Visualizzazione post con etichetta tribunale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tribunale. Mostra tutti i post

domenica 3 gennaio 2016

Due visite al CIE di Ponte Galeria, le tante ragioni per volerlo chiuso




Il 3 dicembre 2015, una delegazione della Campagna LasciateCIEntrare è entrata nel CIE di Ponte Galeria, grazie alla possibilità venutasi a creare con l’ingresso dell’europarlamentare Elly Schlein (S&D) del deputato Stefano Fassina (SI) della Portavoce dell’europarlamentare Barbara Spinelli, Daniela Padoan.
Si è avuta l’opportunità di restare nel centro per quasi l’intera giornata, visitando con meticolosità tanto il settore maschile che quello femminile. Una visita precedente, sempre della Campagna, si era già svolta il 30 novembre scorso.
E pur apprezzando la disponibilità a garantire l’ingresso nel Centro, ci sembra opportuno segnalare alcuni elementi di estrema gravità.
 
  1. Le condizioni del centro (mancanza di riscaldamento e in alcuni settori di acqua calda, wc alla turca rotti, perdite di acqua anche nei locali mensa, sporcizia e cedimenti strutturali, assenza di adeguate forniture igieniche e di vestiario) sono assolutamente inadeguate a garantire la dignità delle persone trattenute. La direzione ha dichiarato di aver lungamente chiesto un intervento mai effettuato che comunque porterebbe a dover temporaneamente diminuire il numero di persone trattenibili nel centro, oggi quasi al limite della capienza (196 persone sui 250 considerati tetto massimo).
  2. L’altissimo numero di ragazze prevalentemente nigeriane, colpite subito dopo l'ingresso in Italia da provvedimento di respingimento cd. differito e decreto di trattenimento e ristrette al CIE dove, finalmente rese edotte della possibilità di richiedere asilo, hanno tutte inoltrato richiesta di protezione internazionale. In questi giorni le donne sono la maggioranza fra i trattenuti (105 rispetto ai 91 uomini). Queste donne, come tutti i richiedenti protezione, se il loro trattenimento è stato convalidato (come avviene quasi sempre) dal tribunale ordinario, restano rinchiuse nel Cie fino al momento della convocazione in Commissione per l’intervista ed alla successiva decisione.
  3. Nei casi in cui il tribunale non convalida il trattenimento, a detta del direttore del cento il 90%, i richiedenti protezione vengono liberati e tradotti in un Centro di Accoglienza Straordinaria, in attesa della decisione della Commissione territoriale. Nei casi in cui il trattenimento venga convalidato o prorogato (tutti quelli nei quali ci siamo imbattuti) la privazione della liberà può durare - a causa delle recenti modifiche introdotte con l'art. 6 del decreto legislativo 142/2015 - fino 12 mesi, in attesa dapprima della decisione della Commissione e poi, qualora la decisione sia negativa, dell'esito del ricorso avverso il diniego.
  4. Di fatto il CIE di Roma risente dell’effetto “hotspot” per cui diviene il luogo dove rinchiudere in attesa di rimpatrio le persone che, appena approdate dopo essere state salvate in mare anche da navi di soccorso “indipendenti” come quelle di Msf, sono state evidentemente registrate, subito dopo la fotosegnalazione, come “Cat 2” (ingresso irregolare) secondo quanto indicato nella “Road Map Italiana” del 28 settembre 2015 a firma del Ministro dell'Interno (che non ha alcun valore di legge né dovrebbe poter incidere sui diritti inviolabili degli stranieri in ragione della riserva di legge posta dall'art. 10 comma 2 costituzione). In sintesi, appena approdati i profughi vengono divisi (presumibilmente in base alla nazionalità, atteso che non viene fornita loro alcuna informativa sulla possibilità di chiedere protezione) tra “irregolari” e “ricollocabili” ovvero potenziali richiedenti asilo.
  5. Agli irregolari viene prontamente notificato un decreto di respingimento con ordine di lasciare il territorio e fare rientro nel proprio paese entro sette giorni via Fiumicino, e a molti di loro viene anche notificato il decreto di trattenimento sulla base del quale vengono condotti (spesso senza soluzione di continuità) nel Cie di Roma.
  6. Solo qui resi, edotti della possibilità di chiedere protezione messi nelle condizioni di manifestare tale volontà, presentano apposita istanza che comporterà, come detto, specifica ed ulteriore convalida del trattenimento che potrà protrarsi nella peggiore delle ipotesi fino ad un anno, diversamente da quanto accade per gli altri trattenuti per i quali i termini massimo di trattenimento scadono al novantesimo giorno.
  7. E' da segnalare a tale proposito che nei decreti viene indicato come presupposto del trattenimento la pretestuosità della domanda di protezione in quanto presentata dopo il decreto di respingimento quando invece di fatto è stato impedito (anche a causa della mancata ed idonea informativa legale) ai profughi appena approdati di chiedere asilo prima del respingimento. Si tratta di una truccata gara contro il tempo: la pubblica amministrazione notifica immediatamente il respingimento ai profughi di modo da poter indicare come pretestuosa al domanda di protezione fatta dopo e quindi di poter avvalorare il trattenimento fino a 12 mesi e l'eventuale rimpatrio.
  8. Questa operazione non solo è illegittima perché contraria alla normativa in materia di protezione e asilo e posta in violazione di diritti fondamentali della persona, ma è inutilmente costosa. Trattenimenti, udienze, gratuiti patrocini, trasferimenti, scorte, rimpatri, procedimenti giudiziari e amministrativi, costano allo stato italiano molti più soldi della semplice accoglienza dei richiedenti asilo.
  9. Anche alla luce dell’incontro con personale della questura, permane forte il dubbio che ad intervenire almeno in un caso di rimpatrio, quello del 17 settembre verso Lagos, con un volo charter che si è fermato per varie tappe europee, siano stati presenti funzionari di FRONTEX. Un elemento su cui è necessario un chiarimento da parte delle autorità interessate.
  10. Un altro elemento problematico è legato alla presenza di funzionari dei consolati che debbono svolgere il proprio mandato di riconoscimento dei trattenuti e di rilascio di documento di viaggio Alcuni paesi non rispondono a tale richiesta, altri identificano i propri connazionali ma non forniscono poi il nulla osta necessario al rimpatrio, altri ancora effettuano identificazioni sommarie che comportano il rischio - già presentatosi con una presunta minorenne nigeriana - di identificazioni (e conseguenti provvedimenti di rimpatrio) di massa e quindi potenzialmente fallaci, poste anche ai danni di persone ad alto indice di vulnerabilità e dunque potenzialmente inespellibili.
  11. Per quanto riguarda le ragazze nigeriane - la cui età copre generalmente un range che va dai 18 ai 25 anni, anche se molte sembrano minorenni - oltre ad essere quasi sempre vittime di violenze atroci subite in Libia, raccontano frammenti di storie e portano avanti richieste (come quella di acquistare un modesto cellulare per poter utilizzare la scheda SIM di un unico gestore, con numero italiano e contatti già definiti) che sembrano palesi indizi di tratta finalizzata allo sfruttamento per motivi sessuali.
  12. Fra gli uomini, invece, coloro che hanno ricevuto il decreto di respingimento sono decisamente in percentuale inferiore: quasi tutti sono stati colpiti da decreto di trattenimento in seguito a decreto di espulsione. Molti di loro si trovano in Italia da alcuni anni ed erano già titolari di permesso di soggiorno poi venuto a scadere. Continua ad esserci l’afflusso di ex detenuti, non congruamente identificati o privi comunque del nulla osta necessario rilasciato dalle autorità del Paese d'origine per il rimpatrio forzato. Persone che ormai con frequenza vengono tradotte nel CIE, liberate dopo la convalida o la proroga del trattenimento e poi nuovamente fermate e trattenute, a dimostrare di come occorra un cambiamento strutturale della legge.
Gli uomini presenti al momento della visita sono per lo più provenienti da paesi del Maghreb e dall’Africa Sub- Sahariana, meno gli asiatici e gli europei, la loro età media è più alta rispetto alle donne. Abbiamo incontrato fra gli altri gli uomini fermati nel Centro di Accoglienza Baobab il 24 novembre scorso, sono in 11, ognuno con una propria storia particolare. Fra questi un ragazzo della Guinea Bissau, che parla unicamente mandinga e si dichiara ed appare visibilmente minorenne. Nel suo caso l'esame rx del polso si è rivelato una volta di più invasivo e totalmente fallace ai fini dell'accertamento dell'età. L’inattendibilità degli esami radiologici risulta evidente dalla lettura della relazione resa dal Prof. Ernesto Tomei (Radiologo - Professore Associato, Dipartimento di Scienze Radiologiche Università di Roma “La Sapienza” sentito in qualità di massimo esperto in materia anche nella seduta della Bicamerale Infanzia del 25 ottobre 2010) a tenore della quale: L’atlante dell’età ossea di Greulich e Pyle, è il più comunemente usato per la pratica clinica. Il test di Tanner e Whitehouse appare per alcune aspetti più dettagliato ma è meno usato perché considerato più farraginoso. Entrambi si basano sulla radiografia mano/polso (…...) In riferimento alla situazione Italiana ed Europea bisogna considerare che la presenza di immigrati di diversa provenienza rende comunque problematico l’uso di questi atlanti. E’ stato anche proposto di vietarli per legge. Una ricerca su più popolazioni appare complessa e potrà tuttavia essere programmata solo successivamente ad uno studio della popolazione presente in Italia”.
  1. Peraltro già il 9 luglio 2007 era stata emanata una circolare del Ministro dell’Interno, che introduceva nuovi criteri per accertare le generalità in caso di d’età incerta, ed imponeva la presunzione di minore età nel caso di dubbio, proprio per evitare il rischio di adottare erroneamente provvedimenti gravemente lesivi dei diritti dei minori, quali l’espulsione, il respingimento o il trattenimento, anche in considerazione del margine di errore fino a due anni dell'esame tramite misurazione del polso. Il superamento di tale modalità di accertamento dell'età è stato raccomandato da tutte le ong competenti nonché dal Parlamento Europeo (risoluzione 12 settembre 2013)
  2. Erano presenti poi uomini fermati in seguito ad accertamenti anti terrorismo (in moschea o ai danni di uomini “barbuti”) estranei a qualsiasi attività terroristica ma privi di permesso di soggiorno.
  3. Abbiamo avuto conferma che una parte dell’assistenza sanitaria ai trattenuti verrà garantita da ora in poi, attraverso prestazioni dirette della ASL RMD. Il protocollo firmato nello stesso giorno della nostra visita prevede che tale collaborazione riguarderà esclusivamente le visite all’arrivo, finalizzate a alla presa in carico o meno dei singoli nel CIE e le analisi nel corso della detenzione: i detenuti non dovranno più essere portati all’esterno per le analisi in quanto la ASL ha un proprio laboratorio che potrà occuparsi di analizzare i prelievi che saranno svolti internamente dal personale medico del CIE e che saranno poi inviati alla ASL. L’assistenza medica dentro al CIE rimane invece totalmente ed unicamente responsabilità dell’ente gestore con il proprio personale medico-infiermieristico rispetto alla quale molti detenuti han lamentato l’insufficienza e inadeguatezza.
  4. Abbiamo avuto modo di incontrare, tanto nel settore femminile che in quello maschile, numerosi e comprovati casi di vulnerabilità che necessitano di urgentissimo intervento. Stati depressivi o di frustrazione, determinate anche dall'assoluta inadeguatezza dei luoghi a garantire la dignità dei trattenuti, dall'assenza di prospettive future, stanchezza, stato di abbandono e inattività, condizioni tutte in grado di generare fenomeni di autolesionismo e tendenze al suicidio. Più di una delle persone con le quali abbiamo interloquito ci ha manifestato di non poter sopportare un eventuale rimpatrio forzato, per le conseguenze drammatiche e fatali che questo comporterebbe.
  5. Un'attenta analisi merita la questione dell’accesso alla difesa. Molte delle persone incontrate hanno avuto unicamente un avvocato d’ufficio del quale riferiscono di ignorare anche il nome (peraltro in molti dei fogli consegnati ai trattenuti nello spazio bianco in cui dovrebbe essere segnato il nome dell'avvocato designato per la convalida, appare la scritta “ufficio” al posto delle generalità del difensore.) Altro problema serio deriva dal fatto che molte persone, soprattutto le ragazze nigeriane, si sono ritrovate quasi tutte come avvocato assegnato il medesimo difensore, peraltro avvertito quasi contestualmente all'ente gestore dell'invio dei fermati nel Cie
  6. Sempre in base alle testimonianze raccolte, il legale in questione è presente all’atto della convalida (il “gettone” di udienza con il gratuito patrocinio garantisce un introito di 120 euro per ogni singola udienza) ma poi non si impegna con il medesimo zelo nelle fasi successive di eventuali ricorsi avverso il rifiuto di protezione da parte della Commissione, fasi per le quali non risulta esistere alcuna automaticità di accesso al gratuito patrocinio. Comunque la sola presenza delle associazioni di tutela – che operano soprattutto con le donne – e dei legali che ormai gravitano stabilmente intorno al centro risulta insufficiente per garantire quel diritto alla difesa fondamentale per chi al momento è privato della libertà personale ma poi potrebbe anche essere oggetto di rimpatrio forzato.    

sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




Se il post ti è piaciuto, condividilo!
If you like, share it !

domenica 29 novembre 2015

Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, condannato a morte da un tribunale dell’Arabia Saudita




Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, è stato condannato a morte da un tribunale dell’Arabia Saudita, paese dove è nato da genitori palestinesi. 
È accusato di aver promosso l’ateismo con i suoi testi inclusi nell’antologia poetica "Instructions within" (2008), di aver avuto relazioni illecite, di aver mancato di rispetto al profeta Maometto e di aver minacciato la moralità saudita. La sentenza è stata emessa il 17 novembre ed è previsto che Fayadh possa presentare una richiesta d’appello entro trenta giorni.
Fayadh, 35 anni, è rappresentante dell’organizzazione di artisti britannico-saudita Edge of Arabia. Nel 2013 è stato tra i curatori della mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia. È stato arrestato nel gennaio del 2014 e nel maggio dello stesso anno è stato condannato a quattro anni di prigione e 800 frustate da un tribunale di Abha, nel sudovest dell’Arabia Saudita.
Dopo che il suo primo ricorso è stato respinto, una nuova corte lo ha condannato a morte.

Mona Kareem, poeta e attivista per i diritti dei migranti che ha lanciato una campagna per la liberazione di Fayadh, ha detto al Guardian che il poeta non può chiedere a un avvocato di difenderlo perché dal giorno del suo arresto non ha più i documenti d’identità. Secondo Kareem, Fayadh sarebbe vittima di discriminazione perché di origine palestinese.
Durante le udienze il poeta ha dichiarato di essere musulmano e ha respinto le accuse.
Libertà per il poeta #AshrafFayadh condannato a morte in Arabia Saudita.
 
 
PER FIRMARE la PETIZIONE SU CHANGE.ORG:

mercoledì 18 novembre 2015

La sacralità di Lea Garofalo secondo Marco Tullio Giordana







 



Questa sera, alle 21.20, su RAI 1 il film di Marco Tullio Giordana sulla vita di Lea Garofalo.



di Maurizio Porro (da La 27maOra)
 
 
Altri 100 passi di Marco Tullio Giordana in direzione del cinema civile. Se nel film di 15 anni fa con Lo Cascio si ricordava Peppino Impastato in lotta contro la mafia in cui militava il padre, Lea , che apre l’11 novembre il RomaFiction Fest coordinato da Piera Detassis, è la storia di una vittima della ‘ndrangheta in cui milita tutta la famiglia. Dice il regista: «Lei aveva fatto vedere I cento passi alla figlia, dicendo che avrebbe fatto la stessa fine: quel film è stato un punto di riferimento. Questo ricorda uno dei fatti di cronaca più spaventosi, un omicidio tribale e orrendo che viene da un mondo remoto».
Ancora anime nere: la Calabria in trasferta al Nord e una donna che non vuole accettare il malaffare atavico e cerca di resistere con la figlia Denise, sotto scorta. Quando il programma di protezione viene revocato, Lea scompare, il 24 novembre 2009. Spetta a Denise infiltratasi nella cosca familiare per denunciare i veri colpevoli, fratello e padre, smascherati da un pentito, finché il corpo viene trovato: ergastolo per tutti, anche per la 24enne Denise che vive da sorvegliata speciale.
Una vera tragedia greca. «Gli elementi ci sono tutti — dice Giordana —. Il film è in ordine cronologico: la adolescenza calabrese di Lea, inseguendo un romanzo di formazione, girando a Milano, ricostruendo aule del tribunale e telecamere di sorveglianza. Solo alla fine ho inserito veri documenti del funerale con la città intera mobilitata. L’eloquenza di quelle facce ed espressioni non si poteva replicare, volevo fosse chiaro che avevamo raccontato una storia vera».
Tornando alla tv, dove piantò un paletto d’autore con La meglio gioventù , Giordana la vede come un supporto importante: «Proposta l’idea, ho girato come un fulmine in 6 settimane». Lea (produzione Rai e Angelo Barbagallo con l’Associazione Produttori Tv e la Fondazione Cinema per Roma, col sostegno di Regione Lazio, Camera di commercio) passerà su Rai1 il 18 novembre. «Non è solo un film-tv di rara forza, ma è anche un‘opera di grande valore civile, anzi di denuncia. Un impegno che per noi è prioritario», sottolinea il direttore Rai Fiction Tinny Andreatta.
Tensioni sul set? «No — riprende Giordana — ho avuto appoggi basilari, come quello di don Ciotti, interpretato da Diego Ribon. Lui e l’avvocato Vincenza Rando hanno spiegato che la denuncia contro l’omertà, la rottura con le famiglie, è il passo che mette in crisi i meccanismi automatici di obbedienza, le leggi non scritte della ‘ndrangheta».
E qui è la madre Lea a ribellarsi: «Quando le donne rompono la linea di continuità si apre la frattura, la crisi vera. Don Ciotti rivela che, dopo Lea, è stato avvicinato da molte donne terrorizzate, il fenomeno è in crescita, è l’unico modo per rompere il blocco, la fortezza impenetrabile». Per Lea un cast di volti nuovi di cui Giordana è entusiasta, partendo dalle due eroine, Vanessa Scalera (Lea) e Linda Caridi (Denise).
Ma fra quei cento passi e questi c’è continuità: «È sempre l’universo familiare, clan a delinquere fondato sul sacro vincolo di sangue. Lea si ribella e cambia vita perché pensa ai figli, cioè al futuro. Gli uomini hanno perso credibilità, le donne sono concrete, a loro spetta educazione e trasmissione di valori. L’elemento rivoluzionario è femminile».
La prova? È nel testo che Giordana prepara dell’irlandese Colm Tòibìn, Il testamento di Maria con Michela Cescon, dal 17 novembre allo Stabile di Torino. «Le due figure archetipe di madri, una laica, l’altra sacra, la Madonna, due ribelli che protestano contro il ruolo attribuito, vogliono esser se stesse».
Anche Lea ha una sua religione in fondo? «In lei c’è sacralità. Ex agnostico e incredulo, oggi ho la massima curiosità e invidia per chi ha la fede. Penso che Lea credesse: quel sentimento di maternità l’avvicina alla religione. Perciò metto il film a disposizione della società civile. Ma di politica non ne voglio più nemmeno sentir parlare».


sabato 25 luglio 2015

Il sistema di protezione dei diritti umani del continente africano




di Veronica Tedeschi




Il continente africano ha un proprio sistema di protezione dei diritti umani grazie all'adozione, avvenuta il 27 giugno 1981, della Carta Africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, entrata in vigore nel 1986. Questa istituisce una Commissione africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, composta da 11 commissari, che vi siedono a titolo individuale e a tempo parziale, con il compito di promuovere il rispetto dei diritti umani in Africa ed esaminare i rapporti periodici redatti dagli Stati parte alla Carta. La Commissione si trova a Banjul, in Zambia; dal momento che essa può adottare soltanto rapporti sprovvisti di efficacia vincolante, è stata favorita e voluta una Corte Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (che ha sede in Tanzania) la quale, a sua differenza, potrà emettere sentenze con efficacia vincolante su ricorsi statali eD individuali.

La prima pronuncia “Michelot Yogogombaye vs Senegal”, risale al 2009 ed è una decisione di scarso valore con la quale la Corte ha dichiarato difetto di giurisdizione, limitandosi ad argomentare che il Senegal non avesse effettuato la dichiarazione volta ad accettare la competenza della Corte a pronunciarsi sui ricorsi individuali.

L’operato della Corte è sicuramente partito con il piede sbagliato e possiamo affermare che ha continuato nella stessa direzione; le sue successive pronunce si basano infatti, su rinvii all’attenzione della Commissione africana, secondo quanto previsto ex articolo 6, paragrafo 3, del Protocollo di Ouagadougou.

Il sistema regionale africano di protezione dei diritti umani è ben strutturato e costruito, ma solo su carta; uno dei pochi interventi della Corte effettivamente rilevanti lo troviamo nel 2011 quando quest’ultima viene interpellata dalla Commissione per le ripetute violazioni della Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli in conseguenza della violenta repressione messa in atto dal Governo di Tripoli per contenere le proteste popolari contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. La Corte non poteva permettersi di non intervenire in una situazione così tanto violenta e cosi tanto popolare in Occidente, nè tanto meno poteva rinviare il tutto alla Commissione. Nel caso di specie la Corte adottò misure cautelari dopo aver rilevato prima facie l'esistenza della propria giurisdizione nel merito, e adottando l'ordinanza in esame inaudita altera parte e senza addurre eccessive motivazioni.
Riassumendo, fino ad oggi la Corte ha emesso quasi solo sentenze di inammissibilità, non sfruttando a pieno i poteri a lei conferiti.

Un altro aspetto degno di nota riguarda la possibilità che anche uno Stato che non abbia accettato la competenza della Corte africana, debba comunque convenire dinanzi alla Corte per ricorsi proposti da individui o Ong. Ed è proprio questo il punto di forza di tutti i sistemi regionali di protezione di diritti umani, dai più funzionanti come quello europeo (Corte europea dei diritti umani) ai meno operativi, come quello africano: garantire protezione e possibilità di ricorso a persone/Ong/Stati contro Stati che commettano gravi violazioni dei diritti umani e contemporaneamente non accettino la competenza di suddette Corti. Nel continente africano in esame, come possiamo immaginare, non tutti gli Stati hanno accettato la competenza della Corte e, senza l’applicazione di questo principio, i suddetti Stati non potrebbero essere giudicati per le violazioni da loro commesse.

La creazione dei sistemi regionali di protezione di diritti umani ha segnato, nei continenti nei quali questi sono presenti (Africa, Europa, America), una svolta importante per la lotta alle violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati; naturalmente è necessario contestualizzare il lavoro di tali Corti: la Tanzania riceverà ricorsi diversi da quelli che riceverà Strasburgo, ma la cosa fondamentale da far passare in ogni contesto, è la consapevolezza e la spinta all’utilizzo di tali mezzi di supporto.

In un qualsiasi Stato europeo, per esempio, sarà difficile che un cittadino padroneggi il suo diritto di adire la Corte europea dei diritti umani qualora ritenga che i suoi diritti fondamentali siano stati violati e, allo stesso modo, probabilmente in maniera più accentuata, il cittadino di uno Stato africano che subirà violazioni ancora più gravi e inabilitanti non sarà incline ad un viaggio in Tanzania per denunciare i sopprusi commessi dal suo Stato o, in maniera ancora più accentuata, non saprà di poterlo fare.

lunedì 20 luglio 2015

La lettera della madre di Federico Aldrovandi




L’Associazione “Federico Aldrovandi” nasce come naturale evoluzione del Comitato “Verità per Aldro”, creato nel gennaio del 2006 per chiedere verità e giustizia per Federico Aldrovandi, il diciottenne ferrarese ucciso durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005.
In questi anni, dopo una fase iniziale di stallo nelle indagini e numerose omissioni, si è riusciti ad arrivare al processo e nel giugno del 2012 i quattro poliziotti che avevano fermato Federico sono stati condannati definitivamente a 3 anni e 6 mesi di reclusione per eccesso colposo in omicidio colposo.
Ma il “lavoro” non è finito. Abbiamo visto con i nostri occhi come sia difficile vedere applicato un banale principio di giustizia per cui se chi commette un reato indossi o no una divisa dovrebbe essere indifferente ai fini dell’azione giudiziaria.



Per tutto questo crediamo che passaggi fondamentali siano l’approvazione di una legge sulla tortura e la democratizzazione delle forze dell’ordine.
Perché, come recitava lo striscione che apriva il corteo nazionale che organizzammo nel 2006, ad un anno dall’uccisione di Federico…


Verità grido il tuo nome.
Per quello che non doveva succedere.
Per quello che non è ancora successo.
Perché non accada mai più.



Di seguito, pubblihciamo la lettera della mamma di Federico, pubblicata sul sito della loro associazione.



Perché rimetto le querele contro Paolo Forlani, Franco Maccari e Carlo Giovanardi

Ho perso Federico che aveva 18 anni la notte del 25 settembre di dieci anni fa per l’azione scellerata di quattro poliziotti che vestivano una divisa dello stato, e forti di quella divisa hanno infierito su mio figlio fino a farlo morire. Non avrebbero mai più dovuto indossarla.
I giudici hanno riconosciuto l’estrema violenza, l’assurda esigenza di “vincere” Federico, e una mancanza di valutazione – da parte di quei quattro agenti – al di fuori da ogni criterio di senso comune, logico, giuridico e umanitario.
Non dovevano più indossare quella divisa: nessuno può indossare una divisa dello stato se pensa che sia giusto o lecito uccidere.  O se pensa che magari non si dovrebbe, ma ogni tanto può succedere, e allora fa lo stesso, il tutto verrà ben coperto. Con la speranza che il sospetto di una morte insensata, inutile e violenta scivoli via fra la rassicurante verità di carte col timbro dello Stato, di fronte alle quali tutti si dovrebbero rassegnare. E poi con quella stessa divisa si continuerà a chiedere il rispetto di quello stesso Stato: che però sarà inevitabilmente più debole e colpevole. Come un padre ubriaco che ha picchiato e ucciso i suoi figli.
Il delitto è stato accertato, le sentenze per omicidio emesse. Invece le divise restano sulle spalle dei condannati fino alla pensione. Fine del discorso.
L’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine.
Alla fine del percorso giudiziario che ha condannato gli agenti tutto ciò ora mi è ben chiaro: ed è il messaggio che voglio continuare a consegnare alla politica e all’amministrazione del mio Paese.
Dopo la morte di Federico, abbiamo dovuto difendere la sua vita vissuta e la sua dignità assurdamente minacciate. Era pazzesco, sembrava il processo contro Federico.
Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così.
Il processo è stato per me, mio marito Lino e mio figlio Stefano una fatica atroce, ma era necessario prendervi parte e lottare ad ogni udienza: ci ha sostenuti l’amore per Federico.
Su quel processo e da quel processo in tanti hanno espresso un’opinione. E’ stato un modo per crescere.
Alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia. Qualcuno l’ha fatto per quella che ritengo gratuita sciatteria e volgarità, altri per disegni politici volti a negare o a sminuire la responsabilità per la morte di Federico.
Avevo chiesto alla giustizia di tutelarci ancora. In quel momento era l’unica strada, e non me ne pento.
Sono passati due anni dai fatti per cui ho sporto querela. Ci sono state le reazioni pubbliche e anche quelle politiche. Però poi non è cambiato niente.
Ho riflettuto a lungo e ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle Procure e ai Tribunali: non perché non mi ritenga offesa da chi ha stoltamente proclamato la falsità delle foto di mio figlio sul lettino di obitorio, di chi ha definito mio figlio un “cucciolo di maiale”, o da chi mi ha insultata, diffamata e definita faccia da culo falsa e avvoltoio.
Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stati lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso.
Rappresentano un modo di pensare molto diverso dal mio.
Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento.
Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere.
Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.
Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri.
Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta.
Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore.
E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni.
Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti.
Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere.
Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche.
A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro.
Perciò ritirerò le querele ancora in corso.
Non lo faccio perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia, ma dieci anni sono troppi, ed è il momento di dire basta.
Non è il perdono, d’altra parte nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti nelle azioni giudiziarie rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento.
Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che  – da quanto capisco – costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore.
Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio.
Questo non significa che verrà meno il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia.
C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa in modo costruttivo.
Le parole e le espressioni contro Federico, contro me e la nostra famiglia le lascio alla valutazione in coscienza di chi ha avuto il coraggio di dirle. E soprattutto alla valutazione di chi se le ricorda. Io ne conservo solo il disprezzo.
Per me l’onore è un’altra cosa.
L’onore appartiene a chi ha cercato di capire, a chi ha ascoltato la coscienza e a chi ha fatto professionalmente il proprio dovere, a chi ha messo il cuore e l’arte oltre quel muro di gomma costruito attorno all’omicidio di Federico, a tutti coloro che gli dedicano un pensiero, un rimpianto, gli mandano un bacio.
Sono queste le persone che ringrazierò sempre, è grazie a loro che Federico è stato restituito al suo onore di figlio, fratello, amico, ragazzo che voleva vivere, e tornare a casa.
 
Patrizia Moretti


giovedì 16 luglio 2015

In Italia il presidente dell'Azerbaigian. Amnesty International chiede al presidente del Consiglio di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani


Il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiedendogli di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian durante il suo incontro, previsto il 9 luglio, col presidente Ilham Aliyev.

Alla lettera è allegato un rapporto, intitolato "
Azerbaigian: i Giochi della repressione", nel quale Amnesty International denuncia la soppressione del dissenso, la detenzione di oltre 20 prigionieri di coscienza e ulteriori violazioni dei diritti umani che hanno preceduto, accompagnato e seguito i primi Giochi europei, terminati alla fine di giugno.

"Dietro l'immagine ostentata dal governo di una lungimirante, moderna nazione c'è uno stato in cui regolarmente e sempre più le critiche incontrano la repressione governativa. Giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani che osano sfidare il governo vanno infatti incontro ad accuse inventate, processi iniqui e lunghe pene detentive" - scrive il direttore Rufini.

Negli ultimi anni, le autorità azere hanno messo in atto un giro di vite senza precedenti nei confronti delle voci indipendenti all'interno del paese.

Molti attivisti per i diritti umani e critici del governo sono stati arrestati, altri hanno lasciato il paese e altri ancora tacciono per paura di essere arrestati o perseguitati. Gli uffici delle organizzazioni non governative più critiche nei confronti del governo sono stati chiusi, mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono state costrette a lasciare il paese. Anche i media sono stati oggetto di repressione. La maggior parte dei mezzi di comunicazione, infatti, è di proprietà dello Stato o filogovernativa e le autorità hanno usato il loro virtuale controllo monopolistico sulla stampa e sulla televisione per screditare i loro oppositori.

"Almeno 20 tra giornalisti, avvocati, attivisti dei movimenti giovanili e oppositori sono stati arrestati e condannati nei 12 mesi che hanno preceduto l'inizio dei Giochi europei. Alla vigilia della cerimonia inaugurale, ci è stato impedito di entrare nel paese. Lo stesso è accaduto a giornalisti del Guardian, di Radio France International e della tedesca Ard" - prosegue Rufini.

Nella lettera al presidente del Consiglio, Amnesty International Italia segnala alcuni casi di prigionieri di coscienza di cui continua a sollecitare l'immediata e incondizionata scarcerazione.

Rasul Jafarov, fondatore della ong Human Rights Club, è stato arrestato nell'agosto 2014. Intendeva lanciare la campagna "Sport per la democrazia", per attirare l'attenzione internazionale sul deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese. Nell'aprile 2015, è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per false accuse di evasione fiscale e rapporti d'affari illegali.

Leyla Yunus, un'attivista per i diritti umani di 60 anni, premiata e fra gli oppositori più espliciti e di alto profilo, è stata arrestata nel luglio 2014, pochi giorni dopo aver invocato il boicottaggio dei Giochi europei a causa della terribile situazione dei diritti umani in Azerbaigian. Da allora, è rimasta in detenzione preventiva, essendo stati estesi i termini a tutta la durata dei Giochi: in questo modo, Leyla avrà trascorso oltre un anno in carcere senza processo. Suo marito Arif Yunus è stato arrestato cinque giorni dopo. Entrambi sono detenuti con false accuse di tradimento, conduzione di affari illeciti, evasione fiscale, abuso di potere, frode e contraffazione. Leyla e suo marito soffrono di gravi problemi di salute ed è stato loro vietato di parlare tra di loro e con i familiari.

Intigam Aliyev, un noto avvocato dei diritti umani, che ha portato con successo un certo numero di casi contro l'Azerbaigian alla Corte europea dei diritti umani, è stato arrestato nel luglio 2014 sulla base di false accuse di evasione fiscale e di rapporti d'affari illegali. È stato detenuto fino al processo nel mese di aprile 2015, quando è stato condannato a sette anni e mezzo di reclusione.

Khadija Ismayilova, una giornalista di Radio Free Europe, stava indagando sulle denunce di legami tra la famiglia del presidente Ilham Aliyev e un redditizio progetto di costruzione a Baku, quando è stata arrestata, nel dicembre 2014.

E' stata accusata di "aver istigato un collega a suicidarsi" e ha ricevuto altre accuse motivate politicamente. La persona in questione in seguito ha ammesso di essere stata costretta a presentare una denuncia contro di lei e che il suo tentativo di suicidio non aveva nulla a che fare con la collega. Khadija Ismayilova subisce da anni continue molestie da parte delle autorità e ora rischia 12 anni di carcere se risulterà colpevole di tutti reati che le sono stati imputati.

Esponenti del movimento giovanile NIDA che usavano Facebook per criticare e mettere in discussione le autorità o organizzare assemblee pacifiche, sono stati arrestati con l'accusa di possesso di esplosivi e di essere intenzionati a causare disordini. Amnesty International ritiene che tali accuse siano state fabbricate ad arte. Altri attivisti di NIDA sono stati picchiati e torturati per estorcere false confessioni. Shahin Novruzlu, 17 anni, ha perso quattro denti anteriori durante un interrogatorio.




 



martedì 14 luglio 2015

Carta di soggiorno revocata a chi perde il lavoro. Il giudice ferma le Questure



(Da www.stranieriinitalia.it)




Il permesso a tempo indeterminato può essere tolto solo a chi è pericoloso, la mancanza di reddito non conta”. Un immigrato e l’Anolf vincono ricorso al Tar di Milano

Roma – 6 luglio 2015 – Per anni hanno lavorato duro rinnovando di volta in volta i loro permessi di soggiorno. Poi si sono finalmente messi in tasca la carta di soggiorno (permesso Ue per lungosoggiornati), il  documento “a tempo indeterminato”  a cui aspirano tutti gli immigrati.

Quando però, complice la crisi economica, hanno perso il lavoro, la Questura ha revocato loro la carta di soggiorno. Sostenendo che, senza un regolare contratto di lavoro, non possono essere considerate “persone per bene”, degne di rimanere in Italia. Come se a decidere di non lavorare, o di lavorare in nero, fossero i lavoratori.

È successo,  soprattutto a Milano, a cittadini stranieri che avevano chiesto un duplicato o un aggiornamento della loro carta di soggiorno. La Questura ha preteso che dimostrassero di nuovo i requisiti di reddito previsti per il primo rilascio e, in mancanza di assunzioni regolari, contributi versati  ecc, è arrivato il diniego. Potenzialmente una strage, in tempi di crisi economica.

Ora a fermare questa prassi è finalmente arrivata la legge, fatta valere qualche giorno fa dal Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia. Il giudice ha dato ragione a un cittadino srilankese, che dopo aver lavorato a lungo come custode non era riuscito a trovare una nuova occupazione, e ha dato torto alla Questura, che gli aveva revocato la carta di soggiorno perché non aveva un reddito regolare.

La mossa della Questura, ha spiegato il giudice, è illegittima. Sia le norme europee (art. 8 della Direttiva 2003/109/CE), sia il Testo Unico sull’immigrazione che le ha recepite (art. 9 del d.lgs. n. 286/98), prevedono infatti che lo “status di soggiornante di lungo periodo è permanente” e può essere revocato solo “ qualora lo straniero sia pericoloso per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato, e non invece a fronte della mera mancanza di redditi”.

L’immigrato srilankese può festeggiare, riavrà la carta di soggiorno che si era conquistato sin dal 2005. E lo stesso potranno pretendere quanti sono incappati in una simile ingiustizia. Soddisfatta anche l’Anolf Cisl, che aveva sollevato il caso chiedendo anche l’intervento della commissione europea e che ha affiancato il lavoratore nel ricorso al Tar insieme all’avvocato Silvia Balestro.

La crisi ha colpito duro, soprattutto in determinati settori e soprattutto i lavoratori stranieri.  Togliere loro la carta di soggiorno solo perché hanno perso il lavoro vuol dire far fare un enorme passo indietro al processo di integrazione, per una situazione della quale non hanno colpa. Come si può presupporre che chi non ha un lavoro regolare abbia scelto scientemente di lavorare in nero o di evadere le tasse?” dice a Stranieriinitalia.it, Maurizio Bove, presidente di Anolf Milano e responsabile immigrazione della Cisl meneghinare.

La prassi della Questura di Milano, nota il sindacalista, estremizzava il legame tra lavoro e permesso di soggiorno già previsto dalla legge, andando oltre la stessa legge con una discrezionalità eccessiva e perdendo di vista l’importanza dell’integrazione di chi vive da tanti anni in Italia. Del resto, una sentenza simile a questa aveva già bocciato la Questura, che a quanto pare ultimamente ha iniziato a valutare con più attenzione le singole situazioni.

Ora ci aspettiamo che la legge venga applicata correttamente a Milano e nel resto d’Italia. Deve essere chiaro che chi perde il lavoro non può perdere, per quel motivo, anche la carta di soggiorno” conclude Bove. Se poi il ministero dell’Interno, aggiungiamo noi, volesse chiarire il concetto a tutte le Questure, sarebbe un ulteriore passo avanti.


lunedì 13 luglio 2015

Il Servizio civile aperto anche agli stranieri



La Corte Costituzionale italiana nella giornata del 25 giugno si è espressa dichiarando illegittimo l’art. 3 comma 1 del decreto legislativo del 2002 in materia di servizio civile con cui si limitava l'accesso al servizio ai soli cittadini italiani.

La vicenda a favore dell’inclusione dei giovani stranieri residenti in Italia aveva preso avvio oltre tre anni fa quando un giovane pakistano si era visto rifiutare la partecipazione al servizio civile per mancanza del requisito della cittadinanza italiana. Sollevata la questione di fronte al Tribunale di Milano e alla Corte d’Appello di Milano, il giudizio è poi proseguito e la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha posto la questione di costituzionalità della norma per contrasto con il principio di uguaglianza.

Dopo la recente sentenza 119/15, con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del decreto legislativo 77/02 (articolo 3, comma 1), tutti i giovani stranieri regolarmente soggiornanti hanno diritto di accedere alle selezioni per il servizio civile. Nel testo si legge: "L’esclusione dei cittadini stranieri dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale, impedendo loro di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale e, di conseguenza, di sviluppare il valore del servizio a favore del bene comune, comporta dunque un’ingiustificata limitazione al pieno sviluppo della persona e all’integrazione nella comunità di accoglienza".



venerdì 3 luglio 2015

La condanna di Borghezio per diffamazione aggravata da discriminazione razziale nei confronti dei Rom


Lo scorso 26 giugno 2015 si è concluso il processo contro l’eurodeputato Mario Borghezio nella causa intentata dalle associazioni UPRE ROMA di Milano, SUCARDROM di Mantova e NEVO DROM di Bolzano assistite dall’avvocato Gilberto Pagani, per le dichiarazioni fatte nella trasmissione “La zanzara” in occasione della Giornata internazionale del popolo rom e sinto l’8 aprile 2013.

Il tribunale di Milano ha preso atto che le tre associazioni hanno accettato le scuse e il risarcimento dei danni morali proposto da Borghezio, risarcimento sulla cui misura lo stesso Borghezio ha chiesto la clausola di riservatezza e che le tre associazioni devolveranno completamente a progetti rivolti alle comunità rom e sinte e in modo particolare al sostegno della campagna “Se mi riconosci mi rispetti” per la legge di iniziativa popolare per il riconoscimento della minoranza dei Rom e dei Sinti.

Il risarcimento dei danni alle parti lese ha comportato la loro rinuncia alla costituzione di parte civile; il dibattimento è continuato per l'accertamento della responsabilità penale di Mario Borghezio e si è concluso con la sua condanna per diffamazione aggravata dalla discriminazione razziale, una condanna di grande importanza, perché - al di là della sua misura: una multa e il pagamento delle spese processuali -, riconosce il diritto di Rom e Sinti di essere tutelati come minoranza.


venerdì 29 maggio 2015

Giustizia per i crimini nel Mediterraneo !



VENERDI 5 GIUGNO 2015

Ore 11:30

STAMPA ESTERA – Sala della Biblioteca

Via dell'Umiltà, 83/C - 00187 Roma

----------------------------

Il Mediterraneo è ormai una fossa comune, dove ogni giorno, si consuma un ennesimo naufragio.

A seguito della morte di oltre 1770 persone nel corso del 2015, e della morte di 3.279 persone nel 2014, della sospensione dell’operazione Mare Nostrum e delle decisioni dell’Unione Europea che sacrificano le esigenze di soccorso dei migranti in mare alle politiche di militarizzazione finalizzate a respingere migranti e potenziali richiedenti asilo, in attesa del vaglio del Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite di un probabile intervento militare in Libia, a fronte di un aumento dei flussi di profughi determinato dalle numerose guerre in corso in Africa ed in Asia e del rischio di un ulteriore aumento del numero di morti nel Mediterraneo, il Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos” comunica di avere avviato le procedure formali per richiedere l’intervento del Tribunale Permanente dei Popoli perché si accerti l’esistenza di crimini commessi negli ultimi venti anni nei confronti dei migranti nel Mediterraneo e nel percorso dei cittadini dell’Africa e dell’Asia verso l’Europa, affinché vengano identificate e accertate le violazioni dei diritti dei migranti, in primo luogo del diritto alla vita; perché si giunga all’individuazione dei responsabili della commissione dei crimini di lesa umanità e della violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e perché siano valutati gli obblighi giuridici che hanno le istituzioni europee e internazionali verso le persone che cercano rifugio e che fuggono da guerra, persecuzioni e miseria.

Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) è un tribunale di opinione la cui opera è rivolta a identificare e rendere pubblici i casi di sistematica violazione dei diritti umani fondamentali, in particolar modo riguardo tutti quei casi in cui la legislazione nazionale e internazionale non riescano a tutelare con efficacia il diritto dei popoli. L’azione del TPP si basa sui principi espressi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli e dai principali strumenti internazionali di protezione dei diritti umani, ed è volta all’esame della realtà e allo studio del complesso di cause storiche, politiche ed economiche che portano alla loro violazione, al fine di emettere delle “sentenze” che ne individuino i responsabili. A oggi il TPP ha realizzato 40 Sessioni per denunciare casi di genocidio e crimini contro l’umanità. Tra queste è opportuno segnalare la Sessione sul Diritto d’asilo in Europa (Berlino, 1994) e quella recente sul Messico (2011-2014), che ha dedicato un capitolo importante alla violazione dei diritti umani dei migranti.

Partecipano:

Hedwig Zeedijk, Corrispondente Radio Televisione Belga

Enrico Calamai, Portavoce del Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos”

Arturo Salerni, Presidente “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos”

Lita Boitano, Madre di Plaza de Mayo, Presidente di Familiares di desaparecidos e detenuti per ragioni politiche

Meherzia Chargui, Madre di un tunisino disperso



Ufficio stampa:

Carolina Zincone 3338710675 - Flore Murard-Yovanovitch 3485268700





"Il Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos” è una realtà associativa costituita nel 2014 che si propone di porre al più presto fine alle stragi di migranti e richiedenti asilo nel Mar Mediterraneo e nei Paesi di transito verso gli Stati dell’Unione Europea. Ne fanno parte familiari delle vittime, giuristi, giornalisti ed esponenti della società civile. Insieme all’obiettivo primario di cui sopra il Comitato si propone di ottenere il riconoscimento dell’identità delle vittime e di ricercare la verità sulla loro scomparsa anche attraverso l’istituzione di un Tribunale Internazionale di opinione, nonché chiedere l’individuazione e la condanna dei responsabili ed il risarcimento nei confronti dei familiari delle vittime nelle sedi giurisdizionali nazionali, comunitarie, europee e internazionali.


mercoledì 20 maggio 2015

Un giudice, un attentato mafioso e una sopravvissuta







Sola con te in un futuro aprile di Margherita Asta e Michela Gargiulo (Fandango) racconta una storia dolorosa, terribile, ma che va ricordata.

È il 2 aprile di trent’anni fa, Carlo Palermo è arrivato in Sicilia da quaranta giorni. A Trapani aveva preso il posto di un magistrato coraggioso ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due macchine della scorta parcheggiano davanti al cancello di una villetta vicino a Bonagia, a 3 chilometri di distanza dalla casa della famiglia Asta.
Il giudice Palermo vive lì da pochi giorni e proprio lì arriva l'ultima telefonata di minacce che era stata ancora più esplicita e definitiva: "Dite al giudice che il regalo sta per essergli recapitato".

Il giudice, la mattina del 2 aprile 1985, scende di casa alle 8 e qualche minuto per recarsi al Tribunale di Trapani. Sul rettilineo di contrada Pizzolungo la macchina trova davanti a sé un'altra auto, una Volkswagen Scirocco, dentro ci sono Barbara Rizzo, giovane madre di 31 anni, e due dei suoi tre figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni che stanno andando a scuola. L'autista del giudice aspetta il momento giusto per iniziare il sorpasso; le tre auto, per un brevissimo istante, si trovano perfettamente allineate ed è proprio in momento che viene azionato il detonatore.

L'esplosione è devastante, una bomba al tritolo. L'utilitaria fa scudo all'auto del sostituto procuratore che si ritrova scaraventato fuori dalla macchina , è ferito ma miracolosamente vivo. Muoiono dilaniati la donna e i due bambini. Nunzio Asta, il marito di Barbara in quei giorni va a lavoro un po' più tardi a causa di un intervento al cuore. Sente il boato, esce per andare a prestare soccorso, ma non lo lasciano avvicinare. La Volkswagen di sua moglie è stata polverizzata, non sospetta che la sua famiglia sia rimasta coinvolta. Margherita, l'altra figlia di dieci anni, in quel momento è già a scuola. Avrebbe dovuto essere a bordo anche lei, ma quella mattina i due fratellini ci mettevano troppo tempo a vestirsi e per non fare tardi la ragazzina chiede un passaggio in macchina alla mamma di una sua amica e si salva.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato la giornalista Michela Gargiulo che ringraziamo molto.



Come avete lavorato, lei e la sig.ra Margherita, per la stesura di questo libro che racconta una storia così dolorosa?


Conosco Margherita dal 2006 e, da quell'incontro, è nata subito un'amicizia, un rapporto speciale. Ho provato nei confronti di questa donna una senso di affetto profondo e quasi di protezione. Abbiamo iniziato a conoscerci sempre meglio e io, nei miei viaggi siciliani, finivo sempre a Pizzolungo con lei, la sua nuova madre e il fratello Giuseppe Salvatore. Ci sono state vicende personali che ci hanno unite, Margherita è madrina di mia figlia e il progetto di scrivere il libro della sua storia è nato molto tempo fa. Mi sono spesso avvicinata, in questi anni, ai ricordi di Margherita con timore e rispetto. La curiosità professionale ha sempre lasciato il posto alle confidenze e all'accoglienza. Margherita è una donna di grande coraggio ma tirare fuori un dolore così grande non è stato facile. Ho raccolto i ricordi di Margherita durante i nostri incontri. Pezzi di storia scritti spesso in rubriche e quaderni diversi che finivano sempre sul comodino, uno sopra l'altro. Margherita mi ha dato i preziosi giornali che suo padre Nunzio custodiva in cassaforte e sono stati per me uno strumento fondamentale per ricostruire molte scene del libro. Gli atti giudiziari sono stati l'ultimo tassello per ricomporre la sua storia, dal giorno dell'attentato ad oggi. "Sola con te in un futuro aprile" è un libro che è nato grazie al nostro rapporto di fiducia e di affetto profondo, è stato un lavoro di rilettura di fatti di cronaca decisivi per il nostro Paese fatto da un punto di vista unico: quello di chi aveva subito la perdita di tutto ciò che aveva di più caro. Credo che il lettore, di fronte al racconto intenso di questa donna, riesca a vivere il suo dramma personale e insieme a lei la rabbia delle ingiustizie subite ma allo stesso tempo capirà quanto è importante lottare contro la mafia e portare avanti un messaggio di speranza per costruire una storia diversa per il nostro Paese.


E' un percorso, anche interiore, quello che in questi trent'anni ha dovuto affrontare la sig.ra Margherita...


Margherita ha affrontato il dolore della perdita più grande, quella della madre. Ha dovuto gestire la rabbia e l'ha trasformata in una risorsa che le ha permesso di cercare la verità sulla sua storia. Ha costruito il suo futuro sulla speranza e questa è la dimostrazione della sua grande umanità.


Vogliamo spiegare più approfonditamente di cosa si stesse occupando il magistrato Carlo Palermo?


E' impossibile raccontare in poche righe l'ampiezza delle indagini di Carlo Palermo. Lui ha iniziato la sua attività di giudice istruttore a Trento nel 1980 e da allora non si è mai fermato fino al quel tragico 2 aprile 1985. Dai traffici di morfina base che transitavano da Trento provenienti dalla Turchia e diretti in Sicilia ha indagato sui traffici di armi, due mercati che, nelle sue inchieste, erano paralleli. Ha messo sotto inchiesta uomini dei servizi segreti, trafficanti, mercanti della droga, mafiosi e pidduisti. Poi, nel 1984, ha iniziato a percorrere le tracce che lo portavano dritto a due società vicine al partito socialista. Era la pista politica. Quell'inchiesta scatenò l'ira dell'allora presidente del consiglio Bettino Craxi e Carlo Palermo capì in quel momento che per le sue inchieste rimaneva poco tempo. Sul giudice istruttore arrivò un procedimento disciplinare, si aprì un'inchiesta penale per l'arresto di due avvocati. Fu costretto a chiudere l'inchiesta su armi e droga prima che questa fosse trasferita a Venezia ad altri giudici. Allora, a novembre 1984 decise di trasferirsi a Trapani per riprendere i fili del traffico di droga. Arrivò in Sicilia a fine febbraio 1985 e dopo soli 40 giorni ci fu l'attentato. Dopo l'attentato Palermo non ha mai smesso di cercare la verità e da trenta anni si interroga ancora su chi voleva la sua morte.

E' un testo che parla del nostro Paese: cosa è cambiato da allora?


Sono cambiate molte cose, altre sono rimaste immutate . La mafia ha cambiato volto e modalità ma gode sempre di un sistema di complicità a vari livelli. I meccanismi di infiltrazione sono sempre più sofisticati e meno riconoscibili. Io credo che anche i sistemi criminali si siano adeguati ad un mondo globale in continua evoluzione e che sarà sempre più difficile colpire gli interessi e i capitali frutto di attività criminali. Gli anni che ci lasciamo alle spalle sono stati anni terribili segnati da stragi e morti innocenti. Ancora oggi, per molti di quegli episodi non conosciamo né i colpevoli, né i moventi. Non sapere la verità su episodi che hanno segnato il corso della storia di questo Paese ha creato un sistema fragile, frutto di segreti e quindi di ricatti.


Qual è stato l'esito del processo per gli esecutori dell'attentato e come si può commentare quella sentenza?


Il primo processo sugli esecutori materiali della strage rappresenta un capitolo nero della nostra storia. In primo grado, nel 1988, la Corte di Assise di Caltanissetta, condannò all'ergastolo tre uomini per avere messo in atto la strage di Pizzolungo. Erano Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia. Furono condannati, rispettivamente a 19 anni e a 12 anni, Giuseppe Ferro e Antonino Melodia. In secondo grado gli stessi uomini furono assolti e la prima sezione penale della corte di cassazione, presieduta da Corrado Carnevale confermò la sentenza di appello. Solo nel 2002, durante il processo sui mandanti i pentiti racconteranno che erano stati proprio quegli uomini a eseguire materialmente la strage ma anche di fronte a quel quadro accusatorio convergente e completo nessun tribunale potrà più processare chi è stato assolto per sempre.


Nell'attentato hanno perso la vita una madre e due figli piccoli: questo libro è dedicato a loro e crediamo porti anche un messaggio importante per i ragazzi di oggi...


I nostri ragazzi dovrebbero conoscere la storia di Barbara, Giuseppe e Salvatore e con questa andare a scavare nella cronaca recente del nostro Paese. La loro morte drammatica raccontata in questo libro dovrebbe essere uno stimolo per i giovani a guardarsi intorno e chiedersi quante sono le vittime innocenti delle quali non ci ricordiamo nemmeno i nomi. Sono 900 le persone uccise dalla mafia, alcune di loro sono state dimenticate e i loro nomi risuonano il 21 marzo quando Libera dedicata loro la giornata della memoria. Io spero che "Sola con te in un futuro aprile" faccia sentire anche le voci di chi non è stato raccontato. I ragazzi sono la nostra speranza e per costruire un mondo più giusto devono conoscere a capire qual è stata la storia del nostro Paese.

giovedì 14 maggio 2015

Progetto DONNE TEATRO DIRITTI


  


    
Sperando di fare cosa gradita, l'Associazione per i Diritti Umani vi segnala lo spettacolo seguente, con una promozione dedicata ai nostri lettori.
Dal libro di Ileana Alesso, Il Quinto Stato, dal Museo di Pellizza a Volpedo e dagli Archivi degli eredi (Famiglia Del Conte) Partendo dalle origini del capolavoro esposto nel Museo del Novecento a Milano e grazie alla meticolosa ricostruzione dell’avv.Ileana Alesso,vivono sulla scena 100 anni di leggi sul lavoro delle donne,di conquiste,di diritti negati,persi e riguadagnati. 100 anni di storie,canzoni,film,immagini,poesie. Al centro,le donne. Alcune famose,altre sconosciute.
Dal 20 al 22 maggio 2015 DAL QUARTO AL QUINTO STATO - Storie di donne, leggi, conquiste da un quadro a un libro alla scena. In questa occasione siamo liete di offrire a lei, ai suoi collaboratori, ai suoi lettori e a tutte le donne che visitano la pagina/sito e partecipano alle vostre iniziative, una promozione speciale per assistere allo spettacolo: la riduzione del biglietto d’ingresso a 12,00 € (+1,50€ prev.), per tutti i giorni di rappresentazione nei giorni 21 e 22 maggio. Mentre per la data del 20 maggio, in occasione della prima dello spettacolo riduzione del biglietto d’ingresso a 8€ presentando questa comunicazione.

Colgo l'occasione inoltre per ricordarle inoltre che ogni serata verrà introdotta da nostre ospiti:
mercoledì 20 maggio 2015
Elisabetta Silva Presidente Associazione Nazionale Donne Giuriste, Sezione di Milano e Anita Sonego Presidente Commissione Pari Opportunità Comune di Milano


giovedì 21 maggio 2015
Luisa Bordiga Coordinatrice Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni e Ilaria Li Vigni Presidente Commissione Pari Opportunità Ordine degli Avvocati di Milano


venerdì 22 maggio 2015
Grazia Cesaro Presidente Camera Minorile di Milano e Susanna Galli Giudice Onorario Tribunale per i minorenni di Milano


     
Info e prenotazioni: biglietteria@pacta.org / 0236503740

sabato 9 maggio 2015

Siamo tutti complici: più di 20 mila migranti morti nel Mediterraneo in 15 anni, come puoi essere esule da responsabilità?



di Veronica Tedeschi



Un tribunale nazionale lo definirebbe omicidio intenzionale, un tribunale penale internazionale crimine contro l’umanità.

Se ricordiamo la definizione legislativa di quest’ultimo reato tutto sarà più chiaro: “Violazione deliberata e contraria della dignità della persona, dei diritti fondamentali di un individuo o di un gruppo di individui dovuta a motivi politici, ideologici, razziali o religiosi”; in questa definizione oltre allo sterminio, alla riduzione in schiavitù e ad altri fatti di altrettanta gravità, lo Statuto della Corte Penale Internazionale, all’art. 7 definisce crimine contro l’umanità anche “altri atti inumani (…) diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale”. Quello che sta succedendo in questi ultimi mesi nel Mediterraneo è perfettamente riconducibile a questa definizione e se si dovesse ricercare un colpevole, l’Unione Europea sarebbe seduta al banco degli imputati. I capi d’accusa sarebbero molteplici: omicidio, omissione di soccorso e violazione dell’integrità fisica nei confronti di persone in precedenza rifiutate dal loro continente, il primo a commettere violazioni di diritti umani e di norme internazionali a discapito dei suoi figli.

Per renderci conto della gravità di quanto detto, possiamo paragonare la protezione che queste persone ricevono in uno stato africano, magari quello d’origine, e in uno stato occidentale. In Kenya, nel campo profughi di Dabaab, il più grande campo del mondo, il cibo scarseggia e lo stato keniano fa di tutto per impedire una vera integrazione preferendo lasciare i rifugiati in una specie di limbo, una via di mezzo. Nel Regno Unito, dall’altra parte del mar Mediterraneo, Philip Hammond, ministro degli esteri britannico, nell’ottobre 2014 disse “Non sosterremo operazioni pianificate per la ricerca e il salvataggio nel Mediterraneo” o ancora, Daniela Santanchè il 19 aprile 2015 “Dobbiamo affondare le barche che trasportano i migranti. Un atto di guerra è meglio che perdere una guerra”.

Siamo tutti complici, non solo i politici ma anche noi cittadini perché dovremmo informarci e stare più attenti a cosa si dice anche a nostro nome. Ci siamo abituati a non ricordare il dovere morale e legale del salvataggio, bisogna avere il coraggio e la volontà di difendere gli esseri umani, non solo le frontiere. L’Europa non dà cenni di cambiamento di mentalità, e i paesi del sud Europa risultano i più oppressi da una politica europea che non funziona. Al fianco del sud Europa, i primi abbandonati restano sempre coloro che cercano la terra promessa, coloro i quali avrebbero la facoltà di stare seduti nel banco d’accusa per ottenere cifre ingenti di denaro per i danni che l’Unione Europea sta provocando.

L’Unhcr, l’Agenzia della Nazioni Unite per i rifugiati, trasferisce da anni i profughi che scappano da zone di crisi in paesi sicuri per un periodo di tempo limitato e senza complesse procedure burocratiche per la richiesta d’asilo. Attualmente sta lavorano per trovare un posto adeguato ai flussi di questi ultimi giorni e, se l’Europa partecipasse seriamente a questo programma le cose potrebbero parzialmente migliorare. Unito a questo, a chi fugge dalla povertà e non solo dalla persecuzione politica bisognerebbe offrire la possibilità di emigrare per lavoro, per esempio con un permesso di soggiorno per migranti provenienti da paesi poveri. Facilitare le modalità di accesso diminuirebbe il traffico di esseri umani, scoraggerebbe i trafficanti e porterebbe a meno morti. La concessione di permessi di soggiorno anche per situazioni di questo genere è una proposta che è stata avanzata anche dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati che, insieme ad alcune organizzazioni umanitarie ha spiegato come si potrebbe procedere. Una posizione chiave nelle sue proposte torna all’Unione Europea che deve cambiare atteggiamento e, per esempio, concedere asilo anche attraverso le ambasciate, le quali eviterebbero viaggi mortali e diminuirebbero la commissione di un grave reato come la tratta di esseri umani.

L’opinione pubblica si sta muovendo, le persone iniziano a farsi una loro idea e questo potrebbe far sì che l’Europa senta il peso di dover dimostrare qualcosa e di conseguenza diventi meno cinica, sulla speranza che diventi più umana le speranze sono pochissime.