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martedì 30 aprile 2013

Strage di operai in Bangladesh: è rivolta





Più di 340 persone decedute, più di mille ferite e tantissime sotto le macerie. Solo 40 i superstiti. Questi sono i numeri della strage avvenuta a Savar, nel sobborgo della città di Dacca, in Bangladesh, a causa del crollo di un edificio di otto piani che ospitava cinque aziende di abbigliamento per l'esportazione.
In un primo momento, sui muri del palazzo - poi accartocciatosi su se stesso - si erano venute a creare delle crepe e i 3000 dipendenti delle ditte erano stati fatti evacuare, ma successivamente era giunto dai dirigenti l'ordine di tornare al proprio posto di lavoro: e si è verificata la strage. Una strage annunciata dato che l'edificio era in condizioni di sicurezza assolutamente precarie e un ingegnere aveva dato parere contrario al rientro dei lavoratori.
E' esplosa, così, una rivolta messa in atto da parte di cittadini e operai dell'industria tessile che sono scesi in piazza, chiedendo addirittura la pena di morte per i responsabili delle vittime del “Rana Plaza”: armati di bastoni e di spranghe, hanno bloccato un'autostrada, danneggiato automezzi, incendiato negozi e bancarelle e dato alle fiamme dei pneumatici. La polizia ha dovuto ricorrere a gas lacrimogeni e e a proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Si tratta dell'esasperazione e della paura di persone che, secondo il comunicato di Human Rights Watch, vedono i propri diritti continuamente calpestati nel Paese asiatico: in particolare i lavoratori del settore tessile che sono sottoposti a turni faticosissimi e percepiscono uno stipendio mensile medio pari a soli 28 euro. E a questo si aggiunge il rischio giornaliero per la propria salute e per la propria incolumità.
A seguito del crollo del palazzo e della strage di lavoratori sono state arrestate otto persone tra cui il proprietario, il direttore amministrativo di due delle cinque fabbriche e due funzionari municipali che, il giorno precedente, avevano assicurato che non c'era alcun pericolo.

giovedì 7 marzo 2013

La morte di Hugo Chavez: un leader controverso


Hugo Chávez è deceduto a 58 anni e anche la sua fine fa discutere. E' morto a causa di un tumore, ma molti sostengono che la malattia sia la conseguenza di un avvelenamento.
Chàvez ha incarnato una politica e anche un immaginario populisti e, spesso, autoritari, ma ha sempre vinto le elezioni nel suo Paese e, nonostante i continui tentativi di delegittimazione interna ed internazionale, ha messo in atto un piano di efficaci riforme sociali, dichiarandosi sempre dalla parte degli umili.
La figura del presidente emerge quando, nel 1992 alla guida del Movimento Quinta Repubblica, tenta di mettere in atto un colpo di stato in Venezuela contro l’allora presidente Carlos Andrés Peréz. Il colpo di Stato fallì, ma Chávez ottenne così un'enorme visibilità e, da quel momento, potè cominciare a proporre le sue riforme per attuare il cambiamento. Simòn Bolìvar - il Libertador, da cui trasse l’ispirazione per una politica panamericana di liberazione dal giogo, soprattutto economico, degli Stati Uniti - ma anche Marx e Gramsci - da cui trasse la base ideologica per costruire un’opposizione frontale alla globalizzazione neoliberista, sostenendo politiche di contrasto alla povertà e di abbattimento dell’analfabetismo – sono stati i suoi punti di riferimento e gli ispiratori della sua campagna politica.
Gli USA lo definiscono un dittatore, che ha mantenuto il potere con ogni mezzo, anche attraverso la limitazione delle libertà individuali e le violazioni dei diritti umani. Alla notizia della sua morte, il Presidente americano, Barak Obama, ha affermato: “In un momento in cui il Venezuela inizia un nuovo capitolo della sua storia, gli Stati uniti restano impegnati in politiche promuovono i principi democratici, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani”. La stessa organizzazione Human Rights Watch (HRW) ricorda di avere sempre sottolineato l'indifferenza del leader sudamericano al tema dei diritti fondamentali.
E' anche vero, però, che la sua politica di stampo comunista e nazionalista ha portato la mortalità infantile ai livelli minimi, ad aumentare la scolarizzazione e ad un sistema sanitario eccellente.
Un'altra voce a favore della figura di Chàvez è stata quella dell'Autorità nazionale palestinese e di Al Fatah, attraverso le parole del dirigente Nabil Shaath: “ La Palestina dice addio a un amico fedele che ha difeso con passione il nostro diritto alla libertà e all'autodeterminazione”.



venerdì 22 febbraio 2013

Rapporto Human Rights Watch: l'Italia respinge in Grecia i minori non accompagnati




La Grecia e l'Italia affrontano continuamente pressioni migratorie perchè sono Paesi alle frontiere esterne dell'Unione europea.
Ahmed è uno dei tanti migranti. E' riuscito a nascondersi sotto un camion e salire a bordo di un battello diretto verso un porto italiano. Dopo 18 ore di viaggio, incastrato tra la cima di una scatola ed un asse, è riuscito ad arrivare in Italia, ma qui la polizia lo ha arrestato. Ahmed era un minorenne, scappato dall'Afghanistan che racconta di non aver avuto un traduttore a disposizione che lo aiutasse a spiegare la sua storia: in Italia non ha mai avuto né un avvocato, né un rappresentante di una Ong che lo informassero sui suoi diritti. Dopo quattro ore dal suo arrivo, Ahmed è stato rispedito in Grecia sulla stessa nave sulla quale era arrivato.
Questa è una delle storie riportate dal sito di Human Rights Watch su cui si può leggere il rapporto, pubblicato il 22 gennaio scorso, sui respingimenti in Grecia degli stranieri che chiedono asilo nel nostro Paese.
Basato su 29 interviste a migranti e richiedenti asilo – uomini e ragazzi – che sono stati rispediti in Grecia da parte dei funzionari di frontiera italiani (oltre che sugli interventi di operatori e funzionari di governo), il rapporto documenta le procedure burocratiche a cui vengono sottoposte le persone che, ogni anno, raggiungono il suolo italiano nascoste sui traghetti, dopo viaggi pericolosi e interminabili.
Nonostante le indicazioni del Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e il Piano d'Azione dell'UE sui Minori non accompagnati, molti dei migranti intervistati hanno lamentato di essere stati confinati in cattive condizioni e di essere stati addirittura ammanettati per tutta la durata del viaggio di ritorno in Grecia senza avere la possibilità di accedere a cibo, acqua e servizi igienici.
Si sono verificati, inoltre, numerosi casi di errori nella procedura di screening del minore (per esempio nel rilevamento dell'età) che si aggiungono, come detto, alla mancanza di fornitura di avvocati, interpreti, servizi che vadano a protezione della persona e dei suoi diritti.
In base al diritto internazionale, invece, l'Italia “ha l'obbligo di verificare se chi esprime il timore di una persecuzione qualora respinto abbia invece bisogno delle protezioni internazionali accordate ai rifugiati”. Le norme internazionali statuiscono anche che un minore non accompagnato debba essere accolto affinché ne vengano garantiti i migliori interessi”, sempre come si legge sul rapporto di Human Rights Watch.
Una volta ritornati in Grecia non esistono strutture di accoglienza adeguate, per cui molte persone respinte dall'Italia sono abbandonate a se stesse oppure destinate ai centri di detenzione e qui le loro condizioni sono state definite dal Commissario europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, “semplicemente terribili”.

mercoledì 30 gennaio 2013

Rapporto HUMAN RIGHTS WATCH: l'occupazione israeliana dei territori palestinesi



Jubbet al-Dhib è un villaggio palestinese di 160 persone a sud-est di Betlemme. I bambini, per raggiungere la scuola in altri villaggi, devono percorrere un sentiero sterrato di 1,5 Km. Il villaggio non ha neanche l'energia elettrica perchè le autorità israeliane hanno respinto un progetto (finanziato da donatori internazionali) che avrebbe fornito lampioni a energia solare. Gli abitanti di Jubbet al-Dhib usano, per l'illuminazione, piccoli gruppi elettrogeni a carburante. I residenti, inoltre, si alimentano con prodotti conservati perchè, ad esempio, la carne e il latte vanno consumati velocemente a causa della mancanza dei refrigeratori.
Sde Bar è una comunità ebraica di circa 50 persone; è collegata a Gerusalemme da una nuova autostrada, la "Lieberman Road"; la comunità è anche fornita di una scuola superiore, di elettricità e di fondi per lo sviluppo residenziale.
Questi sono due esempi riportati nel rapporto di Human Rights Watch sui territori arabi occupati da Israele, intitolato: L'Apartheid in Palestina. Il libro sarà presentatao il 1 febbraio, alle 17.30, presso il Palazzo Ducale di genova, alla presenza del Prof. Alessandro Dal Lago.
Jubbet al-Dhib e Sde Bar si trovano, entrambi, nell'" Area C", in quel territorio che - in base agli accordi provvisori di pace di Oslo del 1995 - sono sottoposti al controllo civile e militare israeliano.
Il rapporto di Human Rights Watch mette in evidenza le pratiche israeliane che promuovono la vita nelle colonie e soffocano la crescita delle comunità palestinesi, controllandone molti aspetti della vita quotidiana, come, ad esempio: l'accesso alle reti elettriche, le richieste di permessi edilizi per le abitazioni, scuole e ambulatori medici e per le infrastrutture.
Un trattamento così diverso a causa dell'origine etnica e nazionale - non giustificabile da oggettivi pericoli di sicurezza - va a violare il divieto fondamentale di discriminazione.
Il testo del rapporto è stato tradotto anche in lingua italiana - con la cura di Gianfranca Scutari - con l'intento di farlo conoscere a tutti i gruppi, istituzioni e organizzazioni che danno il loro contributo per il pieno riconoscimento dei diritti umani, politici e sociali della popolazione palestinese. E'stato usato un linguaggio semplice per agevolarne la lettura anche e soprattutto a chi non conosce la situazione o abbia, come unica fonte di informazione, i giornali e la televisione che, spesso, riportano notizie poco chiare.