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mercoledì 30 dicembre 2015

L'Associazione 21 luglio e la chiusura del Best House ROM

L’Associazione 21 luglio esprime profonda soddisfazione per la chiusura, nella Capitale, del Best House Rom, la struttura senza finestre, da due anni oggetto di numerose denunce dell’Associazione, dove negli ultimi mesi 135 persone, di cui oltre la metà minori, vivevano in condizioni drammatiche, al di sotto degli standard minimi di tutela dei diritti umani.
«A Roma è iniziato un processo irreversibile: non soltanto dal 2012 si è impedito la costruzione di nuovi “campi rom”, ma si inizia finalmente a mettere i sigilli su questi ghetti e luoghi di discriminazione istituzionale, che rappresentano un’anomalia italiana nel contesto europeo», afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
La chiusura del Best House Rom, situato in via Visso, nella periferia est della Capitale, è stata predisposta dal Comune di Roma in seguito a una “interdittiva antimafia” nei confronti della Cooperativa Inopera, l’ente gestore della struttura che nel 2014, come documentato dal rapporto dell’Associazione 21 luglioCentri di raccolta S.p.a.”, è costata 2,8 milioni di euro, di cui quasi 2,6 milioni affidati senza bando pubblico alla stessa Cooperativa Inopera. Alle famiglie che vivevano nella struttura è stata offerta una sistemazione alternativa da loro giudicata adeguata, come hanno potuto constatare rappresentanti dell'Associazione 21 luglio che in questi giorni hanno seguito la vicenda sul posto.
Nato nel 2012, il Best House Rom si è consolidato tra dicembre 2013 e marzo 2014 in seguito al collocamento nella struttura di 137 persone provenienti dallo smantellamento del “villaggio attrezzato” della Cesarina e di altre 64 sgomberate da alcuni insediamenti informali.
L’Associazione 21 luglio, per prima, ha denunciato le condizioni di vita drammatiche all’interno del centro. Nel report “Senza Luce”, pubblicato a marzo 2014, l’Associazione ha puntato i riflettori sulle condizioni strutturali del Best House Rom, caratterizzato da stanze anguste, prive di finestre e punti di areazione naturale; sulla sua incompatibilità con i requisiti previsti dalla normativa regionale che regola il funzionamento di strutture di accoglienza; e sugli altissimi costi della sua gestione, a fronte di stanziamenti nulli per l’inclusione sociale degli uomini, delle donne e dei bambini rom residenti.
Alle numerose denunce dell’Associazione 21 luglio sul Best House Rom, sono seguite l’apertura di un’istruttoria sul centro da parte dell’Autorità Anticorruzione, dopo un esposto presentato dall’area legale dell’Associazione lo scorso febbraio, e varie visite ispettive con rappresentanti delle istituzioni locali, nazionali e internazionali: con il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, con la Commissione Diritti Umani del Senato, con il presidente del Comitato Europeo dei Diritti Sociali Luis Quimena Quesada, con una delegazione della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI).
La chiusura del Best House Rom va così ad aggiungersi a due importanti battaglie che hanno visto, nei mesi scorsi, l’Associazione 21 luglio in prima linea contro la costruzione di due nuovi “campi per soli rom” nella Capitale: il nuovo “villaggio attrezzato” della Cesarina, che nelle intenzioni dell’allora Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini avrebbe dovuto sostituire quello raso al suolo a dicembre 2013, e il nuovo “villaggio attrezzato” La Barbuta, che sarebbe dovuto essere realizzato dalla multinazionale Leroy Merlin in base a un progetto su cui, come emerso dalle intercettazioni su Mafia Capitale, aveva messo gli occhi anche il cosiddetto “ras delle cooperative” Salvatore Buzzi.
Entrambi i progetti furono bloccati in seguito al lancio di due campagne di mail bombing e mobilitazione on line (“#DiscriminareCosta” e “Leroy Merlin, un campo rom è un ghetto: non costruirlo!”) sul sito dell’Associazione 21 luglio. Lo scorso maggio, per di più, era stato il Tribunale di Roma, con una sentenza storica, in seguito a un’azione legale promossa da Associazione 21 luglio e Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, a riconoscere per la prima volta in Italia e in Europa il carattere discriminatorio dei “campi rom”, con specifico riferimento al “villaggio attrezzato” La Barbuta.
«La chiusura del Best House Rom, sebbene non sia stata accompagnata dall’individuazione di soluzioni che favoriscano l’inclusione sociale delle comunità rom, rappresenta comunque un punto di svolta cruciale per Roma: nella Capitale non si costruiscono più nuovi “campi” e si è iniziato a mettere la parola fine ai ghetti esistenti – conclude il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla -. Oggi è evidentemente cominciato un percorso dal quale non sarà più possibile tornare indietro: il sistema campi va definitivamente superato e l’inclusione sociale dei rom deve far parte dell’agenda politica della nuova Amministrazione che sarà guidata a governare la città». 
 
PER APPROFONDIRE:
 

giovedì 24 dicembre 2015

Hate crimes in Europe!. Alloggio per la popolazione Rom: un viaggio d'esclusione



di Cinzia D'Ambrosi

 

Nel mio ultimo blog su 'peridirittiumani.com' ho scritto una breve riflessione sull'iniziativa chiamata 'Decade dell'inclusione della popolazione Rom' in cui ho sottolineato le aree che gli otto paesi partecipanti alla Decade avevano pattuito per migliorare il tenore di vita delle comunita' Rom in Europa e ho concluso che queste non hanno riportato miglioramenti se non per la formazione scolastica, seppur breve.

Per le comunita' Rom la realta' e' grave perchè sono sottoposte a continue violazioni dei loro diritti umani. Le popolazioni Rom sono ancora oggi private d'alloggio, costrette a vivere ai margini di zone urbane, in aree affollate e povere creando dei ghetti ed insediamenti illegali o carovane. Per le comunita' Rom o Travellers in Gran Bretagna, gli sfratti e la negazione del diritto di parcheggio per una caravan vengono continuamente reiterati. La realta' non cambia di molto da un paese europeo all'altro; in Fakulteta Mahala (un ghetto Rom a Sofia, in Bulgaria) che e' un ghetto Rom nella zona centrale della citta', i servizi comunali - come la raccolta dei rifiuti - non viene effettuata. Questa non e' nemmeno la situazione piu' grave per i Rom nel paese, considerando che per coloro che vivono in Kjustendil, Plovdi - in Kosovo, Bosnia Herzegovina - le comunita' Rom vivono in campi in zone industriali in disuso, spesso a rischio per la loro salute. Sgomberi forzati sono numerosissimi, condannando le popolazioni Rom ad una vita in costante insicurezza. Sgomberi e distruzioni di campi sembrano far parte della politica statale anche in Italia. European Roma Rights Centre ha riportato piu' di 21,000 sfratti in Francia nel 2014. Circa il 45 per cento della popolazione Rom in Europa vive in un'abitazione a cui mancano i servizi primari. Questi sono scenari ripetuti in vari paesi europei e alimentao i pregiudizi esistenti.

Purtroppo, poter ottenere un alloggio tramite i servizi sociali e' alquanto difficile per moltissime ragioni, ma principalmente per la mancanza di lavoro e di un contratto d'affitto locale. Negli ultimi anni, anche se ci sono state delle iniziative come il Programma d'integrazione allogggio in Ungheria con l'obbiettivo d'integrazione dei Rom in case gestite dal governo, il problema centrale e' quello che ancora oggi non esiste un vero programma centrato sulla de-segregazione. Un programma di integrazione d'alloggio che rispecchia l'aspetto politico, fisico e mentale per poter sviluppare l'aspetto integrativo; per questo alcuni interventi hanno solamente fatto ottenere ai Rom un alloggio, ma la conseguenza è stata quella di contribuire alla crescita di ghetti urbani.

Per costruire una societa' priva di discriminazioni si dovrebbero eliminare le aree d'esclusione (ghetti), generare opportunita' lavorative, celebrare la diversita' invece di soffocarla. L'obiettivo dovrebbe essere quello di sradicare la discriminazione istituzionale e la 'policy' che rende i campi e gli alloggi Rom 'invisibili'.


Housing for the Roma: a Journey of Exclusion.

In my last post on ' peridirittiumani.org' I have written a short reflection on the decade of the Roma inclusion. Outlined there were some of the areas that the eight countries that participated in the decade (Decade for Roma Inclusion) had agreed on working to improve lives for the Roma communities in Europe. Summarily there were outlined the areas being touched and the resulting data which demonstrated that the living conditions for the Roma population in Europe is still grave and we would need a lot of concentrated and concerted efforts to improve it. Still today, basic human rights are continuously breached. Anyone that has had any encounter with Roma communities would know that more often than not they live in illegal settlements, in sheds, or housing without basic amenities. Most of these precarious living spaces are often based at the margin of urban areas, or using what urbanity can give them, and thus living under a bridge, a motorway intersection, or in concentrated urban areas creating what are being referred to as Roma ghettos.

The living spaces demonstrate their status within societies in Europe, in marginalised spaces. These 'homes' are makeshift sheds built illegally, others are informal settlements, caravans or camps.

Notably, for the Travellers communities in Great Britain, evictions and a right for stay in their home caravans has been revoked in many events in recent years. One of the most well known cases is the Travellers of Dale Farm. The Roma communities living in Fakulteta (Bulgaria) do not have access to normal city services so their rubbish is not being collected, there is no sewage system, water and electricity is sparse and sanitation often non existent. Similarly in Kosovo, Bosnia Herzegovina the Roma communities live in disused industrial area, often at risk for their health from polluted lands. Circa 45 per cent of Roma communities in Europe live in housing that lacks of basic amenities.

All these are repeated scenarios in many countries and have further segregated the Roma communities and alimented prejudices.

For the Roma communities and the Travellers alike housing in the private sector is an unattainable dream. The social sector is also very difficult for them because lack of work, valid rental agreements. Illegal and forced evictions are high condemning them to a life of constant insecurity wondering from one settlement to another. Evictions and destruction of their homes is a matter of state policy in Italy. In France the European Roma Rights Centre has recorded more than 21,000 evictions (2014).

In recent years, there have been some initiatives aimed at housing integration as we noted in Hungary, which had the objective of Roma communities being housed in social housings. However, the programme on an housing level particularly failed in rural areas and in urban areas it proved to escalate urban ghetto-isation. The main issue is that still today there is not a programme that is central to de-segregation in a way that it would reflect integration at all levels, political, physical and mental. In this way, many interventions have only contributed to the growing number of urban housing ghetto-isation for the Roma population.

To have a society free of discrimination we would aim to eradicate the creation of ghetto areas, increase opportunities for education and work and generate integration celebrating diversity rather than suffocate it. Institutional discrimination should be addressed and the 'policy' that works on making Roma housing 'invisible'.





Caption:

Roma in the illegal camp of Zitkovac in the outskirts of Mitrovice, Kosovo.

Didascalia:

Una comunita' Rom in un campo illegale di Zitkovac nei pressi di Mitrovice, Kosovo.

domenica 13 dicembre 2015

CHIUDE il campo Rom di Via Idro a Milano


NON MANCATE, come si dice. Anche se la coloratissima locandina prosegue proclamando E’ L’ULTIMA OCCASIONE PER VISITARE IL CAMPO ROM DI VIA IDRO.

Anche questo si dice, pur di richiamare l’attenzione e (mi raccomando!) la presenza.

O forse si tratta di scaramanzia: dirlo per allontanare la possibilità che succeda.

Invece, per quanto ci risulta, il campo comunale di via Idro, uno dei più antichi di Milano; il più bello, con le sue casette immerse nel verde; il più attrezzato, con il suo centro sociale, ormai in rovina per eccesso di manutenzione; quello con più speranze, avendo una volta una cooperativa interna che gestiva serre di piantine e fiori per il Comune di Milano; l’unico difeso dal suo Consiglio di Zona; ma, soprattutto e comunque il più ‘integrato’: non solo scuola, lavori, amicizie, ma parte della festa di via Padova, con mostre, installazioni d’arte, spettacoli, proiezioni, musica…be’, il Comune di Milano lo chiude.


Ci sarà un motivo, direte voi. Noi non lo abbiamo scoperto. Ad ogni buon conto, si ricorre al TAR.

Un risultato c’è: le persone che lì sono cresciute, donne uomini bambini, insieme alle loro case, andando nelle scuole del quartiere, stringendo amicizie, trovando qualche lavoro, finiranno in un CES (l’acronimo è municipale): in container con altre famiglie, separate da tende, con qualche doccia, qualche cucina più o meno funzionante, sradicati da tutto, in condizioni emergenziali e provvisorie. Non c’è altro da aggiungere.
 

giovedì 10 dicembre 2015

Hate crimes in Europe: riflessioni sui dieci anni d'inclusione dei Rom (2005 - 2015)


di Cinzia D'Ambrosi
 
Nel 2005, nella capitale della Bulgaria, Sofia, molti paesi europei firmarono una iniziativa inaudita che doveva puntare sul marcato divario socio economico della popolazione Rom in Europa. Cosi' ebbe inizio 'The Decade of Roma inclusion 2005-2015' che dava ai paesi europei l'opportunita' d'intervenire e migliorare i vari settori dalla Salute, Educazione, Alloggio a Discriminazione.
Oggi, trascorsi i dieci anni, possiamo soffermarci a riflettere. Il 10-11 Settembre 2015, alla 28esima International Steering Committee in Sarajevo, sono stati invitati i governi che si erano impegnati nell'iniziativa per marcare la scadenza dei dieci anni e poter fare un bilancio riflessivo attuale della situazione dei Rom. Il segretario della Decade ha presentato il bilancio sommario constatando che molte aree come quella della salute non hanno presentato miglioramenti mentre l'area educativa ne ha riscontrato solo alcuni.
Come fotoreporter ho lavorato a lungo sulle comunita' dei Rom, in particolare nei Balcani, in Kosovo, Bosnia Herzegovina, Bulgaria. Una delle riflessioni piu' significative e' quella che molte persone Rom non erano nemmeno al corrente della Decade. La maggior parte della loro quotidianità si svolge nel lottare per sopravvivere, alle prese con numerosi problemi. Cinicamente, coloro che per varie vie ne sono venuti a conoscenza, sono arrivati alla conclusione che i 'Professionisti' ricavano fondi dai loro problemi.
La questione è che se non ci si impegna ad abbracciare le comunita' dei Rom nel vero senso della parola, non ci sara' mai un progresso profondo. Si dovrebbe combattere la discriminazione, partendo dal linguaggio e dagli stereotipi. La discriminazione non e' diminuita negli ultimi dieci anni.
A meno che il razzismo istituzionale scompaia, le comunita' dei Rom non vedranno alcun miglioramento nelle loro vite. Quindi, riflettendo sulla 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015', ci si dovrebbe domandare il perche' non fare del buon uso delle risorse umane che nel tempo porteranno all'inclusione dei Rom a tutti i livelli, partendo da un punto sociale di non esclusione e facendo si' che i Rom non siano messi da parte, ma vengano integrati nelle nostre societa'.


Reflections on the 'Decade of the Roma inclusion (2005-2015)



In the year 2005 in Sofia, Bulgaria, Central and South-Eastern governments in an unprecedented effort to bridge the existing wide socio economic gaps for the Roma population in Europe signed for an initiative that was to mark the beginning of the "Decade of Roma Inclusion 2005-2015". This initiative was to look at the different areas of needed improvements for the Roma communities in Europe from education, housing, health, discrimination etc. and intervene where needed.
Ten years later, on the 10th-11th September 2015, at the 28th International Steering Committee in Sarajevo, Bosnia and Herzegovina, the same countries that signed the initiative were marking the closure of the Roma Decade initiative. Thus, the Decade Secretariat provided an overall reflection on the initiative with areas noted as improved such as education and those like health that have had little to none improvements.
As a photojournalist, I have been covering the lives of the Roma for a long time, particularly in the Balkans from Kosovo, Bosnia Herzegovina and Bulgaria. One of the most significant reflections is that the Roma communities have hardly be made aware of the Decade Initiative and if they have, they would be too bitterly embroiled in survival and thus cynically looking at the initiative as another 'means for others to discuss and win funds on their behalf'. The problem is that unless we are to embrace the Roma population as a community that is not a separated entity then there will be no progress. Discrimination is still rife and it has not diminished in the last ten years.
Unless institutional racism is wiped out, Roma communities will not see any improvements in their lives. Thus, on reflection on the 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015' it would be great to make use of our human resources to create inclusion from housing, health and education. Thus, starting from a non-exclusion society, where Roma are not set aside, but are integrated at all levels.





Caption:
Roma gypsies in the Roma ghetto of Kjustendil in Bulgaria.

Didascalia:
Le comunita' dei Rom nel ghetto di Kjustendil in Bulgaria.









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giovedì 3 dicembre 2015

“So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire”, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom

Come vivono i minori rom all’interno di un ghetto, isolati dal centro abitato e senza spazi per giocare ed esprimere la propria personalità? Quali disagi provocano la povertà, la discriminazione della società e la mancanza totale di stimoli e riconoscimenti all’interno del proprio contesto abitativo?
Sono questi gli interrogativi alla base di “So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom residenti negli insediamenti istituzionali che verrà presentato giovedì 10 dicembre alle ore 17.30, presso l’aula V della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università la Sapienza di Roma (città universitaria), in Piazzale Aldo Moro, 5.
La ricerca ha sviluppato un’indagine su un campione di minori tra gli 8 e i 15 anni che vivono nel “villaggio della solidarietà” di Castel Romano, comparando dati e osservazioni con le famiglie rom che vivono in abitazioni convenzionali.
 
Interverranno alla presentazione del rapporto:
 
Carlo STASOLLA, presidente dell’Associazione 21 luglio
Natale LOSI, antropologo-medico e direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca, Associazione 21 luglio
 
Ai partecipanti sarà distribuita copia gratuita del reportage fotografico ispirato alla ricerca, “So Dukhalma –Quello che mi fa soffrire“.
La ricerca è stata realizzata con il sostegno della Fondazione Bernard Van Leer.
L’autrice del testo, Angela Tullio Cataldo, ha condotto la ricerca con il supporto di Luca Facchinelli, Cristiana Ingigneri, Emiliana Iacomini e sotto la supervisione scientifica di Natale Losi, direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma.
Le fotografie del reportage sono state scattate da
Stefano Sbrulli, photoreporter e digital designer, presso il “villaggio della solidarietà” Castel Romano e presso le famiglie rom residenti in abitazioni private a Roma.

mercoledì 2 dicembre 2015

Il posto giusto: NO al razzismo






Cari amici, vi invitiamo a partecipare numerosi a questa bellissima iniziativa:

Il 1 dicembre 1955 su un autobus dell'Alabama una donna ha cambiato la storia dei diritti civili. A 60 anni dal no al razzismo di Rosa Parks, il Comune di Milano la ricorda con un tram storico che partirà il 3 dicembre
dalle 17,15 alle 21,00 - ogni 30 minuti -  dalle fermate di via Cantù e Porta Genova. 

L'iniziativa è organizzata in collaborazione con ATM e con l’Associazione Città Mondo e grazie all'Associazione Il razzismo é una brutta storia e l'Associazione Mondadori: un percorso artistico su un tram storico in giro per la città. 


Un attore condurrà il pubblico in un percorso di riscoperta del tema della lotta per i diritti civili, e durante questo viaggio, gli spettatori avranno la possibilità di rivivere la forza del rifiuto di Rosa Parks, che verrà rimesso in scena dagli attori presenti sul tram. 
L’episodio sarà trasposto teatralmente ai giorni nostri: sono passati sessant’anni dalla denuncia di Rosa, ma certe violenze fanno ancora parte della vita di tutti i giorni. Un percussionista scandirà il ritmo della performance evocando con i tamburi atmosfere tribali africane e una cantante soul farà da cornice con le sue note alla lettura di alcuni passi del nuovo romanzo di Harper Lee.

Gli interpreti in scena sono Michel Koffi Fadonougbo, Betty Gilmore, Stephane Ngono e Andrea Panigatti; Riccardo Mallus firma la regia.

Radio Popolare, media partner dell’evento, condurrà una diretta dal tram offrendo momenti di approfondimento con il pubblico e garantendo la diffusione radiofonica della manifestazione.

La partecipazione è gratuita previa prenotazione obbligatoria – indicando nome, orario prescelto e numero di partecipanti (max 4) – alla mail:  rosaparks.milano@gmail.com

lunedì 30 novembre 2015

I minori Rom in emergenza abitativa

 
Associazione 21 luglio: «Sono circa 17.000 i minori rom in emergenza abitativa in Italia. Verso di essi amnesia delle istituzioni»
Nel nostro Paese, circa 17 mila bambini e adolescenti rom continuano a vivere in condizioni di grave disagio abitativo, igienico e sanitario, vittime di discriminazione ed emarginazione.
Lo denuncia l’Associazione 21 luglio in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che si celebra domani per ricordare l’adozione, il 20 novembre 1989, della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La questione abitativa dei rom in Italia, che continua ad essere affrontata dalle istituzioni attraverso approcci discriminatori e basati su una visione emergenziale, è alla radice del profondo disagio che caratterizza il presente e il futuro dei bambini e adolescenti rom. Oggi, infatti, nel nostro Paese circa 11 mila minori rom vivono nei quasi 200 insediamenti formali, ovvero creati e gestiti dalle istituzioni, mentre più di 6.000 risiedono in insediamenti informali costituiti da tende e baracche. Un numero in costante aumento per effetto di politiche non lungimiranti e inefficaci, che tendono non a risolvere ma ad aggravare la problematica, reiterando le ormai consolidate dinamiche dell’esclusione sociale.
Una delle conseguenze più evidenti delle condizioni abitative in cui vivono i minori rom è quella legata alle “malattie della povertà” che si declina, nella vita del bambino o dell’adolescente, nelle cosiddette “patologie da ghetto”. La vita nel ghetto incide fortemente sull’aspettativa di vita dei minori rom, che risulta mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione.
La condizione abitativa ha inoltre un impatto negativo sul percorso scolastico dei minori rom, caratterizzato dall’abbandono e da una frequenza discontinua. Chi vive nei cosiddetti “campi nomadi” avrà possibilità prossime allo 0 di accedere ad un percorso universitario, mentre quelle di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%. In 1 caso su 5, del resto, il minore rom abitante del “campo” non inizierà mai il percorso scolastico.
Ad incidere sul disagio dei bambini e degli adolescenti rom vi è infine la questione degli sgomberi forzati degli insediamenti informali, che hanno conseguenze drammatiche sulla vita dei minori e rendono ancora più vulnerabili le loro famiglie, spostandole da una parte all’altra della città.
Particolare preoccupazione suscita l’impennata di sgomberi forzati registratisi nella Capitale in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Francesco: sistematiche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che l’Associazione 21 luglio ha voluto portare all’attenzione della pubblica opinione attraverso il lancio della campagna #PeccatoCapitale, una raccolta firme per chiedere alle autorità capitoline una moratoria sugli sgomberi forzati alla quale hanno già aderito 25 associazioni e personaggi noti come Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Piotta, Sabina Guzzanti e Padre Alex Zanotelli.
Malgrado lo sgombero forzato di un insediamento, così come l’allontanamento di un minore rom dalla famiglia naturale, venga giustificato dal “superiore interesse del minore”, spesso si rileva dietro queste azioni un carattere di sproporzionalità che porta a compromettere, talvolta in maniera irrimediabile, una condizione familiare e sociale già difficile dalla nascita.
«Nonostante il drammatico quadro – afferma l’Associazione 21 luglio – le amministrazioni locali e nazionali sembrano muoversi in una direzione contraria alla risoluzione della problematica del disagio dei bambini e degli adolescenti rom in Italia. Anche nella Giornata che verrà celebrata domani, sembra essere l’amnesia la vera protagonista delle politiche che si continuano a mettere in atto. Costruzione di nuovi “campi”, azioni di sgombero, politiche scolastiche differenziate, discorsi d’odio e di discriminazione: questo è il leitmotiv che anche oggi condiziona il futuro dei minori rom. Bambini e giovani che rappresentano la cartina di tornasole della civiltà e del livello di democrazia del nostro Paese che predilige nascondere le problematiche sotto il tappeto ed affrontare all’insegna dell’emergenza una questione che meriterebbe riflessione e programmazione nel lungo periodo».
 
Per approfondire:

venerdì 27 novembre 2015

Hate crimes in Europe: il caso di Meisy


Il caso di Meisy

di Cinzia D'Ambrosi




Meisy e' carina, esile, ha un sorriso affettuoso e a vederla e' difficile immaginare che combatte una forte depressione clinica. Meisy abita ad Atene, ha aperto un bar con suo marito greco, hanno un figlio e tutto sembra perfetto. In realta' dovrebbe esserlo se non che Meisy viene dall'Etiopia e questo sembra essere un ostacolo per una vita felice.

Meisy e' quotidianamente alle prese con un razzismo palese, confessa che ci sono dei giorni in cui non riesce ad uscire di casa ma altri dove cerca di combattere, anche se queste giornate diminuiscono col tempo.

La depressione e' subentrata a seguito di un'episodio in cui Meisy è stata per essere picchiata da alcuni membri della Golden Dawn, partito d'estrema destra. Era appena scesa da un treno - alle prese con la sua quotidianita' - quando una donna la ferma, le blocca il passo. Meisy, sprovveduta, pensa che la donna abbia bisogno di qualcosa e le offre assistenza, ma la donna diventa sempre piu' aggressiva, la tiene per un braccio e non la lascia andare ne' le spiega la ragione di quella presa.

Solo quando la donna prende il suo cellulare e dice di aver preso una persona di colore e di venire alla stazione al piu' presto per picchiarla, Meisy intende la natura di cio' che le stava accadendo. La donna aveva chiamato dei membri della Golden Dawn. Meisy chiama la polizia, ma questa non arriva. Chiama suo marito che corre subito alla stazione della polizia e chiede ai poliziotti di andare con lui alla stazione con urgenza. Quando arriva, trova Meisy sconvolta, ma la donna era gia' scappata. La polizia trovera' la donna, ma non e' stata condannata.

Meisy subisce abusi verbali quasi tutti i giorni, ma da quando ha aperto il caffe' il razzismo e' diventato qualcosa del collettivo. Il caffe' e' in una zona dove vivono molte persone di origine africana e il luogo e' stato il soggetto di petizioni da residenti per farlo chiudere. La polizia invade il caffe' frequentemente per motivi diversi: dal controllo dei registri, al fermo addirittura per i clienti. Il giorno di apertura del bar, è addirittura passato il controllo comunale per il cibo anche se non aveva nemmeno iniziato ad operare. Le accuse dei residenti sono state continue ed infondate: ad esempio, per la musica fantasma, un mercato nascosto di droghe oppure con il pretesto che i gruppi che si formano fuori o dentro il locale fosse un problema di sicurezza! La stessa persona che ha abusato verbalmente Meisy in piu' di una occasione ha creato questa petizione.

Il caso di Meisy non e' unico.


 
Meisy nel suo locale in Ameriki Square, Atene. Foto di Cinzia D'Ambrosi



The case of Meisy




Meisy is pretty, slightly-built, an infectious smile and looking at her it is hardly possible to imagine that she is fighting a clinical depression. Meisy lives in Athens, has opened a coffee shop with her Greek husband, with whom she has a child and all seems perfect. Yet, Meisy is from Ethiopia and this is an obstacle for any happiness in her life.

Meisy is on a daily basis fighting against racism in many forms, verbal or discriminatory. There are days in which Meisy finds it hard to leave her home when bouts of depression take her over. These days seem to become more frequent with time.

She became clinically depressed following a pretty bad incident in which she risked being beaten up by members of the Golden Dawn. Meisy had just got off from a train when a woman approached her and held her tightly shouting at her to stay put. At first, Meisy thought that the woman was looking for some assistance, but Meisy was soon able to understand from the woman's conversation on her mobile asking that she was held so that members of the Golden Dawn could come to beat her up. The woman call was about her holding a black woman at the station and to come over quickly. Meisy called her husband on her phone after her repeated attempts with the police that never arrived. Her husband frantically went to the police station and demanded that they would go with him to help Meisy. When they finally arrived Meisy was left in shock whilst the woman had run away. She was later found by the police but but never charged.

Meisy is subjected to verbal abuse almost everyday, however since she opened her coffee shop racism has become more collective. The coffee shop is in an area where many people foreign nationals are of African origins and thus has served a lot this communities. Thus, it has been the subject for many police incursions, stop and searches even to customers, fines for loud music (although Meisy does not even have a music system in the coffee shop). They have been disparate requests to look at their audits, and the food certificates for hygiene (even before they even opened the kitchen). The levels of abuse that Meisy has had to go through is hard to believe. She has fought back in many ways including talking to media about her situation. Unfortunately it has not received as much attention as she wished. Recently and this has hit her hard, residents in the buildings around the coffee shop have signed a petition for it to close naming the congregation of people in the coffee shop being an issue of security! The person that has started this petition is a woman who has verbally abused Meisy in more than one occasion.

The case of Meisy is not unique.




 

martedì 24 novembre 2015

Déjà vu: un commento sui dati degli sgomberi dei ROM diffusi dal Comune di Milano



"I numeri sono eclatanti" spesso si dice di un atleta che ha fatto delle prestazioni notevoli in un certo periodo di tempo. La Repubblical'ha invece utilizzato ieri, sabato 7 novembre, per informare della performance del Comune di Milano, che ha eseguito "1284 allontanamenti
di nomadi" dal 2013 a oggi, circa 1,3 al giorno.

La cosa strana è che a Milano nel 2013 c'erano circa tremila cittadini rom e sinti e tremila ce ne sono anche oggi, tra cittadini italiani e non, regolari e non. Per la stragrande maggior parte in condizioni precarie. Dunque, non un grande risultato? Dipende.
La cosiddetta integrazione, che fa da paravento all'intera operazione, non c'è stata.
La muscolarità (ad altre latitudini politiche si parla di celodurismo) e la difesa della cosiddetta legalità, sì.
La polverizzazione dei gruppi e delle famiglie, anche.

Effettivamente (oltre all'effetto reale degli sgomberi: le case e i ripari sfasciati, la roba perduta, i bambini piangenti, le scarpe sparse), quello che infastidisce di più è la retorica buonista dell'inclusione sociale o del superamento della discriminazione. Tanto per cominciare sgomberiamone parecchi al giorno e molte più volte.
Se poi alcuni sono in campi autorizzati, come quello di Via Idro, chiudiamoli e offriamogli un' "alternativa abitativa provvisoria".
Peccato che il campo di Via Idro dal 1989 in avanti è stato concesso in uso a tempo indeterminato a un tot di nuclei familiari, che infatti ci risiedono.

Come se agli abitanti di una casa popolare degradata si dicesse di lasciarla, perché verrà abbattuta, e di andare a stare in un dormitorio, più o meno dignitoso, per tre o sei mesi.
Il Naga non è a favore del mantenimento dei campi, a prescindere, ma è fermamente contrario agli sgomberi forzati. I progetti interculturali si fanno insieme ai soggetti interessati oppure non esistono.

Afferma Pietro Massarotto, presidente del Naga: "Il quinquennio della giunta attuale era per noi cominciato con una causa nei confronti di Lega Nord e PDL per i manifesti affissi e le dichiarazioni fatte durante la campagna elettorale, in cui si paventava il rischio che la città potesse diventare una Zingaropoli in caso di vittoria del centro-sinistra, si conclude con 1284 sgomberi (più quelli che verranno) e una causa contro la chiusura coatta del campo autorizzato di Via Idro. Un déjà vu inaspettato."


sabato 7 novembre 2015

Sgomberi ROM: Roma e Milano



Papa Francesco abbraccia i rom, Roma li sgombera

Lo scorso 26 ottobre Papa Francesco ha ricevuto in udienza 5.000 rom provenienti da almeno venti nazioni del mondo. Nel frattempo, tuttavia, le autorità di Roma Capitale proseguono senza sosta, in vista del Giubileo, le azioni di sgombero forzato delle comunità rom per “ripulire” la città dai cosiddetti insediamenti informali.

«I vostri problemi e le vostre inquietudini interpellano non soltanto la Chiesa ma anche le autorità locali – ha detto il Pontefice rivolgendosi ai rom ricevuti nella sala Nervi -. Ho potuto vedere le condizioni precarie in cui vivono molti di voi e ciò contrasta col diritto di ogni persona ad una vita dignitosa». Papa Francesco ha quindi parlato della necessità dell’«integrazione» dei rom e ha ribadito che «nessuno è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti». Dignità e diritti che tuttavia – denuncia l’Associazione 21 luglio – si continuano a calpestare nella Capitale con la pratica sistematica degli sgomberi forzati, che hanno come unica conseguenza quelle di rendere ancora più vulnerabili uomini, donne e bambini, relegandoli ai margini della società. L’Associazione 21 luglio esprime forte preoccupazione soprattutto per il netto incremento degli sgomberi forzati realizzati dalle autorità capitoline in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Bergoglio, avvenuto il 13 marzo scorso.

Da allora, gli sgomberi forzati a Roma sono triplicati, passando da una media di 2,8 sgomberi al mese nei tre mesi precedenti l’annuncio a una media mensile di 10 sgomberi forzati dal 13 marzo 2015 a oggi. Dal 13 marzo, infatti, sono stati realizzati 70 sgomberi forzati che hanno coinvolto circa 1.150 persone per una spesa stimata di 1,5 milioni di euro.

«Gli sgomberi forzati violano il diritto internazionale, perché non rispettano le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite. Ma soprattutto queste azioni calpestano i diritti umani di uomini, donne e bambini, che continuano ad essere spostati da una parte all’altra della città e privati di un tetto, seppur precario, sopra la testa», afferma l’Associazione 21 luglio, che ha lanciato la campagna internazionale
#PeccatoCapitale per chiedere una moratoria sugli sgomberi forzati a Roma durante il periodo giubilare.

«Auspichiamo che le parole di oggi di Papa Francesco rappresentino uno stimolo decisivo per le autorità di Roma Capitale al fine di voltare una volta per tutte la pagina delle politiche dell’esclusione e della discriminazione nei confronti dei rom, che oggi continuano a trovare compimento nella ghettizzazione di tali comunità nei cosiddetti “villaggi attrezzati” e nell’attuazione sistematica di sgomberi forzati», conclude l’Associazione.

Con l’appello
#PeccatoCapitale, che ha già raccolto 1.200 firme, l’Associazione 21 luglio chiede alle autorità capitoline di fermare le azioni di sgombero – inutili, inefficaci, dispendiose e lesive dei diritti umani – nel periodo del Giubileo della Misericordia e di avviare con urgenza un tavolo di concertazione per individuare alternative possibili agli sgomberi.

Hanno finora aderito all’appello Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Sabina Guzzanti, Piotta, Assalti Frontali, Paul Polansky e Padre Alex Zanotelli. Oltre a loro, 25 organizzazioni della società civile.

«Io non voglio un Giubileo del business. Ma un Giubileo che metta al primo posto i ‎rom, che oggi sono maltrattati e emarginati. Dobbiamo fare arrivare questo nostro appello anche a Papa Francesco per mettere fine a questi sgomberi forzati!», è il messaggio del missionario comboniano Padre Alex Zanotelli.
#PECCATOCAPITALE: il video
L'appello di Padre Zanotelli

 
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MILANO
 
CONSIGLIO COMUNALE DEL 5 NOVEMBRE 2015

INTERVENTO AI SENSI DELL’ART.21 DELLA CONSIGLIERA ANITA SONEGO
CAPOGRUPPO SINISTRA PER PISAPIA – FEDERAZIONE DELLA SINISTRA

PROBLEMA DELLA CASA E VIA IDRO


Signor Presidente, oggi davanti a Palazzo Marino ci sono due gruppi di manifestanti: il Sicet e i Rom di via Idro.
Entrambi, pur nella loro diversità, vogliono porre all’attenzione dell’amministrazione comunale il problema della casa.
Il Sicet ricorda come ci siano in città 14.000 sfratti pendenti, la maggior parte dei quali per morosità, mentre la lista d’attesa per l’assegnazione di una casa popolare comprende 24.000 famiglie.
L’altro gruppo di manifestanti contesta la decisione della nostra amministrazione di chiudere il campo rom di via Idro.
Quest’anno, come presidente della Commissione Pari Opportunità, ho partecipato a
tre incontri sulla situazione Rom e Sinti a Milano.
Il primo, promosso dal NAGA l’11 marzo, presentava i dati di un’indagine sull’applicazione delle “Linee giuda Rom, Sinti e Caminanti” adottate dal Comune di Milano nel 2012 (il tutto è visibile in internet). In sintesi, il NAGA sottolinea e critica la politica degli sgomberi (dal gennaio a settembre 2014 -dati forniti dal comune- ci sono stati 191 sgomberi -5 per settimana-) e l’utilizzo dei 5 milioni e 691.000 euro del “Piano Maroni” essenzialmente per contrastare le irregolarità, degrado e illegalità soprattutto degli insediamenti spontanei, piuttosto
che promuovere l’inclusione delle popolazioni Rom-Sinti-Caminanti. Gran parte delle risorse economiche sono state investite per misure emergenziali e temporanee
come i CES –centri di emergenza sociale- (in pratica cointeners o stanzoni in cui vivono 20-30 persone) piuttosto che per il lavoro, l’integrazione scolastica o l’autocostruzione.
Il secondo incontro è stato promosso dalle ACLI il 13 ottobre e ha avuto come tema “La situazione giuridica dei Rom”. In quell’occasione la Caritas Ambrosiana ha presentato una ricerca sui Rom dell’area milanese confermando quanto rilevato dal NAGA.
Il 24 ottobre, infine, alla Casa dei Diritti si sono incontrate varie associazioni per raccontare la “situazione di Rom e Sinti a Milano”.
Si è parlato, in quell’occasione, della imminenza della data del 3 novembre per gli abitanti del campo di via Idro.
Da ieri, infatti, quel campo può essere sgomberato. Il 30 ottobre, 5 famiglie di Rom che vivono lì dal 1989, assieme al NAGA e con il supporto dell’Opera Nomadi e dell’associazione Amici di via Idro, hanno presentato un ricorso al TAR contro la delibera di giunta del 17 agosto scorso che prevede lo smantellamento del campo.
I 19 ricorrenti, sono tutti cittadini italiani, residenti a Milano, a cui è stato offerto, in luogo delle casette e piazzole in cui vivono, di essere alloggiati presso i Centri di Autonomia Abitativa (in questo caso il Ceas di Parco Lambro). In una specie di containers e per un periodo temporaneo. Tutto ciò in evidente contrasto con le linee guida che prevedevano l’assegnazione di case popolari o aiuti per l’autocostruzione.
Nel ricorso si cita l’art.8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo che parla di “diritto al rispetto della vita privata e familiare”. I Ces e i Centri di Autonomia Abitativa restano strumenti all’interno di una logica “assistenziale”. Non si tratta di fornire assistenza, ma di attuare una politica volta all’indipendenza e alla dignità delle persone.
I cittadini italiani di via Idro non chiedono di rimanere per forza in quel luogo ma che sia offerta loro un’alternativa che non rappresenti un peggioramento della situazione in cui vivono.
La politica del superamento dei campi aveva al suo fondo un’idea di abitazioni più dignitose ed umane ma se non si offrono alternative condivise con gli interessati, si creano davvero quei “Nomadi per forza” di cui parla il NAGA.
Se persino l’assessore Granelli, in una intervista a Radio Popolare ammette che
non sono delle vere e proprie case quelle che vengono proposte temporaneamente,
perché chi abita in una situazione decente dovrebbe andarsene?
Ultima domanda: perché da molto tempo è solo l’assessorato alla sicurezza che si
occupa di ROM? A me sembra indicare una scelta politica piuttosto strana (diciamo così) per una amministrazione di centrosinistra.

giovedì 29 ottobre 2015

Le moschee segrete in Grecia - Hidden mosques in Greece

di Cinzia D'Ambrosi



Seguendo l'Imam della comunita' sudanese, sono arrivata davanti a due luoghi chiusi dalle autorita' greche. Mentre tentavo di leggere il foglio della polizia attaccato alla porta, una donna inizia a gridare contro di noi. Mi viene detto che non e' inusuale.
Hassan, un rifugiato dal Sudan dice: 'Le autorita' hanno chiuso la moschea. Ci hanno detto delle scuse. Ci hanno detto che i vicini hanno fatto denuncia per via della nostra musica. Non abbiamo mai suonato musica.'
Habiba, originaria del Marocco, dice: 'Talvolta entro in un negozio ed il proprietario mi grida di lasciare il negozio immediatamente perche' non servono donne con il foulard.'
Ci sono circa un milioni di musulmani in Grecia. Approssimativamente 600,000 musulmani vivono in Atene. Come tanti altri che risiedono in Europa, hanno difficolta' a praticare la loro religione. Vorrebbero praticare la loro fede in un posto ufficiale di culto, pero' non e' ammesso costruire una moschea in Atene ed in Grecia. Le comunita' musulmane sono costrette a pregare in posti segreti ed informali come, ad esempio, i garages.
 


A former garage underneath a building serves as an illegal mosque in Neos Kosmos, which it has been called Al Salam Mosque. Copyright: Cinzia D'Ambrosi.    
Questo luogo, che un tempo serviva come garage, e' stato trasformato in una moschea informale e 'segreta' (non apertamente annunciata) riferita come moschea Al Salam. Copyright: Cinzia D'Ambrosi


Alongside the Imam of the Sudanese community in Athens, I walked to two sites, basements garages, been shut by the Greek authorities. Even lingering outside the door of one of these sites, a woman started to shout at us. I was later told that this is not unusual.
Hassan, a refugee from the Sudanese community says: 'The authorities have closed the mosque. We have been given excuses. They told us that the neighbours complained of our music. We don't play music.'
Habiba, originally from Morocco, says 'Sometimes I am shouted at and told to leave the premises of a shop because I wear a head scarf''.
Anisur, from Bangladesh : 'Officials don' t make it easy for us. We are treated differently.'
There are around one million Muslims in Greece and approximately 600,000 Muslims who live in Athens. Like many who live in other European countries, face difficulties in practising their religion. They would like to express their faith through prayer in an appropriate place of worship, however there is no official mosque in Athens or Greece. Up until now, the Muslim communities are forced to pray in hidden informal spaces such as disused garages and basement spaces.





giovedì 15 ottobre 2015

Ius sòla: il commento del Naga sulla riforma della cittadinanza




Approvato dalla Camera il testo della nuova legge che riforma il diritto di cittadinanza, introducendo nel nostro ordinamento lo "ius soli", ovvero la cittadinanza per chi nasce nel nostro paese da genitori non italiani.

Peccato che l'acquisizione della cittadinanza avvenga solo qualora almeno uno dei genitori disponga del "Permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo", precedentemente detto "Carta di soggiorno"; un vincolo pesantissimo, che subordina un diritto fondamentale, la cittadinanza, non solo alla lunga permanenza di uno dei genitori nel nostro paese, ma alla sua disponibilità di un lavoro, di un'abitazione con requisiti che a nessun cittadino italiano vengono richiesti e di un reddito minimo fissato con un semplice provvedimento amministrativo.

Il diritto di cittadinanza, insomma, è sottoposto alla condizione amministrativa dei genitori: un luminoso esempio di rispetto dei concetti giuridici di "responsabilità individuale" e "proporzionalità".

Interessante anche l'introduzione della cittadinanza per "ius culturae", ovvero per quei minori che pur non avendo i requisiti per l'applicazione dello ius soli abbiano frequentato almeno 5 anni negli istituti scolastici o di formazione professionali italiani; incomprensibile tuttavia risulta la richiesta di aver conseguito la promozione al termine della scuola primaria: chi viene bocciato a scuola, insomma, è rimandato in cittadinanza.

Timidi passi in avanti rispetto al nulla di prima, indubbiamente, ma un testo che deve assolutamente essere modificato in seconda votazione al Senato eliminando le discriminazioni.

Come Naga, continueremo a sostenere non solo che cittadino è chiunque abita e contribuisce alla vita civile del paese, ma anche che i diritti fondamentali, quali la salute e la libertà di movimento, non possono essere subordinati alla condizione amministrativa ma neppure alla cittadinanza stessa: gli esseri umani nascono liberi e uguali.



Vite in sospeso - Lives in limbo



di Cinzia D'Ambrosi





La vita di coloro che cercano esilio e si sono rifugiati in Europa spesso si blocca nel processo burocratico, nei meccanismi di difesa, nei confini, in attesa di avere un permesso permanente e di poter continuare la propria vita. Quando riusciamo veramente a capire cosa significhi rimanere in balia di questo procedimento, possiamo capire che la situazione è dura. Possiamo poi percepire le discriminazioni e la mancanza di umanita' in molti casi: le detenzioni, i permessi, le firme settimanali, le attese prolungate che durano anni in completa balia di un sistema non funzionante e discriminatorio. Le storie raccolte sono ripetibili – l'attesa prolungata nei centri d'accoglienza, nelle detenzioni e il non poter contribuire e vivere la propria vita. Alcune comunita' sono anche piu' vulnerabili di altre, in particolare coloro che sono visibilmente diversi per la loro religione o etnia. Spesso le comunita' africane sono quelle piu' soggette a malestie, discriminate ed anche attaccate.

La foto che sto condivendo appartiene ad Ahmed, un rifugiato, originario del Sudan. Trascorre le sue giornate nel centro Sudanese dove si sente protetto. Non puo' lavorare e non ha il permesso di poter lasciare la Grecia. Da molto tempo e' in questa situazione di limbo. Come tanti altri nella comunita' e' stato fermato dalla polizia e portato nella loro centrale, solo per lasciarlo li' per ore. Ahmed dice che e' fortunato se non viene riportato nel centro di detenzione!




Didascalia della foto:

'Anche se hai il foglio rosa, non puoi lavorare o lasciare il paese. Te lo possono togliere ogni momento e poi ritorni nei centri di detenzione. Questo succede spesso, particolarmente con noi, rifugiati del Sudan, perche' siamo spesso portati in una centrale di polizia.' Ahmed, Atene, Giugno 2015.



Hate Crimes in Europe!

By Cinzia D'Ambrosi



Many refugees and asylum seekers have their lives stalled for years whilst in the process of being granted asylum or permit to stay. When we truly understand the meaning of this, we can grasp the hard-stance. The detention, the shelters, the lack of a permit to work, the charitable donations to get by. For many of the refugees and asylum seekers this life in limbo goes on for years upon years. Racism, discrimination is intertwined in many layers of this system. The stories being collected are of an endless fight for survival, whilst in accommodation centres, shelters for prolonged periods of time. Some communities face further challenges as being singled out for their race or religion. The black communities are often the most verbally and physically harassed, discriminated and even attacked. Thus, having no residence permit and in a limbo situation leave these communities in greater vulnerability for becoming a target of hate crimes.

The photo that I am sharing belongs to Ahmed, a refugee originally from Sudan taken in a Sudanese centre in Athens, Greece. Ahmed like so many others in the centre has been waiting for a permit that would allow him to work for a very long time. He spends his days in the centre where he feels safe. Like so many others in the community he has often been picked up from the police and taken to the police station only to be released many hours later. If he is not like, he will be then sent back to a detention camp.






Caption of the photo:

'Even if you have the pink paper, you cannot apply for work or leave the country. It can be revoked at any time and then you are back in the detention centres. This happens frequently, particularly with us, refugees from Sudan, because we are often randomly taken to a police station'. Ahmed, Athens, June 2015

venerdì 2 ottobre 2015

Giovani rom, sinti e non rom presentano il loro Manifesto per un’Italia unita e libera dei ghetti: «Vogliamo essere attori di un cambiamento».


Si chiude in Senato la Convention Primavera Romanì promossa dall’Associazione 21 luglio
 «Siamo giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri. Molti di noi vengono da una storia di disagio, soprusi ed esclusione, ma non ci siamo fermati e non ci fermeremo. Sogniamo per l’Italia un risveglio di umanità».
Lo scorso 21 settembre 2015, in Senato, 25 giovani rom, sinti e non rom provenienti da tutta Italia hanno presentato un Manifesto in cui descrivono l’Italia nella quale vorrebbero vivere e attraverso cui chiedono alle istituzioni un deciso cambio di direzione relativamente alle questioni del disagio abitativo, a partire dal superamento dei “campi rom e dei ghetti, dell’istruzione, del lavoro e delle opportunità per i giovani. Questioni che non riguardano solo le comunità rom e sinte, ma tutte le categorie di persone che oggi nel nostro Paese sono svantaggiate e oggetto di discriminazione.
Il Manifesto è frutto di una tre giorni di studio e riflessioni, alla quale i giovani hanno partecipato dal 19 al 21 settembre a Roma: la Convention Primavera Romanì, una iniziativa promossa dall’Associazione 21 luglio nell’ambito del suo programma di promozione della cittadinanza attiva all’interno delle comunità rom e sinte in Italia.
«Quello che accade oggi è un evento epocale per il nostro Paese e una opportunità preziosa che si pone davanti alle istituzioni nazionali e locali. Per la prima volta, giovani rom, sinti e non rom decidono di unire le forze e di scrivere insieme una nuova pagina per l’Italia – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiedono che in Italia non vi sia più spazio per l’odio, l’intolleranza e la ghettizzazione verso i più deboli e avanzano proposte concrete per affrontare questioni decisive per un futuro diverso per la nostra società».
«L’aspetto più importante – sottolinea ancora l’Associazione 21 luglio – è che questi giovani non rivendicano diritti per i soli rom e sinti, ma per tutti. La loro voce rappresenta un esempio di unione e solidarietà che troppo spesso la politica nostrana tende ad accantonare alimentando divisioni e tensioni sociali».
La Convention Primavera Romanì ha preso avvio con il messaggio di auguri del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «La presenza attiva di giovani rom e sinti rappresenta un elemento fondamentale nel cammino paziente verso forme sempre più efficaci di integrazione e inclusione – sono le parole del Capo dello Stato -. La consapevolezza piena dei propri diritti, unitamente alla conoscenza dei propri doveri nei confronti della società e dello Stato, è un passo indispensabile per far cadere diffidenze e pregiudizi reciproci e assicurare un futuro di dialogo e di convivenza».
Nel corso della conferenza stampa, i giovani hanno presentato il loro Manifesto alla Commissione Diritti Umani del Senato, rappresentata dalla senatrice Manuela Serra, e al deputato del Partito Democratico Khalid Chaouki. È intervenuta anche la senatrice rom spagnola Silvia Heredia Martin, che ha raccontato la situazione dei rom in Spagna, dove vive quasi un milione di rom, contro i circa 180 mila presenti nel nostro Paese.
«Non accettiamo più che i nostri figli vivano in un paese di ghetti, separazioni, disuguaglianze, povertà, odio e razzismo, né oggi, né domani – sono le parole pronunciate dai giovani rom, sinti e non rom -.Vogliamo essere un esempio di società unita e libera, come l’Italia dovrebbe essere. Vogliamo essere attori di un cambiamento di cui tutti possano giovare. Un paese orgoglioso dei suoi valori, aperto verso i deboli, che consenta a ciascuno di essere apprezzato, amato e riconosciuto per le proprie passioni e qualità. Un’Italia che abbracci le differenze e si consideri fortunata per la ricchezza di tutte le culture che la compongono».


lunedì 10 agosto 2015

Contro la retorica dell'odio




«Ma voi lo sapevate che esiste un "Osservatorio nazionale sui discorsi d'odio nei confronti di ROM e Sinti" dell'Associazione 21 luglio? E che hanno contato ben 183 casi di "discorsi di odio" contro tali comunità in Italia, nei primi sei mesi del 2015? E che affermano che "l'antiziganismo in Italia resta una piaga pericolosa, una minaccia reale per una società democratica"? RUSPA...».

Così, questa mattina, dalla sua pagina Facebook e dal suo profilo Twitter, il segretario della Lega ed europarlamentare Matteo Salvini ha rincarato la dose dell’ostilità contro i rom e i sinti in Italia, ha rievocato la ruspa e ha scatenato commenti e tweet negativi da parte dei suoi fans e followers.

L’Associazione 21 luglio non è preoccupata dall’essere chiamata in causa in modo diretto dal leader leghista, né tantomeno dal suo tentativo di sminuire le attività di ricerca e di monitoraggio condotte dall’Osservatorio. Quello che, ancora una volta, mette in allarme l’Associazione è infatti la reiterazione, da parte di Matteo Salvini, di un atteggiamento che predilige la disinformazione ai dati e alle statistiche, che parla alla pancia del suo pubblico piuttosto che alla loro testa, che offre slogan basati su stereotipi e pregiudizi piuttosto che una chiave di lettura efficace della realtà. Questo atteggiamento, inoltre, reca in sé il concreto rischio di contribuire ad alimentare e sedimentare, nell’opinione pubblica, l’antiziganismo, il sentimento di odio nei confronti di rom e sinti.

Alla retorica e alle ruspe di Salvini, pertanto, l’Associazione 21 luglio continuerà ad opporre le sue ricerche scientifiche, i suoi report, le sue statistiche e la voce e le testimonianze dei rom e sinti che vivono nel nostro Paese, circa 170 mila persone che rappresentano lo 0,25% della popolazione che vive in Italia, una delle percentuali più basse tra i Paesi europei.

Come menzionato da Salvini nei suoi post odierni, il rapporto semestrale 2015 dell’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio (periodo di riferimento 1 gennaio – 15 luglio 2015) ha rilevato, in Italia, una media di quasi un episodio al giorno di discorsi d’odio contro rom e sinti, nella maggior parte dei casi ad opera di esponenti politici.

Oltre la metà degli episodi rilevati (105 su 183) sono classificati come “gravi”, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom.

L’ultimo rapporto annuale sul monitoraggio dell’Osservatorio 21 luglio (16 maggio 2013 – 15 maggio 2014), effettuato su 129 fonti (tra cui quotidiani nazionali e locali, cartacei e on line, agenzie stampa e social media) aveva invece portato alla luce 428 casi complessivi di discorsi d’odio verso rom e sinti, 1,17 casi in media al giorno.

Secondo i dati del rapporto, il 79% delle segnalazioni di discorsi d’odio complessivi si riconduce a dichiarazioni, diffuse attraverso gli organi di informazione, di esponenti politici. Di questi, il 70% risulta appartenente a partiti di destra e centro-destra, con un 28% riferito esclusivamente alla Lega Nord.

Se Matteo Salvini, anche attraverso i suoi post odierni, sembra voler sminuire l’importanza e la pericolosità sociale dell’antiziganismo, il fenomeno desta invece notevole preoccupazione agli occhi di diversi organismi internazionali.

A settembre 2013 il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha diffuso una Raccomandazione Generale sui discorsi d’odio, definendoli «una forma di discorso diretto verso l’altro che rigetta i principi fondamentali dei diritti umani quali la dignità umana e l’uguaglianza e mira a degradare la condizione di gruppi e individui agli occhi della società». Il CERD ha quindi invitato gli Stati parte «a dedicare la dovuta attenzione a tutte le manifestazioni di discorsi d’odio di stampo razzista e adottare misure efficaci per combatterli». L’antiziganismo, secondo lo Special Rapporteur per le minoranze dell’Onu, comprende anche i forti pregiudizi e stereotipi verso i rom, che conducono a etichettare queste comunità come criminali, aggressive o come parassiti nella società.

Raccomandazioni e richiami, questi, basati su analisi e rapporti, dati, statistiche e informazioni, alle quali l’europarlamentare continua a rispondere con la rievocazione della «Ruspa».

L’Associazione 21 luglio rinnova la propria preoccupazione per l’assenza, in Italia, di strumenti dissuasivi efficaci per arginare tali derive del discorso politico, rendendosi così terreno fertile per la diffusione dei discorsi d’odio e ritardando il momento in cui l’utilizzo della retorica dell’odio nelle sue diverse declinazioni smetterà di essere proficua e comporterà anzi un caro prezzo da pagare, ad esempio in termini di isolamento politico.