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giovedì 1 gennaio 2015

Mahmoud Abou Zeid alias Shawkan: un fotoreporter, non un criminale



di Monica Macchi



Il 14 agosto 2003 Mahmoud Abou Zeid un fotoreporter egiziano noto anche come Shawkan era al sit-in di Rab'aa al Adawiya insieme ad altri colleghi tra cui il francese Louis Jammes e l’americano Mike Giglio. Alle 8 di mattina la polizia ha attaccato la piazza per sgomberarla picchiando ed arrestando tutti compresi giornalisti e fotoreporter …dopo poco i giornalisti stranieri occidentali sono stati rilasciati mentre Shawkan nonostante la macchina fotografica e il tesserino della stampa è stato considerato un terrorista dei Fratelli Musulmani e rinchiuso nella prigione di Abu Zabaal e successivamente a Tora.

Non sono serviti a nulla né le collaborazioni con Time Magazine, Die Zeit, Media Group, e l'agenzia di foto online, Demotix, né le testimonianze di altri fotoreporter sia egiziani che internazionali, neppure la sua pagina Facebook che aveva nel profilo la celebre frase di Cartier-Bresson “Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira testa, occhio e cuore. E’ un modo di vivere” e criticava le scelte politiche di Morsi e della Fratellanza.

Molti hanno sostenuto iniziative per la sua liberazione, Avaz ha lanciato petizioni on line, suo fratello Mohammed e i suoi amici hanno creato una pagina Facebook, il 12 luglio c’è stata una protesta al Cairo di fronte al sindacato dei giornalisti e Amnesty International l’ha considerato un prigioniero di coscienza, perché tutto quello che stava facendo quel giorno era il suo lavoro cioè scattare fotografie.

Sherif Mansour, il coordinatore di CPJ per il Medio Oriente e il Nord Africa (un'organizzazione indipendente no-profit che promuove la libertà di stampa in tutto il mondo e difende il diritto dei giornalisti di riferire la notizia senza timore di rappresaglie) commentando il caso di Shawkan ha denunciato la repressione sui giornalisti in un Paese politicamente lacerato diffondendo dati allarmanti: per il terzo anno consecutivo i giornalisti arrestati sono più di 200.











Ecco cosa racconta Shawqan in una lettera pubblicata pochi giorni fa:



Sono in carcere dal 14 agosto 2013 senza alcuna accusa formale: la mia detenzione viene rinnovata ogni 45 giorni e in tutto questo tempo sono stato interrogato una sola volta; alle autorità sono stati dati tutti i documenti e le prove che confermano che sono un fotoreporter comprese la mia macchina fotografica e le testimonianze di colleghi ma sono state del tutto ignorate. Ho assistito al rilascio di oltre la metà dei prigionieri che erano con me, tra cui il corrispondente di Al Jazeera Abdullah al-Shami: in Egitto i giornalisti vengono uccisi, rapiti, arrestati, picchiati, minacciati e torturati.

Voglio mostrarvi un po’ della mia vita, della cella di 3 metri per 4 in cui stiamo in dodici e che non è adatta nemmeno ad essere una gabbia per animali. In questi 12 metri cuciniamo, mangiamo, preghiamo, dormiamo e usiamo il bagno e ognuno può sentire ciò che accade lì dentro…. Siamo derubati non solo della nostra libertà, ma anche della nostra dignità nella più elementare delle funzioni.

Voglio raccontarvi le voci dei piccioni e passeri e di come rinnovano la mia speranza di vita e di sopravvivenza anche se i miei sogni stanno diventando stretti come questo buco nero, uccisi e distrutti dal mio amato Paese. Voglio farvi conoscere la mia frustrazione e delusione tra queste quattro maledette pareti, le più brutte che abbia visto in vita mia e di come dormo sul pavimento anche fino a 13 o,a volte, 14 ore al giorno, per cercare di sfuggire loro.

E a voi, ora che sapete di me, chiedo di non abbandonarmi perchè sono un fotoreporter, non un criminale.

Mahmoud Abou Zeid, alias Shawkan

martedì 29 aprile 2014

Joranovic Daribor, nato in Italia. Espulso.




Joranovic Daribor ha 23 anni, è nato in Italia, ad Aversa.

In base alle leggi italiane in tema di immigrazione, però, il ragazzo, è considerato un irregolare per cui gli è stato notificato un avviso di espulsione. Ma questo non basta.

Doribor è stato rinchiuso per quattro mesi nel CIE di Ponte Galeria, a Roma, nell'attesa di essere spedito in Bosnia, un Paese a lui sconosciuto e di cui non sa nemmeno parlare la lingua. Neanche l'ambasciata bosniaca lo riconosce come suo cittadino.

I genitori sono scappati dal Paese dell'Est ai tempi della guerra.

Doribor, è vero, non è un santo: nel 2011 ha tentato di svaligiare un appartamento in provincia di Napoli, a Villaricca. Si è fatto due anni di Poggioreale e, all'uscita, ha ricevuto l'ordine di espulsione dal Tribunale di sorveglianza con una “tappa” nel CIE.

L'avvocato del giovane, Serena Lauri, ha così commentato l'accaduto: “ Un'assurdità. Fa paura pensare che a decidere l'espulsione sia stato un tribunale di sorveglianza: dove dovrebbe essere espulso visto che è nato qui?”, per poi continuare: “ La Corte di Strasburgo ha più volte condannato gli Stati che hanno espulso gli stranieri residenti da lungo tempo e gli immigrati di seconda generazione, anche a seguito di reati”.

Il caso non si è ancora chiarito, così il giudice di pace ha decido di prorogare di ulteriori 60 giorni la permanenza del ragazzo nel CIE. Di proroga in proroga si arriva a una detenzione di un anno e mezzo, il tempo massimo che, secondo la legge, un immigrato può essere detenuto in un centro di identificazione e di espulsione prima di essere liberato. Ma poi quale sarebbe il futuro di Doribor e di tanti come lui? La speranza è che gli venga riconosciuto lo stato di “apolide” che gli consentirebbe di regolarizzare la propria situazione, di trovare un lavoro onesto e di tornare a nuova vita.