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giovedì 7 gennaio 2016

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mercoledì 30 dicembre 2015

L'Associazione 21 luglio e la chiusura del Best House ROM

L’Associazione 21 luglio esprime profonda soddisfazione per la chiusura, nella Capitale, del Best House Rom, la struttura senza finestre, da due anni oggetto di numerose denunce dell’Associazione, dove negli ultimi mesi 135 persone, di cui oltre la metà minori, vivevano in condizioni drammatiche, al di sotto degli standard minimi di tutela dei diritti umani.
«A Roma è iniziato un processo irreversibile: non soltanto dal 2012 si è impedito la costruzione di nuovi “campi rom”, ma si inizia finalmente a mettere i sigilli su questi ghetti e luoghi di discriminazione istituzionale, che rappresentano un’anomalia italiana nel contesto europeo», afferma il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.
La chiusura del Best House Rom, situato in via Visso, nella periferia est della Capitale, è stata predisposta dal Comune di Roma in seguito a una “interdittiva antimafia” nei confronti della Cooperativa Inopera, l’ente gestore della struttura che nel 2014, come documentato dal rapporto dell’Associazione 21 luglioCentri di raccolta S.p.a.”, è costata 2,8 milioni di euro, di cui quasi 2,6 milioni affidati senza bando pubblico alla stessa Cooperativa Inopera. Alle famiglie che vivevano nella struttura è stata offerta una sistemazione alternativa da loro giudicata adeguata, come hanno potuto constatare rappresentanti dell'Associazione 21 luglio che in questi giorni hanno seguito la vicenda sul posto.
Nato nel 2012, il Best House Rom si è consolidato tra dicembre 2013 e marzo 2014 in seguito al collocamento nella struttura di 137 persone provenienti dallo smantellamento del “villaggio attrezzato” della Cesarina e di altre 64 sgomberate da alcuni insediamenti informali.
L’Associazione 21 luglio, per prima, ha denunciato le condizioni di vita drammatiche all’interno del centro. Nel report “Senza Luce”, pubblicato a marzo 2014, l’Associazione ha puntato i riflettori sulle condizioni strutturali del Best House Rom, caratterizzato da stanze anguste, prive di finestre e punti di areazione naturale; sulla sua incompatibilità con i requisiti previsti dalla normativa regionale che regola il funzionamento di strutture di accoglienza; e sugli altissimi costi della sua gestione, a fronte di stanziamenti nulli per l’inclusione sociale degli uomini, delle donne e dei bambini rom residenti.
Alle numerose denunce dell’Associazione 21 luglio sul Best House Rom, sono seguite l’apertura di un’istruttoria sul centro da parte dell’Autorità Anticorruzione, dopo un esposto presentato dall’area legale dell’Associazione lo scorso febbraio, e varie visite ispettive con rappresentanti delle istituzioni locali, nazionali e internazionali: con il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, con la Commissione Diritti Umani del Senato, con il presidente del Comitato Europeo dei Diritti Sociali Luis Quimena Quesada, con una delegazione della Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI).
La chiusura del Best House Rom va così ad aggiungersi a due importanti battaglie che hanno visto, nei mesi scorsi, l’Associazione 21 luglio in prima linea contro la costruzione di due nuovi “campi per soli rom” nella Capitale: il nuovo “villaggio attrezzato” della Cesarina, che nelle intenzioni dell’allora Assessore alle Politiche Sociali Rita Cutini avrebbe dovuto sostituire quello raso al suolo a dicembre 2013, e il nuovo “villaggio attrezzato” La Barbuta, che sarebbe dovuto essere realizzato dalla multinazionale Leroy Merlin in base a un progetto su cui, come emerso dalle intercettazioni su Mafia Capitale, aveva messo gli occhi anche il cosiddetto “ras delle cooperative” Salvatore Buzzi.
Entrambi i progetti furono bloccati in seguito al lancio di due campagne di mail bombing e mobilitazione on line (“#DiscriminareCosta” e “Leroy Merlin, un campo rom è un ghetto: non costruirlo!”) sul sito dell’Associazione 21 luglio. Lo scorso maggio, per di più, era stato il Tribunale di Roma, con una sentenza storica, in seguito a un’azione legale promossa da Associazione 21 luglio e Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, a riconoscere per la prima volta in Italia e in Europa il carattere discriminatorio dei “campi rom”, con specifico riferimento al “villaggio attrezzato” La Barbuta.
«La chiusura del Best House Rom, sebbene non sia stata accompagnata dall’individuazione di soluzioni che favoriscano l’inclusione sociale delle comunità rom, rappresenta comunque un punto di svolta cruciale per Roma: nella Capitale non si costruiscono più nuovi “campi” e si è iniziato a mettere la parola fine ai ghetti esistenti – conclude il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla -. Oggi è evidentemente cominciato un percorso dal quale non sarà più possibile tornare indietro: il sistema campi va definitivamente superato e l’inclusione sociale dei rom deve far parte dell’agenda politica della nuova Amministrazione che sarà guidata a governare la città». 
 
PER APPROFONDIRE:
 

giovedì 17 dicembre 2015

Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza per il prelievo delle impronte: “Se questo è il prezzo di Schengen, no grazie!”

 
 
Strasburgo, 16 dicembre 2015
 
Nel corso della seduta Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo si è svolto il dibattito su “Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza nei loro confronti”, preceduto dalle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.
 
La deputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha preso la parola alla presenza di Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, e Nicolas Schmit, ministro del Lavoro lussemburghese, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio.
 
«Leggo nel comunicato della Commissione sugli hotspot italiani che Roma deve “dare una cornice legale all'uso della forza” per il prelievo di impronte e le detenzioni prolungate. Sarà difficile, dicono i giuristi, a meno di violare due articoli della Costituzione: il 13 e il 24. Mi chiedo anche come l'Unione intenda far fronte a detenzioni e violenze verso i rifugiati che si estendono: in Ungheria, Bulgaria, Polonia, Francia, Spagna.
 
«In Italia le espulsioni forzate sono attuate anche quando i giudici sospendono i rimpatri. Il governo danese confisca da domenica scorsa i gioielli dei rifugiati – anelli nuziali esclusi – per pagarne i costi.
 
«È grave che tali misure siano presentate come urgenti e obbligatorie “per salvare Schengen”. Che il Presidente del Consiglio Europeo Tusk raccomandi 18 mesi di reclusione dei richiedenti asilo, sempre “per salvare Schengen”. Che non siano invece considerati obbligatori il non-refoulement, l'habeas corpus, la ricerca di alternative alla detenzione sistematica, la non coercizione su persone vulnerabili o minori.
 
«Non ci si può limitare a imporre solo misure repressive mentre la Carta, i trattati, il pacchetto asilo del 2013 prevedono diritti e clausole discrezionali ben più vincolanti.
 
«Se questo è il prezzo di Schengen: No grazie! – come cittadina europea rinuncio volentieri a Schengen, senza esitare».
 

giovedì 10 dicembre 2015

Hate crimes in Europe: riflessioni sui dieci anni d'inclusione dei Rom (2005 - 2015)


di Cinzia D'Ambrosi
 
Nel 2005, nella capitale della Bulgaria, Sofia, molti paesi europei firmarono una iniziativa inaudita che doveva puntare sul marcato divario socio economico della popolazione Rom in Europa. Cosi' ebbe inizio 'The Decade of Roma inclusion 2005-2015' che dava ai paesi europei l'opportunita' d'intervenire e migliorare i vari settori dalla Salute, Educazione, Alloggio a Discriminazione.
Oggi, trascorsi i dieci anni, possiamo soffermarci a riflettere. Il 10-11 Settembre 2015, alla 28esima International Steering Committee in Sarajevo, sono stati invitati i governi che si erano impegnati nell'iniziativa per marcare la scadenza dei dieci anni e poter fare un bilancio riflessivo attuale della situazione dei Rom. Il segretario della Decade ha presentato il bilancio sommario constatando che molte aree come quella della salute non hanno presentato miglioramenti mentre l'area educativa ne ha riscontrato solo alcuni.
Come fotoreporter ho lavorato a lungo sulle comunita' dei Rom, in particolare nei Balcani, in Kosovo, Bosnia Herzegovina, Bulgaria. Una delle riflessioni piu' significative e' quella che molte persone Rom non erano nemmeno al corrente della Decade. La maggior parte della loro quotidianità si svolge nel lottare per sopravvivere, alle prese con numerosi problemi. Cinicamente, coloro che per varie vie ne sono venuti a conoscenza, sono arrivati alla conclusione che i 'Professionisti' ricavano fondi dai loro problemi.
La questione è che se non ci si impegna ad abbracciare le comunita' dei Rom nel vero senso della parola, non ci sara' mai un progresso profondo. Si dovrebbe combattere la discriminazione, partendo dal linguaggio e dagli stereotipi. La discriminazione non e' diminuita negli ultimi dieci anni.
A meno che il razzismo istituzionale scompaia, le comunita' dei Rom non vedranno alcun miglioramento nelle loro vite. Quindi, riflettendo sulla 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015', ci si dovrebbe domandare il perche' non fare del buon uso delle risorse umane che nel tempo porteranno all'inclusione dei Rom a tutti i livelli, partendo da un punto sociale di non esclusione e facendo si' che i Rom non siano messi da parte, ma vengano integrati nelle nostre societa'.


Reflections on the 'Decade of the Roma inclusion (2005-2015)



In the year 2005 in Sofia, Bulgaria, Central and South-Eastern governments in an unprecedented effort to bridge the existing wide socio economic gaps for the Roma population in Europe signed for an initiative that was to mark the beginning of the "Decade of Roma Inclusion 2005-2015". This initiative was to look at the different areas of needed improvements for the Roma communities in Europe from education, housing, health, discrimination etc. and intervene where needed.
Ten years later, on the 10th-11th September 2015, at the 28th International Steering Committee in Sarajevo, Bosnia and Herzegovina, the same countries that signed the initiative were marking the closure of the Roma Decade initiative. Thus, the Decade Secretariat provided an overall reflection on the initiative with areas noted as improved such as education and those like health that have had little to none improvements.
As a photojournalist, I have been covering the lives of the Roma for a long time, particularly in the Balkans from Kosovo, Bosnia Herzegovina and Bulgaria. One of the most significant reflections is that the Roma communities have hardly be made aware of the Decade Initiative and if they have, they would be too bitterly embroiled in survival and thus cynically looking at the initiative as another 'means for others to discuss and win funds on their behalf'. The problem is that unless we are to embrace the Roma population as a community that is not a separated entity then there will be no progress. Discrimination is still rife and it has not diminished in the last ten years.
Unless institutional racism is wiped out, Roma communities will not see any improvements in their lives. Thus, on reflection on the 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015' it would be great to make use of our human resources to create inclusion from housing, health and education. Thus, starting from a non-exclusion society, where Roma are not set aside, but are integrated at all levels.





Caption:
Roma gypsies in the Roma ghetto of Kjustendil in Bulgaria.

Didascalia:
Le comunita' dei Rom nel ghetto di Kjustendil in Bulgaria.









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giovedì 3 dicembre 2015

“So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire”, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom

Come vivono i minori rom all’interno di un ghetto, isolati dal centro abitato e senza spazi per giocare ed esprimere la propria personalità? Quali disagi provocano la povertà, la discriminazione della società e la mancanza totale di stimoli e riconoscimenti all’interno del proprio contesto abitativo?
Sono questi gli interrogativi alla base di “So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom residenti negli insediamenti istituzionali che verrà presentato giovedì 10 dicembre alle ore 17.30, presso l’aula V della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università la Sapienza di Roma (città universitaria), in Piazzale Aldo Moro, 5.
La ricerca ha sviluppato un’indagine su un campione di minori tra gli 8 e i 15 anni che vivono nel “villaggio della solidarietà” di Castel Romano, comparando dati e osservazioni con le famiglie rom che vivono in abitazioni convenzionali.
 
Interverranno alla presentazione del rapporto:
 
Carlo STASOLLA, presidente dell’Associazione 21 luglio
Natale LOSI, antropologo-medico e direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca, Associazione 21 luglio
 
Ai partecipanti sarà distribuita copia gratuita del reportage fotografico ispirato alla ricerca, “So Dukhalma –Quello che mi fa soffrire“.
La ricerca è stata realizzata con il sostegno della Fondazione Bernard Van Leer.
L’autrice del testo, Angela Tullio Cataldo, ha condotto la ricerca con il supporto di Luca Facchinelli, Cristiana Ingigneri, Emiliana Iacomini e sotto la supervisione scientifica di Natale Losi, direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma.
Le fotografie del reportage sono state scattate da
Stefano Sbrulli, photoreporter e digital designer, presso il “villaggio della solidarietà” Castel Romano e presso le famiglie rom residenti in abitazioni private a Roma.

lunedì 23 novembre 2015

Ragazzi fuori: 18mo rapporto Antigone sulle carceri minorili in Italia



Dalla prefazione di Patrizio Gonnella:
 
Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente, un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di 350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione, di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.


Sono stati 11 i minori accusati di omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati, questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.

La misura carceraria per i minori, cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel 2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%, ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè 12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti: questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".




 

lunedì 12 ottobre 2015

Cyberbullismo: da “Una vita da Social” a “Scelgo io!”. Ecco tutte le iniziative in Italia



(da www.intreccio.eu)





Concorsi, incontri, nuove guide e nuova campagna di comunicazione; ecco gli appuntamenti lanciati in tutt’Italia per navigare sicuri in Rete, dove gli unici veri protagonisti sono soprattutto gli studenti di ogni ordine e grado.

I Supererrori. Le regole del supernavigante” è uno dei progetti contro il cyberbullismo, a firma di “Generazioni Connesse” il Safer Internet Centre italiano, lanciato in occasione di “Tutti a scuola 2015”, l’iniziativa coordinata dal Miur, ministero dell’Istruzione. Attraverso sette mini spot, colorati e divertenti, i ragazzi possono imparare velocemente le regole per una sicura navigazione in Internet. Il linguaggio e la semplicità del messaggio rende l’iniziativa utile anche ai più piccoli. Il primo dei sette cortometraggi sarà lanciato sui canali social di “Generazioni Connesse” e le storie saranno impersonate da sette personaggi.

 
 
Di fondamentale importanza, anche contro il cyberbullismo, è inoltre la Helpline, la piattaforma di Telefono Azzurro costituita dalla linea telefonica gratuita 1.96.96, attiva 24 ore al giorno, e la chat online a disposizione di bambini, adolescenti e adulti, attiva tutti i giorni dalle 8 alle 22 (sabato e domenica dalle 8 alle 20). È possibile, segnalare anche in maniera anonima i contenuti illegali o potenzialmente dannosi, presenti sul web, attraverso due Hotlines direttamente collegate con la Polizia Postale – www.stop-it.it di Save the Children e “Clicca e segnala” di Telefono Azzurro su www.azzurro.it. Completa il progetto il portale Skuola.net, la scuola virtuale più frequentata dagli studenti italiani, che dedicherà un intero canale tematico agli oltre 3 milioni di studenti che ogni mese accedono al sito.
 



Per gli studenti di tutte le scuole d’Italia arriva infine “Scelgo io!”, il concorso di selezione di scrittura creativa, arti visive e multimediali dove una giuria valuterà i lavori e sceglierà i migliori.



Altra iniziativa, mirata alla lotta contro il cyberbullismo, che chiama a raccolta alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado, insegnanti e genitori, è “Una Vita da social”, la campagna itinerante giunta alla terza edizione, organizzata della Polizia postale, in collaborazione con il ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca e Skuola.net. Gli incontri avverranno sul truck, un camion allestito come un’aula multimediale dove gli esperti della polizia Postale incontreranno i giovani e i loro insegnanti e genitori nelle maggiori piazze di 58 città italiane.


Da non dimenticare il 9 febbraio 2016 la tredicesima edizione Safer Internet Day, celebrata in tutto il mondo. Il tema di quest’anno sarà: “Gioca la tua parte per un internet migliore” e lo scopo è quello di costruire un Internet migliore per tutti, ma soprattutto i bambini e i giovani .

domenica 4 ottobre 2015

Arabia Saudita:attivista rischia di essere messo a morte

 
 
 
 
 


La Corte penale speciale e la Corte suprema dell’Arabia Saudita hanno confermato la sentenza capitale nei confronti di Ali Mohammed Baqir al-Nimr, giovane attivista sciita condannato a morte per reati presumibilmente commessi all’età di 17 anni.


È accusato di “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. La condanna sarebbe stata emessa sulla base di una confessione estorta con torture e maltrattamenti.


Ali al-Nimr è nipote di un eminente religioso sciita - Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, anch’egli condannato a morte.



Ali al-Nimr ha esaurito ogni possibilità di appello e può essere messo a morte appena il re ratifica la condanna.

Chiedi con Amnesty l’annullamento della sentenza, indagini sulle torture e che l’Arabia Saudita rispetti i diritti umani.


Leggi il testo completo dell'appello




IL CASO

Il 14 febbraio 2012, Ali Mohammed Baqir al-Nimr, 17 anni, viene arrestato e condotto presso la Direzione generale delle indagini (Gdi) del carcere di Dammam. Non può vedere il suo avvocato e, secondo quanto riferisce, viene torturato da ufficiali della Gdi affinché firmi una “confessione”. 
 

Resta detenuto nel centro di riabilitazione giovanile Dar al-Mulahaza per un anno e, a 18 anni, riportato nella Gdi di Damman. 

Il 27 maggio 2014, il tribunale penale speciale di Gedda lo condanna a morte per reati che comprendono la “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. Il tribunale si sarebbe basato sulla “confessione” estorta con la tortura e maltrattamenti e su cui si è rifiutato di indagare. 
 

Ad agosto 2015 il caso viene inviato al ministro dell’Interno per dare attuazione alla sentenza.  

A settembre la famiglia diffonde la notizia appresa: i giudici di appello presso la Corte penale speciale (Scc) e della Corte suprema confermano la sentenza.
 

Ali al-Nimr è un attivista scita e nipote dell’eminente religioso sciita Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, di al-Awamiyya in Qatif, nella zona orientale dell’Arabia Saudita, condannato a morte dal tribunale penale speciale il 15 ottobre 2014.



LA PENA DI MORTE IN ARABIA SAUDITA
L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto numero di sentenze: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre 2200 persone; da gennaio ad agosto 2015, almeno 130 esecuzioni
 

Violando la Convenzione sui diritti dell’infanzia e il diritto internazionale, ha messo a morte persone per reati commessi quando erano minorenni.

Spesso i processi per reati capitali sono tenuti in segreto e sono sommari e iniqui, senza l’assistenza  e la rappresentanza legale durante le varie fasi della detenzione e del processo. Gli imputati possono essere condannati sulla base di confessioni estorte con torture e maltrattamenti, coercizione e raggiri.
 

Le tensioni tra la comunità sciita e le autorità saudite sono cresciute dal 2011, quando sono cresciute le manifestazioni contro gli arresti e le vessazioni di sciiti che svolgevano preghiere collettive e violavano il divieto di costruire moschee sciite.
 

Le autorità saudite hanno risposto con la repressione di chi era sospettato di partecipare o sostenere o esprimere opinioni critiche verso lo stato. I manifestanti sono stati trattenuti senza accusa e in isolamento per giorni o settimane e sono stati segnalati maltrattamenti e torture. 

Dal 2011, quasi 20 persone collegate alle proteste sono state uccise e centinaia incarcerate. 

 



mercoledì 30 settembre 2015

L'ultimo arrivato: il romanzo vincitore del premio Campiello





Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell’emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro,di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi». Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è «picciriddu» o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. 

Queste alcuni brani della descrizione del romanzo L'ultimo arrivato, edito da Sellerio, di Marco Balzano, vincitore del premio Campiello 2015.   







L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato l'autore che ci regalato queste sue parole. 

Ringraziamo tantissimo Marco Balzano.




Quanto è importante, oggi, ricordare l'emigrazione interna italiana?

Moltissimo. La memoria va tenuta in vita per rapportarsi in maniera più efficace col presente. È utile per non interpretare tutto alla luce di allarmismi e demagogie, ma in maniera politicamente più incisiva per risolvere civilmente le grandi questioni e migliorare la nostra immagine rispetto ad atteggiamenti passati.


 Perché la scelta di un bambino come protagonista della storia?

 
Perché l'emigrazione infantile e minorile in genere è stata una faccia dell'emigrazione di cui, nonostante il tema in genere sia stato molto battuto anche in letteratura per tutto il secolo scorso e l'inizio del nuovo millennio, si è parlato poco, per non dire niente. 


 Non si tratta di un racconto autobiografico: quali sono state le ricerche che hanno preceduto la stesura del libro? 



No, non c'è nulla di autobiografico. Anzi, la difficoltà è stata togliersi completamente, non inciampare in questa storia. Ho prima studiato l'argomento dal punto di vista storico e sociologico, poi ho intervistato quei settantenni che sono emigrati da “picciriddi”. L'ho fatto senza prendere appunti, in modo che le loro parole si potessero liberamente confondere in me e dar vita a un personaggio di fantasia ma che prendesse spunto da vite vere. Volevo scrivere un storia, una narrazione, non un romanzo storico o sociologico: la storia di una vita. 



 Quali sono le riflessioni che il testo suggerisce ai ragazzi che lo leggeranno? 



 Il mondo dei giovani, ancor più di quello degli adulti, corre velocissimo. Tutto cambia in fretta, non si fa in tempo a desiderare qualcosa che subito ne esiste una versione più aggiornata. In questa rapidità le vite diverse dalle nostre sembrano sempre trapassato remoto. Non è così, invece: e la letteratura in genere ci connette con tempi, spazi ed esistenze in cui non eravamo presenti. Compie un'operazione di avvicinamento del diverso e dell'ignoto e permette di conoscerlo. Nel mio piccolo, penso che anche la storia di Ninetto, il mio protagonista, possa innescare questo processo di scoperta. 



 A chi dedica questo premio?



A mia figlia Caterina e a mia moglie Anna, un editor straordinario che ha vagliato e setacciato tutte le mie parole rendendole migliori. E poi, si sa, non è mai semplice convivere con uno scrittore! 


domenica 6 settembre 2015

Due interventi di Barbara Spinelli a Bruxelles: no impronte ai minori migranti per l' identicazione e ritardi dei fondi alla Grecia per i migranti


BARBARA SPINELLI: “ALLARMANTE LA RISPOSTA DEL COMMISSARIO AVRAMOPOULOS SULL’USO DELLA FORZA NEL PRELIEVO DELLE IMPRONTE PER L’IDENTIFICAZIONE DI MINORI”

Bruxelles, 3 settembre 2015

Il commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos ha risposto a nome della Commissione all’interrogazione depositata il 13 maggio 2015 dall’eurodeputata Barbara Spinelli, congiuntamente ai colleghi Elly Schlein, Laura Ferrara, Ignazio Corrao, Eleonora Forenza e Curzio Maltese. Nell’interrogazione si chiedevano chiarimenti sulle violenze subite da numerosi richiedenti asilo nei centri di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa e Pozzallo. Fonti diverse e concordanti avevano infatti documentato l’uso illegittimo della forza per costringere i migranti, anche minori, all’identificazione attraverso il prelievo delle impronte digitali. Un comportamento in palese violazione delle salvaguardie previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Vari cittadini stranieri, anche minori, dichiararono di aver subito percosse con manganelli elettrici.

«La risposta della Commissione è allarmante», ha dichiarato Barbara Spinelli. «Pur preannunciando l’intenzione di intraprendere le azioni necessarie per indagare su tutti i casi in cui vi siano elementi che indichino l'adozione di misure illegali da parte delle autorità nazionali, la Commissione mantiene la più grande ambiguità sull'uso della violenza, anche sui minori. In effetti, nella risposta, la Commissione evidenzia che "eventuali misure coercitive adottate dagli Stati membri devono essere proporzionate, giustificate e rispettose della dignità e dell'integrità fisica della persona interessata” e che "ai bambini di età inferiore ai 14 anni non devono essere rilevate le impronte digitali”: destando con ciò il sospetto che l'uso di misure coercitive sia da considerarsi legittimo, se applicato a minori dai 14 ai 18 anni».

«La Commissione fa riferimento ai propri orientamenti, pubblicati nel maggio 2015, in materia di rilevamento delle impronte digitali ai migranti irregolari e ai richiedenti protezione internazionale. In tali orientamenti, la Commissione propone – al paragrafo 7 – che "gli Stati membri possano considerare che non sia mai opportuno utilizzare la coercizione per costringere la rilevazione delle impronte digitali di alcune persone vulnerabili, come minori o donne in stato di gravidanza. Se un certo grado di coercizione viene utilizzato per persone vulnerabili, occorre garantire che la procedura utilizzata sia specificamente adattata a tali persone».

MATERIALI:

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-007777/2015

alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Curzio Maltese (GUE/NGL), Elly Schlein (S&D), Laura Ferrara (EFDD) e Ignazio Corrao (EFDD)

Oggetto:Uso illegale della forza nei centri di accoglienza di Pozzallo e Lampedusa, Italia, per l'acquisizione delle impronte digitali dei migranti, comprese quelle dei minori, a fini di identificazione

Dal 28 aprile 2015 70 minori non accompagnati sono stati rinchiusi per oltre due settimane in un Centro di primo soccorso e accoglienza (CPSA ) sull'isola italiana di Lampedusa. Dal 25 aprile 2015 113 siriani e palestinesi sono stati detenuti per una settimana in un CPSA a Pozzallo, Sicilia. Varie fonti e documenti attestano l'uso illegale della forza al CPSA di Pozzallo per il rilevamento delle impronte digitali dei migranti – comprese quelle dei minori – a fini di identificazione, in violazione delle norme di salvaguardia sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU) e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Inoltre, i cittadini stranieri detenuti al CPSA di Pozzallo, compresi i minori, hanno dichiarato di essere stati colpiti con dispositivi tipo Taser.

Intende la Commissione far luce su questi recenti avvenimenti e valutare se ciò che accade a Lampedusa e al CPSA di Pozzallo costituisca una violazione dell'articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, degli articoli 3 e 5, paragrafo 4, della CEDU, degli articoli 14, lettera b), 17 e 19 della direttiva sull'accoglienza (2003/9/CE) e dell'articolo 8 del regolamento (CE) n. 2725/2000 (regolamento" Eurodac")?

Intende altresì la Commissione chiarire quali misure pensa di adottare per impedire la detenzione di bambini migranti, vietata dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo?

Risposta della Commissione

Risposta di Dimitris Avramopoulos

a nome della Commissione

(1.9.2015)

La Commissione non è a conoscenza dei presunti fatti citati dall'onorevole parlamentare, né di alcun elemento di prova di questo tipo. La Commissione intraprenderà le azioni necessarie per indagare su tutti i casi in cui vi siano elementi che indichino l'adozione di misure illegali da parte delle autorità nazionali.

Nell'ambito del pacchetto di misure introdotte nell'agenda europea sulla migrazione nel maggio 2015, la Commissione ha proposto degli orientamenti per gli Stati membri in materia di rilevamento delle impronte digitali ai migranti irregolari e ai richiedenti protezione internazionale[1]. Tali orientamenti prevedono un approccio comune basato sulle migliori prassi in materia di rilevamento delle impronte digitali, conformemente al regolamento Eurodac e al diritto dell'UE. Le eventuali misure coercitive adottate dagli Stati membri devono essere proporzionate, giustificate e rispettose della dignità e dell'integrità fisica della persona interessata. Inoltre, ai bambini di età inferiore ai 14 anni non devono essere rilevate le impronte digitali.

La Commissione sostiene pienamente i diritti dei bambini, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, compreso il diritto alla libertà. Il diritto dell'UE pone dei limiti precisi alla detenzione amministrativa per i bambini, che dovrebbe essere utilizzata solo in ultima istanza, ove si ritenga impossibile applicare in maniera efficace misure meno coercitive. Ciò è stabilito all'articolo 11 della direttiva 2013/33/UE sulle condizioni di accoglienza, che si applica a decorrere dal 20 luglio 2015.
 
BARBARA SPINELLI: SCANDALOSO RITARDO NEL VERSAMENTO DEI FONDI PER LA MIGRAZIONE ALLA GRECIA
Barbara Spinelli ha indirizzato una lettera – firmata da 55 eurodeputati - a Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, Dimitris Avramopoulos, Commissario per Migrazione, affari interni e cittadinanza e Christos Stylianides, Commissario per Aiuti umanitari e gestione delle crisi.
 
Il testo:
Caro Presidente,
Cari Commissari,

sono numerosi i paesi bisognosi di solidarietà nell’Unione, davanti al forte afflusso di migranti e richiedenti asilo, ma la Grecia – da anni in profonda crisi recessiva –  fatica più di ogni altro e in misura intollerabile nella gestione dell’accoglienza dei profughi: 160.000 tra gennaio e metà agosto 2015. L’incremento rispetto al 2014 è del 750%. Migliaia di migranti sono bloccati sul confine tra Grecia e Macedonia, violentemente respinti dalle autorità di Skopje.
Il direttore europeo dell’Unhcr descrive la situazione dei migranti in Europa come “la peggiore” che abbia visto in trent’anni di esperienza umanitaria. Papa Francesco ha equiparato i respingimenti dei migranti ad atti di guerra.
La Commissione europea ha deciso nell’agosto 2015 uno stanziamento di fondi speciali per assistere i Paesi in maggiore difficoltà, sulla base dell’articolo 79 dei trattati. Per il 2014-2020, la Grecia dovrebbe ricevere 260 milioni di euro dal Fondo per la migrazione, integrazione e asilo, e 195 milioni di euro dal Fondo di sicurezza interna [1].
Sembra tuttavia che i primi versamenti tardino a venire, come ammesso il 17 agosto dal Commissario Avramopoulos [2] in un’intervista a “Repubblica”.
Chiediamo:
  • La Commissione è cosciente della gravità di ogni ritardo nei versamenti, vista la drammatica situazione di abbandono in cui versano i rifugiati nelle isole greche?
  • La Commissione ritiene sufficienti le cifre stanziate, di fronte ad aumenti così ingenti dei flussi migratori?
  • Come sarà organizzata la ricollocazione di 16.000 richiedenti asilo dalla Grecia in altri Paesi dell’Unione, decisa dal Consiglio europeo il 25-26 giugno?


martedì 4 agosto 2015

Cittadinanza: ius soli per chi nasce in Italia, ius culturae per chi arriva




Depositato, lo scorso 29 luglio, alla Camera il testo unificato che raccoglie le 24 proposte di legge sulla modifica della legge 91/92. Si introduce per tutti (e non solo per gli apolidi) il principio dello ius soli temperato, ma per i minori che arrivano entro i 12 anni è previsto anche un ciclo di studi di cinque anni.



Ius soli temperato per chi nasce in Italia, ius culturae per chi arriva nel nostro paese entro i 12 anni di età. Per diventare cittadini italiani non conterà più solo la discendenza, e cioè lo ius sanguinis (diritto del sangue) ma anche la nascita nel nostro paese (ius soli, diritto del suolo) e l’acquisizione della cultura italiana. Sono queste le novità principali previste dal testo unificato sulla riforma della legge 91/92, depositato oggi alla Camera. Un testo che mette insieme le oltre 20 proposte di legge presentate in questi anni da esponenti di tutti gli schieramenti politici. E che per la prima volta introduce nel nostro paese lo ius soli temperato per tutti (finora la legge lo prevedeva solo nei casi di apolidia, cioè quando non si può determinare la nazione di appartenenza), avvicinando la nostra legislazione, considerata tra le più restrittive in Europa, a quella degli altri paesi come Francia e Germania. Al testo unificato si è arrivato dopo mesi di discussioni, il compito di tradurre le 24 proposte depositate a Montecitorio in una sintesi organica che le tenesse tutte insieme è stato affidato a Marilena Fabbri del Pd (insieme ad Annagrazia Calabria di Forza Italia, che alla fine però ha lasciato l'incarico per divergenze nella stesura del testo).
Il primo articolo del testo di riforma contiene la novità più importante e di fatto ricalca quella che da sempre è la proposta del Partito democratico, ma include anche la proposta di iniziativa popolare voluta dalla campagna l’Italia sono anch’io (che prevedeva però un anno di soggiorno legale dei genitori), del Movimento 5 stelle (residenza di almeno tre anni) e di Sel (residenza legale di almeno un anno). Nello specifico, si riconosce la cittadinanza italiana a chi è “nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita”. Si prevede inoltre l’acquisizione anche per chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui “almeno uno sia nato in Italia e ivi risieda legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno, antecedente alla nascita del figlio”.La norma si basa, quindi, sul progetto di vita stabile dei genitori stranieri in Italia. La cittadinanza in questi casi non è però automatica ma si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all'ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, da annotare a margine dell'atto di nascita. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l’interessato può rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza. In mancanza di una dichiarazione di volontà da parte di un genitore esercente la responsabilità genitoriale, il figlio acquista la cittadinanza, se lo chiede, entro 2 anni dalla maggiore età.


Ius culturae: cittadinanza a chi arriva entro i 12 anni e abbia frequentato almeno 5 anni di scuole in Italia. La seconda novità è contenuta nell’articolo 4 comma 2, che introduce il cosiddetto ius culturae per i figli di genitori stranieri che siano entrati in Italia entro il compimento del dodicesimo anno di età. In questo caso per l’acquisizione della cittadinanza si prevede la frequenza regolare “per almeno cinque anni di istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”. Anche in questo caso la cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale. L’ipotesi di legare la richiesta di cittadinanza al percorso scolastico è da sempre sostenuta dal centrodestra, ma anche da Scelta civica. L’articolo nel testo fa infatti riferimento alle proposte depositate da Mario Marazziti di Per l’Italia, da Renata Polverini (Forza Italia) e da Dorina Bianchi (Area popolare Udc-Ncd). Nel testo si prevede anche l’acquisizione “per lo straniero che abbia fatto ingresso nel territorio della Repubblica prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale con il conseguimento di una qualifica professionale”. Per chi arriva tra i 12 e i 18 anni, quindi, oltre a un ciclo scolastico è richiesta la residenza di almeno 6 anni.
Secondo il testo unificato,la modifica della legge riguarderà solo i minori, mentre non cambiano i tempi per la naturalizzazione (cioè per gli stranieri che arrivano in Italia da adulti e che secondo la legge attuale devono attendere dieci anni prima di poter richiedere la cittadinanza italiana). Quest'ultimo aspetto è stato molto dibattuto, in particolare si proponeva un abbassamento dei tempi di permanenza legale da dieci a otto anni. Ma alla fine si è scelto di concentrarsi solo sulle modifiche relative ai minorenni. Aspetto su cui l'accordo tra centro destra e centro sinistra è sempre stato maggiore. La discussione del testo sarà avviata a settembre.


venerdì 31 luglio 2015

Family reunification not deportation!

di Mayra Landaverde  (Mayralandaverde.it)



Ogni volta che lui era in ritardo anche di soli cinque minuti io pensavo subito che l’avessero fermato. Pensavo gli avessero chiesto i documenti e sapevo bene che andava in giro senza nemmeno una fotocopia del passaporto, perché fra gli stranieri senza permesso di soggiorno si dice così, non portare il passaporto se no ti mandano indietro al tuo paese, invece senza documenti loro non possono sapere da dove vieni.

Io sono stata fermata solo una volta quando non avevo ancora il mio permesso ma non mi hanno fatto niente, mi hanno lasciata andare subito. I poliziotti erano impegnati con due ragazzi che non parlavano l’italiano.

Così quando lui era in ritardo cominciavo ad agitarmi tanto, tantissimo. Perché avevamo già un bambino...Se l’avessero fermato, io cosa avrei fatto? Nel migliore dei casi l’avrebbero espulso, nel peggiore dei casi l’avrebbero rinchiuso in un CIE, e lì sì che sarei andata fuori di testa. Decisi, nel caso l’avessero espulso, di andare subito a vivere nel suo Paese perché volevo vivere con lui e il nostro bimbo, non importa dove.

Non è mai successo, siamo ancora qui a Milano insieme e tutti quanti ora abbiamo il permesso di soggiorno. Anche se ogni due anni ci viene l’ansia del rinnovo, che comunque è legato al lavoro, e si sa, noi siamo solo mano d’opera, mica abbiamo una vita vera.

Il 20 luglio 2015 Emma Sanchez (messicana) e Michael Paulsen (statunitense) si sono sposati con rito cattolico davanti al muro che separa Tijuana in Messico da San Diego negli Stati Uniti.

Non hanno scelto loro il posto. Emma è stata espulsa dagli USA 10 anni fa. Ha vissuto negli Stati Uniti per 5 anni senza permesso di soggiorno, ha conosciuto suo marito, si sono sposati in Comune e hanno avuto dei figli. Così Emma ha deciso di tornare a Ciudad Juarez in Messico per rientrare negli Stati Uniti in modo legale. L’hanno fermata e le hanno dato il divieto di ingresso negli USA per 10 anni, anche se lei era già sposata con un cittadino americano e aveva tre figli.

I suoi figli la vanno a trovare a Tijuana una volta a settimana. Questo è l’ultimo anno dal mandato. L’anno prossimo proverà ancora ad entrare legalmente negli Stati Uniti.

Il governo statunitense deporta in media ogni anno 400.000 migranti, il 75% dei quali sono messicani. Di questi, 152.000 sono genitori di bambini nati su suolo americano, quindi con la cittadinanza americana. I bambini rimangono negli USA con i parenti più vicini oppure nelle strutture fatte apposta per accogliere i figli di migranti deportati.

Nel 2011 erano 5.100 minori. Non ci sono dati attuali precisi, visto che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) non li considera nemmeno.

Nel 2013 un gruppo di parlamentari repubblicani e democratici ha proposto una riforma alla legge per l’immigrazione con dei punti specifici sulla “Reunification family”. Queste riforme permetterebbero ad esempio di richiedere un visto temporaneo ai genitori deportati affinché regolarizzino la propria situazione rimanendo nel Paese, cioè senza essere obbligati a lasciare i propri figli.

Mentre il parlamento discute questa legge le persone si sposano davanti ai muri di confine, i bambini crescono senza madri o padri e le mogli piangono per i loro mariti. Chi può rispondere ad Alexis Molina, figlio di Sandra Payes deportata da anni in Guatemala, che si chiede come mai sua madre non c’è più?


mercoledì 8 luglio 2015

Maybe tomorrow: Stefano Liberti e Mario Poeta raccontano Mare Nostrum




Mario Poeta e Stefano Liberti hanno condensato il racconto dell’operazione Mare Nostrum e della prima accoglienzanel breve documentario Maybe Tomorrow. Il prodotto dei due giornalisti si inserisce nel progetto Access to Protection del Consiglio Italiano dei Rifugiati . Maybe tomorrow vuol dire “Forse domani” ed è la frase che i migranti si sentono continuamente ripetere, per mesi e mesi, mentre aspettano il “foglio di via”.




L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato, per voi, il giornalista Stefano Liberti e lo ringrazia tantissimo per queste sue parole.




Come nasce il progetto di Maybe tomorrow?




Il progetto nasce all'interno di un progetto europeo sull'accoglienza e il salvataggio in mare e, nell'ambito di questo progetto, abbiamo realizzato un documentario breve che cerca di raccontare l'operazione Mare Nostrum, iniziata nel 2013 e condotta per tutto il 2014 dalla Marina militare: abbiamo seguito come vengono intercettati i barconi, come vengono svolti i soccorsi e anche cosa avviene dopo.



Quale può essere il bilancio dell'operazione Mare Nostrum?



Per quello che abbiamo visto noi è un bilancio positivo perchè, nel corso di tutta l'operazione, sono stati soccorsi e portati a terra 170.000 rifugiati e, se non ci fosse stata l'operazione, i morti sarebbero stati di maggior numero; ricordiamo che Mare Nostrum è stata lanciata subito dopo la duplice tragedia dell'ottobre 2013, con un totale di 600 migranti deceduti in mare.

L'operazione ha anche ovviato a un problema fondamentale, ovvero al fatto che – quando si vanno a vedere le nazionalità delle persone che partono e vengono tratte in salvo – si capisce che quelle persone provengono da Paesi in guerra o sono perseguitate per questioni politiche per cui, una volta arrivate in Italia, ottengono la protezione internazionale. Mare Nostrum ha, quindi, svolto le funzioni di una specie di canale umanitario per questi profughi di guerra.



Il sistema di richiesta di asilo, in Italia, funziona?



Non proprio; la gran parte delle persone che arriva in Italia, infatti, non chiede asilo perchè, una volta ottenuto, non c'è un follow up: non vengono garantiti percorsi di inserimento, formazione, coabitazione come, invece, avviene in altri Paesi.

Chi arriva tende a non farsi prendere le impronte digitali e a cercare di richiedere l'asilo politico in Paesi dove il sistema è più accogliente; l'Italia è un Paese di transito e gli immigrati preferiscono andare in Nord Europa dove viene garantita una migliore qualità della vita.



Quindi non si può e non si dovrebbe parlare di “emergenza”...



Parlare di “emergenza immigrazione” consente di non realizzare mai un sistema strutturato di accoglienza. L'emergenza è qualcosa che avviene e che non è prevedibile. In realtà i flussi migratori verso l'Italia esistono da più di vent'anni e sono facilmente prevedibili anche i numeri che interessano questi flussi per cui parlare di emrgenza consente anche di speculare su questo fenomeno: dare appalti in deroga, superare le normative. Quindi poter lucrare.



Come si svolge la prima accoglienza in Italia?



Sempre per quello che abbiamo visto, chi ha i mezzi finanziari per andarsene, cerca di andare via prima di essere identificato; chi non li ha (come i cittadini dell'Africa subsahariana) viene inserito in un sistema di prima accoglienza molto carente nel quale, per mesi e mesi, non viene informato dei propri diritti e delle tempistiche che riguardano la sua situazione.

Pensiamo anche ai minori stranieri non accompagnati (MSNA): vengono trasferiti in strutture temporanee, in attesa di essere affidati a un tutore per poi iniziare la procedura di richiesta di asilo, cosa che richiede almeno sei mesi di tempo. Questi minorenni vivono in una specie di limbo, di indeterminatezza e non ne capiscono il motivo perchè pensano di essere arrivati in un posto dove i loro diritti vengono garantiti e invece non è così.






lunedì 6 luglio 2015

Attuazione della Convenzione sui diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza: a che punto siamo?




Non sono confortanti, purtroppo, i dati raccolti dal Gruppo CRC (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e diffusi nell'ultimo rapporto di monitoraggio: 1 bambino su 7, in Italia, vive in condizioni di povertà assoluta; 1 su 100 è vittima di maltrattamenti; 1 su 20 assiste a violenza domestica quasi quotidianamente; solo il 13,5% dei bambini sotto i tre anni è iscritto all'asilo nido; molti, troppi, non possono accedere ai servizi sanitari ed educativi. E la situazione peggiora nelle regioni del Sud: Puglia, Sicilia e Calabria sono il fanalino di coda nella tutela dei diritti dei più piccoli.

Il raporto del CRC è giunto, quest'anno, alla sua ottava edizione ed è stato presentato, nei giorni scorsi, presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, alla presenza di Giuliano Poletti: “Ci sono bambini che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne conpromettono lo sviluppo fisico, mentale, scolastico e relazionale” , afferma Arianna Saulini coordinatrice del gruppo CRC e membro di Save the children, “Tra questi eventi, indicati come fattori di rischio, figurano condizioni sfavorevoli durante la gravidanza, cure genitoriali inadeguate, violenza domestica ed esclusione sociale. Per questo chiediamo che il prossimo Piano Nazionale Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni del bambino, che vengano realizzate politiche adeguate per superare il divario territoriale nell'offerta educativa e di costruire un qualificato sistema integrato per l'infanzia e l'adolescenza, impegnando adeguati e stabili investimenti finanziari e introducendo un meccanismo permanente di monitoraggio della spesa”.

Il Piano nazionale dovrebbe occuparsi urgentemente della lotta alla povertà e dovrebbe occuparsi, in particolare, delle famiglie con figli minorenni: si registra, infatti, un divario tra i dati forniti dal Ministero riguardo i minori privi di un nucleo familiare e i dati del Dipartimento per la Giustizia minorile: incongruenze sui numeri, ma anche confusione e superficilità per quanto riguarda i motivi e le cause sugli affidi, sull'allontamento dalle famiglie, sulle comunità accoglienti e sui tempi di permanenza. Stessi problemi che si riscontrano a proposito dei minori stranieri non accompagnati (MSNA): nel 2014 sono sbarcati sulle coste italiane 26.122 minori e circa la metà di loro è risultata essere non accompagnata. Sono ragazzini tra i 15 e 17 anni, provenienti da Eritrea, Somalia, Egitto e Siria. Oltre 500, alla data di stesura del rapporto, sono ancora “parcheggaiti” nelle strutture di prima accoglienza, in attesa di una collocazione più stabile in comunità.