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lunedì 28 dicembre 2015

L'appello di Abdullah Kurdi (il padre del piccolo Aylan), l'Europa e le migrazioni


Continuano a susseguirsi i naufragi dei migranti in mare e, tra loro, anche tanti, troppi bambini. Nel 2015 il numero dei bambini che hanno perso la vita nel Mediterrabneo è raddoppiato rispetto all'anno precedente ed è salito a 3200, oltre 700 dallo scorso gennaio: questi sono i dati riportati dalla fondazione Migrantes. Anche il mare Egeo è diventato, purtroppo, un cimitero d'acqua a dimostrazione del fatto che l'Europa - in terra e in mare – non è ancora in grado di gestire la criminalità dei viaggi, dare vera accoglienza ai profughi e ai rifugiati, salvare vittime innocenti, come ha sottolineato, pochi giorni fa Monsignor Gian Carlo Perego – Direttore generale di Migrantes: “ L'Europa sembra ora, a fronte della minaccia terroristica, giustificare i muri e la chiusura delle frontiere...L'accoglienza ai nostri porti, anziché in centri di accoglienza aperti, sembra affidarsi ancora una volta a centri chiusi, gli 'hotspots', come dimostra il Centro di accoglienza di Lampedusa: più di 20.000 persone arrivate al porto e trasferite al Centro, chiuso ad ogni ingresso e uscite”, parole dure alle quali ha aggiunto: “ le istituzioni Ue e Stati devono correggere le lacune nel funzionamento degli hotspot, incluso stabilire le necessarie capacità ricettive per raggiungere gli obiettivi e concordare rapidamente un preciso calendario affinchè anche gli altri hotspot diventino operativi”.



Intanto, per chi ancora non lo avesse ascoltato, riproponiamo l'importante appello di Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Aylan, il bambino siriano di tre anni, annegato nel Mar Egeo, tra Grecia e Turchia, insieme al fratellino Galip e alla madre Rehan.
 
 
 
 
 




domenica 20 dicembre 2015

Migrazioni: dall'attualità alla graphic novel

Presso il museo Mudec di Milano, l'Associazione per i Diritti umani ha approfondito il tema delle migrazioni con gli interventi di Edda Pando (attivista e membro di Todo Cambia), Veronica Tedeschi (giurista) e Monica Macchi che ha illustrato il contenuto della graphic novel intitolata "Se ti chiami Mohamed".
Informazioni utili da fonti attendibili, approfondimento sui termini corretti da usare, definizioni giuridiche in tema di migrazioni e molto altro...nel video dell'incontro che, speriamo, possa essere utile anche a scopo didattico.


Tutti i video degli incontri pubblici organizzati da noi, sono disponibili sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani e sul canale di Alessandra Montesanto.


Ecco a voi il video!



martedì 15 dicembre 2015

America latina: i diritti negati. Che cosa fare?



di Mayra Landaverde



In questi giorni di cortei, presidi e riunioni ho notato che tanti compagni si chiedono se davanti a tutte queste tragedie sia davvero utile continuare nella lotta. La lotta contro il razzismo, la corruzione, l'indifferenza ecc.

I risultati sono spesso scarsi o nulli. La stanchezza si fa molto presente fra noi.

Ieri, durante un corso, una partecipante ha chiesto al relatore cosa fare.

Sì, cosa fare? Andare in manifestazione? Realizzare uno striscione? Fare uno sciopero della fame? Incatenarsi davanti a qualche palazzo istituzionale?

Io non credo che nessun attivista o nessun docente abbia una risposta concreta.

E anche a me viene una stanchezza terribile quando vedo al nostro presidio per i nuovi desaparecidos - ogni giovedì - la gente che passa e non si ferma, non ci guarda e tante volte non accetta nemmeno il nostro volantino.

Sono tutti impegnati a faregli acquisti di Natale.

Come potrebbero essere interessati a dei ragazzi che ormai sono morti e sepolti in fondo al Mediterraneo? A chi potrebbe mai interessare la sorte di migliaia di centroamericani dispersi da qualche parte in Messico? Chi vorrebbe mai sapere di tutti i messicani che muoiono abbandonati nel deserto o annegati nel Río Bravo per attraversare la frontiera con gli Stati Uniti?

Non interessa a nessuno. Perché non li vedono. Perché sono numeri, cifre da telegiornale. Statistiche.

Allora, chiedono i compagni. Che cosa fare?

Facciamoglieli vedere. Proprio davanti ai loro occhi. Portiamoli qui nel centro città.

Il 25 aprile scorso , come Rete per i Nuovi Desaparecidos, abbiamo deciso di creare cartelli con le foto dei ragazzi algerini e tunisini dispersi nel Mediterraneo. Poche volte nella mia vita mi sono commossa in questo modo. La gente ha cominciato ad applaudire mentre noi camminavano in silenzio con i cartelli e quei volti appesi al collo , volti di persone di cui non si sa più nulla da anni.

Sono spariti, sono desaparecidos.

Noi li stiamo cercando! Vogliamo sapere dove sono. Non li portiamo per fare qualsiasi cosa.

Li portiamo perché le loro famiglie li cercano ma non possono essere qui. Perché ci hanno affidato questo grandissimo impegno e noi lo abbiamo accettato. Io l'ho accettato perché sono madre e non riesco nemmeno a immaginare la disperazione del non sapere dove sia finito mio figlio.

Che cosa fare chiedono i compagni.

Bene, prendete una di queste foto e cercateli con noi.

Ieri, 14 dicembre 2015, giornata importante a Milano, mentre si ricordava la strage di Piazza Fontana, abbiamo deciso di continuare ancora col nostro presidio, ma non da soli. Ora ci sono anche Torino, Palermo e Roma. E la stanchezza si sente già meno.

Facciamoci contagiare dai movimenti dell'America Latina. Noi siamo stanchi, ormai è da giugno che organizziamo questo presidio.

La carovana di madri centroamericane in cerca dei loro figli e figlie dispersi in Messico lo fanno da 11 anni. Saranno stanche anche loro, certo.

Ma stanno cercando i loro cari e vanno avanti, nessuno le ferma, neanche il governo messicano che ci ha provato in tutti i modi, negando il loro ingresso nel paese. Nessuno le ha fermate. Nemmeno quando trovano i propri figli. Emeteria Martínez cercò per 21 anni sua figlia. E continuò ad accompagnare le altre mamme anche dopo aver trovato la figlia.

Questo movimento ha trovato finora 200 persone e soltanto quest'anno ne sono già stati ritrovati altri quattro.

Ecco cosa fare.

Facciamoci contagiare da loro, dalla loro inesauribile voglia di cambiare il mondo.


martedì 1 dicembre 2015

America latina: i diritti negati



Chi cerca, trova.


di Mayra Landaverde



Da alcuni mesi la Rete Milano Senza Frontiere organizza un presidio in piazza Scala, in centro. Da maggio e fino al 18 dicembre, Giornata Internazionale del Migrante. Arriviamo, allestiamo la piazza con delle foto e delle maschere, con dei cartelli. Poi ognuno di noi prende una foto di uno dei tantissimi ragazzi dispersi nel Mediterraneo e giriamo in circolo. Vi ricorda qualcosa? 



Negli anni della dittatura in Argentina un gruppo di mamme ha deciso di fare la stessa cosa.



Allora era vietato qualsiasi tipo di manifestazione e le persone non potevano sostare davanti alla Plaza de Mayo, per cui la polizia ha chiesto loro di “girare”. Dal 30 aprile 1977 lo fanno, con le foto dei loro figli e nipoti desaparecidos. Vogliono sapere dove sono.



Cosi come le madres, esiste anche un’associazione di nonne: Asociacion Civil Abuelas de Plaza de Mayo e s’incaricano di cercare i bambini che sono stati sequestrati durante la dittatura e restituirli alle loro vere famiglie.



Dal 1977 al 2015 hanno recuperato 118 nipoti.



Sono state candidate al Nobel per la pace in diverse occasioni. Nel 2011 hanno ricevuto il premio Felix Houphouet-Boigny dall’UNESCO per il loro grande lavoro.



Anche noi vogliamo sapere dove sono le migliaia di desaparecidos del Mediterraneo. Lo vogliono sapere le madri tunisine e algerine che ci hanno affidato le foto dei loro cari.
 
 
 




E continueremo a cercarli insieme ai loro parenti.



Dall’altra parte del mondo in Latinoamerica ci sono altre madri che cercano i loro figli dispersi nel loro transito per il Messico. Tutti col sogno di arrivare negli Stati Uniti per avere una vita migliore e un futuro da offrire alle proprie famiglie. Purtroppo sono pochissimi quelli che arrivano alla frontiera nord. Prima devono attraversare tutto il Messico.  



A piedi o sopra il tetto dei treni. Scappando dalla polizia migratoria, dai militari e dai narcotrafficanti. E’ una delle rotte più pericolose che esistano.



Per le donne particolarmente.



Più del 70% delle donne migranti vengono violentate una o più volte durante il viaggio.



Ogni anno entrano clandestinamente in Messico 45,000 donne centroamericane.



La violenza sessuale è considerata “normale” , parte del viaggio, moneta di scambio. Lo si sa, i trafficanti chiedono soldi ma anche sesso in cambio di far passare le frontiere.

Per questo motivo tante donne prima di iniziare il viaggio prendono l’iniezione anti-Messico che non è altro che un anticoncezionale di lunga durata. Il Depo Provera è un contraccettivo ormonale in forma liquida che si somministra tramite iniezione ogni 12 settimane. Ma l’iniezione non le salva sicuramente dalla violenza e dai traumi che può subire una donna vittima dei trafficanti o degli stessi funzionari pubblici come gli agenti della polizia o i militari. Tante altre sono sequestrate e vendute per meno di 300 dollari per finire nella prostituzione. La CNDH ( Comision Nacional de Derechos Humanos) registrò, fra il 2009 e il 2011,più di 20 mila sequestri.Il Movimento Migrante Mesoamericano organizza da 11 anni la Caravana de Madres Centroamericanas de migrantes desaparecidos en su tránsito por México.
Lunedì 30 Novembre parte l’undicesima Carovana Migrante da Tenosique cittadina del sud messicano. Percorreranno più di 4 mila km cercando città per città i loro, i nostri desaparecidos.Dal 2004 la Carovana ha trovato 200 di questi figli. E’ questa la forza che spinge tutte queste madri: la speranza di ritrovare le figlie, i figli. Vivi. Siano madri argentine, tunisine o centroamericane. Tutte li cercano e noi dovremmo cercarli insieme a loro. Smettiamo di essere spettatori silenti.
 
 
Sono loro le madri è vero, ma siamo tutti figli di questo mondo.


venerdì 3 luglio 2015

La lotta contro l'oblio di un desaparecido argentino




 

Una storia d'amore che supera la categoria del Tempo: è quella fra Simòn e Emilia che, dopo trent'anni, si ritrovano, forse nella realtà, forse nella fantasia, ma si ritrovano.

Simòn Cardoso era morto da trent'anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all'ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday...Era rimasto fermo ai suoi trentatrè anni, e perfino gli abiti erano quelli di allora”: questo l'incipit del romanzo intitolato Purgatorio, dello scrittore Tomàs Eloy Martinez (Sur edizioni) in cui si racconta una vicenda privata intrecciata all'inverno del 1976, l'anno più tragico della dittatura argentina. Il protagonista, Simòn, viene arrestato dai militari di Tucumàn e da quel momento non si sa più nulla di lui fino alla sua ricomparsa agli occhi della moglie.

Mescola fantasy, realtà e indagine giornalistica, Martìnez nel comporre questa sinfonia che contrappone l'orrore del terrorismo di Stato alla forza incrollabile dei sentimenti. Nel testo si riconoscono i nomi di medici esistiti davvero, luoghi geografici precisi, così come il soggetto nasce dalla storia autentica dello stesso scrittore, costretto all'esilio durante la dittatura militare, affetto da un male incurabile, forse anche a causa della profonda nostalgia per il proprio Paese.

Lo stile narrativo risulta originale nel suo mescolare i generi, come detto, e anche per l'alternanza delle voci: il racconto, infatti, inizia in terza persona per poi passare alla prima persona, nella seconda parte e nel finale, come a dare maggiore verosomiglianza ai fatti narrati. Il personaggio di Emilia si identifica con quello dell' “io narrante” (l'autore?) e, insieme, rappresentano l'autocoscienza, la lucidità di una società ingannata e che, troppo spesso, ha fatto finta di non vedere e di non sentire. Ecco perchè diventa necessario il ritorno di Simòn: che sia di carne o di spirito, la sua presenza è importante per non far scadere la Storia nell'oblio, per ricordare - soprattutto alle nuove generazioni - la tragedia accaduta neanche tanti anni fa.

L'assurdità della nostra storia è diventata qualcosa di sorprendente, ma naturale, la frammentazione che ci veniva imposta dal Potere si è infiltrata nella nostra vita e ci ha trasfigurato in esseri incompleti...La valanga ha esiliato tutti noi che dissentivamo dal Potere, dentro e fuori: ci ha confinato alla scomparsa, ci ha obbligato all'inesistenza”, afferma Martìnez: il libro vuole restituire completezza agli individui di allora e a chi è rimasto, per ridare a tutti loro dignità e giustizia. Ricordando che “un desaparecido è un'incognita, non ha identità, non è né vivo né morto, non c'è. E' un desaparecido.” E dobbiamo essere noi la loro voce.

domenica 10 maggio 2015

Alle madri di ieri e di oggi



Non vogliamo cavalcare la retorica della “Festa della mamma”, ma vogliamo solo rendere omaggio a tutte le madri che hanno perso i figli. Le cause, purtroppo, possono essere tante: malattie, incidenti, errori...In particolare dedichiamo la poesia di Erri De Luca (ne “In nome della madre” edito da Feltrinelli) a tutte le donne che hanno i figli dispersi e che non sanno più nulla di loro. I desaperacidos delle dittature sudamericane, quelli del Messico di oggi e quelli nel Mediterraneo di sempre, alle studentesse rapite in Nigeria, a tutti quelli nelle prigioni perché dissidenti...e va il nostro pensiero.




Canto di Mirìam/Maria


Di chi è questo figlio perfetto,

chiederanno frugandolo in viso,

di chi è questo seme sospetto,

la paternità del suo sorriso?



E' Solamente mio, è Solamente mio,

di nessun'altra carne, è Solamente mio.

E' Solamente mio, è Solamente mio,

finchè dura la notte è Solamente mio.



Chi è questo figlio cometa?

Chi è questo mio clandestino?

Spillato di fonte segreta,

venuto al travaso del vino?



E' Solamente mio, è Solamente mio,

il suo nome stanotte è Solamente mio.

E' Solamente mio, è Solamente mio.

Domani avrà altro nome, adesso è Solamente mio.


lunedì 27 aprile 2015

Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza


di Igiaba Scego    (da Internazionale, 20-04-2015)


 
 

Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.

Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.

Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi, niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel 1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.

Mio padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle, ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca. Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.

Oggi mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano. Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia, dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la dittatura.

Se dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con precisione.

Mio fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere New York e l’Empire State Building?

Per un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto somalo come carta igienica.

Oggi invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta. Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo, inesorabilmente, inevitabilmente.

Una linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto: scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso.

Viaggiare è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce ne siamo rese conto.

È dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro mare.

Ho capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13 corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel dolore come proprio.

Ora è tutto diverso.

Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro.

Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.

L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia.

Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.

“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.

Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane.

Nessuno di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema. Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere”.



lunedì 26 gennaio 2015

Nuovi desaparecidos: Stragi di migranti e richiedenti asilo – un quadro generale




di Enrico Calamai, Portavoce del Comitato Verità e Giustizia per i nuovi desaparecidos



L’inizio del 2014 è stato segnato, anche a livello mediatico, dall’operazione Mare Nostrum, avviata dalla Marina Militare italiana dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (366 morti e 20 dispersi, numero, quest’ultimo, per necessità di cose approssimativo) e interrotta il 1 novembre 2014, con un saldo ufficiale di 167mila vite salvate, cui sono da aggiungere, per completezza di informazione, i 3600 morti di cui si è avuta notizia e che hanno attribuito al Mediterraneo il poco invidiabile primato di area di confine a più alto tasso di mortalità nel mondo.

Alla luce dell’entità di tali cifre, appare ipotizzabile che la stima di ventimila morti nei vent’anni antecedenti i Mare Nostrum, di cui si è parlato finora, possa costituire una approssimazione eccessivamente per difetto. Tanto più che ad essa andrebbero sommate le morti avvenute nei Paesi di transito fino alle sponde africane del Mediterraneo, di cui poco o nulla si sa.

Il 2014 è stato anche l’anno in cui ci siamo costituiti in Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos”, una piccola realtà associativa aperta a familiari delle vittime, giuristi, giornalisti ed esponenti della società civile, che si propone come obiettivo primario di porre al più presto fine alle stragi di migranti e richiedenti asilo.

Arrivati a fine anno, appare opportuno tentare di tracciare un primo quadro sia della problematica in generale, che della nostra neonata attività.



  1. Breve introduzione



Negli ultimi settant’anni la comunità degli Stati ha elaborato un corpus giuridico in materia di promozione e tutela dei diritti umani, che è andato acquistando peso sempre maggiore nell’ambito del diritto internazionale. Gli stessi Stati continuano tuttavia a calpestarli, sia a livello di politica interna, nel loro elefantiaco funzionamento quotidiano, che nel loro operare a livello di politica estera, con criteri ancora riconducibili alla realpolitik.



Ciò vale anche per le cosiddette democrazie avanzate del mondo occidentale e, in particolare, per l’Italia. E’ quanto accade, da troppo ormai, nei confronti di richiedenti asilo e migranti che, non dimentichiamolo, hanno anch’essi pieno titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, soprattutto, del diritto alla vita.

Furono gli albanesi, che continuavano a sbarcare a ondate in un’Italia che ritenevano ospitale perché democratica e ricca, i primi a subire increduli quel mix di astuzia, pregiudizio e violenza, anche mediatica, che sarebbe culminato nell’affondamento di un loro barcone, con tutto il carico di umanità dolente, ad opera di una nave della nostra Marina Militare.

Ma sarebbe cominciata ad arrivare dal sud del mondo, a partire dalla sponda africana del Mediterraneo, mentre Bush senior vagheggiava di un nuovo ordine mondiale, la spinta che continuamente si rinnova e ancora spaventa l’Europa opulenta del nuovo millennio e l’Occidente in generale.

Si tratta di un portato strutturale del neoliberismo, ormai imposto a scala mondiale e caratterizzato dall’asimmetria, scientifico\tecnologica in primo luogo, ma di conseguenza anche militare, economica e culturale, in cui la guerra è tornata a essere strumento praticabile e praticato, anche da parte di Stati la cui costituzione la ripudia.

Si tratta dei danni collaterali di un contesto mondiale in cui le risorse dei paesi che non si dimostrano in grado di difendere la propria sovranità, specie il petrolio, ma domani, chissà, forse anche l’acqua, vengono accaparrate da una parte di gran lunga minoritaria della popolazione mondiale, per mantenere livelli di vita, inquinamento e spreco, cui si accompagnano nel resto del mondo miseria estrema, disastri ecologici, guerre, proliferazione nucleare e degli armamenti in genere, migrazioni di massa e terrorismo.

Gli interventi in Afghanistan e Iraq, in Libia, Mali e anche quello attraverso l’opposizione in Siria, senza il quale forse l’ISIS non sarebbe esistito, sono tasselli da mettere insieme. Ne sono conseguenza diretta i disperati che da mille rotte diverse puntano verso il Mediterraneo.



  1. I macrosoggetti



La NATO, al punto 24 del Concetto Strategico del 1999, constatava che ” I movimenti incontrollati di un gran numero di persone, in particolare come conseguenza di conflitti armati, possono anche porre problemi per la sicurezza e la stabilità, che colpiscano l’Alleanza.” Detto diversamente, per la più potente alleanza militare al mondo, il fenomeno va considerato in sé e per sé, senza risalire alle sue cause. Inutile aggiungere che, in termini militari, qualunque fenomeno comportante problemi di sicurezza vada eliminato.

Analogo il modo di ragionare dell’Unione europea, quando include la cosiddetta immigrazione irregolare nell’elencazione dei pericoli cui l’Unione Europea ritiene di dover far fronte con la Politica di Sicurezza e Difesa Comune, mettendola alla pari con terrorismo, proliferazione delle armi di distruzione di massa, cyber war, etc.

Eppure, checché sostengano questi giganti della scena mondiale, la costanza della ragione ci evidenzia che non siamo in presenza di un’invasione di forze ostili, bensì di un afflusso di gruppi vulnerabili e bisognosi di protezione, assolutamente normale nella storia e addirittura codificato dal diritto internazionale consuetudinario, con norme che adesso si vuole nei fatti cancellare. Un afflusso che, va aggiunto, può dimostrarsi destabilizzante soltanto nel contesto neoliberista di una spesa pubblica in materia sociale, che continua a venir implacabilmente decurtata malgrado l’arrivo di nuovi possibili fruitori.


  1. Il modus operandi



Non ci può sorprendere che dalle due premesse sopra riportate derivi una trattazione sicuritaria se non manu militari del problema, nell’ambito del sistema difensivo integrato che i singoli Stati appartenenti all’Ue e/o alla NATO sono chiamati a realizzare.

Né può meravigliarci che ognuno degli Stati membri vi si sia adeguato, specie in una congiuntura caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica, mediante norme in materia di immigrazione, di difesa delle frontiere e delle acque territoriali, di accordi bilaterali con gli Stati della sponda africana del Mediterraneo per l’esternalizzazione delle attività di pattugliamento e controllo, di operazioni affidate alle forze armate e di sicurezza.

Il problema sta nelle ricadute che l’insieme di tali attività, commissive, omissive o permissive, comporta per i non cittadini dell’Unione, quando a realizzarle di concerto è la totalità dei soggetti presenti a livello regionale. Stiamo parlando dell’ operato degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati africani di attraversamento e mediterranei, dall’altra. E, per contro, della difficoltà a comprendere la portata del problema complessivo, da parte di un’opinione pubblica europea, frammentata dalle paratie derivanti da media tuttora nazionali.

Stiamo parlando di un combinato disposto che ha fatto del Mediterraneo e dello stesso deserto che ormai possiamo considerare come gravitante intorno, un immenso vallo, non dissimile nella sostanza alla terra di nessuno che divideva le opposte trincee del fronte durante la I guerra mondiale, protetto da filo spinato, mine e spuntoni di ferro, per massimizzare il numero dei morti ad ogni tentativo di attraversamento.

O, se si preferisce, un tritacarne giuridico, dato che é lo sbarramento di ogni via d’uscita legale a mettere questi disperati alla mercé dei predoni che in Sudan danno la caccia agli eritrei in fuga da una delle dittature più feroci al mondo, per estorcere riscatti di ogni tipo, compreso l’espianto degli organi, o delle milizie che in Libia utilizzano i corpi di richiedenti asilo e migranti per lo sminamento, è tutto questo a ridurli a res nullius, non diversamente dagli ebrei nell’Europa occupata dai nazifascisti, mettendoli infine in mano agli scafisti, se e quando riescono ad arrivare al Mediterraneo. Anzi è tutto questo a produrre il lavoro sporco di predoni, milizie e scafisti, certi, a differenza dei pirati somali, di agire in sintonia con la volontà politica occidentale e di poter quindi contare sull’impunità.

Ma non basta. E’ estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei, droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar , ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere il Mediterraneo. Non mancano testimonianze ad avvalorare l’ipotesi che i medesimi vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario, nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a minimizzarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno. Non mancano testimonianze su gravissime omissioni di soccorso che di certo costituiscono un illecito internazionale.



  1. La strategia



Il problema è che per ognuno che muore, ma forse sarebbe meglio dire che facciamo morire, tantissimi altri continuano a tentare di arrivare, costretti alla fuga come sono da bombardamenti, dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che la frontiera viene sempre più esternalizzata e il fronte spinto sempre più in là, ecco che aumentano le possibilità di lucro da parte della criminalità organizzata, in una terra di nessuno sempre più estesa e perfezionata, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra di un sistema mediatico ormai prevalentemente iconografico, in cui si dà per scontato che tutto ciò che esiste viene rappresentato e ciò che non viene rappresentato non esiste, in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Per la segretezza con cui era stata programmata e avviata, la Soluzione Finale ne è stata l’antesignana, mentre la strategia dei militari argentini ne rappresenta il più recente esempio di successo nell’eliminazione fisica di un gruppo politico d’intralcio al neoliberismo. Scaturisce direttamente dal cuore di tenebra del mondo occidentale l’attuale inconfessabile ecatombe di coloro che, per chi ci governa, altro non sono che Untermensch,.



  1. Mare Nostrum



Vale la pena soffermarsi un momento sul rapporto visibità/invisibilità. La strage di Lampedusa dell’ottobre 2013, non fu la prima né sarà presumibilmente l’ultima di tale portata.

Essa tuttavia riuscì a bucare lo schermo dell’indifferenza mediatica e con lo scalpore sollevato costrinse le autorità italiane e quelle di Bruxelles a recarsi sul posto, a vedere di persona la mostruosità implicita in un simile spiegamento di bare, a farsi vedere mentre vedevano e a non poter più pretendere di ignorare. La deresponsabilizzazione poteva a quel punto essere assicurata soltanto mediante un altrettanto percettibile agire in senso opposto. Ne conseguì l’avviamento di Mare Nostrum, che pur con tutti limiti inerenti un’operazione che agisce a valle delle scelte politiche che causano il problema, ha ridato dignità alla Marina Militare italiana, permettendole di salvare ben 167 mila vite umane in un anno.

Questa almeno è la cifra ufficiale, ed è da capogiro. Soprattutto pone l’ineludibile problema di quante saranno le morti che dobbiamo aspettarci a partire dalla fine di Mare Nostrum. Come noto, infatti, a un anno dalla tragedia di Lampedusa il Governo italiano lo ha cancellato, con decisione imposta malgrado il contrario avviso a più riprese espresso dalla nostra Marina Militare e motivata con asserite esigenze di bilancio, come se fosse lecito porre un prezzo alle vite umane.



La decisione sembra rispondere a preoccupazioni elettorali del Ministro Alfano, oltre a venire incontro alle ragioni cinicamente espresse alla Camera dei Lords dal Sottosegretario UK Mrs Joyce Anelay, secondo la quale i salvataggi vanno bloccati perché sortiscono l’effetto di incoraggiare altre partenze. Ma soprattutto, a un anno delle morti di Lampedusa, tale decisione sembra fare affidamento sul prevalere dell’indifferenza nell’opinione pubblica, assuefatta alla sinusoide delle stragi da un’informazione emozionale quanto ondivaga, e sulla conseguente possibilità di lasciar ormai silenziosamente rientrare il problema nell’invisibilità.

Ben altra cosa sarà l’operato di Frontex e Tryton, che rappresentano il ritorno a misure di polizia, non di salvataggio, mentre gli interventi della nostra Marina Militare potranno aver luogo soltanto dopo esser stata ricevuta la segnalazione di natante in avaria, anziché con la tempestività resa finora possibile dalle perlustrazioni sistematicamente effettuate anche fuori dalle nostra acque territoriali.

Un’ultima considerazione va fatta circa l’aspetto finanziario del problema, anche se il problema non è finanziario bensì politico e prima ancora etico.

Il costo di Mare Nostrum ha oscillato tra i 9 e i 10 milioni di euro al mese, per un totale annuo quindi non superiore ai 120 milioni, presumibilmente sostenuti peraltro dalla Marina Militare con fondi fatti gravare sul proprio bilancio, mentre l’Italia ha ricevuto dall’Ue la cifra di 286 milioni circa per il 2014, come contributo per le spese sostenute per l’assistenza ai profughi.

Tutt’altro discorso andrebbe fatto per la modalità con cui questa cifra è stata spesa, alla luce anche del recente scandalo sui rapporti tra criminalità organizzata e politica per la gestione di questi fondi.



  1. La diplomazia italiana



L’Italia appare adoperarsi a un disegno politico finalizzato a ridurre il numero non delle morti di migranti e richiedenti asilo in generale, ma di quelle che, avendo luogo nel Mediterraneo, possono costituire una turbativa per l’opinione pubblica.

Nel novembre scorso, mentre Mare Nostrum chiudeva e quando era ormai chiaro che la Libia da noi liberata non era più in grado di svolgere il lavoro sporco di bloccare un esodo che ha assunto proporzioni bibliche, aveva luogo a Roma un incontro a livello ministeriale del cosiddetto Processo di Khartoum, promosso dall’Italia in quanto presidente Ue, con governi disparati come quello dell’Etiopia, lacerata da movimenti indipendentisti, come quello somalo, che a mala pena riesce a controllare il palazzo presidenziale, come il regime eritreo, notoriamente uno dei più feroci al mondo, o il Sudan, il cui presidente Bashir ha il dubbio onore di un mandato di cattura dalla Corte Penale Internazionale.



Obiettivo dichiarato di questo processo è la gestione di quelli che vengono definiti flussi migratori , e che tali non sono, visto che di rifugiati e richiedenti asilo prevalentemente si tratta. D’altronde, l’unico vero motivo di convergenza può consistere nel puntellamento di questi regimi in funzione di baluardo contro il fondamentalismo islamico (obiettivo perseguibile anche in altri modi), aiutandoli a porre definitivamente fine alle ondate di disperati in fuga, che hanno raggiunto un’entità tale da mettere a rischio la loro stabilità interna e, secondo la valutazione delle nostre autorità, anche quella dei Paesi verso cui si dirigono per chiedere l’asilo politico: Italia ed Ue. Evitare che partano, evitare che arrivino, evitare che si veda e sappia ciò che accade in scenari sempre più lontani dalle nostre oasi di benessere, renderli sempre più impercettibili per la nostra opinione pubblica, sempre più inesistenti nel sistema mediatico mondiale.

E, con ciò, chiudere in una manovra a tenaglia il disegno già avviato con il Processo di Rabat, cui fanno capo gli Stati della costa atlantica dell’Africa, neanche essi particolarmente democratici: non lasciare più a predoni, milizie o criminalità organizzata in generale il lavoro sporco di bloccare i disperati alla ricerca di vie di fuga verso libertà, democrazia e dignità, affidandolo direttamente a governi che si suppone vi provvedano con maggior efficienza, anche perché potranno contare sulla nostra complicità e sul nostro supporto.

Si tratta di un progetto politico che presenta inquietanti analogie con il Piano Condor, attuato in America Latina, negli anni ’70 del secolo scorso, nei confronti dei cosiddetti sovversivi che, in sostanza, vi ostacolavano l’imposizione del neoliberismo.



  1. Il Comitato Verità e Giustizia per i nuovi desaparecidos



Noi ci opponiamo a quelli che non possono che essere definiti crimini di lesa umanità.

Sentiamo l’urgenza di porre fine al susseguirsi di morti, presumibilmente destinato a subire una brusca impennata con la soppressione di Mare Nostrum e con il convergente strutturarsi dei Processi di Khartoum e di Rabat.



Ci siamo costituiti in associazione con la finalità di svolgere ogni iniziativa opportuna diretta a impedire le morti nel Mar Mediterraneo e nei percorsi verso gli Stati dell’Unione Europea dei migranti e delle persone in cerca di asilo, ottenere il riconoscimento dell’identità delle vittime e ricercare la verità sulla loro scomparsa anche attraverso l’istituzione di un Tribunale Internazionale di opinione, nonché chiedere l’individuazione e la condanna dei responsabili ed il risarcimento nei confronti dei familiari delle vittime nelle sedi giurisdizionali nazionali, comunitarie, europee e internazionali.



Chiediamo al nostro Governo e alle forze politiche presenti a livello parlamentare sia italiano che europeo, di intraprendere i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini e di provvedere all’apertura di canali umanitari che permettano l’afflusso di richiedenti asilo e migranti in pericolo di vita, facilitando il loro arrivo in Italia e/o nei Paesi di destinazione, nella prospettiva che si arrivi al più presto a costituire un sistema di accoglienza europeo unico, condiviso e applicato da tutti gli stati membri dell’Unione. Chiediamo l’aiuto della stampa più qualificata per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia. Chiediamo a quanti si sentano in sintonia con quanto finora espresso di contattarci al fine di studiare qualunque forma di possibile collaborazione.

Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.


domenica 18 gennaio 2015

Tareke Brhane, migrante e poi attivista




Tareke Brhane, Presidente del Comitato Tre Ottobre, è stato premiato, lo scorso dicembre, al summit dei Nobel per la pace. Il Comitato è nato proprio il 3 ottobre 2013, a seguito della strage che ha visto morire nel Mediterraneo centinaia di migranti.


 
 


Tareke è nato in Eritrea, dove studiava e lavorava per mantenere la madre. La maggior parte della sua vita l’ha passata tra un campo per rifugiati e l’altro in Sudan, dove poi sua madre è morta. Ha deciso di lasciare l’Eritrea perché era impossibile rimanere lì: il servizio militare è a vita e i soprusi e le intimidazioni sono infinite.
Per Tareke lasciare il proprio Paese non è stata una scelta facile: ha vissuto per quattro anni tra il Sudan e la Libia, è stato incarcerato nelle prigioni di Gheddafi, ha attarversato il Mediterraneo ed è stato respinto più volte. Alle fine del 2005, finalmente, è riuscito ad approdare in Sicilia. Oggi Tareke vive a Roma dove assiste i richiedenti asilo.
Si è sempre impegnato per aiutare chi, come lui, fuggiva da situazioni indicibili ed è stato mediatore culturale a Lampedusa per Save The Children e Medici Senza Frontiere.



In occasione, oggi 18 gennaio 2015, della Giornata internazionale del migrante e del rifugiato, l'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Tareke Brhane, che ringrazia molto.




Qual'è la procedura in atto per il riconoscimento delle salme dei migranti deceduti nel Mediterraneo?



Il protocollo, secondo quanto stabilito dal Ministero dell'Interno, prevede la visione, da parte dei familiari delle vittime, del materiale documentale con i dati post mortem delle salme, già allestito in un archivio, da confrontare con gli eventuali dati ante mortem acquisiti dagli stessi. Nel caso il confronto porti ad un 'sospetto di identità' saranno effettuati appositi riscontri con metodologia scientifica, individuata caso per caso. Cioè, vengono analizzate, ad esempio, le fotografie per vedere di trovare segni di riconoscimento (un tatuaggio, una cicatrice, etc.); se non si trovano tali segni, si procede al test del DNA.



Quali sono le modalità che potrebbero migliorare il sistema di accoglienza in Italia?



Si potrebbe adeguare il sistema italiano a quello di altri Paesi europei, come la Germania o la Francia ad esempio. Si tratta di elaborare un progetto a lungo termine e non di considerare, invece, l'emergenza di volta in volta. Utilizzare solo le risorse dei bandi garantisce una bassa offerta di servizi, sarebbe necessario utilizzare maggiori risorse per garantire, invece, un'alta qualità dei servizi stessi e nel lungo periodo. In Italia manca una legge organica in tema di accoglienza.



Siete riusciti ad ottenere il riconoscimento della Giornata della Memoria e dell'Accoglienza?



Lo scorso 17 dicembre 2014 quattro Commissioni (costituzionale, di lancio, cultura e sociale) hanno dato parere favorevole e adesso la proposta dovrebbe andare in Assemblea parlamentare per essere discussa e approvata, probabilmente dopo l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica.




mercoledì 26 novembre 2014

La campagna per il diritto all'identità





30.000 persone scomparse tra il 1976 – 1983 e tra questi anche tanti bambini. Stiamo parlando della dittuatura argentina, di quei troppi desaparecidos e di quei loro figli presi, rubati come se non bastasse la violenza già subìta e la perdita della vita.

Da allora, le madri, le mogli, le sopravvissute - soprattutto le abuelas de Palza de Mayo - lottano e continuano a cercare i loro nipoti perchè questi sono ancora vivi e potrebbero risiedere anche in Italia.

Proprio in occasione della democrazia nel Paese sudamericano a distanza di trent'anni, l'Ambasciata italiana, nel 2013, ha lanciato una campagna per il diritto all'identità: su circa 500 bambini, nati da donne sequestrate e uccise dai militari e dati illegalmente in adozione, ne sono stati rintracciati 109, ma bisogna fare di più: “ La macro-tragedia della ditttaura argentina è fatta di tante micro-tragedie familiari” ha sostenuto Carlos Cherniak, capo dell'ufficio politico e diritti umani dell'Ambasciata argentina durante un incontro che si è svolto presso l'Università di Pisa; “Se l'Argentina è riuscita a uscire dagli anni bui del terrore ed entrare in un processo democratico che oggi compie 30 anni, è anche grazie alla capacità delle singole persone che hanno saputo trasformare la loro sofferenza in impegno concreto per la riaffermazione dei diritti civili. Le nonne di Plaza de Mayo ne sono un esempio concreto: da 26 anni si battono per ritrovare i loro 'nietos', portando in giro una causa che oggi ha acquistato una dimensione internazionale”, ha continuato Cherniak.

All'incontro era presente anche Estela Carlotto che ha ricordato la sua storia: “ Nel 1977 mia figlia Laura è stata sequestrata mentre era incinta di tre mesi ed è stata assassinata dai militari argentini dopo aver partorito. Come succedeva in questi casi, il bambino è stato immediatamente consegnato a una famiglia considerata 'affidabile', in grado di crescerlo secondo i 'principi' della dittatura, gli stessi per cui i genitori naturali venivano assassinati” e ha continuato dicendo: “Visti i legami tra l'Italia e l'Argentina, dove metà dei cognomi è di origine italiana, pensiamo che sia possibile che qualche 'nieto' sia arrivato e rimasto qui da voi, forse nelle stesse università in cui erano venuti a studiare. Preghiamo chiunque abbia dubbi sulla propria identità di farsi avanti”. L'accertamento dell'identità viene fatto attraverso l'analisi del DNA.

La campagna, quindi, è ancora in corso.



Per rispondere alla campagna, il riferimento è l'ambito diplomatico argentino, consolati e ambasciata. Si può scrivere alle mail: dirittiumani@ambasciatargentina.it oppure dubbio@retexi.it, entrambi protetti dallo spam bot.

Si possono anche chiamare i seguenti numeri: 335-5866777 oppure 06-48073300, i funzionari garantiscono assoluta discrezionalità.


sabato 15 novembre 2014

Per i 43 studenti uccisi in Messico



L'Associazione per i Diritti Umani vi invita a leggere e poi a firmare il seguente appello, per la memoria di quei 43 studenti ammazzati in Messico e per i loro familiari. Ricordiamo cosa è accaduto: la notte del 26 settembre un gruppo di studenti si sono impossessati di tre autobus per protestare, la polizia locale ha aperto il fuoco contro i manifestanti e ha ucciso uno studente. Nelle ore successive, mentre gli studenti denunciavano l’accaduto, un gruppo armato li ha attaccati. Allo stesso tempo un altro gruppo ha aperto il fuoco contro un autobus che trasportava una squadra di calcio, uccidendo un giocatore. È stato dimostrato che le armi usate dal commando erano della polizia.



L'iniziativa è stata lanciata da Amnesty: www.amnesty.it



Dopo la conferma che i 43 studenti dell'istituto per maestri di Ayotzinapa scomparsi il 26 settembre a Iguala sono stati uccisi e bruciati e i loro resti gettati in un fiume, Amnesty International ha accusato il procuratore generale del Messico, Jesus Murillo Karam, di non aver evidenziato le complicità del governo in questa tragedia.
Le indagini sono state limitate e incomplete e non hanno messo in luce la radicata collusione tra lo stato e la criminalità organizzata, che spiega le gravi violazioni dei diritti umani che hanno luogo in Messico.

Il sindaco di Iguala, il principale imputato per la sparizione dei 43 studenti, è stato a lungo sospettato di corruzione e gravi crimini. Nel giugno 2013 un sopravvissuto a un attacco contro otto attivisti aveva accusato il sindaco di aver preso direttamente parte all'azione, nel corso della quale tre degli attivisti furono uccisi. Il sopravvissuto fornì un resoconto dettagliato, che fu consegnato a un notaio per paura della corruzione della polizia. Il procuratore dello stato di Guerrero non indagò sulla sua denuncia e, nonostante le schiaccianti prove contro il sindaco, l'indagine è stata chiusa nel maggio 2014.

Nel corso delle ricerche sui 43 studenti scomparsi il 26 settembre a Iguala, nella zona sono state rinvenute 19 fosse comuni. Finora sono state arrestate 74 persone. Durante l'attacco agli studenti, sono state uccise sei persone.

Quarantatré studenti scomparsi risultano ancora dispersi dopo che la polizia ha aperto il fuoco contro di loro e dopo essere stati attaccati da sconosciuti a Iguala, stato di Guerrero. Ventotto corpi, non identificati, sono stati ritrovati in una fossa comune vicino a Iguala; la ricerca delle persone scomparse continua.

I 43 studenti non sono stati ritrovati dalla loro sparizione, il 26 settembre nella città di Iguala, nello stato di Guerrero, nel Messico meridionale. Circa 25 di loro erano stati arrestati dalla polizia municipale, mentre gli altri sono stati rapiti da uomini armati non identificati che hanno operato con l'acquiescenza delle autorità locali, poche ore dopo. Tutti gli studenti scomparsi sono vittime di sparizione forzata.

Il 5 ottobre funzionari dello stato di Guerrero hanno ritrovano sei fosse comuni nei pressi di Iguala, a quanto pare a seguito di informazioni fornite da alcuni dei 22 agenti della polizia municipale attualmente in stato di arresto. Almeno 28 corpi sono stati esumati, ma devono  essere effettuati esami medico-legali per identificare i cadaveri. Non è ancora chiaro se si tratta  degli studenti rapiti. Sulla base di una petizione dei rappresentanti di parenti delle vittime, esperti forensi internazionali indipendenti stanno aiutando nel processo di identificazione.

L'Ufficio del procuratore generale federale (Procuraduria General de la República, Pgr) si è assunto l'incarico di gestire l'indagine sulle fosse comuni e l'identificazione dei cadaveri. Tuttavia, l'indagine sulle sparizioni e sugli omicidi di altre sei persone, il 26 settembre - tra l'altro funzionale a determinare dove siano i 43 studenti - rimane all'Ufficio del procuratore generale dello stato di Guerrero, nonostante le accuse di possibili legami con gruppi criminali e la sua ripetuta incapacità di svolgere indagini efficaci su gravi violazioni dei diritti umani.

La gravità di queste sparizioni forzate e omicidi, associata al coinvolgimento del crimine organizzato, è sufficiente perché la Pgr rivendichi la competenza su questi casi, ma finora non è riuscita a farlo.



mercoledì 5 novembre 2014

Una tragica testimonianza




Riceviamo questa testimonianza diretta, dura ed eblematica che vi chiediamo di far circolare. Grazie.



Ho ricevuto ora una testimonianza da un ragazzo Eritreo adir poco agghiacciante. Questo ragazzo insieme ad altri 110 Africani di cui 4 eritrei compreso lui sono partiti a bordo di un gommone il 20 settembre notte fonda dopo circa 4 ore di viaggio hanno avuto problema che il gommone comincia a sgonfiarsi, ma continuano il loro viaggio in tanto lanciano lo Sos, gli dicono tra poco veniamo, ma nessuno arriva, la domenica 21 settembre circa alle 14:00pm vedono una grande nave con la scritta Malta, prima la superano vanno oltre, poi visto il rischio concreto di affondare tornano verso la nave, tra le 15-16.00pm dalla nave gli dicono di avvicinarsi, cosi accostano poi qualcuno dalla nave getta una corda, nel tentativo di prendere la corda si rovescia il gommone a causa anche delle onde che produce una nave in movimento, tutti finiscono in acqua, il personale della nave maltese, restano a guardare e fotografare la scena senza intervenire per circa un ora e mezza, in tanto in questo lasso di tempo muoiono 55 persone tra cui uno dei 4 eritrei, dopo di che il personale della nave decidono di trarre in salvo solo quelli che sono riusciti a resistere mettendo giù delle scialuppe con motore veloci nel movimento hanno raccolto i superstiti solo 55 persone, quindi la metà sono morti sotto gli occhi di tutti, su questa nave c'erano molte persone in divisa rossa, una specie di camice da medico ma rosso. Uno dei superstite e il fratello dell'unico ragazzo eritreo morto di questo gruppo e io con loro ci chiediamo, perché il personale della nave ha voluto mettere in pericolo la vita di queste persone chiedendo di avvicinarsi alla nave sapendo che l'onda che muove gli avrebbe ribaltato il gommone, poi avendo delle scialuppe ben equipaggiate perché non hanno mandato quelle per soccorrere le persone? perché hanno atteso per un ora e mezza prima di intervenire una volta rovesciato il gommone che si sono limitati a guardare chi riusciva a stare a galla? a fare foto. Bisogna chiedere spiegazione alle autorità maltese, chi sa quanti altri casi simili ci sono nel mediterraneo, questo è un omissione di soccorso, 55 persone morte perché qualcuno ha preferito stare a guardare per 1:30 min mentre i poveri annegavano. Il testimone di questa vicenda ora è in Germania, ora lui cercare di rintracciare anche gli altri due eritrei sopravvissuti a questa tragica vicenda, per dare la loro testimonianza.



Fr. Mussie Zerai
Chairman of Habeshia Agency
Cooperation for Development
E-mail:
agenzia_habeshia@yahoo.it

http://habeshia.blogspot.com
Phon
+39.3384424202
Phon:
+41(0)765328448

mercoledì 15 ottobre 2014

Giustizia per i desaparecidos




Cari lettori, riceviamo questa comunicazione importante e giriamo l'invito per la prossima riunione, in particolare agli amici di Roma. Grazie !

Cari tutti,

L’assemblea degli aderenti alla campagna “Giustizia per i nuovi desaparecidos” si è tenuta il 20 settembre scorso presso il Teatro di Villa Torlonia.

Era la prima uscita pubblica dopo la presentazione dell’appello presso la sala stampa della Camera ed eravamo in parecchi.

Soprattutto, chi aveva fatto lo sforzo di essere presente nella mattinata di un sabato ancora estivo era chiaramente consapevole dell'importanza del problema e motivato a partecipare alla nostra attività, come dimostrato anche dal dibattito, che è stato vivace e ricco di suggerimenti.

Si è deciso di procedere alla costituzione dei seguenti gruppi di lavoro:

Gruppo Tribunale con la finalità di avviare la preparazione delle iniziative giuridiche a partire dalla preannunciata sessione speciale del Tribunale Russell. Coordinatori: Arturo Salerni avv.arturosalerni@studiocarso23.it e Francesco Martone francescomartone1@gmail.com;

Gruppo Raccolta Dati/Storie con funzione istruttoria. Coordinatori: Emilio Drudi emiliodrudi@libero.it e Sandro Triulzi sandrotriulzi@gmail.com;

Gruppo Comunicazione, Advocacy e Reti: per sensibilizzare sui nuovi desaparecidos e diffondere la campagna attraverso la creazione di un blog, l’individuazione di eventi, contatti con la stampa e con realtà transnazionali affini. Coordinatrice: Carolina Zincone carolinazincone@yahoo.com;

Segreteria per la gestione unificata dell’account nuovi desaparecidos@gmail.com, dove come noto sono affluite le adesioni e dove gli aderenti potranno continuare ad inviare informazioni o commenti sulla campagna in generale. Coordinatrice: Marina Premoli marinapremoli@fastwebnet.it .

Coloro che fossero interessati a partecipare a uno o più gruppi di lavoro possono mettersi direttamente in contatto con i coordinatori.

Alla fine dei lavori dell’assemblea è stato approvato un comunicato su Mare Nostrum, che trovate in calce.

La prossima riunione è fissata per il 15 ottobre alle ore 16 presso la Fondazione Basso (via della Dogana vecchia n. 5).

mercoledì 1 ottobre 2014

Giustizia per i Nuovi Desaparecidos




Cari lettori, ci è giunta questa comunicazione, anche per noi importante:



Roma, 20 settembre 2014



Gli aderenti alla Campagna “Giustizia per i nuovi desaparecidos”, riuniti in assemblea il 20 settembre 2014 presso il Teatro di Villa Torlonia, Roma, nell’esprimere la loro profonda indignazione di fronte all’ininterrotto susseguirsi di morti di richiedenti asilo e migranti, malgrado i salvataggi portati a termine dalla Marina Militare italiana nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum,affermano che tale strage e il suo prolungarsi hanno come causa primaria l’inserimento dell’immigrazione irregolare tra le categorie da fronteggiare nell’ambito della Politica di Sicurezza e Difesa comune dell’Unione europea, alla pari con il terrorismo o la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Si tratta di una visione doppiamente fuorviante, in primo luogo in quanto vi sono inclusi gruppi che, anziché costituire un reale pericolo per l’Unione europea, sono essi stessi estremamente vulnerabili e bisognosi di protezione internazionale, e, in secondo luogo, in quanto accomuna artificiosamente migranti e richiedenti asilo, di fatto indistinguibili nel corso del viaggio verso le nostre coste; constatano che da questa criminalizzazione deriva un sistema di attività normative, pattizie ed operative (anche per omissione) messe in atto dalla totalità degli Stati mediterranei dell’Unione europea, di concerto con gli Stati della sponda africana del Mediterraneo, il cui combinato disposto comporta nei fatti la chiusura di qualunque via di scampo legale a richiedenti asilo e migranti; denunciano i crimini di lesa umanità comportati da una situazione che riduce a res nullius le persone prese di mira, ponendole alla mercé di predoni, milizie e Stati canaglia (o comunque non democratici ) di attraversamento, analogamente a quanto accadeva agli ebrei costretti alla disperata ricerca di una via di fuga nell’Europa occupata dalle truppe nazifasciste.

Ravvisando in tutto ciò il riaffiorare di un’ideologia razzista che minimizza e giustifica qualunque abuso, ivi compresi lo sterminio e la sparizione, di chi viene semplicemente identificato come “altro”: non ariano ieri, non europeo oggi chiedono al Governo italiano che, nell’esercizio della Presidenza europea, si attivi per l’esclusione dell’immigrazione irregolare dall’elenco dei pericoli da affrontare nell’ambito della Politica di Sicurezza e Difesa comune, e dia in ogni caso istruzioni alle proprie ambasciate nei Paesi di transito, affinché - insieme alle rappresentanze in loco di UNHCR - vengano aperti canali umanitari che permettano l’afflusso di richiedenti asilo e migranti in pericolo di vita, facilitando il loro arrivo in Italia e/o nei Paesi di destinazione. Non sussistono difficoltà a tale fine: basterebbero la concessione di visti di protezione umanitaria e l’organizzazione del viaggio da parte di UNHCR; pongono il governo italiano di fronte alle responsabilità che gli deriverebbero se, conformemente a quanto dichiarato, interrompesse l’operazione Mare Nostrum intrapresa dalla Marina Militare italiana a seguito della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013: un’operazione che non può certamente di per sé sanare la gravissima situazione che vi è a monte, ma che almeno ne tampona alcune delle conseguenze a valle; si dichiarano decisi ad attivare tutte le vie legali, a livello nazionale ed internazionale, per porre fine all’impunità di coloro che risultino coinvolti, sia in passato che attualmente, nella formulazione e nell’attuazione della politica di morte sopra tratteggiata.



(approvato all’unanimità, Teatro di Villa Torlonia, Roma, 20 settembre 2014)


mercoledì 4 giugno 2014

Kamchatka: quando il gioco diventa realtà



La Kamchatka per molti è solo una regione da conquistare nel gioco del Risiko. E a Risiko, in effetti, gioca il protagonista di un romanzo (che è anche diventato un film, dal titolo omonimo del regista Marcelo Piñeyro).

Stiamo parlando del romanzo di Marcelo Fugueras, scrittore, sceneggiatore e giornalista di Buenos Aires, edito da L'asino d'oro, ambientato durante la dittatura militare che infestò il Sudamerica tra il 1976 e il 1983. Storia recente, dunque, di cui si parla pochissimo.

E noi vogliamo farlo attraverso questo libro in cui la storia è narrata da un bambino, Harry, che come tutti i suoi coetanei, ama giocare a Risiko con l'amico Bertuccio e ama tanto i genitori e il fratello minore, il Nano. Raccontare l'orrore e la paura, il rischio e il coraggio dei dissidenti tramite gli occhi di un bambino non è operazione facile, ma sicuramente è utile per tutelare anche i lettori dalla violenza e dal dolore perchè Harry, con la sua infantile ingenuità, vive tutto come se fosse un gioco: anche la necessità di cambiare nome e identità.

Interessante la spiegazione che lo scrittore ha dato per questa sua scelta: dice di non aver voluto scrivere di desaparecidos perchè, parlare di quelle persone in questi termini, significa farle diventare come fantasmi, senza nome, solo numeri. Ha voluto raccontare, invece, una storia di persone, di figli e genitori, di una intera famiglia. Una storia in cui tutti si possano identificare in quanto figli, genitori, uomini, donne e bambini.

I protagonisti del romanzo (come quelli del film), infatti, hanno pregi e difetti come tutti, limiti e punti di forza: mettono la propria vita a servizo di una causa e di valori fondamentali e lo fanno giorno dopo giorno, da persone comuni che vivono la loro comune quotidianità. Persone che sanno anche ridere, che vivono con gioia anche se non sanno quanto questa gioia durerà. Genitori che insegnano ai propri figli l'onestà e la coerenza, ma soprattutto l'amore e il rispetto per gli altri.

Giocare a cowboy, al pirata o all'agente segreto, in fondo, è un gioco di ruolo che insegna a cambiare identità a seconda delle circostanze e cambiare identità in nome della libertà è il gioco più grande. E solo così, con la certezza di aver vissuto anche solo per poco ma con passione e per un grande ideale, la vita si prende gioco della morte e vince.