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mercoledì 16 dicembre 2015

Mio padre in una scatola da scarpe: Giulio Cavalli e il suo "piccolo"/grande eroe





Uscito per Rizzoli l'ultimo lavoro letterario di Giulio Cavalli scrittore e attore, da sempre impegnato sui temi civili e sulla legalità, Mio padre in una scatola da scarpe è un romanzo che parla, forse, anche un po' dell'autore stesso, capace sempre di dire No alla cultura mafiosa, in grado di pagare un prezzo alto per i valori della giustizia e della vita.

"Michele Landa non è un eroe, e neppure un criminale. Tutto ciò che desidera è coltivare il suo orto e godersi la famiglia; vuole guardarsi allo specchio e vederci dentro una persona pulita. Ma a Mondragone serve coraggio anche per vivere tranquilli: chi non cerca guai è costretto a confrontarsi ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l'omertà dei compaesani".

Tornano, nel libro, le parole degli spettacoli teatrali che Cavalli porta in scena: omertà, paura, ribellione, violenza, rispetto, verità”: parole e concetti da approfondire; alcuni da cancellare, altri da insegnare, con l'esempio e la Cultura.



L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Giulio Cavalli e lo ringrazia per la disponibilità.



E' la storia di un uomo comune, diventato eroe, e della sua famiglia: quanto è importante raccontare storie (a teatro, in letteratura) a sfondo civile?




Io credo che sia importante raccontare storie credibili e scrivo credibili nel senso più ampio del termine ovvero abbiamo bisogno di storie che insegnino l’eroismo che sta nei tanti piccoli gesti quotidiani che sono famigliari a molti. Questo romanzo non vuole celebrare Michele Landa, che altro non è che un uomo vicino alla pensione con la cura della propria famiglia, ma prova a fare intendere quanti “profughi stanziali” si ritrovano a combattere in ambienti non facili. Ognuno secondo le proprie capacità, le proprie possibilità e le proprie attitudini. Credo che ultimamente abbiamo commesso l’errore di cercare l’iperbole mentre sotto gli occhi, tutti i giorni, abbiamo quotidiani esempi di resistenza


Qual è l'Italia che lei racconta?


L'Italia dove la prevaricazione è sistematica, il bullismo è considerato un dovere per condire la credibilità dei potenti e dove un continuo logorio della democrazia ha portato a farci credere che alcuni nostri diritti siano dei privilegi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un graduale disfacimento del pieno significato dell’essere buoni, tanto che oggi è considerato un difetto, una debolezza. In realtà spesso essere buoni significa avere la forza di stare ostinatamente controcorrente e Michele, con i suoi figli, è la personificazione di questo sforzo strenuo e continuo.



Ci parla del progetto legato al suo libro?



Andando in giro per scuole e librerie abbiamo scoperto che il romanzo risulta molto utile anche per discutere di bullismo e prepotenza. In realtà il progetto con le scuole è tutto merito di Ivano Zoppi e la sua ONLUS Pepita che hanno avuto il merito di trasformare il libro in un’occasione per chiedere di alzare la voce contro i soprusi. Un libro, appena uscito in libreria, smette di essere del suo autore e anche questa iniziativa l’ho vissuta con l’emozione di uno spettatore privilegiato. Sono molto contento che finalmente si riesca a dare una declinazione quotidiana ad un fenomeno (quello mafioso) che troppo spesso ha bisogno di eroi per poter essere raccontato.


Spesso le persone oneste vengono lasciate sole dalle istituzioni e, per questo, molte di loro hanno perso la vita, seguendo l'etica e la legge...Oggi in che direzione si sta muovendo lo Stato italiano in termini di lotta alle mafie?


Si da sempre molto poco. L’Italia è il Paese più evoluto sul fronte antimafia perché è anche il laboratorio più estremo delle mafie ma sono convinto che al netto della retorica ancora oggi si faccia troppo poco e troppo spesso male. Pensiamo, solo per citare un esempio, ai testimoni di giustizia che non sono altro che normali, semplici cittadini a cui “è capitata l’occasione di essere giusti”. dovrebbero essere trattati dallo Stato con tutta la cautela e la gratitudine per chi decide di alzare la testa e invece sono pressoché quotidiane le notizie di difficoltà ambientali, economiche e di sicurezza di chi ha deciso di denunciare. La strada è lunga e in più il movimento antimafia sembra vivere anche un pericoloso periodo di appannamento.


Come possiamo educare i giovani alla cultura della legalità?


Primo: facendo in modo che essere corretti e rispettare la legge sia conveniente. E questo è un dovere della politica. Poi abbiamo bisogno di riportare il senso di legalità al senso di solidarietà, cittadinanza attiva, responsabilità e giustizia. Qui non si tratta solo di insegnare le leggi ma riuscire a far cogliere il senso alto che sta dietro alle basi della democrazia. E finché non riusciremo a raccontare la legge come un’opportunità piuttosto che un limite credo che faremo molta fatica a trovare un vocabolario che funzioni.






mercoledì 4 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI





Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



La resistenza attiva di un immigrato



Presentazione del documentario: “SEXY SHOPPING”

di Adam Selo e Antonio Benedetto





giovedì 5 NOVEMBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate, 2 MM ROMOLO) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del documentario “SEXY SHOPPING” di Adam Selo e Antonio Benedetto alla presenza dei registi e di Veronica Tedeschi, avvocato ed esperta del tema delle migrazioni.




Dossier sull'immigrazione





L’utilità di un Rapporto statistico appare evidente per la comprensione di un fenomeno complesso quale quello dell’immigrazione, una realtà che in Italia è andata acquistando una dimensione crescente nel corso degli ultimi decenni.
È questo l’ambito in cui è specializzato il Centro Studi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico, che dal 2004 cura e pubblica l'omonima ricerca Dossier Statistico Immigrazione. Il Rapporto annuale, in precedenza realizzato per organizzazioni ecclesiali, nel 2013 e nel 2014 è stato curato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri/Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali.
Il Dossier offre un’analisi organica delle migrazioni imperniata su vari aspetti, con un ampio supporto di dati statistici: il contesto internazionale; i flussi migratori e la presenza di immigrati e rifugiati in Italia; il mondo del lavoro; i diversi livelli di inserimento sociale; i contesti regionali.
I redattori del Rapporto sono strutturati in una redazione nazionale e in referenti regionali che operano a titolo personale o come rappresentanti di organizzazioni locali. Il loro impegno consiste nell’unire al rigore scientifico e all'analisi socio-statistica, la semplicità espositiva al fine di soddisfare le esigenze di tutti i lettori, dai funzionari pubblici agli operatori sociali, dagli studenti ai ricercatori, dagli stessi immigrati ai cittadini di altri paesi interessati a conoscere la situazione italiana.
Il sito, attraverso schede sintetiche, presenta lo stato dell’immigrazione rilevato anno per anno e offre una visione d’insieme delle numerose pubblicazioni monografiche apparse nelle Edizioni IDOS ed eventualmente disponibili su richiesta.
Ampio risalto è dedicato anche ad altri Rapporti annuali: l’Osservatorio Romano sulle Migrazioni, promosso da Caritas di Roma, CCIAA e Provincia di Roma; Il Lazio nel Mondo. Immigrazione ed emigrazione promosso dalla Regione Lazio; i Rapporti dell'European Migration Network (dal 2004 a marzo 2014). Nel periodo 2006-2012, IDOS ha anche curato e pubblicato per la Fondazione Migrantes il Rapporto Italiani nel Mondo.



Qui trovate la scheda di sintesi: http://dossierimmigrazione.it/comunicati.php?tipo=schede&qc=143


Per ulteriori informazioni: http://dossierimmigrazione.it/

mercoledì 30 settembre 2015

L'ultimo arrivato: il romanzo vincitore del premio Campiello





Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell’emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro,di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi». Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è «picciriddu» o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. 

Queste alcuni brani della descrizione del romanzo L'ultimo arrivato, edito da Sellerio, di Marco Balzano, vincitore del premio Campiello 2015.   







L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato l'autore che ci regalato queste sue parole. 

Ringraziamo tantissimo Marco Balzano.




Quanto è importante, oggi, ricordare l'emigrazione interna italiana?

Moltissimo. La memoria va tenuta in vita per rapportarsi in maniera più efficace col presente. È utile per non interpretare tutto alla luce di allarmismi e demagogie, ma in maniera politicamente più incisiva per risolvere civilmente le grandi questioni e migliorare la nostra immagine rispetto ad atteggiamenti passati.


 Perché la scelta di un bambino come protagonista della storia?

 
Perché l'emigrazione infantile e minorile in genere è stata una faccia dell'emigrazione di cui, nonostante il tema in genere sia stato molto battuto anche in letteratura per tutto il secolo scorso e l'inizio del nuovo millennio, si è parlato poco, per non dire niente. 


 Non si tratta di un racconto autobiografico: quali sono state le ricerche che hanno preceduto la stesura del libro? 



No, non c'è nulla di autobiografico. Anzi, la difficoltà è stata togliersi completamente, non inciampare in questa storia. Ho prima studiato l'argomento dal punto di vista storico e sociologico, poi ho intervistato quei settantenni che sono emigrati da “picciriddi”. L'ho fatto senza prendere appunti, in modo che le loro parole si potessero liberamente confondere in me e dar vita a un personaggio di fantasia ma che prendesse spunto da vite vere. Volevo scrivere un storia, una narrazione, non un romanzo storico o sociologico: la storia di una vita. 



 Quali sono le riflessioni che il testo suggerisce ai ragazzi che lo leggeranno? 



 Il mondo dei giovani, ancor più di quello degli adulti, corre velocissimo. Tutto cambia in fretta, non si fa in tempo a desiderare qualcosa che subito ne esiste una versione più aggiornata. In questa rapidità le vite diverse dalle nostre sembrano sempre trapassato remoto. Non è così, invece: e la letteratura in genere ci connette con tempi, spazi ed esistenze in cui non eravamo presenti. Compie un'operazione di avvicinamento del diverso e dell'ignoto e permette di conoscerlo. Nel mio piccolo, penso che anche la storia di Ninetto, il mio protagonista, possa innescare questo processo di scoperta. 



 A chi dedica questo premio?



A mia figlia Caterina e a mia moglie Anna, un editor straordinario che ha vagliato e setacciato tutte le mie parole rendendole migliori. E poi, si sa, non è mai semplice convivere con uno scrittore! 


venerdì 25 settembre 2015

Per Donatella Colasanti e tutte le donne vittime di violenza


Si chiamava Donatella come me”




di Monica Macchi

Dedicato a Donatella, a Rosaria, Mariacarmela, Valentina

e a tutte le donne vittime di violenza”




Battiamoci per la verità

Donatella Colasanti







29 settembre 1975: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti arrivano con Gianni Guido e Angelo Izzo a Villa Moresca a San Felice Circeo, di proprietà della famiglia di Andrea Ghira che li raggiungerà poco dopo. Le due ragazze vengono rinchiuse in bagno, drogate, torturate, seviziate, violentate in un crescendo di odio sia misogino che classista. Dopo diverse ore, Rosaria viene annegata nella vasca da bagno e Donatella riesce a sopravvivere fingendosi morta. La sera successiva i tre ragazzi, giovani neofascisti della “Roma bene”, caricano le due ragazze nel baule dell’automobile, tornano in città e vanno a mangiare in trattoria. Un metronotte sente le urla di Donatella dall’auto parcheggiata in via Pola e nel giro di poche ore Izzo e Guido vengono arrestati (Izzo è stato fotografato mentre esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), mentre Ghira, grazie a una soffiata, non verrà mai catturato e si dice che sia morto in Spagna anche se l’identità della salma non è mai stata affermata in maniera incontrovertibile. La Colasanti ha seguito tutte le fasi del processo che ha dato un contributo fondamentale nella formulazione della nuova legge contro lo stupro che viene ora considerato un reato contro la persona e non più contro la morale e nel 2005 muore a soli 47 anni per un tumore al seno.



26 settembre alle 20,30 e 27 alle 19,00 presso il Csoa Spartaco di via Selinunte a Roma, va in scena “Si chiamava Donatella come me”, uno spettacolo teatrale di Donatella Mei, che si è sempre occupata di storie di donne (nel 2013 scrive “Desdemona, Ofelia, Giulietta e le altre (ovvero se Shakespeare fosse stato femminista)” e nel 2015 la trilogia su Dora Maar, Tina Modotti e Camille Claudel). Uno spettacolo di denuncia a livello personale e politico ed insieme una riflessione sui meccanismi relazionali fra uomini e donne ma soprattutto un viaggio nell’anima della protagonista in cui ogni tappa è scandita dalla storia giudiziaria e dal destino diverso e paradossale dei tre colpevoli. Uno spettacolo tragicamente attuale.


mercoledì 16 settembre 2015


Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



UN SECOLO DI STORIA ITALIANA VISTA DALLE DONNE






MERCOLEDI 30 SETTEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino)
Milano





Milano, 8/9/2015 L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro dal titolo “Un secolo di storia italiana vista dalle donne” nell'ambito della manifestazione “D(i)ritti al centro!”. Verrà presentato, per l'occasione, il romanzo RITRATTO DI FAMIGLIA CON BAMBINA GRASSA, alla presenza dell'autrice Margherita Giacobino. Presso Bistrot del tempo ritrovato, Via Foppa 4 (MM Sant'Agostino) a Milano alle ore 19.



Il ROMANZO:



C'è Maria, la madre amatissima, astro nel cielo dell'infanzia, e il padre Gilin, l'uomo di vento; c'è Michin, la caustica e brillante prozia zitella, mai conosciuta ma vicina come una gemella d'anima; e poi Polonia, la zia ostetrica dolce e gaudente... Ma soprattutto c'è magna Ninin, la zia con cui Margherita è cresciuta, brusca e brontolona, sempre presente e insostituibile, «l'origine e l'archetipo. Ninin l'instancabile, Mulier Fabricans». Sì, perché Margherita Giacobino, classe 1952, è cresciuta in una famiglia di donne, e sente più che mai vive le proprie radici silenziose e forti. Il sangue che le scorre nelle vene è denso di storia e di storie che solo la scrittura può salvare: «Si dice che offrire cibo ai morti serva a placarli, perché non tornino a disturbare i vivi. Ma a me piacerebbe che tornassero, non sarebbe affatto un disturbo; e scrivendo ho cercato di persuaderli a venirmi a trovare». Nel ripercorrere le ramificazioni della propria famiglia, attraversa oltre un secolo di storia italiana: dalle campagne del Canavese alla fine dell'Ottocento alla Germania in cui il padre viene fatto prigioniero durante la Seconda guerra, dal boom economico fino a oggi. Dall'arcaica e implacabile gerarchia degli avi, con le storie raccontate nella stalla mentre i bambini aiutano a cardare la lana, alla felice convivenza delle magne, che negli anni Venti scelgono il lavoro in fabbrica liberandosi dall'oppressione della famiglia d'origine. Dalla incredibile vicenda di una bimba che da sola attraversa l'oceano fino al negozio di alimentari di cui la madre dell'autrice è signora incontrastata e si conquista giorno dopo giorno l'indipendenza e la libertà.



Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani






lunedì 27 luglio 2015

Condanna all'Italia per le unioni omosessuali

 
 




L'Articolo 8 della Convenzione dei Diritti umani parla di “diritto al rispetto della vita familiare e privata”: l'Italia è stata condannata, dalla Corte europea dei diritti umani, proprio per la violazione di questo articolo. La violazione riguarda tre coppie omosessuali.

Una coppia vive a Trento, una a Milano e la terza a Lissone (in provincia del capoluogo lombardo); le persone convivono da anni e avevano chiesto alle proprie municipalità di fare le pubblicazioni per celebrare il matrimonio, ma la loro proposta è stata rifiutata. Enrico Oliari – presidente di Gaylib (Associazione dei gay liberali e di centrodestra) – ha fatto ricorso a Strasburgo e, nei giorni scorsi, è arrivata la sentenza.

Come abbiamo sentito dai telegiornali, la presidente della Camera,Laura Boldrini, ha commentato così la decisione della Corte: “Ora bisogna agire. Il Parlamento non può più rinviare, deve esprimersi chiaramente su un tema così centrale. Farò tutto quanto è nelle mie facoltà perchè ciò avvenga. Non possiamo continuare ad essere un Paese malato di disuguaglianza, economica prima di tutto, ma anche sociale”.

Nella nota della Corte europea dei diritti umani – che non è un organismo della Ue – si legge: “La Corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile” e dunque: “un'unione civile o una partnership registrata sarebbe il modo più adeguato per riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso”. Ma non si limita a questo: Strasburgo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare a ognuno dei concorrenti la somma di 5 mila euro per danni morali.

Anche il Parlamento europeo di recente si era espresso sul tema: a giugno ha approvato una relazione in cui si chiede di riconoscere i diritti alle famiglie composte da persone dello stesso genere, ma solo 27 Stati su 47, tra gli Stati membri, hanno una legislazione adeguata.

lunedì 6 luglio 2015

Attuazione della Convenzione sui diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza: a che punto siamo?




Non sono confortanti, purtroppo, i dati raccolti dal Gruppo CRC (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e diffusi nell'ultimo rapporto di monitoraggio: 1 bambino su 7, in Italia, vive in condizioni di povertà assoluta; 1 su 100 è vittima di maltrattamenti; 1 su 20 assiste a violenza domestica quasi quotidianamente; solo il 13,5% dei bambini sotto i tre anni è iscritto all'asilo nido; molti, troppi, non possono accedere ai servizi sanitari ed educativi. E la situazione peggiora nelle regioni del Sud: Puglia, Sicilia e Calabria sono il fanalino di coda nella tutela dei diritti dei più piccoli.

Il raporto del CRC è giunto, quest'anno, alla sua ottava edizione ed è stato presentato, nei giorni scorsi, presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, alla presenza di Giuliano Poletti: “Ci sono bambini che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne conpromettono lo sviluppo fisico, mentale, scolastico e relazionale” , afferma Arianna Saulini coordinatrice del gruppo CRC e membro di Save the children, “Tra questi eventi, indicati come fattori di rischio, figurano condizioni sfavorevoli durante la gravidanza, cure genitoriali inadeguate, violenza domestica ed esclusione sociale. Per questo chiediamo che il prossimo Piano Nazionale Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni del bambino, che vengano realizzate politiche adeguate per superare il divario territoriale nell'offerta educativa e di costruire un qualificato sistema integrato per l'infanzia e l'adolescenza, impegnando adeguati e stabili investimenti finanziari e introducendo un meccanismo permanente di monitoraggio della spesa”.

Il Piano nazionale dovrebbe occuparsi urgentemente della lotta alla povertà e dovrebbe occuparsi, in particolare, delle famiglie con figli minorenni: si registra, infatti, un divario tra i dati forniti dal Ministero riguardo i minori privi di un nucleo familiare e i dati del Dipartimento per la Giustizia minorile: incongruenze sui numeri, ma anche confusione e superficilità per quanto riguarda i motivi e le cause sugli affidi, sull'allontamento dalle famiglie, sulle comunità accoglienti e sui tempi di permanenza. Stessi problemi che si riscontrano a proposito dei minori stranieri non accompagnati (MSNA): nel 2014 sono sbarcati sulle coste italiane 26.122 minori e circa la metà di loro è risultata essere non accompagnata. Sono ragazzini tra i 15 e 17 anni, provenienti da Eritrea, Somalia, Egitto e Siria. Oltre 500, alla data di stesura del rapporto, sono ancora “parcheggaiti” nelle strutture di prima accoglienza, in attesa di una collocazione più stabile in comunità.

martedì 2 giugno 2015

La Costituzione italiana in mostra

In occasione dell'anniversario della Repubblica, pubblichiamo alcune immagini della mostra itinerante "I dodici principi fondamentali. La Costituzione italiana in mostra", dodici pannelli che illustrano gli articoli fondamentali. La mostra è curata da Lorenzo Gaetani e Enrico Delitala. Oggi allestita presso Palazzo Isimbardi, a Milano.

 






 
 

martedì 26 maggio 2015

Ritratto di famiglia con bambina grassa: un inno alle donne, di ieri e di oggi


Pubblicato da Mondadori, Ritratto di famiglia con bambina grassa, della scrittrice e giornalista Margherita Giacobino, è subito diventato un successo. Maria, la madre amatissima, astro nel cielo dell'infanzia, e il padre Gilin, l'uomo di vento; Michin, la caustica e brillante prozia zitella, mai conosciuta ma vicina come una gemella d'anima; e poi Polonia, la zia ostetrica dolce e gaudente... Ma soprattutto c'è magna Ninin, la zia con cui Margherita è cresciuta, brusca e brontolona, sempre presente e insostituibile, «l'origine e l'archetipo. Ninin l'instancabile, Mulier Fabricans». Sì, perché Margherita Giacobino, classe 1952, è cresciuta in una famiglia di donne, e sente più che mai vive le proprie radici silenziose e forti. Nel ripercorrere le ramificazioni della propria famiglia, attraversa oltre un secolo di storia italiana: dalle campagne del Canavese alla fine dell'Ottocento alla Germania in cui il padre viene fatto prigioniero durante la Seconda guerra, dal boom economico fino a oggi. Seguendo le tracce della propria infanzia con l'attenzione e la cura di un archeologo, interroga i suoi familiari, li racconta, ridà loro vita con afflato lirico e acume antropologico, con una scrittura magistrale, con nostalgia e ironia. Con infinito affetto. Perché solo tramite chi ci ha preceduto possiamo arrivare a conoscerci davvero.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Margherita Giacobino. La ringraziamo molto per queste sue parole.





Nel suo ultimo lavoro racconta la storia della sua famiglia tutta al femminile: c'è complicità, oggi, tra le donne?


Nel mio ultimo libro, Ritratto di famiglia con bambina grassa, parlo di una famiglia, la mia, in cui le donne erano molto unite, lavoravano insieme e si aiutavano. Non una famiglia idilliaca, ma una in cui ci si voleva bene e ci si dava riconoscimento a vicenda. Questo è stato molto importante per me, mi ha permesso di fare delle scelte libere nella vita, sentendomi sostenuta dai miei, soprattutto da mia madre.

La parola complicità secondo me non è quella che meglio esprime ciò che mi piacerebbe ci fosse tra donne, cioè la capacità di riconoscersi e sostenersi a vicenda - ma anche di criticarsi, di discutere quando è il caso. Riconoscere alle altre una forza, dei risultati, dei successi, e anche degli errori - essere in grado di parlarne insieme e di insegnarsi qualcosa a vicenda, scambiarsi affetto e buonumore quando si può - (non sempre) - questo sarebbe bello. Attualmente accade solo in parte, credo purtroppo in minima parte. Molte donne sono, ora come in passato, intente a proteggere e salvaguardare un qualche uomo, e a considerarsi insufficienti e incapaci di costituire per se stesse e per le altre delle interlocutrici degne di ascolto. Un grande spreco.



La storia personale è intrecciata alla grande Storia: quali sono le tappe principali del percorso che ha tracciato nel libro, soprattutto in termini di diritti negati o acquisiti?




Nella storia della mia famiglia (che comincia molto prima che io nascessi, a fine Ottocento) ci sono dei momenti di conquista di libertà e diritti, come quando la mia prozia, che all’epoca è una bambina di 12 anni, scende in città dalla montagna per andare a lavorare in fabbrica, sottraendosi così all’autorità e al controllo della famiglia paterna, e aprendo la strada all’emancipazione delle sorelle e della madre. Per me è stato soprattutto importante segnalare come le scelte di dignità e di indipendenza personale fossero collegate al lavoro, e alla possibilità di disporre del proprio denaro, cosa che non era affatto scontata per le donne. Anche il non sposarsi poteva essere, e per le mie zie è stata, una scelta di libertà, in un’epoca in cui il matrimonio era ancora un’istituzione fortemente patriarcale. E poi un’altra tappa importante è stata, per mia madre, la separazione legale in una situazione in cui i debiti di suo marito mettevano in pericolo la sua attività, il suo futuro e il mio. Anni dopo, mia madre ha fatto propaganda tra le sue conoscenze per la legge sul divorzio, e più tardi (scandalizzando molte persone del paese) per quella sull’aborto.



Si può affermare che con questo romanzo, come nelle altre sue opere, vengano affrontati i temi dell'amore (anche omosessuale) e dell'identità?



L’amore è un tema fondamentale in questo libro, anzi è l’energia da cui nasce. L’amore non è soltanto passione e scelta sessuale - mi premeva parlare di amore senza aggettivi, l’amore per la madre, per la donna amata, per i vecchi che mi hanno voluto bene da piccola… Come Audre Lorde, ritrovo nelle mie antenate la forza delle donne che si amano e lavorano insieme, siano essere sorelle o amanti.

Parto dalla mia famiglia materna per rivedere quello che è perduto per sempre nella dimensione del presente, ma che è vivo dentro di me, parte di me: luoghi, paesaggi, miti, passioni e paure, modi di dire, ciò che dà senso alla vita e anima il linguaggio. Questo libro è anche una discesa all’interno di un ‘io’ per vedere quel che c’è di ‘altri’ in me, per riconoscermi figlia di, nipote di, erede di tanti, con le loro abitudini e stranezze, le loro sofferenze e il loro modo di prendere in giro la vita. Un piccolo viaggio all’interno di quel mistero che è ogni essere umano, simile a tanti, diverso da tutti; e anche una ricerca archeologica sui frammenti della memoria, e i disegni che se ne possono ricomporre.



Pare di capire che non le interessi molto il “politically correct”...



Se per politically correct si intende la convinzione di pari diritti per tutti, e la volontà di non svilire nessuno con pregiudizi e stereotipi, mi sembra un ottimo punto di partenza a cui forse un giorno arriveremo, se ci comportiamo bene. Ma se invece si tratta dell’enunciazione di nobili principi o di minute rivendicazioni che serve a mettere chi la fa dalla parte della ragione e gli altri dalla parte del torto, la trovo una cosa che, al suo meglio, può essere fonte d’ispirazione per la satira.



Perchè la scelta di usare anche il dialetto?



Perché è la mia lingua madre. Prima della televisione, nessuno era nato ‘in Italia’, eravamo tutti nati in una qualche città, paese, campagna dell’Italia. E parlavamo tutti diverso. Oggi si parla tanto di salvaguardare la diversità, proprio perché la diversità sta per sparire, in fatto di linguaggi come di tante specie di piante e animali. Ho voluto rivolgere un pensiero d’affetto alla lingua che ha dato forma ai miei primi pensieri.


domenica 29 marzo 2015

Mappare le mafie: un progetto importante per la legalità


Mappare le mafie: un nuovo progetto etico da sostenere



L'Associazione per i Diritti Umani ringrazia Marco Fortunato, Osservatorio sulla 'ndrangheta e decide di dare visibilità a questo progetto, utile e importante per garantire un futuro di legalità e giustizia al nostro Paese. Ogni cittadino può fare qualcosa e tutti insieme possiamo dar vita al cambiamento.





MafiaMaps è il primo progetto di un’App per smartphone e tablet che permetta a chiunque la ricerca e la visualizzazione di carte geografiche sul fenomeno mafioso in tutta Italia.



Nata dall’evoluzione di un progetto di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie, grazie alla completa integrazione con quest’ultima sarà qualcosa di più di semplici mappe: sarà la prima enciclopedia geografica sul fenomeno mafioso.



Il cittadino potrà avere sempre a portata di mano il più grande database sulla criminalità organizzata e non solo avrà accesso a tutte le informazioni rilevanti sul fenomeno mafioso di tutta Italia, ma sarà in grado di fare ricerche avanzate in maniera semplice e veloce in qualsiasi luogo d’Italia si trovi su qualsiasi aspetto di suo interesse.



Uno strumento per diffondere conoscenza, ma anche per coltivare Memoria: di quello che è stato il fenomeno mafioso in Italia e di chi lo ha combattuto, molto spesso pagando con il sacrificio estremo della vita.  E proprio per evitare che si ripetano scenari già visti, dare visibilità a chi oggi li combatte tutti i giorni sul territorio, rilanciando direttamente le iniziative e gli eventi, ma anche notificando in tempo reale le ultime notizie di mafia provenienti da un territorio, grazie alla collaborazione con le nostre testate partner.



Come è nata l’idea di MafiaMaps



Quando è nata WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie nel 2012, uno dei principali progetti che avevamo annunciato erano le "Mappe delle principali attività mafiose in Italia", in quanto eravamo convinti che non vi fosse solo l’esigenza di riorganizzare in maniera scientifica tutta la conoscenza accumulata in oltre 30 anni sul fenomeno mafioso, ma anche di dare a questa conoscenza una proiezione geografica che aiutasse il cittadino a comprendere effettivamente l’entità della minaccia mafiosa. Eravamo e siamo convinti che la mancata consapevolezza del cittadino comune (che permette alle organizzazioni mafiose di radicarsi e di inquinare sempre più territori al di fuori degli originari contesti di insediamento) sia anche figlia della mancata percezione anzitutto geografica del fenomeno nel proprio territorio.



Questa mancata percezione, nonostante svariate e documentate inchieste giornalistiche che irrimediabilmente finiscono nel dimenticatoio, è la prima ragione del dominio mafioso in sempre più ampi settori della vita socio-economica in Italia (e non solo). Per questo nel dicembre 2014 abbiamo deciso di dare una propria autonomia alle "Mappe", trasformandole nel progetto di MafiaMaps.



Perché il Crowdfunding



La mole di informazioni da processare e la necessità di un team che si occupi a tempo pieno del progetto fa sì che non possiamo affidarci alle esigue risorse (poco più di 150 euro) con cui in due anni siamo riusciti a far conquistare a WikiMafia non solo il titolo di "prima", ma anche di "più grande" enciclopedia sul fenomeno mafioso. Per questo motivo sabato 21 marzo 2015 abbiamo lanciato la campagna di crowdfunding #mappiamolitutti, perché pensiamo che questa nuova e innovativa pagina della Storia del contrasto alle organizzazioni mafiose debba essere scritta anche con voi che come noi condividete l’ideale di un mondo senza mafie. Perché questa volta c’è bisogno dell’aiuto di TUTTI affinché il sogno si concretizzi.



Ci rivolgiamo, quindi, a VOI, studenti, studiosi, giornalisti, professori, blogger, appassionati, associazioni, comitati, antimafiosi e cittadini di ogni ordine e grado. Scrivete questa pagina del movimento antimafia con NOI, condividete la nostra PASSIONE, realizziamo INSIEME questo sogno.



Perché aveva ragione Paolo Borsellino, quel 18 dicembre 1991, quando diceva che “lo Stato può cambiare se la società civile prende coscienza di se stessa e delle sue potenzialità. Se il cittadino non aspetta che dall’alto arrivi qualche cambiamento ma si adopera per trasformare”.



Per realizzare il sogno dobbiamo raccogliere almeno 100mila e ci serve un anno di lavoro: poiché le probabilità di successo della campagna sono molto basse, persone più sagge di noi ci hanno sconsigliato di imbarcarci in questa avventura. Ma a noi non importa: qualora non dovessimo raccogliere tutti i soldi necessari, useremo quelli raccolti per realizzare una versione “minima” ed “essenziale” di MafiaMaps.



Perché noi non facciamo questa cosa per guadagnarci uno stipendio: lo facciamo perché ci siamo stancati di subire questa gente. Non siamo noi che dobbiamo andarcene, sono loro che devono andarsene, li dobbiamo cacciare a pedate dai nostri quartieri e dalle nostre città: ovunque ci sia un mafioso devono esserci cento antimafiosi preparati e consapevoli che gli stanno col fiato sul collo.



Diceva Giovanni Falcone che “se le cose vanno così non è detto che debbano andare così. Ma per cambiarle bisogna pagare un prezzo ed è qui che la stragrande maggioranza delle persone preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”



Noi abbiamo deciso di smettere di lamentarci e di fare. Ci auguriamo che vogliate combattere questa battaglia insieme a noi. Perché l’Italia è un paese troppo bello per lasciarlo in mano loro. Riprendiamocelo.



Come puoi finanziare il progetto



Puoi contribuire come Singolo, Associazione o Sponsor. La via più rapida è su www.mafiamaps.it: scegli l’importo da donare ed esegui la donazione con PayPal. Puoi però anche sostenerci durante gli eventi di WikiMafia di sostegno a MafiaMaps: compili al momento il modulo di donazione con i tuoi dati, fai la donazione in contanti e penseremo noi a registrare il tuo contributo sul sito.



Se preferisci usare la formula del bonifico bancario, inviaci via mail la ricevuta (mafiamaps@wikimafia.it) con i tuoi dati, penseremo noi a registrare il tuo profilo e il tuo contributo. Le donazioni vanno fatte su un conto dedicato che abbiamo aperto appositamente per la campagna, intestato a Pierpaolo Farina, responsabile del progetto, con la causale "Raccolta Fondi MafiaMaps", IBAN IT 68 F 02008 01621 000103664219.





La nostra squadra



MafiaMaps viene pensata a metà dicembre 2014 da Pierpaolo Farina, con l’idea di rilanciare il progetto originario della “Mappa delle Principali attività mafiose in Italia” di WikiMafia. Il progetto iniziale è stato elaborato insieme a Francesco Moiraghi, Chiara Sanvito, Adriana Varriale, Marco Fortunato ed Ester Castano. La campagna di crowdfunding #mappiamolitutti è stata ideata anche grazie al supporto di Hermes Mariani, Samuele Motta, Thomas Aureliani, Mattia Mercuri, Claudio Paciello, Eleonora Di Pilato, Francesco Terragno, Monica De Astis, Ilaria Meli, Federica Cabras, Martina Bedetti, Dario Parazzoli, Marco Salfi.



Il team di sviluppo sarà composto da giovani ricercatori under-30, la gran parte dei quali appartenenti a WikiMafia, tutti laureati con tesi sulla criminalità organizzata con il Prof. Nando dalla Chiesa. La Startup che nascerà dopo la campagna di crowdfunding avrà sede a Milano.



Vogliamo fare Rete!



Siamo consapevoli che esistono tante realtà sul territorio che hanno svolto lavori eccellenti di mappatura (non dinamica). Il nostro obiettivo è instaurare quante più partnership possibili con realtà e associazioni che lavorano quotidianamente sul territorio, dando visibilità a loro e al loro lavoro, che andrebbero a far parte della bibliografia e dei Credits dell’App. Le associazioni che vogliono sostenere il progetto possono farlo o con un semplice contributo economico oppure dichiarando di volerci aiutare nella mappatura (in questo caso, scriveteci a mafiamaps@wikimafia.it). In entrambi i casi guadagnano la possibilità di caricare i propri eventi sulla criminalità organizzata nell'App e un account gratuito di 1 anno per usare l'App. Le associazioni "mapper" ottengono la geolocalizzazione sulla mappa in qualità di associazione partner di MafiaMaps.



Cosa succede dopo?



La campagna di crowdfunding partirà sabato 21 marzo 2015, nella Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie, e terminerà sabato 23 maggio 2015, nel 23° anniversario della Strage di Capaci. Qualora alla chiusura della campagna di crowdfunding venisse raggiunto il traguardo per sviluppare l’App sia per Android che per IoS con la mappatura in tutta Italia (100mila euro), il team di ricerca comincerebbe subito a lavorare e si impegna a rilasciare l'App nella primavera 2016. Qualora dovessimo superare il minimo individuato per la campagna, useremmo le maggiori risorse per sviluppare l’App anche per i dispositivi Windows e per assumere nuovi collaboratori e velocizzare i lavori di sviluppo. Molte delle informazioni necessarie sono state già da noi raccolte in questi due anni di lavoro con WikiMafia, necessitano solamente di essere riorganizzate. Altre invece vanno reperite ex-novo e sistematizzate.



Qualora non raggiungessimo il traguardo iniziale, ma dovessimo fermarci a molto meno, useremmo comunque le minori risorse per sviluppare un'App "minima", con la mappatura delle principali città italiane.



I sostenitori del progetto potranno in qualsiasi momento seguire i progressi dell’App dalle pagine social (Facebook, Twitter, Google+) e dalla newsletter preposta (che invierà ogni mese 1 mail di aggiornamento). In esclusiva per i "Gold Supporter" (vedi sezione ricompense), il 21 marzo 2016 verrà rilasciata una beta in anteprima. L’App sarà completamente gratuita per i sostenitori del progetto, a seconda dell'importo donato (vedi la sezione ricompense per maggiori dettagli), mentre costerà 0,99 centesimi ogni anno per tutti gli altri. L’abbonamento ricorsivo all’applicazione implica l’assoluta assenza di qualsiasi tipo di pubblicità al suo interno. Puntiamo nel lungo periodo a rendere completamente gratuita l'App.



Cosa puoi fare (oltre a sostenere economicamente il progetto)



Se credi in questo progetto e vuoi aiutarci a far diventare il sogno una realtà nel 2016, sarà determinante il “passaparola”: è decisamente improbabile che finiremo in televisione o sui grandi giornali, quindi far conoscere il progetto ai propri amici e convincerli a donare anche solo 1 euro è importante.



Condividi la pagina della campagna sui social network e segnalala via mail ai tuoi contatti. Crea un cartello con #mappiamolitutti e scattati una foto, usando l’hashtag per dare visibilità alla campagna.



Se conosci qualche giornalista che potrebbe fare eco alla campagna, fagliela notare. Se MafiaMaps diventerà realtà, dipende anzitutto da te: anche un piccolo gesto, come una condivisione su Facebook, può essere determinante.
 


 


domenica 1 marzo 2015

Primo marzo “Una giornata senza di noi”: lo sciopero dei migranti lavoratori



In occasione della giornata del Primo Marzo, che consacra lo sciopero dei migranti lavoratori, vi proponiamo le parole di Maurizio Ambrosini durante una conversazione che L'Associazione per i Diritti Umani ha avuto in occasione del suo saggio dal titolo Non passa lo straniero. Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani, Cittadella editrice.


Più tardi pubblicheremo gli interventi video della manifestazione in Piazza Duomo, a Milano.


 



Ecco le parole del Prof. Ambrosini che ringraziamo:



La società è sempre più variegata e plurale: matrimoni misti, classi scolastiche multietniche, anziani assistiti da persone straniere, ma questa integrazione nei fatti stenta a diventare un'integrazione culturale e, ancora di più, politica.

Il passaggio, che sta avvenendo con fatica e che ci è richiesto con maggiore consapevolezza, è la visione multietnica dell'italianità: un domani - che piaccia o no e pur mantenendo le leggi attuali – avremo italiani con gli occhi a mandorla, italiani di pelle scura, italiani di religione islamica. L'“essere italiani” si sta sganciando da una vera o presunta omogeneità etnica e culturale per diventare un fatto di convivenza e un fatto di scelta...

L'integrazione degli immigrati e dei rifugiati è sempre locale: le persone si integrano nel luogo dove vivono e lavorano, dove si sposano e mettono al mondo i figli. Le istituzioni nazionali, quindi, hanno la responsabilità di determinare i confini: sia quelli fisici (le possibilità di accesso al territorio) sia quelli simbilici (come, ad esempio, la cittadinanza). Superati questi ostacli, si tratta di dotare di sufficeinti risorse gli enti locali e prevedere che tasse e contributi – versati dagli immigrati – abbiano dei benefici tangibili anche sulla finanza locale.

Oggi gli immigrati, dal punto di vista fiscale e previdenziale, sono un buon affare per lo Stato che incamera contributi sul loro lavoro. Gli immigrati arrivano che sono già adulti, di solito, per cui non comportano costi di socializzazione; non sono ancora anziani e malati, per cui sono nella fascia attiva. Più di due milioni di immigrati lavorano regolarmente e pagano le tasse, mentre i costi che derivano dal loro inserimento nel territorio (scuole, asili nido, sanità) rimangono a carico degli enti locali. Su questo bisognerebbe fare una riflessione per riequilibrare, appunto, costi e benefici”.



IL LIBRO:

 

Le politiche migratorie sono salite di rango nell’agenda delle forze politiche, dei governi e dei parlamenti, non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo. Sono un tema caldo delle campagne elettorali, e sono oggetto di aspre campagne da parte di nuovi attori politici in diversi paesi.
Le politiche degli ingressi, il trattamento degli immigrati irregolari, l’accoglienza dei rifugiati, l’accesso alla cittadinanza, la riaffermazione dell’identità nazionale, la richiesta di adesione culturale agli immigrati, sono temi dibattuti e controversi in tutti i paesi sviluppati, e anche nei paesi emergenti. Spesso fra l’altro, in tempi di bassa passione ideologica, assumono uno spiccato rilievo simbolico: servono a definire le posizioni delle forze politiche e a contrapporsi ai concorrenti. Il sovraccarico ideologico produce una crescente divaricazione tra politiche dichiarate e politiche praticate: le sanatorie ne sono l’esempio più evidente. Questo vale nel caso italiano (7 in 25 anni), ma anche nel resto d’Europa, dove 22 paesi su 27 ne hanno attuate tra il 1996 e il 2008, regolarizzando da 5 a 6 milioni di immigrati.
Anche a livello locale, dove di solito prevalevano pragmatismo e ricerca di soluzioni ragionevoli, compaiono oggi politiche dichiarate di esclusione; spesso poi inattuate o contrastate da attori pro-immigrati e dalla magistratura, ma in ogni caso culturalmente e politicamente influenti.
Nello stesso tempo però gli immigrati acquistano ogni giorno legittimazione, voce e diritti, mediante diverse pratiche di cittadinanza dal basso. Se il multiculturalismo è oggi in declino, la diversità invece ottiene crescente consenso. Nelle politiche urbane, diversità e coesione sociale sono i nuovi termini che consentono di cercare soluzioni praticabili per la gestione di società sempre più eterogenee. Chiusura ed esclusione non sono univoche: le politiche migratorie sono piuttosto un campo di battaglia, in cui alle tendenze ostili agli immigrati si oppongono attori e pratiche sociali che promuovono l’inclusione.


martedì 27 gennaio 2015

Un appello importante per un memoriale


L'Associazione per i Diritti Umani, per i 70 anni dalla fine dell'orrore della Shoà, aderisce al seguente appello:


APPELLO PER IL MEMORIALE ITALIANO AD AUSCHWITZ


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Data: 2014-11-23Autore: Gherush92

FIRMA ED INVIA IL TESTO SOTTOSTANTE A:
segrmin.gentiloni@esteri.it; presidente@pec.governo.it; ambaroma@msz.gov.plgherush92@gmail.com


​​​​​On.le Paolo Gentiloni
Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
segrmin.gentiloni@esteri.it

On.le Matteo Renzi
Presidente del Consiglio
presidente@pec.governo.it

S.E. Woiciech Ponikiewski
Ambasciatore della Repubblica di Polonia in Italia
ambaroma@msz.gov.pl


Premesso che:

- il Memoriale Italiano di Auschwitz ricorda e celebra tutti gli italiani, donne e uomini ebrei, rom, omosessuali, dissidenti politici, deportati nei campi di concentramento nazisti, fra i quali gli stessi autori dell’opera d’arte;

- il Memoriale, e la sua collocazione nel Blocco 21, possiede un alto valore artistico, educativo e di testimonianza diretta;

- il Memoriale è stato ideato e realizzato contestualmente alla dichiarazione di Auschwitz sito UNESCO 1979, e, facendone parte integrante, va considerato patrimonio mondiale dell’umanità;

- strappare il Memoriale dal suo contesto naturale, il campo di sterminio di Auschwitz, per trasferirlo altrove coincide con la distruzione dell’opera e del suo significato;

- i motivi ideologici e politici, che hanno portato alla censura e alla chiusura del Memoriale e che spingono verso la sua rimozione, sono anacronistici ed inammissibili: con essi si cancellano dati e responsabilità storiche, incontrovertibili, dello sterminio e della liberazione, di cui il Memoriale stesso è un documento;

- ravvedo nella rimozione del Memoriale violazioni dei Diritti Umani, del Diritto Internazionale, del Diritto di Proprietà Intellettuale e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nonché una violazione della Convenzione Internazionale per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale dell’UNESCO e un crimine di distruzione di beni culturali ed artistici.

Chiedo che:
Il Memoriale non venga rimosso dal Blocco 21 del Campo di Sterminio di Auschwitz, sua parte integrante, e che venga immediatamente riaperto al pubblico, restaurato e integrato con apparati didattici esplicativi e congrui.

Gherush92 Committee for Human Rights
gherush92@gmail.com

Accademia di Belle Arti di Brera

mercoledì 31 dicembre 2014

Dalle onde del mondo: immagini e parole su profughi e migranti



Lisa Tormena e Matteo Lolletti hanno girato il documentario intitolato Dalle onde del mondo che fa riflettere su uno dei temi che ci sta più a cuore: la sorte di migranti e rifugiati, i loro viaggi terribili nel Mediterraneo, il loro destino e le politiche sbagliate.

L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande ai due registi e li ringraziamo.


 
 
 











Il documentario nasce da “Senza Confini - Progetto rifugiati” e dal “Teatro Due Mondi” a Lugo di Romagna: ce ne può parlare?


Il Teatro Due Mondi, sotto la guida di Alberto Grilli, ha sviluppato un progetto prezioso, di teatro di strada, con i profughi, rifugiati e richiedenti asilo presenti in provincia di Ravenna, prima a Lugo e poi a Faenza. Un progetto volto, da un lato, a stimolare un’integrazione attiva tra i profughi e il territorio, e, dall’altro, a raccontare la storia di questi uomini, in maniera non diretta, ma per metafore. Il laboratorio teatrale, all’interno del quale è nato lo spettacolo “Dalle onde del mondo”, che il nostro film racconta e da cui prende il nome, è durato molti mesi. Ha messo insieme i giovani richiedenti asilo (di origini subsahariane, ma provenienti in particolare dalla Libia da cui erano stati costretti a fuggire durante la rivoluzione) e numerosi volontari italiani, tra i quali alcune ex operaie dell’Omsa, coinvolte in precedenza nelle Brigate dell’Omsa. Il modello è molto simile a quello delle Brigate Omsa che sono riuscite, attraverso il teatro di strada, a raccontare in modo originale una battaglia sindacale e a far conoscere a livello nazionale la questione. Allo stesso modo, questo progetto ha cercato di raccogliere storie, mettendole in scena, e ha permesso ai richiedenti asilo di aprirsi, di trovare un grande spazio di condivisione, e a noi, al pubblico, di ascoltare queste storie. Si è così costituita la "Carovana Meticcia”, e poi il laboratorio di teatro partecipato SENZA CONFINI, che continua a incontrarsi e ha ripreso in settembre le proprie attività, e che giovedì 18 dicembre sarà in Piazza del Popolo a Faenza per un’”Azione contro la quotidiana indifferenza”. Come ci ha raccontato Alberto Grilli, regista del Teatro Due Mondi: “Negli ultimi mesi, siamo stati testimoni di molte manifestazioni razziste e mai nessuna a sostegno dei migranti. Ecco perché abbiamo deciso che sia necessario lanciare un forte segnale di accoglienza per dire no all'intolleranza.


Come si è sviluppato il vostro lavoro?         



E’ stato un lavoro molto lungo, durato circa un anno e mezzo. Avevamo già collaborato con il Teatro Due Mondi per il progetto dedicato alle operaie dell’Omsa, da cui era nato un altro film. In questo caso abbiamo cercato di realizzare qualcosa di diverso, meno politico in senso stretto, e più poetico. Non è stato semplice. Abbiamo seguito i ragazzi durante le prove e durante tutto il progetto, siamo stati con loro, abbiamo lasciato che si aprissero e abbiamo conquistato la loro fiducia, mentre preparavano, studiavano e realizzavano lo spettacolo. Lo abbiamo visto nascere e modificarsi nel tempo, fino alla forma definitiva, in cui ciascuno aveva il suo ruolo, il suo momento a riflettori accesi. E come abbiamo visto trasformarsi i giovani migranti, inizialmente sospettosi della forma teatrale e poi entusiasti, anche noi siamo cambiati, siamo cresciuti con le loro storie, i loro drammi e le loro speranze per il futuro.
Il momento più emozionante è stato lo spettacolo a L’Aquila, dove abbiamo passato insieme un paio di giorni. Sapevamo che erano le ultime riprese e poi avremmo iniziato il montaggio. Nella pausa tra le prove e lo spettacolo, abbiamo passeggiato insieme ai ragazzi nel centro storico della città, una città fantasma, ed è stato strano vederci tutti così curiosi e quasi tramortiti da ciò che vedevamo. Una città meravigliosa e silenziosa. Così come l'Aquila, anche questi ragazzi erano come fantasmi per la società italiana. E questa consapevolezza ci ha scosso.



Come possono, cinema e teatro, aiutare i profughi a elaborare le loro esperienze di vita?



A nostro modo di vedere, cinema e teatro offrono un modo diverso, altro, di narrare se stessi. Simbolizzando le proprie esperienze - traumatiche e drammatiche - è possibile rendersi conto del viaggio, del tragitto che si è affrontato. E diventa possibile farlo senza cercare di dover raccontare verbalmente, in una lingua differente da quella madre, esperienze che sono difficili da trasmettere, per pudore o per dolore. Cinema e teatro parlano una lingua più universale, e avvicinano.



In che modo sono stati accolti i profughi e i rifugiati in Emilia Romagna?



Non esiste una risposta univoca. Il nostro territorio ha una tradizione di ospitalità e accoglienza che è storica. Parallelamente ha anche maturato una forma di diffidenza - che spesso sfocia nel razzismo - che si sta ispessendo sempre di più. Non dimentichiamo che la maggior parte dei profughi che hanno raggiunto le nostre coste sono giovani o giovanissimi, portano con sé grandi paure e grandi speranze, e il loro arrivo può tramutarsi in una grande ricchezza per noi, una grande ricchezza umana che dobbiamo essere in grado di cogliere.



E qual è il loro futuro? Sono rimasti in Italia o sono andati in altri Paesi europei?


Non c’è un futuro, perché non c’è una risposta sistemica al loro dramma, ma solo episodica e parziale. Impossibilitati a svolgere un lavoro, molti preferiscono la clandestinità e cercano di raggiungere altri stati che vivono un periodo economico migliore del nostro e sono meglio attrezzati - per storia e volontà - all’accoglienza del migrante, sia esso profugo o meno. Alcuni dei ragazzi sono rimasti in Italia, a Faenza e a Lugo, altri, la maggioranza, si sono spostati in altre zone dell’Italia o all’estero. Segno che la nostra terra forse non è riuscita a farli sentire a casa.




 


lunedì 24 novembre 2014

Profughi: nuova condanna all'Italia per i respingimenti


Violazione dei diritti umani: con questa accusa l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea di Strasburgo, insieme alla Grecia, per una serie di respingimenti indiscriminati alla frontiera nei confronti di numerosi migranti sbarcati in tre porti dell’Adriatico. E’ la terza condanna che subisce l’Italia, nel giro di appena tre anni, a livello europeo. La prima, nel febbraio del 2012, sempre da parte della Corte di Strasburgo e sempre per respingimenti avvenuti nel 2009, questa volta direttamente in mare, in ossequio alla “linea dura” contro l’emigrazione decisa dal governo Berlusconi. La seconda, nel marzo successivo, da parte del Consiglio d’Europa, per la vicenda dei 63 profughi lasciati morire di sete e d’inedia su un gommone abbandonato alla deriva per quindici giorni, nell’aprile del 2011. Ora arriva questa terzo, pesante verdetto, proprio mentre è in corso in tutta Europa, sotto la guida italiana, la contestatissima Mos Maiorum, l’operazione di polizia volta a individuare, fermare e schedare quanti più migranti possibile.

La Corte ha pronunciato la sentenza il 21 ottobre. Vittime del sopruso sono 35 profughi: 32 afghani, 2 sudanesi e un eritreo, giunti con un ferry di linea ad Ancona, Venezia e Bari. Era il 2009, uno degli anni più bui della “politica dei respingimenti” voluta con forza soprattutto dall’allora ministro dell’intero leghista Roberto Maroni, con disposizioni capestro per tutte le forze di polizia e la stessa Marina Militare. Non a caso si tratta di tre episodi distinti ma del tutto simili: il più grave ad Ancona, dove è stato bloccato il gruppo più numeroso di rifugiati, tutti afghani. Intercettati alla frontiera al momento dello sbarco, i migranti – ad Ancona come a Venezia e a Bari – sono stati fermati, identificati e affidati al comandante della nave, con l’incarico di riportarli in Grecia, a Patrasso, e consegnarli alla polizia ellenica. Tutto in un arco di tempo brevissimo, senza esaminare le loro storie e senza che fosse data a nessuno la possibilità di appellarsi al diritto di asilo. Senza, anzi, che fosse loro almeno spiegato cosa stesse accadendo. Ad alcuni, tutti afghani, ad esempio, ad Ancona gli agenti hanno consegnato delle brochures nelle quali, in effetti, venivano elencati i diritti dei migranti, solo che erano scritte in arabo, una lingua che nessuno di loro conosceva. C’è da chiedersi perché non siano stati usati opuscoli in inglese. Soltanto un imperdonabile errore? Sembra una farsa ma, purtroppo, è un dramma consumato sulla vita di decine di persone.

Sta di fatto che quei richiedenti asilo non hanno potuto rendersi conto di nulla: si sono ritrovati di nuovo sul ferry con cui erano arrivati, sotto chiave  in una cabina, senza neanche poterne capire il perché. Trattamenti sostanzialmente analoghi hanno ricevuto gli altri profughi, a Venezia e a Bari. Trattamenti che la Corte di Strasburgo, dopo cinque anni di istruttoria, ha considerato una forma di espulsione collettiva indiscriminata, in contrasto con le norme del diritto di asilo. In particolare, i giudici ritengono che siano stati violati tre articoli della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo: il numero 3 (“Nessuno può essere sottoposto a torture né a pena o trattamenti inumani o degradanti”); il 13 (“Ogni persona i cui diritti e le cui libertà siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo davanti a una istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono) nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali”), e il numero 4 del quarto protocollo (“Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”).

L’Italia si è giustificata asserendo di essersi solo attenuta alle norme del trattato di Dublino per cui i rifugiati vanno presi in carico dal primo Stato dell’Unione Europea dove arrivano e al quale rivolgono la richiesta di aiuto. In questo caso, la Grecia. La Corte ha però eccepito che il trattato di Dublino non poteva essere applicato a causa della difficile situazione che attraversava la Grecia e, in particolare, per il trattamento che veniva riservato nel paese ai migranti. Atene – dicono infatti i giudici – non era nella posizione di garantire il diritto d’asilo e l’Italia non poteva non saperlo. Era più che noto, insomma, che la Grecia era sconvolta in quei mesi da duri contrasti politici e si respirava un diffuso senso di ostilità e risentimento nei confronti dei numerosi stranieri che erano riusciti in qualche modo a varcare le frontiere: ben 146.337 nell’arco del solo 2008. Eloquenti i rapporti del Commissariato dell’Onu (Unhcr), che aveva denunciato numerosi arresti arbitrari di gruppo, contro gli immigrati, da parte della polizia, e pessime condizioni di vita nei centri di raccolta, spesso privi di qualsiasi forma o servizio di assistenza. Senza contare la prospettiva di espulsione e rimpatrio forzato nei paesi d’origine dove, essendo fuggiti da clandestini, quei profughi rischiavano di subire carcerazioni pesantissime, forse persino la tortura e la morte. Vale la pena ricordare che non per niente, in quello stesso periodo, diversi tribunali tedeschi bloccarono la “restituzione” all’Italia di profughi giunti in Germania dalla Grecia passando per la nostra penisola, nel timore che poi Roma li consegnasse alle autorità elleniche.

L’Italia non ha avuto questi stessi scrupoli. Così, una volta rispediti indietro e arrivati a Patrasso, tutti quei 35 profughi respinti da Ancona, Venezia e Bari sono stati fermati e rinchiusi in un campo di smistamento e poi rilasciati solo alla condizione di andarsene dalla Grecia entro 30 giorni. Le loro strade, a quel punto, si sono divise. Molti, dopo altre traversie, hanno avuto modo di arrivare in vari Stati europei. Uno è approdato di nuovo in Italia. Ma uno è dovuto ritornare in Afghanistan.

Il procedimento che ha portato a ricostruire questa vicenda e poi alla condanna è stato lungo e complicato. Il caso è stato subito sollevato dall’Unhcr, da Amnesty e da Aire Centre (Centro per i diritti individuali in Europa), ma non è stato facile rintracciare le vittime, disperse ormai per ogni dove, per poter impostare la procedura legale. “Anche perché la polizia greca – denuncia Fulvio Vassallo Paleologo, dell’Associazione giuristi per i diritti degli immigrati (Asgi) – nell’estate del 2009, alcuni mesi dopo il ricorso, ha sgomberato violentemente il campo di Patrasso, distrutto documenti e beni personali ed eseguito numerose deportazioni”. A ritrovare e a ricucire almeno parte delle singole storie, rendendo così possibile il ricorso alla Corte di Strasburgo, è stato il lavoro assiduo, spesso rischioso, di associazioni e volontari coordinati da Alessandra Sciurba e dagli avvocati Ballerini di Genova e Mandro di Venezia. Grazie a loro, dopo mesi di ricerca, sono stati rintracciati quattro di quei 35 profughi, tutti afghani, tutti respinti da Ancona e tutti finiti in varie parti d’Europa, dopo l’espulsione dalla Grecia. Raccolta in un articolo di Alessandra Sciurba, la loro voce è diventata la struttura portante del dossier fatto pervenire a Strasburgo. E la Corte, ora, ne ha confermato la denuncia: nei loro confronti è stato perpetrato un sopruso.

E’ una sentenza importante. Dovrebbe segnare una svolta. O quanto meno suonare come un monito per la politica europea sull’immigrazione. Eppure la Grecia, malgrado la condanna appena ricevuta – come fa notare Fulvio Vassallo Paleologo – pare stia per eseguire un altro respingimento collettivo dall’isola di Simi, nel Dodecaneso, verso la costa turca, distante poche miglia di mare fortemente presidiato dalla Guardia Costiera. L’Italia non è da meno: proprio in questi giorni si sono registrati almeno altri due casi di respingimento: un piccolo gruppo di siriani sbarcati all’aeroporto di Crotone e una signora, sempre siriana, arrivata all’aeroporto di Fiumicino da Istanbul insieme al marito, residente già da tempo in Europa. La “giustificazione” della polizia di frontiera è stata che quei migranti avevano documenti falsi. E’ vero. Lo hanno ammesso gli stessi interessati, specificando però che erano stati costretti a usare documenti falsificati per poter uscire dalla Siria travolta dalla guerra di tutti contro tutti che dura da anni. Ma nessuno ha preso in considerazione la loro “storia” nel contesto degli avvenimenti tragici che si stanno verificando: ci si è limitati all’identificazione anagrafica e alla constatazione materiale del “falso”. Nessun peso è stato dato neanche al fatto che la donna arrivata da Istanbul è malata di cancro e non può essere dunque respinta, se non altro per ragioni umanitarie.

Italia e Grecia, come avverte la stessa Corte di Strasburgo, hanno ora tre mesi di tempo per impugnare eventualmente la sentenza, ricorrendo in appello davanti alla Gran Camera. Ecco il punto, allora: si tratta di vedere, adesso, se lo Stato italiano intende contestare il verdetto o ne farà invece davvero un punto di svolta, accettando le condanna e facendone tesoro per impostare un rapporto diverso con la tragedia dei profughi che premono dal Sud del mondo verso la Fortezza Europa. Stando agli episodi di Crotone e di Fiumicino, però, le premesse non sono incoraggianti. Ed è indicativo che questa nuova condanna sia passata pressoché inosservata: la stampa ne ha parlato poco o niente, la “politica” ancora di meno. Quasi si volesse far finta di non vedere per poter continuare ad avere mano libera nei respingimenti.