Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".
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"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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sabato 5 dicembre 2015
Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano
domenica 30 agosto 2015
Nidaa Badwan e l’arte a Gaza
di
Monica Macchi
“L’isolamento
è l’unico modo che ho trovato per sfuggire al giogo della società.
E’
l’unica cosa che mi permette di avere uno spazio di espressione e
libertà”
Di
fronte allo stillicidio di una guerra quotidiana, alle macerie e
all’oppressione religiosa, l’artista Nidaa Badwan ha scelto di
vivere reclusa nella sua stanza a Dayr al-Balah, nel sud di Gaza, dal
dicembre 2013.
Laureata alla Facoltà di Belle Arti dell’Università Al-Aqsa ha
fatto dell’isolamento un progetto fotografico dal titolo “Cento
giorni di solitudine”, (esplicito omaggio a Gabriel García
Márquez), in mostra in questi giorni al Centro Culturale di
Ramallah. Sono quattordici autoritratti costruiti come nature morte
dai colori forti che ricordano la pittura fiamminga, una risposta
alla mostra
“Also this is Gaza” (Anche questo è Gaza), in cui aveva
presentato una testa di donna chiusa in un sacchetto di plastica,
metafora del soffocamento che già avvertiva. La foto ha attirato
l’attenzione di Anthony
Bruno, direttore dell'Istituto Francese di Gaza, che le ha
organizzato una mostra presso la Galleria di al-Hoash a Gerusalemme
Est. Ma le autorità israeliane non le concedono il visto come del
resto non gliel’hanno concesso neppure per la mostra a Ramallah: le
sue opere possono uscire da Gaza, lei no.
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lunedì 30 dicembre 2013
Un artista in transito: Adrian Paci a Milano
Jolanda è una delle due figlie di Adrian Paci, l’artista
albanese che vive e lavora a Milano dal 1997. Il PAC, Padiglione d’Arte
Contemporanea, in Via Palestro, gli dedica una ricca retrospettiva che si può
visitare fino al 6 gennaio 2014 e dal titolo “Vite in transito”.
Nato nel 1969 a Scutari, Paci è arrivato in Italia negli
anni’90, gli anni del cosiddetto “primo flusso migratorio” quando tanti suoi
connazionali venivano dall’Albania e dal resto dell’Europa dell’Est in cerca di
fortuna su barconi carichi di persone e di speranze. Un fenomeno, questo, che
da allora continua ripetersi per tanta umanità sfortunata.
Adrian Paci è, invece, arrivato in aereo e con il visto
sul passaporto perché voleva studiare in Italia come vincitore di una borsa di
studio in “Arte e liturgia” ottenuta presso l’Istituto Beato Angelico di
Milano. E da qui inizia la sua carriera.
Una carriera che è possibile ripercorrere nella mostra in
corso al PAC di Milano e il cui titolo Vite
in transito fa riferimento alla propria e a quella della sua famiglia, ma
soprattutto a quella di tanti migranti poveri che cercano in Occidente un
eldorado, spesso veicolato dalle immagini fittizie della televisione e di altri
media, ma che non corrisponde più alla realtà. Il titolo della retrospettiva ,
però, può essere letto anche in senso più metaforico: si riferisce, infatti,
anche al divenire dell’esistenza stessa che, per tutti, porta a continui cambiamenti.
Pittura su vari materiali, tecniche diverse di tratti e
di segni, videoinstallazioni, fotografie: la ricerca poliedrica creativa e
stilistica di uno degli artisti contemporanei più affermati al mondo, riporta
sempre al centro della riflessione temi di grande attualità. Sdraiata verso la
grande vetrata dell’edificio e imponente, si allunga una grande colonna di
marmo che ricorda quelle antiche greco-romane: si tratta dell’opera più recente
realizzata da Adrian Paci. Una colonna di marmo orizzontale rivolta verso una
parete su cui scorre un video. Nelle immagini è inquadrata una nave cargo sulla
quale alcuni artigiani cinesi stanno lavorando un grosso pezzo di marmo da cui
prenderà forma proprio quella colonna. The
column, questo il titolo dell’installazione, riprende i temi cari all’autore: il viaggio come speranza e
utopia, la de-localizzazione del lavoro, la trasformazione delle tradizioni.
A proposito di lavoro, Paci ritorna sul tema anche in Electric blue: si tratta di un video in
cui un uomo, per mantenere la sua famiglia, rinuncia al sogno di diventare
regista e decide di copiare videocassette di film porno. Scoprirà che suo
figlio le guarda e deciderà di cancellarle con filmati presi dalla televisione.
Il risultato sarà che sulle videocassette verranno registrate immagini della
guerra appena scoppiata nel Kosovo mischiate a quelle porno: ma qual è la vera
pornografia?
Alla Biennale 2005 di Venezia, l’artista porta un video
dal titolo Turn On: al PAC è esposta
una bellissima fotografia, tratta da quell’opera, che racconta da sola altre
vite in transito, o meglio, in attesa: è ritratto, infatti, un gruppo di
disoccupati di Scutari, seduti sui gradini dello stadio, ad aspettare di essere
reclutati per un lavoro a cottimo. E’ notte e ognuno di loro ha con sé un
generatore di corrente: una luce fioca che illumina volti seri e segnati dal
freddo; una luce tenue ancora di speranza. 

La speranza, o l’illusione, dei protagonisti anche del
video intitolato Centro di permanenza
temporaneo: lo spettatore si trova di fronte a una scena di mobile
immobilità, l’aeroporto come luogo di transito per eccellenza, ma anche
non-luogo. La scaletta del velivolo
piena di persone pronte a partire…ma manca l’aereo e i migranti restano sospesi
nel vuoto.
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sabato 28 dicembre 2013
Save my Dream
Cari lettori, oggi vi proponiamo il video dell’incontro che
abbiamo avuto con Mohamed Ba – attore e scrittore – in occasione del progetto
ideato e organizzato da Associazione Spazio Tadini, intitolato SAVE MY DREAM:
alcuni artisti hanno donato un’opera, esposta nella mostra allestita nello
spazio dell’associazione fino alla fine di gennaio. Le opere sono in vendita e
il ricavato sarà devoluto ai Comuni di Lampedusa e di Linosa per contribuire all’aiuto e
all’accoglienza dei migranti.
L’Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, giovedì
12 dicembre scorso, l’incontro-intervista con Mohamed Ba per approfondire i
temi legati ai processi migratori: perché molte persone decidono di abbandonare
il Paese d’origine? Quali sono le difficoltà che incontrano una volta arrivate
in Europa, in Italia? Cosa dovrebbero
fare le istituzioni per migliorare le loro condizioni? Si è discusso di questo
e di molto altro a partire anche dal libro intitolato “Il tempo dalla mia
parte” e dallo spettacolo teatrale “Il riscatto”.
Vi ricordiamo, inoltre, che abbiamo scritto la recensione
del film Và pensiero-Storie ambulanti, recensione
che potete trovare nei post precedenti. Il film riprende queste tematiche e
Mohamed è uno dei protagonisti: non solo del film, ma purtroppo, anche di una
bruttissima storia che lo ha segnato, in tutti i sensi, e che dovrebbe
continuare a far riflettere.
Ecco a voi il video della serata!
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sabato 11 maggio 2013
Siria: l'importanza della creatività
Si è
conclusa, a Milano, la 23ma edizione del Festival del cinema
africano, d'Asia e America latina che si conferma attento ai temi di
geopolitica e di attualità.
Tra le
tante proposte culturali, che hanno arricchito il programma delle
proiezioni, il pubblico ha potuto anche assistere ad una mostra e ad
un dibattito molto interessanti sulla situazione siriana e su come vivono le persone che sono rimaste nel Paese.
Creative
Syria è
il titolo dell'allestimento, a cura di Donatella Della Ratta, in cui
sono state esposte opere grafiche, pittoriche e multimediali di
artisti famosi e di persone comuni, testimonianza della creatività
del popolo che - attraverso immagini suggestive, parole
poetiche, musica evocativa e slogan efficaci - esprime il proprio sentimento e il proprio pensiero in una situazione di guerra e di paura,
di attesa e di speranza.
Presso la Casa del Pane, luogo in cui è
stata allestita la mostra, il 7 maggio scorso, si è tenuto un
dibattito con alcuni artisti. L'incontro è stato aperto dallo
scrittore e attivista per i diritti umani, Shady Hamadi che ha letto
un brano tratto dal suo lavoro intitolato “ La felicità araba.
Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana” in cui
l'autore mescola indagine e poesia nel raccontare la situazione del
proprio Paese negli ultimi due anni: un Paese in cui prima vivevano
armonicamente drusi, cristiani, sunniti, sciiti, curdi e alawiti e in
cui ora regnano il caos e la violenza. Ma, come sostiene Hamadi, il
dolore è destinato a finire, perchè nulla può essere eterno.
L'artista
Tammam Azzam avvicina, nei suoi pannelli di grandi dimensioni, figure
tratte da dipinti di pittori celebri , e perlopiù occidentali (Goya,
Klimt, Leonardo, Gauguin), ad immagini di distruzione, di case
diroccate, di strade bombardate: una provocazione che sottende la
domanda: “Perchè la comunità internazionale è attenta all'Arte,
alla Bellezza, ma quando si tratta di tragedie umane rimane
indifferente?”.
Kevork
Mourad, visual artist, fa accompagnare il gesto del disegnare alle
note di un clarinetto: la sua mano crea forme evanescenti e concrete
allo stesso tempo, linee delicate che raccontano guerra e violenza,
uomini-donne-bambini che meritano attenzione e ascolto. Mourad è
armeno, ma dice di lavorare per tutti i siriani: ricostruire la Siria
significa eliminare la dittatura e poi assumere il punto di vista di ogni individuo, non solo quello personale.
A
Nord del Paese alcuni bambini hanno trovato delle piccole monete e le
hanno consegnate al Museo di Archeologia per avere in cambio
caramelle: questo significa che la popolazione è consapevole che
quella è la propria terra e vogliono proteggerla e farla rinascere.
E anche se, giorno dopo giorno, il cammino si fa più difficile, le
persone che sono rimaste in Siria continuano a mettere in atto la
loro forma di resistenza tenace per vedere riaffermati i valori
della giustizia e della libertà.
![]() |
Shady Hamadi |
venerdì 5 aprile 2013
Intervista a Kikoko: la pittura e il viaggio
Kouevi-Akoe
Ekoe Kokovi, in arte Kikoko.
Nato nel
1978 a Lomè, nel Togo, oggi vive e lavora a Milano. Prima ebanista,
scultore e fabbricante di percussioni, diventa pittore dopo aver
conosciuto un gruppo di artisti nomadi nel deserto algerino, a
Tamarasset. Le sue opere sono state esposte in Francia, in Germania e
in molte località italiane (Milano, Lodi, Roma, Ravenna).
Abbiamo
avuto la fortuna di conoscere Kikoko e di parlare un po' con lui.
Vi
regaliamo le sue parole.
Innanzitutto,
ci può raccontare brevemente la sua esperienza personale?
Mi sono
ritrovato davanti a una scelta e ho deciso di andare. Ho deciso di
partire dal mio Paese, prima di tutto, perchè volevo cercare me
stesso. La mia famiglia non aveva problemi economici, ho studiato
contabilità, ma sentivo che quella non era la mia strada.
La prima
tappa del mio viaggio è stata l'Algeria, Tamarasset (tra Algeria e
Niger), un luogo nel deserto in cui ho trovato carovane di artisti
che hanno formato lì un piccolo villaggio dove creano e vendono le
loro opere. Ho conosciuto così l'arte pittorica. Mi hanno accolto e
ospitato per tre, quattro mesi; ho vissuto con loro, ho adottato le
loro abitudini, ma per me,all'inizio, non è stato facile perchè
venivo da un altro posto, anche da un altro clima. Quando ho finito i
soldi, da lì mi sono spostato nel Benin - dove ho allestito la mia
prima mostra – per poi tornare in Togo. In Togo, però, non ho
trovato un'accoglienza positiva perchè la mia scelta di fare come
mestiere l'artista, non era capita. Il livello culturale era molto
basso. Mio padre era un collezionista, ma mia madre mi diceva: “Con
questo lavoro non si mangia”.
Nel 1992
è arrivato in Francia. Il suo bagaglio artistico e culturale lo ha
acquisito in Europa o in Africa?
Un po'
qui e un po' in Africa perchè , per un periodo, andavo e tornavo in
continuazione. Ogni volta, però, che tornavo indietro dovevo
ricominciare dall'inizio, ma ho continuato ad imparare, a studiare.
In Africa avevo la mia casa e più tempo a disposizione per cui
potevo dedicarmi a quella che ho scelto come la mia professione. Ho
imparato tanto soprattutto guardando le altre persone, gli altri
artisti. Guardare uno che prende una tela e butta giù il colore: già
quella è una partenza. E io ripetevo i gesti, ascoltavo le parole.
Com'è
stata la sua prima esperienza in Europa?
La prima
volta dovevo rimanere a Marsiglia per un mese, ma ci sono rimasto per
sei mesi come irregolare e, quindi, dovevo nascondermi. Se manca il
permesso di soggiorno, il migrante non esiste, sa di non esistere ed
è capace di tutto: è capace anche di prendere l'identità di un
altro perchè non c'è alternativa. Si è costretti a mentire, a
perdere tutto, a negare le proprie radici: il nome, i figli, la
famiglia d'origine, etc. per poi nascondersi anche dietro a un Paese
diverso dal proprio, falso e dietro a una falsa identità.
Che
situazione ha trovato quando è arrivato in Italia?
Sono
arrivato nel 2006 e sono ancora dentro a una situazione difficile.
Chi mi ha conosciuto quando sono arrivato e mi vede oggi può dire:
“Questo qua ha fatto un miracolo”. Ancora oggi, qui, sento
diffidenza, se non paura dello straniero. Ho fatto realmente fatica
ad entrare nella vita reale italiana. Ad esempio, quando sono qui,
nel mio studio, le persone che passano guardano dalla vetrina, vedono
un uomo di colore e non entrano. Non voglio chiamarlo razzismo, ma
ignoranza.
Che
tecniche usa per realizzare le sue opere?
Gli
artisti che ho incontrato nel deserto algerino erano scappati dai
loro Paesi per motivi politici e religiosi perchè, nei loro dipinti,
avevano inserito figure umane (o di altri esseri viventi) non
accettate dall'iconoclastia.
Comunque,
ancora oggi, i loro quadri sono caratterizzati da pennellate lunghe e
colori delicati: vengono lasciati ad asciugare al sole e al vento, ma
il vento porta la sabbia sulle tele. Il dipinto diventa, così,
materico e porta in sé la traccia del luogo in cui è stato
realizzato.
Anche
per me questa tecnica è diventata fondamentale. Applico sui miei
quadri materiali diversi: legno, stoffa, carta. La mia, infatti, è
una tecnica mista.
Quali
sono i temi ricorrenti nella sua Arte?
Il tema
del viaggio è fondamentale. Molti artisti escono dal loro ambito
reale, da uno schema predefinito e vanno a indagare con la
mente...arrivando anche sulla luna!
Anche a
me piace viaggiare, soprattutto metaforicamente. Nei miei quadri ci
sono figure reali che diventano simboliche; oppure inserisco proverbi
o modi di dire che appartengono alla mia cultura, ma - a seconda
dell'interpretazione che ne dà lo spettatore - possono cambiare
significato. L'importante è pensare, leggere o scrivere con
l'immagine.
domenica 10 febbraio 2013
Mostra "Diar-Diar": per un gemellaggio artistico tra Milano e Dakar
Fino al 28 di febbraio è possibile visitare l'esposione Diar-Diar ovvero Percorso che propone l'incontro dell'artista senegalese "Douts" (Mohamadou Ndoye) e del suo connazionale Mor Talla Seck provenienti, entrambi, dalla Scuola di Belle Arti di Dakar (ENBA).
La mostra è ospitata presso la B.D.- ART GALLERY, Black Diaspora Art, di Via Mac Mahon, 84 a Milano, una galleria che si pone come luogo di aggregazione e di scambio per gli artisti africani, centro di esposizione permanente delle loro opere e laboratorio artistico per adulti e bambini.
In occasione della mostra in corso, Douts presenta - oltre ai suoi dipinti (vedi fotografie) - il film di animazione intitolato Train-Train Medina in cui racconta la complessità e la bellezza di un quartiere della citàà di Dakar , una città che brulica di case, di strade, di persone che prendono forma da sabbia, cartone, vernice e stoffa. e poi le televisioni, le antenne, le partite di calcio e il passaggio degli autobus. Un caos e un sottofondo di povertà.
Il rischio è che il quartiere possa soccombere al disordine e al ritmo urbano. Ma, nell'opera di Douts, emergono la vivacità, i colori che pulsano vita e, soprattutto, la tenacia degli abitanti che cercano sempre soluzioni nuove e non conoscono la rassegnazione.
Per vedere il film : http://vimeo.com/22070859
L'arte di Douts dialoga con quella di Mor Talla Seck - pittore e scultore - che presenta una serie di opere intitolata Sous Verre (Sotto vetro). La tecnica consiste nel disegnare e dipingere, in negativo dietro il vetro, in modo da far vedere, davanti, la parte positiva. Ed è un messaggio, una metafora, un consiglio: per comprendere meglio ciò che si ha davanti, è necessario osservarlo da ogni punto di vista. In particolare - quando si tratta di persone - è possibile valutarne i lati positivi...prima di giuducarle in base a stereotipi o pregiudizi.
Le opere di Mor Talla Seck (che ha lavorato anche per il TAM, Trattamento Artistico dei Metalli di Arnaldo pomodoro) sono definite "piani mistificati" e il loro significato affonda le proprie radici - come nei lavori di Douts - nella vita quotidiana senegalese, nella cultura e nella tradizione, toccando i temi della solidarietà e del rispetto, del libero arbitrio e della spiritualità.
La mostra è ospitata presso la B.D.- ART GALLERY, Black Diaspora Art, di Via Mac Mahon, 84 a Milano, una galleria che si pone come luogo di aggregazione e di scambio per gli artisti africani, centro di esposizione permanente delle loro opere e laboratorio artistico per adulti e bambini.
In occasione della mostra in corso, Douts presenta - oltre ai suoi dipinti (vedi fotografie) - il film di animazione intitolato Train-Train Medina in cui racconta la complessità e la bellezza di un quartiere della citàà di Dakar , una città che brulica di case, di strade, di persone che prendono forma da sabbia, cartone, vernice e stoffa. e poi le televisioni, le antenne, le partite di calcio e il passaggio degli autobus. Un caos e un sottofondo di povertà.
Il rischio è che il quartiere possa soccombere al disordine e al ritmo urbano. Ma, nell'opera di Douts, emergono la vivacità, i colori che pulsano vita e, soprattutto, la tenacia degli abitanti che cercano sempre soluzioni nuove e non conoscono la rassegnazione.
Per vedere il film : http://vimeo.com/22070859
L'arte di Douts dialoga con quella di Mor Talla Seck - pittore e scultore - che presenta una serie di opere intitolata Sous Verre (Sotto vetro). La tecnica consiste nel disegnare e dipingere, in negativo dietro il vetro, in modo da far vedere, davanti, la parte positiva. Ed è un messaggio, una metafora, un consiglio: per comprendere meglio ciò che si ha davanti, è necessario osservarlo da ogni punto di vista. In particolare - quando si tratta di persone - è possibile valutarne i lati positivi...prima di giuducarle in base a stereotipi o pregiudizi.
Le opere di Mor Talla Seck (che ha lavorato anche per il TAM, Trattamento Artistico dei Metalli di Arnaldo pomodoro) sono definite "piani mistificati" e il loro significato affonda le proprie radici - come nei lavori di Douts - nella vita quotidiana senegalese, nella cultura e nella tradizione, toccando i temi della solidarietà e del rispetto, del libero arbitrio e della spiritualità.
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