Visualizzazione post con etichetta Albania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Albania. Mostra tutti i post

lunedì 30 dicembre 2013

Un artista in transito: Adrian Paci a Milano



 
Jolanda risponde ad alcune domande sulla sua vita e, con la naturalezza dei suoi cinque anni, dice di essere nata a Siena, ma di essere anche albanese; racconta di aver paura dell’Albania perché ci sono i banditi con la pistola, ma di aver voglia di tornare perché può andare da sola dalle amiche, mentre a Milano è pericoloso perché ci sono le macchine.

Jolanda è una delle due figlie di Adrian Paci, l’artista albanese che vive e lavora a Milano dal 1997. Il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, in Via Palestro, gli dedica una ricca retrospettiva che si può visitare fino al 6 gennaio 2014 e dal titolo “Vite in transito”.

Nato nel 1969 a Scutari, Paci è arrivato in Italia negli anni’90, gli anni del cosiddetto “primo flusso migratorio” quando tanti suoi connazionali venivano dall’Albania e dal resto dell’Europa dell’Est in cerca di fortuna su barconi carichi di persone e di speranze. Un fenomeno, questo, che da allora continua ripetersi per tanta umanità sfortunata.

Adrian Paci è, invece, arrivato in aereo e con il visto sul passaporto perché voleva studiare in Italia come vincitore di una borsa di studio in “Arte e liturgia” ottenuta presso l’Istituto Beato Angelico di Milano. E da qui inizia la sua carriera.

Una carriera che è possibile ripercorrere nella mostra in corso al PAC di Milano e il cui titolo Vite in transito fa riferimento alla propria e a quella della sua famiglia, ma soprattutto a quella di tanti migranti poveri che cercano in Occidente un eldorado, spesso veicolato dalle immagini fittizie della televisione e di altri media, ma che non corrisponde più alla realtà. Il titolo della retrospettiva , però, può essere letto anche in senso più metaforico: si riferisce, infatti, anche al divenire dell’esistenza stessa che, per tutti, porta a continui cambiamenti.

Pittura su vari materiali, tecniche diverse di tratti e di segni, videoinstallazioni, fotografie: la ricerca poliedrica creativa e stilistica di uno degli artisti contemporanei più affermati al mondo, riporta sempre al centro della riflessione temi di grande attualità. Sdraiata verso la grande vetrata dell’edificio e imponente, si allunga una grande colonna di marmo che ricorda quelle antiche greco-romane: si tratta dell’opera più recente realizzata da Adrian Paci. Una colonna di marmo orizzontale rivolta verso una parete su cui scorre un video. Nelle immagini è inquadrata una nave cargo sulla quale alcuni artigiani cinesi stanno lavorando un grosso pezzo di marmo da cui prenderà forma proprio quella colonna. The column, questo il titolo dell’installazione, riprende i temi cari all’autore: il viaggio come speranza e utopia, la de-localizzazione del lavoro, la trasformazione delle tradizioni.

A proposito di lavoro, Paci ritorna sul tema anche in Electric blue: si tratta di un video in cui un uomo, per mantenere la sua famiglia, rinuncia al sogno di diventare regista e decide di copiare videocassette di film porno. Scoprirà che suo figlio le guarda e deciderà di cancellarle con filmati presi dalla televisione. Il risultato sarà che sulle videocassette verranno registrate immagini della guerra appena scoppiata nel Kosovo mischiate a quelle porno: ma qual è la vera pornografia?

Alla Biennale 2005 di Venezia, l’artista porta un video dal titolo Turn On: al PAC è esposta una bellissima fotografia, tratta da quell’opera, che racconta da sola altre vite in transito, o meglio, in attesa: è ritratto, infatti, un gruppo di disoccupati di Scutari, seduti sui gradini dello stadio, ad aspettare di essere reclutati per un lavoro a cottimo. E’ notte e ognuno di loro ha con sé un generatore di corrente: una luce fioca che illumina volti seri e segnati dal freddo; una luce tenue ancora di speranza.

La speranza, o l’illusione, dei protagonisti anche del video intitolato Centro di permanenza temporaneo: lo spettatore si trova di fronte a una scena di mobile immobilità, l’aeroporto come luogo di transito per eccellenza, ma anche non-luogo.  La scaletta del velivolo piena di persone pronte a partire…ma manca l’aereo e i migranti restano sospesi nel vuoto.

mercoledì 30 gennaio 2013

Cittadinanza e disabilità: il caso del ragazzo di origini albanesi, affetto dalla sindrome di Down



“Sono una cittadina albanese che vive regolarmente in Italia da molti anni. Mio figlio è nato qui e ha appena compiuto 18 anni, ma è affetto dalla sindrome di Down. Può diventare cittadino italiano entro il compimento del suo diciannovesimo compleanno? Posso presentare io per lui la domanda al Comune di residenza?”.
Questa è la lettera riportata da varie testate e anche dal sito www.stranieriinitalia a cui ha fatto seguito la risposta, anch'essa rimbalzata su vari giornali e sul sito del Corriere della Sera: la risposta alla domanda posta dalla signora è negativa. La richiesta di cittadinanza, da parte del figlio, è stata respinta perchè il ragazzo down è considerato “incapace di intendere e di volere” e, perciò, non idoneo a presentare tale richiesta.
Il Dott. Gaetano De Luca - avvocato della Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità) - ha spiegato che: “Lo scoglio sta nel giuramento, passaggio imprescindibile quando si vuole ottenere la cittadinanza per un diciottenne straniero nato in Italia. Si tratta di un atto personalissimo e dunque nessuno, neanche il genitore o un amministratore di sostegno nominato dal Tribunale, può pronunciarlo per conto di un figlio o di un tutelato”
Anna Contardi, coordinatrice nazionale Aipd (Associazione Nazionale italiana Persone Down) ha aggiunto: “ Riteniamo grave negare il diritto di cittadinanza a una persona straniera con sindrome di Down per un pregiudizio di incapacità di effettuare il giuramento richiesto. Tra le persone con sindrome di Down c'è una grande variabilità e, negli ultimi anni, abbiamo visto alcune persone affette dalla sindrome, andare a lavorare e crescere in autonomia. Crediamo che questo episodio cozzi con lo spirito di accoglienza verso i giovani stranieri auspicato di recente dallo stesso Presidente Napolitano e tanto più necessario nei confronti di persone in difficoltà: il nostro Paese è noto per le sue scelte inclusive nei confronti di persone con disabilità e non vogliamo tornare indietro”.
Questa situazione non riguarda solo il ragazzo di origini albanesi, ma molte altre persone (ad esempio Cristian, di madre colombiana e nato in Italia); così come i 10.500 alunni immigrati con disabilità intellettiva delle scuole italiane, secondo i dati del Ministero dell'Istruzione, relativi all'anno scolastico 2009-2010.
L'associazione Ledha fornirà supporto legale alla madre e al ragazzo di origini albanesi e, sempre secondo l'opinione dell' avvocato De Luca: “Basterebbe che l'Italia rispettasse la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, ratificata nel nostro Paese con la legge n.18 del 2009. Tale legge obbliga gli Stati firmatari a riconoscere alle persone disabili il diritto di cambiare cittadinanza”.

martedì 8 gennaio 2013

La nave dolce, film documentario di Daniele Vicari

E' l' 8 agosto1991, la nave mercantile Vlora sbarca al porto di Bari con più di ventimila albanesi, persone che fuggono da un Paese dove non c'è libertà. Si sono rovesciati sul mercantile - di ritorno da Cuba - costringendo il capitano a fare rotta verso l'Italia. All'epoca, in Italia, gli immigrati erano poco più di 300.000
Daniele Vicari - con il suo ultimo documentario intitolato La nave dolce, vincitore del premio "Pasinetti" all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia - restituisce quel pezzo di Storia recente che rimane attualità. Il regista costruisce il film attraverso le testimonianze, le interviste di oggi ai protagonisti di ieri: i migranti e i cittadini italiani che, sconcertati dall'arrivo nella città pugliese di quella massa umana, si sono dati da fare, insieme alle forze dell'ordine e agli operatori del volontariato, per dare a tutte quelle persone accoglienza e una sistemazione. Uno stadio di calcio vuoto - dopo lunghissime operazioni di sgombero del porto - diventa la provvisoria dimora di uomini, donne, bambini. Tra loro: Kledi Kadiu, che diventerà il ballerino famoso di un programma televisivo; Eva Karafili, ora traduttrice in Puglia; Robert Budina, regista. Ma molte di quelle persone sono state rimpatriate o non hanno avuto fortuna. 
Il documentario è arricchito da immagini di repertorio con cui l'autore sottolinea le difficoltà nel gestire l'emergenza da parte del Sindaco e del Presidente della Repubblica; inserisce suoni amplificati per rendere lo stato di straniamento, paura e confusione provato da sbarcati e soccorritori; cattura i volti e le parole, facendo interloquire gli intervistati con una voce fuoricampo su sfondo bianco, in contrasto con le immagini caotiche e colorate trasmesse dalle televisioni italiane e albanesi.
La nave dolce...perchè quel mercantile trasportava zucchero e "aiutava a tenere viva l'anima". Ma quei viaggi, quegli sbarchi, quelle esistenze hanno ben poco di dolce. Da allora sono trascorsi 21 anni e oggi in Italia vivono più di quattro milioni di stranieri.

Se siete interessati e volete continuare a informarvi sul tema dell'immigrazione, potete leggere l'intervista a Lemnaouer Ahmine, regista del documentario La curt de l 'America cliccando sul link http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/11/conoscere-raccontare-denunciare/

oppure l'intervista a Gaia Vianello, autrice del documentario Aicha è tornata sul tema del fenomeno dell' IMMIGRAZIONE  DI  RITORNO, cliccando sul link   http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/12/dalleuropa-al-marocco/