29 luglio 2014

Una preghiera per Padre Dall'Oglio


      
Questa comunicazione ci è arrivata direttamente da Mar Musa, la comunità cattolica di rito siriaco, sita nei pressi della cittadina di al – Nabk, a circa 80 kilometri a nord di Damasco in Siria, dove ha operato Padre Paolo Dall'Oglio fino al giorno del suo rapimento più di un anno fa.
Ci affianchiamo alla preghiera per Paolo Dall'Oglio e alla richiesta di notizie da parte della sua famiglia.                
 




ROME
We haven’t had any news of Fr. Paolo Dall’Oglio SJ since 29 July 2013.

The Gospel proposes a logic of hope. The logic of the Kingdom of God is the logic of love in everything and in spite of everything. Anything that proceeds from that logic is our hope, stronger than death, already a participation to the eternal Kingdom.”
(Fr. Paolo in 2011)

Confident in the efficacy of prayer, we invite you to pray with us for Paolo, for Syria, Iraq and the situation in the Middle East.
On 29 July 2014, a mass will be celebrated in Rome at 18:30 in the church of S. Giuseppe, via Francesco Redi 1 (via Nomentana).

Le 29 juillet prochain, cela fera un an que notre ami, notre frère, le Père Paolo Dall’Oglio a été enlevé en Syrie. Ses mots, sa voix, son regard nous accompagnent au quotidien. Nous le l’oublions pas ainsi que les tous les syriens. Merci de faire connaître ces initiatives autour de vous.
On 29.7.2014, one year will have passed since the abduction in Syria of our brother and friend Fr. Paolo Dall’Oglio. His words, his voice, his eyes accompany us in our daily life. We do not forget him and all Syrians. Thank you for letting these initiatives be known around you.


PARIS, Messe pour le Père Paolo Dall’Oglio sj et les détenus de Syrie, Eglise Saint-Ignace, 33 rue de Sèvres 75006 Paris : https://www.facebook.com/events/836367919706600/

GRENOBLE
Messe des jeunes dimanche 27 juillet avec P. Lagadec avec intention de messe «pour Paolo, les personnes réfugiées et déplacées, les Justes qui continuent à témoigner du respect interreligieux dans les pires circonstances ». P. Lagadec a été à Mar Moussa il y a 8 ans avec un groupe de jeunes de l’Isère.

BRUXELLES, Rassemblement de solidarité avec le Père Paolo et les détenus de Syrie: https://www.facebook.com/events/848667431812352/
"Rassemblement de solidarité, silencieux et apolitique.
Ce 29 juillet, à l'occasion du premier anniversaire de l'enlèvement du Père Paolo Dall'Oglio en Syrie, nous nous rassemblerons en silence, pour exprimer nos pensées envers lui et tous les autres détenus de Syrie.
Notre rassemblement se veut un geste pour la paix et la liberté, en Syrie et dans la région.

Chacun peut venir avec une bougie, un portrait du Père Paolo ou d'autres détenus. Pas de bannières, pas de drapeaux, pas de slogans politiques.
Bienvenue à chacun."

BEIRUT
18h45 messe à l’intention du père Paolo à l’Eglise Saint-Joseph des Jésuites (Ashrafieh), suivie d’une rupture de jeûne et vigile de prière à partir de 19h30 sur le parvis de l’église.

BERLIN
Berlin: 19h00 prière islamo-chrétienne pour Paolo et la Syrie à l’Eglise Saint-Thomas d’Aquin de l’Académie catholique (Katholische Akademie in Berlin, Hannoversche Str. 5, 10115 Berlin).


lunedì 30 giugno 2014

Le ragioni e i torti: Israele e il rapimento dei tre ragazzi



Per capire meglio i motivi del rapimento dei tre giovani coloni rapiti, pubblichiamo il seguente articolo, uscito su www.gariwo.net lo scorso 20 giugno 2014.  




Lo scrittore Amoz Oz ha spesso sostenuto che il conflitto israelo-palestinese contrappone due popoli con due ragioni legittime per un’unica e piccola terra. Non esiste dunque una verità contrapposta a un’altra, perché entrambi i popoli esprimono il bisogno di libertà e di emancipazione. Aggiungerei però che non c’è solo un conflitto di ragioni, ma anche un conflitto di torti non riconosciuti. La questione infatti si potrà risolvere quando, da entrambe le parti, ci saranno intellettuali e politici coraggiosi che oseranno portare le loro società a una profonda opera di purificazione morale.

Uno di queste personalità è il presidente emerito del parlamento israeliano
Abraham Burg che, intervenendo sul rapimento dei tre giovani israeliani, non solo condanna l’atto criminale dei gruppi terroristi, ma richiama la società e i politici israeliani a un esame di coscienza. Non ci sono solo gli israeliani sequestrati, ma anche migliaia di palestinesi che sono privati di una speranza per il futuro, e che spesso si fanno catturare dalle sirene del terrorismo e del fondamentalismo.
Se anche dalla parte palestinese emergeranno figure morali come quella di Abraham Burg, che esorta ad ammettere i propri torti e non solo a rivendicare i propri diritti, la pace sarà più vicina.
Per il suo valore esemplare proponiamo la traduzione dell’articolo di Burg, pubblicato su Haaretz il 18 giugno 2014.

Gabriele Nissim


I palestinesi: una società sequestrata
Non riusciamo a comprendere il grido di sofferenza di una società e continuiamo a tenere nelle nostre mani il futuro di un’intera nazione.
Stiamo soffrendo per quei tre ragazzini che fino a un momento fa erano perfetti sconosciuti, ma ora appartengono a tutti noi. Ognuno di loro potrebbe essere mio figlio o il figlio di ciascuno dei miei amici e dei loro amici. Come molti, spero con tutto il cuore che venga presto il momento in cui li vedremo tornare vivi tra noi e tutta la tensione si scioglierà in un liberatorio sospiro di sollievo. Tremando di paura, tengo viva la speranza, ma non posso e non voglio ignorare la verità taciuta che circonda il loro rapimento.

Questi tre giovani sono davvero sfortunati. Lo sono per il
clima di terrore nel quale è avvenuto il sequestro, per l'incertezza e per il grave pericolo che corrono le loro vite. Soffrendo, rivolgiamo a loro il nostro pensiero e alle loro famiglie, catapultate all'improvviso nel clamore dei media. Questi ragazzi sono sfortunati anche per un altro motivo: l'ipocrisia in cui hanno trascorso il tempo delle loro vite - vite di apparente normalità, costruite sulle fondamenta della più grave delle ingiustizie israeliane: l’occupazione.

Ma lasciamo stare i loro tormenti e torniamo ai nostri. Per noi, un evento drammatico o un trauma è sempre un'occasione per riflettere con grande lucidità e chiarezza, quando vengono alla luce tutti i nostri progetti e fallimenti, paure e speranze.

Ecco l'ottuso primo ministro di Israele e la polizia incompetente, le masse che si recano a futili cerimonie di preghiera e non a quelle per la pace dell'Umanità. Ecco anche i rabbini capi ipocriti del Paese, che solo un mese fa chiedevano al Papa di impegnarsi per il futuro del popolo ebraico, ma
rimangono in silenzio, nella vita quotidiana, davanti alla sorte del popolo dei nostri vicini, schiacciato dal giogo dell’occupazione e del razzismo fomentato da quei rabbini che ricevono stipendi e benefit esorbitanti.
Improvvisamente tutto si manifesta nella sua vera essenza, emergendo dalle tenebre alla luce del sole. Questo è proprio il momento di farci un esame di coscienza dato che, come ho detto, tutto avviene sotto i nostri occhi.

Prima di tutto, la
superficialità di Netanyahu. Non è una cosa su cui vi sia molto da aggiungere. Dopo tutto, lui è la persona che ha portato i colloqui israelo-palestinesi nel vicolo cieco della questione del rilascio dei prigionieri, nonché colui, per dirla con le sue stesse parole, che ha violato l’impegno di Israele a rilasciare l’ultimo gruppo di prigionieri palestinesi. È anche l’uomo che ha spinto l’Autorità Palestinese nell’angolo dell’unificazione con Hamas.

Di che cosa va quindi lamentandosi, con i suoi commenti e gesti esagerati e melodrammatici? La sua reazione immediata, impulsiva e sconsiderata mostra che stava solo aspettando il momento giusto per dire: “Ve l’avevo detto”. E ora che l’ha detto, emerge la vera domanda: che cosa ci sta dicendo precisamente? La risposta dolorosa è: niente di niente.
Anche la sinistra israeliana,che si presume essere dotata di integrità morale, è diventata la bocca aperta della carpa, farcita con qualche sostanza grigiastra stesa sul vassoio del seder pasquale della destra ingorda. Anche quest’ultima, peraltro, è invischiata in una lotta disgraziata per una fetta della torta della legittimità, che appartiene a chi è in grado di ottenere il fedele consenso delle masse.

Come può essere che nessuno di loro si sia alzato, abbia tracciato una linea e abbia detto: “Chiunque sta dall’altra parte porta la responsabilità dell’accaduto”? Non è piacevole, ma è la verità (che piacevole non è mai, dopo tutto).

Prima che ci sia un rapimento – perché parlarne? Nessuno ne vuole sapere, tanto tutto è tranquillo. E al momento del rapimento non dobbiamo parlare, come ha detto il direttore esecutivo di Peace Now, perché i ragazzi rapiti non ci sono più. E una volta che tutto finisce (in quella che, Dio non voglia, potrebbe essere una tragedia personale o collettiva di cui non importa niente a nessuno), perché dovremmo parlarne? Ancora una volta tutti sono occupati con la supermodella israeliana Bar Refaeli, la Coppa del Mondo o il prossimo scandalo.

Quindi questo è anche un momento di
vero isolamento, non quello delle case a cui eravamo abituati, ma quello dei cuori. Poche persone tanto a destra quanto a sinistra - tranne Gideon Levy, Uri Misgav e pochi altri commentatori cauti e terrorizzati – cercano di capire le cause profonde del rapimento.

Noi ci autoassolviamo dicendo: “I palestinesi hanno festeggiato, dopo aver sentito del rapimento”. La loro felicità ci fa contenti, dato che più li vediamo felici oltrepassando il nostro dolore, più ci sentiamo esenti dal doverci interessare a loro e alla loro sofferenza. Tuttavia non c’è un modo di aggirare il problema: è un'esultanza che va approfondita e capita a fondo.

La società palestinese nel suo complesso è una
società sotto sequestro. Come molti degli israeliani che hanno svolto “un servizio significativo” nell’esercito, molti lettori di questa rubrica, o i loro figli, sono entrati nella casa di una famiglia palestinese in piena notte cogliendoli di sorpresa e sic et simpliciter, determinati e insensibili, hanno portato via il padre, fratello o zio. Anche questo è rapire e succede tutti i giorni. E che cosa possiamo dire dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane?

Che cos’è questo se non un rapimento su larga scala, ufficiale, malvagio e ingiusto al quale tutti partecipiamo e del quale non paghiamo mai il prezzo? Questo è il destino di decine di migliaia di detenuti e di altri arrestati che sono, o sono stati, nelle prigioni israeliane – alcuni per nessuna ragione, con accuse false, e la maggior parte sottoposta alla giustizia militare. Tutte cose di cui non ci occupiamo minimamente.

Tutto questo ha trasformato il tema dei prigionieri nell’argomento principale di una società sotto occupazione. Non c’è famiglia senza un detenuto o un prigioniero, quindi perché ci dovremmo stupire della loro gioia, fermi restando il nostro dolore, le nostre paure e la nostra preoccupazione? Abbiamo avuto e abbiamo ancora la possibilità di capirli.

Tuttavia, fino a quando il governo israeliano sbarra tutte le strade per la libertà, scappa da tutti i negoziati che potrebbero risolvere il conflitto, si rifiuta di compiere gesti di buona volontà, mentre viola in modo palese i suoi propri impegni, la violenza è tutto ciò che rimane per quella gente.

È già stato dimostrato numerose volte come un rapimento permetta di liberarsi degli scrupoli. Ancora una volta sembra che Israele non capisca
nient’altro che la violenza. Che cosa ci suggerisce questo? Questa nostra reazione, che va da “Se lo meritano” a “Sono tutti terroristi” a “Sto seguendo degli ordini” a “Non sapevo che cosa stesse succedendo” dice più cose su di noi che sui palestinesi.

Nonostante il successo enorme ed esemplare di Breaking the Silence (una ONG che raccoglie le testimonianze dei soldati che hanno prestato servizio nella West Bank), il nostro silenzio totale è ancora il rumore più assordante intorno a noi. Siamo disposti a uscire dai nostri comodi schemi mentali per personaggi strani e controversi come Pollard, per una o tre vittime di rapimento, ma siamo incapaci di comprendere la sofferenza di un’intera società, il suo grido e il futuro di un’intera nazione che noi abbiamo sequestrato.
Anche questo va detto e andrebbe ascoltato durante questo momento di lucidità – e va detto a voce più alta possibile.




Abraham Burg, presidente emerito della Knesset


giovedì 12 giugno 2014

Padre Dall'Oglio: aggiornamenti



Riportiamo, qui di seguito, un articolo apparso su www.rainews.it del 10 giugno scorso in cui vengono date le ultime notizie su Padre Dall'Oglio. Ad oggi anche la Farnesina non può confermare se sia ancora vivo oppure no. Continuiamo a monitorare la situazione in base a quello che viene scritto dagli organi di stampa italiani e internazionali.



Paolo Dall'Oglio "è ancora vivo". E' quanto apprende Aki-Adnkronos International da fonti mediorientali. Una delegazione italiana si sarebbe recata, circa un mese fa, nella zona in cui il religioso viene trattenuto e lo avrebbe incontrato. Sull'argomento è secco il ''no comment'' di fonti di intelligence, ma fonti internazionali qualificate, contattate in esclusiva dall'Adnkronos, confermano l'avvenuto incontro tra una delegazione italiana e Padre Dall'Oglio.''La cautela è d'obbligo, i contatti sono in corso'', viene rilevato. In questa delicatissima ''partita a scacchi'' per la vita del religioso italiano, ''si cerca di evitare ogni mossa che possa costituire una turbativa intesa come un potenziale pericolo'' dalle frange qaidiste che tengono in ostaggio Padre Dall'Oglio. L'obiettivo è ''mantenere aperto uno spiraglio con lo scopo di arrivare alla sua liberazione".
Il giallo del rapimento
Il gesuita padre Paolo Dall'Oglio è stato rapito a Raqqa, in Siria, dagli uomini dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante, cellula di al-Qaeda attiva in Iraq oltre che nella crisi siriana, il 27 luglio 2013. Dalla Siria, dove negli anni Ottanta aveva fondato la comunità monastica cattolico-siriaca di Mar Musa a nord di Damasco, il sessantenne Dall'Oglio era stato espulso il 12 giugno 2012 per essersi espresso a favore della rivolta contro il regime di Bashar al-Assad scoppiata nel marzo dell'anno precedente. Noto per il suo forte impegno nel dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani, dopo l'espulsione dalla Siria per un breve periodo si è trasferito a Sulaymanya, nel Kurdistan iracheno, dove è stato accolto nella nuova fondazione monastica di Deir Maryam el Adhra.
La morte, poi la smentita
Durante il suo sequestro sono più volte state diffuse notizie circa una sua possibile esecuzione. La prima risale al 14 agosto dello scorso anno, quando l'Osservatorio siriano per i diritti umani rivelò che il gesuita sarebbe stato ucciso dai jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante. La notizia della morte di Dall'Oglio era poi stata smentita da altri attivisti. Il 16 agosto, poi, l'editore e fondatore dell'emittente di Aleppo 'Orient tv' Ghassan Abboud ad Aki-Adnkronos International smentì la notizia della morte del gesuita, sostenendo che "padre Paolo Dall'Oglio sta bene e non è stato ucciso come dicono alcuni esponenti dell'opposizione siriana''. L'ultima, in ordine di tempo, risale al 26 maggio, quando un attivista di Raqqa, Abu Ibrahim al-Raqqawi, disse che Dall'Oglio era stato ucciso solo due ore dopo essere stato rapito. Anche in questa occasione Rami Abdel Rahman, presidente dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, aveva precisato che non c'erano indizi concreti dell'uccisione del religioso



- See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Siria-una-delegazione-italiana-ha-incontrato-Padre-Oglio-cd777922-8ad7-4f75-a570-03656d6648ef.html#sthash.pfZtIsBp.dpuf


sabato 1 febbraio 2014

Padre dall'Oglio: a sei mesi dalla scomparsa in Siria



Il 29 gennaio è la data che segna i sei mesi dalla scomparsa di Padre Paolo Dall'Oglio, in Siria. Si trovava nel Paese mediorientale, probabilmente nel nord nella città di Raqqa, roccaforte dell'Isis (Stato islamico dell'Iraq e del Levante) guidato dai qaedisti in rotta di collisione con i ribelli. Le notizie che circolano sulla scomparsa del gesuita, parlano di un rapimento proprio per mano dell'Isis.

Dal 2011 - quando il governo di Damasco aveva iniziato a reprimere duramente le prime manifestazioni di opposizione – Padre Dall'Oglio aveva scelto da che parte stare: si era, infatti, schierato con i manifestanti, chiedendo il supporto della comunità internazionale a difesa del popolo siriano e usando parole molto dure contro Bashar al Assad. Risultato: il 12 giugno 2012 viene il religioso viene espulso dal Paese.

Ma Dall'Oglio non si arrende e, a febbraio, rientra in Siria clandestinamente dal Kurdistan iracheno “per incontrare la società civile e per ascoltare le esigenze e le priorità delle persone”, aveva dichiarato all'epoca, e (forse) anche per avviare le trattative di liberazione di un suo amico preso come ostaggio. Stessa sorte, adesso, per Padre Dall'Oglio di cui anche il Ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, dice di non avere notizie. Ma non si deve smettere di cercarlo, non ci si deve arrendere, come lui stesso ci ha insegnato.



Riportiamo un brano dell'intervento di Padre Dall'Oglio sulla situazione siriana, intervento ripreso per Rainews24 un anno fa.


lunedì 28 ottobre 2013

Fari puntati sui Rom



E' di qualche settimana fa la notizia del caso di Leonarda Dibrani: la quindicenne rom, espulsa dalla Francia, per essere rimandata in Kosovo, suo Paese d'origine. La ragazza è stata prelevata dalla polizia durante una gita scolastica a Parigi.
Leonarda viveva da cinque anni in un centro di accoglienza per richiedenti asilo politico, a Levier ai confini con la Svizzera, dove frequentava la scuola pubblica, mentre al resto della sua famiglia - i genitori e altri cinque figli - era già stata notificata l'espulsione. Il Presidente francese, Francois Hollande, aveva dichiarato: “Se Leonarda ne farà richiesta, le sarà garantita accoglienza in Francia, ma per lei sola”. Immediata la risposta da parte dell'interessata: “ Non tornerei in Francia da sola, non abbandonerò la mia famiglia. Non sono la sola ad andare a scuola, ci sono anche i miei fratelli e le mie sorelle”, quattro nati in Italia e la più piccola nata in Francia, secondo le dichiarazioni del padre.

Le conclusioni dell'inchiesta amministrativa ordinata dal Ministro dell'Interno, Manuel Valls, a proposito dell'espulsione confermano che sia stata: “conforme alle regole in vigore”.
Altro caso che ha visto i riflettori puntati sul popolo Rom, un caso diverso da quello precedente: una bambina bionda e dagli occhi chiari è stata trovata in un campo a Larissa, nella Grecia del nord, durante una perquisizione da parte delle forze dell'ordine.
Un uomo e una donna sono stati accusati per rapimento perchè il test del DNA ha provato che “Maria” (questo il nome dato alla bambina) non è figlia loro. I due hanno affermato di averla ricevuta in affidamento da una donna in stato di indigenza. Pare che la madre biologica di “Maria” sia stata trovata in Bulgaria e che abbia affidato la piccola ai due estranei proprio a causa della povertà.
Questi due fatti di cronaca hanno riacceso il dibattito sulle politiche da adottare nei confronti dell'etnia romanì: rom e sinti. E hanno contribuito a riaffermare alcuni stereotipi negativi, primo fra tutti quello che vede i Rom come “rapitori di bambini”. Soprattutto durante le numerose trasmissioni televisive in cui ospiti e opinionisti (!) prendono la parola, alcuni sottolineano che non si debba generalizzare, ma - continuando a discutere in maniera superficiale e poco corretta di questo argomento - il messaggio infarcito di pregiudizi continua a passare.
Come scritto dall'Associazione 21 Luglio in un suo ultimo rapporto, uno studio del 2008 dell'Università di Verona ha mostrato come dal 1986 al 2007, in Italia, nessun caso di presunto "rapimento" di bambini non rom da parte di rom e sinti si sia concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona.
Nessun bimbo
gagiò, dunque, è stato mai trovato nelle mani delle comunità rom e sinte in quell'arco di tempo. Ma se fosse vero il contrario? Se fossero le istituzioni a sottrarre i bambini rom alle proprie famiglie affidandoli in adozione alle famiglie della società maggioritaria?
Questa è la provocazione che si pone come base di discussione per un convegno che l'Associazione romana ha organizzato per il 29 ottobre e di cui vi diamo comunicazione.


Martedì 29 ottobre alle ore 17, a Roma, presso la sede della Regione Lazio (Sala Tirreno, via Rosa Raimondi Garibaldi 7, Palazzina C), l'Associazione 21 luglio organizza il convegno “Mia madre era rom”, nel corso del quale sarà presentato l'omonimo rapporto dell'Associazione, che analizza in maniera scientifica la situazione dei minori rom, a Roma e nel Lazio, che oggi non vivono più presso le proprie famiglie.

Dalla ricerca, realizzata in collaborazione con la
Facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona, emergono dati allarmanti, che mettono in risalto un flusso sistematico e istituzionalizzato di minori dalle famiglie rom a quelle non rom in attesa di adozione, "giustificato" dalle precarie condizioni abitative alle quali le comunità rom e sinte nel Lazio sono costrette dalle poliitche locali in atto.

Il rapporto, in particolare, si sofferma sulla presenza dei minori rom nelle storie che il Tribunale per i Minorenni di Roma ha affrontato dal 2006 al 2012.


Interventi di:
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca – Associazione 21 luglio

Rita VISINI, Assessore alle Politiche Sociali della Regione Lazio

Melita CAVALLO, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma

Edoardo TRULLI, Vice Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali della Regione Lazio

Vito SAVASTA, Mediatore sociale