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venerdì 1 gennaio 2016

Arash Azizi parla di suo padre, detenuto a Teheran

Milano, BookCity 2015. L' Associazione per i Diritti Umani e Novel Rights hanno avuto il piacere di ospitare Arash Azizi, figlio di Mostafa Azizi, scrittore e produttore cinematografico, detenuto nella prigione di Evin a Teheran.
L'incontro presentato a BookCity dalle due associazioni si intitola "Il potere della letteratura e i diritti umani", ringraziamo tutti i nostri ospiti e pubblicheremo, per voi,  altre clip importanti sulla tavola rotonda.
Ringraziamo anche la nostra interprete, Silvia Bolzoni.



venerdì 25 dicembre 2015

Quel pranzo di Natale nel carcere di Opera



Nella Casa di reclusione di Opera, lo scorso 23 dicembre, si è tenuto un pranzo molto speciale: uno chef stellato ha cucinato varie prelibatezze per i detenuti e i loro familiari.

Anche se apprezziamo il gesto professionale e umano dello chef e delle altre persone famose coinvolte nell'iniziativa intitola "L'ALTrA cucina... per un pranzo d'amore",
 
non vogliamo citarle perchè a noi interessa altro: interessa sottolineare i motivi che stanno alla base di questa scelta illuminata, da parte del Direttore dell'istituto di pena, e le conseguenze positive. La giornata è poi proseguita con un concero di Edoardo Bennato, preso il teatro dell'istituto. Tornando al motivo della bella iniziativa: immaginiamo che sia stato quello di offrire ai reclusi un momento diverso dalla quotidianità, uno spazio per riabbracciare i cari, stare in compagnia e riflettere, tutti insieme, sul senso vero e profondo della nascita di Gesù: un uomo che ha incarnato i peccati degli altri uomini, che ha pagato per tutti, ma che poi è tornato alla vita. Le conseguenze: la gioia di tutte le persone, libere e non, che si sono ritrovate insieme a condividere il pane, simbolo di pace. Ma non è tutto: a servire il pranzo sono state le vittime di alcuni reati commessi dai detenuti. Una decisione meritevole, un esempio grande di capacità di perdono. Si deve andare avanti, cercando di mettersi nei panni dell'Altro, anche quando l'errore è stato enorme. Ci vuole tempo, tanto tempo per capire, perdonare. Ci vuole tempo, tanto tempo anche per riscattarsi.

Il dono più bello? La presenza dei bambini che, con il loro chiasso, le loro domande, il loro entusiasmo hanno ridato la voglia di continuare a stare dentro e ad aspettare fuori, con la fiducia nel sapere che non è poi tutto sprecato.


L'iniziativa è stata replicata in altre quattro carceri per le detenute e i detenuti e i loro familiari.

lunedì 21 dicembre 2015

VI congreso "Nessuno tocchi Caino": il carcere è una pena di morte mascherata




Il sesto congresso di 'Nessuno tocchi Caino' svoltosi nel carcere di Opera, a Milano, si è concluso con l'approvazione di una mozione che impegna gli organi dirigenti a far propri e a rilanciare gli obiettivi sul miglioramento delle condizioni carcerarie di papa Francesco, che lo scorso anno ha definito l'ergastolo come una "pena di morte mascherata". Apertosi ieri con un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il congresso 'Spes contra spem' ha visto la partecipazione di circa 400 persone. Tra loro c'erano oltre 200 detenuti, molti dei quali condannati all'ergastolo, alcuni arrivati a Opera da Padova e da Voghera per raccontare le loro storie.
La mozione, nel dettaglio, impegna anche "a promuovere ricorsi in sede internazionale, in particolare al Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, alla Corte europea dei diritti dell'uomo e, in Italia, alla Corte Costituzionale, volti al superamento dei trattamenti crudeli e anacronistici come il regime di cui all'art. 41 bis. e il sistema dell'ergastolo ostativo che, per modalità specifiche e durata eccessiva di applicazione, provocano, come ampiamente dimostrato dalla letteratura scientifica - oltre che da numerosi casi concreti - danni irreversibili sulla salute fisica e mentale del detenuto, tale da configurare la fattispecie di punizioni umane e degradanti".
Infine, la mozione invita il Congresso a elaborare un primo rapporto di 'Nessuno tocchi Caino' sull'ergastolo nel mondo a partire dall'Europa. Tra i prossimi progetti anche quello di realizzare un docu-film, a cura di Ambrogio Crespi, dal titolo, 'Spes contra spem-Liberi tutti'.

La diretta del congresso del 2013, per voi:

 
 

sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




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domenica 29 novembre 2015

Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, condannato a morte da un tribunale dell’Arabia Saudita




Ashraf Fayadh, poeta, curatore e artista, è stato condannato a morte da un tribunale dell’Arabia Saudita, paese dove è nato da genitori palestinesi. 
È accusato di aver promosso l’ateismo con i suoi testi inclusi nell’antologia poetica "Instructions within" (2008), di aver avuto relazioni illecite, di aver mancato di rispetto al profeta Maometto e di aver minacciato la moralità saudita. La sentenza è stata emessa il 17 novembre ed è previsto che Fayadh possa presentare una richiesta d’appello entro trenta giorni.
Fayadh, 35 anni, è rappresentante dell’organizzazione di artisti britannico-saudita Edge of Arabia. Nel 2013 è stato tra i curatori della mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia. È stato arrestato nel gennaio del 2014 e nel maggio dello stesso anno è stato condannato a quattro anni di prigione e 800 frustate da un tribunale di Abha, nel sudovest dell’Arabia Saudita.
Dopo che il suo primo ricorso è stato respinto, una nuova corte lo ha condannato a morte.

Mona Kareem, poeta e attivista per i diritti dei migranti che ha lanciato una campagna per la liberazione di Fayadh, ha detto al Guardian che il poeta non può chiedere a un avvocato di difenderlo perché dal giorno del suo arresto non ha più i documenti d’identità. Secondo Kareem, Fayadh sarebbe vittima di discriminazione perché di origine palestinese.
Durante le udienze il poeta ha dichiarato di essere musulmano e ha respinto le accuse.
Libertà per il poeta #AshrafFayadh condannato a morte in Arabia Saudita.
 
 
PER FIRMARE la PETIZIONE SU CHANGE.ORG:

mercoledì 25 novembre 2015

EVE ENSLER: un saggio, un testo profondo che parla di donne e di violenza (e molto altro)


 






di Monica Macchi



Ora la lotta è tra le persone che devastano il pianeta,

saccheggiandone le risorse,

e noi




Scrittrice, poetessa, sceneggiatrice, regista e attivista di origini ebree è diventata famosa per i “Monologhi della vagina”1, che dal 1996 è stato tradotto in 50 lingue e rappresentato in 150 paesi (ha appena debuttato in India e a Cuba). Ogni anno viene attualizzato con un nuovo monologo sulle violenze contro le donne in ogni parte del mondo: una delle più rappresentate è My Vagina Was My Village, monologo scritto sulla base delle testimonianze delle donne vittime di stupro in Bosnia. Da queste pièce teatrali è nato il movimento globale V-Day, per la difesa dei diritti delle donne: 189 Paesi, oltre 70 città in Italia, 13mila organizzazioni femminili e femministe coinvolte oltre a singole personalità come Vandana Shiva e il Dalai Lama.

Dal 14 gennaio 2012 dopo aver letto una statistica secondo cui una donna su tre in tutto il pianeta sarà oggetto di percosse o stupro nel corso della sua vita ha lanciato la campagna One Billion Rising in cui le attiviste e gli attivisti danzano come strumento creativo per mostrare sdegno e assumersi le proprie responsabilità e favorire una nuova presa di coscienza, una presa di coscienza che opponga resistenza alla violenza finché questa non diventerà inconcepibile. 


Lo scorso 13 settembre Eve Ensler era a Milano al Teatro Elfo-Puccini in un incontro pubblico con Lella Costa per presentare il suo ultimo libro “Nel corpo del mondo” in cui racconta la sua esperienza con la malattia, un tumore all’utero e la riappropriazione del proprio corpo rispetto alle mutilazioni fisiche e psicologiche. In particolare rivendica una maternità non stereotipata che va al di là degli organi di procreazione, ma intesa come cura nei confronti di perone che si scelgono e con cui si creano dei legami. Ed Eve ha scelto le donne di Bukavu, in Congo con cui ha creato la Città della Gioia, un luogo condiviso in cui donne, molte delle quali analfabete e sopravvissute a stupri e torture, esorcizzano i traumi attraverso l’arte, la danza e corsi di autodifesa mentre diventano catalizzatrici di un radicale cambiamento sociale seguendo corsi professionali, di agricoltura e di uso del computer per poi istruire altre donne nei villaggi. Il cancro diventa così una metafora della società capitalistica senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle persone: legare la nostra lotta a quella degli altri contro una società consumistica e sprecona è l’unico modo per ribaltare la gerarchia e la violenza.



Il numero, in Italia, per denunciare violenze e stalking: 1522

1
La traduzione italiana del testo è disponibile in edizione Il Saggiatore e Marco Tropea

lunedì 23 novembre 2015

Ragazzi fuori: 18mo rapporto Antigone sulle carceri minorili in Italia



Dalla prefazione di Patrizio Gonnella:
 
Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente, un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di 350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione, di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.


Sono stati 11 i minori accusati di omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati, questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.

La misura carceraria per i minori, cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel 2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%, ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè 12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti: questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".




 

giovedì 12 novembre 2015

Hate crimes in Europe: il caso della morte di Pavlos Fyssas

di Cinzia D'ambrosi


Il caso della morte di Pavlos Fyssas

Questo breve articolo presenta il caso della morte di Pavlos Fyssas avvenuta il 17 Settembre 2013 e le ragioni per cui il suo processo attuale e' importante non solo per la Grecia, ma per l'intera Europa. La morte di Pavlos Fyssas, a causa di un fatto di razzismo, ha dell' implicazioni molto profonde perche' tocca le fondamenta del sistema giudiziario a cui noi, in quanto cittadini ed individui, facciamo riferimento.

Pavlos Fyssas, 34enne attivista della sinistra e musicista hip-hop, e' stato accoltellato a morte da alcuni membri della Golden Dawn (partito dell'estrema destra) nel distretto di Keratsini ad Atene. Era con degli amici in un caffe' a guardare una partita di calcio, quando uno di questi ha fatto un' osservazione contro il Golden Dawn che purtroppo fu sentita da un membro proprio di quel partito che sedeva al tavolo accanto. Costui si è subito messo in contatto tramite cellulare con dei membri della Golden Dawn che in breve tempo, numerosi e con la polizia DIAS in motocicletta hanno circondato il caffe'. Pavlos stava cercando di aiutare i suoi amici a lasciare la scena quando è stato attaccato.

Per la prima volta e' in corso un processo d'omicidio contro i membri della Golden Dawn. Sin dal suo inizio ci sono state molte controversie, tra cui il fatto che il processo si stia svolgendo nella piu' grande prigione della nazione, Korydallos, in periferia d' Atene ed in una zona che ha molte affiliazioni di destra. Tutti i testimoni, inclusi il padre di Pavlos Fyssas ed i suoi avvocati, sono stati intimiditi ed anche attaccati. Ottenere un giudizio giusto e quindi ottenere una vittoria contro il razzismo e' d'importanza notevole cosi' come poter incoraggiare altre vittime a farsi venire avanti e denuniciare. Perdere il processo vorrebbe dire ristabilire il potere delle destre sul sistema giudiziario.




Didascalia:

Il processo e' controversialmente in corso nel Korydallos, la piu' grande prigione della Grecia. Foto di Cinzia D'Ambrosi.






The Case of Pavlos Fyssas death

This brief article is an introduction to the case of Pavlos Fyssas death on the 17th Septmber 2013 and why its current trial is very important not just for Greece but for Europe. Pavlos Fyssas death following a racist incidence has profound implications because it touches the foundations of the Justice System which we, as individuals and societies, rely on. It is also an example of courage.

Pavlos Fyssas, a 34-year-old left-wing activist and hip-hop artist, was stabbed to death by Golden Dawn supporters in the Keratsini district of Athens. He was with friends in a coffee shop and one of his friends made a remark against the Golden Dawn. It was overheard by someone on a nearby table, who called by cell phone members of the Golden Dawn and DIAS motorbike police. Soon the coffee shop was surrounded by numerous Golden Dawn members. Pavlos was trying to help his friends to escape when he was knifed and died at the scene. The trial against the perpetrators, members of the Golden Dawn is the first of the kind. The trial is being controversially held in the country's biggest jail, Korydallos prison and in an area known for far right affiliation. All the witnesses, including the father of Pavlos Fyssas, the boy who was killed have been intimidated at the start of the trial. Reaching a just verdict is a victory over racism and an encouragement for the many victims to come forward. Losing will only re-initiate the discourse of government and far right affiliations, and overall a defeat on our Justice System.




giovedì 29 ottobre 2015

Le moschee segrete in Grecia - Hidden mosques in Greece

di Cinzia D'Ambrosi



Seguendo l'Imam della comunita' sudanese, sono arrivata davanti a due luoghi chiusi dalle autorita' greche. Mentre tentavo di leggere il foglio della polizia attaccato alla porta, una donna inizia a gridare contro di noi. Mi viene detto che non e' inusuale.
Hassan, un rifugiato dal Sudan dice: 'Le autorita' hanno chiuso la moschea. Ci hanno detto delle scuse. Ci hanno detto che i vicini hanno fatto denuncia per via della nostra musica. Non abbiamo mai suonato musica.'
Habiba, originaria del Marocco, dice: 'Talvolta entro in un negozio ed il proprietario mi grida di lasciare il negozio immediatamente perche' non servono donne con il foulard.'
Ci sono circa un milioni di musulmani in Grecia. Approssimativamente 600,000 musulmani vivono in Atene. Come tanti altri che risiedono in Europa, hanno difficolta' a praticare la loro religione. Vorrebbero praticare la loro fede in un posto ufficiale di culto, pero' non e' ammesso costruire una moschea in Atene ed in Grecia. Le comunita' musulmane sono costrette a pregare in posti segreti ed informali come, ad esempio, i garages.
 


A former garage underneath a building serves as an illegal mosque in Neos Kosmos, which it has been called Al Salam Mosque. Copyright: Cinzia D'Ambrosi.    
Questo luogo, che un tempo serviva come garage, e' stato trasformato in una moschea informale e 'segreta' (non apertamente annunciata) riferita come moschea Al Salam. Copyright: Cinzia D'Ambrosi


Alongside the Imam of the Sudanese community in Athens, I walked to two sites, basements garages, been shut by the Greek authorities. Even lingering outside the door of one of these sites, a woman started to shout at us. I was later told that this is not unusual.
Hassan, a refugee from the Sudanese community says: 'The authorities have closed the mosque. We have been given excuses. They told us that the neighbours complained of our music. We don't play music.'
Habiba, originally from Morocco, says 'Sometimes I am shouted at and told to leave the premises of a shop because I wear a head scarf''.
Anisur, from Bangladesh : 'Officials don' t make it easy for us. We are treated differently.'
There are around one million Muslims in Greece and approximately 600,000 Muslims who live in Athens. Like many who live in other European countries, face difficulties in practising their religion. They would like to express their faith through prayer in an appropriate place of worship, however there is no official mosque in Athens or Greece. Up until now, the Muslim communities are forced to pray in hidden informal spaces such as disused garages and basement spaces.





giovedì 22 ottobre 2015

La stretta di mano ingravida ?!?!




di Monica Macchi







Atena è stata punita per le sue vignette…

. Nessuno dovrebbe essere in carcere

per la propria arte

Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettore di Amnesty, MENA




 






Atena Farghadani è una disegnatrice e attivista iraniana condannata per “oltraggio”, per “attentato alla sicurezza nazionale” e “diffusione di propaganda ostile alle istituzioni” per questa vignetta in cui i parlamentari sono rappresentati come animali mentre stanno votando un provvedimento che limita l’accesso delle donne al controllo delle nascite. 

Incarcerata una prima volta nell'agosto 2014, è stata liberata a novembre e poi di nuovo arrestata a gennaio dopo aver denunciato in un video postato su YouTube le percosse, le perquisizioni corporali degradanti e gli interrogatori al limite della tortura. Messa in isolamento nel carcere di Evin (che non ha una sezione per i prigionieri politici), ha iniziato uno sciopero della fame e a fine febbraio ha avuto un infarto ed è stata in coma. Si è lentamente ripresa e finalmente il 13 giugno scorso il suo avvocato Mohammad Moghimi è riuscito ad avere il permesso di farle visita… ma le guardie hanno spifferato che al termine del colloquio si sono stretti la mano! L’avvocato è stato immediatamente arrestato per questo “gesto al limite dell'adulterio” e rilasciato dopo tre giorni e il pagamento di una cauzione di 60.000 dollari. Entrambi sono in attesa di processo per “condotta indecente e relazione sessuale inappropriata”: e per comprovare le accuse Atena ha dovuto subire una visita ginecologica coatta con un doppio test: gravidanza e verginità….test di verginità imposto che è considerato internazionalmente una forma di violenza e discriminazione nei confronti di donne e ragazze e viola l’articolo 7 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici ratificato dall’Iran.

Amnesty considera Atena Farghadani una prigioniera di coscienza che non ha commesso alcun reato e ha lanciato una petizione internazionale per chiederne la scarcerazione
 
 
Il Guardian invece ha invitato i lettori a mandare una vignetta in solidarietà con l’artista iraniana su Twitter con l’hashtag #Draw4Atena e qui potete vederne una selezione
 





giovedì 8 ottobre 2015

La pena di morte è disumana




In occasione delle ultime esecuzioni negli Stati Uniti (la prima donna in 70 anni è stata condannata alla sedia elettrica in Georgia e la pena eseguita nei giorni scorsi), ripubblichiamo un intervento del Pontefice - sui temi delle carceri e della pena di morte - ma ancora molto attuale.


(dal sito de L'Osservatorio Romano)

Francesco: abolire pena di morte, no a carcere disumano

Udienza di Papa Francesco nella Sala dei Papi - L'Osservatore Romano
23/10/2014

Cristiani e uomini di buona volontà “sono chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte”, in “tutte le sue forme”, ma per il miglioramento delle “condizioni carcerarie”. È uno dei passaggi centrali del discorso tenuto da Papa Francesco in Vaticano a un gruppo di giuristi dell’Associazione penale internazionale. La voce del Papa si è levata anche contro il fenomeno della tratta delle persone e della corruzione. Ogni applicazione della pena, ha affermato, deve essere fatta con gradualità, sempre ispirata dal rispetto della dignità umana. Il servizio di Alessandro De Carolis:

L’ergastolo è una “pena di morte coperta”, per questo l’ho fatta cancellare dal Codice Penale Vaticano. L’affermazione a braccio di Papa Francesco si incastona in una intensa, particolareggiata disamina di come gli Stati tendano oggi a far rispettare la giustizia e a comminare le pene. Il Papa parla con la consueta schiettezza e non risparmia critiche a tempi come i nostri in cui, afferma, politica e media incitano spesso “alla violenza e alla vendetta pubblica e privata”, sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Il passaggio sulla pena di morte è molto sentito. Papa Francesco ricorda che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte”, come pure il Catechismo, non solo punta il dito contro il ricorso alla pena capitale, ma smaschera in un certo senso anche quello alle “cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”, che lui chiama “omicidi deliberati”, commessi da pubblici ufficiali dietro il paravento dello Stato:

“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, anche, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte coperta”.

Lo sguardo e la pietà di Papa Francesco sono evidenti in tutta la sua esplorazione sia delle forme di criminalità che attentano alla dignità umana, sia del sistema punitivo legale che talvolta – dice senza giri di parole – nella sua applicazione legale non è, perché quella dignità non rispetta. “Negli ultimi decenni – rileva all’inizio il Papa – si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”. Questo ha fatto sì che il sistema penale abbia varcato i suoi confini – quelli sanzionatori - per estendersi sul “terreno delle libertà e dei diritti delle persone”, ma senza un’efficacia realmente riscontrabile:

“C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative”.
 
Papa Francesco definisce ad esempio il ricorso alla carcerazione preventiva una “forma contemporanea di pena illecita occulta”, celata dietro “una patina di legalità”, nel momento in cui procura a un detenuto non condannato un’“anticipo di pena” in forma abusiva. Da ciò – osserva – deriva sia il rischio di moltiplicare la quantità dei “reclusi senza giudizio”, cioè “condannati senza che si rispettino le regole del processo” – e in alcuni Paesi sono il 50% del totale – sia, a cascata, il dramma della vivibilità delle carceri:

“Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà”.
 
Ma Papa Francesco va oltre quando, parlando di “misure e pene crudeli, inumane e degradanti”, paragona a una “forma di tortura” la detenzione praticata nelle carceri di massima sicurezza. L’isolamento di questi luoghi, ricorda, causa sofferenze  “psichiche e fisiche” che finiscono per incrementare “sensibilmente la tendenza al suicidio”. Ormai, è la desolante constatazione del Papa, le torture non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere “la confessione o la delazione”…

“…ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena”.

E dalla durezza del carcere, insiste il Papa, devono essere risparmiati anzitutto i bambini, ma anche – se non del tutto almeno in modo limitato –anziani, ammalati, donne incinte, disabili, compresi “madri e padri che – sottolinea – siano gli unici responsabili di minori o di disabili”. Papa Francesco si sofferma con alcune considerazioni su un fenomeno da lui sempre combattuto. La tratta delle persone, sostiene, è figlia di quella “povertà assoluta” che intrappola “un miliardo di persone” e ne vede almeno 45 milioni costrette alla fuga a causa dei conflitti in corso. Quindi, osserva con durezza:
 
“Dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale”.
 
Il capitolo sulla corruzione è ampio e analizzato con grande scrupolo. Il corrotto, secondo Papa Francesco, è una persona che attraverso le “scorciatoie dell’opportunismo”, arriva a credersi “un vincitore” che insulta e se può perseguita chi lo contraddice con totale “sfacciataggine”. “La corruzione – afferma il Papa – è un male più grande del peccato” che “più che perdonato”, “deve essere curato”:

"La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con [la] maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o [per] quelle di terzi”.

Al tirare delle somme, Papa Francesco esorta i penalisti ad usare il criterio della “cautela” nell’applicazione della pena”. Questo, asserisce, “dev’essere il principio che regge i sistemi penali”:

“Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana”.






domenica 4 ottobre 2015

Arabia Saudita:attivista rischia di essere messo a morte

 
 
 
 
 


La Corte penale speciale e la Corte suprema dell’Arabia Saudita hanno confermato la sentenza capitale nei confronti di Ali Mohammed Baqir al-Nimr, giovane attivista sciita condannato a morte per reati presumibilmente commessi all’età di 17 anni.


È accusato di “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. La condanna sarebbe stata emessa sulla base di una confessione estorta con torture e maltrattamenti.


Ali al-Nimr è nipote di un eminente religioso sciita - Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, anch’egli condannato a morte.



Ali al-Nimr ha esaurito ogni possibilità di appello e può essere messo a morte appena il re ratifica la condanna.

Chiedi con Amnesty l’annullamento della sentenza, indagini sulle torture e che l’Arabia Saudita rispetti i diritti umani.


Leggi il testo completo dell'appello




IL CASO

Il 14 febbraio 2012, Ali Mohammed Baqir al-Nimr, 17 anni, viene arrestato e condotto presso la Direzione generale delle indagini (Gdi) del carcere di Dammam. Non può vedere il suo avvocato e, secondo quanto riferisce, viene torturato da ufficiali della Gdi affinché firmi una “confessione”. 
 

Resta detenuto nel centro di riabilitazione giovanile Dar al-Mulahaza per un anno e, a 18 anni, riportato nella Gdi di Damman. 

Il 27 maggio 2014, il tribunale penale speciale di Gedda lo condanna a morte per reati che comprendono la “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. Il tribunale si sarebbe basato sulla “confessione” estorta con la tortura e maltrattamenti e su cui si è rifiutato di indagare. 
 

Ad agosto 2015 il caso viene inviato al ministro dell’Interno per dare attuazione alla sentenza.  

A settembre la famiglia diffonde la notizia appresa: i giudici di appello presso la Corte penale speciale (Scc) e della Corte suprema confermano la sentenza.
 

Ali al-Nimr è un attivista scita e nipote dell’eminente religioso sciita Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, di al-Awamiyya in Qatif, nella zona orientale dell’Arabia Saudita, condannato a morte dal tribunale penale speciale il 15 ottobre 2014.



LA PENA DI MORTE IN ARABIA SAUDITA
L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto numero di sentenze: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre 2200 persone; da gennaio ad agosto 2015, almeno 130 esecuzioni
 

Violando la Convenzione sui diritti dell’infanzia e il diritto internazionale, ha messo a morte persone per reati commessi quando erano minorenni.

Spesso i processi per reati capitali sono tenuti in segreto e sono sommari e iniqui, senza l’assistenza  e la rappresentanza legale durante le varie fasi della detenzione e del processo. Gli imputati possono essere condannati sulla base di confessioni estorte con torture e maltrattamenti, coercizione e raggiri.
 

Le tensioni tra la comunità sciita e le autorità saudite sono cresciute dal 2011, quando sono cresciute le manifestazioni contro gli arresti e le vessazioni di sciiti che svolgevano preghiere collettive e violavano il divieto di costruire moschee sciite.
 

Le autorità saudite hanno risposto con la repressione di chi era sospettato di partecipare o sostenere o esprimere opinioni critiche verso lo stato. I manifestanti sono stati trattenuti senza accusa e in isolamento per giorni o settimane e sono stati segnalati maltrattamenti e torture. 

Dal 2011, quasi 20 persone collegate alle proteste sono state uccise e centinaia incarcerate. 

 



venerdì 25 settembre 2015

Per Donatella Colasanti e tutte le donne vittime di violenza


Si chiamava Donatella come me”




di Monica Macchi

Dedicato a Donatella, a Rosaria, Mariacarmela, Valentina

e a tutte le donne vittime di violenza”




Battiamoci per la verità

Donatella Colasanti







29 settembre 1975: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti arrivano con Gianni Guido e Angelo Izzo a Villa Moresca a San Felice Circeo, di proprietà della famiglia di Andrea Ghira che li raggiungerà poco dopo. Le due ragazze vengono rinchiuse in bagno, drogate, torturate, seviziate, violentate in un crescendo di odio sia misogino che classista. Dopo diverse ore, Rosaria viene annegata nella vasca da bagno e Donatella riesce a sopravvivere fingendosi morta. La sera successiva i tre ragazzi, giovani neofascisti della “Roma bene”, caricano le due ragazze nel baule dell’automobile, tornano in città e vanno a mangiare in trattoria. Un metronotte sente le urla di Donatella dall’auto parcheggiata in via Pola e nel giro di poche ore Izzo e Guido vengono arrestati (Izzo è stato fotografato mentre esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), mentre Ghira, grazie a una soffiata, non verrà mai catturato e si dice che sia morto in Spagna anche se l’identità della salma non è mai stata affermata in maniera incontrovertibile. La Colasanti ha seguito tutte le fasi del processo che ha dato un contributo fondamentale nella formulazione della nuova legge contro lo stupro che viene ora considerato un reato contro la persona e non più contro la morale e nel 2005 muore a soli 47 anni per un tumore al seno.



26 settembre alle 20,30 e 27 alle 19,00 presso il Csoa Spartaco di via Selinunte a Roma, va in scena “Si chiamava Donatella come me”, uno spettacolo teatrale di Donatella Mei, che si è sempre occupata di storie di donne (nel 2013 scrive “Desdemona, Ofelia, Giulietta e le altre (ovvero se Shakespeare fosse stato femminista)” e nel 2015 la trilogia su Dora Maar, Tina Modotti e Camille Claudel). Uno spettacolo di denuncia a livello personale e politico ed insieme una riflessione sui meccanismi relazionali fra uomini e donne ma soprattutto un viaggio nell’anima della protagonista in cui ogni tappa è scandita dalla storia giudiziaria e dal destino diverso e paradossale dei tre colpevoli. Uno spettacolo tragicamente attuale.


lunedì 21 settembre 2015

I frutti del carcere

Milano. La Loggia dei Mercanti,  a un passo dal Duomo, ospita - sabato 26 settembre – l’iniziativa “I frutti del carcere”. In programma l’esposizione delle produzioni carcerarie e incontri di approfondimento sui temi della detenzione e delle alternative al carcere. Un’occasione per conoscere il lavoro dei detenuti, le attività svolte nei laboratori degli Istituti di pena con la mostra mercato di mobili, gioielli, accessori, abiti, prodotti alimentari (pane, focacce, dolci) oltre a fiori e piante. Saranno organizzati anche incontri e dibattiti di approfondimento incentrati sui temi della detenzione, del lavoro carcerario e delle misure alternative. A cura associazione di  promozione sociale “Per i Diritti”. L’evento è inserito nel calendario di Expo in Città. Ore 10-18.30. Sito: www.comune.milano.it.





sabato 19 settembre 2015

La repressione dei crimini internazionali in Africa: il caso Habré




di Veronica Tedeschi




Ho passato quattro anni in prigione, nelle peggiori condizioni. Per sette mesi sono rimasto curvo al suolo. Mi si sono staccate le gengive, non riuscivo neanche a mangiare riso cotto. Ciò che mi ha segnato in questi quattro anni è che sono stato obbligato insieme a dei miei compagni a seppellire chi moriva per malattie causate da questo trattamento inumano (…). Il mio sogno è di vedere Hissène Habrè dietro le sbarre. Quel giorno danzerò”

- Abaifouta, vittima ciadiana della macchina repressiva di Habré. -




Quello che abbiamo vissuto è inimmaginabile. Ci volevano uccidere se non eseguivamo i loro ordini, ci impedivano di curarci, di fare sapere alle nostre famiglie dove fossimo. E io che ora sono davanti a voi, sappiate che quando mi hanno arrestato venivo dall’ospedale, il 2 ottobre 1998, non ho rivisto più l’ospedale fino al dicembre 2010.

In qualsiasi posto del mondo i prigionieri sono curati, ma noi non potevamo. Ci davano da mangiare cose che se le date al vostro cane le rifiuta, volevano aiutarci a morire con il cibo che ci davano”

- Dichiarazione rilasciata da Souleymane Guengueng durante la conferenza stampa fatta in occasione dell’apertura delle Camere Africane Straordinarie. Guengueng è membro dell’Associazione delle vittime dei crimini di guerra del regime di Hissène Habrè e del comitato di pilotaggio per il processo e lui stesso una delle vittime scampate alla morte del dittatore. -



Il 7 settembre è ripreso a Dakar, in Senegal, il processo contro l’ex presidente del Ciad, Hissène Habré, accusato di crimini di guerra, tortura e crimini contro l’umanità. Il processo si era riaperto il 20 luglio, ma era stato sospeso per 45 giorni per consentire agli avvocati di aggiornarsi sul procedimento. La situazione è critica, Habrè rifiuta di parlare con i suoi avvocati e non si è presentato al processo, al quale è stato condotto con la forza.

La vicenda giudiziaria di Habré si era conclusa nel 2012, anno in cui fu creata una giurisdizione penale ad hoc, in seno alle corti senegalesi, incaricata di perseguire i responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani avvenute nel Ciad nel periodo compreso tra il 7 giugno 1982 e il 1 dicembre 1990 (arco di tempo che comprende la dittatura di Habré). Il dittatore è sospettato di essere responsabile della morte di migliaia di persone, il numero esatto è sconosciuto. Nel novembre 1990 circa 300 detenuti politici sono stati giustiziati e questo è solo un esempio tra i tanti di dissidenti giustiziati durante la sua dittatura. Venne accusato di crimini contro l’umanità e tortura ma l’azione penale presentata contro di lui incontrò molte difficoltà, dal difetto di giurisdizione proclamato dalle autorità senegalesi alla possibile violazione del principio di non retroattività.

Questo processo rappresenta un segno di svolta vista la creazione, per la prima volta nel continente africano, di una giurisdizione penale ad hoc volta a giudicare i crimini commessi da Habré nel periodo della sua dittatura. È stato sotto la nuova presidenza di Macky Sall che la situazione in Senegal si è finalmente sbloccata: dopo aver stretto un accordo con l’Unione Africana, il 19 dicembre 2012 il governo senegalese ha votato una legge per istituire le quattro Camere Africane Straordinarie richiesta dall’istituzione africana “con lo scopo di perseguire e giudicare i principali responsabili dei crimini e delle gravi violazioni di diritto internazionale commesse sul territorio ciadiano durante il periodo dal 7 luglio 1982 al 1 dicembre 1990”. Il Senegal doveva agire anche in nome delle Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 che aveva ratificato e che lo obbligava, quando una persona era accusata di atti di tortura ed era sotto la sua giurisdizione, a giudicarlo o estradarlo. Qualcuno vide male la creazione di Camere ad hoc ma queste furono create per rispondere alla giurisdizione internazionale, così come il Tribunale speciale per il Ruanda rispondeva agli standard delle Nazioni Unite.

E’ la prima volta che l’Unione Africana costituisce un tribunale ad hoc internazionale. Siamo i primi a rivendicare un processo giusto ed equo e ne va anche della credibilità dell’Africa” commenta Assane Dioma Ndiaye, avvocato senegalese delle vittime di Habrè. Tali camere si prestano, quindi, ad essere qualificate come “mixed tribunal” o “hybrid tribunal”; in altri termini, questo nuovo organo giurisdizionale presenta taluni aspetti che permettono di assimilarlo ad un tribunale statale ed altri che, invece, ne consentono l’inquadramento tra i tribunali internazionali.



Per quanto riguarda il coinvolgimento del Senegal nella repressione di crimini commessi in Ciad, ciò che sorprende non è la circostanza che a procedere alla repressione sia uno Stato diverso da quello nel quale i crimini sono stati perpetrati, poiché in tal senso deporrebbe il principio della giurisdizione universale affermatosi proprio con riguardo alla repressione dei crimini internazionali. La cosa che fa pensare è che per la prima volta si assiste all’istituzione di un tribunale penale misto per perseguire finalità diverse da quelle che hanno giustificato in precedenza l’istituzione di simili organi giurisdizionali.

Infatti, le precedenti esperienze mostravano l’esigenza di far fronte alle inefficienze se non al collasso degli apparati giudiziari nazionali dello Stato nel cui territorio i crimini erano stati perpetrati, alla quale si affianca l’obiettivo più generale di contribuire ad un processo di riconciliazione nazionale dopo periodi di guerra civile.

Diversamente, la scelta del Senegal di procedere alla punizione dei responsabili dei crimini commessi in Ciad è legata alla volontà di tale Stato di rispettare quanto disposto dalla Corte di Giustizia dell’ECOWAS e di adempiere all’obbligo di giudicare sancito nella Convenzione delle Nazioni Unite conto la tortura e ribadito nella citata sentenza della Corte Internazionale di Giustizia nel caso Belgio c. Senegal.

La riapertura del processo contro l’ex dittatore del Ciad, ci fa sperare in una giustizia possibile. Il Senegal ha dimostrato di voler condannare i responsabili della commissione di crimini internazionali tanto gravi e la punizione di Habré porterà ad una soddisfazione morale più che economica ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime cadute sotto la dittatura di Hissène Habré.
 
 
 


giovedì 20 agosto 2015

Dalla “mala” milanese alle frontiere dell'anima


 


Gli appassionati di Massimo Carlotto conosceranno sicuramente Beniamino Rossini, uno dei suoi personaggi più amati. In La terra della mia anima (sempre edito da E/O) lo stesso compagno di avventure dell'Alligatore decide di raccontare la propria esistenza, una vita che attraversa l'immediato dopoguerra - quando inizia a fare lo “spallone” trafficando in sigarette - per arrivare alla guerra civile, passando per la Resistenza.

Beniamino ha un animo nomade, batte le terre d'Italia e d'Europa e si spinge fino al Libano; ma la sua anima viene ancorata nel mare, in quella distesa aperta e infinita che promette libertà eterna. E di libertà ne ha vissuta, il Rossini, una libertà sfrenata fatta di soldi e di femmine. Una libertà spezzata, a periodi, da anni di galera che non hanno fiaccato lo spirito indomito. Una vita appassionata, vissuta ai margini di frontiere fisiche e interiori, ma con princìpi saldi, un'etica criminale che oggi non esiste più e poi un amore, quello per un uomo diventato donna.

Il romanzo, uno dei più intensi di Carlotto, attraversa il Novecento, i momenti più bui del nostro Paese, con riflessioni di stretta attualità, come quella che riguarda le carceri: “Ora le rivolte non esistono più, le nuove carceri e le ristrutturazioni di quelle già esistenti sono state concepite per impedire ogni forma di protesta organizzata. In passato però furono un fenomeno molto diffuso, provocato dalle condizioni di vita inaccettabili nelle prigioni della Repubblica. Se oggi i detenuti hanno a disposizione un water e un lavandino, un fornello da campeggio, una caffettiera e un pentolino, lo si deve solo al sacrificio di quelli che si ribellarono e vennero picchiati, trasferiti e condannati. Sbaglia chi pensa che quel minimo di decenza venne portato nelle carceri da politici o intellettuali illuminati che sono arrivati sempre dopo e con un ritardo imbarazzante” e questo è solo un esempio. Così come può esserlo, oggi, la passione politica di Beniamino che, parlando di un suo mèntore, Enrico il Barbùn, dice: “Era comunista, in Svizzera aveva avuto problemi con la polizia, ma era un nemino dichiarato del partito. Aveva sempre considerato Stalin un dittatore sanguinario e all'inizio fu difficile discutere di politica. Quando parlava male dell'Unione sovietica mi veniva voglia di saltargli addosso”.

Ma il libro commuove per la capacità di scandagliare l'animo umano. Una frase su tutte, da sottolineare e ricordare: “ Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e all'urgenza del pentimento”.




venerdì 14 agosto 2015

Giornata internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto)



Attivisti indigeni per l'ambiente rischiano la vita - Un nuovo rapporto documenta le sempre maggiori minacce in tutto il mondo.
(da Associazione per i popoli minacciati)


In occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigeni (9 agosto), l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) pubblica un nuovo rapporto sulla situazione degli attivisti indigeni. Per gli attivisti indigeni di tutto il mondo chiedere il rispetto dei propri diritti o protestare per la salvaguardia delle proprie terre significa rischiare la vita. In molti paesi del mondo, alzare la voce a favore delle popolazioni indigene comporta la concreta probabilità di diventare vittima di assassinii di Stato, di arresti arbitrari, di essere condannati a lunghe pene detentive ingiustificate, di subire torture o importanti limitazioni della propria libertà di movimento e di parola.

Il nuovo rapporto pubblicato dall'APM mette in evidenza le pratiche adottate da governi e multinazionali per assicurarsi profitti economici senza riguardo delle comunità indigene e delle loro terre. Solamente sull'isola di Mindanao (Filippine) tra ottobre 2014 e giugno 2015 sono stati uccisi 23 leader indigeni impegnati a salvaguardare la loro terra dallo sfruttamento selvaggio imposto da progetti minerari. A Mindanao come altrove nel mondo, gli assassini, che siano sono semplici criminali, paramilitari o forze dell'ordine statali, restano impuniti.

Il rapporto analizza la situazione di dieci paesi in Asia, Centroamerica, Sudamerica e nella federazione Russa e mostra le metodologie violente e senza scrupoli messe in campo da latifondisti, governi e multinazionali per realizzare enormi progetti per lo sfruttamento di risorse naturali quali petrolio, gas, minerali, legname, ma anche di costruzione di dighe o di traffico di droga a scapito della vita non solo dei singoli attivisti ma di intere comunità indigene.

I membri delle comunità indigene sono attivisti per l'ambiente particolarmente motivati, proprio perché la loro sopravvivenza come comunità dipende perlopiù da un ambiente intatto, pulito e sano. La loro agricoltura sostenibile e i fortissimi legami con la propria terra tradizionale da cui traggono sia il senso identitario sia di appartenenza comunitaria dipendono proprio dal rispetto per la natura e l'ambiente. La realizzazione di mega-progetti sulla loro terra implica la distruzione dell'ambiente, l'avvelenamento dei terreni e troppo spesso la messa in fuga o la deportazione delle comunità indigene che ci vivono. Per loro ciò significa cadere nel baratro della povertà estrema, malattia, la perdita dei legami comunitari e delle proprie radici culturali.

La politica ambientale delle nazioni industrializzate sembra limitarsi all'organizzazione e alla partecipazione di vertici per il clima e giornate per la terra, nel proclamare compiaciuti sempre nuovi obiettivi da raggiungere per la salvaguardia del clima, ma di fatto non va molto oltre. Non solo non si impegna a proteggere la vita degli attivisti indigeni, le prime vittime e le maggiormente colpite dalla distruzione ambientale a livello mondiale, ma non pare nemmeno interessata ad ascoltare la loro voce.

Scarica il report [solo in tedesco] in:


https://www.gfbv.de/fileadmin/redaktion/Reporte_Memoranden/2015/Menschenrechtsreport_Nr._77_Indigene_Umweltaktivisten.compressed.pdf

Vedi anche in:



gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140909it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140801it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2013/130806it.html | www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/brasil-tras.html | www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/global-it.html | www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/dekade-it.html
in www:
http://en.wikipedia.org/wiki/Indigenous_peoples

giovedì 6 agosto 2015

Porajmos, l'olocausto dei rom


Porajmos, l'olocausto dei rom



di Giovanni Princigalli (da il nuovomanifesto.it)



71 anni fa, il 2 agosto 1944, tutti i 2.897 rom dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau furono inghiottiti nei forni crematori. Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato unarisoluzione, che ricordando i 500.000 rom sterminati dai nazisti e da altri regimi» adotta il 2 agostocome «giornata europea della commemorazione dell'olocausto dei rom».Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per adottare il 2 agosto come«giornata europea della commemorazione dell'olocausto dei rom». La risoluzione ricorda: «I 500.000rom sterminati dai nazisti e da altri regimi e che nelle camere a gas nello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Auschwitz-Birkenau in una notte, tra il 2 e il 3 agosto 1944, 2.897 rom, princip-almente donne, bambini e anziani, sono stati uccisi».Si ricorda altresì che in alcuni paesi fu eliminata oltre l'80% della popolazione rom. Secondo le stimedi Grattan Pruxon, morirono 15.000 dei 20.000 zingari tedeschi, in Croazia ne sono uccisi 28.000 (nesopravvivono solo in 500), in Belgio 500 su 600, ed in Lituania, Lussemburgo, Olanda e Belgio losterminio è totale, il 100% dei rom.La studiosa Mirella Karpati riporta che la maggior parte dei rom polacchi fu trucidata sul posto dalla Gestapo e dalle milizie fasciste ucraine, le quali, in molti casi, uccidevano i bambini fracassando leloro teste contro gli alberi. Le testimonianze raccolte dalla Karpati sui crimini dei fascisti croati (gli ustascia) sono altrettanto aggancianti: donne incinta sventrate o a cui venivano tagliati i seni, neonati infilzati con le baionette, decapitazioni, ed altri orrori ancora. Per tali motivi i rom slovenie croati oltrepassavano clandestinamente il confine con l'Italia, ma finivano in uno dei 23 campi diprigionia loro riservati e sparpagliati sull'intera penisola.La risoluzione del Parlamento europeo prima citata considera l'«antiziganismo» come «un'ideologia basata sulla superiorità razziale, una forma di disumanizzazione e razzismo istituzionale nutrita dadiscriminazioni storiche». Il rom funge da sempre il capro espiatorio, a cui negare il suo carattereeuropeo, per farne una sorta di straniero interno (nonostante le loro comunità, e gli stessi terminirom e zingaro, si siano formati in Europa tra il 1300 ed il 1400).I nazisti-fascisti hanno perfezionato le politiche europee anti-rom dei secoli XVI e XIX. Come ricorda l'antropologo Leonardo Piasere, il maggior numero degli editti anti-rom dell'epoca moderna furonoemanati dagli stati preunitari tedeschi ed italiani. Forse non è un caso, ma saranno proprio Germ-ania ed Italia, secoli dopo, a pianificare l'olocausto rom, oltre che quello ebraico. Secondo StefaniaPontrandolfo, in Italia, tra il 500 e il 700, ad applicare con più zelo tali editti furono gli Stati del Nord,contro una certa tolleranza del Meridione.

«Puri o impuri, comunque asociali»

I nazisti, ossessionati com'erano dalla presunta razza ariana, si erano interessati ai rom a causa dellaloro origine indiana. Li classificarono in quattro categorie, secondo il loro grado di «purezza» o«incrocio» con i non rom. Alla fine ritennero che tutti rom, puri o impuri che fossero, erano«asociali». Da qui la decisione della loro eliminazione. I bimbi rom (ed ebrei) deportati nei campi disterminio erano vittime di esperimenti sadici: iniezione d'inchiostro negli occhi; fratture delle ginocchia, per poi iniettare nelle ferite ancora fresche i virus della malaria, del vaiolo e d'altro ancora.Anche in Italia, come riporta Giovanna Boursier, con “Il manifesto della razza” del 1940, l'antropologo fascista Guido Landra, inveiva contro «il pericolo dell'incrocio con gli zingari» che defi-niva randagi e anti-sociali. Ma già nel 1927 il Ministero dell'interno, ricorda sempre la Boursier,emanava direttive ai prefetti per «epurare il territorio nazionale» dagli zingari e «colpire nel suo ful-cro l'organismo zingaresco».Gli studiosi Luca Bravi, Matteo Bassoli e Rosa Corbelletto, suddividono in quattro fasi le politiche fasciste anti-rom e sinti (popolazioni di origine rom, ma che si autodefiniscono sinti e che vivono trasud della Francia, nord Italia, Austria e Germania): tra il 1922 e il 1938 vengono respinti ed espulsirom e sinti stranieri, o anche italiani ma privi di documenti; dal 1938 al 1940 si ordina la puliziaetnica di tutti i sinti e rom (anche italiani con regolari documenti), presenti nelle regioni di frontieraed il loro confino a Perdasdefogu in Sardegna; dal 1940 al 1943 i rom e sinti, anche italiani sono rin-chiusi in 23 campi di concentramento; dal 1943 al 1945 vengono rom e sinti sono deportati neicampi di sterminio nazisti.La prima fase è segnata da una politica al tempo stesso xenofoba e rom-fobica, per cui si colpisconoquei rom, colpevoli di essere sia zingari che stranieri. In seguito si passa a reprime anche i rom ita-liani. Inoltre, dalla prigioniera nel campo si passa all'eliminazione fisica. Grazie alle ricerche della Karpati, sappiamo che nei 23 campi in Italia le condizioni di vita eranomolto dure. Racconta una donna: «Eravamo in un campo di concentramento a Perdasdefogu. Un giorno, non so come, una gallina si è infiltrata nel campo. Mi sono gettata sopra come una volpe, l'ho ammazzata e mangiata dalla fame che avevo. Mi hanno picchiata e mi son presa sei mesi di galera per furto».Giuseppe Goman a 14 anni fu rinchiuso nel campo nei pressi di Agnone e i fascisti lo vollero fucilare per aver rubato del cibo in cucina, ma all'ultimo momento la pena fu commutata in «bastonature e segregazione». Nel campo di Teramo invece, un tenente dei carabinieri ebbe cosi pietà di quei«rom chiusi in condizioni miserevoli, che dormivano per terra con mangiare poco e razionato che permise alle donne di andare ad elemosinare in paese. Nel campo di Campobasso, Zlato Levak ricorda: «Cosa davano da mangiare? Quasi niente. Il mio figlio più grande è morto nel campo. Era unbravo pittore e molto intelligente».Per i rom italiani, l'essere rinchiusi nei campi di prigionia, non per aver commesso un reato, ma perla loro identità, fu uno shock. E pensare, che a causa della leva obbligatoria, gli uomini avevano servito nell'esercito durante la grande guerra o nelle colonie. Sarà forse per questo trauma, che molti diloro hanno una certa reticenza ad affermare in pubblico la propria identità, ed infatti l'opinione pub-blica italiana ignora che dei circa 150.000 rom e sinti presenti in Italia, ben il 60 -70% sono italianida secoli e sono per lo più sedentari. Ignoriamo anche le vicende di molti rom, che fuggiti dai campi,si unirono alle formazioni partigiane e che alcuni di essi furono fucilati dai fascisti. Luca Bravi e Matteo Bassoli fanno notare che il Parlamento italiano ha approvato nel 1999 la legge sulle minoranze storiche linguistiche (riconoscendone 12) «solo dopo aver stralciato l'inserimento delle comunità rom e sinti» (tra le più antiche d'Italia, dove sono presenti dal XIV secolo).
 
La nostra rimozione
 
La rimozione del nostro contributo ideologico e pratico all'olocausto dei rom, s'inserisce in un'operazione di oblio ben più ampia, che tocca anche i nostri crimini di guerra sotto il fascismo in Africa ed ex Jugoslavia. Come ben spiegato nel documentario Fascist Legacy della BBC, tali crimini non furono compiuti non solo dalle camicie nere, ma anche da soldati e carabinieri, tanto che lostesso Badoglio era nella lista dei primi 10 criminali di guerra italiani da processare. Il processo nonsi è mai svolto, grazie al cambio di alleanza nel 1943 e al nostro contributo di sangue alla lotta nazi-fascista.Ma il paradosso resta: Badoglio il primo capo di governo dell'Italia anti-fascista era stato un criminale di guerra agli ordini di Mussolini. La Legge 20 luglio 2000 sulla «memoria», parla si di olocausto ma non di rom. Su iniziativa dell'on. Maria Letizia De Torre le persecuzioni fasciste contro i romsono finalmente ricordate dalla Camera dei Deputati in un ordine del giorno nel 2009. E pensare cheil parlamento tedesco aveva riconosciuto l'olocausto rom già nel 1979, e nel 2013 una poesia del romitaliano Santino Spinelli (il cui padre fu internato dai fascisti) è incisa sul monumento erettoa Berlino. Molti studiosi ed associazioni, per definire l'Olocausto rom, hanno adottato il termine porajmos, chein romanes significa «divoramento». Fu introdotto nel 1993 dal professore rom Ian Hancock dell'università del Texas, che lo sentì da un sopravvissuto ai campi di sterminio. Il linguista Marcel Courthiade, esperto di romanes, ha proposto in alternativa samudaripen (tutti morti). Per amore del vero, va precisato, che il rom comune, che spesso non s'identifica nelle tante associazioni nazionalio internazionali rom e di non rom, e che resta lontano dai dibattitti accademici, non utilizza alcuno di questi termini.



Il ricordo di Pietro Terracina

Eppure quando pensiamo al 2 agosto 1944, quando tutti i 2.897 rom dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau furono inghiottiti nei forni crematori, ecco che sia «divoramento» che «tutti morti», ci appaiono così adatti ed evocativi. Ma perché ucciderli tutti in una sola notte? Forse sitrattò di una punizione, poiché pochi mesi primi, armati di mazze e pietre, i rom si ribellarono, mettendo in fuga i nazisti.Testimone oculare della notte del 2 agosto fu l'ebreo italiano Pietro Terracina, che ha raccontatoa Roberto Olia : «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C'erano tante famiglie e bambini,di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pens-avano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritor-nare liberi. Ma quella notte sentii all'improvviso l'arrivo e le urla delle SS e l'abbaiare dei loro cani.I rom avevano capito che si prepara qualcosa di terribile.Sentii una confusione tremenda: il pianto dei bambini svegliati in piena notte, la gente che si per-deva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all'improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall'altra parte del filo spinato. Non c'era più nessuno. Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c'era sempre tanto vento. C'era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall'altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzioera una cosa terribile che non si può dimenticare. Ci bastò dare un'occhiata alle ciminiere dei fornicrematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeuner-lager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944».