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domenica 5 luglio 2015

Volevo essere color cioccolato: il teatro parla di discriminazione

 
 

 

 
di Alessia Lucconi



Anche quest’anno, lo Spazio Teatro NO’HMA Teresa Pomodoro per il ciclo “L’acqua, la terra e le relazioni tra gli uomini”, ci ha regalato un invito a teatro davvero speciale: il 17 e 18 giugno è infatti andato in scena il monologo di Giulia Calligaro “Volevo essere color cioccolato“, con Valentina Picello nel ruolo di attrice protagonista, per la regia Charlie Owens.       




Una Indio con la pelle bianca e i capelli rossi che si scontra con la discriminazione dei suoi simili, in un contesto dove la conversione delle coltivazioni per la produzione di foglie di coca porta a violenze e scontri in seno al suo villaggio.



La fuga dalle sue origini le farà intraprendere un percorso in cui crescita interiore, realizzazione negli studi e conoscenza dell’amore, la aiuterà a ritrovarsi e a regalare una speranza alla sua gente.



L’opera, che se focalizzata solo sulla figura della protagonista e sui musicisti ne guadagnerebbe molto, nasce dal reportage giornalistico di Giulia Calligaro sulla situazione attuale del Perù e sulla ripresa della coltivazione del cacao, che sta riqualificando questa terra e la sta allontanando sempre più dall’immagine di paese legato al narcotraffico.
Anche se con qualche momento di incertezza l’attrice giuda lo spettatore con la passione di chi ama recitare e lo conduce in un luogo di solitudine e natura, intriso di dispiaceri e coraggio, di sventure e salvezze e dalla storia emergono evidenti l'importanza della determinazione e la saggezza, elementi indispensabili per non soccombere alle difficoltà della vita; in particolar modo l'autrice esprime le sue riflessioni con frasi d'impatto che emotivamente restano impresse per la loro profonda verità.



E’ da lodare anche la gratuità dell’evento, che anche questa volta ha reso l’esperienza del teatro alla portata di tutti.



giovedì 27 giugno 2013

Le vittime sono ancora i bambini



Mercoledì 26 giugno: ieri è stata la giornata internazionale contro la droga e le tossicodipendenze di cui, spesso, anche i bambini ne sono le vittime incosapevoli. E noi vogliamo raccontarvi una storia.
E' quella dei tarahumara, una popolazione indigena che risiede in Messico, chiamati così dagli Spagnoli: loro si definiscono “raràmuri” che significa “pianta adatta per la corsa”, perchè la corsa è da loro molto seguita. Si contano tra i 50.000 e i 70.000 tarahumara, alcuni di loro sono transumanti, altri stanziali: vivono nelle grotte tra le montagne o in piccole capanne di legno o pietra, coltivano mais e fagioli e si dedicano all'allevamento.
Dal punto di vista religioso, i “dottori” o le “guide spirituali” praticano la magia bianca e la magia nera e lo sciamano è il guardiano che deve sovraintendere alla comunità, facendo da tramite tra gli uomini e gli astri. Il “Male” è spesso identificato con l'uomo bianco che approfitta della persone, che non rispetta la Natura, che vuole impossessarsi delle ricchezze senza condividerle. Tutto questo è frutto della colonizzazione, irrispettosa e violenta.
Secondo la tradizione tarahumara, Dio creò i raràmuri, mentre il diavolo gli chacabochi e la leggenda vuole che i raràmuri furono sconfitti, in una sfida, dai chacabochi per cui Dio si arrabbiò e condannò i raràmuri alla povertà. I raràmuri, ancora oggi, vivono nelle foreste, tra i monti, nella miseria e, spesso, i bambini fanno uso di sostanze stupefacenti ma, cosa ancor più grave, vengono sfruttati dai narcotrafficanti.
La droga arricchisce le grandi organizzazioni criminali e alimenta un commercio illegale basato sul sangue, sulla violenza e sugli abusi proprio dei più deboli. In Messico (come in molti altri Paesi del centro e sud America) il problema del narcotraffico è aumentato in maniera esponenziale: dopo l'egemonia della Colombia negli anni '90, i “cartelli” messicani hanno preso il sopravvento, favoriti dalla coltivazione in loco e dal traffico della droga sintetizzata e destinata agli Stati Uniti e all' Europa.
Tra le numerose zone impervie, all'interno del Messico, vi è la Sierra Tarahumara, una catena montuosa situata nel nord-ovest del Paese, un'area molto isolata e difficile da raggiungere e, proprio qui, vivono i raràmuri. A peggiorare la situazione, nell'ultimo anno, una terribile siccità ha colpito la sierra, esponendo gli indigeni al rischio di malnutrizione se non addirittura, alla fame: problema ulteriore che si è andato ad aggiungere, come dicevamo, all'indigenza e all'analfebetismo. Proprio a causa di questa debolezza economica e sociale, i raràmuri (e, in particolare, i bambini e gli adolescenti) sono preda dei narcotrafficanti che - con le minacce o con la promessa di denaro - li arruolano negli eserciti del crimine.
La Fondazione Fratelli dimenticati ha, quindi, deciso di aprire, nei villaggi, numerosi centri in cui i bambini e i ragazzi possano frequentare la scuola e, quindi, essere inseriti in percorsi di prevenzione e di reinserimento, attraverso l'educazione all'amore, al rispetto dell'Altro e della vita, alla cooperazione: ai valori positivi. Per offrire questa opportunità ai giovani, la Fondazione ristruttura vecchi edifici, acquista lavabi, materassi e anche librerie; ha dovuto, nel corso del tempo, sistemare anche le cisterne per la raccolta dell'acqua, costruire le tettoie per i sebatoi del gas e garantire assistenza sanitaria: i progetti, infatti, si articolano in attività che si pongono l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione da tutti i punti di vista: quello pratico e quello cuturale. Perchè si deve partire proprio dalla cultura, per cambiare mentalità e stile di vita. E ricominciare a credere, onestamente, nel futuro.

La Fondazione Fratelli Dimenticati Onlus, per poter continuare a realizzare tutto questo, vi chiede un contributo per il sostegno a distanza; un sostegno che serve ad abbattere i costi di gestione dei vari progetti: http://www.fratellidimenticati.it/sostegno-a-distanza/

Per effettuare le offerte:

Paypal, con versamento in conto corrente postale n. 11482353, con bonifico bancario (fiscalmente deducibili), oppure direttamente presso le filiali de “I fratelli dimenticati”


sabato 25 maggio 2013

Notizie e storie dal Centroamerica: quando Presente e Passato si intrecciano




Pablo Larràin è un regista cileno: figlio dell' ex Presidente dell'Unione Democratica Indipendente e di un ministro nel governo Piñera, torna a parlare delle vicende politiche del suo Paese con il film NO! I giorni dell'arcobaleno, terza opera che compone una trilogia iniziata con Tony Manero e continuata con Post mortem.
Siamo nel 1988: sono trascorsi quindici anni dal colpo di stato militare che ha deposto il governo socialista di Salvador Allende e dall'insediamento della giunta di Augusto Pinochet. Il blocco societico si è disfatto, non si avverte più la minaccia comunista e, per Pinochet, forse, è giunto il momento di dare una parvenza di costituzionalità al potere militare attraverso un referendum regolare: ma le cose non vanno secondo i piani del regime. Il referendum vede vincere l'opposizione con il 54,7% dei voti e, da quel momento, il Cile comincia un percorso, tortuoso, verso la democrazia.
Il film di Pablo Lorràin racconta i giorni in cui si è svolta la campagna referendaria, portata avanti con pochi mezzi, ma con idee geniali, grazie alle intuizioni di Renè Saavedra, un giovane copywriter formatosi negli Stati Uniti. Saavedra, infatti, dice “NO!” , e con quella piccola parola lancia un messaggio: NO al ricordo continuo della atrocità del regime, NO alla cultura della paura, NO alla violenza. E questo per quanto riguarda il contenuto della campagna. Per quanto riguarda, invece, lo stile di comunicazione Saavedrà avrà un'altra intuizione felice: accosta il concetto di “democrazia” ai codici della pubblicità commerciale.
E, allora, anche Lorràin mescola il materiale di repertorio (gli spot di un quarto d'ora realizzati dalle parti politiche avverse) al racconto filmico, usando una cinepresa degli anni '80, ricreano le ambientazioni dell'epoca, lavorando sui colori per immergere lo spettatore nella cultura di allora, frivola e ammantata di ottimismo. Interessante, ad esempio, lo scarto tra i seriosi comunicati del regime incastrati tra le telenovelas e gli spot che inneggiano al progresso...
Per la distribuzione italiana al titolo originale del film è stato aggiunto il sottotitolo che recita: “I giorni dell'arcobaleno” per sottolineare la speranza nel passaggio dalla dittatura alla democrazia: ma, osservando la situazione (in Italia come in altri Paesi), il dubbio nasce spontaneo.



Intanto, sempre dal Centro e Sudamerica, giungono altre notizie, purtroppo negative: 16.000 corpi attendono di essere identificati. Ed è la stessa cifra - svelata dal sottosegretario messicano per i Diritti Umani, Lìa Lìmon – delle persone scomparse durante il genocidio perpetrato dai militari argentini tra il 1976 e il 1983.
Si tratta, oggi, dei desaparecidos della guerra ai narcos: sulle strade del Messico diversi migranti sono scomparsi o sono stati assassinati, proprio negli ultimi sei anni, da quando è cominciata la guerra alla criminalità organizzata.
Ad ottobre, è partita la “Carovana delle madri”, composta da genitori di El salvador, Honduras, Nicaragua e Guatemala che, percorrendo 14 Stati e circa 4.600 chilometri, chiedono notizie, cercano indizi. Sono aiutati, in questo loro pellegrinaggio, da enti locali, istituti di migrazione, università, sostenitori dei diritti e l'iniziativa mira a richiamare l'attenzione sul trattamento che le autorità messicane riserva agli immigrati centroamericani. Un cartello recita, infatti, la scritta: “Tutto il Messico è un cimitero di migranti”: e le madri chiedono anche l'esumazione dei corpi che si trovano nelle fosse comuni.




Sono da qualche parte, nube o tomba
cercandoci, riordinando i loro sogni,
le loro dimenticanze,
forse convalescenti
dalla loro morte privata

versi tratti da “Desaparecidos” di Mario Benedetti