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sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




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mercoledì 11 novembre 2015

Niente sesso, siamo egiziani!

di Monica Macchi











Per tutto il tempo che vivi o ti muovi dentro al Cairo,

sei costantemente denigrato. Sei destinato a incazzarti.

Anche se impieghi tutte le forze della Terra

non puoi cambiare questo destino.





 


 
Una Cairo post-moderna sporca, inquinata, sovraffollata, piegata alle leggi del consumismo: qui Bassàm, il protagonista di استخدام الحياة (Istikhdam al-Hayat -“L’uso della vita”- Il Cairo, Dar al-Tanwir, 2014) si barcamena tra sesso, droghe e alcol cercando di sfuggire dalle grinfie dei bauab. i portinai che lo bloccano quando cerca di salire a casa delle amiche. In particolare in un capitolo (che gli arabofoni possono gustare online a questo indirizzo http://ahmednaje.net/2014/07/fiv/) c’è una descrizione molto esplicita di un rapporto sessuale con una donna più grande. Ebbene per questo il 14 novembre lo scrittore, giornalista di Akbar el Adab (prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni) e blogger egiziano Ahmed Naji (ecco il suo blog وسع خيالك “Allarga la tua immaginazione” http://ahmednaje.net/category/english/) ed il suo editore Tareq al-Taher dovranno difendere loro ed il libro dall’accusa di offesa alla morale per il suo “contenuto sessuale osceno”. In base all’articolo 187 della legge 59 del 1937 rischiano due anni di carcere e una multa tra le 5000 e le 10000 ghinee (tra i 600 e i 1000 €).
Questo libro è un lavoro ibrido: in parte prosa, in parte graphic novel di Ayman El-Zorkany le cui tavole sono state esposte in gallerie d’arte sia ad Alessandria che al Cairo senza alcun problema. E’ stato stampato in Libano da Dar al-Tanweer e quindi ha già ottenuto un visto per essere pubblicato in Egitto ma questo non lo protegge dall’essere portato in tribunale….qualora ci sia una denuncia formale. Joe Rizk di Dar al-Tanweer, ha scritto che si segue uno schema comune: “un libro è disponibile per un certo periodo finchè arriva un reclamo e poi una denuncia per il contenuto offensivo”…come del resto è successo nel 2008 per “Metro” di Magdy al-Shafee con multa e confisca di tutte le copie e ci sono voluti ben cinque anni e il successo e le traduzioni internazionali (per l’Italia è disponibile alla casa editrice “Il Sirente” acquistabile qui http://www.sirente.it/prodotto/metro-magdy-el-shafee/) per trovarlo anche in Egitto.

martedì 8 settembre 2015

Expo in città: a Milano due mostre di Sara Montani sul tema "La carta dei diritti"






14 - 19 settembre 2015 | La Carta dei Diritti | Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande
9 - 16 ottobre 2015
| La Carta dei Diritti. Arte e Diritti | Casa dei Diritti - Comune di Milano



La Carta dei Diritti, mostra personale dell’artista e operatrice culturale Sara Montani, è la terza tappa di un progetto articolato in quattro momenti espositivi per raccontare attraverso l’arte gli articoli fondamentali della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: due mostre in successione che, partendo da memorie di giochi infantili, ci parlano del rapporto tra arte e diritti: diritto alla vita, alla famiglia, al gioco, alla libertà.

Dopo le precedenti esposizioni tenutesi presso la Galleria delle Lavagne e la Biblioteca Sormani di Milano, Sara Montani presenta una selezione di incisioni calcografiche su fogli di grande formato realizzate dall’artista attraverso le tecniche dell’acquaforte, della cera molle e del monotipo, insieme ad alcuni libri d’artista. Vesti, abiti e presenze vegetali: questi alcuni dei soggetti a cui l’artista ricorre per portare avanti la sua riflessione e la sua poetica.

La personale, a cura di Luca Pietro Nicoletti e inserita nel progetto Expo in Città supportato dal Comune e dalla Camera di Commercio di Milano, si tiene presso lo storico Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande, ospitato all’interno di una casa del XVII secolo affacciata sul Naviglio. Con inaugurazione lunedì 14 settembre alle ore 18, La Carta dei Diritti sarà aperta al pubblico fino al 19 dello stesso mese in Alzaia Naviglio Grande 66.



I temi proposti saranno oggetto della tavola rotonda che si terrà presso la Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani il giorno 28 settembre alle ore 18.15; modererà Vittorio Schieroni (Made4Art), interverranno Luca Pietro Nicoletti (storico dell’arte), Sara Montani (artista), Monia Pavone (stampatrice), Susanna Vallebona (edizioni Esseblu), Anna Maria Gandolfi (Gaia Edizioni).

14 - 19 settembre 2015 | Inaugurazione lunedì 14 settembre, ore 18
La Carta dei Diritti | Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande
Alzaia Naviglio Grande 66, 20144 Milano
Un evento: Expo in Città
Da martedì a sabato ore 16 - 19
Tel. / fax: 02.58112621

domenica 30 agosto 2015

Nidaa Badwan e l’arte a Gaza




di Monica Macchi






L’isolamento è l’unico modo che ho trovato per sfuggire al giogo della società.

E’ l’unica cosa che mi permette di avere uno spazio di espressione e libertà”





Di fronte allo stillicidio di una guerra quotidiana, alle macerie e all’oppressione religiosa, l’artista Nidaa Badwan ha scelto di vivere reclusa nella sua stanza a Dayr al-Balah, nel sud di Gaza, dal dicembre 2013. Laureata alla Facoltà di Belle Arti dell’Università Al-Aqsa ha fatto dell’isolamento un progetto fotografico dal titolo “Cento giorni di solitudine”, (esplicito omaggio a Gabriel García Márquez), in mostra in questi giorni al Centro Culturale di Ramallah. Sono quattordici autoritratti costruiti come nature morte dai colori forti che ricordano la pittura fiamminga, una risposta alla mostra “Also this is Gaza” (Anche questo è Gaza), in cui aveva presentato una testa di donna chiusa in un sacchetto di plastica, metafora del soffocamento che già avvertiva. La foto ha attirato l’attenzione di Anthony Bruno, direttore dell'Istituto Francese di Gaza, che le ha organizzato una mostra presso la Galleria di al-Hoash a Gerusalemme Est. Ma le autorità israeliane non le concedono il visto come del resto non gliel’hanno concesso neppure per la mostra a Ramallah: le sue opere possono uscire da Gaza, lei no.


mercoledì 15 luglio 2015

Macerie: l'impegno dei pacifisti israeliani per la causa palestinese





Intrecciando cronaca e letteratura, Miriam Marino racconta l’impotenza dei pacifisti israeliani, sullo sfondo delle due Intifade, il cui impegno si assottiglia e s’infrange contro il muro dell’odio e dei grandi interessi. Nessuno spazio di vita è esente dal dolore. Tikva, la protagonista, però, ha scelto il suo campo. E un “dolore diverso” da quello che l’attanaglia da mesi la raggiunge a Hebron. La bellezza di Jamal la colpisce “come un pugno allo stomaco”, portando per un attimo l’illusione di poter chiudere la porta all’angoscia. Ma la parola “Tajush”, che in arabo vuol dire “insieme”, non sarà per domani. E nell’epilogo del romanzo, lucido e intenso come l’impegno dell’autrice per la causa palestinese, emerge una “dolorosa consapevolezza” : il genocidio dei palestinesi continua, “avvolto nella menzogna e nel silenzio” di quel discorso mediatico che dipinge i conflitti a misura dei potenti. Dalla Prefazione di Geraldina Colotti Giornalista de "Il Manifesto"





L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Myriam Marino e la ringrazia molto.




Un romanzo che parla di attualità: Tikva, la protagonista, cosa rappresenta all'interno di uno scenario e di una guerra tra due popoli che continua da decenni?


Tikva è come un ponte tra due realtà, due culture, due punti di vista. E’ cresciuta credendo di essere ebrea, per di più ha un temperamento mistico e assorbe, come una linfa vitale per la sua spiritualità, gli insegnamenti della religione che crede essere la sua. Ma la sincerità di tale adesione, l’onestà di intenti di Tikva esigono la coerenza del comportamento rispetto all’interiorità, e la giustizia per lei non è una prostituta che può vendersi a chiunque possa pagarla, per questo scopre presto dietro alle chiacchiere vane la vera natura e gli intenti del paese in cui vive, non solo per quanto riguarda i politici e le loro scelte, ma anche la popolazione a partire dai suoi parenti. Quando nella sua vita irromperà la rivelazione sconvolgente che la inscriverà nella storia palestinese, dopo un trauma iniziale Tikva assumerà su di se anche il carico di questa appartenenza e lo farà con la stessa passione e con la stessa sincerità. Il suo è un percorso di coscienza che la porterà al disvelamento di tutte le menzogne, al guardare negli occhi le vittime, a riconoscere la meschinità e la feroce violenza dell’occupazione israeliana che uccide tortura imprigiona rende la vita impossibile a un popolo intero piangendo e dichiarandosi vittima mentre distrugge, a capire che non c’è una guerra in corso ma un’aggressione sistematica rinnovata ogni giorno e a fare alla fine una scelta di campo. In tutti i momenti della storia Tikva non è mai estranea nè al mondo ebraico nè a quello palestinese, conosce bene entrambe le anime perciò la sua scelta ha un profondo significato. Ma racchiuso nel suo nome c’è anche un pensiero di speranza, speranza è infatti il significato di Tikva in ebraico.


Uno dei temi principali del libro è quello dell'identità: vuole anticipare una riflessione?


Noi umani, in genere, abbiamo bisogno di qualcosa di solido che ci dia sicurezza, che ci racconti chi siamo qual’è la nostra storia, i nostri miti, le leggi interiori a cui ci dobbiamo attenere, e anche le nostre forme d’arte, la nostra cucina, la lingua, insomma qualcosa di certo che ci identifichi, questo accade quando si assume un’identità. In Terra Santa la faccenda dell’identità è profonda e radicata per questo non ne potevo prescindere scrivendo questa storia, ma l’identità forte di Tikva come ebrea renderà forte anche la sua scelta e l’identità forte dei giovani palestinesi che vogliono la libertà nella loro terra renderà ancora più eroiche le loro lotte.
Personalmente riconosco una sola identità: quella di umano appartenente al mondo umano, per me è anche troppo, anche se la mia storia personale non mi permette di liberarmi in un colpo solo di appartenenze che comunque mi hanno formato. Questo superamento dell’identità, che a volte può diventare una gabbia, è accennato nel libro a pag 123, quando Avi consola Tikva in preda allo smarrimento, all’indomani della morte del suo amico Shadi. “Se tu fossi soltanto te stessa?” le dice.


Qual è la situazione dei giovani palestinesi oggi? Quali i loro sogni e quali le loro possibilità...

I giovani palestinesi vivono la tragica situazione dell’occupazione militare israeliana con tutto ciò che questo comporta di sospensione della vita, di checkpoint, di arresti, detenzione amministrativa e quant’altro. Israele si accanisce in modo particolare sui giovani e sui bambini per spezzare la resistenza e il futuro. I genitori dei bambini arrestati subiscono un trauma terribile e i bambini del tutto indifesi nelle mani dei carcerieri subiscono un trauma ancora più grande che condizionerà tutta la loro vita, questo serve a stroncare la resistenza al suo nascere. I loro sogni sono quelli di tutti i giovani, essere liberi, studiare e circolare liberamente, poter viaggiare, non dover chiedere un permesso per ogni sciocchezza, vivere da uomini liberi. I giovani palestinesi sono molto creativi, li troviamo attivi in ogni forma d’arte, a Ramallah ho assistito a uno spettacolo di danza da mozzare il fiato e i danzatori erano bambini e adolescenti, i bambini di Gaza si costruiscono da soli meravigliosi acquiloni con i quali riempiono letteralmente il cielo di colori. Sono bravissimi anche nello sport e sappiamo che cosa fa Israele per stroncare la vita e la carriera dei giovani calciatori. Le loro possibilità ovviamente sono legate alla fine dell’occupazione che spezza qualsiasi iniziativa ogni volta che vuole e blocca qualsiasi manifestazione culturale anche se a carattere internazionale con la partecipazione di artisti e scrittori da tutto il mondo.



Interessante il rapporto tra Tikva e il padre israeliano: come si sviluppa questa relazione? E che ruolo ha la madre?

Il padre di Tikva è un progressista israeliano, laico e abbastanza razionale per capire dove sono le ragioni e dove i torti, ma manca di empatia, come la maggior parte degli israeliani la sua percezione dei palestinesi è negativa. La paura gioca anche per lui un ruolo fondamentale che si esprime nei vani tentativi di tenere separate madre e figlia. Ha però un alibi: il matrimonio fallito con la madre di Tikva e l’abbandono di costei. Il rapporto tra padre e figlia è sereno fino a che la figlia non scopre la sua seconda identità, nascerà una crisi che si risolverà solo verso la fine della storia quando quest’uomo deciderà di esprimere la parte migliore di se e lasciando vecchi rancori e rimpianti di cui si era nutrito sceglie di avere una nuova relazione con un’attivista pro-Palestina. Il suo rapporto con Tikva è sempre stato superprotettivo in quanto non doveva proteggere solo l’incolumità fisica e psicologica di sua figlia, ma anche il suo equilibrio, la sua interiorità di fronte ai possibili assalti dall’esterno che infatti puntualmente ci saranno. Quando le scelte di Tikva saranno conclamate non avrà più bisogno di mantenere questo controllo. La madre avrà il ruolo di portarla per mano all’interno del suo nuovo mondo e della sua nuova famiglia, di farle scoprire il calore e la dolcezza degli affetti familiari, di mostrarle il lato allegro e tenero della sua nuova vita.




Ci spiega il significato profondo del titolo ?

Non avrei voluto dare a questo libro un titolo così drammatico, ma per quanto ci abbia pensato non ne ho trovato uno più adatto. Le macerie ovviamente non sono solo quelle dei palazzi sventrati di Nablus, dei muri delle case crollati del campo profughi di Jenin, della distruzione dell’areoporto e del porto di Gaza, le macerie sono anche quelle che un’intera popolazione si porterà nel cuore, le macerie sono anche quelle delle persone che hanno perso il loro equilibrio psicologico, sono anche le macerie dell’anima di chi sarà stato distrutto nella propria interiorità dal veleno corrosivo della violenza israeliana e risponderà al suo livello, le macerie sono quelle del futuro che sarà sempre più difficile visualizzare.


Da dove nasce questo suo lavoro?

Questo è il terzo libro in cui scrivo dell’Intifada, ma in questo più che nei precedenti, i quali erano raccolte di racconti in cui scrivevo anche di altri argomenti affini. In questo libro, che essendo un romanzo mi ha dato la possibilità di dispiegare di più nel tempo la storia, racconto anche della prima Intifada che è importante non solo per la lotta esemplare che è stata, ma anche perchè serve per capire lo scoppio della seconda Intifada. Nella seconda Intifada la lotta era diventata disperata e la repressione inenarrabile, inconcepibile disumana. Ne avevo sentite di tutti i colori, ma la seconda Intifada che seguii giorno per giorno, con un carico di morte e distruzione che non sembrava mai finire, mi sconvolse in modo particolare e mi riempì di tristezza, di dolore e di rabbia come non era mai successo prima. Il romanzo nasce dal bisogno di raccontare, di esprimere, di lenire questi forti sentimenti, ma anche dal bisogno di spiegare attraverso una storia che cosa è successo realmente, e che cosa significa occupazione militare israeliana.
  
   


domenica 28 giugno 2015

Non solo cibo: l'Arte contemporanea degli artisti romeni a Expo2015




Inaugurazione: 1 luglio 2015, ore 16 00 presso il Padiglione della Romania

     testi a cura di di Tatiana Martyanova - critico d'arte




Per me i colori sono degli esseri viventi, degli individui molto evoluti che si integrano con noi e con tutto il mondo. I colori sono i veri abitanti dello spazio. Yves Klein


Siamo nel Padiglione Romania all’Expo 2015 a Milano, all'interno di un tipico villaggio romeno “nascosto” e “ritrovato” nella capitale italiana dell’arte contemporanea. 

In questo apparente antagonismo ci troviamo di fronte a opere d’arte, in un percorso tra passione, energia e contemplazione, tutte create ad hoc per l’evento unico di Expo 2015.

A rappresentare gli Artisti romeni in mostra per Expo 2015 ci sono Cristina Lefter, Calina Lefter, Lavinia Rotocol, Nelu Pascu, Tudor Andrei Odangiu e Leonard Regazzo, artisti che da anni vivono nel Belpaese trasmettendo la loro cultura nei versi delle proprie “poesie visive”. 

Nel continuo divenire artistico, tre donne e tre uomini rintracciano la propria identità culturale, spesso tramite la commemorazione dei più grandi personaggi del paese d’origine. Così diversi negli stili e nelle tecniche, dalla pittura olio su tela, agli smalti e acrilici in tecnica mista, alla fotografia, gli artisti raccontano le loro verità del visibile. Il colore è l’unico elemento indispensabile a metterli tutti in comunicazione.

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Cristina Lefter, classe 1976, presenta in mostra una nuova visione della propria arte. Con la sua caratteristica tecnica dripping fa gocciolare gli smalti su tela creando così dei mondi misteriosi. A rispecchiare la sua personalità artistica forte e passionale sono i colori sgargianti che plasmano un’evoluzione figurativa dalla tradizione all’astratto action painting di Jackson Pollock, creando così una magia. Il quadro presentato all’Expo 2015 infatti nasconde un enigmatico volto e invita lo spettatore a scoprirlo, velato nelle linee astratte: vi è Maria Tănase, la “Edith Piaf” romena. La cantante dipinta così appare all’Esposizione Mondiale per la seconda volta dopo quella di Parigi 1937 dove rappresentò la Romania.

I colori dei pensieri, invece, costruiscono i quadri di Calina Lefter, classe 1978. Con la tecnica mista su tela l’artista cerca di oltrepassare i confini della realtà creando attraverso i paesaggi romeni, un ricordo, un pensiero, un momento. In occasione dell’Expo 2015 l’artista fa un omaggio al poeta storico romeno Mihai Eminescu, con dei colori teneri ma d’intensità unica, che ci inoltrano nel profondo della poesia pura.

Il lavoro di Lavinia Rotocol (1967) è una ricerca sulla natura di emozione, che l'artista definisce “eternità effimera”. Attraverso i colori di struttura leggera e la pennellata decisa Rotocol fa emergere l’energia, la verità da qualsiasi momento della vita: come se fossero dei frammenti del cinema catturati in un attimo fuggente. Entrando nell’atmosfera delle emozioni, si crea così l' “Energia”.

Tudor Andrei Odangiu, nato nel 1976, è un decoratore e restauratore di opere d’arte, affreschi e mobili. Questo influenza molto il suo stile: lavora spesso con il passato e quindi tutta la sua opera artistica ha un forte legame con la tradizione. Come afferma lui stesso, il particolare interesse verso la pittura fiamminga lo aiuta a portare la luce all’interno del quadro. Sono i colori luminosi a trasmettere il carattere e la passione dell’artista, racchiusi nel tema della lotta, della forza e della passione. Non a caso a lottare sull’arena dei colori sono sovente i tori, ciclicamente protagonisti nella storia delle arti visive, qui studiati con scrupolosa attenzione artistica.

Nelu Pascu, nato nel 1963, è un artista affermato in Romania, lavora nell’ambito dell’astratto concettuale. Spesso però si dedica anche al figurativo dipingendo soprattutto delle città, a volte facendole vedere come le mappe dei percorsi quasi planimetrici, come se fossero viste e vissute dall’alto. La scelta cromatica e quella materica nelle sue opere è sempre dettata da un bisogno interiore, ribadisce Nelu Pascu, non è mai la mente a comandare la sua pennellata. La sua arte non è razionale bensì proveniente dall’animo del pittore con un forte legame con le proprie radici che senza dubbio influenzano tutto il lavoro dell’artista, sia a livello della tecnica sia nei temi elaborati. Il colore nasce dalla luce. Sappiamo che scrivere con la luce è la prerogativa della fotografia, traendo il significato dall’etimologia stessa della parola.

Leonard Regazzo, 1970, dipinge con la luce – lavora con la fotografia, riflettendo sulla realizzazione d’immagini fotografiche senza utilizzo della machina stessa. L’artista elabora quindi la tradizione dei fotogrammi di Moholy-Nagy come anche dei rayogrammi di Man Ray. Il lavoro di Regazzo potrebbe essere definito come creazione enigmatica delle nuove materie (l’artista scansiona le bolle di sapone lanciando una lunga ripresa ad alta risoluzione): fortemente astratte queste figure sullo sfondo nero, portano lo spettatore nell’immenso infinito. Tutti gli artisti romeni in mostra vivono in Italia, sono giovani e ambiziosi nell’acquisizione del ruolo di messaggeri tra i loro due paesi, rapportandosi armoniosamente ai valori del proprio patrimonio culturale. La scoperta del proprio universo artistico nel profondo dell’anima di ognuno di loro racchiude un contributo alla propria cultura, una ragione di vita



lunedì 22 giugno 2015

La mobilitazione degli artisti israeliani contro le politiche culturali del governo




di Monica Macchi




L’organo di rappresentanza delle istituzioni culturali israeliane ha chiesto a tutti gli artisti, scrittori, sindacati e istituzioni ed organizzazioni culturali, di riunirsi e decidere come mobilitarsi contro le politiche culturali del nuovo governo israeliano e in particolare contro il ritiro dei finanziamenti e le minacce di sanzioni nei confronti di due storici teatri arabo-israeliani.

Ha iniziato la Ministra della Cultura e dello Sport, Miri Regev, che ha minacciato di togliere i finanziamenti a un teatro di Jafa se il suo direttore arabo-israeliano, continuerà a rifiutarsi di partecipare a produzioni al di là della Green Line, e ha continuato il ministro dell'Istruzione Naftali Bennett che ha ritirato il finanziamento a “Tempo Parallelo”, uno spettacolo teatrale ispirato alla vicenda di Walid Daka. Il 6 agosto 1984, alla vigilia del digiuno di Tisha B'Av, il soldato Moshe Tamam viene rapito vicino a Netanya e ritrovato morto pochi giorni dopo. Per questo omicidio sono condannati all'ergastolo (pena poi ridotta a 37 anni dal presidente Shimon Peres nel 2012) quattro arabi israeliani, affiliati al FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) tra cui appunto Daka che nel frattempo, si è laureato in legge, ha pubblicato un libro su “Ridefinire la tortura”, scrive editoriali per diversi giornali e nel 1999, è stato il primo prigioniero palestinese che ha avuto il permesso di sposarsi in carcere e ha fatto una lunga battaglia legale per ottenere il permesso sponsale. E proprio da questo punto (e spunto) parte lo spettacolo teatrale che attraverso i tentativi dei suoi compagni di cella di contrabbandare materiali per costruirgli un oud come regalo di nozze, vuole raccontare la vita quotidiana dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Lo spettacolo nasce da esperienze di laboratori teatrali del regista Bashar Murkus che ha raccolto interviste e scritti di vari prigionieri quindi sia il regista che Adnan Tarabash, il direttore del teatro, hanno rivendicato la libertà artistica sottolineando che il pezzo è un adattamento e hanno minacciato azioni legali perché “dire che Walid Daka ha dettato la sceneggiatura è pura diffamazione”. Inoltre il direttore del teatro ha denunciato che la famiglia Tamam, alcune associazioni e politici locali stanno strumentalizzando e fomentando dolore e lutti per mettere a tacere Al-Midan un teatro “scomodo” che attraverso la voce araba solleva questioni fondamentali per la società israeliana. E non solo Adnan ha provocatoriamente chiesto se “Siamo forse in un regime totalitario?” ma anche Zahava Gal, leader del partito di sinistra Meretz, ha sostenuto che “la cultura in Israele è in pericolo perché la volontà di imbavagliare chi non si allinea col regime è un chiaro segno di una deriva fascista dello Stato”. Da parte sua la ministra Regev ha ammonito che “è giunto il momento di porre fine ai filmati sulla Nakba e sul diritto al ritorno, bisogna smettere di finanziare organizzazioni che sostengono il terrorismo e il tradimento, fissando linee guida chiare in materia di istruzione, cultura e sport”.

Ma non è solo il teatro ad essere nel mirino del governo: è di pochi giorni fa la notizia che verrà istituita una commissione per valutare se “Beyond the Fear”, una co-produzione israelo-lettone-russa ha i requisiti per partecipare al Jerusalem Film Festival festival. Il regista è Herz Frank, figura fondamentale del documentario poetico della scuola di Riga che ha costruito questo suo lavoro su Ygal Amir, l’assassino di Itzak Rabin, attraverso interviste con la moglie Larissa Trimbobler.

lunedì 1 giugno 2015

Una riflessione su «Il silenzio e il tumulto» di Nihhad Sirees

 






di Monica Macchi     (da La bottega del Barbieri)





La settimana scorsa a Milano l’Associazione per i Diritti Umani ha organizzato un incontro sui profughi in fuga dalla Siria, la cui situazione è stata raccontata attraverso il romanzo «Il silenzio e il tumulto» (*) di Nihhad Sirees.

Il titolo è la chiave di lettura del libro: il Tumulto è quello del potere e della propaganda del regime mentre il Silenzio è di vari tipi; può essere il silenzio della prigione, della tomba, quello che evita i guai, quello che permette ai suoni melodiosi di arrivare fino a noi ma è anche il silenzio in cui è ridotto Fathi, uno scrittore-giornalista accusato di essere “non-patriota” e che nel giorno del 20° anniversario della presa del potere del Leader cerca di sfuggire al tumulto delle manifestazioni.

Il libro è il racconto di questa giornata in cui si intrecciano diverse storie (uno studente picchiato, un medico che si interroga sul nome da dare alla perdita di rispetto per la vita umana, alcuni addetti agli interrogatori…) e diventa un ritratto dei meccanismi del regime attraverso la paura, la responsabilità e l’Arte. Se la paura è l’arma predominante, si intreccia strettamente alla responsabilità individuale (l’autore scrive “siamo schiavi per colpa nostra” lanciandosi in una dissertazione sulla differenza tra i Persiani e i Macedoni nella divinizzazione di Alessandro Magno…) ma soprattutto dell’intellettuale che si ribella “non per il gusto di ribellarsi ma perché non gli piace quello che succede”. Infatti l’arte diventa «patriottica» che sa manipolare l’umore nazionale e suscita l’ardore per il Leader: gli slogan vengono creati da poeti in quanto la poesia, e in particolare il ritmo e l’allitterazione, impedisce la riflessione e dissolve l’individualità nella folla. Ma oltre alla ribellione aperta ci sono altre strategie di resistenza incarnate dalle 3 figure femminili: Lama, l’amante, Samira, la sorella e Ratiba Khanem, la madre. La madre rappresenta la scelta dell’indifferenza, del “lasciar perdere” perché le vicende quotidiane sono prive di importanza e la compensazione è la cura dell’aspetto esteriore: pur di assecondare la sua fragile vanità, tradisce gli ideali del figlio e anche la memoria del padre. L’amante rappresenta il sesso, un grido contro il silenzio che restituisce l’equilibrio e toglie le maschere del pudore e della vergogna permettendo di ridere e scherzare. La sorella rappresenta l’umorismo e l’ironia (si può ridere del Partito ma non del Leader) ma anche l’auto-ironia e alla fine del libro dà il consiglio fondamentale per sopravvivere nel regime: “sii idiota tra gli idioti e ridine”.




(*) Pubblicato in Libano nel 2004 e poi tradotto in tedesco, francese, inglese (ha vinto il Premio Pen Writing in translation nel 2013) e ora in italiano dalla casa editrice Il Sirente.


giovedì 14 maggio 2015

Progetto DONNE TEATRO DIRITTI


  


    
Sperando di fare cosa gradita, l'Associazione per i Diritti Umani vi segnala lo spettacolo seguente, con una promozione dedicata ai nostri lettori.
Dal libro di Ileana Alesso, Il Quinto Stato, dal Museo di Pellizza a Volpedo e dagli Archivi degli eredi (Famiglia Del Conte) Partendo dalle origini del capolavoro esposto nel Museo del Novecento a Milano e grazie alla meticolosa ricostruzione dell’avv.Ileana Alesso,vivono sulla scena 100 anni di leggi sul lavoro delle donne,di conquiste,di diritti negati,persi e riguadagnati. 100 anni di storie,canzoni,film,immagini,poesie. Al centro,le donne. Alcune famose,altre sconosciute.
Dal 20 al 22 maggio 2015 DAL QUARTO AL QUINTO STATO - Storie di donne, leggi, conquiste da un quadro a un libro alla scena. In questa occasione siamo liete di offrire a lei, ai suoi collaboratori, ai suoi lettori e a tutte le donne che visitano la pagina/sito e partecipano alle vostre iniziative, una promozione speciale per assistere allo spettacolo: la riduzione del biglietto d’ingresso a 12,00 € (+1,50€ prev.), per tutti i giorni di rappresentazione nei giorni 21 e 22 maggio. Mentre per la data del 20 maggio, in occasione della prima dello spettacolo riduzione del biglietto d’ingresso a 8€ presentando questa comunicazione.

Colgo l'occasione inoltre per ricordarle inoltre che ogni serata verrà introdotta da nostre ospiti:
mercoledì 20 maggio 2015
Elisabetta Silva Presidente Associazione Nazionale Donne Giuriste, Sezione di Milano e Anita Sonego Presidente Commissione Pari Opportunità Comune di Milano


giovedì 21 maggio 2015
Luisa Bordiga Coordinatrice Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni e Ilaria Li Vigni Presidente Commissione Pari Opportunità Ordine degli Avvocati di Milano


venerdì 22 maggio 2015
Grazia Cesaro Presidente Camera Minorile di Milano e Susanna Galli Giudice Onorario Tribunale per i minorenni di Milano


     
Info e prenotazioni: biglietteria@pacta.org / 0236503740

domenica 15 marzo 2015

Gli ORIZZONTI dei migranti




Esce tra pochissimo, per la casa editrice Carthusia, la versione cartacea del progetto Orizzonti di Paola Formica, legato anche ad una mostra bellissima. Il lavoro verrà presentato alla prossima fiera del libro per ragazzi di Bologna.
Vi riproponiamo l'intervista che abbiamo fatto all'autrice, ringraziandola.







Perchè la scelta di questo soggetto?


Era appena avvenuto il drammatico naufragio del barcone proveniente dalla Libia, stracolmo di profughi provenienti da diversi stati africani, dove hanno perso la vita più di 300 persone.

Mi ha davvero sconvolto. Si è scritto e raccontato molto a proposito. Ho pensato che il Silent Book Contest fosse l’opportunità giusta per raccontare la storia di chi è costretto a lasciare alle spalle una parte di sè, raccontarla una volta in più, senza le parole stavolta, per toccare con le sole immagini altre corde.





Come si è sviluppato il progetto grafico? Per realizzarlo, si è ispirata anche alle immagini che scorrono sullo schermo televisivo?


Il progetto l’ho subito avuto chiaro in testa; l’ho poi buttato giù di getto, uno storyboard veloce a matita e le tavole definitive tutte in digitale. Mi hanno suggerito alcuni spunti, per esempio, la scena della barca in mare di notte o il film Terraferma; altre immagini, i volti delle persone, l’espressione dei loro occhi, i mezzi di trasporto stracolmi, viste più e più volte attraverso i media, li ho fissi in mente, indelebili … Il lavoro completo è durato circa due mesi.


Tavole colorate e disegni dal tratto netto: come si può raccontare una storia emozionante senza le parole?


E’ una sfida che si può affrontare essendo emozionati di raccontare qualcosa che può emozionare. “Sentendo” davvero quello che si sta per visualizzare. Forse è così che si riesce a dare alle sole immagini la forza che di solito hanno le parole.


E' un lavoro che si rivolge agli adulti e anche ai più giovani: qual è il messaggio che ha voluto mandare con questo suo lavoro?

E’ un messaggio di apertura, un invito ad ampliare lo sguardo, ad andare oltre al proprio orizzonte e guardare verso l’orizzonte degli altri, visto da altri punti di vista: come limite, punto d’arrivo, miraggio, incognita, incanto di colori, speranza.




martedì 3 marzo 2015

Dall'atroce attualità alla riflessione artistica



Bernabè Abrham e Hilda Legideno Vargas sono due genitori dei ragazzi fatti sparire in Messico lo scorso 26 settembre; i giovani erano studenti della “Escuela Normal di Ayotzinapa” e, in base all'inchiesta in atto, sarebbero stati uccisi da un cartello di narcotrafficanti locale, i Guerreros Unidos.

I due genitori hanno dichiarato che il governo non ha dato loro alcun appoggio, per cui si sono rivolti alle Nazioni Unite, a Ginevra e a Bruxelles per chiedere che sia fatta luce sull'accaduto: “ In Messico non c'è giustizia per i poveri. Per questo chiediamo di venire ascoltati, che si faccia giustizia. Io rivoglio mio figlio vivo”, ha dichiarato la Sig.ra Legideno, dopo che il procuratore generale, Jesus Murillo Karam, aveva loro annunciato che i 43 ragazzi sarebbero stati assassinati e i loro resti dati alle fiamme.




Parte anche da notizie tragiche come questa, la ricerca artistica di Marcello Gentili. Cattolico, figlio di un libero pensatore e nipote di un rabbino, Gentili è un noto avvocato penalista: ha patrocinato i familiari di Pinelli, ha seguito l'iter giudiziario di Sofri, ma soprattutto si è dedicato ai parenti dei desaparecidos, difesi gratuitamente, riuscendo ad ottenere l'estradizione di Priebke e la condanna degli alti ufficiali argentini, resposanbili delle morti e delle sparizioni di tanti giovani dissidenti. 


Un vero e proprio Maestro, un uomo colto, un'arte raffinata e profonda, la sua: Gentili sceglie, come supporto delle sue opere, testate di quotidiani – una frase, un titolo, una fotografia – e disegna con i pastelli figure apparentemente stridenti con le parole: una magra e pallida modella sulla pagina del giornale trasfigura nel ritratto di Hannah Arendt; una nonna palestinese che vuole vendicare il nipotino ucciso dagli israleliani si accompagna al ritratto di Simone Weil; un bel giovane modello seminudo è accostato all'immagine di una bimba africana con una tanica...

Esempio, quindi, di Arte povera, quella dell'artista è una ricerca artistica che parte dall'attualità, che fa riflettere, usando la tecnica delle associazioni mentali, per chi ha sensibilità e pensiero critico: i suoi tratti, spesso delicati nel raccontare storie tragiche, evocano la negazione dei diritti fondamentali, la richiesta di Giustizia, l'attenzione verso gli “Altri”. Il suo lavoro fa riferimenti alti a filosofi e pensatori – Nieztsche, Wittgenstein, Giordano Bruno – a poeti e pittori – Alda Merini, Rumi, Caravaggio – che rimettono al centro la spiritualità e i valori umani positivi. Il Bene e la Bellezza che devono trionfare sul Male, ma a partire, prima di tutto, dalla coscienza di ciascuno di noi.

lunedì 8 dicembre 2014

Quando Beethoven si fa contemporaneo





7 dicembre 2014: inizia, alle 18.00 a Milano, la prima della Scala che apre la stagione artistica con il Fidelio di Ludwig Van Beethoven.

Fuori dall'edificio del Piermarini gli scontri si fanno accesi: esponenti dei centri sociali e di associazioni per il diritto alla casa montano la sommossa. Alla base delle proteste dei manifestanti, infatti, i temi caldi dell'attualità: il jobs act e la casa per tutti. La polizia è dovuta intervenire, contusioni e ferite da entrambe le parti.

Questo, appunto, fuori.

Ma la novità è quello che accaduto dentro il tempio della musica e della cultura meneghino.

Il maestro Daniel Barenboim ha diretto in maniera eccellente l'unica opera del compositore tedesco, meritandosi 12 minuti di applausi, da loggione e platea, e tanti fiori colorati sul palco.

Vogliamo soffermarci, innanzitutto, sul testo del libretto - scritto da Joseph Sonnleithner, Stephan von Breuning e Georg Friedrich Treitschke - che dal 1803 fa ancora riflettere.

Si basa su un fatto realmente accaduto nel periodo del “Terrore” francese, quando l'autore del romanzo da cui l'opera è tratta accusa pubblicamente il tribunale rivoluzionario di Tours.

Primo atto: l'azione si svolge nella Siviglia del XVII secolo. Don Pizarro è il governatore di una prigione in cui ha fatto imprigionare Florestan, appunto accusatore dei soprusi del potere. La moglie di Florestan, Leonora, si traveste da uomo e prende il nome di Fidelio per entrare nel carcere e capire dove sia rinchiuso l'amato marito. Per fare questo, si fa apprezzare da Rocco il carceriere e conosce la figlia di questi, Marzelline, che si innamora proprio di Fidelio. Ma Fidelio/Leonore decide di ingannare Rocco e Marzelline pur di entrare nei sotterranei della prigione e salvare il marito.

Atto secondo: Pizzarro ordina a Rocco di scavare la fossa a Florestan perchè è intenzionato a ucciderlo, prima che arrivi il Ministro in città. Rocco chiede aiuto proprio a Fidelio che, suo malgrado, accetta la terribile situazione: scende negli inferi, si rende conto in che situazione sopravvivono i detenuti, cerca di portare conforto e, intanto scava la fossa. Ma arriva il Ministro, esempio di equità, che ascolta il resoconto dei fatti e libera i protagonsiti e gli altri incarcerati.
 
 

Questa è, brevemente, la trama dell'opera: un testo antico che risulta molto attuale per i temi trattati: i valori della giustizia e della libertà, l'arroganza dei potenti e la speranza affidata al senso di umanità e di pietas, affidati alle donne. E poi l'amore, quell'amore non egoistico, ma che unisce un uomo e una donna, un marito e una moglie, ma che poi si fa amore per tutti.

Ma interessantissima ed efficace è stata anche la messa in scena della regista Debora Warner, e dei suoi collaboratori, che ha trasposto in chiave contemporanea il senso dell'opera: attori con costumi moderni, scenografie attuali, una comunicazione non verbale (gesti ed espressioni) tipiche dell'oggi e anche un bacio tra due donne, su quel palco sacro, come può esserlo quello della Scala di Milano, per andare dritto alla mente e al cuore anche degli spettatori più giovani: perchè proprio a loro bisogna parlare e insegnare che l'Arte è grande quando fa commuovere e apre squarci sul nostro mondo e su ciò che accade intorno a noi.





Tanti i riferimenti alla pittura e anche al cinema classico: ad esempio, alcuni quadri ricordano Metroplis di Friz Lang; la luce nella scena corale del finale, di taglio, riporta alla mente la luce salvifica del Caravaggio. E proprio la luce - che alcuni prigionieri, di colore, non possono vedere perchè bendati - viene poi ritrovata da tutti, grazie alla presa di coscienza dei propri diritti.

Condom lead: guerra, amore e resistenza araba

di Monica Macchi
che ringraziamo sempre


Cosa accade alla comunicazione

nel laboratorio emotivo della guerra ?

La guerra uccide i sentimenti.

Quale preservativo può proteggerci da questo?

L'amore è un'altra forma di resistenza”.

Arab & Tarzan, registi

L'idea per la sceneggiatura di questo film nasce subito dopo l’offensiva israeliana contro la striscia di Gaza del 2008-2009 (infatti il titolo ricalca l’espressione “Cast lead” (Piombo fuso) con cui Israele ha chiamato l’operazione) mentre Arab e Tarzan stavano lavorando con il regista Khalil Al Mozayen a “Anche questo è Gaza” (link http://www.youtube.com/watch?v=bpZMFw-OTYs ) una mostra di arte contemporanea curata da Rashid Adbelhamid, co-fondatore e direttore artistico di alhoush.com, una piattaforma culturale per promuovere e vendere arte contemporanea e di design proveniente da tutto il mondo arabo.

Ma per realizzare quest’idea ci sono voluti 4 anni, un viaggio in Giordania, un giorno di riprese in una casa di Amman avuta in prestito da un amico, un produttore che è diventato attore recitando per la prima volta in vita sua, ed un budget di 5.000 dinari giordani.

Questa black comedy di 15 minuti senza dialoghi e con il rumore costante dei droni, degli spari e dei bombardamenti, vuole ritrarre la guerra attraverso un approccio particolare: l’intimità coniugale resa impossibile proprio dalla situazione di guerra e morte per esprimerne la tragedia e l’assurdità a livello umano. Così, come ha spiegato Arab: il nostro concetto era quello di concentrarsi su un solo elemento della vita in una zona di guerra - il rapporto fisico tra un uomo e una donna - e cercare di raccontare attraverso questo scorcio il tema epico della guerra”.
Una bimba gattona in mezzo a palloncini colorati. Moglie e marito si stanno per baciare ma inizia una nuova sequela di bombardamenti che li blocca ancora una volta, la bimba si mette a piangere, la madre va da lei per cullarla poi torna dal marito. Un'altra esplosione: la bambina riprende a piangere e la madre torna da lei. Il padre guarda sconsolato il preservativo, che si trasforma in un palloncino, in un altro dei palloncini che riempiono la casa. Il marito esce sul balcone e vede palloncini fuori ogni casa a Gaza, palloncini che si scoprono poi essere i preservativi non utilizzati, simboli dell’impossibilità di avere una normale vita di coppia.


Condom Lead è il primo film girato dalMade in Palestina project”, http://madeinpalproj.tumblr.com/ un'iniziativa indipendente per creare e promuovere visual art .E’ molto, molto difficile fare film e produrre arte a Gaza” ha detto il produttore Rashid Adbelhamid ma il nostro obiettivo principale è quello di cambiare la percezione della Palestina e in particolare di Gaza, contrastandone l'immagine disumanizzante e superando gli stereotipi collegati solo a morte, guerra e sofferenza”. Stanno inoltre preparando la partecipazione al Karama Human Rights Film Festival, che dovrebbe svolgersi in varie città della Palestina a dicembre.

Arab e Tarzan sono due registi che hanno vissuto la particolarissima esperienza di non essere mai stati al cinema, visto che a Gaza l’ultima sala cinematografica è stata chiusa nel 1987 e loro sono nati nel 1988. Così insieme ad un altro regista gazawi, Khalil al-Muzayen hanno girato un documentarioGaza 36 mm” in cui parlano della loro passione per il cinema, e del dolore che provano a vagare tra le case cinematografiche distrutte di Gaza.


Questo documentario, girato con il contributo del Doha Film Institute e recentemente presentato al Ayam film festival di Beirut, fornisce una panoramica della storia del cinema a Gaza nel secondo dopoguerra: la concorrenza tra cinema per accaparrarsi i popolarissimi film provenienti dall’Egitto, dal Libano, dall’Europa e anche da Hollywood negli anni Sessanta; l'opposizione islamista negli anni Settanta e la sua intensificazione negli anni Ottanta, quando il cinema viene definito un covo di prostituzione, pornografia e corruzione morale fino ad arrivare appunto al 1987 quando sono stati chiusi tutti i cinema di Gaza, alcuni convertiti in edifici privati, altri in supermercati, altri ancora bruciati ... e solo vecchie locandine che affiorano qua e là sono l'unico segno della loro presenza.

Arab e Tarzan hanno così deciso di creare nuovi manifesti che riflettano la sofferenza di Gaza e i problemi quotidiani della gente”, come fossero locandine di film i cui titoli sono i nomi delle operazioni militari israeliane - Summer Rain, Autumn Clouds, Cast Lead. E questa è stata selezionata per la “Gaza fashion week” alla London Art Gallery con una sarcastica parodia dei crediti di Hollywood: “Dal regista di “Piombo Fuso” in tutti i cinema di Gaza “Pillar of Clouds” ; montaggio e illuminazione: Israele; Assistente di Regia: Governi arabi; Paese produttore: Governo degli Stati Uniti; Scritto e Diretto da Benjamin Netanyahu; incluso un “Premio del Pubblico: Lega Araba”.


Ma oltre ad essere un’importante testimonianza storica-culturale, “Gaza 36mm” si chiede (e ci chiede): cosa ci viene tolto quando ci viene impedito di godere del cinema e dell’arte tout court? E la risposta è forse nelle scene finali del documentario: guardate le espressioni di Arab e Tarzan quando stanno per vedere del tutto clandestinamente alcuni fotogrammi con una ruota di una bicicletta …