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domenica 5 luglio 2015

Volevo essere color cioccolato: il teatro parla di discriminazione

 
 

 

 
di Alessia Lucconi



Anche quest’anno, lo Spazio Teatro NO’HMA Teresa Pomodoro per il ciclo “L’acqua, la terra e le relazioni tra gli uomini”, ci ha regalato un invito a teatro davvero speciale: il 17 e 18 giugno è infatti andato in scena il monologo di Giulia Calligaro “Volevo essere color cioccolato“, con Valentina Picello nel ruolo di attrice protagonista, per la regia Charlie Owens.       




Una Indio con la pelle bianca e i capelli rossi che si scontra con la discriminazione dei suoi simili, in un contesto dove la conversione delle coltivazioni per la produzione di foglie di coca porta a violenze e scontri in seno al suo villaggio.



La fuga dalle sue origini le farà intraprendere un percorso in cui crescita interiore, realizzazione negli studi e conoscenza dell’amore, la aiuterà a ritrovarsi e a regalare una speranza alla sua gente.



L’opera, che se focalizzata solo sulla figura della protagonista e sui musicisti ne guadagnerebbe molto, nasce dal reportage giornalistico di Giulia Calligaro sulla situazione attuale del Perù e sulla ripresa della coltivazione del cacao, che sta riqualificando questa terra e la sta allontanando sempre più dall’immagine di paese legato al narcotraffico.
Anche se con qualche momento di incertezza l’attrice giuda lo spettatore con la passione di chi ama recitare e lo conduce in un luogo di solitudine e natura, intriso di dispiaceri e coraggio, di sventure e salvezze e dalla storia emergono evidenti l'importanza della determinazione e la saggezza, elementi indispensabili per non soccombere alle difficoltà della vita; in particolar modo l'autrice esprime le sue riflessioni con frasi d'impatto che emotivamente restano impresse per la loro profonda verità.



E’ da lodare anche la gratuità dell’evento, che anche questa volta ha reso l’esperienza del teatro alla portata di tutti.



sabato 6 giugno 2015

Concorso: un manifesto contro l'odio








I progettisti sono invitati a inviare manifesti a sostegno di una legge laica e universale contro il comunitarismo, la xenofobia, l’omofobia e la misoginia. La libertà di espressione comprende il diritto di criticare e irridere quello che è considerato un tabù tra cui la religione ed è una libertà completamente diversa dai discorsi di odio contro le minoranze, gli immigrati, i musulmani…

Questo concorso ha lo scopo di aiutare la campagna di CEBM a favore della libertà di espressione e contemporaneamente denunciare la paura, le minacce, la pressione sociale o le coercizioni che creano un clima di censura e di silenzio.

DATA DI SCADENZA 10 SETTEMBRE 2015

Termini e condizioni:


• non vi è alcuna quota d'iscrizione

presentazione in formato A2
• file in formato EPS o JPG o TIFF o DPI; a parte un file DOC o TXT o RTF con il nome del progettista, contatto informazioni (e-mail, sito web), i crediti per la fotografia o illustrazione, se necessario, e una sintesi di 100 parole per spiegare l'idea

i partecipanti possono lavorare singolarmente o in team

tutte le comunicazioni devono essere inviate alla mail aposteragainsthate@gmail.com

i vincitori saranno annunciati in ottobre 2011



Per qualsiasi altra informazione, contattare Julius Wiedemann a aposteragainsthate@gmail.com



venerdì 17 aprile 2015

La famiglia Bélier : la diversità raccontata con leggerezza




Madre, padre, fratello e minore e Paula. Paula è un'adolescente che cresce in una famiglia speciale: i suoi genitori e il fratellino, infatti, sono sordomuti. Siamo nella campagna della Normandia e i Bélier sono agricoltori e produttori di formaggio; infaticabili lavoratori, molto legati ai figli, vivono tutti in grande armonia. Questa è la situazione che apre il film intitolato proprio La famiglia Bèlier, nelle sale in questo periodo, film scritto a quattro mani da Stanislas Carre de Malberg e Victoria Bedos, candidato a sei nomination ai César. Il regista, Eric Lartigau, racconta la diversità con leggerezza, costruendo attorno ai personaggi una commedia frizzante, ma non banale.

Interessante, ad esempio, sono le modalità di comunicazione tra Paula e gli altri componenti della famiglia: il linguaggio dei segni oppure gli sguardi, insomma quella comunicazione non verbale che passa attraverso altri sensi e altre sensibilità. La ragazzina, che ha sedici anni, vive in un mondo silenzioso e si trova a dover fare da ponte tra i suoi affetti più cari e il mondo esterno: un ruolo non facile, soprattutto in una fase della vita, quella adolescenziale, in cui si vorrebbe essere al centro del mondo e delle attenzioni altrui. Paula, infatti, come tutti i suoi coetanei, inizia a desiderare un fidanzato ed è in cerca della propria identità. L'occasione si presenta tramite un concorso per entrare in una delle scuole di canto più prestigiose di Parigi. Paula vorrebbe partecipare, ma il suo allontanamento da casa preoccupa la famiglia che ha così tanto bisogno della sua presenza, sia nel lavoro sia come legame con la società esterna.

Originale la scelta di un linguaggio diretto, a volte sopra le righe di alcuni personaggi che si contrappone al mutismo dei Bélier e quella emancipazione riguardo alle questioni sessuali che suscitano sorrisi, ma che servono anche a non scadere nella retorica pietistica. Di respiro universale la riflessione tra le generazioni a confronto, un confronto spesso complicato che qui lo è ancora di più data la disabilità dei genitori. Bella l'idea che, nonostante un tipo di comunicazione non convenzionale, i componenti del nucleo si capiscano, litighino per poi tornare ad essere più uniti di prima. Da notare, infine, come anche la musica, in questo film, sia così importante da essere quasi, essa stessa, protagonista: non è un caso che Paula voglia iscriversi ad una scuola di canto. Lei, figlia di persone sordomute, ha un dono: quello di una voce meravigliosa e proprio con quella voce canta una canzone che si intitola Je vole e dice: “ Vi voglio bene, ma parto. Non fuggo ma volo, non sono più una bambina stasera”. Paula ha trovato la sua strada e tutti hanno imparato che l'amore passa anche attraverso l'autonomia e la libertà.

sabato 4 aprile 2015

Sull'autismo è quasi legge



Il 2 aprile ricorre la Giornata mondiale dell'Autismo: una sindrome di cui si sa ancora troppo poco e troppo confuse sono le informazioni vere che circolano sulle cause.

Quest'anno, la Commissione della Sanità del Senato ha approvato all'unanimità la prima legge su questo stato d'essere, legge che dovrà passare anche alle Camere. Si tratta di un primo risultato con cui vengono propossi percorsi di diagnosi precoce e di terapie intensive e continuative oltre a percorsi di formazione e vicinanza dedicati ai familiari delle persone autistiche.

I finanziamenti necessari per la neuropsichiatria - e quindi anche per l'autismo - arriveranno attraverso i Livelli essenziali di assistenza (LEA) che il Patto della salute (tra Ministero e Regioni) attribuisce agli organi locali e, in particolare, alle Regioni stesse.

La legge, presentata dai senatori Emilia De Blasi, Venera padua e Lucio Romano, è composta da soli quattro articoli in cui si pone al centro la dignità delle persone, e in particolare dei bambini, con la richiesta di cure farmacologiche, psicologiche e sociali: importantissimo questo ultimo punto perchè queste persone non devono essere lasciate sole e, compatibilmente con le loro possibilità, devono essere inserite anche nel mondo del lavoro per una loro maggiore autonomia.



Oltre a questa novità, l'Associazione per i Diritti Umani vuole segnalare il libro Baci a tutti edito da Sperling&Kupfer, di Andrea Antonello. Suo papà, Franco, aveva già dato alle stampe un bellissimo testo intitolato Se ti abbraccio non aver paura in cui racconta il lungo viaggio per gli Stati Uniti con il figlio Andrea, affetto dalla sindorme autistica. Oggi è lo stesso ragazzo, che ha vent'anni anni, a proporci i suoi pensieri, scritti al computer e in solitudine. 

Andrea è bello, alto, capelli mossi e lunghi e spesso abbraccia le persone, quando invece i ragazzi autistici fanno fatica a stabilire un contatto fisico con gli altri. Andrea ci racconta il suo mondo fatto non tanto di parole, ma di gesti e di sguardi, di quella comunicazione non verbale che “noi” non capiamo o che trascuriamo.

Andrea fa fatica a mettere in ordine, il nostro ordine, frasi, parole, ringraziamenti: ha un suo codice personale, un suo mondo interiore e, con questo libro, prova a raccontarlo per farsi capire un po' di più. Certo, lui ha una famiglia grandiosa alle spalle che lo ha sempre aiutato, supportato, spinto a fare nuove esperienze, senza remore e senza tabù. E questa è la strada giusta da percorrere: non fermarsi davanti agli ostacoli, anche se ce ne sono tanti, e mai sentirsi “diversi”. E' vero i ragazzi e i bambini autistici sono “diversi”, ma in base a quale normalità? Basterebbe trovare un nuovo modo di parlare, di rapportarsi con l'esterno, di scrivere e tutto torna a essere “normale”: lo hanno già insegnato Gianni Rodari, Munari, Calvino con le loro poesie, con le filastrocche, con i disegni...Ecco Andrea insegna a usare i colori del mondo in un modo “altro”, le facce buffe, le risate improvvise. Perchè essere autistici, forse, vuol dire anche essere un po' più profondi e saper cogliere il vero e il genuino dietro a tanta superficiale banalità.

domenica 23 novembre 2014

Tutti diversi, tutti uguali


 
TUTTI DIVERSI, TUTTI UGUALI
sabato 29 novembre 2014 - ore 19,00
presso
CENTRO ASTERIA
Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. da Cermenate, 2 – Milano (MM2 Romolo)






In occasione della Giornata internazionale del disabile la curatrice del progetto “DIVERSO DA CHI? Per una nuova cultura del rispetto” , Eva Schwarzwald, esperta in educazione ai media, introdurrà la proiezione di alcuni cortometraggi adatti alle scuole e alle famiglie.



Quindici racconti sulla disabilità, sui sentimenti e sul rispetto della vita delle persone con bisogni speciali, una guida per gli insegnanti ed attività didattiche complementari compongono il DVD, offrendo la possibilità, attraverso i film, di imparare, capire e combattere gli stereotipi sulla disabilità.








Agli insegnanti che prenotano la propria partecipazione alla serata verrà consegnato in omaggio una copia del dvd per la loro scuola!















Per informazioni e prenotazioni: peridirittiumani@gmail.com


sabato 1 novembre 2014

Tutti diversi, tutti uguali



D(i)RITTI AL CENTRO

TUTTI DIVERSI, TUTTI UGUALI

sabato 29 novembre 2014 - ore 19,00

presso

CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. da Cermenate, 2 – Milano (MM2 Romolo)





In occasione della Giornata internazionale del disabile la curatrice del progetto “DIVERSO DA CHI? Per una nuova cultura del rispetto” , Eva Schwarzwald, esperta in educazione ai media, introdurrà la proiezione di alcuni cortometraggi adatti alle scuole e alle famiglie.



Quindici racconti sulla disabilità, sui sentimenti e sul rispetto della vita delle persone con bisogni speciali, una guida per gli insegnanti ed attività didattiche complementari compongono il DVD, offrendo la possibilità, attraverso i film, di imparare, capire e combattere gli stereotipi sulla disabilità.




Agli insegnanti che prenotano la propria partecipazione alla serata verrà consegnato in omaggio una copia del dvd per la loro scuola!



Per informazioni e prenotazioni: peridirittiumani@gmail.com




    

 
 
                                             
                                               


  
 

domenica 23 febbraio 2014

L'elogio della diversità

Non vogliamo commentare il Festival di Sanremo, ma se c'è un'oasi felice tra tante inutili e insulse canzoni, quell'isola è il monologo di Luciana Littizzetto sul tema, serio, della diversità: intesa come ricchezza e come valore aggiunto. Una bellezza che va custodita e rispettata.
Riportiamo, quindi, il video del monologo, nel caso qualcuno di voi non lo abbia ascoltato, perché lo riteniamo importante.



mercoledì 5 giugno 2013

Parlare di intercultura, diversità e diritto al futuro: a scuola e con il Cinema



Pubblichiamo, con gioia, alcune recensioni realizzate dagli studenti della terza F della Scuola Media statale “Carlo Porta” di Milano come conclusione di un percorso in cui si sono affrontati, attraverso opere cinematografiche (lungo e cortometraggi) i temi della diversità, dell'intercultura e del diritto al futuro.
Da anni svolgiamo questo tipo di attività nelle scuole, un'attività che si inserisce nell'ambito della programmazione annuale e che affianca le materie curricolari: il Cinema è un linguaggio che include l'educazione all'immagine e l'uso della parola, scritta e parlata; può, quindi, aiutare ad approfondire temi di attualità oppure universali e, spesso, aiuta i ragazzi a scoprire potenzialità e interessi e ad esprimere sentimenti e creatività.
I film di cui i ragazzi hanno scritto le recensioni sono: il cortometraggio Black sushi di Dean Blunberg e il lungometraggio Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza. 
 




BLACK SUSHI a cura di Caterina Esposito

Vittorie a confronto.
Tutto nelle sue mani. Uscito di prigione, Zama cerca lavoro e si imbatte in un ristorante giapponese. Andando contro Mia, il suo superiore, Zama prova e riprova l'arte del sushi. Il protagonista riesce nel suo intento, andando anche contro gli amici che progettano rapine.
Film quasi privo di dialoghi, ma ricco di immagini, accompagnato da colonne sonore che sottolineano l'accostamento fra Zama e Mia, così diversi culturalmente ma così vicini nella passione per la cucina. E' un cortometraggio a finale aperto e un film che riesce a far capire quanto due culture diverse possano avvicinarsi in un unico simbolo, evidenziando e inquadrando diverse volte l'importanza dell'uso delle mani, di come la passione si trasmetta dall'anima all'arte pratica. E, come insegna il Maestro nel film: “Non sono le mani a fare qualcuno, ma è il cuore a fare la differenza”.



BLACK SUSHI a cura di Jacopo Bianchi

Si può cambiare vita

Anche in mezzo alle diversità e ai giudizi altrui, con l'impegno, si può raggioungere i propri obiettivi.
Un ragazzo sudafricano di nome Zama, con un passato difficile e da dimenticare, può finalmente uscire di prigione e cercarsi un lavoro onesto per migliorare la propria vita e rimediare ai propri errori. Trova, dopo poco tempo, un posto in un ristorante di cucina giapponese dove incomincia a lavorare come semplice inserviente. Nasce, però, in lui la passione per questo lavoro e inizia, di nascosto, a cucinare sushi al fine di arrivare, un giorno, al livello del proprietario del ristorante.
Zama vive assieme ad alcuni suoi amici e familiari che, però, continuano la loro vecchia vita di ladri e malfattori. Attraverso mille difficoltà, dopo aver convinto Mia - il proprietario e Maestro - ad insegnarli a cucinare, può finalmente servire un pasto ai clienti del ristorante che, contrariamente alle aspettative, lo accettano come “discepolo” del Maestro.
In questo cortometraggio è spesso presente ed importante, nelle scene salienti, la colonna sonora che sottolinea i sentimenti e i pensieri dei protagonisti. Il regista decide di affidare un posto molto importante all'uso delle mani che rappresentano il duro lavoro, l'impegno, la pazienza.
Questo film suggerisce che, anche se è difficile, è possibile cambiare la propria vita in meglio e rendere fiere di sé le persone che non hanno il coraggio o la forza di fare lo stesso. Black sushi non è ricchissimo di dialoghi, ma è ricco di importanti significati, spesso espressi soltanto attraverso le immagini, permettendo allo spetttaore di riflettere.





Un giorno questo dolore ti sarà utile a cura di Bianca Ferrante

Un brindisi alla vita

Imparare ad affrontare gli ostacoli: è questo che il protagonista non sa fare.
Sì, perchè James è un ragazzo che scappa e non affronta gli ostacoli della vita, anzi non la sa proprio affrontare.
Il film racconta di lui, un diciottenne che, una volta diplomato, non sa se andare all'università oppure no. In realtà non vuole andarci, ma ha una famiglia che vuole mandarlo a tutti i costi e che, allo stesso tempo, crede che James sia un disadattato e, per questo motivo, lo obbliga ad andare da una “life coach” che lo aiuterà durante il suo percorso di crescita. In effetti, James, all'inizio, è un ragazzo asociale, chiuso in se stesso e che pensa spesso alla morte. Per fortuna c'è Nanette, sua nonna, che è un'amante della vita e che lo aiuterà ad aprirsi al mondo e agli altri.
Questo film si concentra sul protagonista: infatti, tutti i personaggi e tutte le loro azioni sono in realzione a lui. Il regista, Roberto Faenza, con questo racconto vuole esercitare una critica alla società di oggi, rappresentandone una buona parte; la storia è ambientata a New York e le inquadrature sono realizzate “dalla parte del protagonista”, nel senso che è come se James girasse il film e noi spettatori vediamo la realtà attraverso il suo punto di vista.
Il film è bello e anche costruttivo perchè fa capire come guardarsi dentro e anche riscoprirsi, ma soprattutto, come modificarsi. Il titolo nasconde anche un altro significato: l'”utilità” del dolore che, a volte, ci rende migliori.


Un giorno questo dolore ti sarà utile a cura di Virginia Attisani

C'era una volta un futuro

Diciotto anni, poche idee e confuse. Questa è la descrizione di james, un ragazzo la cui unica certezza è la nonna Nanette. I genitori e gli amici non riescono a capire James: nel corso del film gli assegnano aggettivi come disadattato oppure asociale e così lo convincono di avere un carattere di questo tipo.
James si sente diverso perchè non gli piace stare in compagnia dei suoi coetanei, perchè gli piace stare da solo, perchè tutti, a New York, sembrano avere un proprio ritmo e hanno chiari i propri obiettivi. Tutti, eccetto lui!
James, infatti, non sa nemmeno quali siano i propri obiettivi. I genitori vogliono che frequenti l'università, non importa quale, purchè decida dove indirizzare il proprio futuro. Ma James ha solo una vaga idea di fare l'artigiano: adora intagliare il legno. Il padre è un ricco avvocato che cerca in tutti i modi, tra cui la chirurgia plastica, di apparire più giovane. La madre, invece, gestisce una galleria nella quale vende contenitori, simili a bidoni dell'immondizia, che contengono dei meccanismi che producono suoni differenti tra loro. James ha anche una sorella, Gillian, che vuole scrivere un'autobiografia alla sola età di venitrè anni e ha un fidanzato molto più grande di lei, con una moglie e un figlio.
La nonna è l'unica persona che sembra capire James, aiutandolo ad agire subito invece di riflettere senza realizzare nulla. Alla fine del film Nanette morirà lasciando, però, a James bellissimi ricordi dei loro numerosi brindisi “alla vita”.
La madre di James lo convince ad andare, periodicamente, da una life coach che dovrebbe aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi, questa, però, cerca di metterlo a disagio, ambientando le visite in luoghi e situazioni insoliti, come nella sua cucina o praticando jogging...Ma, grazie a tutto questo, James arriverà alla conclusione che, in fondo, nessuno è “normale” e tantomeno “perfetto”.
Questo lungometraggio si rivolge a ognuno di noi poiché tutti, nella vita, abbiamo avuto dei momenti in cui non abbiamo saputo rispondere alle domande: “Chi sono?” o “Cosa vorrei dalla mia vita?” E, tuttavia, proprio come James, siamo usciti brillantemente, rinforzati da queste fasi di indecisione e di confusione.






sabato 27 aprile 2013

21-27 aprile 2013: una settimana all'insegna dell' “Educazione per tutti"


In tutte le sedi mondiali dell' UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l' Educazione, la Scienza e la Cultura), dal 21 al 27 aprile 2013, vengono organizzati eventi - seminari, conferenze, mostre, dibattiti - per sensibilizzare tutte le società civili e i governi sul tema dell'educazione e dell'istruzione: la settimana è promossa dalla Campagna globale per l'educazione (GCE) e lo slogan, scelto per questa edizione, è: “Ogni bambino ha bisogno di un insegnante”.
La GCE è un network di organizzazioni non-governative, associazioni di attivisti e di insegnanti, nata nel 1999 che, già in occasione del Forum Mondiale sull'Educazione - tenutosi a Dakar, in Senegal, nel 2000 - aveva proposto i sei obiettivi che vanno a formare la campagna intitolata “Education for all”, campagna prevista fino al 2015 e che si pone l'obiettivo di garantire il diritto all'istruzione e la qualità didattica a tutti i bambini della terra.
Le sfide a lungo termine sono: la garanzia dell'istruzione primaria e la riduzione massiccia dell'analfabetismo.
All'interno della manifestazione, si segnala, in particolare, la giornata del 23 aprile, chiamata “ La più grande lezione del mondo” durante la quale le scuole hanno avuto l'occasione di invitare un esponente della politica e inviare, anche tramite gli organi di stampa, messaggi sul tema dell'istruzione ai membri delle istituzioni.
Gli organizzatori della settimana dedicata all'educazione si rivolgono, soprattutto, alle persone più povere e svantaggiate: ai bambini e ai giovani che vivono in zone rurali o che appartengono a minoranze etniche e linguistiche; e si vogliono occupare, ovviamente, anche di tutti coloro che sono colpiti da disastri naturali, da conflitti e da malattie psico-fisiche nella difesa di una cultura di pace, della diversità e dei diritti umani.

lunedì 7 gennaio 2013

La Fede nella diversità e un CONCORSO DI SCRITTURA RIVOLTO AGLI IMMIGRATI




Ieri pomeriggio6 gennaio 2013 alle 17.30, il Cardinale Angelo Scola ha presieduto, nel Duomo di Milano, una liturgia eucaristica in occasione della Festa dei Popoli, alla presenza di migliaia di migranti appartenenti alle diverse comunità cattoliche: filippina, latinoamericana, singalese, rumena, albanese, ucraina. Presenti anche la comunità cinese e molti africani e giapponesi. Sono, infatti, più di 400.000 i migranti cristiani in diocesi e il tema specifico di quest'anno è stato: “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza”:
Una moltitudine di persone, colori, simboli : la Fede - di e per chi crede - si conferma anche nella diversità di culture, di luoghi, di provenienze e, forse, dà forza e conforto, anche quando il passaggio dal Paese di origine al Paese di approdo è difficile, così come è spesso arduo l'inserimento in una società nuova.
Al termine della Messa è stata presentata l’undicesima edizione del concorso di scrittura Immicreando riservato agli stranieri immigrati, organizzato dall’Ufficio perla Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano e dalla Fondazione ISMU.
Il titolo del concorso è Persone, culture, nuove appartenenze nell’Italia che cambia e il testo deve essere un racconto sul cammino dei migranti – o dei figli di genitori migranti – per ottenere la cittadinanza. Un percorso lungo e faticoso: sul piano giuridico, emotivo e simbolico, perché assumere una nuova cittadinanza significa costruire nuove identità; identità plurali: la cultura d'origine e la cultura del nuovo paese si incontrano e originano nuove forme di cultura e di vita. E' un cammino lungo e faticoso per chi è arrivato qui da grande e per svariati motivi decide di diventare italiano, ma anche per chi, nato o cresciuto in Italia, si sente italiano, ma deve comunque chiedere allo stato di riconoscerlo come tale. Un racconto fatto di esperienze, desideri, possibilità per gli italiani di oggi e di domani.


Regolamento del concorso:

* il concorso è rivolto a stranieri e ha come oggetto opere di narrativa inedite, scritte in lingua italiana in forma di racconto. Il concorso è aperto a tutti, senza limiti di età, appartenenza nazionale, sociale, religiosa e la partecipazione è gratuita.

* il testo, inedito, dattiloscritto e stampato, deve essere spedito a: Immicreando – Concorso di scrittura, Ufficio per la Pastorale dei Migranti, piazza Fontana 2 - 20122 Milano;
oppure all’indirizzo di posta elettronica: migranti@diocesi.milano.it
* il testo deve arrivare entro il 31 marzo 2013. Farà fede il timbro postale. Insieme al testo, devono essere inviati i propri dati identificativi (nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, indirizzo di posta elettronica) e una dichiarazione di autenticità del testo (autocertificata), rilasciata sotto la propria responsabilità. Il testo inviato al concorso non sarà restituito.
* saranno premiati tre racconti, scelti da una giuria di esperti, che stabilirà l’ordine dei primi tre classificati. La giuria si riserva il diritto di premiare i lavori più meritevoli e il suo giudizio è insindacabile.
* per i tre vincitori sono previsti i seguenti premi in denaro: € 1.000,00 al 1° classificato; € 600,00 al 2° classificato; € 400,00 al 3° classificato. La premiazione avverrà nel corso della festa diocesana delle genti, il 19 maggio 2013. E' prevista la consegna di una targa di riconoscimento per eventuali altre opere particolarmente meritorie, scelte dalla giuria.
La partecipazione al concorso comporta la totale accettazione del presente regolamento e l'automatica cessione a titolo gratuito dei diritti per la pubblicazione del testo presentato.
UFFICIO PASTORALE MIGRANTI piazza Fontana, 2 - 20122 Milano t. 028556.455/6 - f. 028556.406 migranti@diocesi.milano.it
FONDAZIONE ISMU via Copernico, 1 - 20125 Milano t. 026787791 - f. 0267877979 www.ismu.org

La paura dell'Altro - scritto da Viorel Boldis, poeta e scrittore rumeno


Forse la parola che più delle volte viene abbinata allo straniero è la PAURA! Nell’abbordare il tema della paura, bisogna prescindere dal seguente quesito: i confini culturali coincidono con i confini geografici? Lo spostamento, lo sradicamento migratorio, non essendo soltanto geografico, ma anche identitario e socioculturale, come facciamo a capire dove finisce una cultura e dove comincia un’altra?

Oggi il mondo, oltre a essere diviso e insicuro, è anche abitato sempre più da culture diverse che entrano in contatto molto più velocemente rispetto al passato. Queste altre culture generano ombre, paura, intolleranza, inquietudine, proprio perché sono sconosciute, perché portano mondi e modi diversi di vivere la quotidianità.

La diversità culturale è diventato uno dei problemi maggiori con il quale il mondo globalizzato si confronta. La diversità culturale non produce necessariamente incompatibilità di convivere e di comunicare. È l’immagine sbagliata che si crea attraverso percezioni e stereotipi veicolati ripetutamente che ci fa credere che l’altro, il nuovo arrivato, non è compatibile con il nostro modo di vivere, e così, ogni tentativo di comunicazione viene frainteso, e più delle volte il dibattito si trasforma in conflitto.

È naturale chiedersi quali sono le cause della paura del diverso in generale, e della diversità culturale che il diverso, l’altro, porta con se. Si potrebbe attingere agli archetipi primordiali e non saremo in errore, poiché la maggior parte delle paure che l’essere umano sperimenta, hanno radici proprio negli archetipi primordiali. Ma, se vogliamo una spiegazione più semplice e vicina ai giorni nostri, possiamo rispondere cercando di capire come viene percepito e giudicato oggi lo straniero: lo straniero, l’altro, viene giudicato non per quello che è, ma per come viene definito dai mass media e dalla politica. Di conseguenza, le comunità straniere appaiono agli occhi della popolazione ospitante, non così come sono, ma come sono definite.

In realtà, la paura della diversità culturale in un mondo che attraverso la globalizzazione si sta sempre più uniformizzando, è, in un certo senso, un paradosso.

Un’altra causa che contribuisce alla paura della diversità culturale è, senza ombra di dubbio, la velocità, la rapidità delle mutazioni che avvengono a livello planetario, ma anche la velocità con la quale viaggiano le notizie. L’informatizzazione dei media, ma soprattutto l’avvento dell’internet, ha fatto si che, praticamente, qualsiasi notizia venga divulgata in tempo reale. Ma quello che influisce di più sulla percezione delle notizie che riguardano il diverso, lo straniero, è la filtrazione, l’alterazione di tali notizie da parte dei mass media. Tante volte abbiamo visto come le notizie che riguardano i stranieri vengono distorte. I giornalisti, purtroppo, si lasciano influenzare dagli stessi stereotipi che, in realtà, dovrebbero combattere. E, siccome oggi il mondo viene percepito soprattutto attraverso i mass media, possiamo affermare che i mass media hanno il ruolo principale per quello che riguarda la percezione della diversità culturale.

Possiamo dire che la cultura che ogni individuo sperimenta, è una cultura di tipo stanziale, che non va oltre la conoscenza acquisita e le esperienze vissute. Una cultura di tipo stanziale è anche una cultura statica, che rischia di coinvolgere e influenzare anche le altre sfere della società, inclusa quella economica. La crisi che l’Italia attraversa è un esempio eloquente da questo punto di vista.

Tra le cause che contribuiscono alla paura dell’altro, non possiamo non aggiungere le differenze religiose che separano i popoli. In questo caso, il più delle volte, ci accorgiamo come la paura della diversità culturale si trasforma in odio. Il diverso viene percepito sempre più come l’ostile, l’avversario da combattere, il nemico per eccellenza, perché non credendo nel nostro Dio, il diverso viene percepito come amico del nostro Diavolo. Purtroppo questo è uno degli stereotipi più diffusi e pericolosi, che da sempre genera guerre e divisioni.

Come fare per contrastare tali convinzioni? Quali mezzi, quali strumenti dobbiamo o possiamo usare noi stranieri, per primi, per farci conoscere per quello che siamo, per allontanare i sospetti, per far sì che la diversità culturale sia percepita come ricchezza, e non come fonte di paure, inquietudini, conflitti?

Per contrastare tali stereotipi, bisogna comprendere e dialogare, questi sono i principali pilastri dell’interculturalità: comprendere e dialogare, ragionare insieme, condividere.

Innanzitutto bisogna contrastare la stereotipizzazione mediatica della diversità culturale, rispecchiata sia nei mass media che nei discorsi populisti che ogni tanto si sentono nei periodi delle campagne elettorali.

Bisogna svestire l’interculturalità tanto sbandierata nei ultimi tempi, e renderla più visibile, più alla portata della società che la circonda.

L’intreccio di culture diverse non deve, per forza, amalgamare concetti e idee, valori e verità: nessuna cultura ha l’esclusività della verità o dei valori. L’intreccio di culture diverse può, e deve coesistere, non contrastandosi a vicenda, ma generando magari nuovi valori, e perché no, nuove società.

Volendo, possiamo liberaci dagli stereotipi, possiamo non essere sempre prigionieri della nostra cultura stanziale, o del nostro linguaggio, o delle nostre tradizioni. Questo non significa rinunciare alla nostra cultura, o ai nostri valori, o alla nostra lingua, o alle nostre tradizioni, significa semplicemente coesistere e condividere, e all’occorrenza tollerare.

La paura della diversità culturale non riguarda soltanto il ricco occidente, ma, con l’avvento della globalizzazione, agisce in modo trasversale, e trasversale è anche l’angoscia e l’ansia che essa genera. Di conseguenza, se vogliamo trovare un rimedio alla paura del diverso e della diversità culturale, questo deve essere e deve agire in modo trasversale. E non c'è niente di meglio in questo senso, de la cultura, de la letteratura, de la musica, dell'arte in tutte le sue forme.

Il ricorso alla cultura per affermare la propria identità è inevitabile, perché le comunità straniere diventano “visibili” attraverso la “matrice” culturale che le caratterizza, che mette in luce le loro abitudini e tradizioni, i loro valori.

La definizione dell’altro attraverso i principi culturali, implica la sua collocazione su una scala di valori materiali e spirituali riconosciuta dalla comunità ospitante.

La cultura favorisce la conoscenza in profondità dell’altro e, di conseguenza, evidenzia i suoi lati fondamentali, oltre alle sue abilità sociali.

Più delle volte l’immigrato lascia il suo paese senza trovarne un altro, senza capire dov’è e qual’è il suo vero posto nel mondo. È anche per questo che l'arte, la musica e la letteratura di quelli cher vivono in un paese che non è loro, non rispondono soltanto alle ambizioni letterarie o musicali, ma hanno una motivazione supplementare, sociale e politica. Così, per il pittore, per il musicista, per lo scrittore migrante, i problemi sociali, le ingiustizie, il continuo districarsi tra le varie leggi, l’insicurezza, la lotta con se stesso per capire e farsi capire, diventano parte della sua opera.

L’ingiustizia e la sofferenza in special modo, chiedono di essere espresse, e gli artisti e gli scrittori migranti si sentono obbligati a raccontare le loro storie, ma anche a raccontare l’Italia dal loro punto di vista.

Tutti vogliono raccontare tutto, vogliono rappresentare in un certo senso i loro compagni di viaggio, di sofferenze. Quasi si può dire che l'arte e la letteratura dei migranti sono un fenomeno che si spiega attraverso un processo di tramutare, di delegare a delle funzioni e speranze dentro all’opera, la quale non soltanto gli rappresenta, ma anche gli giustifica e difende.