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lunedì 26 ottobre 2015

Sisi, Mustafa e gli altri


di Monica Macchi



Per la festa dell’Eid el Adaa di quest’anno il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi ha graziato molti detenuti politici tra cui alcuni giornalisti di Al Jazeera e pochi giorni fa in un’intervista con Wolf Blitzer alla CNN ha detto “Non voglio esagerare, ma vi assicuro che l'Egitto gode di una libertà senza precedenti nei media”.



In realtà Bassem Youssef si è visto cancellare il suo spettacolo “Al-Barnamig” dopo un episodio sulle elezioni presidenziali con annessa una multa di 50 milioni di ghinee. Ora vive all'estero e non è tornato in Egitto neppure per il funerale del padre per paura di essere arrestato…e nel frattempo continua a essere denigrato come “traditore”. E molti altri giornalisti come Reem Magued, Yosri Fouda e Dina Abdel Rahman sono stati licenziati con l’accusa nemmeno tanto velata di aver criticato il governo mentre nell’ultimo anno numerosi giornali tra cui Al-Watan, Al-Masry Al-Youm, Sawt Al-Oma e Al-Sabah sono stati confiscati dalle autorità. Secondo le cifre fornite dal Sindacato dei giornalisti ci sono 32 giornalisti ancora in carcere, tra cui il fotogiornalista Shawkan di cui ci siamo già occupati qui. (http://peridirittiumani.blogspot.it/2015/01/mahmoud-abou-zeid-alias-shawkan-un.html).



Ma anche la tv è nel mirino: la serie “Il popolo di Alessandria” è stata cancellata, perché critica la polizia egiziana prima della rivoluzione del 25 gennaio. E non sono solo i giornalisti e gli scrittori (Belal Fadl su tutti) ad essere sotto controllo... Ahmed El-Merghany, è stato cacciato dalla sua squadra Wadi Degla per aver criticato Sisi sulla sua pagina di Facebook…ebbene ha dovuto pubblicamente chiedere scusa per tornare a giocare perché tutti i calciatori egiziani hanno attuato una sorta di boicottaggio rifiutandosi di averlo in squadra.


Ma ci sono anche sparizioni misteriose come quella di Mostafa Massouny, un video-maker scomparso dal 26 giugno dal centro del Cairo. I suoi familiari e amici non sono riusciti a trovarlo da nessuna parte, negli ospedali, negli obitori, nelle carceri e nelle stazioni di polizia ma hanno saputo che è stato “oggetto di indagine” da parte del NSA (Agenzia di Sicurezza Nazionale) presso la sede di Lazoghly Square. Il Ministero degli Interni nega qualsiasi coinvolgimento ma dice che “stanno indagando”. L’associazione Freedom for the Brave ha iniziato una campagna per far luce sul caso di Massouny sotto l’hashtag “Dov’è Massouny?” (# ماصوني_فين) documentando almeno 163 casi di sparizioni forzate e detenzione illegale da parte delle forze di sicurezza solo negli ultimi due mesi.
 
 
 

domenica 5 luglio 2015

Petizione per il Ministro della Giustizia in Marocco: la libertà delle donne non va toccata

Seppur in una remota zona rurale del Marocco, che per sua natura è più tradizionale e conservatrice rispetto alla società urbana, malmenare e mandare a processo due donne perché "sorprese" a fare la spesa vestite in gonna invece che con il lungo Gellaba locale, non è un "attentato al pudore pubblico, ma in verità è un sessismo forse radicato nella misoginia e frustrazione maschili non debitamente riconosciute. Tuttavia, il Marocco, già in passato aveva raggiunto livelli di libertà per le donne, dove jeans e gonne, Gellaba e velo riuscivano a convivere arricchendo il panorama della diversità culturale e sociale.
Se al processo del 6 luglio le mie  due connazionali saranno veramente condannate, lo considero una caduta libera verso l'ingiustizia, il decadentismo, l'oscurantismo e la becera e medievale "caccia alle streghe". Attitudini storicamente lontane e indegne della mia amata Patria, dove il pluralismo e le diversità contraddistinguono da sempre la pacifica civiltà marocchina. Il  radicalismo islamico, che prende sempre più piede nei paesi arabi,  vuole distruggere le conquiste che hanno raggiunto le donne Marocchine, in quanto popoli meno liberi e meno istruiti sono maggiormente condizionabili e permettono il radicarsi di culture oscurantiste e violente.
Considero questo evento non solamente una questione concreta che riguarda due donne marocchine, bensì un attacco simbolico alla libertà e alle conquiste delle donne nel mondo e una minaccia al processo di democratizzazione dei paesi arabi. Da vittime, queste due giovani donne, sono diventate le carnefici della morale maschilista di stampo islamico.
Signor Ministro della giustizia; se al processo del 6 luglio le nostre due connazionali saranno veramente condannate, non lo saranno da sole, ma lo saremo tutti noi.
Signor Ministro;  Non cadiamo nel pericoloso tranello del compromesso per accontentare "il nuovo religioso d'importazione che avanza".
De-islamizziamo la questione. È un fatto di Diritti fondamentali e non di opinioni religiose.
Quando ho letto la notizia, ho pensato fosse una barzelletta, di cattivo gusto, ma una barzelletta.
I cittadini e le cittadine hanno diritto alla propria sicurezza, a prescindere dal loro abbigliamento.
Perché se decade la garanzia dei Diritti umani, decade il sistema paese.
Voilà.

giovedì 2 luglio 2015

La Grecia, l'Europa e noi: intervista a Margherita Dean, giornalista greca





L'Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande alla giornalista Margherita Dean, che vive e lavora ad Atene, per capire con lei cosa sta accadendo in Grecia, dopo le lezioni di Alexis Tsipras, e quale può essere l'apporto del nuovo governo per l'Europa e, quindi, anche per l'Italia.

Ringraziamo moltissimo Margherita Dean per la sua disponibilità.





La Grecia ha attraversato una delle crisi più gravi degli ultimi tempi: quali sono le conseguenze per la popolazione?

Le conseguenze sono state: l'impoverimento, con tagli agli stipendi e alle pensioni, che sono arrivati fino al 40% sia nel settore privato sia in quello pubblico. Al momento lo stipendio minimo garantito, nel privato, è di 560 euro e il nuovo governo vorrebbe portarlo a 760 euro; inoltre, ci sono stati la deregulation dei contratti di lavoro e l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni e questo ha comportato l'allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Nella sola Atene i nuovi “senza casa” sono 30mila e gli altri hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi; è aumentata molto anche la pressione fiscale e l'ultimo caso è stato quello della tassa sulla prima casa (ENFIA) che ha considerato i valori catastali dell'immobile quando, invece, quei valori non hanno più alcun contatto con la realtà perchè, in alcuni casi, sono molto più alti rispetto al valore reale. C'è stato, quindi, un ribaltamento totale rispetto alla situazione pre-crisi.

La disoccupazione ha toccato il 27% e ora tenderebbe a stabilizzrasi sul 26% con gli under 256 che sono disoccupati in una percentuale di 65 su 100, senza contare i 300mila laureati che sono andati via dalla Grecia, in cerca di fortuna all'estero.




Ma c'è stata davvero una piccola ripresa?




E' una ripresa sulla carta, dovuta ai meccanismi di scrittura del bilancio. La ripresa si è vista nel settore turistico, ma se ci sono quei tassi di disoccupazione di cui abbiamo parlato prima, è improbabile parlare di ripresa. Non bisogna dimenticare poi che, stando agli accordi precedenti a quello dello scorso 20 febbraio 2015 con la Troika, la Grecia avrebbe dovuto presentare un avanzo primario determinato che strozza tutto il resto.
In Grecia, inoltre, non c'era una base produttiva solida di partenza: è sempre stata un'economia fatiscente, un po' di servizio, e questa è una distorsione come lo è anche quella dei cartelli che sembrerebbe che il nuovo governo voglia mettere al palo.


In che modo Tsipras può far cambiare direzione alla Grecia e all'Europa?


Il nuovo governo sta andando una bozza di riforme strutturali, basate sulla lotta all'evasione fiscale e alla corruzione (che a un'impresa costa il 12%), sulla lotta ai cartelli e al contrabbando, soprattutto di carbuti. Un'altra misura sarebbe quella di rendere funzionale l'apparato pubblico e amministrativo. Infine, ma non meno importante, c'è da ricostruire lo Stato sociale, ma sarà difficile farlo senza i creditori. Gli intenti ci sono: per esempio, è nato il Ministero della Ricostruzione Produttiva, con cui il governo vorrebbe ripensare tutto il modello produttivo greco.

Per quanto riguarda l'Europa: la Grecia, all'inzio, era veramente sola. Negli ultimi tempi c'è stata una timida apertura da parte, ad esempio, di Francia e Italia, ma nessuno ha veramente ancora fiducia nel governo greco.

Secondo me bisogna sperare nella Commissione europea perchè Juncker, conservatore e profondamemte europeista, ha ammesso l'errore nella gestione della crisi greca. Ha, infatti, affermato: “Abbiamo lasciato fare la Troika” che è un organismo non istituzionale che, però, ha fatto politica, attuando imposizioni alla Grecia, senza un controllo. C'è anche una bella immagine che vorrei ricordare: la prima volta che Tsipras ha incontrato Juncker a Bruxelles, Juncker lo ha preso per mano...

Probabilmente tutti si stanno rendendo conto che se non si tratta con Tsipras, si finirà per trattare con Marine Le Pen.



Quali sono i motivi dell'alleanza con gli indipendenti greci e l'apertura verso Anel?
 

I greci erano già preparati a questo: in campagna pre-elettorale gli indipendenti hanno fatto addirittura uno spot pubblicitario con un trenino in cui il conducente era il piccolo Alexis, ma il capo degli Anel sarebbe stato quello che lo avrebbe supportato.

Anel è un partito di destra, ultranazionalista, ma il punto di contatto è la retorica, l'ideologia contro l'austerità (e lì si possono incontrare tutti).

A sinistra, Tsipras non trova nessuno perchè il Partito comunista ha commentato la riunione con l'eurogruppo allo stesso modo di Alba dorata, quindi c'è una chiusura totale.

In questa situazione il capo degli indipendenti ha ottenuto il Ministero della Difesa che è un ministero abbastanza isolato: è vero che c'è anche la Nato, ma il Ministro degli Esteri è appena stato in Russia e in Cina. Questo dimostra che la Grecia si sta muovendo e non dialoga solo con il resto dell'Europa. La posizione geopolitica della Grecia è importante (vedi Libia, Ucraina...) e questo dovrebbe far riflettere.


venerdì 1 maggio 2015

L'eredità di Expo: la Carta di Milano





Oggi si apre l'Esposizione Universale, a Milano, tra le polemiche per i padiglioni non ancora terminati, per gli sponsor che poco hanno a che fare con la qualità del cibo e altro ancora di cui si sta parlando già da mesi.

Ma con Expo si è anche promessa la redazione della Carta di Milano, un documento, presentato nei giorni scorsi presso l'Università Statale del capoluogo lombardo, alla presenza del ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, e di Salvatore Veca, che ha coordinato con la Fondazione Feltrinelli il lavoro sulla Carta, il quale ha spiegato "che un mondo senza fame sia possibile" e che le questioni alla base della Carta siano "questioni di giustizia globale: è un'utopia, ma realistica e misurata".
La Carta presenta un programma che dovrebbe garantire diritto al cibo e all'energia con i temi relativi al: rispetto della terra e del mare, della biodiversità, della ricerca e dell' innovazione, del riconoscimento del lavoro regolare e del ruolo delle donne, della lotta al lavoro minorile nei campi. Azioni demandate ai governi e azioni quotidiane anti spreco: comprare la quantità di cibo necessaria per evitare di gettare l'eccesso, insegnare anche ai bambini la raccolta differenziata.

Durante la presentazione ufficiale della testo non sono mancate le contestazioni, ma vogliamo credere nelle parole del ministro e che queste diventino realtà. Eccole: “«I popoli, al pari degli individui, possono quello che sanno». Con questa ispirazione, a pochi giorni dall’apertura ufficiale di Expo, presentiamo oggi la «Carta di Milano» l’atto d’impegno che farà da guida ai sei mesi straordinari che abbiamo di fronte. Sentiamo forte la responsabilità di animare un dibattito profondo sui contenuti dirompenti che questa Esposizione ci propone. Perché «Nutrire il pianeta, energia per la vita» è un titolo importante e la sfida alimentare globale, con le sue contraddizioni e i suoi paradossi, è la madre di tutte le questioni geopolitiche cruciali del nostro tempo. E’ una sfida di equità e giustizia. Di sovranità.


Ce lo dicono drammaticamente, ancora una volta, i fatti di queste ore nel Mediterraneo e in Africa. La catastrofe umanitaria cui assistiamo quotidianamente ci impone l’obbligo della verità; nessuno Stato, per grande e potente che sia, sarà mai in grado di affrontare da solo un fenomeno di portata epocale come quello delle odierne migrazioni.

E le cause di questi flussi migratori affondano le proprie radici in Paesi sconvolti dal micidiale connubio di povertà, violenze e guerre, dittature, carestie e malattie. Una demografia esplosiva caratterizza l’Africa sub sahariana le cui sofferenze spingono centinaia di migliaia di giovani a lanciarsi in viaggi della speranza che presto si trasformano in disperazione.

È allora sulla costruzione di alternative possibili che bisogna investire tutte le nostre risorse e il nostro impegno. Il 2015 è l’anno europeo per lo Sviluppo, ma anche quello in cui le Nazioni Unite aggiornano gli Obiettivi del Millennio con l’elaborazione dei Sustainable Development Goals. E’ nostro dovere mobilitarci perché questi atti si traducano in decisioni praticabili e strumenti operativi da parte delle istituzioni internazionali.

È questo il contesto nel quale, ospitando Expo, promuoviamo la «Carta di Milano», non come documento intergovernativo fra addetti ai lavori, ma come vero e proprio strumento di cittadinanza globale. Per la prima volta nella sua storia una Esposizione universale promuove un atto d’impegno verso i governi, che tutti i cittadini potranno sottoscrivere contribuendo alla definizione di precise responsabilità dei singoli, delle imprese e delle associazioni.

Il fondamento della Carta è tanto ambizioso quanto urgente: il diritto al cibo deve essere considerato diritto umano fondamentale e occorre, oggi più che mai, una mobilitazione diffusa per garantire l’equo accesso al cibo per tutti. Gli impegni proposti altrettanto cruciali: lotta allo spreco e alle perdite alimentari, difesa del suolo agricolo e della biodiversità, tutela del reddito di contadini, allevatori e pescatori, investimento in educazione alimentare e ambientale a partire dall’infanzia, riconoscimento e valorizzazione, più di quanto non sia stato fatto sino a qui, del contributo essenziale delle donne nella produzione agricola e nella nutrizione.

E ancora: investire nella ricerca e in tecnologie con un rapporto nuovo tra pubblico e privato, favorire l’accesso all’energia pulita e lavorare per una sempre più corretta gestione delle cruciali risorse idriche, promuovere il riciclo e il riutilizzo, adottare azioni per la salvaguardia dell’ecosistema marino, proteggere con legislazioni adeguate il cibo da contraffazioni e frodi e contrastare il lavoro minorile e irregolare ancora drammaticamente diffuso.

La Carta potrà essere sottoscritta dal 1° Maggio e rimarrà un atto aperto che si arricchirà ancora nei sei mesi espositivi per arrivare alla consegna ufficiale del testo nell’ottobre prossimo, quando il segretario generale dell’Onu farà tappa a Milano. Ci siamo mossi nel solco di quanto detto da Papa Francesco quando, proprio in occasione della prima tappa dell’Expo delle Idee, ha richiamato la comunità internazionale a passare ora «dalle emergenze alle priorità».

La sfida da vincere sull’alimentazione così intesa può unire anche chi si è trovato spesso su fronti opposti nello scacchiere internazionale: la «diplomazia» di Expo offre opportunità inedite per lanciare nuove alleanze in favore di progetti di sviluppo improntati alla sostenibilità.

Continuando a guardare il futuro dalle nostre coste, se ci poniamo la domanda su come riuscire a sfamare miliardi di persone in modo sostenibile per la sopravvivenza stessa della Terra, nella Carta troveremo indicazioni centrali, articolate e certamente non esaustive, ma sicuramente coraggiose. In questo lavoro ci hanno aiutato molto anche le riflessioni mai scontate di una personalità straordinaria come Ermanno Olmi, instancabile difensore della sacralità del cibo.

Interpretando anche così Expo l’Italia può diventare protagonista nella sfida per la tutela del pianeta, non solo per il destino che la geografia ci ha assegnato, ma per una precisa scelta strategica, morale, culturale e politica.



* Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali con delega all’Expo”.



Qui il link di Repubblica per leggere il testo completo della Carta di Milano: http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/04/28/news/expo_la_carta_di_milano-113054303/

giovedì 26 febbraio 2015

La Grecia, l'Europa e noi: intervista a Margherita Dean, giornalista greca




 


L'Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande alla giornalista Margherita Dean, che vive e lavora ad Atene, per capire con lei cosa sta accadendo in Grecia, dopo le lezioni di Alexis Tsipras, e quale può essere l'apporto del nuovo governo per l'Europa e, quindi, anche per l'Italia.

Ringraziamo moltissimo Margherita Dean per la sua disponibilità.




La Grecia ha attraversato una delle crisi più gravi degli ultimi tempi: quali sono le conseguenze per la popolazione?


Le conseguenze sono state: l'impoverimento, con tagli agli stipendi e alle pensioni, che sono arrivati fino al 40% sia nel settore privato sia in quello pubblico. Al momento lo stipendio minimo garantito, nel privato, è di 560 euro e il nuovo governo vorrebbe portarlo a 760 euro; inoltre, ci sono stati la deregulation dei contratti di lavoro e l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni e questo ha comportato l'allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Nella sola Atene i nuovi “senza casa” sono 30mila e gli altri hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi; è aumentata molto anche la pressione fiscale e l'ultimo caso è stato quello della tassa sulla prima casa (ENFIA) che ha considerato i valori catastali dell'immobile quando, invece, quei valori non hanno più alcun contatto con la realtà perchè, in alcuni casi, sono molto più alti rispetto al valore reale. C'è stato, quindi, un ribaltamento totale rispetto alla situazione pre-crisi.

La disoccupazione ha toccato il 27% e ora tenderebbe a stabilizzrasi sul 26% con gli under 256 che sono disoccupati in una percentuale di 65 su 100, senza contare i 300mila laureati che sono andati via dalla Grecia, in cerca di fortuna all'estero.



Ma c'è stata davvero una piccola ripresa?



E' una ripresa sulla carta, dovuta ai meccanismi di scrittura del bilancio. La ripresa si è vista nel settore turistico, ma se ci sono quei tassi di disoccupazione di cui abbiamo parlato prima, è improbabile parlare di ripresa. Non bisogna dimenticare poi che, stando agli accordi precedenti a quello dello scorso 20 febbraio 2015 con la Troika, la Grecia avrebbe dovuto presentare un avanzo primario determinato che strozza tutto il resto.
In Grecia, inoltre, non c'era una base produttiva solida di partenza: è sempre stata un'economia fatiscente, un po' di servizio, e questa è una distorsione come lo è anche quella dei cartelli che sembrerebbe che il nuovo governo voglia mettere al palo.



In che modo Tsipras può far cambiare direzione alla Grecia e all'Europa? 




Il nuovo governo sta andando una bozza di riforme strutturali, basate sulla lotta all'evasione fiscale e alla corruzione (che a un'impresa costa il 12%), sulla lotta ai cartelli e al contrabbando, soprattutto di carbuti. Un'altra misura sarebbe quella di rendere funzionale l'apparato pubblico e amministrativo. Infine, ma non meno importante, c'è da ricostruire lo Stato sociale, ma sarà difficile farlo senza i creditori. Gli intenti ci sono: per esempio, è nato il Ministero della Ricostruzione Produttiva, con cui il governo vorrebbe ripensare tutto il modello produttivo greco.

Per quanto riguarda l'Europa: la Grecia, all'inzio, era veramente sola. Negli ultimi tempi c'è stata una timida apertura da parte, ad esempio, di Francia e Italia, ma nessuno ha veramente ancora fiducia nel governo greco.

Secondo me bisogna sperare nella Commissione europea perchè Juncker, conservatore e profondamemte europeista, ha ammesso l'errore nella gestione della crisi greca. Ha, infatti, affermato: “Abbiamo lasciato fare la Troika” che è un organismo non istituzionale che, però, ha fatto politica, attuando imposizioni alla Grecia, senza un controllo. C'è anche una bella immagine che vorrei ricordare: la prima volta che Tsipras ha incontrato Juncker a Bruxelles, Juncker lo ha preso per mano...

Probabilmente tutti si stanno rendendo conto che se non si tratta con Tsipras, si finirà per trattare con Marine Le Pen.




Quali sono i motivi dell'alleanza con gli indipendenti greci e l'apertura verso Anel?


I greci erano già preparati a questo: in campagna pre-elettorale gli indipendenti hanno fatto addirittura uno spot pubblicitario con un trenino in cui il conducente era il piccolo Alexis, ma il capo degli Anel sarebbe stato quello che lo avrebbe supportato.

Anel è un partito di destra, ultranazionalista, ma il punto di contatto è la retorica, l'ideologia contro l'austerità (e lì si possono incontrare tutti).

A sinistra, Tsipras non trova nessuno perchè il Partito comunista ha commentato la riunione con l'eurogruppo allo stesso modo di Alba dorata, quindi c'è una chiusura totale.

In questa situazione il capo degli indipendenti ha ottenuto il Ministero della Difesa che è un ministero abbastanza isolato: è vero che c'è anche la Nato, ma il Ministro degli Esteri è appena stato in Russia e in Cina. Questo dimostra che la Grecia si sta muovendo e non dialoga solo con il resto dell'Europa. La posizione geopolitica della Grecia è importante (vedi Libia, Ucraina...) e questo dovrebbe far riflettere.








mercoledì 25 febbraio 2015

Convenzione del Consiglio d'Europa contro la violenza sulle donne



Il Ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero, alla presenza del Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa Gabriella Battaini-Dragoni, ha firmato a Strasburgo la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. La firma segue la mozione unitaria del Senato su questo tema votata il 20 settembre ed è accompagnata da una nota verbale in cui si specifica che la firma avviene nel rispetto dei principi della Costituzione italiana.

Nel loro incontro a Strasburgo, al quale ha preso parte anche il Sottosegretario agli Esteri Marta Dassù, il Ministro Elsa Fornero e il Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa Gabriella Battaini-Dragoni hanno sottolineato che la firma della Convenzione da parte dell'Italia è un passo fondamentale per proseguire l’azione del Paese contro queste forme di violenza che colpiscono le donne e le bambine.

La Convenzione di Istanbul, aperta alla firma l’11 maggio del 2011, costituisce oggi il trattato internazionale di più ampia portata per affrontare questo orribile fenomeno e tra i suoi principali obiettivi ha la prevenzione della violenza contro le donne, la protezione delle vittime e la perseguibilità penale degli aggressori. La Convenzione mira inoltre a promuovere l’eliminazione delle discriminazioni per raggiungere una maggiore uguaglianza tra donne e uomini. Ma l’aspetto più innovativo del testo è senz’altro rappresentato dal fatto che la Convenzione riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione.

All’indomani dell’approvazione in Senato del DDL di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale, il via libera alla firma della Convenzione di Istanbul ha rappresentato l’ulteriore segnale di una piena “consapevolezza che è di conforto al Governo” - afferma il Ministro Fornero - “e gli dà la forza per continuare in questa azione di diffusione di una cultura che rifiuti la violenza e la sanzioni, ma soprattutto che faccia crescere in ciascuno di noi qualcosa di positivo proprio nell’accettazione del prossimo”. E proprio sulla scia della recente approvazione del disegno di legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, l’auspicio è che il disegno di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul, di prossima presentazione, possa ricevere la stessa condivisione in sede parlamentare e venga approvato in tempi rapidi.

“Desidero sottolineare l'aspetto innovativo della Convenzione del Consiglio d'Europa alla cui elaborazione l'Italia ha molto contribuito - afferma il vice-Segretario Generale Gabriella Battaini-Dragoni; la Convenzione di Istanbul è una delle ultime preparate a Strasburgo e può essere ratificata anche da paesi non europei come quelli della politica di vicinato”.



mercoledì 17 dicembre 2014

La resistenza a Kobane





Non abbandoneremo mai le nostre terre



Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen sta combattendo insieme a due dei suoi figli in difesa di Kobanê. Hesen e i suoi due figli che si trovano nelle fila YPG dicono: “Kobanê è più prezioso di ogni altra cosa. Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prenderlo. I giovani di Kobanê dovrebbero venire ad occupare il loro posto nella resistenza."
Il modello sociale egualitario del cantone di Kobanê è stato dimostrato nella resistenza agli attacchi ISIS. Un esempio di questo è la famiglia Hesen. Poiché gli attacchi sono iniziati a Kobanê, il Ministero della Difesa ha continuato il suo lavoro in condizioni difficili, mentre i due figli, Kajin e Dilgêş stanno combattendo nelle fila delle YPG. Un nipote di Hesen è, anche, morto durante la resistenza a Kobanê.

Ho la fortuna di lottare spalla a spalla con i miei figli’.
Il ministro della Difesa di Kobanê Ismet Şêx Hesen ha detto che aveva impugnato le armi, anche, in un precedente attacco di luglio, aggiungendo: “Quando questo ultimo assalto ha avuto inizio non ho esitato a prendere la mia pistola e unirmi alla resistenza”. Hesen ha continuato dicendo che suo figlio Kajin era già stato nelle YPG, e quando gli ultimi attacchi sono iniziati, a settembre, anche il figlio Dilgêş si è unito alle truppe. Hesen aggiunto di essere orgoglioso dei suoi figli e di essere felice di lottare con loro fianco a fianco.

La libertà è più preziosa di ogni altra cosa’.
Şêx Hesen ha usato l’Algeria come esempio, dicendo: “Migliaia di persone provenienti da tutto il mondo sono andate in Algeria e hanno sacrificato la loro vita per la libertà del popolo. Siamo anche disposti a fare questo per la nostra terra. Ciò che riteniamo importante è Kobanê e la libertà del popolo curdo”.

Non permetteremo all’ ISIS di prendere Kobanê’.
Il figlio maggiore di Hesen, Kajin Hesen, si è unito alle YPG 3 anni fa. Fu ferito durante la battaglia contro l’Al Nusra ad Afrin, poi è venuto a Kobanê per unirsi alla resistenza qui. Kajin Hesen ha detto che ora stava combattendo contro le bande ISIS insieme a suo padre e suo fratello. “Non permetteremo mai che alle mafie ISIS di prendere Kobanê”, ha aggiunto.

Se necessario, tutta la famiglia si unirà alla resistenza’.
Dilgêş Hesen ha deciso di aderire alle YPG quando gli attacchi ISIS hanno avuto inizio, il 15 settembre. Egli ha detto: “All’inizio ho combattuto sul fronte orientale. Ora vado ovunque sia utile. Sto difendendo Kobanê insieme a mio padre e mio fratello maggiore. Non possiamo abbandonare Kobanê aall’ ISIS”. Dilgeş Hesen ha detto che, se necessario, la madre e altri fratelli si sarebbero uniti alla difesa di Kobanê, e ha invitato i giovani del Cantone a farvi ritorno, dicendo: “Tornate e cerchiamo di difendere Kobanê insieme. Partire non è una soluzione. La migliore e più onorevole cosa da fare è rimanere qui e lottare per la libertà del nostro paese”.



(Ufficio d' informazione del Kurdistan in Italia)

venerdì 29 agosto 2014

Risarcimento ai detenuti reclusi in condizioni inumane







È stato approvato, nei giorni scorsi, in prima lettura alla Camera il disegno di legge che prevede il risarcimento in favore dei detenuti reclusi in “condizioni inumane” e ulteriori interventi in materia penitenziaria tesi a risolvere il problema del sovraffollamento carcerario.

Il decreto risponde a un obbligo assunto dall’Italia al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 5 giugno 2014 e scaturito dalla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nel quale è stabilito che «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti» (va ricordato che la violazione dell’articolo 3 è alla base di numerose decisioni di condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo relative alle condizioni di detenzione).

Con la sentenza-pilota «Torreggiani contro Italia» dell’8 gennaio 2013 la Corte europea ha certificato il malfunzionamento cronico del sistema penitenziario italiano accertando, nei casi esaminati, la violazione dell’articolo 3 della Convenzione a causa della situazione di sovraffollamento carcerario in cui i ricorrenti si sono trovati. La Corte ha ordinato alle autorità nazionali di approntare, nel termine di un anno dalla data in cui la sentenza in questione sarebbe divenuta definitiva, le misure necessarie che avessero effetti preventivi e compensativi e che garantissero una riparazione effettiva delle violazioni della Convenzione risultanti dal sovraffollamento carcerario in Italia.

Come abbiamo già evidenziato in altri nostri post, Il problema dell’eccessivo numero di detenuti rispetto alla dimensione delle carceri nazionali si trascina nel nostro Paese ormai da molti anni e questa emergenza torna ciclicamente a impegnare l’attività parlamentare.
Soltanto negli ultimi anni, mentre la capienza degli istituti è sostanzialmente migliorata (49.461 posti al 30 giugno 2014) a seguito, soprattutto, di interventi di ristrutturazione di padiglioni esistenti, si registra – anche grazie a numerosi interventi legislativi – una netta tendenza alla diminuzione delle presenze, fino ad arrivare ai 58.092 detenuti di oggi. Ci sono però ancora 8.631 detenuti in eccedenza rispetto ai posti previsti (sovraffollamento del 17%).


Il decreto votato dalla Camera interviene su diversi aspetti della questione carcere. Ad esempio, il decreto inserisce nell’ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975) il nuovo art. 35-ter, con il quale si introducono rimedi risarcitori per i detenuti reclusi in “condizioni inumane”. In particolare:

1) Sconti di pena: è previsto un abbuono di 1 giorno ogni 10 passati in celle sovraffollate, se la pena è ancora da espiare.

2) Rimborso in denaro: spetta un rimborso di 8 euro per ogni giornata in cui si è subito il pregiudizio per i casi in cui:

la pena sia stata già scontata (la richiesta, in questo caso, va fatta entro 6 mesi dalla fine della detenzione);

il residuo di pena da espiare non permette l’attuazione integrale della citata detrazione percentuale (perché, ad esempio, sono più numerosi i giorni da “abbuonare” a titolo di risarcimento che quelli effettivi residui da scontare);

il periodo detentivo trascorso in violazione dell’art. 3 CEDU sia stato inferiore a 15 giorni;

il pregiudizio di cui all’art. 3 CEDU sia stato subito in custodia cautelare non computabile nella determinazione della pena.

La competenza per l’adozione di tali provvedimenti è in capo al magistrato di sorveglianza, che procede su istanza del detenuto (o del difensore munito di procura speciale). Da qui al 2016 per i risarcimenti saranno disponibili 20,3 milioni di euro.

Inoltre, viene modificato l’articolo 275 del codice di procedura penale, sui criteri di scelta delle misure cautelari, in modo da limitare il ricorso alla custodia cautelare in carcere. In presenza di una prospettata sospensione condizionale della pena, il nuovo testo del comma 2-bis conferma la norma, ma specifica che a non poter essere applicata è la misura della custodia cautelare “in carcere o quella degli arresti domiciliari”, volendo con tale specificazione far sì che risultino escluse dall’ambito applicativo della nuova disposizione la custodia cautelare in istituto a custodia attenuata per detenute madri e la custodia cautelare in luogo di cura.

Viene poi stabilito il divieto di custodia cautelare in carcere in caso di pena non superiore ai 3 anni. In altri termini, se il giudice ritiene che all`esito del giudizio la pena irrogata non sarà superiore ai 3 anni, per esigenze cautelari potrà applicare solo gli arresti domiciliari. La norma non vale però per i delitti ad elevata pericolosità sociale (tra cui associazione mafiosa e terrorismo, omicidio, incendio doloso boschivo, rapina ed estorsione, furto in abitazione, stalking e maltrattamenti in famiglia) e in mancanza di un luogo idoneo per i domiciliari (un’abitazione o altro luogo di privata dimora ovvero un luogo pubblico di cura e assistenza o una casa famiglia protetta).

Vengono introdotte norme di favore per i minori estese anche agli under 25 (art. 5): le norme di favore previste dal diritto minorile sui provvedimenti restrittivi si estendono a chi non ha ancora 25 anni (anziché 21 come oggi). In sostanza, se un ragazzo deve espiare la pena dopo aver compiuto i 18 anni ma per un reato commesso da minorenne, l’esecuzione di pene detentive e alternative o misure cautelari sarà disciplinata dal procedimento minorile e affidata al personale dei servizi minorili fino ai 25 anni. Sempre che il giudice, pur tenendo conto delle finalità rieducative, non lo ritenga socialmente pericoloso.

Più magistrati di sorveglianza, maggiore efficienza del personale dell'amministrazione penitenziaria e controlli sull'edilizia penitenziaria: questi sono altri articoli previsti nel nuovo testo. Tutto ciò, in ragione delle particolari esigenze che caratterizzano l’attuale situazione carceraria.




giovedì 21 agosto 2014

Il caso della donna siriana e i respingimenti



Lei, Suha Al Hussein, 22 anni. Lui, Omar Jneid, 33 anni. Tre figli e uno in arrivo. Scappano, insieme al padre anziano di Omar, dalla Siria, dall'inferno. Su un barcone arrivano in Italia, a Perugia, ma non fanno richiesta di asilo perchè vorrebbero raggiungere altri parenti in Germania. Ma il loro sogno si infrange in Svizzera quando alcuni poliziotti fermano 36 profughi e li riaccompagnano forzatamente alla frontiera di Vallorbe.

Qui inizia il calvario della giovane donna: si sente male, ma viene portata, come gli altri, in un centro di identificazione e chiusa in una cella per quattro ore. Le si rompono le acque. Il marito chiede aiuto o l'intervento di un medico, ma il viaggio ricomincia. I profughi, compresa Suha, vengono caricati su un treno e rispediti in Italia. Tutto questo è accaduto lo scorso 4 luglio.

All'arrivo a Domodossola, gli agenti prestano i primi soccorsi, poi la donna viene trasferita in ospedale, ma ormai la bambina che portava in grembo è morta.

La famiglia Hussein è intenzionata a chiedere giustizia: vuole denunciare la Polizia elvetica, quella francese e si rivolgerà anche alle Nazioni Unite. Il Parlamento italiano ha avviato un'interrogazione ed è stata aperta un'inchiesta.

Il medico italiano che ha preso in cura la donna ha affermato: “ Se la donna fosse stata aiutata in Svizzera, si sarebbe potuto evitare la disgrazia”.


Il caso di Suha e del marito Omar ha riacceso i riflettori sulle pratiche dei respingimenti e noi vi vogliamo riportare la storia di una manifestazione.

#NoBordersTrain - La cronaca della giornata dai confini dell’Europa


Conquistato, violando in maniera collettiva la frontiera, il diritto a chiedere asilo senza essere respinti dalla Svizzera (già su www.meltingpot.it)


Il giorno seguente alla celebrazione della giornata mondiale del rifugiato, attivisti e migranti hanno raggiunto la stazione di Milano partendo in carovana da diverse parti d’Italia, per raggiungere con il No Borders Train il confine svizzero ed iniziare a dare concretezza a quell’asilo europeo invocato da molti ma ancora ostaggio degli egoismi nazionali degli stati, conquistando con la mobilitazione di poter presentare la domanda d’asilo senza essere respinti.
Una vittoria importante considerate le
prassi arroganti con cui le autorità svizzere respingono i richiedenti verso l’Italia.
Una conquista materiale che assume un grande nella battaglia dello spirito della Carta di Lampedusa.
Dopo essersi concentrati all’esterno della Stazione di Milano nel primo pomeriggio gli attivisti e i rifugiati sono entrati ed hanno dato vita ad una conferenza stampa per spiegare, attraverso molti interventi, le ragioni dell’iniziativa.
Si sono poi recati ai binari, presidiati dalla polizia, per prendere il treno, denunciando la militarizzazione costante che accompagna il muoversi dei migranti e dei rifugiati.
Ai binari la polizia e la Digos hanno cercato di impedire l’accesso alle carrozze ma la determinazione dei manifestanti è stata più forte dei cordoni delle "forze dell’ordine" e tutti insieme sono saliti sul #noborderstrain" che è partito verso Chiasso.
All’arrivo del #noborderstrain in territorio elvetico la polizia di frontiera avrebbe voluto dividere gli italiani dai rifugiati che secondo le autorità dovrebbero essere rinchiusi in strutture ad hoc ma i manifestanti compatti hanno continuato a restare tutti insieme ed imporre che la domanda d’asilo fosse accettata senza restrizioni della libertà.
Dopo ore di protesta, occupato con interventi e slogans la stazione elvetica il #noborderstrain ha raggiunto una grande conquista: si è ottenuto di poter presentare la domanda d’asilo senza essere respinti.
I manifestanti hanno lasciato la stazione in corteo per andare ad accompagnare i richiedenti asilo e raggiungere una festa etica in cui sono stati salutati da slogans e applausi e poi il #noborderstrain è ripartito verso Milano.
In serata intanto ad
Ancona gli attivisti delle Ambasciate dei diritti hanno riaperto le reti del Porto dando vita ad iniziative proprio in una zona, oggi sottratta ai cittadini anconetani per nascondere gli altri respingimenti, quelli che l’Italia continuamente pratica nei confronti di chi fugge dalla Grecia.
Una giornata di lotta, nello spirito della Carta di Lampedusa , che dopo l’occupazione dei consolati, continua un percorso di lotta europea verso il
26 e 27 giugno quando mentre il Consiglio europeo si riunirà a Bruxelless per discutere di frontiere, pattugliamenti e nuove regole operative, arriverà nella capitale belga la “Marcia dei rifugiati” .
Un commento con Nicola Grigion alla conclusione dell’importante giornata di mobilitazione che si inserisce nelle mobilitazioni europee.


venerdì 15 agosto 2014

Fare spazio e non frontiere. Mare Nostrum e il confine militare-umanitario








Pubblichiamo questo articolo per noi importante (già su euronomade.info), ringraziando anche Marta Bellingreri per averlo segnalato.



Di Martina Tazzioli

Nove mesi fa, pochi giorni dopo i due naufragi avvenuti vicino alle coste di Lampedusa e in cui, in totale, sono morti 662 migranti, i ministri della difesa e dell’interno (allora Alfano e Mauro) lanciavano Mare Nostrum, la missione ‘militare-umanitaria’ per ‘incrementare il livello di sicurezza della vita umana e il controllo dei flussi migratori’. Una missione militare a tutti gli effetti, in cui la Marina Militare é stata incaricata di mettere in scena il ‘buon spettacolo del confine’ – salvare vite umane in mare, pattugliando in acque internazionali e spingendosi all’occorrenza anche in quelle libiche. Da quando é stata lanciata Mare Nostrum nell’ottobre 2013  tra giornali, articoli specialistici e video, abbiamo assistito a un susseguirsi di testi, direttive ministeriali e storie di persone arrivate che tratteggiano i contorni visibili del confine ‘militare-umanitario’ e del Mediterraneo come spazio di mobilità contestata.
70.000 é il numero attuale delle persone ufficialmente salvate da Mare Nostrum, una cifra che rende conto non solo della frequenza degli interventi delle navi militari ma anche dell’entità di un fenomeno di migrazioni e fughe da paesi in guerra che ci presenta uno scenario prima di tutto geopolitico indubbiamente differente da quello del 2011, quando alle partenze dei tunisini si aggiungevano quelle causate da una guerra in corso, il conflitto libico. Oggi, invece, anche se la Libia resta uno dei principali luoghi delle partenze via mare, i luoghi da cui si fugge sono ben piú numerosi. Per osservare fino in fondo l’azione del confine militare-umanitario, occorre spostarsi un po’ rispetto al mare, al ‘buon spettacolo del confine’ dei salvataggi ma anche dei naufragi che, nonostante Mare Nostrum, in questi ultimi due mesi hanno prodotto un bollettino di morti impensabile fino a un anno fa e che non potrà che ingigantirsi in questi mesi estivi. Di fatti, oltre la banchina del porto, dei molti porti siciliani in cui attraccano le navi di Mare Nostrum, si produce un’interruzione temporale: immediamente fuori dalla mappa, è difficile seguire la traccia di quelle stesse persone arrivate con il convoglio militare-umanitario e della continuazione dei loro percorsi, a meno che non si faccia parte della comunità di attivisti, ricercatori, associazioni (govenrmentali e non) che quei migranti insegue per varie ragioni. Mentre le persone arrivate immaginano un possibile spazio europeo da attraversare, o semplicemente di arrivare piú a nord, alcuni in Svizzera o in Francia, molti di piú in Germania e in Svezia, le loro geografie appaiono semplicemente inconcepibili e non contemplate agli occhi dei canali selettivi dell’umanitario, che risponde frammentando percorsi e progetti di viaggio. La cattività temporale dei migranti parcheggiati nelle città italiane rimane fuori dalla mappa, così come gli effetti di quel confine militare-umanitario, che blocca e salva, prende e scarica, vanno ben oltre il mare. Alla stazione di Milano è difficile non accorgersi che il mezzanino é affollato di famiglie siriane in attesa di una sistemazione nelle strutture del comune, dove si fermano solo per pochi giorni per poi tentare di passare il confine svizzero o quello francese per arrivare in Svezia, che ha garantito a tutte le persone di nazionalità siriana un permesso umanitario, ma dove per arrivare bisogna attraversare almeno quattro confini europei. Ritornando invece alla scena del confine militare-umanitario, osservarne il funzionamento effettivo attraverso l’operazione Mare Nostrum significa anche soffermarsi sul regime di visibilità e cattura in gioco nella governamentalità delle migrazioni in mare: una politica a intermittenza della mobilità, che risponde a una visibilità irregolare e a una presa altrettanto discontinua sulle vite dei migranti e delle migranti. Un tipo di presa sulle vite, quello esercitato dalla politica migratoria a intermittenza, che lungi dal fondarsi sulla capitalizzazione della vita stessa secondo i criteri biopolitici, alimenta un crinale molto fragile tra non vedere – ovvero lasciar morire – e monitorare per incanalare e bloccare i movimenti ‘non autorizzati’.
Difficile calibrare i toni della critica di fronte ai ‘military ferries’, come li hanno definiti alcune delle persone salvate da Mare Nostrum, che evitano l’ecatombe mediterranea andando a prendere i migranti fino in acque libiche. Difficile, si potrebbe dire, nella misura in cui il militare viene investito di un compito umanitario, come la stessa missione di Mare Nostrum é stata nominata. E tuttavia, sarebbe un errore tentare di separare i due termini di quel confine, militare e umanitario, spingendo affinché il secondo venga ‘purificato’ dal primo: l’umanitario in tutte le sue svariate declinazioni è una tecnologia di governo, una forma di presa sulle vite che nel caso delle migrazioni ‘canalizza’ movimenti e soggetti, destinando qualcuno ai percorsi infiniti dell’‘accoglienza’ che prevedono attese indefinite, e gli altri ai canali accelerati dell’espulsione. Un governo al tempo stesso delle ‘popolazioni migranti’ – che reinsedia gruppi di persone, allocandoli in vari paesi – e dei singoli corpi e individui – impedendo di fatto in virtú del regolamento di Dublino III la possibilità di scegliere dove fare domanda di asilo e piú in generale in quale spazio abitare. Politiche, quelle migratorie così come quelle dell’umanitario, che rendono inaccessibile o invivibile per molti e molte migranti ogni spazio all’interno dei confini europei e sanciscono di fatto un’impossiblità di stare, prima ancora che di restare. Ad ogni modo, in un momento in cui le destre invocano con forza lo stop immediato di Mare Nostrum perché ‘ci porta i clandestini in casa’, sarebbe del tutto fuori luogo opporsi tout court alle operazioni di salvataggio ad opera della Marina. Resta però un punto, fondamentale, che permette di tracciare una distinzione e una distanza molto netta tra le ambigue posizioni di chi sostiene Mare Nostrum e chiede la presenza di Frontex nell’operazione, e quelle realtà di movimento che con la Carta di Lampedusa chiedono l’apertura di ‘percorsi di arrivo garantito’ per tutte le persone in fuga da una guerra. L’ingente dispiego di forze militari per salvare le vite dei migranti è spesso presentato come il segno del profondo sforzo dell’Europa, in questo caso dell’Italia, a fronte di migliaia di persone che lasciano il proprio paese. Ma se proviamo a guardare a Mare Nostrum dal punto di vista di chi parte, ci accorgiamo che non si può arrivare in Europa per chiedere asilo dalla Siria, dalla Libia, dal Mali o dall’Eritrea se non attraversando il Mediterraneo rischiando di morire e essere forse tratti in salvo dalle navi della Marina Militare. Il buon spettacolo del confine non deve distoglierci da quel confine ben piú distante ma che agisce molto prima, nei consolati e nelle ambasciate dei paesi europei. Il militare divenuto umanitario e la militarizzazione umanitaria non sono che la versione ‘mediterranea’ e a noi piú visibile di una politica selettiva dei movimenti che per molti diventa condizione di immobilità o di mobilità al prezzo della propria vita. Percorsi di imbrigliamento e contenimento dei movimenti e, insieme, della possibilità per chi arriva in Europa di avere uno spazio in cui stare. Un’eccezionalizzazione dei movimenti resa come inevitabile – senza mettere in discussione il sistema dei visti che impedisce alle persone di partire e arrivare in modo sicuro –di fronte a cui non si può che mobilitare un meccanismo di contenimento e salvataggio ‘eccezionale’ come quello militare. O meglio, un confine umanitario-militare perché non solo i movimenti dei migranti vengono canalizzati (prima in mare e poi a terra) ma si introducono anche nuove differenziazioni spaziali e giuridiche, si tracciano nuove zone di intervento e limiti, nonché forme di monitoraggio e controllo della mobilità. E’ in fondo la libertà dei soggetti che si trova in questo contesto evacuata, non contemplata fin dall’inizio – e questo è un punto importante su cui insistere politicamente rispetto alla forma di critica possibile rispetto al confine umanitario. Ovvero, nel governo dei movimenti e delle condotte di migrazione la libertà rimane la grande assente fin dall’inizio della storia, nei meccanismi di salvataggio così come nei canali dell’umanitario: forzati a partire dal loro paese di origine o dalla Libia, non é previsto che i migranti salvati mettano in atto il loro progetto di vita o che possano immaginare lo spazio in cui stare. Una mobilità che non può essere realizzata che attraverso tappe di non-libertà.
9 milioni di euro al mese é il costo dichiarato dalla Marina Militare a cui vanno ad aggiungersi quelli delle altre forze militari impegnate nell’operazione. Ma questa nota importante non deve far perdere di vista una riflessione oculata su come impiegarla. Di fatti, “con tutti questi soldi salvate i migranti e non salvate gli italiani”, e “in questo modo arrivano piú migranti perchè sanno che li salvate” sono le critiche che sempre piú cominciano a sentirsi e di cui spesso si legge sulle testate locali e nazionali. Contrapporre la vita dei migranti a quella degli italiani non ha certo come obiettivo la possibilità per tutte e tutti di muoversi e partire liberamente senza un ‘salvifico’ potere ‘militare-umanitario’. L’inizio del semestre italiano di presidenza europea sarà probabilmente l’occasione per il governo per rilanciare cio che Cecilia Malstrom durante l’ultimo consiglio europeo sembra aver escluso con una battuta – “Mare Nostrum non è Frontex Nostrum” – ovvero pretendere che la frontiera sud diventi oggetto di gestione condivisa tra i paesei europei. E, insieme, la disobbedienza ‘clandestina’ al regolamento di Dublino da parte dell’Italia, che almeno siriani e eritrei fa passare senza prendere loro le impronte, diventerà forse materia di negogazione politica. Tuttavia, anche su questo è importante eliminare fin dall’inizio possibili ambiguità: la soluzione alle morti in mare non sta nell’europeizzazione del militare-umanitario e la sospensione del regolamento di Dublino non significa meno migranti in italia ma possibilità di scegliere lo spazio in cui stare. Dunque, oltre ai diritti spesso violati alle frontiere nei confronti di chi cerca di attraversarle senza il passaporto del giusto colore, il confine Mediterraneo e la drammatica alternanza di morti e salvataggi ci mostra un Europa che non è certo all’altezza, giuridicamente e politicamente, dei movimenti delle persone e dei riassestamenti geopolitici a cui stiamo assistendo. Un’ Europa, invece, da ridisegnare attorno al “fare spazio e non frontiere”, con  cui ogni politica di accoglienza dovrebbe confrontarsi e che la presenza nelle nostre città dei ‘salvati’ da Mare Nostrum ci impone di cominciare a praticare.


lunedì 3 febbraio 2014

Come difendersi dal razzismo







Parla di cronaca, parla di razzismo, parla di una società intollerante e maleducata: questo e molto altro nel libro dal titolo I giorni della vergogna. Gli insulti a Cécile Kyenge, di Stranieri in Italia, curato dall'editore Gianluca Luciano e dal giornalista Eugenio Balsamo.

Parolacce, insulti, scritte sui muri, minacce, soprattutto rivolte al Ministro Kyenge, ma che colpiscono troppo spesso anche altre persone comuni: forse l'Italia è un Paese razzista, o forse no, ma i segnali non sono positivi.



Per approfondire questo argomento abbiamo rivolto alcune domande a Eugenio Balsamo che ringraziamo per la sua disponibilità.



Partiamo dai due punti cardine del libro: dove affondano le radici del razzismo, in Italia? Ed è possibile difendersi dalle sue forme, più o meno evidenti?



Io sono tra quelli che ritengono il nostro un Paese non razzista. Muovo le mie riflessioni dalla storia che, in ogni sua fase, presenta numerose occasioni di “intreccio” tra culture diverse. Contaminazioni, in sostanza, che hanno portato alla costruzione del dna dell'italiano moderno. Le più varie iniziative di integrazione e sensibilizzazione che partono dal basso (cioè da quella società civile svincolata da partiti e sindacati) dimostrano che, in fondo, siamo un Paese in grado di comprendere e apprezzare le diversità. Con l'importante conferma che, anche in un momento economicamente difficile come quello attuale, siamo meno interessati da atti di accusa verso il “diverso che ruba il lavoro” rispetto a tanti altri Paesi europei.

Credo, ciononostante, che a essere meno preparato a questa sfida postmoderna figlia di una globalizzazione rapida sia l'apparato pubblico, ancora ingabbiato nella difesa di un'identità nazionale che – questo è il vero dato da accettare – non è la stessa degli anni Settanta e Ottanta. È sufficiente il ricorso a un esempio banale come quello dei pasti nelle mense o alla regolazione dei diversi spazi e momenti di preghiera.

Come ci si difende? Non sono un fan della repressione, che è comunque importante in alcune circostanze. Insegnare che il corpus sociale è necessariamente multiculturale e multietnico è il principale impegno degli educatori: le scuole, la Chiesa, le caserme, le società sportive dilettantistiche prima ancora di quelle animate da professionisti e i consessi rappresentativi. Probabilmente sono questi ultimi, se ci atteniamo alla cronaca, ad avere bisogno di uno scossone e di cartellini rossi. Perché un idiota di una curva di stadio ha un peso, un parlamentare ne ha un altro: il primo urla e convince se stesso, il secondo riesce a trascinare migliaia di elettori e militanti.



In cosa consiste la "guida all'autodifesa"?

Semplicemente, e utilmente, un riepilogo del concetto di razzismo e delle norme che l'ordinamento pone a tutela del discriminato. E, sia chiaro, a tutela di se stesso giacché un Paese che non difende le proprie basi giuridiche e sociali è un Paese che si arrende all'arroganza e all'ignoranza. Un modo, dunque, per ricordare che il razzismo non è e non può essere un'opinione perché era e resta un reato.

 

Ci può fare alcuni esempi di cronaca che hanno riguardato il ministro Kyenge, ma anche persone comuni?


Il governo Monti ha avuto il suo ministro per l'Integrazione. Era bianco, romano e cristiano e quindi, mi viene da dire, non meritevole di attenzioni particolari. Cécile Kyenge, al contrario, ha un profilo diverso, etnicamente diverso. Il “tornatene in Congo” avanzato da diversi ambienti di destra, spiega il rifiuto a questo tocco di modernità azzardato da un governo italiano con notevole ritardo rispetto alle scelte di altri Paesi occidentali che, già diversi anni addietro, avevano puntato su esponenti politici di origine straniera perché ormai ben inseriti nel contesto socio-politico. È difficile credere che le critiche mosse a Kyenge – come fa notare senza successo qualche punta di diamante della Lega nord – siano unicamente relative alle sue proposte. Ricordiamo che è lo stesso partito delle panchine da sottrarre agli extracomunitari e delle ordinanze anti kebab. Che i militanti leghisti si incontrino con quelli di Forza nuova per contestare il ministro è una conferma, come l'idea del segretario federale del Carroccio di inaugurare una parentesi di collaborazione con il Front national.

Allora il “tornatene in Congo” ha lo stesso valore di “venite a delinquere” che l'italiano medio “offre” quotidianamente all'asiatico, africano o romeno. Il limite è quello di pensare che una donna nata in Africa, ancorché laureata e specializzata in Italia e “dotata” di cittadinanza italiana, possa arrivare a occupare un posto che, nella logica del “protezionismo etnico”, andrebbe riservato a un italiano.


Qual è, in generale, il punto di vista dei nuovi italiani su questo Paese?


Questo è, secondo me, il punto più interessante di ogni indagine, scientifica o giornalistica che sia, che voglia misurare il grado di razzismo della nostra società. Il lavoro “I giorni della vergogna” include il punto di vista di giornalisti stranieri che vivono e operano in Italia, nessuno dei quali nasconde le difficoltà iniziali di inserimento nel contesto italiano, sociale e professionale. Sottolineano, tuttavia, quei limiti spesso evidenti nascosti nelle norme più varie, che talvolta penalizzano chi il nostro Paese lo vive al pari di chi vi è nato e cresciuto. Non è certo razzismo, ma evidente impreparazione dell'apparato pubblico (decisori compresi) ad approcciarsi a quella nuova linfa che giunge da oltre confine. Considero “nuovi italiani” non solo le seconde e terze generazioni di immigrati, ma anche colore che stabilmente, da anni, vivono in Italia sebbene sprovvisti di cittadinanza. Chiedono l'opportunità di fare la propria parte, di essere messi in condizione di dimostrare.

Quello che i nuovi italiani lamentano è lo scarso coraggio del legislatore. L'esempio principale è lo ius soli: proposto da più parti (anche da Cécile Kyenge) incontra il muro apparentemente insormontabile dell'identità, del paventato rischio che tra i bimbi e gli italiani di domani ci siano troppi Ahmed. Mentre, al tempo stesso, l'Italia si pregia di aver dato a New York un sindaco “campano”. Credo, tuttavia, che lo scenario di base stia cambiando, almeno a livello di percezione. Conforta, per esempio, il parere dei bambini delle elementari che oggi hanno compagni di banco figli di cinesi, nigeriani, balcanici: è la loro curiosità a superare le differenze. Ecco perché, ripeto, c'è bisogno di un lavoro “dal basso”, abituando gli italiani di domani a sentirsi protagonisti della stessa scena di vita.

martedì 21 gennaio 2014

L'iter burrascoso del decreto svuotacarceri



Alla fine del 2013 è stato approvato, con il decreto legge n. 146, l'abbassamento della pena massima da 6 a 5 anni per i reati di lieve entità come, ad esempio, lo spaccio di sostanze stupefacenti che è la principale causa del sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani. Ma l'iter della riforma carceraria prosegue: dal 14 gennaio, infatti, la Commissione Giustizia, in Senato, ha esaminato quattro ddl sui temi dell'amnistia e dell'indulto.

Secondo l'articolo 1 del ddl 20, unificato al 21, "è concessa amnistia per tutti i reati commessi entro il 14 marzo 2013 per i quali – si legge - è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria". All'articolo 3 del ddl si legge che "è concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 14 marzo 2013, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per le pene pecuniarie". Previste anche misure di revoca o esclusione dell'indulto e di rinuncia all'amnistia. Vengono affidate al ddl 21 altre norme che entrano più nello specifico sia dei reati previsti sia da quelli esclusi ma che ancora devono concludere l'iter di discussione in commissione Giustizia, presieduta da Francesco Nitto Palma (Forza Italia). L'esame congiunto riprenderà l'8 gennaio 2014. Il ddl 21 prevede, per esempio, che l'indulto non si applica a pene per associazione mafiosa anche straniera, riciclaggio denaro sporco, strage, usura, sequestro di persona a scopo d'estorsione, saccheggio, associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e anche produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti o psicotrope. Queste sono solo alcune delle novità introdotte dai due ddl, l'esame adesso entrerà nel vivo con il seguito della discussione e l'esame congiunto degli altri due dei quattro disegni di legge.

Non serve a risolvere il problema del sovraffollamento, è molto peggio di un indulto. E, soprattutto, premia i mafiosi”. Questo il commento del procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, esaminando il decreto svuotacarceri. Ardita è una delle persone più competenti in materia essendo stato per nove anni direttore generale dei detenuti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e spiega che le critiche più pesanti riguardano la “liberazione anticipata speciale”, ovvero la norma che porta da 45 a 75 i giorni di sconto concessi ogni sei mesi di detenzione. Misura che prevede una retroattività al 2010. “Avendo deciso di affrontare il sovraffollamento rinunciando alla sanzione penale – scrive Ardita nella sua relazione –, il legislatore d’urgenza sembrerebbe da un lato aver effettuato una opzione minimale, e dunque certamente non in grado di risolvere il problema dell’affollamento, e dall’altro avere scelto i soggetti da scarcerare tra i mafiosi e i più pericolosi ( condannati a pene lunghe) e solo in parte minima tra coloro che sono stati raggiunti dall’intervento penale a pioggia (in primo luogo extracomunitari e tossicodipendenti)”.
La misura prevista dal decreto si applica a tutti i detenuti, 416-bis compresi, perché si basa come unico presupposto sull’“opera di rieducazione. Che, attenzione, non vuol dire altro che colloqui con la famiglia, attività teatrali, attività sportive. Nessuno escluso, dunque. Ma quanto la liberazione anticipata inciderà realmente sul problema per cui Strasburgo rischia di condannarci, e cioè il sovraffollamento? Non potrà che incidere in modo molto marginale – scrive Ardita – "potendo riguardare al più qualche migliaio di soggetti.
Non usciranno certo di galera i poveri cristi, o saranno pochissimi, mentre verranno premiati – non si sa a fronte di cosa – coloro che sono stati condannati a pene lunghe. TRADOTTO: chi deve scontare, da sentenza, sei anni di carcere potrebbe uscire dopo tre anni e mezzo. “Anche un penitenziarista poco esperto – prosegue il procuratore aggiunto – può ben comprendere come uno strumento così concepito venga a minare alle fondamenta i principi stessi del trattamento penitenziario, che presuppone sempre percorsi nei quali i benefici siano il frutto di sacrificio, attraverso la revisione critica del proprio passato criminale e la provata volontà di reinserirsi nel tessuto sociale”.
Un regalo, bello e buono, a chi ha commesso gravi delitti e non ha mostrato neanche il minimo segno di pentimento. C’è poi un altro elemento che vale la pena evidenziare. Il ministro Cancellieri ha messo in piedi il decreto per svuotare le carceri sovraffollate, ma coloro che hanno condanne pesanti, i criminali veri, sono in celle doppie o al massimo triple, non sono certo stipati come bestie sulle brandine a quattro piani.
Più che rispondere alle accuse di Strasburgo, il provvedimento potrebbe tornare utile a delinquenti dentro i nostri confini". Ardita conclude la sua relazione con una domanda importante: perché destinare il costo sociale di quest’operazione ai cittadini, che ne pagherebbero la pericolosità, visto che – statisticamente – il numero dei reati aumenterebbe?



Intanto vi segnaliamo la seguente iniziativa che ci sembra utile e interessante
 
 

carcerAzioni. Prigionie dei nostri tempi

Sono la libertà e la sua privazione i temi centrali dell'iniziativa carcerAzioni. Prigionie dei nostri tempi, che dal 7 dicembre 2013 all'11 aprile 2014 coinvolgerà alcuni spazi dedicati alla cultura di Roma Capitale - Casa della Memoria e della Storia, Casa dei Teatri, Sala Santa Rita, Nuovo Cinema Aquila, Teatro di Villa Torlonia - oltre al Museo storico della Liberazione di Via Tasso e al Museo Laboratorio della Mente.
Attraverso mostre, incontri, letture, proiezioni, laboratori e performance, carcerAzioni ricerca e approfondisce il significato di libertà, un valore oggi sempre più negletto, incerto ed esposto al rischio di perdita delle garanzie conquistate nella storia dell'umanità. La prigionia nelle carceri, l'isolamento dal mondo per scelta o impedimento fisico, il disagio esistenziale diventano temi di una serie di appuntamenti, momenti di approfondimento che aprono lo sguardo sull'altro per riconoscervi la nostra stessa condizione, soltanto apparentemente differente.
La scelta del tema nasce dall'osservazione delle enormi trasformazioni a cui tutti assistiamo e che stanno modificando anche il nostro quotidiano, come le trasmigrazioni da un bacino all'altro del Mediterraneo, dal Sud al Nord del mondo, causa di tragiche sofferenze umane. Il mondo occidentale e democratico è uno snodo fondamentale per tornare a discutere di libertà dell'individuo contemporaneo, di prigioni come metafora dell'esistenza umana, di segregazione come vera e propria chiusura al mondo, impedimento come reclusione. Un approfondimento sul "carcere" nel senso etimologico della parola, dal latino "càrcer" - recinto, chiuso e quindi prigione - che ha radice dal verbo co-èrcio da cui il significato di luogo ove si restringe, si rinchiude ed anche si castiga e si punisce.

Per il programma completo della manifestazione: www.comune.roma.it/cultura




lunedì 13 gennaio 2014

La morte del "leone di Dio"




Si è spento, ad 86 anni, Ariel Sharon, in coma dal 2006 a causa di un'emorragia cerebrale e dopo una lunga esistenza come leader politico e militare. 


Ministro dell'Agricoltura, svolge un ruolo di primo piano nel programma di costruzione degli settlements a Gaza e in Cisgiordania; come Ministro della Difesa è stato l'artefice dell'invasione del Libano, nel 1982. Nel 2000, come capo dell'opposizione al Parlamento, compie un gesto dimostrativo: entra, accompagnato da una scorta armata, nella spianata delle moschee a Gerusalemme per rendere chiaro che anche quella parte della città deve sottostare alla sovranità israeliana. L'episodio dà inizio alla Seconda Intifada. Nel 2004, però, decide per il ritiro dei soldati dalla striscia di Gaza – decisione con la quale vuole dimostrare, alla comunità internazionale, la buona volontà di Israele nel volere la pace – ma tale decisione viene vissuta come un tradimento da parte della destra religiosa. Un anno dopo lascia il partito Likud, nazionalista e liberale, per fondare il partito Kadima, centrista, a cui prende parte anche Shimon Peres, Nobel per la Pace.

Difficile riassumere in poche righe una vita intensa, complessa e controversa come quella dello statista israeliano il cui nome, Ariel, significa “il leone di Dio”. E proprio il suo nome rimane legato ad uno degli avvenimenti più tragici della Storia del '900: il massacro di Sabra e Shatila, i campi di rifugiati in cui persero la vita più di tremila arabi palestinesi. Il massacro, che durò dal 16 al 18 settembre 1982, fu perpetrato dalle milizie cristiane libanesi in un'area direttamente controllata dall'esercito israeliano e causò i terribili fatti di sangue, noti come la “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1987. Questi fatti si inseriscono nel contesto della guerra civile libanese: Israele, infatti, sostenne con le armi, la comunità cristiana dei maroniti e l'Esercito del Sud del Libano (cristiano-maronita) contro l'OLP e le forze armate cristiane.

Ma questa è una maniera astratta per parlare di guerra e di Storia, Per capire davvero quali siano le conseguenze di un conflitto, di qualsiasi conflitto, vi consigliamo di leggere un romanzo che si intitola: Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa edito da Feltrinelli.


Amal, la nipotina del patriarca della famiglia Abuleja, è la voce narrante di quattro generazioni di palestinesi costretti ad abbandonare la propria terra, dopo la nascita dello Stato di Israele. La deportazione, nel 1948, nel campo profughi di Jenin; i due fratelli che si trovano a combattere su fronti opposti; la maternità e i numerosi lutti. Amal, alter-ego dell'autrice, intreccia le storie individuali alla grande Storia di un Paese martoriato, con crudo realismo e vibrante poesia. Più di sessant'anni di storia, tra il 1941 e il 2002: gli anni del conflitto israelo-palestinese e delle devastazioni che si sono riversate su donne, uomini, bambini che hanno distrutto rapporti familiari e generazioni. Eppure qualcosa, almeno nella finzione letteraria, riesce a salvarsi.

La scrittrice è nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la “Guerra dei sei giorni”, ha vissuto in un orfanotrofio a Gerusalemme per poi trasferirsi negli Stati Uniti e, con questo suo lavoro, non ha voluto attribuire colpe, ma ha voluto raccontare la verità, la verità di chi troppo spesso non viene ascoltato, in particolare dei profughi “sospesi” nei campi, ma che riescono ad andare avanti nonostante tutto e grazie all'amore.