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mercoledì 18 novembre 2015

La sacralità di Lea Garofalo secondo Marco Tullio Giordana







 



Questa sera, alle 21.20, su RAI 1 il film di Marco Tullio Giordana sulla vita di Lea Garofalo.



di Maurizio Porro (da La 27maOra)
 
 
Altri 100 passi di Marco Tullio Giordana in direzione del cinema civile. Se nel film di 15 anni fa con Lo Cascio si ricordava Peppino Impastato in lotta contro la mafia in cui militava il padre, Lea , che apre l’11 novembre il RomaFiction Fest coordinato da Piera Detassis, è la storia di una vittima della ‘ndrangheta in cui milita tutta la famiglia. Dice il regista: «Lei aveva fatto vedere I cento passi alla figlia, dicendo che avrebbe fatto la stessa fine: quel film è stato un punto di riferimento. Questo ricorda uno dei fatti di cronaca più spaventosi, un omicidio tribale e orrendo che viene da un mondo remoto».
Ancora anime nere: la Calabria in trasferta al Nord e una donna che non vuole accettare il malaffare atavico e cerca di resistere con la figlia Denise, sotto scorta. Quando il programma di protezione viene revocato, Lea scompare, il 24 novembre 2009. Spetta a Denise infiltratasi nella cosca familiare per denunciare i veri colpevoli, fratello e padre, smascherati da un pentito, finché il corpo viene trovato: ergastolo per tutti, anche per la 24enne Denise che vive da sorvegliata speciale.
Una vera tragedia greca. «Gli elementi ci sono tutti — dice Giordana —. Il film è in ordine cronologico: la adolescenza calabrese di Lea, inseguendo un romanzo di formazione, girando a Milano, ricostruendo aule del tribunale e telecamere di sorveglianza. Solo alla fine ho inserito veri documenti del funerale con la città intera mobilitata. L’eloquenza di quelle facce ed espressioni non si poteva replicare, volevo fosse chiaro che avevamo raccontato una storia vera».
Tornando alla tv, dove piantò un paletto d’autore con La meglio gioventù , Giordana la vede come un supporto importante: «Proposta l’idea, ho girato come un fulmine in 6 settimane». Lea (produzione Rai e Angelo Barbagallo con l’Associazione Produttori Tv e la Fondazione Cinema per Roma, col sostegno di Regione Lazio, Camera di commercio) passerà su Rai1 il 18 novembre. «Non è solo un film-tv di rara forza, ma è anche un‘opera di grande valore civile, anzi di denuncia. Un impegno che per noi è prioritario», sottolinea il direttore Rai Fiction Tinny Andreatta.
Tensioni sul set? «No — riprende Giordana — ho avuto appoggi basilari, come quello di don Ciotti, interpretato da Diego Ribon. Lui e l’avvocato Vincenza Rando hanno spiegato che la denuncia contro l’omertà, la rottura con le famiglie, è il passo che mette in crisi i meccanismi automatici di obbedienza, le leggi non scritte della ‘ndrangheta».
E qui è la madre Lea a ribellarsi: «Quando le donne rompono la linea di continuità si apre la frattura, la crisi vera. Don Ciotti rivela che, dopo Lea, è stato avvicinato da molte donne terrorizzate, il fenomeno è in crescita, è l’unico modo per rompere il blocco, la fortezza impenetrabile». Per Lea un cast di volti nuovi di cui Giordana è entusiasta, partendo dalle due eroine, Vanessa Scalera (Lea) e Linda Caridi (Denise).
Ma fra quei cento passi e questi c’è continuità: «È sempre l’universo familiare, clan a delinquere fondato sul sacro vincolo di sangue. Lea si ribella e cambia vita perché pensa ai figli, cioè al futuro. Gli uomini hanno perso credibilità, le donne sono concrete, a loro spetta educazione e trasmissione di valori. L’elemento rivoluzionario è femminile».
La prova? È nel testo che Giordana prepara dell’irlandese Colm Tòibìn, Il testamento di Maria con Michela Cescon, dal 17 novembre allo Stabile di Torino. «Le due figure archetipe di madri, una laica, l’altra sacra, la Madonna, due ribelli che protestano contro il ruolo attribuito, vogliono esser se stesse».
Anche Lea ha una sua religione in fondo? «In lei c’è sacralità. Ex agnostico e incredulo, oggi ho la massima curiosità e invidia per chi ha la fede. Penso che Lea credesse: quel sentimento di maternità l’avvicina alla religione. Perciò metto il film a disposizione della società civile. Ma di politica non ne voglio più nemmeno sentir parlare».


lunedì 16 novembre 2015

Immigrati, brava gente






La scena si apre sull'interno di un'abitazione di una famiglia napoletana: padre, madre, due figli (un maschio e una femmina) e una suocera.

Il padre fa il meccanico, la moglie è una casalinga, la figlia studia ed è impegnata nel sociale e il figlio, grande e grosso, ha come massima aspirazione quella di partecipare a “Il grande fratello”: una famiglia, comune, di persone semplici. La loro routine viene squarciata nel momento in cui entra, nel salotto di casa, un immigrato: un ragazzo straniero, stanco, malato per il lungo viaggio e la mancanza di assistenza che fa letteralmente irruzione in casa Croccolo . E' il perturbante, è colui che fomenterà le paure e metterà in crisi le certezze.

Si tratta della commedia intitolata Immigrati, brava gente scritta e diretta da Bernardino De Bernardinis: due atti in cui si ride molto e poi si riflette.

Un intreccio classico, ben costruito: un furto a casa di una signora appariscente porta alcuni membri della famiglia a sospettare di quel ragazzo africano, Omar, a cui con il tempo, si sono tutti affezionati, ma la verità non è mai in ciò che appare. Bisogna scavare e andare oltre la superficie per capire come sono andate davvero le cose e, allora, ecco che alcuni affetti si sgretolano e altri vengono riconfermati, la fiducia passa il testimone e un padre accoglie un figlio in più.

Molti gli argomenti trattati da questo testo: quello delle migrazioni – di grande attualità – a cui fa riferimento anche il titolo stesso che allude al periodo in cui eravamo noi a emigrare in cerca di lavoro e di un futuro migliore, un periodo da tanti dimenticato; il valore della solidarietà, messo in scena sempre prima dalle donne, portatrici di vita e poi dagli uomini; la generosità di chi accoglie e la gratitudine di chi è accudito. E anche una critica ai mass-media che lanciano notizie allarmanti o propongono trasmissioni che, abbassando il livello culturale, finiscono per condizionare anche opinioni e comportamenti.

Immigrati, brava gente - in cartellone al Teatro Martinitt di Milano fino al 22 novembre – diverte ed emoziona ed è adatto, in particolare, per i ragazzi che si affacciano su una società complessa e contradittoria e che devono imparare a rovesciare gli stereotipi.

venerdì 13 novembre 2015

La legge del mercato: un nuovo film dalla Francia riflette sulla crisi del lavoro





In Italia è uscito con il titolo La legge del mercato, il titolo anglofono è The measure of a man e quello internazionale recita A simple man: tutti titoli adatti per descrivere, in poche parole, quello che sarà il contenuto dell'ultimo lavoro di Stèphane Brizé grazie al quale Vincent Lindon ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile all'ultima edizione del festival di Cannes. Lindon è qui Thierry Taugordeau, un uomo sulla cinquantina, sposato e con un figlio disabile. L'attore presta il suo volto e il suo sguardo ad una persona che procede per inerzia, che ha perso il lavoro presso un'impresa in cui ha svolto l'attività per venticinque anni, ha poi frequentato molti corsi di formazione, ma non riesce a ricollocarsi nel mondo professionale. Fino a che, un giorno finalmente, trova un impiego come addetto alla sicurezza in un supermercato. Accetta, anche se si tratta di fare un passo indietro di carriera, ma il problema non sarà questo: il vero problema si porrà nel momento in cui Thierry dovrà denunciare i suoi stessi colleghi oppure le persone che non hanno abbastanza denaro per pagare i prodotti che vorrebbero acquistare.

Lo spettatore entra lentamente nella vita del protagonista e nella società capitalistica: la quotidianità di Thierry si va a scontrare con la crisi economica che colpisce, in maniera indistinta, giovani e meno giovani, professionisti e operai. Una lentezza quasi agonizzante che si allinea alla freddezza delle inquadrature, delle luci e dei paesaggi, tipici di quelle aree metropolitane in cui la povertà si sta divulgando, portando via sogni, sicurezze e voglia di vivere.

Grigio è il volto di Thierry, grigi i volti delle altre persone, tutti attori non professionisti per ricreare sullo schermo la verosomiglianza delle situazioni che si vogliono denunciare; i luoghi fisici sono spesso strade in cui l'uomo cerca un lavoro, le agenzia di collocamento, il supermercato, tutti “non-luoghi” come li definisce Marc Augè, ovvero luoghi di transito dove gli individui camminano, si spostano in cerca di qualcosa oppure dove trascinano la propria esistenza senza creare legami affettivi profondi. Nemmeno in famiglia, Thierry può garantire la propria presenza, o per lo meno una presenza serena: prima perchè è rimasto senza sostentamento e poi perchè si trova a dover affrontare un dilemma etico molto grave.

Il dilemma è, ovviamente, posto anche al pubblico: cosa faremmo al posto di Thierry di fronte a una persona povera che ruba la merce al supermercato? Come dire a un nostro collega che verrà lincenziato, quando sappiamo bene cosa significhi rimanere senza un posto?

L'empatia e l'dentificazione sono meccanismi che dovrebbero scattare grazie all'Arte cinematografica: e forse il regista ha usato il proprio mezzo per far riflettere sulla tragedia che molti, troppi stanno vivendo sulla priopria pelle, anche se i proclama dei governi raccontano una storia molto diversa. Nel film viene rappresentata la solidarietà tra poveri e la guerra tra poveri e, al di sopra di tutti, il Mercato, il Denaro, le nuove divinità a cui siamo costretti ad immolarci anche a scapito della nostra dignità: le telecamere sono appostate ovunque, spiano e registrano ogni parola e ogni movimento, estensione di un Potere occulto, strisciante e imperante. Niente più tempo libero, svaghi, giochi: tutto è ridotto alla sfida, all'eliminazione, alla concorrenza. Perchè in questo tipo di società non c'è più spazio per le relazioni dirette, per i sentimenti e neanche per la salute. Una persona è davvero soltanto considerata come “capitale umano”, per citare un film di Paolo Virzì, e non c'è bisogno di scomodare teorie marxiste o di ricordare Chaplin: basta guardarsi intorno.

Il finale della pellicola rimane aperto perchè siamo nel pieno della crisi, perchè ancora non è migliorato nulla e, perchè, forse nessuno di noi ha la risposta giusta alla domanda: sarei vittima o carnefice?




martedì 27 ottobre 2015

I migranti e le “Iene”



Nell'ultima puntata della trasmissione “Le iene” è andato in onda un servizio che parla dei migranti che tentano di arrivare in Europa dalla Libia. Come sempre, lo stile che caratterizza il servizio è molto forte perchè i giornalisti o conduttori della trasmissione sono giovani, rampanti e diretti per cui testimoniano la realtà in maniera cruda. In questo caso, però, la scelta è efficace.


 

Ecco il link per vedere il servizio:







venerdì 4 settembre 2015

Prigionieri della violenza




Se percepiamo molta violenza, più che nel passato, è perché alla nostra sensibilità, resa acuta dalla storia, si aggiunge l’effetto prodotto dalla risonanza mediatica.


di Donatella Di Cesare (da La lettura – Corriere della Sera)




Il mondo è pieno di violenza. Subdola, strisciante, imprevedibile, ci attende in agguato a ogni angolo, ci coglie di sorpresa a ogni istante. La violenza è il sottofondo della nostra vita quotidiana, il basso insistente e perturbante, il ritmo stonato e importuno, la cadenza stridente e sconcertante. La violenza è all’ordine del giorno. Non c’è forse parola che abbia un rilievo analogo nel vocabolario dell’attualità. Ma è davvero un fenomeno così esteso? Oppure parliamo di violenza in un senso troppo ampio e impreciso? Certo è che il dilagare della violenza sembra lo spettacolo che si ripete sotto gli occhi di tutti.
Eppure le statistiche dicono che le cose non starebbero così. Nel complesso le cifre dell’atto violento per eccellenza, l’omicidio, sono in calo sia nel nostro Paese, sia in generale in tutti i continenti, anche se, in base a un recente rapporto dell’Onu, restano differenze considerevoli tra Sud e Nord del globo.
Se dovessimo prestar fede alle cifre, potremmo quindi trarre un respiro di sollievo. Il Novecento, inaugurato da grandi speranze e finito nella più buia disperazione, segnato dalla mattanza delle guerre mondiali, dalla brutalità delle dittature, dalle fabbriche dello sterminio, è deflagrato in una esplosione di violenza senza precedenti. Dopo il secolo breve e crudele, ci siamo ripromessi: «Mai più!». Questo «mai più!» impronta il nostro atteggiamento verso ogni forma di violenza, ci rende guardinghi e vigilanti. Ci rende, soprattutto, estremamente sensibili.
Forse mai come oggi la violenza è stata condannata moralmente, stigmatizzata politicamente, sanzionata giuridicamente. Per noi rappresenta la sconfitta dell’etica, l’attentato alla convivenza civile, la ferita alla dignità umana. Ne siamo consapevoli. Non vogliamo dimenticarlo. E non esitiamo perciò a spingere lo sguardo fin dentro quei territori dove — come ci ha insegnato Walter Benjamin — il diritto mostra la sua ambigua vicinanza alla violenza.
Perché ci sembra allora che la violenza aumenti in modo preoccupante? E perché captiamo ovunque indizi gravi e inequivocabili di una recrudescenza che ci tiene con il fiato sospeso? L’oscena esibizione di una testa mozzata, i corpi sulla spiaggia dei turisti inermi, il cadavere di un bambino che galleggia nelle acque del Mediterraneo, il corpo di una donna ferita a morte — quante visioni potremmo ancora richiamare alla memoria? Quante inquietano le nostre notti e allarmano i nostri giorni?
La violenza è lo spettacolo, drammatico e disumanizzante, a cui assistiamo in quella seconda vita che quotidianamente viviamo nei media, travolti dal flusso ininterrotto delle informazioni, sopraffatti dal vortice delle immagini. Ci sentiamo spettatori impotenti, paradossalmente ridotti alla passività, proprio mentre il mondo segue il corso opposto a quello che ci eravamo figurati.
Se percepiamo molta violenza, più che nel passato, è perché alla nostra sensibilità, resa acuta dalla storia, si aggiunge l’effetto prodotto dalla risonanza mediatica. Lo spettacolo della violenza, non di rado esibita con disinvoltura, anche nella spietata incontrollabilità della diretta, è parte integrante della nostra esistenza. Virtuale e reale si confondono e, anzi, il virtuale finisce per avere un effetto più perturbante del reale stesso. Sui rischi di un uso spregiudicato delle foto che, nella loro presunta immediatezza, «nascondono più di quel che svelino», ha avvertito Susan Sontag.
Lo spettacolo della violenza ha il suo contrappeso nella violenza spettacolarizzata. Si fa labile il confine tra i fatti di cronaca e la trama del film dove l’eroico detective rischia la vita per la sicurezza di tutti. Serie tv, fiction, videogiochi mettono in scena un mondo suddiviso fra criminali e custodi dell’ordine, fra assassini e astuti investigatori. Ma ansia, timore, preoccupazione, svaniscono d’incanto nello scontato happy end, in una preannunciata vittoria del bene sul male.
Questa visione del mondo, dove la violenza viene ogni volta sconfitta, diventa un modello fuorviante. Ci aspettiamo che la realtà abbia lo stesso esito della finzione. Dato che non è così, siamo frustrati, quasi risentiti. E anche questo, certo, aumenta il grado di violenza percepita. È il caso allora di chiedersi se si tratta solo di una percezione. Forse quella nostra frequente esclamazione «che violenza!» non è casuale. La violenza è sulla bocca di tutti, perché non ha mai smesso di percorrere sotterraneamente la storia. E ora riemerge tra le crepe, assumendo le forme più diverse, subdole o sfrontate, sottili o prepotenti. Malgrado le statistiche rassicuranti, la riconosciamo subito, anche se non avremmo voluto vederla più. Né avremmo voluto che fosse ancora la protagonista di pagine di storia e di cronaca. Per questo quasi ci vergogniamo. E la nostra cattiva coscienza vorrebbe indurci a negarla.
Ma perché la violenza nelle sue forme attuali ci sconvolge, ci irrita, ci imbarazza? E soprattutto: che cos’è la violenza? Perché è ben riconoscibile, ma si lascia afferrare con difficoltà?
La violenza non è un oggetto né una sostanza; ma non è neppure una qualità. Nessun essere umano è, come tale, violento. Ad essere violenti sono un atto, un gesto, una parola. La violenza alberga nella relazione, esplode nei rapporti tra gli individui, resta nascosta nei legami sociali, intacca perciò la convivenza.
Per Aristotele la violenza è un movimento contro natura. Questa spiegazione ci soddisfa solo in parte. E per noi, che veniamo dopo la modernità, la violenza appare piuttosto relegata in quello stato di natura che la cultura dovrebbe aver elevato e nobilitato per sempre. In breve, per noi la violenza è opposta alla cultura. Quanto più la cultura prevale, tanto più la violenza dovrebbe essere tacitata. Ma la storia ci fa riflettere e la cronaca, nazionale e internazionale, ci smentisce.
Sarebbe comodo identificare la violenza con la barbarie, vederla come una caduta nello stadio primitivo e selvaggio, che l’umanità si è da tempo lasciata alle spalle, o magari relegarla ai confini della ragione, demonizzarla o tacciarla di follia. La violenza accompagna la storia nelle sue fasi alterne e assume forme diverse, perché è guidata dall’immaginazione e dall’inventiva. Soltanto gli esseri umani hanno escogitato la tortura, la pena di morte, i massacri.
Quasi impercettibile, la violenza attuale risponde ai comandi della tecnica; è soft, corre rapida lungo i flussi dei dispositivi elettronici e telematici, per condensarsi in quella sorta di esperanto visivo costituito dalle immagini digitali. La nostra è l’epoca delle immagini violente e della violenza delle immagini.
Eppure si può mettere da parte l’iPad, spegnere la tv. Quelle immagini crudeli e atroci di una strage, di un attentato, di una guerra, sono insieme vicine e lontane. Potremmo allontanarcene, come avviene al termine di un film. Ma ecco la novità di oggi: la violenza passa dalla virtualità alla realtà, il suo spettro ci insegue al di là dello spettacolo. Brutalmente siamo stati strappati al nostro abituale ruolo di spettatori per entrare d’improvviso nella scena concreta dell’aggressione, e per giunta come vittime inermi della violenza.
Siamo disorientati, turbati, increduli, delusi. Scopriamo di essere vulnerabili. E questa estrema, irrimediabile vulnerabilità, aumenta via via che viene meno il miraggio di un ordine del mondo. La violenza ci investe, scalfisce, offende, incrina la nostra vita. È stata Judith Butler, dopo l’11 Settembre, a parlare di «vite precarie». Ed è interessante che negli ultimi anni soprattutto le filosofe — da Butler ad Adriana Cavarero — si siano soffermate su questo tema. La precarietà della nostra vita ci fa avvertire un incremento della violenza. Ne scorgiamo ovunque l’incombere, ne constatiamo il dilagare. Ed è qui che il terrorismo porta la sua sfida. Il video di una decapitazione non è solo la cruda violenza contro l’altro; è anche un messaggio. Il «risentimento fondamentalista» — come lo ha definito Slavoj Žižek — fa del jihadista dell’Isis non un barbaro, bensì un postmoderno. Se brandisce una testa mozzata come un trofeo, se giunge a farsi beffardamente un selfie , a scattarsi un autoritratto celebrativo, è per dirci che il progresso non ha eliminato la violenza, che la razionalizzazione tecnica non è in grado di proteggere davvero nessuna vita.
La violenza temuta ci rende più sensibili a quella subita, in una pericolosa escalation. Tanto più che l’accelerazione del nostro tempo, questa vertigine dell’illimitato, che ci dà straordinari poteri, ci rende insofferenti al limite. Non sopportiamo alcun ostacolo, non tolleriamo alcun impedimento. Reagiamo immediatamente. Come già aveva osservato Hannah Arendt, non ci fermiamo a riflettere sui fini e le ripercussioni del nostro agire. L’altro è solo il nostro limite. Di qui le stragi familiari, gli infanticidi, gli stupri. Per un nonnulla il vicino insospettabile può diventare un assassino, lo studente modello può compiere una strage. La disponibilità delle armi fa sì che la furia estatica dell’io possa facilmente tradursi nell’annientamento dell’altro. Rabbia, rancore, rivalsa, disperazione, esibizionismo, indifferenza, persino noia o assuefazione, innumerevoli sono i motivi della violenza — nessuno può spiegarla.
L’intelligenza tecnica ha aumentato a dismisura i mezzi della distruttività inaugurando nuove forme di aggressione. E, d’altra parte, la violenza meno eclatante, più invisibile, della miseria, della fame, dell’immigrazione, delle catastrofi ecologiche, resta il portato della globalizzazione. Più l’intensità della violenza ci sconvolge, più siamo chiamati a riflettere, a partire dalla vulnerabilità che ci accomuna.

martedì 9 giugno 2015

Il grande salto: dall'Africa subsahariana all'Europa



Un reportage esclusivo, per la RAI, di Amedeo Ricucci e Franco Ceccarelli, vincitore del Premio TV 2015: Il grande salto racconta le storie dei migranti che tentano di superare la triplice barriera che separa il Marocco dal sogno dell'Europa.

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto, per voi, alcune domande al giornalista. Ringraziamo moltissimo Amedeo Ricucci per la sua disponibilità.





Qual è l'importanza strategica della frontiera di Melilla?


La frontiera di Melilla è l'unico punto di contatto tra Europa e Africa ed è più facile da affrontare per i migranti che arrivano dall'Africa subsahariana perchè “basta” superare le tre barriere che difendono questa enclave spagnola. Un altro dato importante, a cui spesso non si dà rilievo, è il fatto che, per arrivare in Marocco, molti migranti - sempre dell'Africa subsahariana - non hanno bisogno del visto: ad esempio i senegalesi o i camerunensi.

Ceuta e Melilla, negli ultimi dieci anni, sono diventate due trampolini per arrivare in Europa anche se Ceuta è molto più militarizzata. I numeri di questa immigrazione non hanno nulla a che vedere con le cifre italiane: sono passati circa 3.500 migranti che sono ben poca cosa rispetto ai 50.000 che sono sbarcati sulle coste italiane da Lampedusa. E' interessante sottolineare che le rotte di immigrazione mutano a seconda delle possibilità che si creano: sono stato a Melilla nel luglio-agosto 2014 e la situazione in Libia stava precipitando e questo ha consigliato a molti migranti di trasferirsi dal Marocco verso la Libia per tentare da lì una traversata, visto che in Libia non c'erano più autorità in grado di bloccare i flussi attraverso un pattugliamento delle coste. Sempre a maggio-giugno dello scorso anno, a Melilla c'è stato un grosso flusso migratorio perchè allora si riusciva a passare, poi sono stati messi una rete protettiva e un fossato e questo ha reso più difficile il “grande salto”.




Ma proprio dal punto di vista pratico, come si possono superare le barriere? 
 


Alla barriera ci si arriva senza alcun problema; è protetta da delle garitte, dei posti di guardia dell'esercito marocchino e se ci arrivi alle quattro o cinque di mattina è possibile tentare di scavalcarla. Il problema è che bisogna scalarne tre.

In via teorica (in Spagna come in Italia) se tu metti piede su terra spagnola, dovresti essere salvo. Se la Guardia Civil ti ferma, dovresti aver diritto ad essere identificato e trasferito al centro di accoglienza di Melilla. Ma molte organizzazioni denunciano il fatto che, in realtà, la polizia marocchina e la Guardia Civil spagnola abbiano adottato comportamenti del tutto anticostituzionali, nel senso che alla polizia marocchina viene concesso di entrare a Melilla e lì le vengono consegnati i migranti che sono riusciti a toccare suolo spagnolo.

C'è, inoltre, un altro stratagemma: per un cavillo legale, le autorità di Melilla hanno stabilito che tu non sei su suolo spagnolo finchè non vieni a contatto con una guardia civil o con un rappresentante delle forze dell'ordine di Melilla, per cui se tu caschi dall'altra parte della rete, vieni preso dalla guardia marocchina e quella ti può riportare in Marocco. Il tutto si gioca sul filo del rasoio e ci sono organizzazioni dei diritti dell'Uomo – sia in Marocco sia in Spagna – che fanno attività importanti di denuncia di queste situazioni di irregolarità.



Le interviste per il reportage sono state realizzate in un luogo particolare...


Sì, sul monte Gurugù, un monte che sovrasta Melilla, con una foresta che lo ricopre e che si è, così, trasformato in una sorta di accampamento illegale dove i migranti – divisi per nazionalità – sostano in maniera irregolare.

La polizia marocchina fa delle retate, cerca di distruggere questi accampamenti provvisori, anche se di fatto è impossibile arrestare i flussi per cui si ricreano.

A Melilla si vedono le luci dell'Europa e la tentazione di arrivarci è molto più forte rispetto a quella di chi fa la traversata via mare. C'è chi tenta di arrivare in Europa otto, dieci, quindici volte; è gente che, ogni volta, si fa manganellare dalla polizia marocchina o che si fa arrestare dalla Guardia Civil. E c'è anche tanto fatalismo...


domenica 15 marzo 2015

Gli ORIZZONTI dei migranti




Esce tra pochissimo, per la casa editrice Carthusia, la versione cartacea del progetto Orizzonti di Paola Formica, legato anche ad una mostra bellissima. Il lavoro verrà presentato alla prossima fiera del libro per ragazzi di Bologna.
Vi riproponiamo l'intervista che abbiamo fatto all'autrice, ringraziandola.







Perchè la scelta di questo soggetto?


Era appena avvenuto il drammatico naufragio del barcone proveniente dalla Libia, stracolmo di profughi provenienti da diversi stati africani, dove hanno perso la vita più di 300 persone.

Mi ha davvero sconvolto. Si è scritto e raccontato molto a proposito. Ho pensato che il Silent Book Contest fosse l’opportunità giusta per raccontare la storia di chi è costretto a lasciare alle spalle una parte di sè, raccontarla una volta in più, senza le parole stavolta, per toccare con le sole immagini altre corde.





Come si è sviluppato il progetto grafico? Per realizzarlo, si è ispirata anche alle immagini che scorrono sullo schermo televisivo?


Il progetto l’ho subito avuto chiaro in testa; l’ho poi buttato giù di getto, uno storyboard veloce a matita e le tavole definitive tutte in digitale. Mi hanno suggerito alcuni spunti, per esempio, la scena della barca in mare di notte o il film Terraferma; altre immagini, i volti delle persone, l’espressione dei loro occhi, i mezzi di trasporto stracolmi, viste più e più volte attraverso i media, li ho fissi in mente, indelebili … Il lavoro completo è durato circa due mesi.


Tavole colorate e disegni dal tratto netto: come si può raccontare una storia emozionante senza le parole?


E’ una sfida che si può affrontare essendo emozionati di raccontare qualcosa che può emozionare. “Sentendo” davvero quello che si sta per visualizzare. Forse è così che si riesce a dare alle sole immagini la forza che di solito hanno le parole.


E' un lavoro che si rivolge agli adulti e anche ai più giovani: qual è il messaggio che ha voluto mandare con questo suo lavoro?

E’ un messaggio di apertura, un invito ad ampliare lo sguardo, ad andare oltre al proprio orizzonte e guardare verso l’orizzonte degli altri, visto da altri punti di vista: come limite, punto d’arrivo, miraggio, incognita, incanto di colori, speranza.




giovedì 5 marzo 2015

La risposta del Naga alle parole di Buonanno contro Djiana Pavlovic e un corso per attivisti Rom a Roma


Rom: un pregiudizio ontologico

A seguito delle parole ingiuriose che Buonanno ha rivolto nei confronti di Djiana Pavlovic, giornalista e attivista Rom, durante la scorsa puntata di “Piazza Pulita”, pubblichiamo la dichiarazione del Naga e del suo presidente:

Le dichiarazioni, o meglio, gli insulti dell'onorevole Buonanno durante la trasmissione Piazza Pulita-La7 ci amareggiano, ma non ci stupiscono.
Tanto meno ci stupisce l'applauso spontaneo del pubblico.
Ci assorda però il silenzio della politica che non prende posizione di fronte ad atti così gravi, se non per sostenerli.
"Da più di 25 anni forniamo assistenza sanitaria, sociale e legale anche ai cittadini rom e sinti e ci impegniamo nella difesa dei loro diritti e, quindi, di quelli di tutti.  Sempre di più ci rendiamo conto che le affermazioni discriminatorie nei confronti dei rom vengono lasciate scorrere senza che suscitino alcuna reazione né personale né collettiva. Anzi, spesso con reazioni di sostengo, come in questo caso." afferma Luca Cusani, presidente del Naga. "
Evidentemente il pregiudizio verso i rom è talmente radicato nella cultura nella quale viviamo da non essere neanche più riconosciuto e da aver raggiunto il livello ontologico: è sufficiente essere rom per essere qualcosa di negativo, non serve compiere nessuna azione. Questa è la realtà in cui viviamo, nell'indifferenza generalizzata. Come Naga continueremo a batterci perché si aprano orizzonti diversi oltre pregiudizi e stereotipi e, nell'immediato, esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Dijana Pavlovic" conclude Cusani. L'Associazione per i Diritti Umani sottoscrive queste parole.

Il Naga è un'associazione di volontariato laica e apartitica che si è costituita a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere e di tutelare i diritti di tutti i cittadini stranieri, rom e sinti senza discriminazione alcuna.
 

CORSO PER ATTIVISTI ROM e SINTI

Associazione 21 luglio, Amnesty International Sezione Italiana e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) invitano tutti gli interessati a presentare la propria candidatura per la terza edizione del Corso di formazione per attivisti rom e sinti.

Il Corso di formazione per attivisti rom e sinti è rivolto a giovani rom e sinti, studenti o attivisti, di tutta Italia. Il Corso rappresenta un’eccellente occasione di scambio, confronto di idee ed esperienze, spunti di dibattito e di azione per i partecipanti.

Il Corso avrà una durata complessiva di 56h, suddivise in lezioni frontali che forniranno ai partecipanti le nozioni base, e in laboratori, dove i concetti teorici verranno messi in pratica.
Il programma comprenderà i seguenti argomenti:


1) I diritti umani: concetto, principi e strumenti;
2) La percezione dei rom in Italia: pregiudizi e stereotipi;
3) Il diritto a un alloggio adeguato;
4) La discriminazione;
5) Il genere;
6) La comunicazione: strumenti utili per gli attivisti;
7) Il campaigning: ideare e attuare una campagna per ottenere un cambiamento;
8) L’attivismo: organizzare e coinvolgere la comunità;
9) L’advocacy: strategie di pressione sulle autorità a livello locale, nazionale e internazionale;
10) La creazione di una organizzazione/associazione rom.


Lo scopo principale del Corso è la formazione di giovani rom e sinti che siano attivi e consapevoli, e che possano utilizzare gli strumenti e i meccanismi nazionali, regionali e internazionali per tutelare i loro diritti umani come singoli e quelli delle loro comunità, e lottare contro ogni forma di discriminazione.

Le selezione dei 12 corsisti che seguiranno l’intero percorso formativo avverrà a inizio aprile. I 12 candidati selezionati parteciperanno a una settimana di incontri formativi, in modalità residenziale
dal 25 aprile al 03 maggio 2015 a Roma.


I costi di viaggio, vitto e alloggio per i 12 corsisti selezionati sono totalmente a carico degli organizzatori.

Al termine del corso, i partecipanti riceveranno un attestato di partecipazione e i più meritevoli avranno la possibilità di svolgere un tirocinio retribuito della durata di 3 mesi presso la sede dell’Associazione 21 luglio a Roma. I restanti verranno assistiti e supportati nella ricerca e nella candidatura per altre posizioni di stage presso organizzazioni e/o enti.

Obiettivi del Corso:
Il Corso di formazione per attivisti rom e sinti fa parte del programma dell’Associazione 21 luglio, di Amnesty International Sezione Italiana e dell’ERRC per sostenere e promuovere la cittadinanza attiva all’interno delle comunità rom e sinte in Italia. Gli obiettivi primari del corso sono:
• creare consapevolezza nei giovani rom e sinti riguardo i loro diritti come individui e come parte di una minoranza;
• sviluppare le loro conoscenze sugli strumenti di protezione e promozione dei diritti umani e di lotta contro la discriminazione a livello nazionale (legislazione nazionale), regionale (Trattati Europei, altri meccanismi del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea) e internazionale (Trattati e meccanismi delle Nazioni Unite);
• rafforzare le capacità di monitoraggio, denuncia e difesa contro le violazioni dei diritti umani al fine di essere in grado di reagire immediatamente in caso di violazioni dei diritti umani delle comunità rom e sinte;
• aumentare le abilità di mettere in pratica i concetti appresi all’interno delle organizzazioni e delle comunità;
• promuovere una rete di giovani attivisti rom e sinti in Italia che possa agire attivamente all’interno delle comunità e nei rapporti tra queste e l’esterno, sia tramite il rafforzamento dei legami con la società civile e con le organizzazioni rom/non rom, sia attraverso la creazione di azioni che coinvolgano le comunità nella lotta per i loro diritti.


Requisiti:
I candidati dovranno:
• possedere una buona conoscenza della lingua italiana orale e scritta (il corso prevede la lettura di documenti e materiale didattico);
• avere un’età compresa tra i 18 e i 35 anni;
• possedere almeno un diploma di scuola media;
• dimostrare di essere individui attivi all’interno delle rispettive comunità;
• essere molto motivati e interessati alle tematiche trattate.


Si consiglia vivamente anche ai candidati che non dovessero soddisfare uno dei requisiti relativi all’età e alla formazione scolastica, ma che fossero molto motivati, di inoltrare la domanda di iscrizione. La loro domanda verrà comunque accettata con riserva e valutata attentamente dal comitato selezionatore.

Associazione 21 luglio, Amnesty International Sezione Italiana e ERRC attribuiscono particolare valore e importanza alle candidature provenienti da membri delle comunità rom e sinte in Italia, in particolare ragazze e donne.

Procedura per la presentazione delle domande:
I candidati dovranno presentare quanto segue per poter partecipare al Corso:
1. Modulo di iscrizione compilato – Clicca
QUI
2. Curriculum Vitae (
MAX 2 Pagg);
3. Lettera di presentazione da parte di un insegnante, professore, presidente o esponente di un’organizzazione, datore di lavoro o leader religioso che sia a conoscenza del lavoro del candidato e del suo impegno nel campo dei diritti di rom e sinti. La lettera dovrà spiegare la natura della relazione con il candidato, la durata della conoscenza reciproca ed evidenziare i principali motivi che rendono il candidato adatto a partecipare al Corso di formazione per attivisti rom e sinti.


Tutte le domande di iscrizione, corredate della documentazione di supporto completa, dovranno essere presentate tassativamente entro il 31 marzo 2015. Si invitano cordialmente i candidati a presentare le proprie domande di partecipazione prima di tale scadenza.

Le domande di iscrizione complete dovranno essere inviate per e-mail, come allegato, all’indirizzo attivismo@21luglio.org con oggetto: Corso di formazione attivisti rom/sinti – Nome Cognome

Oppure consegnate a mano, dopo aver contattato l’Associazione 21 luglio al numero 329 86 97 929, entro le ore 12 del 31 marzo 2015.

Le domande di iscrizione incomplete o pervenute in ritardo NON verranno prese in considerazione.

A causa dell’alto numero di candidature normalmente riscontrate, ci scusiamo di non potere fornire una risposta individuale a tutti. Qualora non si fosse contattati nell’arco di due settimane successive alla data indicata per il termine del bando, si prega di considerare ciò quale riscontro non positivo alla candidatura stessa. Si assicura infine il rispetto del trattamento dati sensibili a norma del Decreto Legislativo 196/2003.

Scarica il bando in pdf

martedì 30 dicembre 2014

La battaglia di Luca Abete (e non solo) contro la criminalità organizzata



Luca Abete è un noto show man televisivo e un fotografo: e vogliamo parlare di lui al presente perchè è vivo e vegeto. Scriviamo questo perchè, qualche settimana fa, su una pagina di Wikipedia a lui dedicata si leggeva, invece: “ Gianluca Abete, detto Luca (Avellino 2 0ttobre 1973 – Napoli 8 dicembre 2014) è stato un personaggio televisivo, etc. etc”. Si tratta di un necrologio, di uno scherzo di cattivissimo gusto - vogliamo sperare - ed è stato fatto dopo il servizio di Abete riguardante i beni confiscati alla camorra, in provincia di Caserta. Soltanto sei di questi immobili sono stati riutillizzati e messi a disposizione per il Bene comune.

Per sottolineare il messaggio, il falso necrologio continua con le seguenti parole: “Viene ucciso dalla camorra l'8 dicembre 2014 perchè troppo scomodo”. “ Questa è un'altra intimidazione che fa seguito alle numerose minacce già pervenute al nostro inviato “, ha dichiarato Ezio Greggio in una puntata di Striscia la notizia, per proseguire: “Luca Abete non si fa certo intimorire e prosegue nel suo lavoro”. E il diretto interessato, sulla pagina Facebook, ha scritto: “ L'8 dicembre vi invito tutti a pranzo! Brindiamo alla faccia dei vigliacchi”.



Intanto noi vi proponiamo la testimonianza di Pino Maniaci, Direttore di Telejato, contro la criminalità organizzata. Dal Nord al Sud diciamo NO alle mafie, un NO forte e chiaro.
 
 
 

martedì 6 maggio 2014

Nissa TV: un canale tutto al femminile



di Monica Macchi





NISSA TV, con quartier generale a Tunisi e sede a Bruxelles, è il primo canale euromediterraneo impegnato nella promozione della parità tra donne e uomini sfidando la percezione dei ruoli di genere e abbattendo gli stereotipi. Ad esempio lo studio “Who Makes the News?” del 2010 ha mostrato che il 46 % di tutte le notizie diffuse dai media europei rafforzano gli stereotipi di genere, cifra che in Medio Oriente arriva all’81%. Il palinsesto di otto ore giornaliere (in inglese, arabo e francese) è visibile via satellite ed anche in streaming via Internet e comprende programmi economici e culturali, ma anche di intrattenimento (bellezza, moda e cucina) sempre da un’ottica femminile attraverso scambi di idee e confronti di esperienze tra i diversi paesi coinvolti nel progetto.

Alla regia di Nissa c’è Lila Lefèvre, una giornalista libanese che ha lavorato in ENTV Algeria, a Hiwar TV e a Euromed Audiovisual Productions, un’organizzazione non profit che si occupa dello sviluppo dei media nei paesi dell’Unione del Mediterraneo. Come ha recentemente dichiarato: “Sarebbe ingenuo pensare che la televisione possa cambiare tutto ma sicuramente possiamo influenzare gli atteggiamenti delle persone… anche se tocca poi ai politici , alle ONG e alla società civile agire”.

E visto che gli atteggiamenti che si vogliono cambiare sono soprattutto quelli maschili, il target primario a cui Nissa Tv si rivolge sono proprio gli uomini, sia per scalfire la mentalità patriarcale sia per non implementare a propria volta pratiche sessiste, come fanno altri canali tra cui l’egiziano Maria Tv. Infatti lo slogan di questa tv satellitare è “Solo donne, solo col Niqab” ed è uno spazio vietato agli uomini dove le giornaliste si rifiutano persino di rispondere a domande poste da voci maschili.

giovedì 17 aprile 2014

Extra-Comunitaria. Diario della Prima Vera Araba


Cari lettori,

di seguito pubblichiamo il video del terzo incontro della “Carovana dei diritti/parte seconda” con la presentazione del libro Extra-Comunitaria: Diario della Prima Vera Araba, alla presenza dell'autrice, Gihèn Ben Mahmoud, e di Monica Macchi.

E' stato un incontro piacevole e interessante. Si è parlato della rivoluzione tunisina e dei cambiamenti nella società contemporanea; della condizione femminile; del rapporto uomini e donne; di immigrazione e di intercultura.

Tante riflessioni, ma anche qualche risata.

Ringraziamo moltissimo le nostre ospiti, il pubblico e i ragazzi della Ligera per quest'altra occasione di confronto, di conoscenza, di arricchimento.



(I nostri video sono disponibili anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani)


mercoledì 19 febbraio 2014

Dahab e Hurria



di Monica Macchi


Dahab Abdel Hamid, una ragazza di 19 anni è stata arrestata a Shubra, quartiere tra i più poveri del Cairo (dove Yousef Chahine ha ambientato il suo ultimo film Hyya Fauda, denuncia della corruzione della polizia all’epoca di Mubarak) lo scorso 14 gennaio nei tafferugli seguiti ad alcune manifestazioni a sostegno dell’ex presidente Mohammed Morsi. Dahab è stata arrestata nonostante fosse incinta all’ottavo mese: da allora è stata incarcerata nella stazione di polizia di El Amirya, con continui rinnovi di detenzione per esigenze d’indagine (quindi senza né processo né condanna): l’accusa è “appartenenza a un gruppo terroristico”, cioè i Fratelli Musulmani che sono da mesi ufficialmente fuorilegge, e “partecipazione a protesta non autorizzata”, nonostante suo marito Ashraf Sayed abbia dichiarato che Dahab aveva appuntamento dal ginecologo per una visita di controllo e si sia così trovata per caso coinvolta per caso nelle retate. 


Due giorni fa Dahab ha partorito all’ospedale Zaitoun con un taglio cesareo ammanettata alla barella: l’attivista per i diritti umani Nermeen Yosri è andata a trovarla e ha postato in rete alcune foto che hanno scatenato un’indignazione collettiva tanto più che Dahab è stata riportata subito in cella e il marito ha denunciato al canale televisivo Al-Nahar che le viene impedito persino di allattare o tenere in braccio la figlia perché le manette le vengono tolte solo per andare in bagno. Per tutta risposta un funzionario del ministero degli interni ha dichiarato che Dahab sta ricevendo “la migliore assistenza possibile” aggiungendo che la foto di lei ammanettata “potrebbe essere stata scattata mentre veniva trasportata in ospedale”….alquanto improbabile come si può arguire dalla presenza della neonata per di più già vestita!


Il Consiglio nazionale per i diritti umani e ben sedici organizzazioni che a vario titolo sostengono e tutelano i diritti umani hanno chiesto indagini non solo sul caso di Dahab e sulle persone in stato di detenzione ma anche sull’aumento delle accuse di torture e molestie sessuali tra cui il “ritorno” dell’obbligo dei test di verginità per le ragazze arrestate. Del resto, Abdel-Fattah al-Sisi, accreditato come prossimo presidente, nell’aprile del 2012, quando era ancora un militare semisconosciuto, ha difeso e sostenuto i test di verginità come strumento “per proteggere le ragazze dallo stupro, e i soldati e gli ufficiali dalle accuse di stupro”. Secondo Mohammed Emessiry, ricercatore di Amnesty International, le varie forme di torture non sono più riservate solo ai prigionieri politici, ma sono utilizzate per far passare il messaggio di cosa potrebbe accadere a tutti coloro che si oppongono al governo. Il Ministero dell'Interno ha rifiutato di rispondere alle domande di vari giornali e siti che hanno rilanciato le accuse sul trattamento dei detenuti in custodia egiziana, ma ha rilasciato una dichiarazione negando qualsiasi abuso e dicendo che era aperto e disponibile a ricevere denunce da presunte vittime.

Oggi, sotto l’onda delle proteste, soprattutto ma non solo in rete, il quotidiano egiziano Al-Ahram on line ha dato la notizia che il Procuratore generale ha ordinato la liberazione di Dahab per “motivi di salute”.



PS Dahab ha deciso di chiamare sua figlia Hurrya, “Libertà”.




venerdì 3 gennaio 2014

Mi chiamo Marie Reine...




Mi chiamo Marie Reine Josiane Maandinima Toe. Josane per mia madre, Maandinima per mia nonna. Reine, solo Reine, per mio padre. Marie per tutti gli altri. Da sempre sono stata tante persone. Tante quante i nomi che avevo”.

A parlare è Marie Reine Toe giornalista, scrittrice, attrice, regista. Nata ad Abidjan, in Costa d'Avorio, è figlia di André Toe, funzionario dell'attuale Burkina Faso; trascorre l'infanzia in Costa d'Avorio, ma anche a Pechino, in Cina, per poi venire a studiare in Italia, nel 1991, a seguito della rivoluzione di Thomas Sankara, nell'ex Alto Volta: una rivoluzione basata su giusti presupposti, ma che costringe Marie Reine e la sua famiglia a perdere privilegi e sicurezze. Il padre viene incarcerato e torturato in quanto esponente del regime precedente, la figlia subisce in patria l'ostracismo per essere “figlia di”. E poi le numerose difficoltà dovute all'inserimento in Paesi con culture e abitudini diverse, il sottile razzismo di cui è stata vittima, le scelte obbligate e dolorose e poi la forza di rinascere.


Una storia vera e toccante raccontata nel romanzo
Il mio nome è regina, edito da Sonzogno: la storia di Marie Reine Toe che abbiamo intervistato per voi.

Ecco le risposte dell'autrice:


Ci può ricordare, brevemente, cosa è accaduto nel suo Paese nel 1982?


Nel novembre 1982 ci fu un colpo di Stato che portò al potere Jean-Baptiste Ouedraogo e Sankara divenne Primo Ministro. In seguito alla visita di Jean-Christophe Mitterrand, figlio dell'allora presidente francese François Mitterrand, venne destituito dal suo incarico e messo agli arresti domiciliari. L'arresto di Sankara e di altri suoi compagni causò una rivolta popolare, che sfociò in una vera e propria rivoluzione guidata dallo stesso Sankara, nel 1983, che divenne presidente dell'Alto Volta, il cui nome fu da lui cambiato in Burkina Faso, ovvero "la terra degli uomini integri". L'obiettivo di Sankara era la cancellazione del debito internazionale.


Quali sono le conseguenze del colonialismo, del potere di Thomas Sankara e della rivoluzione sulla società civile, oggi?


Il colonialismo ha lasciato forti disuguaglianze sociali, arretratezza economica e la trasformazione di usi e costumi. Inoltre il francese è diventata la lingua nazionale.

Thomas Sankara, invece, ha portato il Paese all'autosufficienza alimentare e oggi la popolazione ha preso coscienza di sé.


ll romanzo è in parte autobiografico: ci può parlare del rapporto con suo padre e con sua madre?


Ho avuto la fortuna di avere un buon rapporto con entrambi i miei genitori. Ovviamente adoravo mio papà e avevo, a volte, qualche conflitto con mia mamma che era un pò severa.


Qual è il prezzo più alto che la protagonista ha dovuto pagare nel fare i conti con il proprio Passato?


La protagonista arriva a lavorare in un Night club come spogliarellista.


Quali sono state le difficoltà da superare quando è arrivata in Italia?


Per mia fortuna ho imparato la lingua quasi subito all' Università degli stranieri di Perugia.

Le regole di comportamento sono simili a casa mia, ma chiaramente all'inizio mi sentivo osservata per il colore della mia pelle.


Cosa significa, secondo lei, la parola “dignità”?


La parola dignità, per quello che mi riguarda, è portare avanti la propria vita nel migliore dei modi, senza fare del male al prossimo.




Qui di seguito trovate l'intervento recente di Marie Reine Toe alla trasmissione “Alle falde del Kilimangiaro”, trasmessa da Rai3 il 15 dicembre 2013

 



giovedì 26 dicembre 2013

Parlare di mafia e sorridere: si può


Parlare di mafia, sorridere e commuoversi: è possibile. E' riuscito a farlo Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif - ex del trio de Le Iene, celebre trasmissione televisiva di Italia 1, ma anche aiuto regista di Marco Tullio Giordana in quel capolavoro de I 100 passi (sulla vicenda di Peppino Impastato) di cui La mafia uccide solo d'estate è come un fratello cinematografico.
Diliberto è cresciuto professionalmente e ha deciso di mettersi dietro la cinepresa per raccontare la mafia attraverso gli occhi di un bambino, Arturo, e con il registro della commedia che, spesso, durante la narrazione, porta al sorriso.
Nato a Palermo, Arturo è stato concepito lo stesso giorno in cui venne ucciso Michele Cavataio per mano di Riina, Provenzano, Bagarella e da due affiliati della famiglia Badalamenti, tutti travestiti da militari della Guardia di Finanza. 

Sono gli anni in cui la mafia abbatte quegli eroi contemporanei che hanno lottato fino all'ultimo per sconfiggerla, in una città omertosa, impaurita o rassegnata. E il piccolo Arturo, che cresce in questo ambiente complesso e contraddittorio dove alcuni sono gentili e altri spietati, vuole incontrare chi sta dalla parte giusta come il commissario Boris Giuliano o il Generale Dalla Chiesa. L'unico che non riesce ad incontrare è il Presidente del Consiglio, che in quegli anni era Giulio Andreotti, ma che dallo schermo televisivo gli impartisce una lezione sentimentale. Sì, perchè il nostro giovane protagonista è da sempre innamorato di Flora che vede come una principessa fin dai tempi delle elementari.
Passano gli anni, i bambini crescono e Arturo coltiva la passione per il giornalismo; non riesce ad essere molto diverso da quella comunità che non vuole ribellarsi al malaffare. Ma, nel '93, qualcosa cambia. Cambia per Arturo e Flora, cambia per Palermo, cambia per l'Italia intera: l'uccisione dei giudici Falcone e Borsellino squarcia le coscienze e riconsegna la voglia di dire “no” alla violenza e all'ingiustizia. E dal sorriso si passa alla riflessione. 
Un viaggio lucido, a tratti anche divertente, in un Paese-bambino che, forse, un po' negli anni è cresciuto: come il protagonista, infatti, anche gli italiani hanno acquisito lucidità e fermezza nell'affrancarsi dalla cultura della prevaricazione e delle minacce per desiderare riaffermare i valori dell'onestà e dell'amore, quello autentico e pulito. Pif, anche lui palermitano, guarda con disincanto la propria terra, ma le attribuisce la capacità di riscattarsi grazie al ricordo e all' esempio di tante persone cadute per lasciare a tutti noi un futuro limpido e rassicurante. Arturo legge le targhe con i nomi di quelle persone, uomini e donne, giovani e meno giovani, che hanno perso la vita in nome della libertà, della giustizia, del rispetto e della legalità. Quelle targhe che devono essere un monito quotidiano per il nostro impegno a fare altrettanto.

Il film lLa mafia uccide solo d'estate è ancora proiettato nelle sale cinematografiche italiane e presto uscirà in DVD.


  

martedì 12 novembre 2013

Una conversazione con Jean Claude Mbede Fouda: direttore di All TV, la televisione di tutti


L'Associazione per i Diritti Umani ha partecipato al convegno di lancio di All TV, primo canale televisivo italiano che promuove la cittadinanza comune (di cui potete vedere i video sul nostro sito e sul canale dedicato Youtube dell'associazione) e ora vi proponiamo l'intervista che, in seguito, abbiamo fatto al Direttore responsabile, Jean Claude Mbede Fouda, che ringraziamo molto.



Cosa intende quando parla di “cittadinanza comune”?

Quando parlo di cittadinanza, parlo di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, di uguaglianza di diritti e doveri e di una società dove tutti i cittadini si frequentano, si parlano: una società senza discriminazioni.

Quali sono le carenze dei mezzi di informazione italiani?

La stampa italiana ha discriminato cinque milioni di persone. Ci sono cittadini, all'interno della società italiana, anche se non regolarmente, che vengono ignorati del tutto dalla stampa: cinque milioni sono tanti, sono troppi anche dal punto di vista economico perchè, ad esempio, non consumano il marchio italiano.
Durante il nostro convegno anche il Direttore de Il Giorno, Giancarlo Mazzuccato, ha affermato che la stampa italiana non fa alcuno sforzo per andare incontro alle comunità straniere, ma è altrettanto vero che le stesse comunità straniere in Italia - sicuramente perchè impaurite - non fanno molto per farsi conoscere. Gli stranieri vivono come cittadini di “serie B” perchè sembra che tutti i ragazzi stranieri - anche coloro che studiano, che si laureano - siano condannati a fare i “badanti”: sembra che per loro non ci sia un futuro.
Gli italiani non sono razzisti, io dico che non conoscono: non c'è una conoscenza culturale. I media parlano degli stranieri solo in termini negativi: parlano di violenza, di stupri, di rapine etc., ma non parlano degli stranieri ingegneri, medici, avvocati. In televisione ci invitano solamente per parlare della nostra storia di migranti, arrivati a Lampedusa, ma mai quando si parla di economia o di istruzione.

Lei è un giornalista, ma quando è arrivato in Italia - cinque anni fa - ha avuto qualche difficoltà ad entrare nelle redazioni...

Un amico diceva che le redazioni italiane sono come l'Italia: bianche e cattoliche.
Qual'è la percentuale di cittadini di origine straniera nelle redazioni italiane? Se andiamo a vedere, su una redazione che conta mille giornalisti, non ce ne sono due. Come può una redazione essere interessata agli “Esteri” oppure alle comunità straniere se non c'è un giornalista straniero al suo interno?
Se l'Italia vuole crescere, potrebbe fare come il Sudafrica dove praticano la “discriminazione positiva”: cioè mettono, all'interno della redazione, una persona di una comunità straniera che sappia raccontare ciò che conosce da vicino. La parola d'ordine, invece, nelle redazioni italiane è che la conoscenza delle comunità straniere “non interessa” all'italiano medio, ma questo non è vero. Se noi prepariamo un'informazione fatta bene, questa viene consumata da chiunque.
Siamo noi giornalisti che dobbiamo dare l'informazione e far sì che la società possa sentirsi multiculturale; per questo con la nostra televisione vogliamo essere l'immagine dell'Italia che vogliamo raccontare. Nella nostra redazione ci sono persone di tante nazionalità e di tutti gli orizzonti: italiani, stranieri neri, stranieri bianchi.

Questo è il motivo per cui avete chiamato il canale televisivo All TV ?

Non è una Tv per stranieri, ma una Tv che vuole far conoscere gli stranieri agli italiani e che vuole far conoscere la Storia, la cultura italiana agli stranieri. E' la Tv comune, la Tv di tutti.
Per noi l'italiano è la lingua che unisce italiani e stranieri, è il primo strumento di integrazione per gli stranieri che arrivano ed è lo strumento per far comunicare le persone che appartengono alle diverse comunità: ecco perchè tutto quello che facciamo è in lingua italiana. Questo è ancora più importante per un giornalista, per un intellettuale, perchè la lingua è per lui anche il mezzo di lavoro.

Cos'è, per lei, l'Italia?

L'Italia è tutto per me. Un immigrato vero non può far del male all'Italia: nessuno può amare l'Italia più di un rifugiato a cui l'Italia ha salvato la vita.
L'amiamo perchè è l'unico bene che abbiamo.
Sono arrivato qui a 29 anni, il mio Paese mi ha rifiutato e io, come molti altri giovani, voglio mettere tutta la mia energia a disposizione dell'Italia: aiutarla a crescere, perchè vogliamo dimostrare di avere tanto da dare.