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venerdì 13 novembre 2015

La legge del mercato: un nuovo film dalla Francia riflette sulla crisi del lavoro





In Italia è uscito con il titolo La legge del mercato, il titolo anglofono è The measure of a man e quello internazionale recita A simple man: tutti titoli adatti per descrivere, in poche parole, quello che sarà il contenuto dell'ultimo lavoro di Stèphane Brizé grazie al quale Vincent Lindon ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile all'ultima edizione del festival di Cannes. Lindon è qui Thierry Taugordeau, un uomo sulla cinquantina, sposato e con un figlio disabile. L'attore presta il suo volto e il suo sguardo ad una persona che procede per inerzia, che ha perso il lavoro presso un'impresa in cui ha svolto l'attività per venticinque anni, ha poi frequentato molti corsi di formazione, ma non riesce a ricollocarsi nel mondo professionale. Fino a che, un giorno finalmente, trova un impiego come addetto alla sicurezza in un supermercato. Accetta, anche se si tratta di fare un passo indietro di carriera, ma il problema non sarà questo: il vero problema si porrà nel momento in cui Thierry dovrà denunciare i suoi stessi colleghi oppure le persone che non hanno abbastanza denaro per pagare i prodotti che vorrebbero acquistare.

Lo spettatore entra lentamente nella vita del protagonista e nella società capitalistica: la quotidianità di Thierry si va a scontrare con la crisi economica che colpisce, in maniera indistinta, giovani e meno giovani, professionisti e operai. Una lentezza quasi agonizzante che si allinea alla freddezza delle inquadrature, delle luci e dei paesaggi, tipici di quelle aree metropolitane in cui la povertà si sta divulgando, portando via sogni, sicurezze e voglia di vivere.

Grigio è il volto di Thierry, grigi i volti delle altre persone, tutti attori non professionisti per ricreare sullo schermo la verosomiglianza delle situazioni che si vogliono denunciare; i luoghi fisici sono spesso strade in cui l'uomo cerca un lavoro, le agenzia di collocamento, il supermercato, tutti “non-luoghi” come li definisce Marc Augè, ovvero luoghi di transito dove gli individui camminano, si spostano in cerca di qualcosa oppure dove trascinano la propria esistenza senza creare legami affettivi profondi. Nemmeno in famiglia, Thierry può garantire la propria presenza, o per lo meno una presenza serena: prima perchè è rimasto senza sostentamento e poi perchè si trova a dover affrontare un dilemma etico molto grave.

Il dilemma è, ovviamente, posto anche al pubblico: cosa faremmo al posto di Thierry di fronte a una persona povera che ruba la merce al supermercato? Come dire a un nostro collega che verrà lincenziato, quando sappiamo bene cosa significhi rimanere senza un posto?

L'empatia e l'dentificazione sono meccanismi che dovrebbero scattare grazie all'Arte cinematografica: e forse il regista ha usato il proprio mezzo per far riflettere sulla tragedia che molti, troppi stanno vivendo sulla priopria pelle, anche se i proclama dei governi raccontano una storia molto diversa. Nel film viene rappresentata la solidarietà tra poveri e la guerra tra poveri e, al di sopra di tutti, il Mercato, il Denaro, le nuove divinità a cui siamo costretti ad immolarci anche a scapito della nostra dignità: le telecamere sono appostate ovunque, spiano e registrano ogni parola e ogni movimento, estensione di un Potere occulto, strisciante e imperante. Niente più tempo libero, svaghi, giochi: tutto è ridotto alla sfida, all'eliminazione, alla concorrenza. Perchè in questo tipo di società non c'è più spazio per le relazioni dirette, per i sentimenti e neanche per la salute. Una persona è davvero soltanto considerata come “capitale umano”, per citare un film di Paolo Virzì, e non c'è bisogno di scomodare teorie marxiste o di ricordare Chaplin: basta guardarsi intorno.

Il finale della pellicola rimane aperto perchè siamo nel pieno della crisi, perchè ancora non è migliorato nulla e, perchè, forse nessuno di noi ha la risposta giusta alla domanda: sarei vittima o carnefice?




giovedì 10 gennaio 2013

Disoccupazione giovanile al massimo storico


I dati Istat, secondo i rilevamenti fatti tra ottobre 2012 e gennaio 2013, rivelano una situazione grave per quanto riguarda il tema del lavoro.
Il problema riguarda tutti: uomini, donne, giovani e mano giovani. Ma, in particolare, il tasso della disoccupazione giovanile ( per la fascia di teà tra i 15 e i 24 anni) è arrivato al 37,1% con un aumento dei disoccupati, rispetto all'anno scorso, del 28,9%. Ovvero le persone senza lavoro sono 644.000 in più con tre milioni di precari.
Secondo l'Istat i dati sulla disoccupazione risentono, soprattutto, della permanenza al lavoro degli occupati più anziani a causa dell'inasprimento delle regole di accesso alla pensione. Il Ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, ha commentato la notizia con queste parole: “ E' chiaro che anche l'occupazione soffre, è un dato ovviamente negativo, ma atteso”; mentre il segretario generale delle CGIL, Susanna Camusso, sostenendo che mancano le risorse per gli ammortizzatori sociali, ha aggiunto: “ la scelta di non occuparsi né di politiche industriali né di politiche dei redditi e di sostegno ai redditi più deboli determina una crescente crisi dell'occupazione e del sistema produttivo”.
Come ha ricordato Roberto Benigni durante lo spettacolo televisivo sulla Costituzione italiana, ricordando l' Articolo 1, il lavoro è parte integrante dell'identità di una persona, è la sua stessa essenza. Togliere la speranza e la sicurezza lavorativa, soprattutto ai giovani, vuol dire togliere il futuro all'intero Paese.

Da qualche mese è uscito nelle sale cinematografiche un film intitolato Workers, pronti a tutto,di Lorenzo Vignolo, che parla proprio del tema della disoccupazione e del precariato.
Come spesso accade alla filmografia italiana, si tende a parlare con gli schemi e gli stilemi della commedia di argomenti seri e importanti. In questo caso la trama è costituita da tre episodi: il primo, dal titolo Badante, racconta la vicenda di Giacomo che, per riuscire a pagare l'affitto, accetta di fare da accompagnatore ad un paraplegico cocainomane e burbero; il secondo, Cuore di toro, vede come protagonista Italo che, per conquistare l'amata, si finge chirurgo, quando invece è l'addetto della raccolta di liquido seminale in un allevamento di tori; il terzo episodio, Il trucco, in cui Alice, pur di guadagnare qualcosa, finisce a truccare i morti in un'agenzia di pompe funebri.
Il ritmo della narrazione è incalzante e non poteva mancare una colonna sonora adeguata (bandjo, pianoforti, tamburi) dato che il regista viene dalla direzione di videoclip. Battute sferzanti, ironia e cinismo caratterizzano questo racconto che, però, resta troppo superficiale e stereotipato. Se il Cinema vuole fare critica sociale, allora è preferibile tornare al vecchio e caro Ken Loach dei primi anni anche se  la commedia all'italiana può ricordare, ai distratti, che i giovani italiani non sono poi così...”choosy”.