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domenica 3 gennaio 2016

Due visite al CIE di Ponte Galeria, le tante ragioni per volerlo chiuso




Il 3 dicembre 2015, una delegazione della Campagna LasciateCIEntrare è entrata nel CIE di Ponte Galeria, grazie alla possibilità venutasi a creare con l’ingresso dell’europarlamentare Elly Schlein (S&D) del deputato Stefano Fassina (SI) della Portavoce dell’europarlamentare Barbara Spinelli, Daniela Padoan.
Si è avuta l’opportunità di restare nel centro per quasi l’intera giornata, visitando con meticolosità tanto il settore maschile che quello femminile. Una visita precedente, sempre della Campagna, si era già svolta il 30 novembre scorso.
E pur apprezzando la disponibilità a garantire l’ingresso nel Centro, ci sembra opportuno segnalare alcuni elementi di estrema gravità.
 
  1. Le condizioni del centro (mancanza di riscaldamento e in alcuni settori di acqua calda, wc alla turca rotti, perdite di acqua anche nei locali mensa, sporcizia e cedimenti strutturali, assenza di adeguate forniture igieniche e di vestiario) sono assolutamente inadeguate a garantire la dignità delle persone trattenute. La direzione ha dichiarato di aver lungamente chiesto un intervento mai effettuato che comunque porterebbe a dover temporaneamente diminuire il numero di persone trattenibili nel centro, oggi quasi al limite della capienza (196 persone sui 250 considerati tetto massimo).
  2. L’altissimo numero di ragazze prevalentemente nigeriane, colpite subito dopo l'ingresso in Italia da provvedimento di respingimento cd. differito e decreto di trattenimento e ristrette al CIE dove, finalmente rese edotte della possibilità di richiedere asilo, hanno tutte inoltrato richiesta di protezione internazionale. In questi giorni le donne sono la maggioranza fra i trattenuti (105 rispetto ai 91 uomini). Queste donne, come tutti i richiedenti protezione, se il loro trattenimento è stato convalidato (come avviene quasi sempre) dal tribunale ordinario, restano rinchiuse nel Cie fino al momento della convocazione in Commissione per l’intervista ed alla successiva decisione.
  3. Nei casi in cui il tribunale non convalida il trattenimento, a detta del direttore del cento il 90%, i richiedenti protezione vengono liberati e tradotti in un Centro di Accoglienza Straordinaria, in attesa della decisione della Commissione territoriale. Nei casi in cui il trattenimento venga convalidato o prorogato (tutti quelli nei quali ci siamo imbattuti) la privazione della liberà può durare - a causa delle recenti modifiche introdotte con l'art. 6 del decreto legislativo 142/2015 - fino 12 mesi, in attesa dapprima della decisione della Commissione e poi, qualora la decisione sia negativa, dell'esito del ricorso avverso il diniego.
  4. Di fatto il CIE di Roma risente dell’effetto “hotspot” per cui diviene il luogo dove rinchiudere in attesa di rimpatrio le persone che, appena approdate dopo essere state salvate in mare anche da navi di soccorso “indipendenti” come quelle di Msf, sono state evidentemente registrate, subito dopo la fotosegnalazione, come “Cat 2” (ingresso irregolare) secondo quanto indicato nella “Road Map Italiana” del 28 settembre 2015 a firma del Ministro dell'Interno (che non ha alcun valore di legge né dovrebbe poter incidere sui diritti inviolabili degli stranieri in ragione della riserva di legge posta dall'art. 10 comma 2 costituzione). In sintesi, appena approdati i profughi vengono divisi (presumibilmente in base alla nazionalità, atteso che non viene fornita loro alcuna informativa sulla possibilità di chiedere protezione) tra “irregolari” e “ricollocabili” ovvero potenziali richiedenti asilo.
  5. Agli irregolari viene prontamente notificato un decreto di respingimento con ordine di lasciare il territorio e fare rientro nel proprio paese entro sette giorni via Fiumicino, e a molti di loro viene anche notificato il decreto di trattenimento sulla base del quale vengono condotti (spesso senza soluzione di continuità) nel Cie di Roma.
  6. Solo qui resi, edotti della possibilità di chiedere protezione messi nelle condizioni di manifestare tale volontà, presentano apposita istanza che comporterà, come detto, specifica ed ulteriore convalida del trattenimento che potrà protrarsi nella peggiore delle ipotesi fino ad un anno, diversamente da quanto accade per gli altri trattenuti per i quali i termini massimo di trattenimento scadono al novantesimo giorno.
  7. E' da segnalare a tale proposito che nei decreti viene indicato come presupposto del trattenimento la pretestuosità della domanda di protezione in quanto presentata dopo il decreto di respingimento quando invece di fatto è stato impedito (anche a causa della mancata ed idonea informativa legale) ai profughi appena approdati di chiedere asilo prima del respingimento. Si tratta di una truccata gara contro il tempo: la pubblica amministrazione notifica immediatamente il respingimento ai profughi di modo da poter indicare come pretestuosa al domanda di protezione fatta dopo e quindi di poter avvalorare il trattenimento fino a 12 mesi e l'eventuale rimpatrio.
  8. Questa operazione non solo è illegittima perché contraria alla normativa in materia di protezione e asilo e posta in violazione di diritti fondamentali della persona, ma è inutilmente costosa. Trattenimenti, udienze, gratuiti patrocini, trasferimenti, scorte, rimpatri, procedimenti giudiziari e amministrativi, costano allo stato italiano molti più soldi della semplice accoglienza dei richiedenti asilo.
  9. Anche alla luce dell’incontro con personale della questura, permane forte il dubbio che ad intervenire almeno in un caso di rimpatrio, quello del 17 settembre verso Lagos, con un volo charter che si è fermato per varie tappe europee, siano stati presenti funzionari di FRONTEX. Un elemento su cui è necessario un chiarimento da parte delle autorità interessate.
  10. Un altro elemento problematico è legato alla presenza di funzionari dei consolati che debbono svolgere il proprio mandato di riconoscimento dei trattenuti e di rilascio di documento di viaggio Alcuni paesi non rispondono a tale richiesta, altri identificano i propri connazionali ma non forniscono poi il nulla osta necessario al rimpatrio, altri ancora effettuano identificazioni sommarie che comportano il rischio - già presentatosi con una presunta minorenne nigeriana - di identificazioni (e conseguenti provvedimenti di rimpatrio) di massa e quindi potenzialmente fallaci, poste anche ai danni di persone ad alto indice di vulnerabilità e dunque potenzialmente inespellibili.
  11. Per quanto riguarda le ragazze nigeriane - la cui età copre generalmente un range che va dai 18 ai 25 anni, anche se molte sembrano minorenni - oltre ad essere quasi sempre vittime di violenze atroci subite in Libia, raccontano frammenti di storie e portano avanti richieste (come quella di acquistare un modesto cellulare per poter utilizzare la scheda SIM di un unico gestore, con numero italiano e contatti già definiti) che sembrano palesi indizi di tratta finalizzata allo sfruttamento per motivi sessuali.
  12. Fra gli uomini, invece, coloro che hanno ricevuto il decreto di respingimento sono decisamente in percentuale inferiore: quasi tutti sono stati colpiti da decreto di trattenimento in seguito a decreto di espulsione. Molti di loro si trovano in Italia da alcuni anni ed erano già titolari di permesso di soggiorno poi venuto a scadere. Continua ad esserci l’afflusso di ex detenuti, non congruamente identificati o privi comunque del nulla osta necessario rilasciato dalle autorità del Paese d'origine per il rimpatrio forzato. Persone che ormai con frequenza vengono tradotte nel CIE, liberate dopo la convalida o la proroga del trattenimento e poi nuovamente fermate e trattenute, a dimostrare di come occorra un cambiamento strutturale della legge.
Gli uomini presenti al momento della visita sono per lo più provenienti da paesi del Maghreb e dall’Africa Sub- Sahariana, meno gli asiatici e gli europei, la loro età media è più alta rispetto alle donne. Abbiamo incontrato fra gli altri gli uomini fermati nel Centro di Accoglienza Baobab il 24 novembre scorso, sono in 11, ognuno con una propria storia particolare. Fra questi un ragazzo della Guinea Bissau, che parla unicamente mandinga e si dichiara ed appare visibilmente minorenne. Nel suo caso l'esame rx del polso si è rivelato una volta di più invasivo e totalmente fallace ai fini dell'accertamento dell'età. L’inattendibilità degli esami radiologici risulta evidente dalla lettura della relazione resa dal Prof. Ernesto Tomei (Radiologo - Professore Associato, Dipartimento di Scienze Radiologiche Università di Roma “La Sapienza” sentito in qualità di massimo esperto in materia anche nella seduta della Bicamerale Infanzia del 25 ottobre 2010) a tenore della quale: L’atlante dell’età ossea di Greulich e Pyle, è il più comunemente usato per la pratica clinica. Il test di Tanner e Whitehouse appare per alcune aspetti più dettagliato ma è meno usato perché considerato più farraginoso. Entrambi si basano sulla radiografia mano/polso (…...) In riferimento alla situazione Italiana ed Europea bisogna considerare che la presenza di immigrati di diversa provenienza rende comunque problematico l’uso di questi atlanti. E’ stato anche proposto di vietarli per legge. Una ricerca su più popolazioni appare complessa e potrà tuttavia essere programmata solo successivamente ad uno studio della popolazione presente in Italia”.
  1. Peraltro già il 9 luglio 2007 era stata emanata una circolare del Ministro dell’Interno, che introduceva nuovi criteri per accertare le generalità in caso di d’età incerta, ed imponeva la presunzione di minore età nel caso di dubbio, proprio per evitare il rischio di adottare erroneamente provvedimenti gravemente lesivi dei diritti dei minori, quali l’espulsione, il respingimento o il trattenimento, anche in considerazione del margine di errore fino a due anni dell'esame tramite misurazione del polso. Il superamento di tale modalità di accertamento dell'età è stato raccomandato da tutte le ong competenti nonché dal Parlamento Europeo (risoluzione 12 settembre 2013)
  2. Erano presenti poi uomini fermati in seguito ad accertamenti anti terrorismo (in moschea o ai danni di uomini “barbuti”) estranei a qualsiasi attività terroristica ma privi di permesso di soggiorno.
  3. Abbiamo avuto conferma che una parte dell’assistenza sanitaria ai trattenuti verrà garantita da ora in poi, attraverso prestazioni dirette della ASL RMD. Il protocollo firmato nello stesso giorno della nostra visita prevede che tale collaborazione riguarderà esclusivamente le visite all’arrivo, finalizzate a alla presa in carico o meno dei singoli nel CIE e le analisi nel corso della detenzione: i detenuti non dovranno più essere portati all’esterno per le analisi in quanto la ASL ha un proprio laboratorio che potrà occuparsi di analizzare i prelievi che saranno svolti internamente dal personale medico del CIE e che saranno poi inviati alla ASL. L’assistenza medica dentro al CIE rimane invece totalmente ed unicamente responsabilità dell’ente gestore con il proprio personale medico-infiermieristico rispetto alla quale molti detenuti han lamentato l’insufficienza e inadeguatezza.
  4. Abbiamo avuto modo di incontrare, tanto nel settore femminile che in quello maschile, numerosi e comprovati casi di vulnerabilità che necessitano di urgentissimo intervento. Stati depressivi o di frustrazione, determinate anche dall'assoluta inadeguatezza dei luoghi a garantire la dignità dei trattenuti, dall'assenza di prospettive future, stanchezza, stato di abbandono e inattività, condizioni tutte in grado di generare fenomeni di autolesionismo e tendenze al suicidio. Più di una delle persone con le quali abbiamo interloquito ci ha manifestato di non poter sopportare un eventuale rimpatrio forzato, per le conseguenze drammatiche e fatali che questo comporterebbe.
  5. Un'attenta analisi merita la questione dell’accesso alla difesa. Molte delle persone incontrate hanno avuto unicamente un avvocato d’ufficio del quale riferiscono di ignorare anche il nome (peraltro in molti dei fogli consegnati ai trattenuti nello spazio bianco in cui dovrebbe essere segnato il nome dell'avvocato designato per la convalida, appare la scritta “ufficio” al posto delle generalità del difensore.) Altro problema serio deriva dal fatto che molte persone, soprattutto le ragazze nigeriane, si sono ritrovate quasi tutte come avvocato assegnato il medesimo difensore, peraltro avvertito quasi contestualmente all'ente gestore dell'invio dei fermati nel Cie
  6. Sempre in base alle testimonianze raccolte, il legale in questione è presente all’atto della convalida (il “gettone” di udienza con il gratuito patrocinio garantisce un introito di 120 euro per ogni singola udienza) ma poi non si impegna con il medesimo zelo nelle fasi successive di eventuali ricorsi avverso il rifiuto di protezione da parte della Commissione, fasi per le quali non risulta esistere alcuna automaticità di accesso al gratuito patrocinio. Comunque la sola presenza delle associazioni di tutela – che operano soprattutto con le donne – e dei legali che ormai gravitano stabilmente intorno al centro risulta insufficiente per garantire quel diritto alla difesa fondamentale per chi al momento è privato della libertà personale ma poi potrebbe anche essere oggetto di rimpatrio forzato.    

domenica 27 dicembre 2015

Lotta concreta alle mafie: le parole del Comitato Addio Pizzo


Addiopizzo è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

Addiopizzo è anche un’associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la promozione di un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”.

L'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande ai membri del Comitato Addio Pizzo.

Risponde, per voi, Pico Di Trapani. Ringraziamo moltissimo il Comitato Addio pizzo.


 


Un comitato, il vostro, costituito da studenti: potete parlarci delle vostre competenze, dei motivi che vi hanno spinto e di come siete organizzati?

Siamo un gruppo di cittadini palermitani di età varia, abbiamo tutti intorno ai venti, trenta, quarant'anni e ci siamo ritrovati nel tempo a costruire un percorso dentro l'associazione convenendo sulla necessità di creare a Palermo, la nostra città, una rete che permettesse in ultima istanza ai commercianti e imprenditori vessati dal racket delle estorsioni mafiose, di denunciare in tutta sicurezza le violenze subite da Cosa nostra. Proveniamo da percorsi personali differenti, ma siamo uniti dall'adesione a principi comuni che si riassumono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Tutto nacque casualmente così, nel 2004, dal primo nucleo storico della futura associazione, che decise di condividere quella comunicazione con la città di Palermo affiggendo dappertutto, per le strade del centro storico, centinaia di adesivi che riportavano quel messaggio. Poi nel tempo i volontari sono aumentati e ci siamo potuti strutturare meglio, pianificando azioni che vanno nella stessa direzione e che ad oggi convergono su un'opera di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza e del mondo delle scuole, una comunicazione costante sul tema del racket e di ciò che concerne la lotta alla mafia, l'organizzazione di eventi e la promozione di una lista di consumo critico antiracket - consultabile sul nostro sito internte e tramite App - l'assistenza processuale e psicologica alle vittime del pizzo, etc.

Perchè l'estorsione è la “madre di tutti i crimini”?

Quando sosteniamo questo, riportiamo e quindi condividiamo l'idea espressa nel 1991 da Libero Grassi, che diceva al proposito: “L’estorsione è la madre di tutti i crimini perché è funzionale a stabilire, consolidare ed estendere il governo sul territorio rappresentato da una strada, una piazza o un quartiere. Il pizzo è manifestazione della signoria territoriale di Cosa nostra sulla città di Palermo. Con il pizzo la mafia si fa Stato”. Il pizzo, pur costituendo un'emergenza sociale ed essendo ancora oggi fortemente radicato come prassi criminale, non è per Cosa nostra e non ha mai costituito una fonte di reddito così alta, in rapporto al totale delle sue entrate. Ciononostante, è da sempre praticata dalle organizzazioni mafiose come strumento di affermazione del proprio potere e di riconoscimento della propria superiorità da parte della comunità locale vessata, che invece di unirsi e reagire accetta questa supremazia imposta con la violenza. Sta in questo il vulnus culturale su cui intendiamo agire, invitando gli altri palermitani e siciliani a riconoscere in noi stessi per primi i responsabili di questo potere mafioso nella nostra regione, e a reagire insieme di conseguenza.

Come si svolgono le vostre iniziative antiracket rivolte alle scuole?

Dal 2005 i nostri volontari incontrano studenti di ogni età, nella certezza che la scuola, bene comune prioritario, è laboratorio privilegiato per la lotta alla criminalità mafiosa e alla mentalità che ne sta alla base. Le scuole, luogo di incontro di culture differenti, possono e debbono educare il cittadino in un’ottica cosmopolita, quella di una società interculturale, finalmente libera. Gli incontri con gli studenti si svolgono nelle rispettive scuole o nella sede a noi affidata, un bene confiscato alla mafia, per questo stesso luogo di forte impatto simbolico. A fianco di docenti, studenti, genitori e dirigenti scolastici, che ringraziamo sentitamente, Addiopizzo in questi anni ha non solo inciso nella formazione di questi studenti, ma segnato, secondo noi, un momento unico e significativo nella storia della nostra città con le diverse iniziative e progetti di sensibilizzazione elaborati e attuati ogni anno, a dimostrazione di quanto la scuola possa essere determinante nel formare le coscienze dei giovani.

Quali appoggi e quali ostacoli avete incontrato durante il vostro lavoro?

Gli ostacoli maggiori provengono dal tentativo che portiamo avanti, di provare a scardinare la mentalità di chi è rassegnato all’idea che nulla possa cambiare e per tale approccio assume atteggiamenti di indifferenza, nella migliore delle ipotesi, o di acquiescenza nella peggiore, a fenomeni dai quali oggi ci si può davvero liberare. Ma si tratta di un lavoro per il quale bisogna ancora tanto faticare. Si tratta di sfide e ostacoli prettamente culturali. Non a caso la maggior parte degli operatori economici che hanno denunciato e che si sono avvalsi del nostro ausilio appartengono a generazioni di giovani - trentenni, quarantenni e cinquantenni che hanno forti resistenze culturali rispetto a fenomeni come quello delle estorsioni. Noi vogliamo sostanzialmente restituire normalità alla nostra terra, facendo in modo che chi resiste alle pressioni mafiose e clientelari possa proseguire il proprio lavoro senza ripercussioni sulla propria incolumità e sull’attività economica che esercita. La presenza mafiosa nell’economia siciliana è ancora forte. Il pizzo imposto ai commercianti, oltre a rappresentare la negazione di libertà importanti, come quella di impresa, è anche un pesante macigno che incide sulla possibilità dello sviluppo dell’economia isolana, distorcendone le regole del mercato e della libera concorrenza. Ma, oggi, esistono molti esempi positivi di riscatto che possono permettere di sperare in un futuro diverso, libero dalla criminalità organizzata e dai suoi disastrosi effetti. L'appoggio su cui contiamo proviene da questa rete che da anni, ognuno per la propria parte, stiamo contribuendo a tessere insieme.

lunedì 21 dicembre 2015

VI congreso "Nessuno tocchi Caino": il carcere è una pena di morte mascherata




Il sesto congresso di 'Nessuno tocchi Caino' svoltosi nel carcere di Opera, a Milano, si è concluso con l'approvazione di una mozione che impegna gli organi dirigenti a far propri e a rilanciare gli obiettivi sul miglioramento delle condizioni carcerarie di papa Francesco, che lo scorso anno ha definito l'ergastolo come una "pena di morte mascherata". Apertosi ieri con un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il congresso 'Spes contra spem' ha visto la partecipazione di circa 400 persone. Tra loro c'erano oltre 200 detenuti, molti dei quali condannati all'ergastolo, alcuni arrivati a Opera da Padova e da Voghera per raccontare le loro storie.
La mozione, nel dettaglio, impegna anche "a promuovere ricorsi in sede internazionale, in particolare al Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, alla Corte europea dei diritti dell'uomo e, in Italia, alla Corte Costituzionale, volti al superamento dei trattamenti crudeli e anacronistici come il regime di cui all'art. 41 bis. e il sistema dell'ergastolo ostativo che, per modalità specifiche e durata eccessiva di applicazione, provocano, come ampiamente dimostrato dalla letteratura scientifica - oltre che da numerosi casi concreti - danni irreversibili sulla salute fisica e mentale del detenuto, tale da configurare la fattispecie di punizioni umane e degradanti".
Infine, la mozione invita il Congresso a elaborare un primo rapporto di 'Nessuno tocchi Caino' sull'ergastolo nel mondo a partire dall'Europa. Tra i prossimi progetti anche quello di realizzare un docu-film, a cura di Ambrogio Crespi, dal titolo, 'Spes contra spem-Liberi tutti'.

La diretta del congresso del 2013, per voi:

 
 

sabato 19 dicembre 2015

Sulla legge anti-niqab

L'Associazione per i Diritti umani ringrazia moltissimo Omar Jibril -  dirigente CAIM (Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano) e Resp. Servizi Edilizi e valorizzazione del Territorio - per aver scritto per i nostri lettori questo suo contributo a commento della nuova legge regionale sul divieto del niqab in alcuni luoghi pubblici.
Ecco il testo di Omar Jibril:


A chi non è capitato di leggere od ascoltare almeno una volta, tra i banchi di scuola, l’ Articolo 3 della Costituzione Italiana che recita: “Tutti i cittadini hanno hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali….”?

La tendenza dell’uomo ad etichettare, escludere, categorizzare ha avuto influenze nefaste nel corso della storia, spingendo gli uni contro gli altri, determinando guerre e conflitti, schiavitù, orrori e massacri.

Il 10 dicembre del 1948 a Parigi l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: ogni stato di diritto avrebbe assicurato la salvaguardia ed il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali, e avrebbe posto le proprie fondamenta sui principi di uguaglianza, giustizia ed equità.

Gli oltre 70 milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale costituivano un tributo terrificante, il Mondo Civile voleva voltare pagina e scrivere un nuovo capitolo di pace ed armonia.

Nel 1960, Cassius Clay Mohamed Ali gettò nel fiume la medaglia d’oro di pugilato vinta alle Olimpiadi di Roma: tornato a casa sua a Louisville, nel Kentuchy, non potè fare colazione in un bar in quanto dedicato ai soli cittadini bianchi.

E se l’apartheid, la politica di segregazione razziale in Sudafrica, è perdurato fino al 1993, molti paesi vivono ancora oggi la medesima condizione.

In Italia la situazione è certamente molto diversa, ma non possiamo dire d’aver compiuto grandi passi avanti per es. sul tema della cittadinanza, che l’Impero Romano garantiva ad ogni cittadino residente entro i confini territoriali dello Stato che, all’epoca, dominava un quarto della popolazione mondiale. Oggi tra dispute parlamentari e proposte di legge, lo ius soli è entrato in vigore solo parzialmente.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare del populismo politico, delle cassandre visionarie, dei profeti della paura. Se negli anni ’60-70 il problema erano i “terun” che emigravano verso il nord Italia rubando il lavoro agli autoctoni, negli anni ’90 hanno lasciato il posto agli immigrati da paesi esteri.

L’accanimento di alcune forze politiche e di alcuni media è oggi concentrato verso una categoria ben precisa: i musulmani.

Autoctoni o di origine straniera, i musulmani nel Belpaese sono circa 2 milioni, lavorano e contribuiscono al mantenimento dello Stato che da loro riceve più di quanto spende.

A inizio 2015 la Regione Lombardia ha attuato una legge che presenta tratti evidenti di incostituzionalità, la famosa Legge 12 definita “Anti-moschee”, perché mira ad impedire la costruzione di luogo di culto musulmani. La legge è già stata impugnata dal Governo e la sentenza è prevista a metà del 2016.

Confermando la propria vocazione, il Presidente della Regione Lombardia Maroni ha approvato un regolamento che vieta l’ingresso a volto coperto nei luoghi pubblici, facendo riferimento ad una Legge già esistente, la n° 152 del 22 maggio 1975 che dice: “È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”.

Il 6 maggio del 2009 i deputati Sibai e Contento hanno presentato una proposta di legge con la quale volevano venisse integrato l’art. n° 152: “Al primo comma dell'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, e successive modificazioni, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «È altresì vietato, al fine di cui al primo periodo, l'utilizzo degli indumenti femminili in uso presso le donne di religione islamica denominati burqa e niqab»”.

È chiaro ed evidente che una certa classe politica manifesta un palese accanimento nei confronti della comunità islamica italiana, negando de facto ai cittadini musulmani la possibilità di poter professare la propria religione in maniera dignitosa, e addirittura approvando regolamenti che vogliono colpire quella minoranza.

La “Legge anti-niqab” vuole impedire alle donne musulmane che portano il niqab, il velo che copre il viso lasciando scoperti solo gli occhi, l’accesso ai luoghi pubblici.

Partendo da un semplice calcolo statistico (le donne che indossano il niqab in Lombardia si contano sulle dita di una mano), non è ben chiaro per quale motivo in regione abbiano voluto rimarcare un principio che già fa parte del nostro ordinamento giuridico e che è sempre stato applicato con la regola del buonsenso.

Si vuol far passare l’idea che un certo abbigliamento è pericoloso, e che chi lo indossa può perseguire scopi violenti, sulla base della squallida equazione musulmani = terroristi.

Ogni individuo ha il diritto di vestirsi come ritiene opportuno, nei limiti della decenza, ben vengano i controlli a random (come le postazioni dei carabinieri lungo le grandi vie di esodo), chi non ha nulla da nascondere non avrà problemi a mostrare il proprio documento di riconoscimento, col volto celato o scoperto, ma davvero non abbiamo bisogno di questo clima di sospetto e diffidenza.

Bob Marley due giorni prima di un importante concerto fu ferito in un attentato; ciò non lo scoraggiò ed il 5 dicembre 1976 si esibì davanti ad una folla oceanica. Quando qualcuno gli chiese perchè avesse cantato quella sera lui rispose con quella che divenne una delle sue frasi più celebri: “Perché le persone che cercano di far diventare peggiore questo mondo non si concedono un giorno libero… Come potrei farlo io?!“.

Dio dice nel Corano: “O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinchè vi conosceste a vicenda”. E forse, supereremo il pregiudizio.


giovedì 17 dicembre 2015

Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza per il prelievo delle impronte: “Se questo è il prezzo di Schengen, no grazie!”

 
 
Strasburgo, 16 dicembre 2015
 
Nel corso della seduta Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo si è svolto il dibattito su “Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza nei loro confronti”, preceduto dalle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.
 
La deputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha preso la parola alla presenza di Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, e Nicolas Schmit, ministro del Lavoro lussemburghese, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio.
 
«Leggo nel comunicato della Commissione sugli hotspot italiani che Roma deve “dare una cornice legale all'uso della forza” per il prelievo di impronte e le detenzioni prolungate. Sarà difficile, dicono i giuristi, a meno di violare due articoli della Costituzione: il 13 e il 24. Mi chiedo anche come l'Unione intenda far fronte a detenzioni e violenze verso i rifugiati che si estendono: in Ungheria, Bulgaria, Polonia, Francia, Spagna.
 
«In Italia le espulsioni forzate sono attuate anche quando i giudici sospendono i rimpatri. Il governo danese confisca da domenica scorsa i gioielli dei rifugiati – anelli nuziali esclusi – per pagarne i costi.
 
«È grave che tali misure siano presentate come urgenti e obbligatorie “per salvare Schengen”. Che il Presidente del Consiglio Europeo Tusk raccomandi 18 mesi di reclusione dei richiedenti asilo, sempre “per salvare Schengen”. Che non siano invece considerati obbligatori il non-refoulement, l'habeas corpus, la ricerca di alternative alla detenzione sistematica, la non coercizione su persone vulnerabili o minori.
 
«Non ci si può limitare a imporre solo misure repressive mentre la Carta, i trattati, il pacchetto asilo del 2013 prevedono diritti e clausole discrezionali ben più vincolanti.
 
«Se questo è il prezzo di Schengen: No grazie! – come cittadina europea rinuncio volentieri a Schengen, senza esitare».
 

Il Parlamento europeo premia Raif Badawi, l’Unione europea tace sui diritti umani in Arabia Saudita

di Riccardo Nouri  (da Corriere della sera.it)



Raif Badawi, il blogger saudita condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per i contenuti dei suoi post, ha aggiunto ieri il suo nome al prestigioso elenco dei vincitori del premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero. Il premio è stato ritirato dalla moglie, Ensaf Haidar.
Il premio, da un lato, riconosce l’importanza della figura e dell’azione di Badawi; dall’altro, costituisce una dura critica alla repressione che l’Arabia Saudita sta attuando nei confronti di blogger, attivisti e difensori dei diritti umani, anche attraverso il ricorso a pene crudeli e inumane.
Ma soprattutto la decisione del Parlamento segna un profondo contrasto col silenzio assordante della diplomazia dell’Unione europea che, ad oggi, non solo non ha reagito alle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita ma non ha neanche chiesto il rilascio incondizionato e immediato di Raif Badawi. Allo stesso modo, molti stati dell’Unione europea sono rimasti muti di fronte alla clamorose violazioni del diritto internazionale dei diritti umani, che chiamano in causa l’Arabia Saudita tanto all’interno del paese quanto in Yemen, dove le forze armate di Riad guidano una coalizione che dal 27 marzo bombarda senza pietà il paese.
L’assenza di iniziativa da parte dell’Unione europea coincide con un profondo aumento del ricorso alla pena di morte in Arabia Saudita, con almeno 151 esecuzioni quest’anno,  più di quelle del 2014. Inoltre, da tre anni a questa parte, il governo saudita sta sistematicamente annullando ogni forma di attivismo sui diritti umani, anche grazie alla legislazione “antiterrorismo” entrata in vigore nel febbraio 2014.
L’avvocato di Raif Badawi, Waleed Abu al-Khair, è stato il primo difensore dei diritti umani condannato (a 15 anni di carcere!) ai sensi della nuova legge.
È evidente che nelle relazioni dell’Unione europea con l’Arabia Saudita, così come con gli altri paesi del Golfo, siano in gioco molti interessi di natura diversa, come l’energia, la fornitura di armi, le relazioni commerciali e la cooperazione contro il terrorismo.
L’Unione europea e molti dei suoi stati membri citano la necessità di cooperare con l’Arabia Saudita contro il terrorismo come scusa per non prendere posizione sui diritti umani. Ma in realtà sono proprio le controverse norme antiterrorismo in vigore in quel paese ad aver causato l’imprigionamento di molti difensori dei diritti umani. Cooperando con l’Arabia Saudita e al contempo ignorando ed evitando di condannare pubblicamente le violazioni dei diritti umani, l’Unione europea sta dando alle autorità di Riad il segnale di via libera ad andare avanti.
Ieri, Amnesty International ha chiesto all’Alta rappresentante e vicepresidente dell’Unione europea, Federica Mogherini, di convocare una discussione urgente del Consiglio affari esteri (che riunisce i 28 ministri degli Esteri dell’Unione europea) che intraprenda azioni concrete per ottenere il rilascio di Raif Badawi, del suo avvocato Walid Abu al-Khair e di tutti gli altri difensori dei diritti umani attualmente in carcere per aver esercitato pacificamente i loro diritti e aver difeso i diritti di altre persone. Da questa discussione potrebbe svilupparsi una strategia per fare miglior uso delle relazioni tra Unione europea e Arabia Saudita, allo scopo di proteggere i diritti umani universali.

mercoledì 9 dicembre 2015

Barbara Spinelli presenta un’interrogazione sull'hot spot di Lampedusa con 22 eurodeputati di diversi gruppi politici

Bruxelles, 9 dicembre 2015 L'eurodeputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha presentato un'interrogazione alla Commissione contestando le pratiche che le autorità Italiane stanno svolgendo nell'hot spot di Lampedusa, centro ufficialmente gestito dall'Unione Europea. "Da settembre le autorità Italiane hanno adottato nuove pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo presso l'hot spot di Lampedusa", ha dichiarato. "Arrivati nell'hot spot, i migranti sono frettolosamente intervistati e ricevono un formulario incompleto senza informazioni sul diritto all'asilo. Pertanto, molti migranti ricevono provvedimenti di respingimento senza avere avuto l'opportunità di chiedere asilo ai sensi delle direttive 2011/95/UE detta "Direttiva Qualifiche" e 2013/32/UE detta "Direttiva Procedure". Una volta ricevuti i provvedimenti di respingimento, i migranti sono cacciati dai centri con un documento che li obbliga a lasciare il paese entro sette giorni dall'aeroporto di Roma - Fiumicino”. "La direttiva 2013/32/UE stabilisce, qualora migranti detenuti in centri di trattenimento desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, che tutte le informazioni sulla possibilità di farlo sia loro garantita (Articolo 8). Peraltro", ha continuato l'eurodeputata "il §27 della stessa direttiva stabilisce che i cittadini di paesi terzi e gli apolidi che hanno espresso l’intenzione di chiedere protezione internazionale siano considerati richiedenti protezione internazionale: in quanto tali, devono poter godere dei diritti di cui alle direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE”. L'interrogazione si conclude considerando che tali pratiche dimostrano gravi mancanze riguardo la tutela dei diritti umani dei migranti e richiedenti asilo. In particolare, non avendo tenuto conto delle circostanze specifiche di ciascun caso nel rilascio di provvedimenti di respingimento, contravvengono all'articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea e alla giurisprudenza consolidata della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. L'eurodeputata, insieme a 22 colleghi di diversi gruppi politici (Socialisti, Liberali, Verdi, Sinistra unitaria europea) chiede alla Commissione di indagare sulla compatibilità di tali pratiche di gestione degli hot spot con il diritto dell'Unione Europea.

sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




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domenica 29 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI







Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA

Combattere le mafie, combattere per il diritto alla legalità e alla vita.



Presentazione del romanzo: “ Sola con te in un futuro aprile”

di Michela Gargiulo





giovedì 3 DICEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate 2 – MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro:



Presentazione del romanzo “ Sola con te in un futuro aprile”, alla presenza dell'autrice e giornalista Michela Gargiulo e di Veronica Tedeschi, avvocato.

Il 2 aprile del 1985 Margherita ha soltanto dieci anni. La sua casa di Pizzolungo, a Trapani, al mattino è invasa dalla confusione allegra di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Non vogliono saperne di vestirsi e Margherita non vuole fare tardi a scuola. Chiede un passaggio a una vicina. I gemelli usciranno con l’utilitaria della mamma Barbara. Nello stesso istante due macchine della scorta vanno a prendere un magistrato. Si chiama Carlo Palermo e viene da Trento, dove ha indagato su un traffico di morfina proveniente dalla Turchia. Un fiume di droga che serve a finanziare altri traffici, armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Quando Palermo arriva a sfiorare Craxi la sua indagine arriva al capolinea. Da Trento, il giudice si fa trasferire a Trapani, dove la morfina turca viene raffinata in eroina. Per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Sul lungomare di Pizzolungo le auto della scorta sfrecciano, non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini seduti dietro va troppo piano. La sorpassano. Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme il tasto di un telecomando. È l’inferno. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore restano solo frammenti.

mercoledì 25 novembre 2015

EVE ENSLER: un saggio, un testo profondo che parla di donne e di violenza (e molto altro)


 






di Monica Macchi



Ora la lotta è tra le persone che devastano il pianeta,

saccheggiandone le risorse,

e noi




Scrittrice, poetessa, sceneggiatrice, regista e attivista di origini ebree è diventata famosa per i “Monologhi della vagina”1, che dal 1996 è stato tradotto in 50 lingue e rappresentato in 150 paesi (ha appena debuttato in India e a Cuba). Ogni anno viene attualizzato con un nuovo monologo sulle violenze contro le donne in ogni parte del mondo: una delle più rappresentate è My Vagina Was My Village, monologo scritto sulla base delle testimonianze delle donne vittime di stupro in Bosnia. Da queste pièce teatrali è nato il movimento globale V-Day, per la difesa dei diritti delle donne: 189 Paesi, oltre 70 città in Italia, 13mila organizzazioni femminili e femministe coinvolte oltre a singole personalità come Vandana Shiva e il Dalai Lama.

Dal 14 gennaio 2012 dopo aver letto una statistica secondo cui una donna su tre in tutto il pianeta sarà oggetto di percosse o stupro nel corso della sua vita ha lanciato la campagna One Billion Rising in cui le attiviste e gli attivisti danzano come strumento creativo per mostrare sdegno e assumersi le proprie responsabilità e favorire una nuova presa di coscienza, una presa di coscienza che opponga resistenza alla violenza finché questa non diventerà inconcepibile. 


Lo scorso 13 settembre Eve Ensler era a Milano al Teatro Elfo-Puccini in un incontro pubblico con Lella Costa per presentare il suo ultimo libro “Nel corpo del mondo” in cui racconta la sua esperienza con la malattia, un tumore all’utero e la riappropriazione del proprio corpo rispetto alle mutilazioni fisiche e psicologiche. In particolare rivendica una maternità non stereotipata che va al di là degli organi di procreazione, ma intesa come cura nei confronti di perone che si scelgono e con cui si creano dei legami. Ed Eve ha scelto le donne di Bukavu, in Congo con cui ha creato la Città della Gioia, un luogo condiviso in cui donne, molte delle quali analfabete e sopravvissute a stupri e torture, esorcizzano i traumi attraverso l’arte, la danza e corsi di autodifesa mentre diventano catalizzatrici di un radicale cambiamento sociale seguendo corsi professionali, di agricoltura e di uso del computer per poi istruire altre donne nei villaggi. Il cancro diventa così una metafora della società capitalistica senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle persone: legare la nostra lotta a quella degli altri contro una società consumistica e sprecona è l’unico modo per ribaltare la gerarchia e la violenza.



Il numero, in Italia, per denunciare violenze e stalking: 1522

1
La traduzione italiana del testo è disponibile in edizione Il Saggiatore e Marco Tropea

lunedì 23 novembre 2015

Ragazzi fuori: 18mo rapporto Antigone sulle carceri minorili in Italia



Dalla prefazione di Patrizio Gonnella:
 
Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente, un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di 350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione, di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.


Sono stati 11 i minori accusati di omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati, questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.

La misura carceraria per i minori, cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel 2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%, ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè 12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti: questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".




 

giovedì 19 novembre 2015

Reuniting Families / Deportation back to Iraq from Estonia





Estonian detention centres are keeping refugees whom find it difficult to decide what is their best interest. Many controversial information is going on regarding the understanding of freedom of movement, or what happens with the fingerprint processes. In this short video conversation Anni Säär, Legal Expert in the Refugee Legal Aid Clinic - Humanrights.ee talks about the legal procedure and what ...are the main issues that can result in deportation.
We also discuss a particular case, that is a very urgent one. Tomorrow, on the 17th November is the last day for an Iraq-i family to decide about whether they apply for asylum or not. If they don't apply, the are facing deportation on Tuesday back to Iraq. The flight tickets are already prepared by the Estonian Government. Their only chance to stay in Europe if they apply for asylum in Estonia - which they didn't want so far, because the other part of their family is in Finland and they wish to be reunited with them and to apply for the asylum there. Legally they can ask for changing the country after they applied for asylum, but the success of the case is questionable.
Listen carefully, and let us know your questions.
#missionreunitingfamilies, #findinghumanways


 


sabato 14 novembre 2015

L’ evoluzione della tutela internazionale dei diritti umani in Africa


 
di Veronica Tedeschi




Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” (Art. 1 Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo)



I diritti umani nascono con la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948, momento dal quale nasce la così detta “era moderna” dei diritti umani caratterizzata dalla loro internazionalizzazione.

Gli Stati, recependo con modalità differenti questa dichiarazione, riconoscono gli impegni in essa contenuti di fronte alla comunità internazionale.

Il continente europeo si evolve prima degli altri con la creazione della Convenzione Europea dei Diritti umani nel 1950.

Negli Stati americani, lo sviluppo è stato molto lento e, solo prendendo come esempio la Convenzione Europea, nasce la Convenzione Interamericana dei diritti umani nel 1969.

L’ultimo ad allinearsi alla Dichiarazione del 48 è il continente africano.

L’impulso delle Nazioni Unite stimola i paesi della lega araba a lavorare sui diritti umani e, di conseguenza, si crea la lega degli stati arabi, nata “scimmiottando” il modello delle Nazioni Unite.

Nel 1994 si arriva, a Tunisi, ad adottare la Carta Araba dei diritti dell’uomo, nella quale non si specifica il rispetto della shari’a (come nei progetti precedenti della Carta); viene solo nominata nel preambolo e questo rappresenta un grande passo avanti per paesi così condizionati dal potere della shari’a. La Carta araba è vigente ma non funzionante perché accanto ad essa non è stato creato l’organo per controllare il rispetto della Carta.

Solo nel 2002 nascerà l’altra importante organizzazione regionale: l’Ua (Unione Africana) che rappresenta anch’essa un’evoluzione poiché non distingue i paesi ma abbraccia, per la prima volta, tutti i paesi del continente africano.

Tornando indietro nel tempo, al 1981, è necessario ricordare la nascita del primo importante testo per i diritti umani che, in un certo senso, si può affiancare alle due Convenzioni regionali precedentemente citate: la Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli: le fondamenta di questa Carta si basano sul fatto che l’uomo, in quanto singolo, non si sviluppa ma lo fa solo all’interno di una società.

I doveri dell’individuo, così come i diritti dei popoli, sono i due pilastri della Carta, che l’hanno resa originale e diversa dalle altre Convenzioni regionali.



La soggezione dei popoli a una dominazione e a uno sfruttamento straniero costituisce una negazione dei diritti fondamentali dell’uomo”.

La motivazione di una così importante espressione la si può ricondurre alla storia del continente segnata da una forte colonizzazione e sfruttamento. Il diritto dei popoli a disporre di se stessi e di tutti i diritti connessi sono presupposti indispensabili alla garanzia dei diritti dell’uomo, nel senso dei diritti della persona umana; ma essi non costituiscono in sé i diritti dell’uomo.

La Carta africana riafferma l’indivisibilità dei diritti dell’uomo aggregando in un unico documento i diritti di prima, seconda e terza generazione. Nello specifico, per diritti di prima generazione si intende il diritto all’uguaglianza davanti alla legge o il diritto di associazione; per diritti di seconda generazione si intende il diritto al lavoro in condizioni uguali e soddisfacenti o il diritto all’istruzione mentre il diritto ad un ambiente soddisfacente, il diritto alla pace e alla sicurezza internazionale sono diritti di terza generazione. L’introduzione di questi ultimi diritti è strettamente legata ai diritti collettivi dei popoli che, rintracciati in sei articoli della Carta, rappresentano uno dei caratteri più innovativi di questo strumento giuridico.

Bisogna comunque sottolineare il fatto che, nonostante la Carta africana ha la qualità di aver affermato in modo deciso il carattere collettivo di questi diritti, risulta ambigua la titolarità dei medesimi diritti, per esempio la concezione di popolo potrebbe essere strumentalizzata dalle entità statali in quanto non perfettamente specificata nella Carta.

In conclusione, molti sono i lati positivi di questa Carta ma, per completezza è necessario elencare tre importanti lacune: l’omissione di alcuni diritti garantiti dalla Dichiarazione Universale (diritto al matrimonio, diritto di cambiare religione) , l’eccessiva discrezionalità conferita agli Stati africani nella limitazione dei diritti garantiti dalla Carta e l’assenza nella Carta di disposizioni che prevedano e regolamentino la facoltà degli Stati parte di sospendere i diritti in circostanze eccezionali. Si dubita fortemente che i redattori abbiano voluto conferire carattere assoluto ai diritti contenuti nella Carta, quindi l’assenza di indicazioni rende, in ogni caso, invocabile la sospensione dei diritti facendo riferimenti all’art. 62 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.




mercoledì 11 novembre 2015

Niente sesso, siamo egiziani!

di Monica Macchi











Per tutto il tempo che vivi o ti muovi dentro al Cairo,

sei costantemente denigrato. Sei destinato a incazzarti.

Anche se impieghi tutte le forze della Terra

non puoi cambiare questo destino.





 


 
Una Cairo post-moderna sporca, inquinata, sovraffollata, piegata alle leggi del consumismo: qui Bassàm, il protagonista di استخدام الحياة (Istikhdam al-Hayat -“L’uso della vita”- Il Cairo, Dar al-Tanwir, 2014) si barcamena tra sesso, droghe e alcol cercando di sfuggire dalle grinfie dei bauab. i portinai che lo bloccano quando cerca di salire a casa delle amiche. In particolare in un capitolo (che gli arabofoni possono gustare online a questo indirizzo http://ahmednaje.net/2014/07/fiv/) c’è una descrizione molto esplicita di un rapporto sessuale con una donna più grande. Ebbene per questo il 14 novembre lo scrittore, giornalista di Akbar el Adab (prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni) e blogger egiziano Ahmed Naji (ecco il suo blog وسع خيالك “Allarga la tua immaginazione” http://ahmednaje.net/category/english/) ed il suo editore Tareq al-Taher dovranno difendere loro ed il libro dall’accusa di offesa alla morale per il suo “contenuto sessuale osceno”. In base all’articolo 187 della legge 59 del 1937 rischiano due anni di carcere e una multa tra le 5000 e le 10000 ghinee (tra i 600 e i 1000 €).
Questo libro è un lavoro ibrido: in parte prosa, in parte graphic novel di Ayman El-Zorkany le cui tavole sono state esposte in gallerie d’arte sia ad Alessandria che al Cairo senza alcun problema. E’ stato stampato in Libano da Dar al-Tanweer e quindi ha già ottenuto un visto per essere pubblicato in Egitto ma questo non lo protegge dall’essere portato in tribunale….qualora ci sia una denuncia formale. Joe Rizk di Dar al-Tanweer, ha scritto che si segue uno schema comune: “un libro è disponibile per un certo periodo finchè arriva un reclamo e poi una denuncia per il contenuto offensivo”…come del resto è successo nel 2008 per “Metro” di Magdy al-Shafee con multa e confisca di tutte le copie e ci sono voluti ben cinque anni e il successo e le traduzioni internazionali (per l’Italia è disponibile alla casa editrice “Il Sirente” acquistabile qui http://www.sirente.it/prodotto/metro-magdy-el-shafee/) per trovarlo anche in Egitto.

mercoledì 4 novembre 2015

Bambini siriani orfani detenuti illegalmente nelle prigioni a Kos




Una nostra lettrice, che ringraziamo molto, ci ha segnalato il seguente appello per i bambini siriani orfani, detenuti illegalmente nelle prigioni dell'isola greca di Kos e gli articoli di approfondimento che potete leggere cliccando sui link a seguire.


The Greek Ambassador to the UK

Stop putting unattended children into prison in squalid conditions without access to clean water and food. The Prison cells are like medieval dungeons with excrement on the floor. This is a totally unacceptable situation.

Why is this important?


The treatment of the children in this way contravenes article 37 of the United Nations charter for children. This treatment will result in long term physical, psychological and emotional damage to the children. It is not how a westernised nation should behave.




Per approfondire ancora l'argomento, eccovi due link importanti (e una petizione):

 

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/refugee-crisis-orphans-locked-up-in-medieval-prisons-alongside-adult-criminals-on-greek-island-of-a6694521.html



sabato 31 ottobre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI





Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



La resistenza attiva di un immigrato



Presentazione del documentario: “SEXY SHOPPING”

di Adam Selo e Antonio Benedetto





giovedì 5 NOVEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate, 2 MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del documentario “SEXY SHOPPING” di Adam Selo e Antonio Benedetto alla presenza dei registi e di Veronica Tedeschi, avvocato ed esperta del tema delle migrazioni.










mercoledì 28 ottobre 2015

Diritti Lgbt, teatro e società

 
 
 
 




Uno spettacolo teatrale intitolato Assolutamente deliziose, di una delle autrici più trasgressive della scena britannica, Claire Dowie - interpretato da Flaminia Cuzzoli e Ottavia Orticello con la regia di Emiliano Russo – che ha debuttato al Teatro Due di Roma, con le tappe estive del Fontanone Estate XX Edizione e del Venus Rising Festival nella sezione Teatro del Gay Village Farm e presso il Teatro dei Filodrammatici che ha ospitato il Festival ILLECITE//VISIONI a Milano, ci permette di approfondire alcuni temi riguardanti la comunità Lgbt, i diritti delle donne e i rapporti di genere.



Per questo abbiamo rivolto alcune domande al regista e alle attrici che ringraziamo moltissimo per la disponibilità.



Rispondono Flaminia Cuzzoli (attrice), Ottavia Orticello (attrice) ed Emiliano Russo (regista)



Lo spettacolo veicola molti argomenti. Ad esempio: essere donna nella società contemporanea così contraddittoria e competitiva...


Esattamente. Nel raccontare i destini incrociati di queste due donne, cugine, coetanee, cresciute insieme, la Dowie ironizza su alcune stereotipate aspettative della società contemporanea in cui si imbattono le nostre protagoniste; aspettative in primis provenienti dall’ambiente domestico, quella serie di regole del “buon costume” cui le bambine sono chiamate a conformarsi. Attraverso una serie di slogan, cui l’autrice antepone la dicitura “IN RIFERIMENTO AD UNA ROUTINE DA COMMEDIA TRITA E RITRITA”, veniamo a confrontarci con queste norme comportamentali che diventano una sorta di sfottò al mondo dei genitori: sulla scena vediamo concretamente i nostri due personaggi A e B imitare l’intonazione e il linguaggio usato in particolar modo dalla madre di una delle due che le esorta a tenere la schiena dritta, non parlare a meno che non sia il proprio turno, non dire cose scortesi, non fare cose disdicevoli, comportarsi da signorine da brave ragazze, tenere le ginocchia unite per non far vedere le mutandine e così via. A questo segue l’elenco di una serie di passatempi in rosa che si considera essere “naturali” per le ragazzine come stare a casa a raccontarsi i segreti, parlare delle cose proibite del sesso, farsi maschere di bellezza per la pelle, andare a ballare, dare della sgualdrina ad un’amica. E come reagisce una donna, come si rapporta a questo bombardamento di convinzioni riguardanti l’essere “femmina”? Nel nostro spettacolo proponiamo due diversi modi, opposti ma complementari, due diverse strategie di sopravvivenza messe in atto dalle nostre A e B. La prima sviluppa un rifiuto totale del modello rappresentato da sua madre (da lei definita “casalinga che farebbe di tutto per una vita tranquilla eccetto combattere per i propri diritti) e, nel suo tentativo di non diventare ossessionata dal budino come lei, di non avere il suo stesso sguardo, i suoi stessi occhi, diventerà un “maschiaccio”, rifiutando di identificarsi in un “genere” definito, jeans maglietta capelli corti e sogni anarchici e anticapitalisti. La seconda, al contrario, trova nello status quo, nei soldi, nell’essere una donna in carriera di successo un modo per sentirsi amata e accettata dalla gente, utilizzando la sua bellezza e sensualità per garantirsi questa accettazione di cui ha disperatamente bisogno; non manca però un continuo influenzarsi a vicenda, una fusione della propria identità a quella dell’altra per tutta la vita, perfino a distanza quando B lascia l’Inghilterra per raggiungere sua madre in Australia. Finiranno entrambe per nascondersi dietro le rispettive ideologie, alla ricerca di un senso per le proprie esistenze, di qualcosa per cui lottare, per non sentire quella voce nella testa ripeterti “MIO DIO CHE FALLIMENTO. UN LAGNOSO, FRIGNANTE FALLIMENTO. TUTTO QUESTO, GUARDA, PENSI CHE PORTERA’ A QUALCOSA? PENSI CHE VALGA QUALCOSA? MIO DIO SEI STATA INGANNATA O COSA?  
 
 



Il rapporto raccontato dal testo affonda le radici nell'infanzia e nell'adolescenza delle protagoniste: quanto è importante quel periodo della vita per la formazione dell'identità dell'adulto ? Oppure la Natura fa il proprio corso al di là delle esperienze di vita?



Infanzia e adolescenza sono periodi fondanti per la creazione della propria identità. Se l’infanzia è un periodo in cui è possibile assorbire messaggi e insegnamenti dal mondo esterno senza ancora avere la piena capacità di giudizio e quindi di filtro nei confronti degli impulsi esterni, l’adolescenza è sicuramente il momento di presa di coscienza nella maturazione di un individuo. Oltre ad essere un periodo che racchiude le esperienze di crescita fondamentali per una persona, è il momento in cui si comincia a chiedersi chi si è, cosa si vuole. Crescere senza portare su di sé le tracce di ciò che ci circonda è forse un’utopia: dalla semplice relazione col mondo esterno in tutte le sue sfaccettature, come ad esempio il giudizio della società che impone e condiziona fortemente la persona in un periodo di grande confusione e di fragilità, al più fondamentale “microcosmo familiare” che soprattutto in età adolescenziale rappresenta per noi l’unico modo, l’unico punto di vista con cui vedere il mondo. Resta il fatto che noi non siamo il nostro passato, le nostre storie familiari, ma che possiamo scegliere dove portarCI o non portarCI in qualunque momento.



Quali sono le difficoltà nel poter vivere liberamente le proprie scelte affettive?

 

Dovrebbe suonarci quantomeno strano l’accostamento delle parola “difficoltà” con “vivere liberamente” e “scelte affettive”. Le scelte affettive riguardano le persone coinvolte in esse, sono qualcosa di privato che non dovrebbe trovarsi sottoposto al tribunale del giudizio altrui, love is love e vivere un sentimento non dovrebbe costituire un problema. In pratica poi, al di là dei “dovrebbe e non dovrebbe”, si verificano situazioni che ti fanno sentire in difficoltà. Ad esempio se vivi in una piccola città temi il “giudizio” della gente, temi che le loro chiacchiere possano creare disagio non solo a te stesso/a ma anche alla tua famiglia. Probabilmente ti crea disagio essere etichettato, imprigionato in opinioni parziali sulla tua persona, sulla tua individualità... ma i giudizi, le opinioni esterne sono sempre parziali, sommarie; è come se l’essere umano avesse bisogno di racchiudere il prossimo in definizioni per poterlo controllare, ciò che non si conosce spaventa, come in un gioco di specchi tra io e l’altro. Così tutti giudicano e lo fanno anche A e B. Si giudicano e criticano in continuazione per ogni piccola cosa. Alla fine è sempre una questione di “potere”, di chi ha il controllo. D’altra parte parlando specificatamente del nostro paese, di noi italiani, giudizi offensivi e critiche sono ancora abbastanza radicati per varie ragioni culturali probabilmente, ma soprattutto perché, per tanto troppo tempo, non si è stati costretti a RIconoscere l’esistenza di persone che si considerano LGBTQ: tutto doveva restare nelle quattro pareti domestiche delle nostre rassicuranti famiglie borghesi.




Quali sono i diritti delle/degli omosessuali ancora da affermare, in Italia?


Sicuramente va varata prima di tutto una legge contro l’omofobia. Nelle ultime settimane c’è stata un’escalation di violenze fisiche e psicologiche: dall’adolescente in Sicilia che si è tolto la vita, al ragazzo sbattuto fuori dall’aula dal proprio insegnante, alle aggressioni quotidiane. E la cosa veramente preoccupante è che talvolta i media non si preoccupano più di diffondere queste notizie - che circolano poi invece sui social causando grande indignazione e sgomento da parte di molti. Il fatto che davanti a questi eventi ci siano persone al potere che ancora si ostinano a dire che “l’omofobia non esiste” dovrebbe davvero lasciarci riflettere su chi tesse le reti delle nostre vite. Ma in fondo questa è solo una delle tante questioni problematiche che attanagliano l’Italia di oggi.



Cosa vorreste dire, attraverso questo testo teatrale, ai genitori di persone gay?


Non è un caso che il nostro primo progetto indipendente - di ex compagni di Accademia, oggi colleghi, che hanno in mente un viaggio da percorrere attraverso un’associazione di promozione sociale come la nostra Upnos - sia “Assolutamente Deliziose”. Se c’è una cosa che odiamo è il dover a tutti i costi definire gli altri, mentre crediamo nella persona, nel cercare di essere se stessi piuttosto che quello che si dovrebbe essere, o quello che si pensa di dover essere o quello che la gente ci dice di essere … A e B, le donne di Claire Dowie ci provano, cercano di sbarazzarsi delle etichette imposte dalla cultura, anche se l’esito non è garantito e si beccano sofferenza a palate. In quanto ai genitori cosa si può dire? Vi consigliamo una bella lettura da tenere sui vostri comodini: il Profeta di Gibran, un tale che ha parlato ai genitori, a tutti i genitori di tutti i figli.



I vostri figli non sono figli vostri... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perchè la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perchè la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo.