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giovedì 7 gennaio 2016

Nuovo sito

Carissimi lettori,
 
è online il nuovo sito:

 
 
 
Seguiteci, ogni giorno, ci siamo sempre !!!
 
E, se vi va, fate passaparola!
 
Grazie.

venerdì 1 gennaio 2016

Arash Azizi parla di suo padre, detenuto a Teheran

Milano, BookCity 2015. L' Associazione per i Diritti Umani e Novel Rights hanno avuto il piacere di ospitare Arash Azizi, figlio di Mostafa Azizi, scrittore e produttore cinematografico, detenuto nella prigione di Evin a Teheran.
L'incontro presentato a BookCity dalle due associazioni si intitola "Il potere della letteratura e i diritti umani", ringraziamo tutti i nostri ospiti e pubblicheremo, per voi,  altre clip importanti sulla tavola rotonda.
Ringraziamo anche la nostra interprete, Silvia Bolzoni.



giovedì 31 dicembre 2015

Un anno: Islam, Medioriente e Occidente

Per ricordare, simbolicamente, quello che è accaduto durante il 2015 nel mondo, l'Associazione per i Diritti Umani ripubblica, per voi, il video di un incontro organizzato nel gennaio scorso.

I temi: rapporto Occidente e Medioriente, Islam e politica, terrorismo, il genocidio della popolazione siriana, le migrazioni e molto altro.
Ma soprattutto il nostro pensiero va a Padre Paolo Dall'Oglio e a tutti coloro che sono stati rapiti e di cui non si hanno notizie.

Ringraziamo il giornalista Shady Hamadi e il Prof. Camille Eid




mercoledì 30 dicembre 2015

L'Associazione 21 luglio e la chiusura del Best House ROM

L’Associazione 21 luglio esprime profonda soddisfazione per la chiusura, nella Capitale, del Best House Rom, la struttura senza finestre, da due anni oggetto di numerose denunce dell’Associazione, dove negli ultimi mesi 135 persone, di cui oltre la metà minori, vivevano in condizioni drammatiche, al di sotto degli standard minimi di tutela dei diritti umani.
«A Roma è iniziato un processo irreversibile: non soltanto dal 2012 si è impedito la costruzione di nuovi “campi rom”, ma si inizia finalmente a mettere i sigilli su questi ghetti e luoghi di discriminazione istituzionale, che rappresentano un’anomalia italiana nel contesto europeo», afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
La chiusura del Best House Rom, situato in via Visso, nella periferia est della Capitale, è stata predisposta dal Comune di Roma in seguito a una “interdittiva antimafia” nei confronti della Cooperativa Inopera, l’ente gestore della struttura che nel 2014, come documentato dal rapporto dell’Associazione 21 luglioCentri di raccolta S.p.a.”, è costata 2,8 milioni di euro, di cui quasi 2,6 milioni affidati senza bando pubblico alla stessa Cooperativa Inopera. Alle famiglie che vivevano nella struttura è stata offerta una sistemazione alternativa da loro giudicata adeguata, come hanno potuto constatare rappresentanti dell'Associazione 21 luglio che in questi giorni hanno seguito la vicenda sul posto.
Nato nel 2012, il Best House Rom si è consolidato tra dicembre 2013 e marzo 2014 in seguito al collocamento nella struttura di 137 persone provenienti dallo smantellamento del “villaggio attrezzato” della Cesarina e di altre 64 sgomberate da alcuni insediamenti informali.
L’Associazione 21 luglio, per prima, ha denunciato le condizioni di vita drammatiche all’interno del centro. Nel report “Senza Luce”, pubblicato a marzo 2014, l’Associazione ha puntato i riflettori sulle condizioni strutturali del Best House Rom, caratterizzato da stanze anguste, prive di finestre e punti di areazione naturale; sulla sua incompatibilità con i requisiti previsti dalla normativa regionale che regola il funzionamento di strutture di accoglienza; e sugli altissimi costi della sua gestione, a fronte di stanziamenti nulli per l’inclusione sociale degli uomini, delle donne e dei bambini rom residenti.
Alle numerose denunce dell’Associazione 21 luglio sul Best House Rom, sono seguite l’apertura di un’istruttoria sul centro da parte dell’Autorità Anticorruzione, dopo un esposto presentato dall’area legale dell’Associazione lo scorso febbraio, e varie visite ispettive con rappresentanti delle istituzioni locali, nazionali e internazionali: con il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, con la Commissione Diritti Umani del Senato, con il presidente del Comitato Europeo dei Diritti Sociali Luis Quimena Quesada, con una delegazione della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI).
La chiusura del Best House Rom va così ad aggiungersi a due importanti battaglie che hanno visto, nei mesi scorsi, l’Associazione 21 luglio in prima linea contro la costruzione di due nuovi “campi per soli rom” nella Capitale: il nuovo “villaggio attrezzato” della Cesarina, che nelle intenzioni dell’allora Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini avrebbe dovuto sostituire quello raso al suolo a dicembre 2013, e il nuovo “villaggio attrezzato” La Barbuta, che sarebbe dovuto essere realizzato dalla multinazionale Leroy Merlin in base a un progetto su cui, come emerso dalle intercettazioni su Mafia Capitale, aveva messo gli occhi anche il cosiddetto “ras delle cooperative” Salvatore Buzzi.
Entrambi i progetti furono bloccati in seguito al lancio di due campagne di mail bombing e mobilitazione on line (“#DiscriminareCosta” e “Leroy Merlin, un campo rom è un ghetto: non costruirlo!”) sul sito dell’Associazione 21 luglio. Lo scorso maggio, per di più, era stato il Tribunale di Roma, con una sentenza storica, in seguito a un’azione legale promossa da Associazione 21 luglio e Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, a riconoscere per la prima volta in Italia e in Europa il carattere discriminatorio dei “campi rom”, con specifico riferimento al “villaggio attrezzato” La Barbuta.
«La chiusura del Best House Rom, sebbene non sia stata accompagnata dall’individuazione di soluzioni che favoriscano l’inclusione sociale delle comunità rom, rappresenta comunque un punto di svolta cruciale per Roma: nella Capitale non si costruiscono più nuovi “campi” e si è iniziato a mettere la parola fine ai ghetti esistenti – conclude il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla -. Oggi è evidentemente cominciato un percorso dal quale non sarà più possibile tornare indietro: il sistema campi va definitivamente superato e l’inclusione sociale dei rom deve far parte dell’agenda politica della nuova Amministrazione che sarà guidata a governare la città». 
 
PER APPROFONDIRE:
 

martedì 22 dicembre 2015

Una giornata nell'agenzia di stampa delle donne curde



Kurdistan, a Diyarbakir arrestata una giornalista curda La reporter Beritan Canozer è stata arrestata a Diyarbakir, nel corso di una manifestazione. Fa parte dell'agenzia di stampa JinHa, gestita interamente al femminile



di Martino Seniga (da www.rainews.it)






Turchia, due morti negli scontri a Diyarbakir tra curdi e polizia di Martino Seniga 17 dicembre 2015. E' stata arrestata mentre cercava di svolgere il suo lavoro, raccontare quello che stava accadendo durante la manifestazione per chiedere la fine del coprifuoco nel Sur, la città vecchia di Diyarbakir. Si chiama Beritan Canözer, la giornalista dell'agenzia di stampa JinHa, all’ultimo piano di uno degli edifici più alti di Diyarbakir. Jin in curdo vuol dire donna e qui lavorano solo donne. Le giornaliste sono una decina nella “capitale” e 5 o 6 dislocate in altre città del Kurdstan. Le notizie scritte in curdo, turco e inglese non raccontano solo la lotta quotidiana delle donne e degli uomini curdi in Turchia, Rojava (Siria), Iraq e Iran ma anche le storie di violenza contro le donne che arrivano da tutto il mondo. Qualche volta si trovano anche notizie positive, che raccontano i risultati ottenuti dalle donne nei campi del rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza. Da quando, dopo le elezioni del 6 giugno, è stato interrotto il processo di pace tra il governo turco e i rappresentanti del movimento curdo, la homepage è generalmente riempita dalle notizie dei coprifuoco e degli scontri, che da alcuni mesi caratterizzano la vita quotidiana in molti distretti del Kurdistan turco. L’attenzione delle giornaliste si concentra in particolare sui casi in cui tra le vittime dei conflitti ci sono donne e bambini.




Tra una notizia e l’altra scambio qualche parola con una delle collaboratrici mentre beviamo un caffè curdo nella cucina comune affianco alla redazione. Mi racconta che i proventi del lavoro dell’agenzia vengono ridistribuiti tra tutte le redattrici secondo i loro bisogni. Se una giornalista deve mantenere uno o più bambini o un genitore malato riceve un compenso maggiore di quello che va ad una single che vive con i genitori. Anche le decisioni editoriali vengono prese in modo collegiale, non c’è un direttore anche se una delle giornaliste più anziane è considerata quella con maggiore esperienza. Finisco il caffe curdo, che è sempre lo stesso caffè che i turchi chiamano caffè turco e i greci caffe greco.

domenica 20 dicembre 2015

Migrazioni: dall'attualità alla graphic novel

Presso il museo Mudec di Milano, l'Associazione per i Diritti umani ha approfondito il tema delle migrazioni con gli interventi di Edda Pando (attivista e membro di Todo Cambia), Veronica Tedeschi (giurista) e Monica Macchi che ha illustrato il contenuto della graphic novel intitolata "Se ti chiami Mohamed".
Informazioni utili da fonti attendibili, approfondimento sui termini corretti da usare, definizioni giuridiche in tema di migrazioni e molto altro...nel video dell'incontro che, speriamo, possa essere utile anche a scopo didattico.


Tutti i video degli incontri pubblici organizzati da noi, sono disponibili sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani e sul canale di Alessandra Montesanto.


Ecco a voi il video!



giovedì 17 dicembre 2015

Il Parlamento europeo premia Raif Badawi, l’Unione europea tace sui diritti umani in Arabia Saudita

di Riccardo Nouri  (da Corriere della sera.it)



Raif Badawi, il blogger saudita condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per i contenuti dei suoi post, ha aggiunto ieri il suo nome al prestigioso elenco dei vincitori del premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero. Il premio è stato ritirato dalla moglie, Ensaf Haidar.
Il premio, da un lato, riconosce l’importanza della figura e dell’azione di Badawi; dall’altro, costituisce una dura critica alla repressione che l’Arabia Saudita sta attuando nei confronti di blogger, attivisti e difensori dei diritti umani, anche attraverso il ricorso a pene crudeli e inumane.
Ma soprattutto la decisione del Parlamento segna un profondo contrasto col silenzio assordante della diplomazia dell’Unione europea che, ad oggi, non solo non ha reagito alle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita ma non ha neanche chiesto il rilascio incondizionato e immediato di Raif Badawi. Allo stesso modo, molti stati dell’Unione europea sono rimasti muti di fronte alla clamorose violazioni del diritto internazionale dei diritti umani, che chiamano in causa l’Arabia Saudita tanto all’interno del paese quanto in Yemen, dove le forze armate di Riad guidano una coalizione che dal 27 marzo bombarda senza pietà il paese.
L’assenza di iniziativa da parte dell’Unione europea coincide con un profondo aumento del ricorso alla pena di morte in Arabia Saudita, con almeno 151 esecuzioni quest’anno,  più di quelle del 2014. Inoltre, da tre anni a questa parte, il governo saudita sta sistematicamente annullando ogni forma di attivismo sui diritti umani, anche grazie alla legislazione “antiterrorismo” entrata in vigore nel febbraio 2014.
L’avvocato di Raif Badawi, Waleed Abu al-Khair, è stato il primo difensore dei diritti umani condannato (a 15 anni di carcere!) ai sensi della nuova legge.
È evidente che nelle relazioni dell’Unione europea con l’Arabia Saudita, così come con gli altri paesi del Golfo, siano in gioco molti interessi di natura diversa, come l’energia, la fornitura di armi, le relazioni commerciali e la cooperazione contro il terrorismo.
L’Unione europea e molti dei suoi stati membri citano la necessità di cooperare con l’Arabia Saudita contro il terrorismo come scusa per non prendere posizione sui diritti umani. Ma in realtà sono proprio le controverse norme antiterrorismo in vigore in quel paese ad aver causato l’imprigionamento di molti difensori dei diritti umani. Cooperando con l’Arabia Saudita e al contempo ignorando ed evitando di condannare pubblicamente le violazioni dei diritti umani, l’Unione europea sta dando alle autorità di Riad il segnale di via libera ad andare avanti.
Ieri, Amnesty International ha chiesto all’Alta rappresentante e vicepresidente dell’Unione europea, Federica Mogherini, di convocare una discussione urgente del Consiglio affari esteri (che riunisce i 28 ministri degli Esteri dell’Unione europea) che intraprenda azioni concrete per ottenere il rilascio di Raif Badawi, del suo avvocato Walid Abu al-Khair e di tutti gli altri difensori dei diritti umani attualmente in carcere per aver esercitato pacificamente i loro diritti e aver difeso i diritti di altre persone. Da questa discussione potrebbe svilupparsi una strategia per fare miglior uso delle relazioni tra Unione europea e Arabia Saudita, allo scopo di proteggere i diritti umani universali.

giovedì 10 dicembre 2015

10 dicembre: Giornata internazionale dei Diritti Umani






10 DICEMBRE

GIORNATA INTERNAZIONALE DEI

DIRITTI UMANI



Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

(Art. 1 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)



Perché questa giornata?



La Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo approvata il 10 dicembre 1948 dalle Nazioni Unite proclama solennemente il valore e la dignità della persona umana e sancisce al tempo stesso l’inalienabilità degli universali diritti etico-civili.

La storia dell'ultimo cinquantennio è tuttavia segnata da non poche violazioni di questi principi rimaste impunite.

Quali sono le cause?

Perché molti Stati non rispettano i diritti che stanno alla base di ogni individuo?



 



Quali sono i tuoi diritti umani?





LIBERTA’ UGUAGLIANZA

DIRITTO ALLA VITA DIRITTO AL RICONOSCIMENTO DELLA PERSONALITA’ GIURIDICA

UGUALIANZA DAVANTI ALLA LEGGE LIBERTA’ DI MOVIMENTO

DIRITTO ALLA CITTADINANZA DIRITTO DI PROPRIETA’

DIRITTO ALL’ISTRUZIONE LIBERTA’ DI PENSIERO

LIBERTA’ DI RIUNIONE E ASSOCIAZIONE PACIFICA LIBERTA’ DI OPINIONE E ESPRESSIONE
e ...diritto al lavoro
diritto ad avere un tenore di vita sufficiente a garantire salute e benessere proprio e della sua famiglia

 





CONTATTACI:




mercoledì 9 dicembre 2015

Generazione Rosarno: dalla violenza alla legalità



Continuiamo ad occuparci di lotta alle mafie e vi proponiamo il libro intitolato Generazione Rosarno di Serena Uccello, per Melampo edizioni.




Si può nascere in una famiglia di 'ndrangheta eppure scegliere una strada alternativa e rigettare la violenza? Si può amare un padre in carcere e riuscire lo stesso a prenderne le distanze, immaginando per sé un destino diverso, di libertà e di rispetto vero? Vive e pulsa in questo libro una scuola superiore in cui vengono abbattuti antichi e nuovi pregiudizi e privilegi, dove non esistono figli di boss né figli di collaboratori o di testimoni di giustizia, dove mille ragazzi e ragazze si ritrovano ogni mattina tutti uguali, senza dover sopportare il peso delle storie personali. Dove una leggerezza gentile e sconosciuta è capace di generare nuova cultura. Una scuola che è un autentico fortino piantato in una periferia geografica e sociale, da cui insegna le opportunità e le promesse del mondo. Si chiama Rosarno ma diventa alla fine simbolo di tutto il Sud.






L'Associazione per i Diritti umani ha intervistato per voi l'autrice e la ringrazia.



Il libro è ambientato in Calabria, una terra bellissima e difficile. Quali sono i tratti della cultura tradizionale in cui affondano le radici della mentalità mafiosa?


Questa domanda richiede un’analisi di tipo antropologico che non sono in grado di fare, non ne ho gli strumenti, né la formazione. Posso però dare una chiave di lettura di tipo storico e sociale per spiegare perché la ‘ndrangheta è cresciuta così tanto in questi anni, in una situazione di sostanziale silenzio. In questo senso la spiegazione è l’isolamento della Calabria. Isolamento geografico e culturale, appunto. Prendo in prestito il procuratore Giuseppe Pignatone, già capo della Procura di Reggio Calabria, oggi capo della procura di Roma: “la società calabrese è realmente isolata dal resto del paese. Non esiste la Calabria, ma esistono le Ca­labrie: la provincia di Reggio è totalmente diversa da quella di Cosenza o dall’alto Catanzarese. L’isolamento tra le diverse province e dell’intera regione è innanzitutto fisico. La rete via­ria inadeguata, i cantieri dell’A3, le carenze della rete ferrovia­ria, lo sbarramento fisico dello Stretto amplificano l’isolamento geografico”. All’isolamento geografico c’è poi da aggiungere quello informativo. Negli ultimi anni sui giornali di ’ndran­gheta si è scritto, forse poco o forse in modo discontinuo, titoli e commenti e inchieste. Ma prima? Prima di Duisburg, la strage di Duisburg, quella in cui, nell’agosto del 2007, furono uccise sei persone, o prima di più recenti ope­razioni che hanno portato, soprattutto in Lombardia e nel nord Italia, all’arresto di centinaia di persone? Qualche titolo di tan­to in tanto e poco altro. Di fatto ha ragione il procuratore capo di Roma quando parla di “cono d’ombra” ricordando come “l’agenzia Ansa sia a Catanzaro, la sede Rai a Cosenza” e che “nessuna testata nazionale ha una redazione in Calabria”, men­tre “il quotidiano più diffuso, la Gazzetta del Sud è un giornale di Messina che pubblica pagine sulla Calabria”.

Quindi non saprei esattamente dire in quali tratti della cultura tradizione affondi la mentalità mafiosa, posso però dire che la mentalità mafiosa si nutre dell’isolamento e dell’assenza di cura da parte dello Stato e in questo isolamento cresce.



Da dove può o deve ripartire la cultura della legalità?


Il mio libro è sostanzialmente ambientato in una scuola. Un scuola sotto molti aspetti speciale perché è riuscita a compiere la sfida della inclusione. A far convivere cioè i figli di vittime, con i figli dei boss, con figli dei collaboratori. A far loro condividere tempo, spazio e sogni. Ecco la cultura della legalità deve, secondo me, essere meno slogan, meno pratica convegnistica, e più pedagogia del Bene. Come dice la ricercatrice Ombretta Ingrascì la pedagogia bianca che si oppone a quella nera della violenza.


Come si svolge la lotta alle mafie a Rosarno (e in altri luoghi)?


La lotta alle mafie è stata a lungo repressione. E l’aspetto repressivo è e deve restare centrale. In questi anni sono stati raggiunti risultati importantissimi. Tuttavia i risultati si sono cominciati a vedere anche su lungo periodo quando accanto alla repressione c’è la formazione. In questo caso uso le parole della scrittrice Evelina Santangelo che ho intervistato per il libro: “Non è un caso, credo, che in Sicilia il momento di maggiore forza della lotta alla mafia sia stato quando si è creata una saldatura tra il braccio operativo di chi deve condurre l’attività investigativa e repressiva e il mon­do della formazione. Perché è evidente che la lotta alla mafia è lotta alla sottocultura mafiosa. E questa lotta si può condurre solo se c’è collaborazione tra tutte le forze in campo”.



Quanto sono importanti le donne nel tramandare il valore della vita ?


Le donne sono fondamentali. Così come sono loro a tramandare il codice della violenza dai padri ai figli, sono loro che sempre in nome dei figli possono rompere la catena del sangue. E in questi ultimi anni in Calabria ma non solo abbiamo avuto diversi esempi. Penso a Lea Garofalo, ma anche a Maria Concetta Cacciola, che purtroppo hanno pagato con la vita la loro scelta di rottura. Ma penso anche a Giusy Pesce che invece è riuscita a salvare se stessa e i suoi figli scegliendo la strada della collaborazione.

Questo sono le sue parole che spiegano più di mille analisi.

Se io non cambio strada e non li porto con me, quando uscirò il bambino potrebbe già essere in un carcere mino­rile, e comunque gli metteranno al più presto una pistola in mano; le due bimbe invece dovranno sposare due uomi­ni di ’ndrangheta e saranno costrette a seguirli. Io voglio provare a costruire un futuro diverso per loro... Io potrei anche cavarmela con qualche anno di carcere ma nessuno libererebbe i miei figli da un destino già segnato. Quando il mio bambino, una volta, ha detto che da grande avrebbe voluto fare il carabiniere, suo zio l’ha preso a botte, poi gli ha promesso che una pistola gliel’avrebbe regalata lui... Un giorno che io gli chiesi a mio figlio ‘Che cosa vuoi fare quando sei veramente grande?’ E lui mi rispose ‘Il carabi­niere’, loro lo aggredirono: ‘Che stai dicendo, scemo, stor­to!’, tipo loro hanno questo carattere, parlavano così, con i bambini hanno una delicatezza particolare”.



Qual è l'operato dei giudici e delle istituzioni per salvare i giovani che appartengono a famiglie malavitose?


Anche in questo caso voglio rispondere raccontando un aneddoto che riporto nel libro. Un pomeriggio un piccolo gruppo di studenti del liceo Raffaele Piria di Rosarno sta partecipando a un seminario tenuto da Michele Prestipino allora procuratore aggiunto a Reggio Calabria, oggi a Roma. I ragazzi stanno lavorando su un libro, un romanzo La vita obliqua di Enzo Siciliano. E quel giorno in particolare stanno discutendo della vendetta, esattamente di qual è la differenza tra chiedere giustizia invece di vendetta. A un certo punto Prestipino si rivolge ad un ragazzo in prima fila e dice: “Vieni Carmelo, tu che pensi?”. Carmelo si avvicina e Prestipino lo tira a sé allungandogli un braccio sulle spalle. Il movimento di entrambi è spontaneo. E mi colpisce molto. Mi colpisce perché Carmelo è Carmelo Bellocco. Anche i Bellocco sono una famiglia sminuzzata tra morti, latitanti ed ergastolani. Alcuni di questi arresti portano pure la firma di Prestipino, così la na­turalezza con cui il primo ha accolto il secondo e il secondo si è fatto accogliere mi appare inedita e mi appare straordinaria. Ho così compreso che solo l’accoglienza può far passare il messaggio che non esiste una predestinazione al Male ma che ognuno può riscattare se stesso. L’accoglienza e anche il sostegno.





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lunedì 7 dicembre 2015

L’Ufficio della Schiavitù Sessuale



di Eve Ensler (da La Repubblica)

A Yanar e alle mie sorelle in Iraq e in Siria



Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’ISIS in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame.
L’ISIS ha dovuto calmierare i prezzi per timore di un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti-trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Le ultracinquantenni non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono gettate via come i cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica.
Prima probabilmente vengono torturate, decapitate, stuprate, poi gettate su un cumulo di cadaveri in putrefazione.
Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a un soldato trentenne corpulento, affamato di guerra e di sesso che la compra, la incarta e se la porta a casa, come un televisore nuovo. Cosa proverà o penserà scartando quella carne bambina e stuprandola con un pene delle dimensioni del suo corpicino? Penso che nel 2015 sono qui a leggere un manuale online sul modo corretto di praticare la schiavitù sessuale, con tanto di istruzioni e regole puntigliose su come trattare la propria schiava, pubblicato da un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata senza alcun imbarazzo di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne. 
Cito qualche esempio tratto dal manuale: "E’ permesso percuotere la schiava come [forma di ] darb ta'deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta'dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto. "
Mi chiedo come facciano i burocrati dell’ISIS a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Ogniqualvolta una schiava verrà picchiata interverrà una squadra a verificare se c’è erezione?
E come faranno a stabilire cosa esattamente l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere.
E se verrà stabilito che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, in che modo sarà punito?
Lo costringeranno a restituire la schiava perdendo il deposito, a pagare una multa salata, o semplicemente dovrà pregare di più?
Penso alla facilità con cui si considera l’ISIS una mostruosa aberrazione quando in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’ISIS si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app in cui il sesso è usato come mezzo di reclutamento. Le azioni e la rapida proliferazione dell’ISIS non nascono dal nulla, sono frutto di un’escalation legittimata da secoli di impunità della violenza sessuale dilagante .
Mi vengono in mente le Comfort women, le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la seconda guerra mondiale e detenute nelle ‘stazioni di conforto’, per soddisfare le esigenze sessuali dei sodati al servizio del loro paese.
Le donne subivano anche 70 stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. 
Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda. Penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione nei casi di abuso sessuale ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Ascolto le urla delle anime in pena delle donne e delle bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal e la lista si allunga.
Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica Democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro.
E penso che lo stupro ormai sia un’azione reiterata. 
Penso che scrivo queste cose da vent’anni.
Ho provato a farlo con i numeri e con distacco, con passione e suppliche, con disperazione esistenziale e anche adesso, scrivendo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto. 
Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come L’ONU amplificano il problema nel momento in cui le forze di pacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri. 
Penso all’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire Stupra e decapita.
Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati , eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali 3000 missili Tomahawk americani. 
Penso al fondamentalismo religioso a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome , a quante massacrate e assassinate.
Penso al concetto di stupro come preghiera e alla teologia dello stupro, alla religione dello stupro.
Penso che è una delle maggiori religioni mondiali, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (dati ONU). Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un sistema in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia. Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i 15 e i 20 anni, che si sono arruolati nell’ISIS.
In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo? Penso a quello che mi ha detto mia sorella, attivista, in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Isis è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli.” Mi chiedo come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma, come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso. Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Sono consapevole da un lato che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo e contemporaneamente so che, in questo preciso istante, tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture. 
Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti , e la razionalità , la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano, la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.
Penso che L’ISIS come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si approssima lo scontro finale. E’ giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile si fondano in un’ impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci. Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne e alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’ISIS sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse di ak47, cadano dal cielo sui villaggi, i centri, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita. Sono arrivata così a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore.
Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi.
Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale neoliberale, ma un amore ossessivamente altruista.
Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi.
Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile.
Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia.
Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi.
Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro colpi enfiati dalle nostre spiagge.
Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte.
Un amore che ci dia la scossa, spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.
Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?





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domenica 6 dicembre 2015

Idomeni: ultimi aggiornamenti dalla frontiera tra Grecia e Macedonia



Live Ticker Eidomeni

http://livetickereidomeni.bordermonitoring.eu/2015/12/03/3-12-2015/

La diretta è a cura degli attivisti del Moving Europe Bus, che sono ad Idomeni dal 22 novembre.

www.moving-europe.org

5.12.2015

9:30: Circa 20 bus sono arrivati durante la notte. Le persone che ci sono sopra devono aspettare nel bus. Altri hanno fatto la fila al confine per tutta la notte. Questa mattina la polizia greca ha di nuovo distribuito volantini in diverse lingue a coloro che sono accampati lungo la ferrovia, per dire che devono sgomberare entro tre giorni.
 

4.12.2015

22.50: La situazione per ora è calma. Ogni tanto partono bus per Atene e altri arrivano. Le persone sono ancora in fila al confine. Continueremo a inviare informazioni domani.

19.00: Nelle ultime ore molti bus sono partiti per Atene. I funzionari dicono che lì ci sono campi aperti per l’accoglienza. Nello stesso tempo, ancora migliaia di persone si stanno preparando per un’altra notte fredda qui. Voci dicono che la polizia vuole liberare domani i binari della ferrovia, il che potrebbe significare atti di forza contro le persone che sono bloccate qui. L’UNHCR parla di un ultimatum di tre giorni entro il quale le persone dovrebbero lasciare questo posto, che terminerebbe domani. Arrivano costantemente bus con nuove persone, al momento ci sono cinque bus che aspettano. Anche le persone e le famiglie che saranno autorizzate a passare il confine probabilmente dovranno passare la notte all’aperto, perchè la procedura al confine è molto lenta.

16.00: L’atmosfera nel campo è molto calma. Molte persone lasciano il campo per cercare soluzioni diverse. Le ONG riorganizzano i loro servizi.

15.00: Di fronte alla barriera, ora c’è un corridoio controllato in forze dalla polizia greca. Le guardie di frontiera macedoni stanno controllando i documenti di coloro che vengono guidati attraverso il corridoio. Circa 400 persone aspettano ammassate alla barriera.

3.12.2015

01.00: Circa 500 persone stanno aspettando dalle 19.00 al distributore di benzina vicino a Policastro per essere trasferite a Idomeni.

00.30: Il passaggio di confine si è chiuso di nuovo. Circa 50 persone dalla Siria, Iraq e Afghanistan pare potrebbero passare in Macedonia.

24.00: Ora le persone passano il confine uno per uno. Sembra che controllino i documenti.

21.00: La situazione al confine è totalmente cambiata. Il blocco dei dimostratori è finito, ora la Macedonia ha chiuso il cancello. 2000 persone di fronte al cancello bloccato. Molte famiglie con bambini nella massa. Molte persone dormono per terra e attendono. Un poliziotto greco ha detto che potrebbero aprire il confine in tre ore. Nessuna informazione sul filtro per nazionalità. E’ difficile immaginare come potrebbero farlo in queste condizioni. Se la massa di persone comincia a muoversi senza i confini aperti ci potrebbe essere un rischio mortale per tutte le persone che attendono. C’è una grande presenza di polizia su entrambi i lati del confine.




18.30: Grande aumento della polizia, 10 autobus della polizia antisommossa al centro del campo. La gente si prepara a dormire all’aperto, il campo si è esteso alla campagna intorno.

18.00: Molti autobus sulla strada per Idomeni sono stati fermati dalla polizia nella stazione di benzina abbandonata di Evzonoi, 2 km da Idomeni. Da lì ci ora ci sono parecchie centinaia di persone in marcia sulla autostrada per arrivare a Idomeni.

17.00: Fronted ha annunciato la sua presenza a Idomeni la prossima settimana (vedi here)

16.30: La distribuzione di cibo delle ONG ufficiali è stata fermata. Solo i gruppi di volontari indipendenti distribuiscono cibo.

15.30: La situazione alla barriera di confine si è calmata per ora. Il passaggio è sempre più sotto il controllo di polizia, ma ancora il confine non è aperto, e ci sono ancora circa cinquanta persone di fronte al cancello. Dietro la polizia ci sono centinaia di persone che aspettano e gridano slogan.



13.15: Il treno è partito portando via circa 70 persone. Fermerà a Salonicco, ci dovrebbe essere una connessione via treno per Atene,


13.00: Abbiamo parlato con gli amici della persona che dovrebbe essere morta. Ci hanno detto che ha scalato il vagone alla ricerca di un posto per dormire. La persona, di nazionalità marocchina, è morta folgorata per aver toccato i fili della rete ferroviaria.

12.30: La situazione è veramente tesa e complicata. Unità speciali greche hanno circondato i manifestanti che stanno bloccando il passaggio. Massicce azioni con gas lacrimogeni e al pepe contro i manifestanti che cercano di raggiungere il gruppi circondati alla barriera. Centinaia di siriani attendono nella campagna accanto al campo. Parte del campo A è chiuso per coloro che non possono passare il confine. La polizia greca è in qualche modo presente all’ingresso del complesso. Nella stazione dei treni c’è un treno che partirà per Atene fra le 13.00 e le 14.00. La polizia chiede alla gente di prendere questo treno. L’UNHCR non è presente. La infrastruttura ufficiale e istituzionale è crollata. C’è disperazione e rabbia. Ci sono voci su una persona che si sarebbe suicidata un’ora fa. C’è poca presenza dei media. Naturalmente c’è solo una soluzione a questa catastrofe voluta: il confine deve essere aperto.




11.00: Grandi risse fra siriani e non siriani perchè nessuno al momento è autorizzato a passare. Divide et impera.

09.00: Il confine è ancora chiuso. Tutte le nazionalità sono bloccate. Nascono conflitti fra coloro che potrebbero passare e coloro che sono bloccati. La gente cerca di camminare a un altro passaggio di confine. La strategia europea del divide et impure ha funzionato bene.

2.11.2015


Alcune altre immagini della vita nel campo:




24.00: Aggiornamento: i bus che aspettano non sono dieci, sono venti. Altre 1000 persone dovranno dormire all’aperto stanotte.

23.00: Il punto di passaggio del confine è ancora bloccato dai manifestanti. La polizia greca ha completamente abbandonato la zona di confine. Per ora sono arrivati 10 bus. L’UNHCR dice che non c’è modo di accomodare i nuovi arrivati. Ovviamente hanno materiali sufficienti ma non hanno personale per distribuirlo.




 




19.00: Ancora centinaia di manifestanti di fronte alla rete. Il passaggio del confine è bloccato, nessuno può passare. Il campo si sta affollando perchè arriva nuova gente.

17.00: I manifestanti gridano Etihad (Uniti) per riunire tutte le nazionalità di fronte alla barriera.

16.00: I manifestanti hanno tirato giù le barriere al punto di passaggio. Situazione tesa. La polizia greca non interviene.

Video


  

15.00: Centinaia di sono riuniti al punto di passaggio perchè sono circolate voci sul fatto che il confine si aprirà fra due ore. La polizia e l’esercito macedone hanno rafforzato la presenza con cannoni ad acqua e unità antisommossa. Non abbiamo conferme sulla apertura del confine. 




13.30: Centinaia di rifugiati hanno provato a passare la barriera a una estremità e sono appena tornati nel campo. Dicono che l’esercito macedone è entrato in territorio greco e ha sparato loro con pallottole di plastica. Hanno anche riportato di spari di avvertimento in aria.



13.20: ieri sera, sono arrivati circa 30 bus. E questa mattina al punto di confine c’è il caos. La rete che lo circonda è stata distrutta.  






1.12.2015
  









21.00: Dopo la forte manifestazione della mattina, ci sono state diverse proteste e marce più piccole durante tutto il giorno dentro al campo.

Hanno annunciato che gli ufficiali di Fronted ancora non sono arrivati. Avranno una postazione proprio al centro del campo.

Dopo che la polizia ha aumentato le misure di sicurezza ieri, alcune ONG e gruppi di volontari si sono aggiunti alla costruzione della narrazione di Idomeni come “zona pericolosa” pubblicando avvisi a evitare la zona nei social media.

Quando abbiamo lasciato il campo circa 30 bus stavano aspettando di fronte al campo, portando nuove persone dalle isole.

19.00: I gruppi di solidarietà hanno fatto una manifestazione stasera a Salonicco per sostenere le proteste dei migranti bloccati ad Idomeni. Più di mille partecipanti.

15.00: Ci sono state altre due manifestazioni nel campo. Abbiamo l’impressione che ci sono più persone nel campo oggi che due giorni fa. Inoltre ci è stato detto che Frontex arriverà presto.

12.00: Questa mattina c’è stata una grande e pacifica manifestazione. Hanno partecipato tutti i gruppi di migranti bloccati. Dal lato macedone della frontiera è stato piazzato un cannone ad acqua.

30.11.2015 
22.00: Molti bus sono arrivati oggi, e questo ha portato a un gran ingorgo al check point di transito greco-macedone. Ci sono state situazioni turbolente, anche perchè la polizia e l’esercito macedone non sono capaci di leggere i documenti in greco o in arabo e la indicazione delle nazionalità.

Stanotte una unità di polizia greca pesantemente armata sta supportando la polizia regolare: sempre che le autorità greche considerino il campo sempre più come una zona pericolosa. La politica della disperazione e della sommossa è la risposta attuale a questa crisi creata dalla politica.

Al contrario le mense indipendenti e i punti informatici stanno facilitando nuovi momenti di solidarietà, autorganizzazione e amicizia. Alcune impressioni di oggi:  




17.00: Una manifestazione spontanea di circa 150 persone ha attraversato il campo e si è fermata alla barriera di confine per protestare. La polizia macedone ha messo un cannone ad acqua dietro la sua barriera. Molte persone arrivano ancora nel campo. Ci sono lunghe file per l’acqua e il cibo. La notte sarà molto fredda.

12.00: Molte proteste di fronte alla barriera, i dimostranti gridano “Aprite il cancello”. La notte scorsa la prima neve è caduta sulle montagne vicine.

29.11.2015





La situazione a Idomeni sta diventando peggiore. Molte persone sono ferme qui da 10 giorni. Non viene loro permesso di entrare in Macedonia se non hanno passaporto siriano, afgano o iracheno. La temperatura di notte scende a 5 gradi, soffia un vento freddo e molte persone trovano riparo solo in tende autocostruite. A parte la grande ONG Praksis ci sono ora due mense indipendenti che preparano cibo per più di 1000 persone, ma la gente comunque ancora deve fare lunghe file.

Questi gruppi indipendenti creano spazi di solidarietà nel campo. I rifugiati insieme con gli attivisti stanno preparando il mio e the caldo. Installano i generatori, mostrano come costruire ripari dal vento e aiutano come possono.

Naturalmente ci sono anche situazioni tese. I volontari che portano i vestiti e le scarpe con le loro macchine sono sopraffatti, e cosa ci sono donne e bambini che non riescono ad avere abiti asciutti. Mancano abiti asciutti, tende e sacchi a pelo: non sembra un problema di approvvigionamento, ma un problema politico perchè ce ne sono molti stoccati in un deposito nelle vicinanze. O l’UNHCR non è in grado di distribuirli o non vogliono che la gente rimanga ad Idomeni. La domanda se il confine verrà riaperto viene fatta incessantemente e ci sono molte voci che girano.

La nuova rete di filo spinato lungo il confine della Macedonia è stata completata domenica dall’esercito macedone. Secondo i nuovi report al momento è lunga 3 km e dovrebbe diventare di 25km. Le persone che provano ad aggirarla a piedi raccontano di essere stati presi dall’esercito macedone e riportati immediatamente in Grecia.

Chiudendo i confini per alcune nazionalità e riportando indietro le persone dalla Macedonia alla Grecia, la Macedonia sta violando la Convenzione delle Nazioni Unite per i Rifugiati che garantisce i diritti individuali. Ma non si sente nessuna protesta internazionale.

La voce che la Grecia stia costruendo campo di detenzione nella provincia sembra per ora infondata, visto che il governo provinciale ha rigettato questo piano. Non vogliono che i rifugiati stiano nella loro provincia.

28.11.2015

Foto delle proteste, della rete e del campo di Idomeni   












22.11.2015 – 28.11.2015


Il 18 novembre, la Slovenia ha chiuso i suoi confini per i rifugiati che non sono siriani, afgani o iracheni. Subito dopo, Serbia e Macedonia hanno adottato la stessa pratica di segregazione. C’è un piccolo dubbio, se questa politica sia stata suggerita dall’Unione Europea per iniziare il rallentamento o addirittura la fine della rotta balcanica dei migranti. Ci sono informazioni sul fatto che tre campi sarebbero in costruzione ad Atene. Inoltre, ci sono voci sul fatto che gli afgani verrebbero segregati e che il confine greco-macedone verrà presto chiuso per sette giorni. Ma non ci sono ancora conferme ufficiali.

Al momento, ci sono migliaia di rifugiati bloccati a Idomeni e hanno cominciato a protestare. Il Moving Europe Bus è sul posto dal 22 novembre e racconta in diretta.