Dopo un anno di preparativi e una partenza sfumata a Luglio, finalmente il progetto iniziato lo scorso anno del “Festival delle culture tra arte e sport” può continuare e rinnovarsi (da Nenanews.it)
Il 27 dicembre partirà la seconda carovana per Gaza, un programma che avrà molteplici obiettivi: sostenere la resistenza palestinese e la popolazione della Striscia che vive da anni una situazione di assedio perenne e di isolamento internazionale; dare la possibilità ai Gazawi di avere l’occasione di potersi esprimere liberamente e con serenità in contesti differenti rispetto alle condizioni esistenziali che sono costretti a sopportare; essere testimoni di quello che accade sia della fase attuale che del contesto generale; diffondere questa testimonianza per rendere tutti coscienti della realtà dei fatti a fronte di una campagna mediatica che ha dipinto e dipinge Israele come vittima, anziché come paese colonizzatore e oppressore; scambiare competenze nell’ottica di un arricchimento culturale reciproco.
Il progetto è quindi rilevante nell’immediato e nel breve periodo, in quanto coglie la necessità primaria per la popolazione di uscire da una quotidianità caratterizzata dal perenne status di guerra, ma è ancora più fondamentale nel lungo periodo, poiché si tratta di un investimento che si spera continui nel tempo e che sia soprattutto in grado di innestarsi nell’intricata e complessa situazione della resistenza palestinese contro il governo israeliano, che nel corso degli anni si è dimostrato non solo colonizzatore, ma fascista nei modi e xenofobo nell’azione.
L’anno scorso lo scenario era quello del periodo post operazione “Margine Protettivo”, una strategia sanguinaria che aveva messo in ginocchio i Gazawi con una guerra impari che ha portato distruzione ovunque (gli aiuti sono iniziati ad arrivare a settembre di quest’anno), massacri, morti, povertà diffusa, impossibilità di condizioni di vita decenti (taglio dell’energia elettrica; bombardamenti continui lungo il confine e in mare; mancanza di acqua; difficoltà strutturali nelle scuole che hanno impedito per molto tempo lo svolgimento delle lezioni …). Questo si aggiungeva già ad un contesto in cui l’autosufficienza della Striscia versava in condizioni di estrema precarietà: un altissimo tasso di disoccupazione (circa il Il 43 per cento degli 1,8 milioni dei residenti della Striscia sono disoccupati. Tra i giovani è il 60 per cento a non avere un lavoro), una situazione economica al collasso per l’embargo egiziano e israeliano e per le guerre (le esportazioni dal territorio palestinese sono infatti azzerate e il settore manifatturiero è stato abbattuto del 60 per cento), un tasso di povertà altissimo, circa il 40%.
Secondo la Banca Mondiale, la ripresa economica è fortemente ostacolata dall’impossibilità per merci e persone di muoversi.
Quest’anno la situazione che la carovana si troverà ad affrontare non sembra affatto più rosea.
E’ ancora in corso infatti un periodo di tumulti e ribellioni, soffocati dalla forza repressiva israeliana che sta mietendo vittime ogni giorno.
L’hanno chiamata “Intifada dei coltelli”, ma come abbiamo visto, questa terza fase di rivolte si presenta in modo totalmente differente rispetto alle precedenti.
Anzitutto, dietro agli episodi che si sono verificati non c’è alcuna strategia di gruppi organizzati o partiti.
Questo si è potuto rilevare sia dall’assenza di una rappresentanza politica a cui si rifanno gli scontri (a parte Hamas che per un momento ha cavalcato la questione cercando di determinare quella situazione), sia dal carattere di spontaneità che hanno caratterizzato certi episodi, che dalle persone coinvolte: giovani uomini e donne che hanno agito mossi da un sentimento di disperazione e disillusione totale.
Un sentire che pesa per i tre anni di guerra che ha subito la Striscia (2 guerre in 3 anni) e per il grave regime di apartheid che subisce la popolazione palestinese ogni giorni in Cisgiordania e nei territori occupati.
Protagonista di questa Intifada, quindi, è soprattutto la popolazione giovanile, generazioni che sono cresciute sull’eredità del fallimento degli accordi di Oslo e sulla vana speranza di trovare un modo per uscire da una situazione di emarginazione ed oppressione che non permette la realizzazione dei più banali (per noi) obiettivi di vita.
E’ in questa matassa che si inserisce questo festival: per rispondere ad esigenze umane, sociali, politiche della popolazione e per restituire una realtà alterata e falsificata dai media.
Sostenere l’autodeterminazione dei popoli e dei territori, lottare contro i meccanismi di colonizzazione ed imperialismo che strozzano i palestinesi, condannare a gran voce un vero e proprio sistema di apartheid o informarsi ed informare è dovere morale di tutti.
Chi desidera mandare un aiuto economico, ecco l’Iban del Centro Vittorio Arrigoni a Gaza
IT35C0312703241000000051775
INTESTAZIONE: Giovanni Lisi Maria Teresa Bartolucci
Causale: per Gaza, Centro Italiano. Attività festival
BIC: BAECIT2B
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"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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martedì 29 dicembre 2015
Parte la seconda carovana per Gaza
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domenica 13 dicembre 2015
La situazione odierna in Medioriente e le prospettive possibili nel conflitto israelo-palestinese
di
Monica Macchi
LECTIO
MAGISTRALIS DI GIDEON LEVY
“Israele
è come certi maestosi alberi del New England in Usa,
che
sembrano solidissimi e forti, ma crollano all’improvviso,
perché
sono marci dal di dentro.
Ecco la
società israeliana è ormai persa,
ma dalle
vostre società civili può arrivare una scossa,
attraverso
il boicottaggio e altre iniziative”
Gideon Levy
Mercoledì
scorso alla Casa della Cultura di Milano, organizzata
dall’Associazione Oltre il Mare e senza patrocini istituzionali, la
conferenza stampa del pomeriggio è andata deserta ma all’incontro
serale con Gideon Levy la sala era strapiena per ascoltare una
versione lontana dal pensiero unico mainstream…eccola anche a voi:
Il filo
conduttore di questo intervento è la domanda di apertura che Levy
fa al pubblico e a sé stesso: “Perché un popolo generoso come gli
israeliani che danno spesso aiuti nelle calamità internazionali
(come è successo recentemente dopo il terremoto in Nepal e con i
rifugiati siriani ospitati nelle sinagoghe di diversi Paesi) non ha
dubbi morali e non protesta per il dramma e i crimini che stanno
compiendo contro i Palestinesi?”
La risposta
parte dalla constatazione che Israele è
l’unico Stato al mondo con 3 regimi al suo interno: una democrazia
liberale per gli ebrei (seppur resa debole e fragile da una
legislazione anti-democratica); un regime discriminatorio per la
minoranza palestinese (20% della popolazione) che
partecipa solo formalmente; un regime totalitario e di apartheid nei
Territori Occupati Militarmente. Dunque la prima cosa da fare è
sfatare il mito di “Israele unica democrazia del Medio Oriente”:
una democrazia non può essere “a metà” solo per un gruppo
privilegiato di cittadini; o c’è uguaglianza o
non c’è democrazia. E la seconda immagine iconica da abbattere è
“l’eccezionalismo”: dall’unicità della Shoah per cui gli
ebrei sono le uniche vittime della Storia..e anzi sono vittime anche
degli occupati che impongono loro l’occupazione (Golda Meir è
arrivata a dire “non
perdoneremo mai i Palestinesi per averci obbligato a uccidere i loro
figli”) fino alla convinzione di essere
il “popolo eletto” per cui le norme del
diritto internazionale valgono solo per gli altri popoli e non si
applicano agli ebrei che hanno invece un diritto di origine divina la
cui fonte è direttamente nella Bibbia. Parallelamente si sta
assistendo anche da parte dei media ad una deumanizzazione e
criminalizzazione dei Palestinesi rappresentati come sub-umani
(quindi obtorto collo
non si possono neppure applicare i diritti umani a “loro”); sono
“intrinsecamente cattivi”, “nati per uccidere” e la recente
“Intifada dei coltelli” viene raccontata come se accoltellare
ebrei fosse il nuovo hobby degli adolescenti palestinesi…
esattamente come altri adolescenti collezionano farfalle, figurine o
francobolli.
Gideon Levy non vede quindi una
possibilità di cambiamento endogena nella società israeliana,
che negli anni è diventata sempre più nazionalista,
razzista e militarista e delegittima voci coraggiose ed impegnate
come quella di “Breaking the silence”, un’associazione che
raccoglie e diffonde testimonianze di soldati sui
crimini dell’occupazione. Ripone invece speranze in variabili
esogene, non tanto nell’Europa troppo
paralizzata dal suo passato e dalla sua storia né negli Stati Uniti
che danno un supporto cieco ed automatico a Israele al punto tale che
Gideon Levy chiede provocatoriamente: “chi è il burattino e chi la
super-potenza?” ma nel Sud-Africa… o meglio nel modello del
Sud-Africa. Infatti dopo un viaggio a Johannesburg, si è reso conto
che l’apartheid è stato sconfitto dal boicottaggio e dal fatto che
i responsabili siano stati chiamati a render conto dei loro
comportamenti: solo la giustizia può disinnescare l’odio. E ha
cambiato idea sull’ipotesi dei 2 Stati, di cui è stato a lungo
sostenitore. Visto che è dal 1967 che esiste un unico Stato ma il
problema è il regime, propone di applicare il principio “una
testa, un voto” perché “Israele non avrà
altra scelta che accettare o essere costretta ad ammettere di
praticare l’Apartheid. E chi è disposto ad accettarlo nel 2015?”.
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lunedì 30 novembre 2015
29 novembre: Giornata Internazionale di solidarietà con il popolo palestinese
di Monica Macchi
Il
29 novembre 1947 con la risoluzione 181, l’Assemblea Generale
dell’Onu ha approvato il Piano di partizione della Palestina con
cui si stabiliva la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo,
con Gerusalemme sotto regime internazionale speciale….una delle
tante risoluzioni mai implementate.
Situato
a est di Qalqilia, Kufr Qaddum è un villaggio palestinese di circa
4000 abitanti con una superficie di 24.000 donum: in base agli
Accordi di Oslo è stato suddiviso in “area B” (circa 8.384 dunum
dove l’Autorità Nazionale Palestinese ha il controllo sulle
questioni civili, e Israele continua ad avere la responsabilità
della sicurezza) e “area C” dove Israele ha il pieno controllo
sia sulla sicurezza che sulla gestione amministrativa sia di questa
area che degli insediamenti illegali che la circondano (Kedumim,
Kedumim Zefon, Jit Mitzpe Yisha, e Giv'at HaMerkaziz che
costituiscono la colonia di Ariel Kedumim abitata da circa 3000
coloni).
Attorno
al villaggio c’è il muro di
Separazione (che Israele chiama “Barriera di Sicurezza) che isola
7.175 dunum
(38,2%
della superficie
totale) e impedisce ai contadini di accedere alle loro terre (il 70%
degli abitanti lavorano anzi lavorerebbero nell’agricoltura!) e ci
sono molte bypass
road (strade
costruite dagli
israeliani per
collegare gli
insediamenti in Cisgiordania
a Israele). De
iure secondo
gli accordi di Oslo,
i palestinesi avevano
il permesso
di utilizzare queste
strade ma dopo lo
scoppio della Seconda Intifada, Israele ne ha chiuso l’accesso ai
palestinesi per “ragioni
di sicurezza” ossia per
proteggere insediamenti
e coloni. Questo ha creato moltissimi problemi sia per l’economia
(l’agricoltura è in ginocchio) sia per la libertà di movimento
per i lavoratori, gli studenti e anche i malati, costretti ad andare
all’ ospedale di Darweesh
Nazzal a una
trentina di chilometri o negli ospedali di Nablus a una ventina…
su percorsi alternativi e di
fortuna su stradine non
asfaltate continuamente
interrotte da check-point anche improvvisati.
Così il 1
luglio 2011 è iniziata una resistenza popolare,
sotto forma di una
marcia pacifica dopo
la preghiera del
Venerdì per
rivendicare il diritto
e la libertà di movimento chiedendo la riapertura delle strade che
collegano direttamente Kufr Qaddum agli altri villaggi palestinesi.
Da allora ogni venerdì tutto il villaggio, compresi attivisti
stranieri e pacifisti israeliani marciano non solo perchè le strade
sono rimaste chiuse ma anche per denunciare il taglio di acqua
ed elettricità che Israele usa come forma di punizione collettiva
per fiaccare la resistenza.
Ed
ecco con le parole di Murad Shtaiwi
coordinatore
dei movimenti popolari di resistenza non violenta, la situazione di
Kufr Qaddum:
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giovedì 5 novembre 2015
Una lettura psicoanalitica di Alla Ricerca di Fatima: Una Storia palestinese, memoir di Ghada Karmi
"Alla ricerca di Fatima: una storia palestinese" narra la vita di Ghada Karmi, medico palestinese, che trascorre l'infanzia in un sobborgo benestante di Gerusalemme con due fratelli, i genitori e il cane Rex, affidata alle cure della domestica Fatima. Quando la famiglia è costretta a fuggire in Inghilterra a causa delle crescenti violenze degli ebrei nei confronti della popolazione araba, Ghada deve imparare a convivere con la perdita progressiva e definitiva del paese in cui è nata, sostituito da Israele. L'impatto con l'Inghilterra non è troppo traumatico: la scelta di privilegiare l'identità inglese è naturale e all'inizio risolutiva. Quando, ormai laureata in medicina, sceglie di sposare un inglese, Ghada difende il suo matrimonio agli occhi della famiglia tradizionalista e giudicante, difendendo allo stesso tempo la fittizia identità inglese che ha attribuito a se stessa e rifiutando in toto quella araba. Ma ben presto le contraddizioni di una tale decisione esplodono in tutta la loro violenza: durante la guerra dei Sei giorni Ghada farà i conti con l'indifferenza, o addirittura l'ostilità, di tutti quelli che credeva vicini, marito incluso. Consapevole di non potersi più nascondere e convinta di dover cercare se stessa scavando nel passato, Ghada si getta anima e corpo nell'impegno politico, quasi cercasse un'assoluzione per aver trascurato la storia del suo popolo: negli anni Settanta inizia a lottare per far sentire la voce dimenticata degli esuli palestinesi, si reca nei campi...
Una
lettura psicoanalitica di Alla Ricerca di Fatima: Una Storia
palestinese, memoir di Ghada Karmi
di
Flavia Donati
La vita di Ghada Karmi ha attraversato gli snodi drammatici della storia del suo popolo ed è stata attraversata e travolta insieme alla sua famiglia e alla sua comunità.
Parlo di una donna. Parlo di una storica.
Historia, nel suo significato originale usato da Erodoto, vuole dire "conoscenza".
Ghada Karmi ha attraversato il trauma della catastrofe del suo popolo, superando, come mostrerò, il diniego transgenerazionale ed arrivando con la sua scrittura a rendere testimonianza dell'orrore che è accaduto "là e allora".
I disastri causati dall'uomo e dalla mano dell'uomo, le guerre, le persecuzioni politiche ed etniche, mirano all'annichilimento dell'esistenza sociale e individuale dell'essere umano. Questa è la de-umanizzazione cui il lavoro paziente dello storico si oppone. Lo storico integra le esperienze traumatiche in un atto narrativo.
Questo ha fatto, questa donna-studiosa, Ghada, di cui vi parlerò.
Il mio scriverne è un rendergliene grazia.
Lo storico Walid Khalidi ha dovuto scrivere “All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948”, pubblicato nel 1992, per salvare alla memoria ciò che il sionismo e, poi, lo stato israeliano hanno rubato (case, terre, acqua, alberi, ulivi millenari) hanno distrutto (vite umane, villaggi popolati e inermi) hanno espulso (centinaia di migliaia di abitanti resi profughi o esuli come Ghada) per costruirci sopra cancellandone i nomi arabi per azzerarne anche il ricordo. Per negarne l’ esistenza.
La vita di Ghada inizia come una bimbetta riflessiva, con tanti legami affettivi ben radicati nella comunità di appartenenza, con una nutrice che è per lei una vera àncora di accoglienza e sicurezza e con un cane, Rex, compagno di giochi e di intesa. Parlerò della sua famiglia e dell’intreccio con le complessità di lutti e della loro impossibile elaborazione.
Questa bimbetta un giorno perde tutto. Messa di fretta in un taxi, lasciando Gerusalemme senza il tempo per capire e per un vero addio, vede per l’ ultima volta, una mattina all’alba, Fatima, la nutrice e Rex; li vede figure sempre più piccole in lontananza finché si perdono. Non le vedrà mai più e non saprà nemmeno mai quale fu il loro destino (pag. 113). Era l’ aprile del 1948. La nakba, la catastrofe. Confusi, storditi, ammassati, annegati nel dolore e nella paura, prima tappa Damasco, poi Londra.
Il libro intreccia la grande storia e la storia personale. Ghada Karmi è medico e storica accurata, dallo sguardo ampio ed è mossa da una dolorosa sincerità personale sui suoi percorsi, ingenuità, errori, illusioni, fallimenti e ritrovamenti della strada perduta.
La cornice della grande storia: La Dichiarazione di Balfour novembre 1917, in merito alla spartizione dell’ impero ottomano, venne mandata dall’allora Ministro degli Esteri inglese Balfour a Lord Rothschild inteso come rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista. In questo documento ufficiale il governo inglese guardava con favore alla creazione di un focolaio ebraico in Palestina. Dice Ghada Karmi: ”con quella dichiarazione il governo inglese aveva promesso ad un popolo la terra di un altro, benché non potesse rivendicare alcun diritto di proprietà su quella terra” (pag. 71). La Dichiarazione di Balfour fu inserita nel trattato di Sevres del 1920 che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia e assegnava la Palestina al Regno Unito, successivo titolare del Mandato della Palestina. Nei primi capitoli del libro si seguono le vicende prima della trasformazione di Gerusalemme nel XIX secolo: “quando si stabilirono le prime missioni cristiane…in appena cinquant’anni costruirono centinaia di chiese, scuole, ospedali…” (pag. 31) . La ferrea occupazione del mandato inglese, attivamente contrastata da movimenti di resistenza palestinese “dal 1936 al 1939 la protesta palestinese contro la linea politica seguita dalle autorità del mandato britannico che governavano il paese era inarrestabile…ma i capi della rivolta non riuscirono ad accordarsi su una strategia comune per sconfiggere l’ avanzata ebraica né tantomeno gli inglesi...” (pag. 10-11) “i due partiti pro Husseini e pro Nashashibi, ai ferri corti, stavano conducendo la resistenza palestinese alla disfatta, lasciando il campo agli ebrei immigrati, ogni giorno più decisi a prendere il potere” (pag. 44). La progressiva migrazione ebraica in Palestina: “Prima dell’ inizio dell’immigrazione ebraica in Palestina nel 1880 la comunità (ebraica ndr) contava circa 3.000 persone, su un totale di 350.000 abitanti nel paese” (pag. 37). Quella piccola comunità che Ghada Karmi chiama “i nostri ebrei” era indistinguibile dagli arabi, perché ne parlava la lingua ed era fisicamente indistinguibile. Ma si ingrossò il fiume della migrazione ebraica sotto gli occhi dell’ occupazione militare del mandato inglese. Ebrei poveri degli anni ’20-’30…ma anche ebrei benestanti “ricevevano sostanziosi aiuti economici dal governo britannico” (pag. 13) diventavano sempre più possidenti. Ghada dice: “lasciati a se stessi, i popoli si mescolano. Matrimoni misti, amicizie tra i vicini di casa …..” ( pag. 45)…..
Ma i sionisti avevano un altro piano. Il JNF (il Fondo Nazionale Ebraico) fondato nel 1901 al congresso sionista di Basilea, mappò la terrà e pianificò la sua espropriazione. Le strutture politiche e militari sioniste, inizialmente addestrate ed armate dall’esercito inglese, progressivamente diventarono il braccio armato (Haganah, esercito clandestino, Irgun, Banda Stern) contro la popolazione palestinese e contro l’esercito inglese che divenne obbiettivo di attacchi sanguinari (ad es King David Hotel quartier generale del governo britannico in Palestina fu devastato da una bomba nel luglio 1946 (pag. 54), o per es la Goldsmith House sede degli ufficiali britannici (pag. 61). Dice Ghada Karmi: “Le autorità inglesi sembravano sopraffatte dalla ferocia delle aggressioni degli ebrei”.
La popolazione palestinese, la comunità intorno a Ghada, la sua famiglia divennero sempre più terrorizzate dagli attacchi delle milizie sioniste (ai mezzi pubblici ad Haifa, alla folla alla Porta di Damasco, ai cinema, ai caffè, agli Hotel ritenuti sedi delle deboli organizzazioni palestinesi di resistenza, divise e malamente organizzate e dirette, il massacro di Deir Yassin il 9 aprile 1948…) fino a quel giorno di aprile del 1948 quando per non morire, lasciarono la loro terra.
Lascio alle pagine di Ghada la storia della fine del Mandato britannico e la Dichiarazione Onu e il dramma della popolazione palestinese, di quella che rimase nel territorio e di quella che diventò esule, 800.000 donne, uomini e bambini e dei 531 villaggi distrutti.
Io mi devo occupare della storia piccola, della storia personale che si dipana in questa grande storia. Vorrei proporvi 4 aree di lettura di questa storia per entrare nei suoi aspetti psicologici, per come io ho cercato di comprenderli. Spero che Ghada senta il mio rispetto per lei e per l’onestà del suo racconto, lo senta anche se devo concentrare in pochi paragrafi l’ entrare in grandi complessità e in intense emozionalità e ciò lo sento rischioso.
1)Aree
di fragilità pre-nakba
2) Il trauma ed i suoi fattori PRE-disponenti l’impossibilità di una elaborazione compiuta
3) I tentativi difensivi (per es: pseudo-integrazione post-migratoria)
4) La riconnessione con la propria storia
2) Il trauma ed i suoi fattori PRE-disponenti l’impossibilità di una elaborazione compiuta
3) I tentativi difensivi (per es: pseudo-integrazione post-migratoria)
4) La riconnessione con la propria storia
La bambina Ghada viveva nella sua famiglia con il papà, la mamma, una sorella nata nel ‘32 ed un fratello nato nel ’36 più grandi di lei nata nel nov ’39 . Immersa, radicata in una comunità ricca di scambi umani e di attività commerciali.
Ghada guarda alla sua storia da adulta e la pietà per i dolori della vita dei suoi genitori le permette di ricordare con tenerezza aspetti della dinamica intra-famigliare che avrebbero potuto essere ricordati con venature critiche che si permette solo in alcune pagine, dimostrando la sua profonda consapevolezza e sincerità.
Ma non solo questo: questo sguardo pietoso è un primo movimento di elaborazione del lutto che le permette di attingere alla memoria sia della sua storia individuale sia alla grande storia.
Ghada chiede a Fatima “dimmi cosa succede?” (pag. 107) quando l’angoscia nella comunità cresce. Non lo chiede alla madre, non lo chiede al padre. Per lei l’àncora è Fatima. La madre è una donna volitiva e intelligente ma sembra distratta dalla sua intensa necessità di interazioni sociali che inseriscono la famiglia in un tessuto affettivo sociale stretto ma lasciano Ghada un po’ solitaria. Ghada dice: “io non venivo notata da nessuno, mi vedevo pelle ed ossa, mi sentivo brutta ed ero gelosa marcia” dei cuginetti coccolati dalla madre e dei maschi che avevano diritto a trattamenti speciali (pag. 22)...“dai bambini, come dagli adulti ci si aspettava che se la cavassero da soli”….”la vita senza Rex e Fatima era impensabile” (pag. 76).
Queste frasi danno l’ immagine di una bambina che non trovava sufficiente accoglimento e attenzione e che non si sentiva vista dagli occhi della madre. E quindi poteva trovare difficoltà nella formazione dell’immagine di sé. Un vissuto di svalutazione, di insufficiente rispecchiamento e rassicurante conferma che può rendere il bambino più esposto a inquietudini-insicurezza-autocriticità nel suo senso di sé stesso e all’ ansia di rifiuto nella relazione con il mondo esterno. L’ancoraggio a Fatima è di tipo affettivo-protettivo, una grande tenerezza calda. Fatima era una donna saggia ma nella società palestinese del tempo la posizione di Fatima era svalutata: “Anche se ero piccola avevo già assimilato la tripartizione usuale della società palestinese: in fondo alla scala c’era la gente di campagna, poi i proprietari terrieri e in cima gli abitanti delle città” (pag. 17)… “fin dall’ inizio considerai Fatima come mia madre…sapevo che lei non era la mia vera madre ma nutrivo un affetto così profondo che i miei fratelli mi canzonavano: Non sei mica nostra sorella…Ti abbiamo trovata in giardino…i tuoi genitori sono contadini come Fatima…prima o poi ti rimandiamo da loro...”… “piangevo disperata”...”mia madre li rimproverava”…”Ma il mio strazio era solo in parte dovuto al fatto di non voler essere considerata una reietta nella mia stessa famiglia. In maggior misura mi turbava l’ idea di essere associata ai contadini”...( pag. 16). Quindi già da allora il modellamento sull’immagine della figura femminile di riferimento era complessa. Complessa la formazione dell’ immagine di sé. Da una parte Ghada trovava la sicurezza, pace, tenerezza e accoglienza incondizionata con Fatima, dall’altra era in conflitto con quell’ immagine di riferimento da introiettare in quanto svalutata e che l’avrebbe messa fuori dalla famiglia.
Il rapporto con il padre è tenero. Siede sulle sue ginocchia quando la madre esce e lui legge, gli parla anche se lui non si sa quanto ascolti. E’ un uomo responsabile con aspirazioni intellettuali e lavora all’interno dell’ entourage inglese cosa che gli crea forti imbarazzi per la sua forte collocazione leale dentro la sua comunità. Una complicazione che lo accompagnerà anche dopo la migrazione in Inghilterra perché troverà lavoro nella divisione araba della BBC. Ghada dice: “i padri hanno un’importanza cruciale nella nostra cultura. Rappresentano la principale figura di riferimento, l’ autorità, sono gli artefici della reputazione della famiglia, l’ unico suo mezzo di sostentamento economico e la base della sua identità” (pag. 76). Ma il padre, lui stesso vittima della grande storia che si abbatte sulla sua terra dice: “non andremo da nessuna parte e nessuno farà nulla ai miei libri” (pag. 83). E quindi che cosa succede alla bambina Ghada verso questa autorità che doveva essere, per lei ancora piccola, guida autorevole nella lettura della realtà ed efficace protezione consapevole? Lo si perdona in quanto vittima ma: che ferita lascia? Quanto traumatica è la perdita improvvisa dell’aura di onnipotenza che i nostri genitori dovrebbero perdere un po’ alla volta nel corso della nostra adolescenza mentre ci attrezziamo a navigare da soli la realtà?
Queste considerazioni ci aiutano a capire meglio il senso di fragilità e di dubbio identitario che sarà parte della fase successiva, post-migratoria.
Sia la mamma che il papà di Ghada hanno difficoltà a parlare delle esperienze e di ciò che succede a loro e nei loro figli sia prima della nakba che negli anni del post-migrazione. Ghada ne parla con stupore, con tristezza, a volte con dolore arrabbiato. “nessuno dei due sembrava interessato alle nostre vite” (pag. 205) “non riesco a perdonare i miei genitori per averci gettato con tanta noncuranza in simili sabbie mobili culturali e politiche” (pag. 191) “lacrime di papà per che cosa? Era impossibile dirlo perché papà non parlava mai dei suoi sentimenti” (pag. 144). Noi lettori possiamo cercare di immaginare lo stato di angoscia continua e sotterranea nel quale i genitori vivevano intuendo, forse non a livello conscio, che il loro mondo era minacciato e sarebbe stato distrutto. Forse non erano in grado di ascoltare perché non potevano dare risposte. Non potevano avvicinarsi al lutto che stavano per vivere, stavano vivendo, avevano vissuto e avrebbero continuato a vivere. Ma se guardiamo l’esperienza dalla parte di Ghada possiamo sentirci vicini alla sua esperienza interiore. I bambini hanno bisogno di essere aiutati a mettere in parole le loro esperienze perché vengano accolte senza reprimerne le emozioni, anzi per aiutarli a capirle e collegarle, per validare le loro risorse per poter affrontare le sfide, per non vergognarsi della paura, per non dover far finta di…. e per consolidare il senso della propria identità. Gli attacchi di panico di cui Ghada ci racconta soffrirà a Londra per molti anni (pag. 186) iniziati al museo delle cere di Madame Tussauds (forse non per caso: tutti come morti, come un cimitero) rimandano forse a questa scissione tra forti emozioni e un insufficiente tentativo di contenimento negli anni formativi attraverso l’ascolto-rassicurazione attraverso la sintonizzazione dell’ adulto-affidabilità della parola dell’ altro.
Gli impatti forti della nostra vita vanno a mettere in evidenza le nostre aree deboli e poi, come Ghada arriverà a fare nel suo percorso, se riusciamo a riconnetterci con le nostre risorse e le correnti dinamiche autentiche della nostra identità abbiamo l’opportunità di riparare, di occuparci in modo curativo di quelle aree friabili.
2)
Il trauma: Palestina Damasco Londra
Perdita del mondo che è la sua vita. Affetti, legami identitari, comunità di riferimento. Odori. Suoni. Paesaggi. Fisionomie. Arriva l’ Aprile 1948.
Prima il montare di una paura che impregna tutti. I genitori erano terrorizzati (pag. 104) i bambini non possono contare su alcuna rassicurazione, conforto, spiegazione su ciò che sta avvenendo e potrà essere di loro: “nemmeno il tempo di dire addio alla nostra casa, al nostro paese a tutto ciò che avevamo amato un tempo” (pag. 113). La fuga a Damasco dove c’erano i nonni.
C’è un dolore che tutto pervade ma un meccanismo difensivo, la negazione, che illusoriamente protegge dal dolore ma ne complica enormemente la possibilità di elaborarlo senza eccessive scissioni che invece congelano parti del proprio mondo interno con conseguenze complesse emotive-cognitive-relazionali: “dopo il nostro arrivo a Damasco, nessuno accennò più alla vita di prima. I nostri genitori non parlavano più né di Fatima….nè della casa o di Gerusalemme. Mi sembrava di essere l’ unica a serbarne il ricordo…così stordita e confusa decisi di seguire il loro esempio e tenni per me la confusione. La mia devozione a Fatima, alla nostra casa e alla mia infanzia divennero una questione privata, un segreto da custodire e proteggere.” (pag. 126)…”i ricordi congelati nel tempo” (pag. 161).
“Scappare è fare il gioco degli ebrei, rimanere è esporre i figli alla morte” (pag. 82). Fuggiti lasciando gli anziani indietro per salvare i bambini: come si può elaborare o convivere con una tale colpa? Come affiorerà o si cercherà di non farla affiorare?
Poi, dopo varie traversie, e “una temporanea follia dei genitori” (pag. 145) la famiglia arriva a Londra. A Londra la famiglia Karmi tiene una stretta routine araba; la infelicissima mamma entra in una vera fase depressiva (pag. 167): isolata, rifiuta per anni di attrezzare con il riscaldamento la casa gelida e umida; rifiuta di considerare quella casa, quel luogo come destinazione permanente, definitivo, finale. Non imparerà mai l’inglese, e non stringerà mai amicizie con gli inglesi. Molto diversamente da come aveva fatto in Palestina dove le porte di casa erano sempre aperte e i vicini di casa erano amici al di là di appartenenze e caratteri. Mai mise piede nella scuola dei figli (pag. 179) e spegneva la musica classica che sempre aveva allietato la casa in Palestina (pag. 183).
Come si può elaborare una perdita così globale e drammatica? Il fallimento della migrazione nella generazione adulta si appoggia su una prevalenze di un dolore che eccede la proprie capacità di sopportarlo, sulla negazione come mezzo difensivo
prevalente, sulla natura obbligata dell’esilio, sulla globalità della perdita di ciò che ancora esiste ma è stato devastato e rubato. Gli invasori vivono nella loro casa. Il presente viene congelato perché non è più il passato e perché non deve diventare quel futuro. Congelamento dell’oggetto perduto insieme a ciò che di noi si esprimeva nella relazione con esso.
Idealizzazione del mondo perduto-estraniazione e denigrazione del mondo presente sono oscillazioni che rendono difficile la vita anche ai ragazzi che invece escono da casa, vanno a scuola, devono imparare la lingua e devono negoziare il loro inserimento in una nuova cultura, con nuovi valori, abitudini, validazioni.
Infatti come scrive Faimberg (2006) una negazione trasmessa di generazione in generazione impedisce il più delle volte di elaborare il lutto delle varie catastrofi del ‘900. La cripta di questo lutto incistato, chiusa quasi irrimediabilmente, dà luogo ad uno spazio intra-soggettivo e inter-soggettivo dove ciò che è negato ritorna nella forma di una mutilazione, in senso stretto ed in senso lato. Ma non sono solo i bambini ad essere “mutilati” della possibilità di affidarsi ai genitori: i genitori sono a loro volta “mutilati” non solo della loro patria ma della possibilità di essere per i loro figli punti di riferimento forti. Il terrore li fissa nella negazione. Gli adulti, si sa, sono meno plastici dei bambini, incistano il trauma in una cripta irrevocabilmente.
Quali operazioni mentali Ghada deve fare per poter continuare a vivere?
Perdita del mondo che è la sua vita. Affetti, legami identitari, comunità di riferimento. Odori. Suoni. Paesaggi. Fisionomie. Arriva l’ Aprile 1948.
Prima il montare di una paura che impregna tutti. I genitori erano terrorizzati (pag. 104) i bambini non possono contare su alcuna rassicurazione, conforto, spiegazione su ciò che sta avvenendo e potrà essere di loro: “nemmeno il tempo di dire addio alla nostra casa, al nostro paese a tutto ciò che avevamo amato un tempo” (pag. 113). La fuga a Damasco dove c’erano i nonni.
C’è un dolore che tutto pervade ma un meccanismo difensivo, la negazione, che illusoriamente protegge dal dolore ma ne complica enormemente la possibilità di elaborarlo senza eccessive scissioni che invece congelano parti del proprio mondo interno con conseguenze complesse emotive-cognitive-relazionali: “dopo il nostro arrivo a Damasco, nessuno accennò più alla vita di prima. I nostri genitori non parlavano più né di Fatima….nè della casa o di Gerusalemme. Mi sembrava di essere l’ unica a serbarne il ricordo…così stordita e confusa decisi di seguire il loro esempio e tenni per me la confusione. La mia devozione a Fatima, alla nostra casa e alla mia infanzia divennero una questione privata, un segreto da custodire e proteggere.” (pag. 126)…”i ricordi congelati nel tempo” (pag. 161).
“Scappare è fare il gioco degli ebrei, rimanere è esporre i figli alla morte” (pag. 82). Fuggiti lasciando gli anziani indietro per salvare i bambini: come si può elaborare o convivere con una tale colpa? Come affiorerà o si cercherà di non farla affiorare?
Poi, dopo varie traversie, e “una temporanea follia dei genitori” (pag. 145) la famiglia arriva a Londra. A Londra la famiglia Karmi tiene una stretta routine araba; la infelicissima mamma entra in una vera fase depressiva (pag. 167): isolata, rifiuta per anni di attrezzare con il riscaldamento la casa gelida e umida; rifiuta di considerare quella casa, quel luogo come destinazione permanente, definitivo, finale. Non imparerà mai l’inglese, e non stringerà mai amicizie con gli inglesi. Molto diversamente da come aveva fatto in Palestina dove le porte di casa erano sempre aperte e i vicini di casa erano amici al di là di appartenenze e caratteri. Mai mise piede nella scuola dei figli (pag. 179) e spegneva la musica classica che sempre aveva allietato la casa in Palestina (pag. 183).
Come si può elaborare una perdita così globale e drammatica? Il fallimento della migrazione nella generazione adulta si appoggia su una prevalenze di un dolore che eccede la proprie capacità di sopportarlo, sulla negazione come mezzo difensivo
prevalente, sulla natura obbligata dell’esilio, sulla globalità della perdita di ciò che ancora esiste ma è stato devastato e rubato. Gli invasori vivono nella loro casa. Il presente viene congelato perché non è più il passato e perché non deve diventare quel futuro. Congelamento dell’oggetto perduto insieme a ciò che di noi si esprimeva nella relazione con esso.
Idealizzazione del mondo perduto-estraniazione e denigrazione del mondo presente sono oscillazioni che rendono difficile la vita anche ai ragazzi che invece escono da casa, vanno a scuola, devono imparare la lingua e devono negoziare il loro inserimento in una nuova cultura, con nuovi valori, abitudini, validazioni.
Infatti come scrive Faimberg (2006) una negazione trasmessa di generazione in generazione impedisce il più delle volte di elaborare il lutto delle varie catastrofi del ‘900. La cripta di questo lutto incistato, chiusa quasi irrimediabilmente, dà luogo ad uno spazio intra-soggettivo e inter-soggettivo dove ciò che è negato ritorna nella forma di una mutilazione, in senso stretto ed in senso lato. Ma non sono solo i bambini ad essere “mutilati” della possibilità di affidarsi ai genitori: i genitori sono a loro volta “mutilati” non solo della loro patria ma della possibilità di essere per i loro figli punti di riferimento forti. Il terrore li fissa nella negazione. Gli adulti, si sa, sono meno plastici dei bambini, incistano il trauma in una cripta irrevocabilmente.
Quali operazioni mentali Ghada deve fare per poter continuare a vivere?
3)
La pseudo-integrazione post-migratoria
Non può accettare la denigrazione del presente se vuole vivere, congela ricordi e perdite e gli elementi fondanti la sua identità culturale. “iniziai a cancellare il passato come se non fosse mai esistito...mi chiedo se i nostri genitori stessero cercando di favorire quella cancellazione un po’ per non rivivere il dolore e il trauma e un po’ forse, per una ragione più oscura e diversa. Magari a spingerli era la vergogna per aver disertato la madre patria, per averla lasciata, indifesa, nelle mani dell’invasore” (pag. 193). Verso chi era stato abbandonato, lasciato là. Inizia per Ghada un lungo processo di adattamento che potremmo chiamare camaleontico, facilitato dalla sua frequenza in una scuola cattolica dove le suore la trattavano con una certa dolcezza, un gusto di accoglienza femminile quasi un’associazione a Fatima. La sua migliore amica è Leslie e viene ben accolta dalla sua famiglia ebrea.
“Mi ero fatta l’ idea che tutto quello che era arabo…era mediocre e non meritava il mio interesse” (pag. 208). La svalorizzazione è tra i sintomi del lutto patologico. “avevo fatto mio il risentimento verso gli immigrati, come se io e la mia famiglia appartenessimo alla popolazione indigena…secondo lo stesso principio volevo confondermi con gli inglesi, imitare il loro comportamento, il loro modo di vivere….non mi sfiorò mai il pensiero di essere io stessa oggetto di quel disprezzo che gli inglesi provavano per i miei compagni immigrati e nemmeno che, in quanto palestinese, era proprio a loro che dovevo la perdita recente del mio paese…(208-209).
Qui va messo in luce il doppio livello della scissione e della negazione: una negazione della perdita da parte dei genitori e una negazione della storia del popolo palestinese da parte degli inglesi, nei media e nell’insegnamento scolastico, che volevano dimenticare il loro ruolo pre-nakba e stavano sempre di più promuovendo, per associazione coloniale, Israele a paese amico dimenticando tutta la storia del mandato britannico in Palestina finita con il loro sangue oltre a quello palestinese. Infatti i due momenti cruciali di rottura del suo percorso “adattativo” dal ’49 al ‘67 sono legati alla guerra per lo stretto di Suez del ottobre-novembre 1956 e alla cosiddetta guerra dei 6 giorni del 1967. Queste crisi internazionali vedono emergere nell’ambiente sociale e scolastico intorno a Ghada forti spinte di alleanza tra gli ebrei inglesi e Israele in aperta ostilità anti-araba e contro l’Egitto di Nasser, e una chiara collocazione inglese in alleanza anti-araba insieme agli altri stati post e neo-coloniali. “gli ebrei inglesi iniziarono con il ‘67 il loro coming out per appartenenza religiosa e per i loro legami con Israele (pag. 351). Ghada subisce penose esperienze di bullismo a scuola (pag. 262) e raffreddamenti nelle sue relazioni sociali: si sente dire “ti sembra giusto quello che ha fatto il vostro Nasser?” (pag. 252). Scrive: “Mi ci sarebbero voluti un altro decennio e un’altra crisi profondissima perché quell’edifico alla fine crollasse. Ma, senza che lo sapessi, a seguito della guerra di Suez, le prime crepe si erano già aperte.” (pag. 268).
Ghada per un po’ non aveva avuto scampo: aveva cercato di inserirsi per assimilazione. Ha la cittadinanza nel ’52. Vive come se avesse una doppia vita. Si accentua un distacco affettivo dai suoi genitori che vivono in un mondo a parte, soprattutto la madre. Ad un certo punto viene accolta con affetto e calore dalla famiglia di John che la vuole sposare. Ghada tentenna perché “sa” che John per lei è la casa inglese che le dà un senso di appartenenza ma, credo, sentisse la voragine che sottostava al suo rapporto. Quel senso di appartenenza si basava sulla negazione della sua storia - di cui non si parlava - della sua identità araba originaria e delle ragioni storiche della sua forzata migrazione delle quali non si parlava (pag. 332).
Ghada sceglie inconsapevolmente come data per le nozze il 15 maggio: la data della nakba. La data della perdita della sua terra ora diventa anche la data del distacco dalla sua famiglia che non riesce ad accettare la sua scelta. Forse il sovrapporre le date è nella scia della negazione. O all’ opposto accendere i riflettori sulla storia.
Ma la grande storia entra di nuovo nella sua vita questa volta ridandole una nuova possibilità di elaborazione e di integrazione personale. È la guerra delle 3 ore…chiamata dei 6 giorni con la disfatta araba e il trionfo di Israele. Nel 1967. Si afferma nel mondo la saldatura tra i colonialismi in funzione anti-araba con la possibilità di oscurare la responsabilità europea nell’olocausto passando agli arabi il ruolo di minaccia agli ebrei.
Momento cruciale con John che le dice: “non posso non ammirare Israele” . Il matrimonio viene travolto ma Ghada fa soprattutto precipitare dentro di sé una crisi profonda, difficile: “adesso mi sentivo doppiamente sola. Era come se quella settimana di guerra mi avesse smascherata. Mi chiedevo chi fossi in realtà”, (pag. 344). Pagine dolorose, turbolente ma che indicano quel lavoro di riconnessione interna alla realtà della propria storia e ai propri legami culturali sotterrati.
Le aree di ambiguità che dobbiamo mantenere - per permettere un adattamento che viene associato alla sopravvivenza, scindendo e sopprimendo aree importanti della nostra identità - è proporzionale alla fragilità della nostra identità, alla quota di vergogna e di autodenigrazione che la minaccia, alle dinamiche collusive dell’ambiente circostante (nella negazione, nella denigrazione, nell’ amnesia) alla violenza dell’esclusione sociale e della punizione in caso di manifestata diversità o critica.
L’integrazione interna (eredità, appartenenza, modelli identificatori, transgenerazionali, la nostra individuazione=creazione della nostra originalità nella fase infantile, i suoi dilemmi…) è l’ unico presupposto per un‘integrazione esterna che non sia basata sulla perdita di parti importanti di noi stessi e su un camaleontismo superficiale.
Israele riuscì attraverso un’articolata e abilissima strategia politico-mediatica a trasformare l’immagine del popolo palestinese, la vittima che era stato espulsa dalla sua terra, nell'immagine di una presenza senza diritti, intrusoria, aggressiva, che andava annullata e distrutta in quanto minacciosa. Gli stati arabi, divisi, con poteri autocratici miopi e disorganizzati, non ebbero mai, dopo Nasser, alcun ruolo nello scacchiere geo-politico dell’area medio-orientale e mediterranea. Ora in Israele con la legge del marzo 2011 lo Stato toglie i fondi statali a quelle istituzioni che commemorino il giorno della fondazione dello stato di Israele come giorno di un loro lutto. Parlare della nakba è proibito a scuola. Cioè i migliaia di palestinesi che sono rimasti in quello che è diventato lo Stato ebraico, non possono ricordare il giorno in cui hanno perso la loro coesione comunitaria e migliaia di loro amici e parenti sono diventati profughi permanenti, alcuni esuli sparsi per il mondo (come la famiglia di Ghada), molti altri, milioni di altri ora vivono ancora in campi profughi senza diritti e senza identità nazionale. Il vero “negazionismo” impedisce alla vittime di essere riconosciute: Ghada scrive “compresi amareggiata che non avevo solamente perso la mia patria ma anche il diritto di piangerla e di volerne a qualcuno perché se ne era appropriato” (pag. 354).
Non può accettare la denigrazione del presente se vuole vivere, congela ricordi e perdite e gli elementi fondanti la sua identità culturale. “iniziai a cancellare il passato come se non fosse mai esistito...mi chiedo se i nostri genitori stessero cercando di favorire quella cancellazione un po’ per non rivivere il dolore e il trauma e un po’ forse, per una ragione più oscura e diversa. Magari a spingerli era la vergogna per aver disertato la madre patria, per averla lasciata, indifesa, nelle mani dell’invasore” (pag. 193). Verso chi era stato abbandonato, lasciato là. Inizia per Ghada un lungo processo di adattamento che potremmo chiamare camaleontico, facilitato dalla sua frequenza in una scuola cattolica dove le suore la trattavano con una certa dolcezza, un gusto di accoglienza femminile quasi un’associazione a Fatima. La sua migliore amica è Leslie e viene ben accolta dalla sua famiglia ebrea.
“Mi ero fatta l’ idea che tutto quello che era arabo…era mediocre e non meritava il mio interesse” (pag. 208). La svalorizzazione è tra i sintomi del lutto patologico. “avevo fatto mio il risentimento verso gli immigrati, come se io e la mia famiglia appartenessimo alla popolazione indigena…secondo lo stesso principio volevo confondermi con gli inglesi, imitare il loro comportamento, il loro modo di vivere….non mi sfiorò mai il pensiero di essere io stessa oggetto di quel disprezzo che gli inglesi provavano per i miei compagni immigrati e nemmeno che, in quanto palestinese, era proprio a loro che dovevo la perdita recente del mio paese…(208-209).
Qui va messo in luce il doppio livello della scissione e della negazione: una negazione della perdita da parte dei genitori e una negazione della storia del popolo palestinese da parte degli inglesi, nei media e nell’insegnamento scolastico, che volevano dimenticare il loro ruolo pre-nakba e stavano sempre di più promuovendo, per associazione coloniale, Israele a paese amico dimenticando tutta la storia del mandato britannico in Palestina finita con il loro sangue oltre a quello palestinese. Infatti i due momenti cruciali di rottura del suo percorso “adattativo” dal ’49 al ‘67 sono legati alla guerra per lo stretto di Suez del ottobre-novembre 1956 e alla cosiddetta guerra dei 6 giorni del 1967. Queste crisi internazionali vedono emergere nell’ambiente sociale e scolastico intorno a Ghada forti spinte di alleanza tra gli ebrei inglesi e Israele in aperta ostilità anti-araba e contro l’Egitto di Nasser, e una chiara collocazione inglese in alleanza anti-araba insieme agli altri stati post e neo-coloniali. “gli ebrei inglesi iniziarono con il ‘67 il loro coming out per appartenenza religiosa e per i loro legami con Israele (pag. 351). Ghada subisce penose esperienze di bullismo a scuola (pag. 262) e raffreddamenti nelle sue relazioni sociali: si sente dire “ti sembra giusto quello che ha fatto il vostro Nasser?” (pag. 252). Scrive: “Mi ci sarebbero voluti un altro decennio e un’altra crisi profondissima perché quell’edifico alla fine crollasse. Ma, senza che lo sapessi, a seguito della guerra di Suez, le prime crepe si erano già aperte.” (pag. 268).
Ghada per un po’ non aveva avuto scampo: aveva cercato di inserirsi per assimilazione. Ha la cittadinanza nel ’52. Vive come se avesse una doppia vita. Si accentua un distacco affettivo dai suoi genitori che vivono in un mondo a parte, soprattutto la madre. Ad un certo punto viene accolta con affetto e calore dalla famiglia di John che la vuole sposare. Ghada tentenna perché “sa” che John per lei è la casa inglese che le dà un senso di appartenenza ma, credo, sentisse la voragine che sottostava al suo rapporto. Quel senso di appartenenza si basava sulla negazione della sua storia - di cui non si parlava - della sua identità araba originaria e delle ragioni storiche della sua forzata migrazione delle quali non si parlava (pag. 332).
Ghada sceglie inconsapevolmente come data per le nozze il 15 maggio: la data della nakba. La data della perdita della sua terra ora diventa anche la data del distacco dalla sua famiglia che non riesce ad accettare la sua scelta. Forse il sovrapporre le date è nella scia della negazione. O all’ opposto accendere i riflettori sulla storia.
Ma la grande storia entra di nuovo nella sua vita questa volta ridandole una nuova possibilità di elaborazione e di integrazione personale. È la guerra delle 3 ore…chiamata dei 6 giorni con la disfatta araba e il trionfo di Israele. Nel 1967. Si afferma nel mondo la saldatura tra i colonialismi in funzione anti-araba con la possibilità di oscurare la responsabilità europea nell’olocausto passando agli arabi il ruolo di minaccia agli ebrei.
Momento cruciale con John che le dice: “non posso non ammirare Israele” . Il matrimonio viene travolto ma Ghada fa soprattutto precipitare dentro di sé una crisi profonda, difficile: “adesso mi sentivo doppiamente sola. Era come se quella settimana di guerra mi avesse smascherata. Mi chiedevo chi fossi in realtà”, (pag. 344). Pagine dolorose, turbolente ma che indicano quel lavoro di riconnessione interna alla realtà della propria storia e ai propri legami culturali sotterrati.
Le aree di ambiguità che dobbiamo mantenere - per permettere un adattamento che viene associato alla sopravvivenza, scindendo e sopprimendo aree importanti della nostra identità - è proporzionale alla fragilità della nostra identità, alla quota di vergogna e di autodenigrazione che la minaccia, alle dinamiche collusive dell’ambiente circostante (nella negazione, nella denigrazione, nell’ amnesia) alla violenza dell’esclusione sociale e della punizione in caso di manifestata diversità o critica.
L’integrazione interna (eredità, appartenenza, modelli identificatori, transgenerazionali, la nostra individuazione=creazione della nostra originalità nella fase infantile, i suoi dilemmi…) è l’ unico presupposto per un‘integrazione esterna che non sia basata sulla perdita di parti importanti di noi stessi e su un camaleontismo superficiale.
Israele riuscì attraverso un’articolata e abilissima strategia politico-mediatica a trasformare l’immagine del popolo palestinese, la vittima che era stato espulsa dalla sua terra, nell'immagine di una presenza senza diritti, intrusoria, aggressiva, che andava annullata e distrutta in quanto minacciosa. Gli stati arabi, divisi, con poteri autocratici miopi e disorganizzati, non ebbero mai, dopo Nasser, alcun ruolo nello scacchiere geo-politico dell’area medio-orientale e mediterranea. Ora in Israele con la legge del marzo 2011 lo Stato toglie i fondi statali a quelle istituzioni che commemorino il giorno della fondazione dello stato di Israele come giorno di un loro lutto. Parlare della nakba è proibito a scuola. Cioè i migliaia di palestinesi che sono rimasti in quello che è diventato lo Stato ebraico, non possono ricordare il giorno in cui hanno perso la loro coesione comunitaria e migliaia di loro amici e parenti sono diventati profughi permanenti, alcuni esuli sparsi per il mondo (come la famiglia di Ghada), molti altri, milioni di altri ora vivono ancora in campi profughi senza diritti e senza identità nazionale. Il vero “negazionismo” impedisce alla vittime di essere riconosciute: Ghada scrive “compresi amareggiata che non avevo solamente perso la mia patria ma anche il diritto di piangerla e di volerne a qualcuno perché se ne era appropriato” (pag. 354).
4) Riconnessione alla propria storia
Ghada inizia un’attività politica che non è più terminata a tutt’oggi. E da medico diventa una storica e una studiosa. Questa parte della sua vita ci è più nota. La porta ad un certo punto a pensare di voler vivere e lavorare come medico in Siria, rientrando in un mondo culturale arabo. Sperimenta come sa chi vive, attraversa e studia la complessità del processo migratorio, che l’ individuo diventa un individuo originale che deve accettare di non collocarsi perfettamente né nella cultura di origine né in quella di arrivo. E lei è mossa da necessità di restituire alla storia la storia.
La enorme fatica elaborativa che ha fatto sul piano personale dà le radici ad un suo pensiero coraggioso ed originale, una sua proposta strategica che è stata espressa nel suo libro “Sposata ad un Altro Uomo” (così fu descritta la Palestina dai due inviati dal primo congresso sionista del 1897 di Basilea, cioè che era una terra già abitata, rivendicata da una popolazione nativa arabo-palestinese della quale era madrepatria) che Ghada venne a presentare in Italia 4 anni fa. Ghada dice: “Sono consapevole che l’ipotesi di uno Stato unico non sia un argomento del quale scrivere facilmente. Si finisce immediatamente per far parte di una minoranza marginale e si è oggetto di accuse di utopismo, antisemitismo, e persino di tradimento. Si tratta di pregiudizi per evitare di pensare idee in contrasto con quelle divenute familiari, convenzionali, o che servono interessi costituiti. Al contrario, l’ipotesi di uno Stato unico, laico e democratico nella Palestina storica, è da affrontare con un dibattito onesto perché, come spero, di dimostrare è l’unica strada possibile tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani”.
Grazie Ghada e grazie Fatima che, credo, Ghada abbia ritrovato dentro di sé come un nucleo caldo e amorevole grazie al quale è riuscita, nonostante la sua terra sia stata distrutta e lei ripetutamente ferita, a portare al suo popolo un messaggio costruttivo e di speranza.
…… Cesare Pavese “ Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”
“La Luna e i Falò” Einaudi 1950
Flavia Donati , psichiatra e psicoanalista SPI-IPA
Roma, 5 maggio 2014
Relazione richiesta da ISM-Italia e presentata in occasione del tour in Italia del maggio 2014 per la presentazione del libro memoir di Ghada Karmi “Alla Ricerca di Fatima - Una Storia Palestinese”, Atmosphere Libri 2013.
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venerdì 16 ottobre 2015
Book City: il potere della letteratura e i diritti umani
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martedì 29 settembre 2015
L' arresto del politico kurdo Abdullah Demirbas aumenta le tensioni nel sud-est della Turchia
Dal 4 settembre nel Sudest della Turchia si sono riaccese tensioni che sembravano sopite: c'è il coprifuoco a Cizîra Botan (Cizre), e ci sono cecchini sui minareti e altre alte torri della città. Diversi altri villaggi nelle regioni kurde della Turchia sono stati tagliati fuori dal mondo esterno da parte delle forze di sicurezza turche. Questa situazione riguarda anche il quartiere centrale di Sur a Diyarbakir, la capitale non ufficiale del Kurdistan turco. Inoltre, il governo turco ha deciso di arrestare rappresentanti e politici kurdi eletti, tra i quali il popolare ex sindaco di Diyarbakir Abdullah Demirbas, per aver partecipato alle campagne contro gli arresti di giovani kurdi. Demirbas era già stato imprigionato per diversi anni una prima volta, perché aveva sostenuto l'uso della lingua kurda.
Nella sua posizione di sindaco Demirbas aveva mostrato un forte impegno nei confronti dei diritti delle minoranze. Andando decisamente contro la volontà di Erdogan, aveva deciso di far restaurare una chiesa armena e una chiesa siro-ortodossa. Aveva anche visitato Israele, dove aveva cercato di ristabilire i contatti con gli Ebrei che un tempo vivevano a Diyarbakir e nelle regioni kurde. Nel 2007, è stato sollevato dal suo incarico per la prima volta, perché aveva tenuto pubblicamente un discorso in lingua kurda. Dopo la sua rielezione nel 2009, le autorità turche avevano "trovato" nuove accuse contro di lui. Due mesi dopo il suo insediamento, è stato condannato a due anni di carcere per "crimini linguistici". A causa della sua salute cagionevole, è stato rilasciato presto. Anche questa volta però si trova in cattive condizioni di salute - e sua figlia Ezgi Demirbas è particolarmente preoccupata: "La salute di mio padre si sta deteriorando. Da ieri sera (14 settembre), i medici e l'avvocato che è presente in ospedale segnalano che la sua condizione sta peggiorando".
Le già fortissime tensioni degli ultimi giorni nel Sudest della Turchia, con l'arresto di Abdullah Demirbas si sono ulteriormente inasprite. I sostenitori del partito islamico al governo AKP e del partito nazionalista MHP stanno cercando di denunciare l'opposizione kurda democratica - mentre è proprio questa opposizione che da settimane chiede la fine delle violenze tra il PKK kurdo e l'esercito turco. Così il co-presidente del pro-kurdo Partito Democratico del Popolo (HDP) ed ex presidente dell'Associazione per i diritti umani di Diyarbakir, Selahattin Demirtas, ha chiesto ufficialmente sia al PKK kurdo sia al governo turco di fermare la violenza e di riprendere i negoziati di pace. La detenzione dei rappresentanti dell'opposizione democratica non farà altro che aumentare le tensioni. L'arresto di Demirbas in qualche modo colpisce direttamente anche gli Assiri / Aramei / Caldei, Yezidi e gli Armeni che ancora vivono nel sud-est della Turchia. Mentre Demirbas si batte per la tolleranza e la convivenza pacifica, da anni il governo dell'AKP cerca di propagandare una ideologia islamista fra i Kurdi principalmente musulmani sunniti. Questa ideologia rappresenta un grande pericolo per queste minoranze e per i milioni di Aleviti che vivono in Turchia.
Vedi anche in gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150828it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150806it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150730it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150727it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150624it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150611it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150609it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150522it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150320it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150128it.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/indexkur.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/kurtur-it.html
in www: http://it.wikipedia.org/wiki/Yazidi | http://it.wikipedia.org/wiki/Kurdistan
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lunedì 7 settembre 2015
Onore, crimine e società patriarcale
di
Monica Macchi
Quando
la diciannovenne Reem Abu Ghanem è scappata per sfuggire a un
matrimonio combinato, la polizia israeliana l’ha riportata a casa
con l’accordo che la famiglia non le avrebbe fatto del male: un
fratello, medico all’ospedale di Assaf Harofeh, ha procurato i
sonniferi per soffocarla nel sonno e un altro l’ha strangolata e
gettata in un pozzo… ebbene la condanna è stata “omicidio
involontario”. Infatti i giudici hanno alleggerito la pena sulla
base di referenze dei dignitari locali di “buona moralità” della
famiglia. Per questo la Lista araba unita ha proposto di cancellare
il termine “crimine d’onore” perché “un uomo che vuole
controllare i comportamenti e la vita di una donna e per questo
arriva ad ucciderla non ha niente d’onore e quindi è inappropriato
attribuirgli termini positivi”.
Dall’inizio
dell’anno ci sono già una decina di casi di donne arabo-israeliane
assassinate dai loro familiari che secondo la denuncia di
Neila Awad Rashid direttrice di Women
Against Violence www.wavo.org
sono discriminate in quanto donne da una società patriarcale e in
quanto arabe da un sistema di apartheid. Secondo un recente sondaggio
il 65% delle donne arabe non si rivolgerebbe mai alle autorità
israeliane ritenendolo addirittura “dannoso”; inoltre i servizi
di protezione sono insufficienti: su 14 case protezione solo 2 sono
riservate alle donne arabe (la cui percentuale sulla popolazione è
del 30%) di cui una appena chiusa perché “troppo costosa”. Se
quindi nessun aiuto può arrivare dalle istituzioni, si è deciso di
agire sulla cultura patriarcale accrescendo la sensibilizzazione dopo
un’inchiesta tra gli studenti del Collegio Superiore di Haifa
secondo cui il 20% degli studenti maschi ritiene accettabile questo
crimine: sono stati istituiti corsi sull’uguaglianza tra sessi e
campagne di presa di coscienza…i risultati verranno diffusi alla
fine dell’anno scolastico.
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domenica 30 agosto 2015
Nidaa Badwan e l’arte a Gaza
di
Monica Macchi
“L’isolamento
è l’unico modo che ho trovato per sfuggire al giogo della società.
E’
l’unica cosa che mi permette di avere uno spazio di espressione e
libertà”
Di
fronte allo stillicidio di una guerra quotidiana, alle macerie e
all’oppressione religiosa, l’artista Nidaa Badwan ha scelto di
vivere reclusa nella sua stanza a Dayr al-Balah, nel sud di Gaza, dal
dicembre 2013.
Laureata alla Facoltà di Belle Arti dell’Università Al-Aqsa ha
fatto dell’isolamento un progetto fotografico dal titolo “Cento
giorni di solitudine”, (esplicito omaggio a Gabriel García
Márquez), in mostra in questi giorni al Centro Culturale di
Ramallah. Sono quattordici autoritratti costruiti come nature morte
dai colori forti che ricordano la pittura fiamminga, una risposta
alla mostra
“Also this is Gaza” (Anche questo è Gaza), in cui aveva
presentato una testa di donna chiusa in un sacchetto di plastica,
metafora del soffocamento che già avvertiva. La foto ha attirato
l’attenzione di Anthony
Bruno, direttore dell'Istituto Francese di Gaza, che le ha
organizzato una mostra presso la Galleria di al-Hoash a Gerusalemme
Est. Ma le autorità israeliane non le concedono il visto come del
resto non gliel’hanno concesso neppure per la mostra a Ramallah: le
sue opere possono uscire da Gaza, lei no.
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mercoledì 12 agosto 2015
Israele approva la legge sull'alimentazione forzata: è tortura
Abbas
al-Sayyd è in carcere da 16 anni, come prigioniero palestinese, e
rifiuta il cibo da 12 giorni; lo stesso per Mohammad Suleiman che non
si alimenta da 13 giorni. Entrambi lottano così per migliorare le
condizioni di vita nelle carceri israeliane e per poter scontare la
pena nel proprio Paese.
Ma, alla
fine di luglio, la Knesset ha approvato, con 46 voti a favore e 40
contrari, una legge che prevede l'alimentazione forzata per i
detenuti in sciopero della fame: lo sciopero (noto anche a noi
italiani...) è stato uno strumento importante, fin dal 1967, usato
dai palestinesi privati della libertà per ottenere numerose
concessioni dal sistema carcerario degli occupanti e fa riflettere il
fatto che la norma sia stata approvata dopo l'accordo ottenuto da
Khader Adnan che da mesi si rifiutava di mangiare e ha, così,
ottenuto dei risultati per vedere riconosciuti i propri diritti.
Il
Ministro della pubblica sicurezza ha affermato: “Gli scioperi della
fame dei terroristi sono diventati un modo per minacciare Israele”.
La comunità internazionale è insorta e l'ONU considera la nuova
legge: “ una forma di tortura e un trattamento degradante”: si
tratta, infatti, di inserire un tubo nella gola o nel naso dei
prigionieri attraverso il quale fare arrivare il cibo allo stomaco.
In una
intervista a Il Manifesto,
Randa
Wahbe, ricercatrice di Addameer (associazione palestinese che tutela
i diritti dei detenuti politici) ha detto: “L'obiettivo israeliano
è chiaro: distruggere il movimento dei prigionieri. Da decenni Tel
Aviv prende misure volte a indebolire una delle colonne della
resistenza palestinese, ma questo è il passo più drastico mai
compiuto. Negli anni'70 e '80 lo sciopero della fame di massa ha
permesso il riconoscimento dei diritti basilari, come avere un letto
o una penna per scrivere. All'epoca Israele intervenì con
l'alimentazione forzata: 4 palestinesi morirono e la Corte Suprema
emise una sentenza che vietava la pratica. Nessun prigioniero è
morto per sciopero della fame, ma per alimentazione forzata sì”.
Infine
riportiamo anche il commento dell'Associazione Medica Israeliana,
decisa a presentare appello contro l'approvazione della legge: “ Il
governo israeliano parla a sproposito di tutela della vita umana. Ma
la questione è un'altra: la dignità del paziente. La legge
introduce una forma di tortura, il governo non è autorizzato a
decidere come un paziente deve essere trattato...”
mercoledì 15 luglio 2015
Macerie: l'impegno dei pacifisti israeliani per la causa palestinese
Intrecciando cronaca e letteratura, Miriam Marino racconta l’impotenza dei pacifisti israeliani, sullo sfondo delle due Intifade, il cui impegno si assottiglia e s’infrange contro il muro dell’odio e dei grandi interessi. Nessuno spazio di vita è esente dal dolore. Tikva, la protagonista, però, ha scelto il suo campo. E un “dolore diverso” da quello che l’attanaglia da mesi la raggiunge a Hebron. La bellezza di Jamal la colpisce “come un pugno allo stomaco”, portando per un attimo l’illusione di poter chiudere la porta all’angoscia. Ma la parola “Tajush”, che in arabo vuol dire “insieme”, non sarà per domani. E nell’epilogo del romanzo, lucido e intenso come l’impegno dell’autrice per la causa palestinese, emerge una “dolorosa consapevolezza” : il genocidio dei palestinesi continua, “avvolto nella menzogna e nel silenzio” di quel discorso mediatico che dipinge i conflitti a misura dei potenti. Dalla Prefazione di Geraldina Colotti Giornalista de "Il Manifesto"
L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Myriam Marino e la ringrazia molto.
Un romanzo che parla di attualità: Tikva, la protagonista, cosa rappresenta all'interno di uno scenario e di una guerra tra due popoli che continua da decenni?
Tikva è come un ponte tra due realtà, due culture, due punti di vista. E’ cresciuta credendo di essere ebrea, per di più ha un temperamento mistico e assorbe, come una linfa vitale per la sua spiritualità, gli insegnamenti della religione che crede essere la sua. Ma la sincerità di tale adesione, l’onestà di intenti di Tikva esigono la coerenza del comportamento rispetto all’interiorità, e la giustizia per lei non è una prostituta che può vendersi a chiunque possa pagarla, per questo scopre presto dietro alle chiacchiere vane la vera natura e gli intenti del paese in cui vive, non solo per quanto riguarda i politici e le loro scelte, ma anche la popolazione a partire dai suoi parenti. Quando nella sua vita irromperà la rivelazione sconvolgente che la inscriverà nella storia palestinese, dopo un trauma iniziale Tikva assumerà su di se anche il carico di questa appartenenza e lo farà con la stessa passione e con la stessa sincerità. Il suo è un percorso di coscienza che la porterà al disvelamento di tutte le menzogne, al guardare negli occhi le vittime, a riconoscere la meschinità e la feroce violenza dell’occupazione israeliana che uccide tortura imprigiona rende la vita impossibile a un popolo intero piangendo e dichiarandosi vittima mentre distrugge, a capire che non c’è una guerra in corso ma un’aggressione sistematica rinnovata ogni giorno e a fare alla fine una scelta di campo. In tutti i momenti della storia Tikva non è mai estranea nè al mondo ebraico nè a quello palestinese, conosce bene entrambe le anime perciò la sua scelta ha un profondo significato. Ma racchiuso nel suo nome c’è anche un pensiero di speranza, speranza è infatti il significato di Tikva in ebraico.
Uno dei temi principali del libro è quello dell'identità: vuole anticipare una riflessione?
Noi umani, in genere, abbiamo bisogno di qualcosa di solido che ci dia sicurezza, che ci racconti chi siamo qual’è la nostra storia, i nostri miti, le leggi interiori a cui ci dobbiamo attenere, e anche le nostre forme d’arte, la nostra cucina, la lingua, insomma qualcosa di certo che ci identifichi, questo accade quando si assume un’identità. In Terra Santa la faccenda dell’identità è profonda e radicata per questo non ne potevo prescindere scrivendo questa storia, ma l’identità forte di Tikva come ebrea renderà forte anche la sua scelta e l’identità forte dei giovani palestinesi che vogliono la libertà nella loro terra renderà ancora più eroiche le loro lotte.
Personalmente riconosco una sola identità: quella di umano appartenente al mondo umano, per me è anche troppo, anche se la mia storia personale non mi permette di liberarmi in un colpo solo di appartenenze che comunque mi hanno formato. Questo superamento dell’identità, che a volte può diventare una gabbia, è accennato nel libro a pag 123, quando Avi consola Tikva in preda allo smarrimento, all’indomani della morte del suo amico Shadi. “Se tu fossi soltanto te stessa?” le dice.
Qual è la situazione dei giovani palestinesi oggi? Quali i loro sogni e quali le loro possibilità...
I giovani palestinesi vivono la tragica situazione dell’occupazione militare israeliana con tutto ciò che questo comporta di sospensione della vita, di checkpoint, di arresti, detenzione amministrativa e quant’altro. Israele si accanisce in modo particolare sui giovani e sui bambini per spezzare la resistenza e il futuro. I genitori dei bambini arrestati subiscono un trauma terribile e i bambini del tutto indifesi nelle mani dei carcerieri subiscono un trauma ancora più grande che condizionerà tutta la loro vita, questo serve a stroncare la resistenza al suo nascere. I loro sogni sono quelli di tutti i giovani, essere liberi, studiare e circolare liberamente, poter viaggiare, non dover chiedere un permesso per ogni sciocchezza, vivere da uomini liberi. I giovani palestinesi sono molto creativi, li troviamo attivi in ogni forma d’arte, a Ramallah ho assistito a uno spettacolo di danza da mozzare il fiato e i danzatori erano bambini e adolescenti, i bambini di Gaza si costruiscono da soli meravigliosi acquiloni con i quali riempiono letteralmente il cielo di colori. Sono bravissimi anche nello sport e sappiamo che cosa fa Israele per stroncare la vita e la carriera dei giovani calciatori. Le loro possibilità ovviamente sono legate alla fine dell’occupazione che spezza qualsiasi iniziativa ogni volta che vuole e blocca qualsiasi manifestazione culturale anche se a carattere internazionale con la partecipazione di artisti e scrittori da tutto il mondo.
Interessante il rapporto tra Tikva e il padre israeliano: come si sviluppa questa relazione? E che ruolo ha la madre?
Il padre di Tikva è un progressista israeliano, laico e abbastanza razionale per capire dove sono le ragioni e dove i torti, ma manca di empatia, come la maggior parte degli israeliani la sua percezione dei palestinesi è negativa. La paura gioca anche per lui un ruolo fondamentale che si esprime nei vani tentativi di tenere separate madre e figlia. Ha però un alibi: il matrimonio fallito con la madre di Tikva e l’abbandono di costei. Il rapporto tra padre e figlia è sereno fino a che la figlia non scopre la sua seconda identità, nascerà una crisi che si risolverà solo verso la fine della storia quando quest’uomo deciderà di esprimere la parte migliore di se e lasciando vecchi rancori e rimpianti di cui si era nutrito sceglie di avere una nuova relazione con un’attivista pro-Palestina. Il suo rapporto con Tikva è sempre stato superprotettivo in quanto non doveva proteggere solo l’incolumità fisica e psicologica di sua figlia, ma anche il suo equilibrio, la sua interiorità di fronte ai possibili assalti dall’esterno che infatti puntualmente ci saranno. Quando le scelte di Tikva saranno conclamate non avrà più bisogno di mantenere questo controllo. La madre avrà il ruolo di portarla per mano all’interno del suo nuovo mondo e della sua nuova famiglia, di farle scoprire il calore e la dolcezza degli affetti familiari, di mostrarle il lato allegro e tenero della sua nuova vita.
Ci spiega il significato profondo del titolo ?
Non avrei voluto dare a questo libro un titolo così drammatico, ma per quanto ci abbia pensato non ne ho trovato uno più adatto. Le macerie ovviamente non sono solo quelle dei palazzi sventrati di Nablus, dei muri delle case crollati del campo profughi di Jenin, della distruzione dell’areoporto e del porto di Gaza, le macerie sono anche quelle che un’intera popolazione si porterà nel cuore, le macerie sono anche quelle delle persone che hanno perso il loro equilibrio psicologico, sono anche le macerie dell’anima di chi sarà stato distrutto nella propria interiorità dal veleno corrosivo della violenza israeliana e risponderà al suo livello, le macerie sono quelle del futuro che sarà sempre più difficile visualizzare.
Da dove nasce questo suo lavoro?
Questo è il terzo libro in cui scrivo dell’Intifada, ma in questo più che nei precedenti, i quali erano raccolte di racconti in cui scrivevo anche di altri argomenti affini. In questo libro, che essendo un romanzo mi ha dato la possibilità di dispiegare di più nel tempo la storia, racconto anche della prima Intifada che è importante non solo per la lotta esemplare che è stata, ma anche perchè serve per capire lo scoppio della seconda Intifada. Nella seconda Intifada la lotta era diventata disperata e la repressione inenarrabile, inconcepibile disumana. Ne avevo sentite di tutti i colori, ma la seconda Intifada che seguii giorno per giorno, con un carico di morte e distruzione che non sembrava mai finire, mi sconvolse in modo particolare e mi riempì di tristezza, di dolore e di rabbia come non era mai successo prima. Il romanzo nasce dal bisogno di raccontare, di esprimere, di lenire questi forti sentimenti, ma anche dal bisogno di spiegare attraverso una storia che cosa è successo realmente, e che cosa significa occupazione militare israeliana.
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lunedì 22 giugno 2015
La mobilitazione degli artisti israeliani contro le politiche culturali del governo
di
Monica Macchi
L’organo
di rappresentanza delle istituzioni culturali israeliane ha chiesto a
tutti gli artisti, scrittori, sindacati e istituzioni ed
organizzazioni culturali, di riunirsi e decidere come mobilitarsi
contro le politiche culturali del nuovo governo israeliano e in
particolare contro il ritiro dei finanziamenti e le minacce di
sanzioni nei confronti di due storici teatri arabo-israeliani.
Ha
iniziato la Ministra della Cultura e dello Sport, Miri
Regev, che
ha minacciato di togliere i finanziamenti a un teatro di Jafa
se il
suo direttore arabo-israeliano, continuerà a rifiutarsi di
partecipare a produzioni al di là della Green Line, e ha continuato
il ministro dell'Istruzione Naftali
Bennett
che ha ritirato il finanziamento
a “Tempo Parallelo”, uno spettacolo teatrale ispirato alla
vicenda di Walid
Daka. Il
6 agosto 1984, alla vigilia del digiuno di Tisha B'Av, il soldato
Moshe Tamam viene rapito vicino a Netanya e ritrovato morto pochi
giorni dopo. Per questo omicidio sono condannati all'ergastolo (pena
poi ridotta a 37 anni dal presidente Shimon Peres nel 2012) quattro
arabi israeliani, affiliati al FPLP (Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina) tra cui appunto Daka che nel frattempo,
si è laureato in legge, ha pubblicato un libro su “Ridefinire la
tortura”, scrive editoriali per diversi giornali e nel 1999, è
stato il primo prigioniero palestinese che ha avuto il permesso di
sposarsi in carcere e ha fatto una lunga battaglia legale per
ottenere il permesso sponsale. E proprio da questo punto (e spunto)
parte lo spettacolo teatrale che attraverso i tentativi dei suoi
compagni di cella di contrabbandare materiali per costruirgli un oud
come regalo di nozze, vuole raccontare la vita quotidiana dei
detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Lo spettacolo nasce da
esperienze di laboratori teatrali del regista Bashar Murkus che ha
raccolto interviste e scritti di vari prigionieri quindi sia il
regista che Adnan Tarabash, il direttore del teatro, hanno
rivendicato la libertà artistica sottolineando che il pezzo è un
adattamento e hanno minacciato azioni legali perché “dire
che Walid Daka ha dettato la sceneggiatura è pura diffamazione”.
Inoltre il direttore del teatro ha denunciato che la famiglia Tamam,
alcune associazioni e politici locali stanno strumentalizzando e
fomentando dolore e lutti per mettere a tacere Al-Midan un teatro
“scomodo” che attraverso la voce araba solleva questioni
fondamentali per la società israeliana. E non solo Adnan ha
provocatoriamente chiesto se “Siamo
forse in un regime totalitario?”
ma anche Zahava Gal, leader del partito di sinistra Meretz, ha
sostenuto che “la
cultura in Israele è in pericolo perché la volontà di imbavagliare
chi non si allinea col regime è un chiaro segno di una deriva
fascista dello Stato”.
Da parte sua la ministra Regev
ha
ammonito che “è
giunto il momento di porre fine ai filmati sulla Nakba e sul diritto
al ritorno, bisogna smettere di finanziare organizzazioni che
sostengono il terrorismo e il tradimento, fissando linee guida chiare
in materia di istruzione, cultura e sport”.
Ma
non è solo il teatro ad essere nel mirino del governo: è di pochi
giorni fa la notizia che verrà istituita una commissione per
valutare se “Beyond the Fear”, una co-produzione
israelo-lettone-russa ha i requisiti per partecipare al Jerusalem
Film Festival festival. Il regista è Herz Frank, figura fondamentale
del documentario poetico della scuola di Riga che ha costruito questo
suo lavoro su Ygal Amir, l’assassino di Itzak Rabin, attraverso
interviste con la moglie Larissa Trimbobler.
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domenica 14 giugno 2015
Per Samantha Comizzoli
Due
giorni fa è stata arrestata Samantha Comizzoli, che da Nablus ci
faceva arrivare di ora in ora informazioni sulla resistenza
palestinese. La stessa che dieci giorni fa è stata ferita di
striscio ad un braccio e al seno. Palese l'intenzione di chi sparava.
Si raccolgono le firme di solidarietà per farla scarcerare qui:
https://www.change.org/p/ai-parlamentari-italiani-chiediamo-con-urgenza-che-i-nostri-rappresentanti-al-governo-diano-vita-ad-iniziative-atte-a-fare-chiarezza-sui-fatti-riguardanti-l-incarcerazione-di-samantha-comizzoli
Alle 10,
ore italiane, Samantha Comizzoli è stata fermata mentre si stava
recando ad una manifestazione, come tutti i venerdì, per
presenziare, testimoniare e poi divulgare le informazioni sugli
orrori quotidiani nella Palestina occupata dal mostro. Le è stato
immediatamente sequestrato il passaporto, probabilmente per il visto
scaduto, mentre rapidamente hanno provveduto a fotografarla,
schedarla, interrogarla per poi trasferirla nel carcere di Ariel, uno
dei più grandi insediamenti di coloni. Da più di un anno Samantha è
in Palestina, il visto concesso da Israele scade dopo tre mesi, ma
lei ha continuato a resistere giorno dopo giorno, anche durante i
bombardamenti della scorsa estate, ha resistito alle persecuzioni ed
agli accanimenti di squallidi sionisti , una vera e propria campagna
diffamatoria che, a più riprese, ha tentato inutilmente di
screditarla. Sul sul blog, giorno dopo giorno, prendevano forma gli
orrori di un’oppressione che non risparmiava neanche i bambini,
protagonisti sia del suo primo documentario, Shoot, che del secondo,
“Israele, il cancro” presentato di recente in un tour in tutta
Italia e anche questa volta con una corsa ad ostacoli senza
precedenti.
Proprio
qualche giorno fa Samantha aveva scritto sul suo profilo Facebook un
messaggio dal quale si capiva chiaramente che era consapevole che il
proprio tempo fosse ormai scaduto, queste le sue parole:
NON HO
PAURA
http://www.tgmaddalena.it/samantha-comizzoli-attivista-italiana-arrestata-questa-mattina-in-palestina/
_____________________________________________________________________________________
"Samantha fisicamente sta bene. Si considera prigioniera politica e ha iniziato uno sciopero della fame finchè non verranno liberati tutti i bambini rinchiusi nelle carceri sioniste.Ha rifiutato di essere assistita dall'avvocato imposto dall'ambasciata. E' in isolamento, si rifiuta di rispondere alle domande della polizia e si oppone alla propria deportazione"
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=931208836939219&set=a.525843060809134.1073741825.100001503345953&type=1
Last news about Samantha .
Good morning ... this morning the Italian embassy in tel aviv contacyed me. Samantha is physically well, she considered herself a pol...itical prisoner and began a hunger strike until all children in the zionist jails will not be freed, he has also laid refused the lawyer assigned to the embassy. She is in isolation and refuses to answer the questions of the police as well she refuses hers deportation.
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Reading per Darwish
Domenica, 14 giugno, alle ore 10.30, per la rassegna letteraria “Area P, Milano incontra la poesia”, promossa dal Comune, Palazzo Marino si apre alla città per l’omaggio al poeta palestinese Mahmud Darwish.
L'Associazione per i Diritti Umani vi ripropone l'articolo di Monica Macchi sulla sua opera.
di Monica Macchi
على
هذه الأرض
كَانَتْ
تُسَمَّى فِلِسْطِين.
صَارَتْ
تُسَمَّى
فلسْطِين.
سَيِّدَتي:
أَستحِقُّ،
لأنَّكِ سيِّدَتِي، أَسْتَحِقُّ الحَيَاةْ
Su
questa terra
si
chiamava Palestina,
si
chiama ancora Palestina,
su
questa terra mia Signora, ho diritto alla vita
L’Italia
ha festeggiato il compleanno di Mahmud Darwish con un reading
collettivo organizzato in dodici città dall’associazione Arabismo:
un omaggio al cantore della Palestina ed insieme un atto contro il
rischio di oblio e di progressiva scomparsa. Infatti, da quando ha
chiuso la casa editrice Epochè, i suoi testi sono reperibili con
sempre maggior difficoltà. Ma si è trasformato anche in una
denuncia contro la censura visto che alla Fiera del Libro di Riyadh
le opere di Darwish sono state tolte dagli stand
perchè,
come dichiarato da Abdulaziz Khoja, Ministro della Cultura e
dell’Informazione, “destabilizzano l’unità e la sicurezza del
regno”.
A Milano la serata è stata organizzata in collaborazione con l’Associazione Barzakh ed è stata presentata da Jolanda Guardi e Giacomo Longhi che hanno scelto le poesie seguendo il filo conduttore della molteplicità delle voci del poeta: non solo la memoria della terra e la vicinanza agli oppressi, ma anche la sottile vena ironica, come in أنا يوسف يا أبي dove Darwish scrive:
“وَالذِّئْبُ أَرْحَمُ مِنْ إِخْوَتِي يَمْدَحُونِي يُرِيدُونَنِي أَنْ أَمُوتَ لِكَيْ إِخْوَتِي”
“i
miei fratelli sperano che io muoia per poi elogiarmi…il lupo è
stato più compassionevole dei miei fratelli”) e anche poesie
d’amore come “Lezioni dal Kamasutra”
اُنتظرها
بسبعِ
وسائدَ مَحْشُوَّةٍ بالسحابِ الخفيفِ
اُنتظرها
تحدَّثْ
إليها كما يتحدَّثُ نايٌ
إلى وَتَرٍ خائفٍ
“Aspettala con sette cuscini riempiti di nuvole leggere, aspettala, parlale come parla il flauto alla corda spaventata del violino”
Darwish poeta, ma non solo: a luglio è infatti prevista la pubblicazione per la casa editrice Feltrinelli di una trilogia in prosa che conterrà “Diario di ordinaria tristezza”; “Una memoria per l’oblio” e “In presenza dell’assenza”, tradotte in italiano da Elisabetta Bartuli e Ramona Ciucani.
Ed ora la parola a Darwish:
(Lettura in arabo di Khaled Al Nassiry, lettura in italiano di Silvia Rigon, al pianoforte Riccardo Rijoff)
Il testo sarà letto integralmente in forma di concerto da Anna Delfina Arcostanzo e Marco Gobetti, con musica dal vivo di Beppe Turletti.
Il poeta irakeno Fawzi-al-Delmi, esperto di poesia araba, traduttore di Adonis e
dello stesso Darwish, presenterà l’autore e leggerà alcuni brani in lingua originale.
Mahmoud Darwish (1941-2008) è stato il più grande poeta e scrittore palestinese.
Autore di oltre venti raccolte di poesie, è stato giornalista e direttore della
rivista letteraria “al-Karmel” (il Carmelo). Impegnato anche politicamente per
la difesa del suo popolo, è scomparso prematuramente in seguito a un intervento
cardiaco.
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