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venerdì 1 gennaio 2016

Arash Azizi parla di suo padre, detenuto a Teheran

Milano, BookCity 2015. L' Associazione per i Diritti Umani e Novel Rights hanno avuto il piacere di ospitare Arash Azizi, figlio di Mostafa Azizi, scrittore e produttore cinematografico, detenuto nella prigione di Evin a Teheran.
L'incontro presentato a BookCity dalle due associazioni si intitola "Il potere della letteratura e i diritti umani", ringraziamo tutti i nostri ospiti e pubblicheremo, per voi,  altre clip importanti sulla tavola rotonda.
Ringraziamo anche la nostra interprete, Silvia Bolzoni.



giovedì 22 ottobre 2015

La stretta di mano ingravida ?!?!




di Monica Macchi







Atena è stata punita per le sue vignette…

. Nessuno dovrebbe essere in carcere

per la propria arte

Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettore di Amnesty, MENA




 






Atena Farghadani è una disegnatrice e attivista iraniana condannata per “oltraggio”, per “attentato alla sicurezza nazionale” e “diffusione di propaganda ostile alle istituzioni” per questa vignetta in cui i parlamentari sono rappresentati come animali mentre stanno votando un provvedimento che limita l’accesso delle donne al controllo delle nascite. 

Incarcerata una prima volta nell'agosto 2014, è stata liberata a novembre e poi di nuovo arrestata a gennaio dopo aver denunciato in un video postato su YouTube le percosse, le perquisizioni corporali degradanti e gli interrogatori al limite della tortura. Messa in isolamento nel carcere di Evin (che non ha una sezione per i prigionieri politici), ha iniziato uno sciopero della fame e a fine febbraio ha avuto un infarto ed è stata in coma. Si è lentamente ripresa e finalmente il 13 giugno scorso il suo avvocato Mohammad Moghimi è riuscito ad avere il permesso di farle visita… ma le guardie hanno spifferato che al termine del colloquio si sono stretti la mano! L’avvocato è stato immediatamente arrestato per questo “gesto al limite dell'adulterio” e rilasciato dopo tre giorni e il pagamento di una cauzione di 60.000 dollari. Entrambi sono in attesa di processo per “condotta indecente e relazione sessuale inappropriata”: e per comprovare le accuse Atena ha dovuto subire una visita ginecologica coatta con un doppio test: gravidanza e verginità….test di verginità imposto che è considerato internazionalmente una forma di violenza e discriminazione nei confronti di donne e ragazze e viola l’articolo 7 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici ratificato dall’Iran.

Amnesty considera Atena Farghadani una prigioniera di coscienza che non ha commesso alcun reato e ha lanciato una petizione internazionale per chiederne la scarcerazione
 
 
Il Guardian invece ha invitato i lettori a mandare una vignetta in solidarietà con l’artista iraniana su Twitter con l’hashtag #Draw4Atena e qui potete vederne una selezione
 





venerdì 11 settembre 2015

Il coraggio di Jafar Panahi nel raccontare l'Iran di oggi







Taxi Teheran è il titolo della nuova pellicola del regista persiano Jafar Panahi. Il regista de Il palloncino bianco, Il cerchio, Offside, Pardè e This is not a film – film vincitori dei maggiori premi in campo cinematografico – ha sempre raccontato le contraddizioni dell'Iran, denunciando la mancanza di libertà civili e universali attraverso poetiche metafore concettuali e visive. 

Panahi non ha mai taciuto le proprie posizioni politiche ed è sceso in piazza per protestare contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad: a causa di quelle manifestazioni di protesta gli è stato intimato di non girare più film, di non concedere interviste alla stampa straniera e di non abbandonare il Paese. Se avesse violato queste direttive sarebbe stato condannato a vent'anni di carcere. Grazie ad una rete di amici e colleghi, Panahi ha continuato a lavorare e torna nelle sale con Taxi Teheran, che si è aggiudicato l'Orso d'oro all'ultima edizione del festival di Berlino. Girato clandestinamente come le sue ultime due opere, il film è una docu-fiction in cui si compone un affresco della società iraniana. Salgono su un taxi, guidato dallo stesso regista, persone di tutti i tipi, età e professioni: donne, uomini, giovani, bambini, professionisti, persone semplici, persone note e comuni. In una scena significativa, il regista scende per pochi minuti dalla vettura per andare a prendere la sua nipotina all'uscita di scuola: anche lei, “armata” di videocamera, racconta di dover preparare una ricerca sulle attività scolastiche, ma che la ricerca deve conformarsi strettamente ai precetti dell'Islam ed evitare il “realismo nero”. Di cosa si tratta? Eccolo spiegato dal mezzo cinematografico e dalla creatività di Panahi: mentre lui e la bambina chiacchierano all'interno del taxi, sullo sfondo viene inquadrato un ragazzino che scava nella spazzatura e ruba del denaro a una coppia di giovani sposi. Sul suo taxi sale, inoltre, Nasrin Sotudeh, l'avvocatessa e attivista per i diritti umani, anche lei impossibilitata ad esercitare la professione dal 2011. Tra i tanti temi trattati, infatti, vi si trova anche quello che riguarda la condizione femminile, un argomento caro all'autore; e poi artisti e persone comuni che anelano alla libertà e, quando riconoscono il regista alla guida del mezzo, si stupiscono e poi si mettono a ridere. Sì, perchè la cifra che contraddistingue questo lavoro è l'ironia, un'ironia graffiante che dimostra quanto la censura non possa nulla contro la volontà. Una piccola cinepresa nascosta dell'abitacolo, riprende e registra (quasi sempre ad inquadratura fissa e in primo piano o mezzo busto) i volti e le espressioni delle persone: proprio come uno specchio che riflette e rimanda parole, immagini, situazioni che parlano dell'Iran contemporaneo. Il finale del racconto è terribile ed è accompagnato da un testo che sostituisce i titoli di coda: “Il ministero dell'orientamento islamico dà l'autorizzazione per i titoli di coda dei film che vengono distribuiti. Con mio grande rammarico quindi non ha titoli di coda. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non avrebbe visto la luce”. Auguriamo a Panahi di poter tornare alla luce della libertà dato che, coraggiosamente, continua a vivere con la famiglia a Teheran e sotto minaccia costante da parte del regime.

lunedì 3 agosto 2015

Le contraddizioni del Kurdistan analizzate da un giovane giornalista







Il mio nome è Kurdistan (Villaggio Macrì Edizioni) è il lavoro del giornalista Lorenzo Giroffi: un diario di viaggio, attraverso luoghi di guerre e controsensi, di confini labili e vite incerte, che diventa testimonianza diretta di un popolo che lotta per il riconoscimento della sua stessa esistenza e che ha dovuto difendersi nei secoli per custodire la propria lingua e cultura.
Paesaggi urbani pervasi dall’odore di petrolio e anonimato; piazze e mercati dove lampeggiano fuochi e aleggia profumo di chai; miscugli di lingue e bandiere che disegnano la storia controversa di chi rivendica allo stesso tempo autonomia e desiderio di protezione.
Nei frammenti di esistenza e di sguardi rubati con la telecamera, tra muri troppo alti e fili spinati che diventano parte integrante del paesaggio, si tenta di ricostruire un territorio impervio, stridente di paradossi e contraddizioni insanabili, dove le umiliazioni storiche hanno rafforzato la voglia di combattere per la propria identità, troppo spesso omessa, sussurrata sottovoce, insegnando ad alcuni a fare della lotta un’esigenza di vita.



Abbiamo rivolto alcune domande a Lorenzo Giroffi che ringraziamo molto.


Una terra, quella del Kurdistan, ricca di contraddizioni. Puoi raccontarci quelle più evidenti?




Le contraddizioni sono tutte di natura politica. Se grossolanamente si mette assieme la gente che si sente curda, allora le tradizioni, il culto della montagna, del fuoco e dei canti possono essere comuni, mentre da un punto di vista dei rappresentanti politici, bene, si scopre un calderone di contraddizioni. Il Kurdistan è sparso in quattro regioni: Iraq, Turchia, Siria ed Iran. L’unica però zona, a parte gli esperimenti propositivi in atto nel Kurdistan siriano (Rojava), che sarebbe però meglio valutare col tempo necessario e non in uno scenario di guerra, che ha un suo parlamento autonomo e che lavora in quanto curdo è in Iraq. Infatti nella capitale del Kurdistan iracheno, ad Erbil, c’è anche il parlamento della regione autonoma curda. Il Pkk, partito curdo dei lavoratori, simbolo di una lunga lotta da parte di tutti i curdi residenti nella regione turca, con tanto di trattative, con il governo di Ankara, ha le sue basi di combattimento a Qandil, che si trova nel Kurdistan iracheno. Si potrebbe pensare dunque ad una sorta di asse tra quest’organizzazione ed i partiti curdi che gestiscono autonomamente l’area. Non è affatto così, a parte per i dissidi di tipo ideologico, anche per le alleanze transnazionali. Infatti le autorità politiche del Kurdistan iracheno hanno rapporti commerciali con la Turchia, che non è invece assolutamente interlocutrice con il Pkk, che si batte per i diritti dei curdi nell’area appunto turca.




Quali sono i punti di forza di questo Paese?




Considerando le differenze ormai connaturate delle quattro aree e che, dopo la prima guerra mondiale, è stata tradita la grande promessa di un unico Stato che potesse riunire le quattro regioni, pensare al Kurdistan in quanto Paese potrebbe risultare addirittura riduttivo. La forza resta il popolo, con tutte le sue lingue ed i suoi moti, che lo hanno portato a resistere, andando oltre le censure e la repressione. Parlare curdo è stato per anni proibito ed a livello istituzionale lo è ancora in Turchia, ma i canti e le poesie sono sempre rimaste un’abitudine. In Siria a molti curdi non veniva riconosciuta alcun tipo d’identità, non solo culturale, ma anche amministrativa: privi di carte d’identità, assistenza sanitaria e diritto all’istruzione. Oggi giorno il Kurdistan siriano (Rojava) sta dimostrando uno dei più discussi esempi di autogoverno. Anche in questo caso quindi il punto di forza è la resistenza.




Che forza ha il Kurdistan nello scenario attuale dell'area mediorientale?




Il Kurdistan in Medioriente oggi può essere l’evidenza del crollo del modello dello stato-nazione, proponendo qualcosa di inclusivo, che possa andare oltre i nazionalismi che abbiamo conosciuto. Il Pkk (partito curdo dei lavoratori) non lotta più per la creazione di uno Stato curdo, perché loro stessi, come mi hanno raccontato durante le interviste del libro, si stanno spendendo per l’unione di tutti i popoli del medioriente, così che questi possano lottare contro modelli oppressivi. Queste dunque le novità e la forza: non un unione di Stati, come l’Europa insegna, ma una vera unione dei popoli.




Quali sono gli elementi importanti dell'identità curda?



La bellezza è tutta nei simboli del fuoco, attorno al quale riunirsi e festeggiare, magari il capodanno o un incontro, e soprattutto la montagna, presente in tutte le fiabe curde, ma anche nei sogni di lotta, in cui imparare la resistenza ed il cambiamento.




Terminiamo con un ricordo di questo "diario di viaggio”...



Il ricordo è legato tutto all’ammirazione per chi fa dell’ideologia un respiro quotidiano. La lotta curda non è solo armata, è fatta soprattutto da studio, dalla voglia di cambiare pure i paradigmi passati con cui è iniziata, riconsiderando ad esempio il ruolo della donna. Andare a Qandil mi ha rivelato come l’addestramento militare ed il suo sacrificio, con tanto di rinunce, come ad esempio ad una libera vita sessuale, sia solo un pezzo di una vita vissuta assieme ad un ideale, che non è solo da discutere, ma appunto da macinare.

 
   


venerdì 22 maggio 2015

25 anni di mondo dagli schermi di Milano


di Ivana Trevisani, da 25 anni con piacere fedele al Festival


 

Il “Festival del Cinema Africano d'Asia e America Latina” anche quest'anno si è riaffacciato agli schermi milanesi e si è presentato con un compleanno speciale, venticinque anni, un quarto di secolo, di vita sua e di quella del pubblico che con affetto lo ha seguito lungo tutto questo periodo e ancora lo segue.

Non a caso il termine Vita, perchè di questo si tratta e ogni anno puntualmente si ripete: incrocio di vite, delle organizzatrici e degli organizzatori, delle persone sedute davanti allo schermo o davanti alle registe ai registi negli incontri aperti, e quelle restituite dallo schermo, più o meno lontane nello spazio e a volte nel tempo, ma riconsegnate nel presente dal loro dipanarsi nelle trame di film, lunghi o corti, e documentari.

Già dall'apertura si poteva intuire la scelta, anche per quest'anno, di condurci nella storia delle quotidianità, argomento poco visitato, anzi spesso ignorato dall'informazione formale. Ha aperto il festival il lungometraggio “Taxi Teheran” dell'iraniano Jafar Panahi, Orso d'oro all'ultima Berlinale; il regista che non può lasciare il suo Paese per vent'anni a causa del suo impegno di dissenso politico, diventando lo stesso taxista- personaggio del film, riesce attraverso i variegati passeggeri che si susseguono e dei loro squarci di storie comuni, a darci conto delle storture di un regime soffocante.

Immagini inattese della Tunisia, nel quotidiano pressochè sconosciuto in cui non sono i fantasmi del terrorismo ad agitare le vite, quanto problemi ordinari, ma non meno difficili da reggere, sono state offerte da “Le challat de Tunis” della regista Kaouther Ben Hania, che con sarcasmo e ironia, attraverso la ricostruzione della vicenda dell'aggressore seriale “lametta” (challat, appunto) restituisce i conflitti di genere nella società tunisina. Immagini inattese sono state date anche dal regista Lofti Achour, che con il cortometraggio “Père” affronta il tema della paternità, vera o presunta, una questione difficile da affrontare e gestire non solo nella cultura e società arabe, del resto.    



Restando nel vicino scenario di un'altra delle rivoluzioni che nella primavera del 2011 hanno scosso parte del mondo arabo mediorientale, il giovanissimo cineasta egiziano Yasser Shafie grazie al suo corto ma incisivo “The dream of a scene (Il sogno di una scena)”, rende con uno sguardo maschile di apprezzabile sensibilità, il forte radicamento - più culturale che religioso nel mondo arabo - come un nodo più stretto del nodo dei capelli femminili e del loro significato profondo nelle stesse donne. E non è tuttavia mancato il richiamo all'ironia che anima la cultura egiziana, affidato ai tredici minuti del cortometraggio del cairota Khaled Khella “130 km to Heaven (A 130 km dal paradiso), che riesce con umorismo solo velatamente amaro a sbugiardare l'abbaglio di stili di vita dorata veicolato da certo turismo occidentale.

Passage à niveau (Passaggio a livello)ci sposta poco più in là, sia geograficamente che tematicamente: l'algerino Anis Djaad infatti ci cala nel dramma della perdita di un lavoro più che trentennale e accomuna i due personaggi del cortometraggio nella scala socioeconomica, come ultimo e penultimo.

Restando nella stessa area geografica, ancora grandi traversie che sfiorano e a volte intrecciano la tragedia, in piccole comuni storie di vita nella realtà sia rurale che urbana del Marocco odierno: ce le hanno presentate la regista Tala Hadid con il suo The narrow frame of midnight (La cornice stretta della mezzanotte)che affrontando un dramma dilagante nel paese, patito da molte adolescenti, riesce ad incuneare nel racconto la connivenza e la responsabilità di deprecabili trafficanti europei. E “L'homme au chien (L'uomo con il cane)del regista Kamal Lazraq che mostra la crudeltà umana alimentata dal degrado sociale di ghetti ai margini nientemeno che della capitale Casablanca.

Ci spostiamo in una dimensione geografica molto lontana, nel Sudafrica del cortometraggio “Lazy Susan (Vassoio girevole)di Stephen Abbott, ma in una dimensione di difficoltà umana tra l'arroganza di un cliente e un meschino furto degli spiccioli di mance quotidiane. Sempre nel sud dell'Africa, in Angola, il cortometraggio “Excuse Me I Disappear (Scusatemi se sparisco)di Michael Mac Garry, già nel titolo anticipa la cifra di assurdità della non esistenza di un anonimo spazzino comunale, che scompare nell'anonimia e sperequazione socio economica del quartiere irreale in cui il lavoro lo porta ogni giorno.

I dodici minuti di “Discipline (Disciplina) dello svizzero-egiziano Christophe M. Saber, riportandoci appena oltre il nostro confine verso nord, rendono con straordinaria efficacia la babele non solo linguistica nel microcosmo svizzero di un supermercato, dove le incomprensioni linguistico-culturali generano fraintendimenti che alimentano una rissa dall'evoluzione esponenziale.

The Monk (Il monaco)del birmano The Maw Naing, sembra spostarci in una dimensione quasi irreale di ascetismo, ma le vicende umane oltre che spirituali del monastero nel cuore della foresta birmana e l'inatteso, breve incontro con la realtà urbana, lo rendono più concreto.

E per concludere, lasciandoci aperti al proseguo delle vite, i film hanno mostrato l'irrisolto di tragedie, troppo spesso archiviate o mal-trattate dal sistema mediatico, restando ferite non riemarginate e pronte a riaprirsi, seppure in forme diverse, attraverso l'intero mondo: dalla Haiti di “Meurtre à Pacot (Omicidio a Pacot)di Raoul Peck che scavando nelle macerie e nei sentimenti dei personaggi, ci rammenta di come le catastrofi ambientali, il terremoto nella fattispecie, colpiscano non solo nel momento dello scoppio, ma si insinuino tra le crepe dei muri e delle vite che vi si aggirano, mettendo a nudo i risvolti peggiori delle persone. Alle zone dell'Africa subsahariana già attraversate da sanguinosi conflitti interni ormai dimenticati dall'attenzione mediatica, in cui il cortometraggio “Umudugudu! Rwanda 20 ans après Umudugudu! Rwanda 20 anni dopo)dell'italiano Giordano Cossu ci conduce nell'esplorazione delle situazioni latenti e non concluse di un paese uscito dalla tragedia ma non dal rischio del suo riesplodere. O il lungometraggio del burkinabé Sékou Traoré “L'oeil du cyclone (L'occhio del ciclone), presentato in prima europea, che ci ricorda le bombe ad orologeria degli ex bambini soldato, diventati adulti mai recuperati dal danno del condizionamento che hanno subìto. Per arrivare, infine, purtroppo ancora nel presente, con le dolorose immagini delle “Letters from Al Yarmouk (Lettere da Al Yarmouk)del palestinese Rashid Masharawi, che ci accompgnano “oltre il disumano” ,come affermato lo scorso aprile dall'UNHCR, in quel tragico quotidiano della situazione tutt'ora aperta nel campo profughi palestinese dell'omonimo quartiere di Damasco, assediato da fame, da bombe e dalla morte ancor prima che dai criminali di Daesh.

L'augurio quindi che possiamo fare e farci, in questo significativo compleanno, è che il Festival Cinema Africano d'Asia e America Latina di Milano, possa continuare a regalarci per molti altri compleanni, oltre al valore artistico delle opere scelte, anche quello del suo impegno politico nel restituirci, come anche quest'anno ha fatto, un quotidiano che va oltre confini, muri, barriere geografiche, culturali o mentali e rende simile e vicina, in questo difficile passaggio della storia, tutta la comune umanità.

domenica 10 maggio 2015

L'esecuzione di Farzad Kamangar



In memoria dell'esecuzione di Farzad Kamangar (di cui abbiamo già parlato a proposito del romanzo “Lullaby”) vi proponiamo questo intervento che ci ha mandato l'associazione Novel Rights, con cui collaboriamo e che vogliamo ringraziare.


Dear Friends and supporters,


Today we mark the 5th anniversary of Farzad Kamangar's execution.





"How did Farzad move so many people? Was it something in his voice, spreading across the internet and making him one of the most influential Iranian figures of 2010? Did he hypnotize us with his poems? His letters?

Farzad Kamangar couldn’t stop his torturers from breaking his chin and teeth, but he was able to maintain the life within him through imagination and literature. “I won’t let them kill me inside,” was his goal—and he reached it."




Ava Homa
Ava Homa/ Author; Lullaby

I will eventually get out of here. The butterfly that flew away in the night told me my fortune,” Farzad Kamangar wrote in prison, shortly before the Iranian government made the decision to place a noose around his neck.

It was on May 10, 2010—Mother’s Day—that Farzad’s mother heard through the media that her son, who had been told he would be released, was killed.

He had such a tender soul. He loved his students to pieces. Spring was his favorite season. He was born in spring,” his mother says in a video posted on YouTube. But tears stop her from continuing—from telling us that he was executed in his favorite season.

This man who loved spring and his students was charged with moharebeh (enmity with God and the state) and terrorism. It is true. Teaching young children their banned mother tongue terrorizes the Iranian oppressor.

special sale

Farzad Kamangar was tremendously popular, cherished by Kurds and non-Kurds, young and old, men and women. The love others had for him was, ironically, what convinced the authorities to execute him despite his obvious innocence. Popularity terrorizes dictators, who are nourished by hostility and antipathy in their nation.

How did Farzad move so many people? Was it something in his voice, spreading across the internet and making him one of the most influential Iranian figures of 2010? Did he hypnotize us with his poems? His letters?

Farzad Kamangar couldn’t stop his torturers from breaking his chin and teeth, but he was able to maintain the life within him through imagination and literature. “I won’t let them kill me inside,” was his goal—and he reached it.

In one of his letters—hich are still available on the internet—he describes being transported to Sanandaj Prison, Kurdistan. He paints a vivid picture of Kurdistan in the autumn for us through his view—not only from the window of the plane, but also through the window of his imagination. He writes little about his anguish, but instead about his moments of falling in love while listening to the music of legendary singer Abbas Kamandy and of hiking the Awyar Mountain. He is distracted from these memories only when the bitterness of the blood he accidentally swallows threatens to suffocate him.

The prison guard who anxiously checks that Farzad has survived a severe beating doesn’t know, cannot know, that Farzad, in his mind, is dancing at his wedding, waving his chopi—his handkerchief—in the air and shouting, “Cheers! Cheers to all the prisoners’ mothers who are awaiting reunion with their children. Cheers to all the men and women who lost their lives for their ideals.”

That is what has made Farzad Kamangar a legend. He is one of the few people on the planet—like Nelson Mandela, like Leila Zana—who was not broken under torture.

Lullaby / Ava Homa
Farzad Kamangar / Illustration: Tamar Levi

Farzad Kamangar was a teacher devoted to improving the life of village children. He was all too familiar with suffering, both directly in his own life and indirectly through others’ experiences. Farzad knew the pain of Kurds, the pain of ethnocide and linguicide. He was familiar with the widespread poverty in Kurdistan resulting from politicization of the region, with the abuse and violence suffered by women because of the government’s gender policies. For Farzad, the hurt wasn’t just the physical torture he endured—it was the pain of his nation.

His voice, his imagination, his words, his ability to touch the agony of others made Farzad Kamangar an icon representing all political prisoners who have been executed at the hands of the Iranian government. He was and still is a strong inspiration. He continues to live in the heart of all those who admire him. His voice continues to be heard not only through his own writing, but also in the poems and stories he inspired.

Novel Rights has published a short story inspired by Farzad Kamangar’s letters from prison: “Lullaby” offers a glimpse of his powerful reality.










sabato 25 aprile 2015

Freedom, Equality, Secularism: ecco la nostra cultura



di Monica Macchi


Per celebrare i 20 anni di Marea, “rivista femminista”, è stato organizzato a Genova un seminario pubblico sulla laicità come arma per lottare contro tutti i fondamentalismi che si basano sull’asse patriarcato-uso politico della religione. Sono intervenute Marieme Helie Lucas (sociologa algerina fondatrice della rete Wluml, Women Living Under Muslim Laws), Nadia Al Fani (regista tunisina di “Laicitè, inshallah”), Maryam Namazie (iraniana fondatrice di One law for all) e Inna Shevchenco (leader ucraina di Femen).








Marieme Helie Lucas ha posto l’accento su due fenomeni contigui ma non esattamente sovrapponibili cioè la crescita dell’estrema destra xenofoba e dell’estrema destra religiosa dove Islam e Cristianesimo hanno gli stessi valori e le stesse rivendicazioni (come dimostrato ad esempio alla conferenza di Rio+20 quando l’OIC-Organizzazione per la Cooperazione Islamica e la Santa Sede si sono alleati contro il paragrafo 244 sui diritti di riproduzione). Spesso le forze progressiste in Europa giustificano il fondamentalismo islamico dicendo che “bisogna rispettare la loro cultura” ma non esiste un’unica cultura musulmana ed inoltre cultura e religione non sono sinonimi: per questo bisogna decidere con chi dialogare. E’ un suicidio politico lasciare che le risposte della destra estrema siano le uniche risposte possibili anche perché c’è il rischio di abbandonare la nozione di universalismo e cittadinanza per approdare al comunalismo dove i diritti diversi in base alla comunità di appartenenza: solo la laicità può dunque garantire democrazia ed uguaglianza di fronte alla legge. Inoltre la sinistra deve capire di sostenere le forze progressiste perché solo insieme possiamo cambiare la narrazione sulle donne: così l’intervento di Maryam Namazie si è incentrato sulla vicenda di Farkhondeh accusata di aver bruciato il Corano e per questo aggredita e lapidata a Kabul da una folla inferocita. Ebbene in Occidente si è parlato pochissimo di questa storia ma ancor meno della resistenza delle donne che dopo aver protestato hanno portato a spalle la bara in modo che nessun altro uomo la toccasse, hanno marciato intorno alla bara, hanno intonato canti e quando il Mullah che ha giustificato l’omicidio ha intonato la preghiera gli hanno impedito di avvicinarsi e l’hanno costretto ad andarsene. Ma la resistenza delle donne ha avuto altri risultati, ad esempio suo fratello Najibullah ha preso come secondo nome Farkhondeh; le è stata intitolata la strada in cui è stata uccisa e ci sono stati 28 arrestati e 13 poliziotti sospesi.




Inna Shevchenco ha parlato del termine “ateo” che nell’uso corrente ha un’accezione negativa che limita la libertà di espressione oltre a concedere spazio agli estremisti: così la legge omofobica in Russia usa l’argomentazione che la propaganda gay può offendere la sensibilità dei russi. Bisogna imporre il dibattito sulla laicità riconoscendo che esistono anche gli atei e riconoscerne il valore positivo. Analogamente Nadia El-Fani nel suo film inizialmente titolato Ni Allah ni maître («Né Allah, né padroni», richiamo al motto anarchico Né Dio, né Stato, né servi, né padroni) e poi, dopo le minacce di morte cambiato in Laïcité, Inch’Allah! («Laicità, se Dio vuole!») tocca un tema chiave dell’agenda politica tunisina, cioè il riconoscimento di pieni diritti per i fedeli di tutte le religioni ma anche per gli atei. La richiesta fondamentale è la separazione tra diritto e religione per evitare, come succede invece in Marocco, di essere arrestati se non si rispetta pubblicamente il digiuno durante il Ramadan.

Trailer del film https://www.youtube.com/watch?v=SDPz0UcaMVM

mercoledì 1 aprile 2015

Lullaby: la prigionia del curdo Kamangar e la bellezza della gioventù



Lullaby, della scrittrice Ava Homa, si basa sulla storia vera di Farzad Kamangar. Un insegnante di scuola elementare e avvocato civilista del Kurdistan iraniano arrestato dalle forze di sicurezza nel 2006 e accusato di collaborare con i gruppi di opposizione curdi. Kamagar è stato accusato di essere un mohareb o "nemico di Dio", ma si è rifiutato di confessare, nonostante quattro anni di detenzione e tortura; le sue lettere dalla cella hanno portato le più importanti organizzazioni internazionali, come l'UNICEF, a condannare la sua prigionia.                 




Il lavoro di Ava Homa è apparso in
The Literary Review of Canada, Toronto Quarterly, Windsor Review, il Toronto Star e Rabble
. La sua opera riguarda sempre la resistenza da parte delle donne iraniane moderne. Le storie sono raccontate su scala universale e parlano di sentimenti come l'amore e la passione (anche politica).
Ava Homa è un giornalista, scrive sul giornale
Bas, insegna scrittura creativa e inglese al George Brown College di Toronto. Ava Homa è stata esiliata dal Kurdistan nel 2007 e ha dovuto lasciare la sua famiglia e gli amici.


Ecco, per voi, un brano tratto da Lullaby. Per avere altre notizie sul libro: www.novelrights.com




"La chiamata risuona. Mi dico che gli studenti stanno ancora imparando, in segreto, la storia dei curdi. L'invito alla preghiera echeggia nella prigione di Evin. Mi avvolge di freddo e paura.

Passi! Conosco il suono di quegli stivali pesanti. Io li conosco bene. La mia penna cade dal letto e mi arriccio in una palla, contrazione di paura. Il dolore alla testa e al viso, alle gambe e alla schiena, allo stomaco e alle costole diventa più nitido. Stringermi al cuscino non mi impedisce di tremare. I passi si fermano prima di raggiungere il mio rione. "Mani in alto," penso, e lo dico quasi ad alta voce.

"Mani in alto", dice la vecchia guardia.

So quello che stanno facendo in altre cellule. La benda, lo scatto delle manette e le guardie prendono Ali, con spinte e calci.

Mi tiro su e mi giro e nella mia testa li seguo, come Ali è trascinato al piano di sotto, trascinato giù per le scale e a portata di mano per diciannove interrogatori. Sotto la sua benda, Ali conterà le paia di scarpe in camera: quattro, sei, otto. . . nero, scarpe formali che fanno tutt'uno con il sangue, levigate dal sangue. La fustigazione inizierà subito dopo le maledizioni. Se l'uomo che chiamano "bastardo" è lì, l'interrogatorio durerà più a lungo e sarà molto più doloroso. Ogni curdo conosce la strana voce di quell'uomo, un insolito mix di alto e basso. Nel suo vocabolario, "fottuti selvaggi assassini" significa "curdi." Si dice che il fratello di Mongrel sia stato ucciso in Kurdistan trent'anni fa durante una delle rivolte. Cinque, sei frustate e Ali penserà ai campi di concentramento, alle piramidi, alla Grande Muraglia cinese, ma lui non sentirà più le frustate. Spero.

Il numero di crepe sul muro è 305, oggi. Io di nascosto tiro fuori una penna da sotto il materasso e prendo un po 'di carta, ripiegata quattro volte, dal mio abbigliamento intimo. "Cari studenti," Scrivo, sdraiata sulla mia sinistra su una coperta militare puzzolente. "Tutto quello che ho potuto fare per voi è di insegnare segretamente il nostro alfabeto curdo, la nostra letteratura e la nostra storia. Per favore, ricordateli ai bambini e trasmettete il vostro patrimonio. Cari piccoli, non permettete che questa conoscenza vi rubi la gioia dell'infanzia. Possiate mantenere la gioia dei giovani nella vostra mente per sempre. Può essere l'unico e solo investimento che potrete utilizzare in seguito, quando avrete la necessità di guadagnare del 'pane e burro', cari figli “dominanti” e quando dovrete vincere il peccato di essere il “secondo sesso”, care figlie. Quando raccoglierete i fiori nelle valli per fare corone per i vostri bambini, raccontate loro della purezza e della felicità dell'infanzia. Ricordatevi di non voltare le spalle ai vostri sogni e amori, alla musica, alla poesia e alla magica natura del Kurdistan. State insieme, cantate le canzoni e recitate la poesia come siamo abituati a fare. "


"The call rings out. I tell the students are still learning, in secret, the history of the Kurds. The call to prayer echoes Evin prison. It turns me cold with fear.

Steps! I know the sound of those heavy boots. I know them well. My pen falls out of bed and I curl into a ball, the contraction of fear. The pain in my head and face, legs and back, stomach and ribs become much sharper. Clutching the pillow does not prevent me from shaking. The footsteps stopped before reaching my ward. "Hands up," I think, and almost say it out loud.

"Hands up," says the old guard.

I know what they are doing in other cells. The blindfold, the click of the handcuffs, and the guards take out Ali, pushing and kicking.

I toss and turn, and I follow them in my head as Ali is taken downstairs, dragged nineteen steps to the right, down the stairs and handed nineteen interrogations. Under his blindfold, Ali will count the pairs of shoes in the room, four, six, eight. . . black, formal shoes that are thick with blood, smoothed by the blood. Flogging will begin immediately after the curses. If the man they call "bastard" is there, the questioning will last longer and will be much more painful. Every Kurd knows strange man's voice, an unusual mix of high and low. In his vocabulary, "fucking murdering savages" means "the Kurds." It is said that his brother had been killed in Kurdistan Mongrel thirty years ago during one of the riots. Five, six lashes and Ali will think about the concentration camps, the pyramids, the Great Wall of China, but he no longer feels the flogging. I hope.

The number of cracks on the wall 305 is today. I sneak a pen out from under the mattress and take a bit 'of paper, folded four times, from my underwear. "Dear students," I write, lying on my left side on a blanket military smelly. "All I could do for you is to teach secretly our Kurdish alphabet, our literature and our history. Please, kids, remember your heritage and transmit it. Dear children, do not allow this knowledge to steal from you the joy of childhood. May you keep the joy of the young people in your mind forever. It may be the one and only investment you can use later, when the agony of earning the 'bread and butter' you, my children dominates, and the sin of being 'second sex' you win, my daughters. When you are picking flowers in the valleys to make crowns for your children, tell them about the purity and happiness of childhood. Remember not to turn on the back on your dreams, love, music, poetry and magical nature of Kurdistan. Getting together, sing songs and recite poetry as we usually do."





venerdì 23 gennaio 2015

L' Iran tra cotraddizioni forti e serena quotidianità





L'Iran de La signora melograno, edito da Calabuig, della scrittrice Goli Taraghi non è quello cui ci ha abituato la stampa ufficiale. Si tratta di un Paese difficile e contraddittorio , in cui spesso i diritti sono negati, ma nei racconti del testo emerge anche un Paese dove, a tratti, sono possibili serenità e leggerezza. Taraghi tratteggia profili, narra vicende familiari, descrive l'ostilità di un Paese straniero (la Francia) e, sullo sfondo, ci sono tutti gli avvenimenti anche terribili che hanno attraversato e segnato gli ultimi decenni della storia dell'Iran: da Mohammad Mossadeq allo Scià qajar, da Khomeini ad Ahmadinejad.Le storie narrate parlano di ragazzi turbolenti alle prese con padri severi, donne di ogni età che afferrano la consapevolezza di sé, quadretti familiari quotidiani che tratteggiano persone comuni che non lasciano spazio agli stereotipi.
Certo, qualcuno potrà dire che Goli Taraghi non si renda conto della situazione perchè appartiene a una categoria privilegiata, quella delle persone agiate e intellettuali. Ma forse non è così: si tratta di lasciare spazio, ogni tanto, alla vita, a quella parte dell'esistenza più tranquilla, a cui tutti avremmo diritto di aspirare.
Nell'ottima traduzione dal persiano di Anna Vanzan, c'è il riferimento al titolo del libro,
La signora melograno. Una anziana signora che non si è mai allontanata dall'isolato villaggio dell'interno vivendo dei frutti della sua terra, decide di raggiungere i figli emigrati in Svezia. La prima tappa del viaggio, dal villaggio a Teheran, è molto impegnativo e stancante ma non è nulla rispetto a ciò che l'aspetta per raggiungere in aereo Parigi e da lì la Svezia.



Abbiamo rivolto alcune domande alla traduttrice, Anna Vanzan, che ringraziamo.




La letteratura è una forma di liberazione/emancipazione femminile, in Iran come in altri Paesi sotto dittatura?



Fin da tempi remoti le donne d’Iran si sono manifestate attraverso la letteratura, dapprima esclusivamente con la poesia, perlopiù a fondo mistico. Meditare e scrivere erano considerate attività “domestiche” e come tali plausibili per le signore della buona società islamo-persiana. Alcune di loro partecipavano a pubbliche tenzoni poetiche, sfidando i loro colleghi maschi. Molte immagini da loro usate erano volutamente mistiche ed esoteriche proprio per potersi esprimere liberamente. A metà del XIX secolo le donne hanno cominciato a usare la prosa, spesso colorandola di una chiara protesta nei confronti del patriarcato. In un secolo e mezzo le iraniane hanno conquistato la letteratura del loro Paese, trasformando una tradizione quasi esclusivamente lirica e scritta da uomini in una corrente prosastica il cui numero di autrici sovrasta ormai quello degli scrittori.




Come ha conciliato – Goli Taraghi – la sua esperienza di cittadina iraniana e di persona costretta all'esilio?



Goli Taraghi è una scrittrice nata e alla sua penna ha affidato pure le pene dell’esilio. Anche prima del suo trasferimento in Francia aveva sperimentato alcune forme letterarie (romanzo e racconti brevi) che però riflettevano soprattutto un viaggio alla ricerca di in sé stessa, vagamente venata da auto compiacimento. L’esilio ha modificato il suo stile, costringendola a un continuo ricordo che non è ripiegamento sul passato e/o autocommiserazione, ma un processo dinamico che usa il passato per proiettarsi in avanti.




Qual è lo stile narrativo dei racconti di questo libro e quale il motivo di questa scelta?



La narrazione di Goli Taraghi è apparentemente semplice e lineare, ma al contempo ricca e profondamente umana. I suoi racconti sono malinconici e comici al contempo, lei si rivolge soprattutto ai suoi connazionali coi quali condivide una straordinaria capacità di adattamento ad ogni difficoltà che la vita pone innanzi. I racconti di Taraghi sono paradigmatici di queste qualità che gli iraniani hanno sviluppato ed esercitato per millenni.




E' interessante, ad esempio, il racconto intitolato “Madame lupo”: ce lo può commentare?



E’ un ottimo condensato di alcune delle problematiche che si trova ad affrontare l’esule (non solo iraniano): complesso di inferiorità nei confronti della civiltà “ospitante”, risentimento per le umiliazione che il nuovo mondo lo costringe a subire, e, infine, la ribellione. Goli Taraghi esprime tutto ciò in modo estremante poetico, denso e vibrante.



Il tema della censura è centrale nel pensiero e nei testi di Goli Taraghi e di tanti autori iraniani...


La censura è un’istituzione plurimillenaria sull’altopiano iraniano. Al tempo dei sommi poeti Hafez e Sa’di non c’era un ufficio della censura come quello istituito ufficialmente a metà del XIX secolo dalla dinastia Qajar, poi trasformato sotto quella dei Pahlavi e ora diretto dalla Repubblica Islamica. Ma anche Hafez e Sa’di sapevano che, per sferzare i potenti, c’era bisogno di usare metafore e calibrare sapientemente le parole. Nulla è cambiato….

martedì 23 dicembre 2014

Capire cosa accade in Siria, oggi.




Per fare il punto sulla situazione siriana (e del Medioriente) l'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato il giornalista Shady Hamadi, autore del saggio La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana, per Add editore.

Ringraziamo sempre Shady Hamadi per la sua disponibilità.





Cosa, gli analisti occidentali, non hanno voluto vedere a proposito di ciò che è accaduto e che accade in Siria?



La prima questione odierna è la presenza di una società civile in Siria e le motivazioni vere che hanno mobilitato la società siriana che è uscita da un regime dopo quarant'anni e dopo averci provato varie volte, nel 2000 e nel 2005, ma anche nell'82 con la strage di Hama: nonostante ci siano state colpe acclarate dei Fratelli Musulmani, una certa parte aveva scelto la strada del dialogo. E, secondo me, oggi, non bisogna trovare una sorta di dicotomia tra regime e fondamentalisti.



Il suo racconto parte da lontano, da suo nonno e da suo padre: parla di loro per arrivare a capire il Presente...



Recentemente ho fatto una riflessione, sul Corriere della sera, riguardo al senso della Storia applicato in Siria e sarebbe un discorso da approfondire.

Mio padre è cresciuto, per volontà di mio nonno, presso una scuola salesiana vicino a Talkalakh e allora c'era un sistema di istruzione che funzionava, anche perchè era un retaggio del colonialismo.

La differenza, invece, tra la sua generazione e quella odierna è che quella di oggi è stata indottrinata per quarant'anni e non ha una conoscenza della Storia dalla quale viene, i loro piedi non affondano bene nelle radici storiche e questo si sta presentando in ciò che avviene in Siria: invece, dovremmo guardare, ad esempio, agli anni'50 quando un Cristiano era Primo Ministro. L'incosapevolezza crea un problema e lo creerà anche in futuro.



I giovani che hanno lottato per il Presente, lo hanno fatto, quindi, senza conoscere il Passato?





All'inizio c'era una élite consapevole (e lo dicevano anche gli slogan “Il popolo siriano conosce la Storia”), ma c'è anche una facilità di radicalizzazione nei ragazzi che ha due motivazioni: la prima, è che la Siria è stato costituita, durante l’era della famiglia al Asad, su un sistema comunitario e confessionale, mettendo, per la prima volta nella storia contemporanea del paese, le minoranze al potere. Questo ha prodotto che l'80% della popolazione si sentisse esclusa dalla possibilità di gestire il potere, creando quel risentimento che poi si è concretizzato. La seconda motivazione è lo smantellamento della scuola, per cui quello che accade oggi ai giovani siriani è comprensibile se noi guardiamo a quello che è accaduto negli ultimi quarant'anni.



In contrapposizione a questi ragazzi, troviamo una piccola élite di giovani,anche sunniti, che sostengono il regime perchè hanno guadagnato dei benefit e si sono, in qualche modo, occidentalizzati. Questa piccola élite non guarda alla mancanza di diritti politici e di libertà ma ha scelto di accontentarsi di una libertà apparente: una modernità, fatta di discoteche e belle macchine, priva di ogni pensiero critico verso il brutale status quo imposto dal regime.




Come si può avviare, allora, una transizione verso una forma democratica di governo?



Jawdat Said, una guida religiosa sunnita, ha detto che la democrazia è come una ruota: una volta inventata, tutti la vogliono.

Io penso che la democrazia, prima di tutto, nasca da una cultura, nel senso che ci deve essere rispetto reciproco per le idee. Invece la società mediorientale è una società che non nasce da un'esperienza di confronto, ma è repressa. La mancanza di dialogo fa sì che non ci sia un'autocritica: ad esempio, non c'è una riforma religiosa perchè il governo vieta una critica e non c'è nemmeno la possibilità di progredire in altre maniere. Se noi vediamo la produzione di papers accademici delle università del mondo arabo, è molto più bassa rispetto a quella di alcuni Paesi africani.

La democrazia, quindi, è un percorso ed è necessario un dialogo interno.



Ci racconta la vicenda del vignettista Alì Ferzat?



Alì Ferzat, un po' come tutti gli intellettuali, nel 2011 si è schierato e ha iniziato a parlare apertamente contro il regime siriano: è stato caricato su una camionetta, da parte dei servizi segreti, e gli hanno spezzato le mani proprio perche faceva il vignettista. Questo è un messaggio simbolico sull'impossibilità di avere qualsiasi tipo di espressione che possa prescindere da quella che è la dottrina del regime.



Qual è la situazione in Siria, oggi e quali saranno, a suo parere, gli scenari futuri?



In Siria c'è una mancanza di senso storico, ma c'è un profondo senso nazionale, nonostante la disgregazione su base confessionale.

Per il futuro prevedo che ci sarà un perenne stato di conflitto che può durare dieci, forse vent'anni, ma che si dovrà poi risolvere. Come? Ad esempio, guardando a quelli che sono stati gli accordi di Ta'if, quelli libanesi, dove si può creare una Camera Alta a elezioni universali e una Camera Bassa a elezioni confessionali.

Non credo che lo Stato Islamico resisterà o creerà un califfato perchè le loro prime vittime sono gli stessi musulmani in quanto i musulmani che non sono d'accordo con loro vengono chiamati “apostati”, tagliati a pezzi e crocefissi.

Un'altra possibilità per il futuro della Siria è che possa rimanere Assad, che si crei uno Stato confessionale, con una piccola percentuale di sunniti, e rimanga lì a baluardo delle necessità della Russia o dell'Iran; penso che questa ipotesi sia lontana e credo, invece, che arriveremo ad un dialogo, ma non so se questo dialogo porterà all'estromissione degli Assad (perchè non c'è la volontà internazionale) oppure se si arriverà ad una Siria federale in senso confessionale per poi trovare una unità.



Perchè la comunità internazionale non si occupa della Siria?

 

Prima di tutto, gli americani lo avrebbero fatto se ci fosse stato, in Siria, il petrolio. In secondo luogo, Obama non ha una politica estera credibile in Medioriente, invece Putin ha le idee molto chiare su quello che c'è da fare. E come se si fosse ricreato un muro di Berlino a Damasco...

Non sottovalutiamo, inoltre, l'Iran che è una Repubblica imperialista, ma teocratica, che adopera lo scontro tra sciiti e sunniti per costruire le sue aree di influenza.

Infine, l'Unione Europea non ha una politica estera comune: vediamo che la Francia fa una cosa e l'Italia un'altra, ad esempio. E, come detto, gli Stati Uniti aspettano.


martedì 25 novembre 2014

Terre d'Islam: storia delle rivolte arabe






Un documentario, quello di Italo Spinelli e Alberto Negri, che indaga una storia complessa che vede coinvolte un milardo e trecento milioni di persone: Terre d'Islam – Storia delle rivolte arabe dà voce ai diretti interessati per parlare dell'Islam politico che noi occidentali iniziamo a conoscere, forse, solo adesso.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Negri che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.                       






Tunisia, Egitto, Libia e Iran: qual è lo scenario politico attuale in questi Paesi?



La Libia è un Paese che sta attraversando una situazione molto difficile: è un Paese spaccato in due tra Cirenaica e Tripolitania con due governi, due parlamenti e addirittura due agenzie-stampa ufficiali, quindi la spaccatura non può essere più profonda di così e sarà difficile, per la comunità internazionale, trovare un punto di equilibrio.

In Tunisia ci sono state, recentemente, le elezioni generali politiche e il 26 novembre ci saranno le presidenziali: questa volta ha vinto il fronte laico, superando il partito islamico, e questo è un aspetto importante perchè è l'unica transizione araba che si è svolta pacificamente, nonostante le difficoltà attraversate dal Paese in questi ultimi anni in quanto gli jihadisti e i salafiti hanno più volte messo in pericolo questa transizione con due assassinii politici. Inoltre, c'è una crisi economica molto forte con una disoccupazione al 40%. La situazione è tale per cui anche il partito che ha vinto le elezioni, probabilmente, continuerà una politica di unità nazionale.

L'Egitto, dopo il colpo di Stato dell'anno scorso, sta attraversando una fase ancora complicata perchè in Sinai vediamo che i gruppi jihadisti contrastano il governo e hanno fatto fuori i Fratelli Musulmani. L'Egitto ha grandi problemi: con 90 milioni di abitanti, le risorse della Banca Centrale sono ¾ volte inferiori rispetto a quelle del Libano che ha 6 milioni di abitanti.

Per quanto riguarda l'Iran bisogna vedere se si troverà un accordo sul tema del nucleare, se ci sarà o se si arriverà a un ennesimo compromesso, ovvero a un altro rinvio. 




Parliamo, in particolare, dell'Iran: quale può essere la sua influenza nella situazione presnete e può essere determinante per una soluzione che vada in direzione di un nuovo assetto geopolitico?



L'Iran è un Paese fondamentale per gli equilibri del Medioriente: per l'Iraq, per la Siria fino alle sponde del Mediterraneo. L'Occidente deve trovare un accordo con l'Iran per pensare di ottenere una stabilizazione in quest'area. Ma nonostante questo dato incontrovertibile, sappiamo bene che la rivalità nel Golfo tra Iran e Arabia Saudita continua a condizionare tutta la politica di quella parte di mondo e anche la politica estera di Washington che si ostina ad appoggiare l'Iraq.




Quali potranno essere, invece, gli sviluppi futuri nel rapporto tra Occidente e Paesi arabi?

Saranno determinanti gli sviluppi che ci sono sul terreno, soprattutto il conflitto che si è aperto adesso con il califfato. Questa è una guerra molto complicata e anche assai ambigua perchè è un conflitto a bassa intensità che viene condotto da una coalizione guidata dagli Stati Uniti senza troppa convinzione. Non è escluso che tra Siria e Iraq possa nascere uno Stato sunnita con risorse petrolifere presenti in tutta la Siria.

Mi sembra evidente che si stiano rifacendo le frontiere del Medioriente e questo determinerà in gran parte anche tutte le altre questioni tra l'Occidente e il mondo arabo.



Nel docufilm sono stati intervistati esponenti politici, funzionari e persone comuni. Sono tutti arabi e non c'è il commento di un mediatore occidentale. Ci spiega il motivo di questa scelta?



Volevamo delle voci senza filtro, senza mediazioni che, in qualche modo, le condizionassero. E questa è proprio la caratteristica principale del nostro lavoro.








venerdì 7 novembre 2014

Farian Sabahi racconta le donne iraniane (e non solo)



Oggi, cari lettori, pubblichiamo per voi il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato con la presentazione dei saggi di Farian Sabahi: Noi donne di Teheran e Il mio esilio.



Questo incontro e questo video sono dedicati a Reyhaneh Jabbari, condannata a morte e poi impiccata nel carcere di Teheran per l'uccisione, nel 2009, dell'uomo che tentò di stuprarla.



Oggi, 7 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza di genere. Ricordiamo che il numero italiano per denunciare o segnalare casi di violenza è il 1522.











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