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venerdì 15 maggio 2015

Appello per un permesso di soggiorno europeo


L'Associazione per i Diritti Umani di Milano si associa al seguente appello di Milanosenzafrontiere e chiede di farlo girare. Grazie.

Per un permesso di soggiorno europeo minimo di due anni e incondizionato! Appello per una giornata di mobilitazione dei migranti, lavoratori e precari sul tema della mobilità e della libertà di muoversi e di restare.

La crisi ha mutato profondamente il quadro politico e sociale. Mentre l’immigrazione entra nel dibattito pubblico come continua ‘emergenza’, solo a ridosso delle
stragi che continuano a ripetersi nel Mediterraneo, una vera e propria guerra contro i migranti viene combattuta sui confini interni ed esterni dell’Europa e dell’Italia.

Il regime di Dublino impedisce a migliaia di uomini e donne di muoversi liberamente una volta arrivati in Europa e il razzismo istituzionale pesa su ormai quasi cinque milioni di uomini e donne che in Italia vivono, lavorano o transitano dipendendo da un permesso di soggiorno. A causa del legame tra permesso di soggiorno, lavoro e reddito sono migliaia i mancati rinnovi dei permessi, i ricongiungimenti familiari negati, i rigetti per le regolarizzazioni tramite sanatoria. A tutto questo si deve aggiungere un aumento silenziosamente pianificato del potere discrezionale di questure e prefetture e un’intensificazione dello sfruttamento nei posti di lavoro. La gestione delle cosiddette migrazioni umanitarie – che vede insieme logica dell’emergenza, business dell’accoglienza e ingresso nel mercato del lavoro in condizioni di ricattabilità – si colloca all’interno di questo contesto, come i tempi infiniti di convalida delle richieste di asilo e le vicende legate a Mafia Capitale confermano ogni giorno.

I partiti e i sindacati, il governo e il suo primo ministro, abituati a cinguettare su tutto, sembrano uniti nello sforzo di alzare un muro di silenzio sulla condizione dei migranti in un paese che è terra di arrivo e di transito dei percorsi migratori globali. Pensano che i migranti possano dimenticare la Bossi/Fini. Tuttavia, di fronte alle sfide poste dal governo della mobilità oggi pienamente dispiegato dentro e attraverso i confini dell’Europa, le lotte dei migranti di questi ultimi anni indicano a tutti la possibilità e la necessità di pensare nuovi processi di organizzazione che sappiano tenere insieme i temi della precarietà, dello sfruttamento, del razzismo e della libertà di movimento. Si tratta di fare un salto in avanti per connettere le tante esperienze e vertenze esistenti e allargarle all’insieme di figure che lottano dentro e contro la precarietà, traducendo il rifiuto del razzismo in una forza politica di connessione tra le diverse figure del lavoro. Si tratta di costruire le condizioni per una presa di parola comune di migranti e precari, donne e uomini, contro un regime di sfruttamento che si fonda su gerarchie definite da confini giuridici e salariali. Si tratta di superare la divisione tra migranti e rifugiati, una divisione funzionale per l’intero assetto del razzismo istituzionale, per affermare il diritto di attraversare un confine senza morire, di muoversi liberamente e di restare all’interno dello spazio europeo per chi arriva e per chi è già arrivato, a prescindere dal suo status.

La rivendicazione di un permesso di soggiorno minimo di due anni, valido a livello europeo e incondizionato rispetto al lavoro e al reddito, rappresenta una
cornice comune per attaccare il principio costitutivo delle politiche migratorie italiane ed europee – il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro – la discrezionalità di prefetture, questure e commissioni territoriali e la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo.

Per queste ragioni chiamiamo una settimana di lotta e mobilitazione in più città che culmini nella giornata di sabato 13 giugno, in cui la rivendicazione di un permesso di soggiorno minimo di due anni, europeo e incondizionato, sarà avanzata a partire dalle seguenti richieste:

L’introduzione del principio silenzio/assenso per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno dopo i tempi stabiliti per legge;

La rottura del legame tra soggiorno, lavoro e reddito nei processi di rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno;

L’annullamento dei regolamenti di Dublino che impongono di chiedere asilo nel primo paese di arrivo;

Una gestione partecipata da parte dei migranti dei fondi destinati all’accoglienza;

La chiusura di tutti i Centri di Identificazione ed Espulsione.





giovedì 30 aprile 2015

Migranti e accoglienza a Milano


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria





PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MIGRANTI e ACCOGLIENZA A MILANO





Alla presenza di Pierfrancesco Majorino (assessore alle Politiche sociali) Caterina Sarfatti (legale presso il Comune di Milano) e LEMNAOUER AHMINE (regista)











DOMENICA 10 MAGGIO

ORE 17.30
presso



CENTRO ASTERIA
Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...
In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.

In questo incontro dal titolo MIGRANTI E ACCOGLIENZA A MILANO si affronterà il tema delle MIGRAZIONI: quali le politiche sbagliate in Europa, quali quelle locali per l'accoglienza dei migranti, profughi e dei rifugiati. Come Milano ha accolto i siriani e gli etiopi e molto altro. Presentazione del dossier “Milano, come Lampedusa?” con inserti del documentario intitolato “La trappola”.



IL DOSSIER


Migliaia di profughi attraversano il Mediterraneo per raggiungere l'Europa. Molti di loro approdano a Milano che è terra di passaggio e spazio umanitario da cui ripartire per raggiungere i Paesi desiderati. Questo libro racconta il vissuto delle fatiche, speranze, difficoltà e delle assenze di alcuni e distrazioni di altri.


PIERFRANCESCO MAJORINO

 
Pierfrancesco Majorino, politico e scrittore, è nato a Milano, città dove vive e lavora, nel 1973.
Dal 2011 è l'Assessore alle Politiche sociali e Cultura della salute della Giunta Pisapia e Vicepresidente nazionale della Rete Città sane.
E' membro dell'Assemblea nazionale del Partito Democratico.


CATERINA SARFATTI

Legale e consulente del Comune di Milano. Precedentemente ha fatto parte del Consiglio d'Europa per i rifugiati e della Fédération Internationale des Droits de l'Homme.


LEMNAOUER AHMINE

Ahmine nasce in Algeria ma vive da anni in Italia, dove si è trasferito definitivamente nel 1994. Segue corsi sul cinema e sulla TV. Dopo una lunga esperienza come pubblicitario, approda alla realizzazione di documentari per la TV, che raccontano spesso il viaggio e l'incontro. I suoi lavori sono stati premiati in vari festival nazionali e internazionali.






lunedì 20 aprile 2015

Confessioni di un trafficante di uomini: cosa c'è dietro agli sbarchi e ai naufragi




Ancora una triste, tragica occasione per parlare di politiche migratorie errate. Ripubblichiamo la nostra intervista a Paolo Musumeci, autore dell'inchiesta e del libro intiolato “Confessione di un trafficante di uomini”, per Chiarelettere.








Confessioni di un trafficante di uomini è il titolo di un libro-inchiesta (edito da Chiarelettere) in cui gli autori, Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, hanno percorso le principali vie dell’immigrazione clandestina, dall’Europa dell’Est fino ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo per scoprire cosa e chi dirige i viaggi della “speranza” di tutti quei migranti che sono costretti ad abbandonare i propri luoghi d'origine: si racconta di soldi, di un network di trafficanti, di una vera e propria organizzazione criminale. La testimonianza dei protagonisti conduce il lettore in un mondo parallelo che nessuno conosce, nemmeno le istituzioni. O forse sì.




Come siete riusciti a reperire il materiale per questo libro-inchiesta?




E' stato un lavoro di due anni e mezzo che ha fatto tesoro anche degli anni precedenti. Gli anni precedenti miei, perchè dal 2006 ho lavorato sulle rotte dei migranti come fotografo; Andrea Di Nicola, che è criminologo, studia il traffico di persone.

Ci occupiamo di snubbing che - a differenza del trafficking che rieccheggia il termine “tratta” - sarebbe il “contrabbando” di persone: lo scafista, dietro pagamento, mi consente di passare le frontiere irregolarmente. Abbiamo lavorato su due binari: quello giudiziario (studio di atti processuali e interviste in carcere ad alcuni scafisti) e poi il viaggio (in Italia, Francia, Egitto, Tunisia, Libia) per incontrare trafficanti a piede libero. Ci siamo presentati come giornalisti e non è stato facile perchè non è facile far parlare un criminale; il criminale ti racconta la SUA storia, la SUA verità, ma resta valida come testimonianza. E' comunque la prima volta che si indaga in questo mondo nascosto.





Come avviene il “contatto” tra migranti e trafficanti?




E' molto semplice: noi, nel libro, utilizziamo la metafora dell'agenzia di viaggi. Un trafficante che abbiamo incontrato in Egitto ha una rete commerciale, una serie di agenti, di ragazzi “svegli, ma non troppo”, come dice lui. Devono, cioè, essere efficienti, ma non devono fare domande. Questi ragazzi intercettano la domanda di emigrazione, poi mettono in contatto le persone con il trafficante il quale le fa passare tra Egitto e Libia e li mette nelle mani dei libici che li fanno salire sui barconi. Lui è un collettore, ha la sua forza vendita sul territorio: in ogni villaggio ha un suo uomo e, quando uno di loro chiama perchè ci sono persone pronte a partire, inizia ad organizzare la macchina o il furgone. Quando ne ha 5, 10, 20 si mette d'accordo con i colleghi che stanno sulla frontiera tra Egitto e Libia, corrompe eventualmente le polizie e fa arrivare i migranti ai porti.

I trafficanti sono imprenditori senza scrupoli e con grandissime abilità. Il Mediterraneo vale centinaia di migliaia di euro per queste organizzazioni e noi dobbiamo capire questo per comprendere l'entità del problema e prendere le decisioni corrette: arrestare cento scafisti non serve a niente perchè la rete non viene smantellata. Anche il pattugliamento e la chiusura delle frontiere non serve a nulla perchè i trafficanti fatturano anche di più in quanto la rotta diventa più lunga e i migranti pagano di più.

Come fanno i trafficanti a sfuggire ai controlli? Si può parlare di una vera e propria mafia?




Il termine “mafia” è molto usato dai migranti stessi: due anni fa ero al confine tra Grecia e Turchia per fare un servizio su Frontex e i migranti mi dicevano: “Do you know mafia?, Do you know agent?”, gli agenti, la mafia per loro sono i trafficanti. In realtà non ha niente a che vedere con la mafia nostrana, nel senso che non c'è una cupola, una regia unica, ma sono tante organizzazioni transnazionali, sono tante reti.

Un grosso trafficante, a Il Cairo, ci ha detto che non c'è un leader, uno più bravo degli altri, ma che sono in tanti e che si aiutano tra di loro. Uno scafista, invece, ci ha detto che loro sono i “facebook” dei trafficanti, tanti nodi di una rete e, a volte, i rapporti sono di natura tribale, a volta di natura amicale...Il nostro tentativo è stato quello di rifare la “filiera” a ritroso, per andare alla fonte.

I trafficanti riescono sempre a sfuggire ai controlli. Quando un trafficante è di base a Karthoum, come fa un poliziotto italiano ad intercettare il suo telefono? Con quale banda armata parliamo in Libia, se vogliamo arrestare qualcuno? Sono tante reti, sono troppi e non c'è collaborazione a livello internazionale, alcuni Paesi non collaborano. Lo scafista è il pesce piccolo ed è rimpiazzabilissimo. Molti scafisti non sanno nemmeno per chi lavorano e alcuni grossi trafficanti subappaltano il viaggio dei migranti.


Cosa occorerrebbe, a livello di politica italiana e internazionale, per bloccare il traffico di persone?




Parlo anche a nome di Andrea perchè la pensiamo allo stesso modo. E' impensabile che dei richiedenti asilo si mettano nelle mani dei trafficanti. Si potrebbe pensare, per esempio, a un cordone umanitario, oppure si potrebbero usare i traghetti di linea o le navi da crociera perchè il viaggio costerebbe anche meno (questa è una proposta fatta da un vescovo...).

Abbiamo capito che la chiusura delle frontiere europee serve solo ad alimentare il traffico: potrebbe, invece, funzionare il dialogo tra Paesi per cui, se io so che c'è un grosso trafficante turco, devo poter parlare con le autorità turche...So che qualcosa in questo senso si sta muovendo perchè un magistrato con cui abbiamo parlato, era a Istanbul un paio di mesi fa e stava cercando di rafforzare la cooperazione internazionale con quel Paese.

Ricordiamoci anche che l'immigrazione è la più formidabile leva politica che ci possa essere, uno dei temi più strumentalizzati: forse l'Europa non fa abbastanza nella prima accoglienza, però la Germania, la Norvegia, l'Inghilterra accettano la maggior parte delle richieste di asilo. I migranti non rimangono da noi, quindi non si deve gridare all'emergenza perchè questa è la barzelletta italiana. Oltretutto, non esiste solo Lampedusa in Italia: la maggior parte dei migranti arriva a Fiumicino con un passaporto falso oppure passano da Trieste, dalla rotta balcanica.

Il nostro libro serve proprio a cambiare la prospettiva: quello del traffico di persone non è un affare improvvisato, ma è un'organizzazione enorme che ricicla denaro e l'Europa sta mettendo in atto risorse che non sono adeguate.


sabato 18 aprile 2015

Report di un caso di “salvataggio” nel Mediterraneo




Riportiamo, qui di seguito, il report dettagliato di un'operazione di richiesta salvataggio, riportata da Watch the Mediterranean Sea che è una piattaforma online per monitorare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti alle frontiere europee. Il report si commenta da solo.


Nome Caso: 2015_04_10-CM10
Situazione:
600-1000 persone in difficoltà al largo delle coste della Libia
Stato del WTM Investigation:
Concluso (ultimo aggiornamento 2015/04/11)
Luogo:
Mar Mediterraneo, al largo della costa della Libia

Venerdì 10 aprile 2015, il team di Alarm Med Phone è stato allertato da padre Mussie Zerai per una nave in difficoltà nel Mar Mediterraneo, al largo delle coste della Libia. Ha detto che la nave aveva lasciato la Libia alle 7.15 di mattina con circa 600 passeggeri a bordo, tra cui molte donne e bambini. Padre Zerai ha trasmesso i dati al team così come al MRCC di Roma, comprese le coordinate della nave e di un numero di telefono satellitare.

Il team si è messo in contatto con i passeggeri a bordo della nave a 13: 04h. La comunicazione è stata difficile a causa delle barriere linguistiche, ma siamo stati in grado di trasmettere le informazioni che Padre Zerai aveva già notificato al MRCC Roma. Abbiamo capito che c'era un problema con l'acqua che entrava in nave e abbiamo assicurato ai passeggeri che ci avrebbero richiamati. Il team di turno ha poi ricontattato il MRCC Roma e trasmesso il numero di telefono satellitare, nonché le coordinate. MRCC Roma non ha indicato chiaramente cosa avrebbero fatto con le informazioni fornite e solo suggerito che sarebbero intervenuti sul caso. Quando la squadra di turno hanno messo mano alla nave, i passeggeri hanno capito che c'era un problema con il motore; sono state trasmesse le nuove coordinate per la guardia costiera italiana e maltese, così come all'UNHCR. In una conversazione telefonica con la guardia costiera maltese è emerso che sapevano del caso. Hanno dichiarato che la nave era vicino alla costa libica e che avrebbero parlato con la guardia costiera italiana. Ma non dicono se avrebbero messo in atto un'operazione di salvataggio.

Il team di passaggio ha parlato ai passeggeri di nuovo e ha recuperto nuove coordinate. I passeggeri hanno chiesto ripetutamente aiuto. Con le coordinate si sarebbe potuto creare una traiettoria della nave, mostrando che la nave si muoveva verso nord. I passeggeri allora hanno chiamato uno dei membri del team del cambio, hanno chiesto di nuovo aiuto, affermando di aver visto un aereo. Il team di turno li ha informati di aver preso contatto sia la guardia costiera maltese sia con quella italiana. In un'altra conversazione telefonica con il MRCC Roma, nuove coordinate sono stati trasmesse. Prima erano riluttanti a informarci se un'operazione di salvataggio era in corso e in seguito hanno dichiarato che un elicottero e un soccorso navi erano sulla in partenza. Abbiamo trasmesso il numero del MRCC Roma alle persone in difficoltà.

Nel pomeriggio, Padre Zerai ha comunicato alla squadra che era stato contattato dai passeggeri, ancora una volta. Gli avevano detto che non si era verificato alcun salvataggio, nessun elicottero era stato visto e che la situazione stava diventando sempre più pericolosa anche pechè una gran parte della nave era danneggiata. Padre Zerai ha inviato un'altra e-mail a MRCC Roma, invitandoli ad intervenire; ha anche chiesto agli operatori telefonici di allarme di fare lo stesso per i servizi di soccorso pronti ad impegnarsi. Uno dei membri del team di turno è stato contattato nuovamente dalle persone in difficoltà, ma a causa di forti rumori in sottofondo, la comunicazione non era possibile.

Gli operatori telefonici di allarme hanno fatto una notifica pubblica, attraverso i social media, per contattare MRCC Roma e richiedere una missione di salvataggio. Al 18:00 l'UNHCR ha inviato una mail al telefono allarme, affermando che MRCC Roma aveva confermato un'operazione di salvataggio. Padre Zerai ha trasmesso le nuove coordinate che aveva ottenuto dai passeggeri che sono stati poi trasferiti ai MRCC Roma. Intorno 07:00 il MRCC Roma ha risposto a coloro che avevano inviato e-mail, affermando che la nave in questione fosse in territorio libico e al di fuori della ricerca italiana e di salvataggio della zona (SAR). Hanno suggerito che un'operazione SAR era in corso e che le numerose e-mail inviate erano inutili e che avrebbero bloccato l'indirizzo di posta elettronica operativo MRCC Roma,interferendo con l'operazione SAR. In risposta, l'allarme del telefono ha accettato la conferma ufficiale delle operazioni di soccorso e ha chiesto, attraverso i social media, di cessare l'invio di email a MRCC Roma.

Sabato scorso 11 aprile, la guardia costiera italiana ha poi rilasciato una dichiarazione affermando di aver condotto tre operazioni di soccorso il venerdì con il salvataggio di quasi un migliaio di persone in difficoltà. Ha detto che la nave si trovava a circa 30 miglia dalla costa della Libia e di aver inviato diverse navi mercantili e una motovedetta . A seguito del comunicato stampa, anche la nautica italiana ha partecipato all'operazione di salvataggio e ha preso a bordo 222 migranti, tra cui una persona deceduta. Le persone soccorse sono state portate al porto di Augusta e a Porto Empedocle, in Italia.

lunedì 13 aprile 2015

Edda Pando: dal World Social Forum il sito web per i desaparecidos nel Mediterraneo




L'Associazione per i Diritti Umani ha chiesto anche a Edda Pando, di Arci Todo Cambia, di raccontarci le notizie e gli approfondimenti che sono emersi dai workshop da lei seguiti al Forum sociale mondiale di Tunisi.



Ringraziamo molto Edda Pando per questo suo report.



Ho seguito i workshop che riguardavano le reti dei parenti dispersi: erano presenti i collettivi dei parenti che provenivano da Algeria, Tunisia, Eritrea e anche dal Messico. In quest'ultimo caso c'era una rappresentante del “Movimiento migrante mesoamericano”. Marta Sanchez, un movimento costituito da organizzazioni che da dieci anni organizzano la “Carovana centroamericana della ricerca dei figli dispersi”; la carovana si muove lungo il percorso che porta negli Stati Uniti e in questi anni sono stati trovati 200 figli.

Era la prima volta che i parenti dei migranti dispersi si riunivano ed è stato un momento importante di presa di coscienza perchè si è potuto favorire il fatto che le persone si rendessero conto che la loro tragedia non è una questione individuale, ma è collettiva. E' stata importante, per esempio, la presenza di un ragazzo eritreo, del “Coordinamento Idea democratica”, perchè lui ha potuto parlare del percorso che i migranti fanno prima di arrivare in Europa, con tutte le violazioni dei diritti umani che subiscono.

Questo incontro nasceva dopo che abbiamo fatto un primo tentativo a Sabir - nell'ottobre dell'anno scorso, in occasione del naufragio - ed è un lavoro che si sta portando avant sin dal 2012, da quando ci fu il primo contatto con le mamme tunisine che cominciavano ad organizzarsi in gruppi e non semplicemente come singoli parenti.

Al workshop di Tunisi hanno partecipato moltissime organizzazioni europee, ad esempio GISTI, SMA, SOLIDAR che sta collaborando con una confederazione di sindacati autorganizzati senegalesi per costituire una rete mediterranea per dare sostegno ai migranti lungo tutto il tragitto che porta verso la Libia, dall'Africa subsahariana. Dopo aver ascoltato i parenti dei migranti dispersi, il giorno successivo - il 28 marzo - è stata organizzata una riunione di lavoro comune in cui si è deciso di costruire formalmente la rete dei migranti dispersi del Merditerraneo, una rete che si occuperà del crimine che presuppone la morte dei migranti.

Si è stabilito di creare due gruppi: uno si occuperà di tutto quello che riguarda le partenze (dal punto di vista legale) e di come le partenze possano trasformarsi in azione politica; e l'altro gruppo, più di sensibilizzazione, si occuperà di continuare a mappare i gruppi dei parenti dispersi e di costruire una pagine web in cui inserire storie e fotografie per cercare di dare un'identità o un viso alle persone morte, affinchè non rimangano solo dei numeri: teniamo presente che un conto è il dolore di chi ha perso qualcuno e sa che il parente è deceduto, ma un altro è il dolore di coloro che ancora non ne ha certezza e non sa dove sia, cosa sia successo.

Quest'anno ripeteremo l'esperienza di Sabir, a Lampedusa, e vedremo come riusciremo a rapportarci a questi parenti perchè la situazione è complicata anche dal punto di vista psicologico.

venerdì 13 febbraio 2015

Flashmob per dire basta alle morti nel Mediterraneo

Sabato 14 febbraio, ore 16, in Galleria Vittorio Emanuele a Milano


Continua quotidiano il macabro conteggio dei morti nel Mediterraneo. Ormai è un bollettino di guerra. La guerra che vede l'Europa contro i migranti. Un dramma a cui ci si rischia di abituare, anche perchè di questi morti spesso non ci sono nemmeno le foto dei cadaveri da pubblicare sulle prime pagine dei giornali.


 
Diamoci appuntamento CON UN LENZUOLO BIANCO E UNA RADIO, sabato 14 febbraio, alle 16, in Galleria Vittorio Emanuele a Milano. 

     
 
Aiutateci a essere tanti. Invitate i vostri amici, ci vediamo sabato

mercoledì 5 novembre 2014

Una tragica testimonianza




Riceviamo questa testimonianza diretta, dura ed eblematica che vi chiediamo di far circolare. Grazie.



Ho ricevuto ora una testimonianza da un ragazzo Eritreo adir poco agghiacciante. Questo ragazzo insieme ad altri 110 Africani di cui 4 eritrei compreso lui sono partiti a bordo di un gommone il 20 settembre notte fonda dopo circa 4 ore di viaggio hanno avuto problema che il gommone comincia a sgonfiarsi, ma continuano il loro viaggio in tanto lanciano lo Sos, gli dicono tra poco veniamo, ma nessuno arriva, la domenica 21 settembre circa alle 14:00pm vedono una grande nave con la scritta Malta, prima la superano vanno oltre, poi visto il rischio concreto di affondare tornano verso la nave, tra le 15-16.00pm dalla nave gli dicono di avvicinarsi, cosi accostano poi qualcuno dalla nave getta una corda, nel tentativo di prendere la corda si rovescia il gommone a causa anche delle onde che produce una nave in movimento, tutti finiscono in acqua, il personale della nave maltese, restano a guardare e fotografare la scena senza intervenire per circa un ora e mezza, in tanto in questo lasso di tempo muoiono 55 persone tra cui uno dei 4 eritrei, dopo di che il personale della nave decidono di trarre in salvo solo quelli che sono riusciti a resistere mettendo giù delle scialuppe con motore veloci nel movimento hanno raccolto i superstiti solo 55 persone, quindi la metà sono morti sotto gli occhi di tutti, su questa nave c'erano molte persone in divisa rossa, una specie di camice da medico ma rosso. Uno dei superstite e il fratello dell'unico ragazzo eritreo morto di questo gruppo e io con loro ci chiediamo, perché il personale della nave ha voluto mettere in pericolo la vita di queste persone chiedendo di avvicinarsi alla nave sapendo che l'onda che muove gli avrebbe ribaltato il gommone, poi avendo delle scialuppe ben equipaggiate perché non hanno mandato quelle per soccorrere le persone? perché hanno atteso per un ora e mezza prima di intervenire una volta rovesciato il gommone che si sono limitati a guardare chi riusciva a stare a galla? a fare foto. Bisogna chiedere spiegazione alle autorità maltese, chi sa quanti altri casi simili ci sono nel mediterraneo, questo è un omissione di soccorso, 55 persone morte perché qualcuno ha preferito stare a guardare per 1:30 min mentre i poveri annegavano. Il testimone di questa vicenda ora è in Germania, ora lui cercare di rintracciare anche gli altri due eritrei sopravvissuti a questa tragica vicenda, per dare la loro testimonianza.



Fr. Mussie Zerai
Chairman of Habeshia Agency
Cooperation for Development
E-mail:
agenzia_habeshia@yahoo.it

http://habeshia.blogspot.com
Phon
+39.3384424202
Phon:
+41(0)765328448

martedì 5 agosto 2014

Dietro agli sbarchi cosa c'è ?




Confessioni di un trafficante di uomini è il titolo di un libro-inchiesta (edito da Chiarelettere) in cui gli autori, Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, hanno percorso le principali vie dell’immigrazione clandestina, dall’Europa dell’Est fino ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo per scoprire cosa e chi dirige i viaggi della “speranza” di tutti quei migranti che sono costretti ad abbandonare i propri luoghi d'origine: si racconta di soldi, di un network di trafficanti, di una vera e propria organizzazione criminale. La testimonianza dei protagonisti conduce il lettore in un mondo parallelo che nessuno conosce, nemmeno le istituzioni. O forse sì.





Abbiamo intervistato per voi Giampaolo Musimeci che ringraziamo molto.




Come siete riusciti a reperire il materiale per questo libro-inchiesta?


E' stato un lavoro di due anni e mezzo che ha fatto tesoro anche degli anni precedenti. Gli anni precedenti miei, perchè dal 2006 ho lavorato sulle rotte dei migranti come fotografo; Andrea Di Nicola, che è criminologo, studia il traffico di persone.

Ci occupiamo di snubbing che - a differenza del trafficking che rieccheggia il termine “tratta” - sarebbe il “contrabbando” di persone: lo scafista, dietro pagamento, mi consente di passare le frontiere irregolarmente. Abbiamo lavorato su due binari: quello giudiziario (studio di atti processuali e interviste in carcere ad alcuni scafisti) e poi il viaggio (in Italia, Francia, Egitto, Tunisia, Libia) per incontrare trafficanti a piede libero. Ci siamo presentati come giornalisti e non è stato facile perchè non è facile far parlare un criminale; il criminale ti racconta la SUA storia, la SUA verità, ma resta valida come testimonianza. E' comunque la prima volta che si indaga in questo mondo nascosto.



Come avviene il “contatto” tra migranti e trafficanti?


E' molto semplice: noi, nel libro, utilizziamo la metafora dell'agenzia di viaggi. Un trafficante che abbiamo incontrato in Egitto ha una rete commerciale, una serie di agenti, di ragazzi “svegli, ma non troppo”, come dice lui. Devono, cioè, essere efficienti, ma non devono fare domande. Questi ragazzi intercettano la domanda di emigrazione, poi mettono in contatto le persone con il trafficante il quale le fa passare tra Egitto e Libia e li mette nelle mani dei libici che li fanno salire sui barconi. Lui è un collettore, ha la sua forza vendita sul territorio: in ogni villaggio ha un suo uomo e, quando uno di loro chiama perchè ci sono persone pronte a partire, inizia ad organizzare la macchina o il furgone. Quando ne ha 5, 10, 20 si mette d'accordo con i colleghi che stanno sulla frontiera tra Egitto e Libia, corrompe eventualmente le polizie e fa arrivare i migranti ai porti.

I trafficanti sono imprenditori senza scrupoli e con grandissime abilità. Il Mediterraneo vale centinaia di migliaia di euro per queste organizzazioni e noi dobbiamo capire questo per comprendere l'entità del problema e prendere le decisioni corrette: arrestare cento scafisti non serve a niente perchè la rete non viene smantellata. Anche il pattugliamento e la chiusura delle frontiere non serve a nulla perchè i trafficanti fatturano anche di più in quanto la rotta diventa più lunga e i migranti pagano di più.

Come fanno i trafficanti a sfuggire ai controlli? Si può parlare di una vera e propria mafia?


Il termine “mafia” è molto usato dai migranti stessi: due anni fa ero al confine tra Grecia e Turchia per fare un servizio su Frontex e i migranti mi dicevano: “Do you know mafia?, Do you know agent?”, gli agenti, la mafia per loro sono i trafficanti. In realtà non ha niente a che vedere con la mafia nostrana, nel senso che non c'è una cupola, una regia unica, ma sono tante organizzazioni transnazionali, sono tante reti.

Un grosso trafficante, a Il Cairo, ci ha detto che non c'è un leader, uno più bravo degli altri, ma che sono in tanti e che si aiutano tra di loro. Uno scafista, invece, ci ha detto che loro sono i “facebook” dei trafficanti, tanti nodi di una rete e, a volte, i rapporti sono di natura tribale, a volta di natura amicale...Il nostro tentativo è stato quello di rifare la “filiera” a ritroso, per andare alla fonte.

I trafficanti riescono sempre a sfuggire ai controlli. Quando un trafficante è di base a Karthoum, come fa un poliziotto italiano ad intercettare il suo telefono? Con quale banda armata parliamo in Libia, se vogliamo arrestare qualcuno? Sono tante reti, sono troppi e non c'è collaborazione a livello internazionale, alcuni Paesi non collaborano. Lo scafista è il pesce piccolo ed è rimpiazzabilissimo. Molti scafisti non sanno nemmeno per chi lavorano e alcuni grossi trafficanti subappaltano il viaggio dei migranti.


Cosa occorerrebbe, a livello di politica italiana e internazionale, per bloccare il traffico di persone?


Parlo anche a nome di Andrea perchè la pensiamo allo stesso modo. E' impensabile che dei richiedenti asilo si mettano nelle mani dei trafficanti. Si potrebbe pensare, per esempio, a un cordone umanitario, oppure si potrebbero usare i traghetti di linea o le navi da crociera perchè il viaggio costerebbe anche meno (questa è una proposta fatta da un vescovo...).

Abbiamo capito che la chiusura delle frontiere europee serve solo ad alimentare il traffico: potrebbe, invece, funzionare il dialogo tra Paesi per cui, se io so che c'è un grosso trafficante turco, devo poter parlare con le autorità turche...So che qualcosa in questo senso si sta muovendo perchè un magistrato con cui abbiamo parlato, era a Istanbul un paio di mesi fa e stava cercando di rafforzare la cooperazione internazionale con quel Paese.

Ricordiamoci anche che l'immigrazione è la più formidabile leva politica che ci possa essere, uno dei temi più strumentalizzati: forse l'Europa non fa abbastanza nella prima accoglienza, però la Germania, la Norvegia, l'Inghilterra accettano la maggior parte delle richieste di asilo. I migranti non rimangono da noi, quindi non si deve gridare all'emergenza perchè questa è la barzelletta italiana. Oltretutto, non esiste solo Lampedusa in Italia: la maggior parte dei migranti arriva a Fiumicino con un passaporto falso oppure passano da Trieste, dalla rotta balcanica.

Il nostro libro serve proprio a cambiare la prospettiva: quello del traffico di persone non è un affare improvvisato, ma è un'organizzazione enorme che ricicla denaro e l'Euroa sta mettendo in atto risorse che non sono adeguate.
















venerdì 1 agosto 2014

Milano - Sicilia: Save my dream e le speranze dei miigranti



Lo scorso 24 e 25 luglio l'Arte si è messa al servizio della società: un progetto ricco e importante, ideato da Francesco Tadini e Melina Scalise dell'Associazione Spazio Tadini di Milano, ha visto protagoniste 116 opere di vari artisti che sono state consegnate ai Comuni di Lampedusa e di Linosa, alla presenza delle autorità.

Ogni opera rappresenta il sogno di un migrante sopravvissuto al terribile naufragio dello scorso ottobre nel “Mare nostrum”: perchè la morte dei tanti altri migranti non sia vana e perchè, dicono gli ideatori e curatori della mostra, “crediamo che i loro sogni affondati nel mare siano quelli di qualunque essere umano”.Ecco pechè la mostra si intitola Save my dream.

56 opere - realizzate tutte con tecniche diverse e con la sensibilità creativa di ogni artista - verranno esposte nella Sala della capitaneria dell'isola di Linosa, le altre 56 nella sala Riserva Marina di Lampedusa: le amministrazioni comunali decideranno se effettuare una vendita immediata o se dare vita a una mostra permanente o itinerante per cui i visitatori, con la loro offerta, potranno dare un sostegno economico permanente a questa iniziativa e potranno, così, contribuire alla buona riuscita delle operazioni di prima accoglienza.



Tutte le opere donate sono visibili sul sito: www.lampedusamostra.wordpress.com



La mostra e il progetto Save my dream sono stati inaugurati presso la sede di Spazio Tadini, a Milano, lo scorso dicembre e l'Associazione per i Diritti Umani ha voluto partecipare con un approfondimento sui temi delle migrazioni, dell'accoglienza e dell'inclusione, insieme all'attore e scrittore Mohamed Ba. Riproponiamo il video che abbiamo realizzato per voi in quell'occasione.



sabato 14 giugno 2014

Un premio per Samia



Con 93 voti, il romanzo Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella ha vinto il Premio Strega Giovani e guida la cinquina del premio principale, oltre ad aver ottenuto anche il premio Società Dante Alighieri. E noi siamo felici di ripubblicare una breve intervista che qualche settimana fa abbiamo avuto occasione di fare all'autore, congratulandoci ancora e ringraziandolo per averci fatto conoscere la storia di Samia.
 
 
Non dirmi che hai paura: dare la vita per un sogno   



Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.




Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?

L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.

Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?

È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.

Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?

È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.

Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio, con una sorta di “lieto fine” : la sua storia è importante per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?

La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.

lunedì 27 gennaio 2014

Verso l'abolizione del reato di clandestinità




Con 182 sì, 16 no e 7 astenuti è passata in Senato, nei giorni scorsi, la norma che abroga il reato di immigrazione clandestina, ma si mantiene il “rilievo penale delle condotte di violazione dei provvedimenti amministrativi adottati in materia”. Il reato, quindi, da una lato viene abolito e, dall'altro, viene trasformato in illecito amministrativo.

Il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, ha spiegato: “Chi per la prima volta entra clandestinamente nel nostro Paese non verrà sottoposto a procedimento penale, ma verrà espulso. Ma, se rientrasse, a quel punto commetterebbe reato” e ha precisato che: “Lo Stato deve regolare i flussi migratori in modo compatibile con le concrete possibilità di accogliere i migranti e questo non solo per ragioni di ordine pubblico, ma anche per motivi umanitari. A persone che cercano di sfuggire da situazioni di estrema indigenza e spesso disumane dobbiamo garantire un'ospitalità dignitosa. Occorre, invece, continuare a punire con severità chi sfrutta e favorisce questi fenomeni migratori incontrollati che possono causare tragedie come quelle di Lampedusa”; infine, dal punto di vista tecnico, Ferri ha aggiunto: “ La sanzione penale appare sproporzionata e ingiustificata e quella pecuniaria è di fatto ineseguibile considerato che i migranti sono privi di qualsiasi bene. Oltretutto il numero delle persone che potrebbero essere potenzialmente incriminate sarebbe tale da intasare completamente la macchina della giustizia penale, soprattutto nei luoghi di sbarco”.

L'Onorevole Khalid Chaouki, esponente dei Nuovi Italiani del Partito Democratico, ha così commentato il voto della Commissione Giustizia: “Con il voto al Senato inizia un percorso che, in tempi brevi, dovrà cancellare questo odioso reato che criminalizza i sopravvissuti alla drammatica tragedia di Lampedusa e porre le basi per una nuova legge sull'immigrazione”.

L'emendamento è stato presentato dal Movimento 5 Stelle che ha precisato: “Rimangono in piedi tutti i procedimenti per l'espulsione e tutte le altre fattispecie di reato collegati, compresi dalla Bossi-Fini. Alla prova dei fatti il 'reato di clandestinità' non ha risolto nulla aggravando solo i costi per la Giustizia con meno sicurezza per le strade, senza combattere il fenomeno e lo sfruttamento legato a quest'ultimo, addirittura aggravandolo...Con questo procedimento il clandestino rimane clandestino, ma sarà più facile procedere con le espulsioni. Con questo emendamento le espulsioni dei cittadini irregolari potranno procedere per via civile, senza inghippi, senza inutili spese burocratiche (che gravano sulle tasche dei cittadini italiani), chi troverà persone in mezzo al mare potrà salvarle senza incorrere in nessun tipo di reato. Non lasceremo più morire nessuno in maniera inumana, ci sarà più sicurezza, più legalità, più umanità”.

La Lega Nord ha risposto a queste parole e a questo voto promettendo battaglia:

L'abolizione del reato di clandestinità è una vergogna”, ha affermato Massimo Bitonci, chiedendo che il Ministro Alfano e tutto il Pdl “siano coerenti con quanto fatto e detto fino ad oggi” e che sia posto rimedio a “questo grave errore”.

venerdì 19 luglio 2013

Lampedusa in Festival



Un'altra manifestazione interessante vivacizza culturalmente l'estate italiana.
Si tratta del LampedusainFestival che, quest'anno, è giunta alla quinta edizione. 
Dal 19 al 23 luglio l'isola si anima delle opere di filmmakers che raccontano storie, incontri, flussi migratori e culture che appartengono al bacino del Mediterraneo.
Con il patrocinio del Comune di Lampedusa e di Linosa, il festival è stato selezionato, nel 2012, dall'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) come buona pratica contro il razzismo ed è stato insignito, per due anni consecutivi, della Medaglia d'Onore da parte del Presidente della Repubblica.
La promozione dei valori dell'accoglienza e dell'incontro, della diversità e del dialogo sono gli argomenti principali approfonditi durante i momenti culturali che vanno ad arricchire il programma, oltre ad un'analisi delle cause che spingono migliaia di persone a lasciare la propria terra.
Il concorso cinematografico, infatti, per l'edizione di apertura dell'estate 2013, presenta un focus dal titolo: “Migrare: le ragioni di una scelta”. La domanda di partenza é: “Quali sono le percezioni, diffuse in Occidente, delle condizioni di vita, delle culture e delle situazioni politiche all'interno dei Paesi di provenienza delle persone che migrano? L'obiettivo è quello di tematizzare lo scarto tra le società che ricevono queste persone e le società da cui esse provengono nell'ottica del superamento dei pregiudizi, degli stereotipi e della retorica e per favorire lo scambio della ricchezza culturale e la proposta di soluzioni ai numerosi problemi di ordine pratico che i migranti si trovano a dover affrontare una volta arrivati nei Paesi occidentali.
La Settima arte, da sempre - attraverso immagini, musiche e parole - parla un linguaggio universale, comprensibile a tutti e può, quindi, essere uno strumento valido per osservare la realtà in maniera critica e costruttiva; uno strumento capace di registrare tensioni e disagi, ma anche speranze e aperture. Undici le pellicole passate alla fase finale del concorso tra cui: “Il limite” di Rossella Schillaci, “Vol spècial” di Fernand Melgar, “Mohamed il pescatore” di Marco Leopardi e “ Timbro rosso” di Laura Di Pietro (Artigiani digitali).
Il Festival propone, inoltre, molti appuntamenti con mostre, musica, teatro e dibattiti. Segnaliamo, tra i tanti: la tavola rotonda “Buone pratiche – Beni comuni: l'importanza di fare rete” a cui parteciperanno, il 20 luglio, alcuni amministratori della Rete dei Comuni Solidali e dell'Associazione Comuni Virtuosi; la presentazione del libro “Le nostre braccia” di Andrea Staid; lo spettacolo teatrale, previsto per il 22, “Bilal - Pensi di saper distinguere il Paradiso dall'Inferno?” tratto dal romanzo-inchiesta di Fabrizio Gatti e a cura di ConsorzioScenico; l'incontro “Amnesty International e Lampedusa: una storia di diritti umani”; la proiezione del film “La primavera siamo noi”. Le donne in Tunisia dopo la rivoluzione: l'autrice, Cristina Mastrandrea, intervista Amina Tyler, attivista del movimento FEMEN TUNISIA.

Per il programma completo del festival: www.lampedusainfestival.com

martedì 2 luglio 2013

La vita che non Cie: un documentario di Alexandra D'onofrio

Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.

Abbiamo intervistato Alexandra D'Onofrio

 La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?

 Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
 La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.

 In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?

Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.

Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?

Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.

Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?

 Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.




sabato 29 giugno 2013

Sbarchi e minori non accompagnati

Con l'arrivo dell' estate e con il mare più calmo, riprende il viaggio dei migranti: in un solo week-end, sono arrivate circa 950 persone, a Lampedusa, Porto Palo e Roccella Jonica.
Come, purtroppo, spesso accade molti non ce la fanno: è successo anche domenica 16 giugno scorso quando un gruppo di uomini si è dovuto aggrappare alle gabbie dei tonni di un peschereccio tunisino in avaria, ma in sette sono annegati nel canale di Sicilia perchè l'equipaggio ha respinto il tentaivo dei naufraghi di salire a borddo, tagliando il cavo di traino della gabbia. La Procura di Agrigento, forse, aprirà un'indagine per “favoreggiamento dell'immigrazione clandestina”, ma prima di poterlo fare, gli investigatori devono raccogliere le testimonianze dei superstiti e si deve risolvere il problema della territorialità, dato che la tragedia è avvenuta a 85 miglia a sud dell'isola.
Tra gli immigrati sbarcati erano presenti anche 44 donne e 4 minori, di età compresa tra i due e i tre anni. E quello dei bambini migranti è un problema da risolvere con urgenza.
Il garante per l'infanzia e l'alodelescenza, vincenzo Spadafora, pochi giorni dopo lo sbarco che ha portato anche alla morte di alcune persone, ha dichiarato che a Lampedusa, sono arrivati quasi cento minori stranieri non accompagnati e che non ci sono strutture adeguate per accoglierli. “Aiuteremo la questura di Agrigento per il collocamento di questi minori nelle comunità, ma abbiamo bisogno che il governo finanzi i comuni per garantire la sopravvivenza delle comunità di accoglienza...A Lampedusa da tempo si pensa alla ristrutturazione di un paio di strutture per rendere più dignitosa l'accoglienza dei minori. Il fatto che non si sia arrivati ad un accordo, nonostante la disponibilità dei fondi, è una cosa che non possiamo più tollerare. Abbiamo preso l'impegno preciso di far sedere attorno a un tavolo il Comune di Lampedusa e il Ministero dell'Interno per riuscire immediatamente a sciogliere la riserva sul sito da ristrutturare”, ha detto Spadafora e ha anche aggiunto: “ Non si può passare dai fondi per l'emergenza Nord Africa, conclusasi a dicembre, a una ordinarietà che non è ordinarietà perchè gli sbarchi continuano e l'emergenza è ancora tale”.




martedì 8 gennaio 2013

La nave dolce, film documentario di Daniele Vicari

E' l' 8 agosto1991, la nave mercantile Vlora sbarca al porto di Bari con più di ventimila albanesi, persone che fuggono da un Paese dove non c'è libertà. Si sono rovesciati sul mercantile - di ritorno da Cuba - costringendo il capitano a fare rotta verso l'Italia. All'epoca, in Italia, gli immigrati erano poco più di 300.000
Daniele Vicari - con il suo ultimo documentario intitolato La nave dolce, vincitore del premio "Pasinetti" all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia - restituisce quel pezzo di Storia recente che rimane attualità. Il regista costruisce il film attraverso le testimonianze, le interviste di oggi ai protagonisti di ieri: i migranti e i cittadini italiani che, sconcertati dall'arrivo nella città pugliese di quella massa umana, si sono dati da fare, insieme alle forze dell'ordine e agli operatori del volontariato, per dare a tutte quelle persone accoglienza e una sistemazione. Uno stadio di calcio vuoto - dopo lunghissime operazioni di sgombero del porto - diventa la provvisoria dimora di uomini, donne, bambini. Tra loro: Kledi Kadiu, che diventerà il ballerino famoso di un programma televisivo; Eva Karafili, ora traduttrice in Puglia; Robert Budina, regista. Ma molte di quelle persone sono state rimpatriate o non hanno avuto fortuna. 
Il documentario è arricchito da immagini di repertorio con cui l'autore sottolinea le difficoltà nel gestire l'emergenza da parte del Sindaco e del Presidente della Repubblica; inserisce suoni amplificati per rendere lo stato di straniamento, paura e confusione provato da sbarcati e soccorritori; cattura i volti e le parole, facendo interloquire gli intervistati con una voce fuoricampo su sfondo bianco, in contrasto con le immagini caotiche e colorate trasmesse dalle televisioni italiane e albanesi.
La nave dolce...perchè quel mercantile trasportava zucchero e "aiutava a tenere viva l'anima". Ma quei viaggi, quegli sbarchi, quelle esistenze hanno ben poco di dolce. Da allora sono trascorsi 21 anni e oggi in Italia vivono più di quattro milioni di stranieri.

Se siete interessati e volete continuare a informarvi sul tema dell'immigrazione, potete leggere l'intervista a Lemnaouer Ahmine, regista del documentario La curt de l 'America cliccando sul link http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/11/conoscere-raccontare-denunciare/

oppure l'intervista a Gaia Vianello, autrice del documentario Aicha è tornata sul tema del fenomeno dell' IMMIGRAZIONE  DI  RITORNO, cliccando sul link   http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/12/dalleuropa-al-marocco/