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domenica 10 maggio 2015

L'esecuzione di Farzad Kamangar



In memoria dell'esecuzione di Farzad Kamangar (di cui abbiamo già parlato a proposito del romanzo “Lullaby”) vi proponiamo questo intervento che ci ha mandato l'associazione Novel Rights, con cui collaboriamo e che vogliamo ringraziare.


Dear Friends and supporters,


Today we mark the 5th anniversary of Farzad Kamangar's execution.





"How did Farzad move so many people? Was it something in his voice, spreading across the internet and making him one of the most influential Iranian figures of 2010? Did he hypnotize us with his poems? His letters?

Farzad Kamangar couldn’t stop his torturers from breaking his chin and teeth, but he was able to maintain the life within him through imagination and literature. “I won’t let them kill me inside,” was his goal—and he reached it."




Ava Homa
Ava Homa/ Author; Lullaby

I will eventually get out of here. The butterfly that flew away in the night told me my fortune,” Farzad Kamangar wrote in prison, shortly before the Iranian government made the decision to place a noose around his neck.

It was on May 10, 2010—Mother’s Day—that Farzad’s mother heard through the media that her son, who had been told he would be released, was killed.

He had such a tender soul. He loved his students to pieces. Spring was his favorite season. He was born in spring,” his mother says in a video posted on YouTube. But tears stop her from continuing—from telling us that he was executed in his favorite season.

This man who loved spring and his students was charged with moharebeh (enmity with God and the state) and terrorism. It is true. Teaching young children their banned mother tongue terrorizes the Iranian oppressor.

special sale

Farzad Kamangar was tremendously popular, cherished by Kurds and non-Kurds, young and old, men and women. The love others had for him was, ironically, what convinced the authorities to execute him despite his obvious innocence. Popularity terrorizes dictators, who are nourished by hostility and antipathy in their nation.

How did Farzad move so many people? Was it something in his voice, spreading across the internet and making him one of the most influential Iranian figures of 2010? Did he hypnotize us with his poems? His letters?

Farzad Kamangar couldn’t stop his torturers from breaking his chin and teeth, but he was able to maintain the life within him through imagination and literature. “I won’t let them kill me inside,” was his goal—and he reached it.

In one of his letters—hich are still available on the internet—he describes being transported to Sanandaj Prison, Kurdistan. He paints a vivid picture of Kurdistan in the autumn for us through his view—not only from the window of the plane, but also through the window of his imagination. He writes little about his anguish, but instead about his moments of falling in love while listening to the music of legendary singer Abbas Kamandy and of hiking the Awyar Mountain. He is distracted from these memories only when the bitterness of the blood he accidentally swallows threatens to suffocate him.

The prison guard who anxiously checks that Farzad has survived a severe beating doesn’t know, cannot know, that Farzad, in his mind, is dancing at his wedding, waving his chopi—his handkerchief—in the air and shouting, “Cheers! Cheers to all the prisoners’ mothers who are awaiting reunion with their children. Cheers to all the men and women who lost their lives for their ideals.”

That is what has made Farzad Kamangar a legend. He is one of the few people on the planet—like Nelson Mandela, like Leila Zana—who was not broken under torture.

Lullaby / Ava Homa
Farzad Kamangar / Illustration: Tamar Levi

Farzad Kamangar was a teacher devoted to improving the life of village children. He was all too familiar with suffering, both directly in his own life and indirectly through others’ experiences. Farzad knew the pain of Kurds, the pain of ethnocide and linguicide. He was familiar with the widespread poverty in Kurdistan resulting from politicization of the region, with the abuse and violence suffered by women because of the government’s gender policies. For Farzad, the hurt wasn’t just the physical torture he endured—it was the pain of his nation.

His voice, his imagination, his words, his ability to touch the agony of others made Farzad Kamangar an icon representing all political prisoners who have been executed at the hands of the Iranian government. He was and still is a strong inspiration. He continues to live in the heart of all those who admire him. His voice continues to be heard not only through his own writing, but also in the poems and stories he inspired.

Novel Rights has published a short story inspired by Farzad Kamangar’s letters from prison: “Lullaby” offers a glimpse of his powerful reality.










mercoledì 14 gennaio 2015

Mahmud Darwish e il suo "Stato d'assedio"


Milano 19 gennaio 2015 ore 20.30 Teatro Verdi Lettura in concerto di Stato d’Assedio di Mahmud Darwish







Milano, lunedì 19 gennaio 2015 ore 20.30

presso il Teatro Verdi, gentilmente concesso

in via Pastrengo 16 – ingresso libero

Prima parte

Lettura integrale in concerto del poema:





STATO D’ASSEDIO di Mahmud Darwish





con Anna Delfina Arcostanzo e Marco Gobetti

musica dal vivo Beppe Turletti

Seconda parte

Intervento di Wasim Dahmash, Mahmud Darwish e la poesia araba

traduttore e curatore del poema

docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università di Cagliari

modera Alfredo Tradardi (Ism-Italia)







Qui, sui pendii delle colline, dinanzi al crepuscolo e alla legge del tempo
Vicino ai giardini dalle ombre spezzate,
Facciamo come fanno i prigionieri,
Facciamo come fanno i disoccupati:
Coltiviamo la speranza.
Un paese che si prepara all’alba. Diventiamo meno intelligenti
Perché spiamo l’ora della vittoria:
Non c’è notte nella nostra notte illuminata
Da una pioggia di bombe.
I nostri nemici vegliano,
I nostri nemici accendono per noi la luce
Nell’oscurità dei sotterranei.
Qui, nessun “io”.
Qui, Adamo si ricorda che la sua argilla
È fatto di polvere.
In punto di morte, dice:
Non posso più smarrire il sentiero:
Libero sono a un passo dalla mia libertà.
Il mio futuro è nella mia mano.
Ben presto penetrerò nella mia vita,
Nascerò libero, senza madre né padre,
E mi sceglierò un nome di lettere d’azzurro…
Qui, fra spirali di fumo, sui gradini di casa,
Non c’è tempo per il tempo.
Come chi s’innalza verso Dio,
Dimentichiamo il dolore.
Nulla qui riecheggia Omero.
I miti bussano alla nostra porta, se vogliono.
Nulla riecheggia Omero. Qui, un generale
Scava alla ricerca di uno stato addormentato
Sotto le rovine di una Troia che verrà.
Voi, ritti in piedi sulla soglia, entrate,
Bevete con noi il caffè arabo.
Sentirete che siete uomini come noi.
Voi, ritti in piedi sulla soglia delle case,
Uscite dalla nostra alba.
Ci sentiremo sicuri di essere
Uomini come voi!
Quando gli aerei scompaiono, spiccano il volo le colombe
Bianchissime, lavano la gota del cielo
Con ali libere, riprendono il bagliore e il possesso
Dell’etere e del gioco. In alto, ancora più in alto volano via
Le colombe bianchissime. Ah, se il cielo
Fosse vero… (mi ha detto un uomo correndo fra due bombe).
I cipressi, dietro i soldati, minareti che s’innalzano
Per non far crollare il cielo. Dietro la siepe di ferro
Pisciano i soldati – al riparo di un tank –
E la giornata autunnale conclude la sua traiettoria dorata
In una strada vasta come una chiesa dopo la messa domenicale…
(A un assassino) Se avessi contemplato il volto della vittima
E riflettuto, ti saresti ricordato di tua madre nella camera
A gas, avresti buttato via le ragioni del fucile
E avresti cambiato idea: non è così che si ritrova un’identità.
L’assedio è attesa,
Attesa su una scala inclinata
Dove più infuria l’uragano.
Soli, siamo soli a bere l’amaro calice,
Se non fosse per le visite dell’arcobaleno.
Abbiamo dei fratelli dietro quella spianata,
Fratelli buoni, che ci amano. Ci guardano e piangono.
Poi si dicono in segreto:
“Ah! Se quest’assedio venisse dichiarato…”
Lasciano la frase incompiuta:
“Non lasciateci soli, non abbandonateci”.
Le nostre perdite: da due a otto martiri, giorno dopo giorno.
E dieci feriti.
E venti case.
E cinquanta ulivi…
Aggiungeteci la perdita intrinseca
Che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela incompiuta.
Una donna ha detto alla nube: copri il mio amato
Perché ho le vesti grondanti del suo sangue.
Se non sei pioggia, amor mio
Sii albero
Colmo di fertilità, sii albero
Se non sei albero, amor mio
Sii pietra
Satura d’umidità, sii pietra
Se non sei pietra, amor mio
Sii luna
Nel sogno dell’amata, sii luna
(Così una donna che dava sepoltura al figlio)
O ronde della notte! Non siete stanche
Di spiare la luce nel nostro sale
E l’incandescenza della rosa nella nostra ferita,
Non siete stanche, ronde della notte?
Un lembo di questo infinito assoluto azzurro
Basterebbe
Ad alleviare il fardello di questo tempo
E a spazzare via la melma di questo luogo.
Che l’anima scenda dalla sua cavalcatura
E cammini con passi di seta
Al mio fianco, mano nella mano, come due amici
Di vecchia data che condividono il pane secco
E un bicchiere di vino della vecchia vigna,
Per poter attraversare insieme questa strada.
Poi i nostri giorni seguiranno sentieri diversi:
Io al di là della natura, e lei,
Lei preferirà inerpicarsi su un’altra vetta.
Siamo lontani dal nostro destino come gli uccelli
Che fanno il nido negli anfratti delle statue,
O nella cappa del camino, o nelle tende
Dove riposava il principe andando a caccia.
Sulle mie macerie spunta verde l’ombra,
E il lupo sonnecchia sulla pelle della mia capra.
Sogna come me, come l’angelo,
Che la vita sia qui… non laggiù.
Quando si è assediati, il tempo diventa spazio
Pietrificato nella sua eternità
Quando si è assediati, lo spazio diventa tempo
Che ha fallito il suo ieri e il suo domani.
Questo martire mi assedia ogni volta che vedo spuntare un nuovo giorno
E mi chiede: Dov’eri? Annota sui dizionari
Tutte le parole che mi hai offerto
E libera i dormienti dal ronzio dell’eco.
Il martire mi spiega: Non ho cercato al di là della spianata
Le vergini dell’immortalità, perché amo la vita
Sulla terra, fra i pini e gli alberi di fico,
Ma era inaccessibile, così ho preso la mira
Con l’ultima cosa che mi appartiene: il sangue
Nel corpo dell’azzurro.
Il martire mi avverte: Non credere alle loro storie
Credi a me, padre, quando osservi la mia foto e chiedi piangendo:
Come hai potuto scambiare le nostre vite, figlio mio,
Perché mi hai preceduto? C’ero io, c’ero prima io!
Il martire non mi da tregua: mi sono solo spostato
Con i miei mobili consunti.
Ho posato una gazzella sul mio letto,
E una falce di luna sul mio dito,
Per alleviare la mia pena.
L’assedio continuerà, per convincerci a scegliere
Una schiavitù che non fa male,
In piena libertà!
Resistere significa: accertarsi della forza
Del cuore e dei testicoli, e del tuo male tenace:
Il male della speranza.
In quel che resta dell’alba, cammino verso il mio involucro esterno
In quel che resta della notte, ascolto il rumore dei passi rimbombare al mio interno
Saluto chi come me insegue
L’ebbrezza della luce, lo splendore della farfalla,
Nell’oscurità di questo tunnel.
Saluto chi beve con me dal mio bicchiere
Nelle tenebre di una notte che entrambi ci avvolge:
Saluto il mio spettro.
Per me i miei amici preparano sempre una festa
Da Dio, una sepoltura serena all’ombra delle querce
Un epitaffio inciso nel marmo del tempo
E sempre ai funerali li precedo correndo:
Chi è morto… chi?
La scrittura, un cucciolo che morde il nulla
La scrittura ferisce senza lasciar tracce di sangue.
Le nostre tazze di caffè. Gli uccelli, gli alberi verdi
Nell’ombra azzurrina, il sole che scivola di muro
In muro con balzi di gazzella
L’acqua delle nubi dalla forma illimitata – tutto quel che ci resta.
Il cielo. E altre cose dai ricordi sospesi
Rivelano che questo mattino è potente splendore,
E che noi siamo i convitati dell’eternità.



(Da Le monde Diplomatique 2002)