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sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




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domenica 30 agosto 2015

Nidaa Badwan e l’arte a Gaza




di Monica Macchi






L’isolamento è l’unico modo che ho trovato per sfuggire al giogo della società.

E’ l’unica cosa che mi permette di avere uno spazio di espressione e libertà”





Di fronte allo stillicidio di una guerra quotidiana, alle macerie e all’oppressione religiosa, l’artista Nidaa Badwan ha scelto di vivere reclusa nella sua stanza a Dayr al-Balah, nel sud di Gaza, dal dicembre 2013. Laureata alla Facoltà di Belle Arti dell’Università Al-Aqsa ha fatto dell’isolamento un progetto fotografico dal titolo “Cento giorni di solitudine”, (esplicito omaggio a Gabriel García Márquez), in mostra in questi giorni al Centro Culturale di Ramallah. Sono quattordici autoritratti costruiti come nature morte dai colori forti che ricordano la pittura fiamminga, una risposta alla mostra “Also this is Gaza” (Anche questo è Gaza), in cui aveva presentato una testa di donna chiusa in un sacchetto di plastica, metafora del soffocamento che già avvertiva. La foto ha attirato l’attenzione di Anthony Bruno, direttore dell'Istituto Francese di Gaza, che le ha organizzato una mostra presso la Galleria di al-Hoash a Gerusalemme Est. Ma le autorità israeliane non le concedono il visto come del resto non gliel’hanno concesso neppure per la mostra a Ramallah: le sue opere possono uscire da Gaza, lei no.


lunedì 30 dicembre 2013

Un artista in transito: Adrian Paci a Milano



 
Jolanda risponde ad alcune domande sulla sua vita e, con la naturalezza dei suoi cinque anni, dice di essere nata a Siena, ma di essere anche albanese; racconta di aver paura dell’Albania perché ci sono i banditi con la pistola, ma di aver voglia di tornare perché può andare da sola dalle amiche, mentre a Milano è pericoloso perché ci sono le macchine.

Jolanda è una delle due figlie di Adrian Paci, l’artista albanese che vive e lavora a Milano dal 1997. Il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, in Via Palestro, gli dedica una ricca retrospettiva che si può visitare fino al 6 gennaio 2014 e dal titolo “Vite in transito”.

Nato nel 1969 a Scutari, Paci è arrivato in Italia negli anni’90, gli anni del cosiddetto “primo flusso migratorio” quando tanti suoi connazionali venivano dall’Albania e dal resto dell’Europa dell’Est in cerca di fortuna su barconi carichi di persone e di speranze. Un fenomeno, questo, che da allora continua ripetersi per tanta umanità sfortunata.

Adrian Paci è, invece, arrivato in aereo e con il visto sul passaporto perché voleva studiare in Italia come vincitore di una borsa di studio in “Arte e liturgia” ottenuta presso l’Istituto Beato Angelico di Milano. E da qui inizia la sua carriera.

Una carriera che è possibile ripercorrere nella mostra in corso al PAC di Milano e il cui titolo Vite in transito fa riferimento alla propria e a quella della sua famiglia, ma soprattutto a quella di tanti migranti poveri che cercano in Occidente un eldorado, spesso veicolato dalle immagini fittizie della televisione e di altri media, ma che non corrisponde più alla realtà. Il titolo della retrospettiva , però, può essere letto anche in senso più metaforico: si riferisce, infatti, anche al divenire dell’esistenza stessa che, per tutti, porta a continui cambiamenti.

Pittura su vari materiali, tecniche diverse di tratti e di segni, videoinstallazioni, fotografie: la ricerca poliedrica creativa e stilistica di uno degli artisti contemporanei più affermati al mondo, riporta sempre al centro della riflessione temi di grande attualità. Sdraiata verso la grande vetrata dell’edificio e imponente, si allunga una grande colonna di marmo che ricorda quelle antiche greco-romane: si tratta dell’opera più recente realizzata da Adrian Paci. Una colonna di marmo orizzontale rivolta verso una parete su cui scorre un video. Nelle immagini è inquadrata una nave cargo sulla quale alcuni artigiani cinesi stanno lavorando un grosso pezzo di marmo da cui prenderà forma proprio quella colonna. The column, questo il titolo dell’installazione, riprende i temi cari all’autore: il viaggio come speranza e utopia, la de-localizzazione del lavoro, la trasformazione delle tradizioni.

A proposito di lavoro, Paci ritorna sul tema anche in Electric blue: si tratta di un video in cui un uomo, per mantenere la sua famiglia, rinuncia al sogno di diventare regista e decide di copiare videocassette di film porno. Scoprirà che suo figlio le guarda e deciderà di cancellarle con filmati presi dalla televisione. Il risultato sarà che sulle videocassette verranno registrate immagini della guerra appena scoppiata nel Kosovo mischiate a quelle porno: ma qual è la vera pornografia?

Alla Biennale 2005 di Venezia, l’artista porta un video dal titolo Turn On: al PAC è esposta una bellissima fotografia, tratta da quell’opera, che racconta da sola altre vite in transito, o meglio, in attesa: è ritratto, infatti, un gruppo di disoccupati di Scutari, seduti sui gradini dello stadio, ad aspettare di essere reclutati per un lavoro a cottimo. E’ notte e ognuno di loro ha con sé un generatore di corrente: una luce fioca che illumina volti seri e segnati dal freddo; una luce tenue ancora di speranza.

La speranza, o l’illusione, dei protagonisti anche del video intitolato Centro di permanenza temporaneo: lo spettatore si trova di fronte a una scena di mobile immobilità, l’aeroporto come luogo di transito per eccellenza, ma anche non-luogo.  La scaletta del velivolo piena di persone pronte a partire…ma manca l’aereo e i migranti restano sospesi nel vuoto.

sabato 28 dicembre 2013

Save my Dream

Spazio Tadini
 
 

Cari lettori, oggi vi proponiamo il video dell’incontro che abbiamo avuto con Mohamed Ba – attore e scrittore – in occasione del progetto ideato e organizzato da Associazione Spazio Tadini, intitolato SAVE MY DREAM: alcuni artisti hanno donato un’opera, esposta nella mostra allestita nello spazio dell’associazione fino alla fine di gennaio. Le opere sono in vendita e il ricavato sarà devoluto ai Comuni di Lampedusa e di Linosa per contribuire all’aiuto e all’accoglienza dei migranti.

L’Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, giovedì 12 dicembre scorso, l’incontro-intervista con Mohamed Ba per approfondire i temi legati ai processi migratori: perché molte persone decidono di abbandonare il Paese d’origine? Quali sono le difficoltà che incontrano una volta arrivate in Europa, in Italia?  Cosa dovrebbero fare le istituzioni per migliorare le loro condizioni? Si è discusso di questo e di molto altro a partire anche dal libro intitolato “Il tempo dalla mia parte” e dallo spettacolo teatrale “Il riscatto”.

Vi ricordiamo, inoltre, che abbiamo scritto la recensione del film Và pensiero-Storie ambulanti, recensione che potete trovare nei post precedenti. Il film riprende queste tematiche e Mohamed è uno dei protagonisti: non solo del film, ma purtroppo, anche di una bruttissima storia che lo ha segnato, in tutti i sensi, e che dovrebbe continuare a far riflettere.

Ecco a voi il video della serata!
 


sabato 11 maggio 2013

Siria: l'importanza della creatività




Si è conclusa, a Milano, la 23ma edizione del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina che si conferma attento ai temi di geopolitica e di attualità.
Tra le tante proposte culturali, che hanno arricchito il programma delle proiezioni, il pubblico ha potuto anche assistere ad una mostra e ad un dibattito molto interessanti sulla situazione siriana e su come vivono le persone che sono rimaste nel Paese.
Creative Syria è il titolo dell'allestimento, a cura di Donatella Della Ratta, in cui sono state esposte opere grafiche, pittoriche e multimediali di artisti famosi e di persone comuni, testimonianza della creatività del popolo che - attraverso immagini suggestive, parole poetiche, musica evocativa e slogan efficaci - esprime il proprio sentimento e il proprio pensiero in una situazione di guerra e di paura, di attesa e di speranza. 
Presso la Casa del Pane, luogo in cui è stata allestita la mostra, il 7 maggio scorso, si è tenuto un dibattito con alcuni artisti. L'incontro è stato aperto dallo scrittore e attivista per i diritti umani, Shady Hamadi che ha letto un brano tratto dal suo lavoro intitolato “ La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana” in cui l'autore mescola indagine e poesia nel raccontare la situazione del proprio Paese negli ultimi due anni: un Paese in cui prima vivevano armonicamente drusi, cristiani, sunniti, sciiti, curdi e alawiti e in cui ora regnano il caos e la violenza. Ma, come sostiene Hamadi, il dolore è destinato a finire, perchè nulla può essere eterno.
L'artista Tammam Azzam avvicina, nei suoi pannelli di grandi dimensioni, figure tratte da dipinti di pittori celebri , e perlopiù occidentali (Goya, Klimt, Leonardo, Gauguin), ad immagini di distruzione, di case diroccate, di strade bombardate: una provocazione che sottende la domanda: “Perchè la comunità internazionale è attenta all'Arte, alla Bellezza, ma quando si tratta di tragedie umane rimane indifferente?”.
Kevork Mourad, visual artist, fa accompagnare il gesto del disegnare alle note di un clarinetto: la sua mano crea forme evanescenti e concrete allo stesso tempo, linee delicate che raccontano guerra e violenza, uomini-donne-bambini che meritano attenzione e ascolto. Mourad è armeno, ma dice di lavorare per tutti i siriani: ricostruire la Siria significa eliminare la dittatura e poi assumere il punto di vista di ogni individuo, non solo quello personale.
A Nord del Paese alcuni bambini hanno trovato delle piccole monete e le hanno consegnate al Museo di Archeologia per avere in cambio caramelle: questo significa che la popolazione è consapevole che quella è la propria terra e vogliono proteggerla e farla rinascere. E anche se, giorno dopo giorno, il cammino si fa più difficile, le persone che sono rimaste in Siria continuano a mettere in atto la loro forma di resistenza tenace per vedere riaffermati i valori della giustizia e della libertà.

Shady Hamadi

venerdì 5 aprile 2013

Intervista a Kikoko: la pittura e il viaggio



Kouevi-Akoe Ekoe Kokovi, in arte Kikoko.
Nato nel 1978 a Lomè, nel Togo, oggi vive e lavora a Milano. Prima ebanista, scultore e fabbricante di percussioni, diventa pittore dopo aver conosciuto un gruppo di artisti nomadi nel deserto algerino, a Tamarasset. Le sue opere sono state esposte in Francia, in Germania e in molte località italiane (Milano, Lodi, Roma, Ravenna).
Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Kikoko e di parlare un po' con lui.
Vi regaliamo le sue parole.



Innanzitutto, ci può raccontare brevemente la sua esperienza personale?

Mi sono ritrovato davanti a una scelta e ho deciso di andare. Ho deciso di partire dal mio Paese, prima di tutto, perchè volevo cercare me stesso. La mia famiglia non aveva problemi economici, ho studiato contabilità, ma sentivo che quella non era la mia strada.
La prima tappa del mio viaggio è stata l'Algeria, Tamarasset (tra Algeria e Niger), un luogo nel deserto in cui ho trovato carovane di artisti che hanno formato lì un piccolo villaggio dove creano e vendono le loro opere. Ho conosciuto così l'arte pittorica. Mi hanno accolto e ospitato per tre, quattro mesi; ho vissuto con loro, ho adottato le loro abitudini, ma per me,all'inizio, non è stato facile perchè venivo da un altro posto, anche da un altro clima. Quando ho finito i soldi, da lì mi sono spostato nel Benin - dove ho allestito la mia prima mostra – per poi tornare in Togo. In Togo, però, non ho trovato un'accoglienza positiva perchè la mia scelta di fare come mestiere l'artista, non era capita. Il livello culturale era molto basso. Mio padre era un collezionista, ma mia madre mi diceva: “Con questo lavoro non si mangia”.

Nel 1992 è arrivato in Francia. Il suo bagaglio artistico e culturale lo ha acquisito in Europa o in Africa?

Un po' qui e un po' in Africa perchè , per un periodo, andavo e tornavo in continuazione. Ogni volta, però, che tornavo indietro dovevo ricominciare dall'inizio, ma ho continuato ad imparare, a studiare. In Africa avevo la mia casa e più tempo a disposizione per cui potevo dedicarmi a quella che ho scelto come la mia professione. Ho imparato tanto soprattutto guardando le altre persone, gli altri artisti. Guardare uno che prende una tela e butta giù il colore: già quella è una partenza. E io ripetevo i gesti, ascoltavo le parole.

Com'è stata la sua prima esperienza in Europa?

La prima volta dovevo rimanere a Marsiglia per un mese, ma ci sono rimasto per sei mesi come irregolare e, quindi, dovevo nascondermi. Se manca il permesso di soggiorno, il migrante non esiste, sa di non esistere ed è capace di tutto: è capace anche di prendere l'identità di un altro perchè non c'è alternativa. Si è costretti a mentire, a perdere tutto, a negare le proprie radici: il nome, i figli, la famiglia d'origine, etc. per poi nascondersi anche dietro a un Paese diverso dal proprio, falso e dietro a una falsa identità.

Che situazione ha trovato quando è arrivato in Italia?

Sono arrivato nel 2006 e sono ancora dentro a una situazione difficile. Chi mi ha conosciuto quando sono arrivato e mi vede oggi può dire: “Questo qua ha fatto un miracolo”. Ancora oggi, qui, sento diffidenza, se non paura dello straniero. Ho fatto realmente fatica ad entrare nella vita reale italiana. Ad esempio, quando sono qui, nel mio studio, le persone che passano guardano dalla vetrina, vedono un uomo di colore e non entrano. Non voglio chiamarlo razzismo, ma ignoranza.

Che tecniche usa per realizzare le sue opere?

Gli artisti che ho incontrato nel deserto algerino erano scappati dai loro Paesi per motivi politici e religiosi perchè, nei loro dipinti, avevano inserito figure umane (o di altri esseri viventi) non accettate dall'iconoclastia.
Comunque, ancora oggi, i loro quadri sono caratterizzati da pennellate lunghe e colori delicati: vengono lasciati ad asciugare al sole e al vento, ma il vento porta la sabbia sulle tele. Il dipinto diventa, così, materico e porta in sé la traccia del luogo in cui è stato realizzato.
Anche per me questa tecnica è diventata fondamentale. Applico sui miei quadri materiali diversi: legno, stoffa, carta. La mia, infatti, è una tecnica mista.

Quali sono i temi ricorrenti nella sua Arte?

Il tema del viaggio è fondamentale. Molti artisti escono dal loro ambito reale, da uno schema predefinito e vanno a indagare con la mente...arrivando anche sulla luna!
Anche a me piace viaggiare, soprattutto metaforicamente. Nei miei quadri ci sono figure reali che diventano simboliche; oppure inserisco proverbi o modi di dire che appartengono alla mia cultura, ma - a seconda dell'interpretazione che ne dà lo spettatore - possono cambiare significato. L'importante è pensare, leggere o scrivere con l'immagine.





domenica 10 febbraio 2013

Mostra "Diar-Diar": per un gemellaggio artistico tra Milano e Dakar

Fino al 28 di febbraio è possibile visitare l'esposione Diar-Diar ovvero Percorso che propone l'incontro dell'artista senegalese "Douts" (Mohamadou Ndoye) e del suo connazionale Mor Talla Seck provenienti, entrambi, dalla Scuola di Belle Arti di Dakar (ENBA).
La mostra è ospitata presso la B.D.- ART GALLERY, Black Diaspora Art, di Via Mac Mahon, 84 a Milano, una galleria che si pone come luogo di aggregazione e di scambio per gli artisti africani, centro di esposizione permanente delle loro opere e laboratorio artistico per adulti e bambini. 
In occasione della mostra in corso, Douts presenta - oltre ai suoi dipinti (vedi fotografie) - il film di animazione intitolato Train-Train Medina in cui racconta la complessità e la bellezza di un quartiere della citàà di Dakar , una città che brulica di case, di strade, di persone che prendono forma da sabbia, cartone, vernice e stoffa. e poi le televisioni, le antenne, le partite di calcio e il passaggio degli autobus. Un caos e un sottofondo di povertà.
Il rischio è che il quartiere possa soccombere al disordine e al ritmo urbano. Ma, nell'opera di Douts, emergono la vivacità, i colori che pulsano vita e, soprattutto, la tenacia degli abitanti che cercano sempre soluzioni nuove e non conoscono la rassegnazione.

Per vedere il film :   http://vimeo.com/22070859

L'arte di Douts dialoga con quella di Mor Talla Seck - pittore e scultore - che presenta una serie di opere intitolata Sous Verre (Sotto vetro). La tecnica consiste nel disegnare e dipingere, in negativo dietro il vetro, in modo da far vedere, davanti, la parte positiva. Ed è un messaggio, una metafora, un consiglio: per comprendere meglio ciò che si ha davanti, è necessario osservarlo da ogni punto di vista. In particolare - quando si tratta di persone - è possibile valutarne i lati positivi...prima di giuducarle in base a stereotipi o pregiudizi.
Le opere di Mor Talla Seck (che ha lavorato anche per il TAM, Trattamento Artistico dei Metalli di Arnaldo pomodoro) sono definite "piani mistificati" e il loro significato affonda le proprie radici - come nei lavori di Douts - nella vita quotidiana senegalese, nella cultura e nella tradizione, toccando i temi della solidarietà e del rispetto, del libero arbitrio e della spiritualità.