Visualizzazione post con etichetta operai. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta operai. Mostra tutti i post

venerdì 24 luglio 2015

Quelle tante, troppe morti per amianto




Ammonta a 24 il numero degli operai deceduti per forme tumorali provocate da esposizione all'amianto. E i responsabili sono stati condannati.

Il giudice della Sesta sezione penale del Tribunale di Milano, Raffaele Martorelli, ha condannato undici ex dirigenti della Pirelli con pene tra i 3 e i 7 anni e 8 mesi di reclusione per il reato di omocidio colposo. Tra i loro nomi spicca, purtroppo Guido Veronesi, fratello del celebre oncologo ed ex ministro che, come gli altri, faceva parte del consiglio di amministrazione dell'azienda nel periodo tra gli anni '70 e '80.

Prendiamo atto con rammarico della sentenza di primo grado e aspettiamo di leggere le motivazioni non appena saranno depositate. Sulla base delle evidenze scientifiche ad oggi disponbili emerse nel corso della fase dibattimentale del processo, siamo certi della correttezza dell'operato dei nostri assistiti per i fatti contestati risalenti a oltre 25 anni fa, e presenteremo impugnazione in appello”: questo il commento dei legali della Pirelli. I fatti sono accauduti decenni fa e, infatti, questa prima sentenza arriva con enorme ritardo: l'accusa aveva chiesto per gli imputati otto anni di carcere e il giudice si è spinto oltre, accordando ai parenti delle vittime, costituitisi ovviamente come parte civile, anche un risarcimento economico e accettando in pieno l'impianto accusatorio del PM Ascione secondo il quale gli operai si sono ammalati e sono deceduti a causa del lavoro presso impianti contaminati senza alcuna protezione e, quindi, a causa di esalazioni “massicce e ripetute” di amianto.

Medicina democratica e Associazione italiana esposti amianto (presenti al processo) hanno esposto striscioni, esultato alla lettura della sentenza e hanno affermato: “ Abbiamo dimostrato che uniti si vince. Questa volta siamo riusciti a far condannare il padrone”.

Sempre a Milano, altri processi che vedono coinvolti gli ex dirigenti della centrale Enel di Turbigo e della Franco Tosi di Legnano si sono conclusi con l'assoluzione degli imputati, ma la sentenza Pirelli e il rinvio a giudizio per i dirigenti dell'Ilva di Taranto, per distastro ambientale, fanno ben sperare nel giusto corso della verità.



Per approfondire il tema, l'Associazione per i Diritti Umani vi ripropone il video dell'incontro che ha organizzato con lo scrittore Stefano Valenti, autore del romanzo “La fabbrica del panico”, vicnitore del Premio Campiello – giovani, 2014.
 
 
 
 
 

mercoledì 18 marzo 2015

Triangle: dedicato alle operaie decedute sul luogo di lavoro





"Devo dire grazie a tutte le belle persone che ho conosciuto in occasione di questo film all'intero gruppo di lavoro che lo ha reso possibile, a Rai Cinema; con loro condivido la gioia di ricevere questo premio. Ringrazio la città di Barletta, i familiari delle donne che non ci sono più e Mariella Fasanella, che con la sua testimonianza ha illuminato la strada del racconto. A tutti loro, e ai tanti che ogni giorno cercano di migliorare lo stato delle cose, dedico questo premio": queste le parole di Costanza Quatriglio, regista palermitana che con Triangle ha vinto il Nastro d'Argento 2015 per il miglior documentario nella categoria cinema del reale, assegnato dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Costanza Quatriglio. La ringraziamo molto per la sua disponibilità.



Nel nuovo documentario colleghi il Passato al presente, da New York a Barletta...



Il passaggio da New York a Barletta è stato dato da un'intuizione: quella di poter collegare - da un punto di vista drammaturgico – due eventi, distanti tra loro di un secolo, ovvero l'incendio della fabbrica “Triangle” nel 1911 a New York in cui a morire furono 146 delle operaie che lavoravano sotto padrone in un'epoca in cui si stavano stabilendo le nuove regole dell'oppressione sociale, e poi il crollo della palazzina di Barletta, nel 2011, in cui le operaie morte furono cinque donne che facevano lo stesso lavoro di cento anni prima, in un buco e al nero, cioè senza alcun contratto tutelativo.

Attraverso questo racconto parallelo ho raccontato la crisi di un sistema: da un lato abbiamo la promessa di un nuovo secolo, della modernità con la grande città che si erge in verticale fino a toccare il cielo e il dio denato, dall'altra parte abbiamo una palazzina che si sgretola e con quel palazzo crolla un sistema intero.




Come si è documentata per questo lavoro?



Ho lavorato tantissimo in termini di studio e ho capito di avere di fronte una strada molto importante. Mi sono documentata sulle regole del lavoro e ho capito, per esempio, quanto la metrica del lavoro di ieri e di oggi non siano tanto distanti: la donna operaia che lavora oggi a Barletta sulla macchina deve sottostare alle stesse regole di un secolo fa. Le regole sulla macchina sono le stesse e quello che cambia è il contesto: prima la schiavitù degli operai diventava nutrimento per una lotta di classe, mentre oggi la schiavitù è talmente interiorizzata che è nutrimento di se stessa.

Oggi, inoltre, la filiera è frammentata per cui non c'è il conflitto di classe: il datore di lavoro diretto delle persone che sono morte sotto le macerie di Barletta è una persona che subisce, a sua volta, la frammentazione per cui condivide, con gli operai, la condizione disperata.



La sua, quindi, è un'analisi e una critica della post-globalizzazione?



Si tratta di un'analisi della condizione esistenziale e materiale degli esseri umani in epoca post-globalizzazione. E' come se si fosse smarrito l'essere umano e questo suo smarrimento deriva anche dal fatto che non si ha più percezione dei propri diritti. Questa mancanza va insieme alla mancanza di percezione dei propri bisogni: se non mi rendo conto della possibilità di vivere diversamente, io non lotterò mai per proteggere i miei diritti.

E vorrei fare una distinzione tra bisogni e diritti perchè: il diritto lo riconoscono gli altri (l'ordinamento, le istituzioni), mentre il bisogno è qualcosa di profondamente individuale e collettivo, appartiene all'essere umano in quanto tale.



Nel film fai anche riferimento ad alcune lotte che sono state fatte per la sicurezza sul lavoro: ce ne puoi parlare?



In realtà si tratta di quegli episodi che si sono succeduti a New York dopo l'incendio alla “Triangle” perchè il movimento operaio si è molto galvanizzato e ha ottenuto alcune conquiste come, ad esempio, le fireproof, le porte antincendio. Cose semplici, ma importanti anche perchè le donne erano chiuse a chiave dai datori di lavoro...Tutto questo, però, è arrivato molto lentamente.




Il tema del lavoro è un argomento a lei molto caro...



Ho messo a fuoco, negli ultimi tempi, che il tema del lavoro è stato uno dei miei temi-cardine fin dall'inizio, solo che adesso è macroscopico.

Anche ne L'isola, in fondo, i due protagonisti sono due ragazzini (soprattutto il maschio) che cercano l'identità attraverso il lavoro.

Ho sempre considerato il lavoro come un'espressione e un veicolo per costruire il Sè, quindi anche dove sembra che il tema sia un altro, quello del lavoro torna sempre, ma declinato a seconda delle fasi della vita. Con Triangle credo di aver chiuso un cerchio.
 
 




lunedì 9 marzo 2015

PRIDE: lavoratori, omosessuali e diritti negati





Gran Bretagna, storia recente: nel 1984 l'allora Primo Ministro, Margaret Thatcher, decide di chiudere una serie di impianti estrattivi con la conseguente perdita di molti posti di lavoro. Nasce, così, una grande mobilitazione dei minatori in molte zone del Paese, uno sciopero imponente che blocca le attività per quasi un anno.

In un villaggio del Galles, Delays, molte famiglie riescono a vivere solo grazie all'estrazione del carbone, per cui la scelta politica ed economica risulta ancora più grave: ecco, però, che un gruppo di londinesi si unisce agli operai nella lotta. Si tratta di un gruppo di giovani omosessuali che costituiscono il “Lesbian and Gays Support the Miners” (LGSM).

Non anticipiamo quale fu l'esito di quella protesta, ma sicuramente essa diede un segnale forte ai britannici, e a tutto il mondo, in direzione della tutela dei diritti civili: si parla di dignità dei lavoratori e di rispetto per l'amore tra persone dello stesso genere. Un anno dopo, nell'85, i miners decisero di partecipare ad uno dei più grandi gay-pride nella capitale inglese: un insegnamento di solidarietà reciproca che dovrebbe valere anche a distanza di trent'anni.


Lungamente applaudito alla sezione “Quenziane des Réalisateurs” del Festival di Cannes dello scorso anno, Pride è una commedia sociale, colorata e scoppiettante che, fra i sorrisi e le gags molto “british”, porta a fare anche riflessioni di stretta attualità.

Pride è, infatti, l'orgoglio di chi protesta, di chi ha ancora la voglia e il coraggio di scendere in piazza a gridare che i diritti non vanno calpestati e i diritti fondamentali (come quello alla vita, alla salute, al lavoro, all'istruzione) appartengono a tutte e a tutti, senza distinzioni di nazionalità, di ceto, di età. Ma c'è anche il diritto all' amore che non va sottovalutato perchè le relazioni affettive stanno alla base di una buona qualità dell'esistenza.

Gli anni '80 – quelli in cui il regista Matthew Warchus e lo sceneggiatore Stephen Beresford ambientano la pellicola – sono stati l'epoca dell'edonismo reaganiano, seguito a ruota dall'era della lady di ferro e dall'Occidente intero, caratterizzata, quindi, da una forte sperequazione sociale, in cui i ricchi (cocainomani affaristi) erano lontani anni luce dalla working class (sempre più schiacciata da debiti e tasse).

Regista e sceneggiatore raccontano quel periodo attraverso le vicende del capo dei minatori - Mark Ashton che fonda il comitato di lotta contro la chiusura degli impianti - e la grintosa Hefina Headon che, affiancata dal dolce Cliff, darà vita al movimento di sostegno degli omosessuali. Oltre a loro, gli altri compagni di avventura che più diversi di così non potrebbero essere. Questa è la chiave, originale e interessante, del film: un film scritto e diretto da due professionisti del teatro che sanno come creare il giusto ritmo alla narrazione, tramite regia, montaggio, musica e dialoghi. Uno dei temi principali, infatti, è la convivenza possibile tra persone che appartengono a mondi molto differenti tra loro: i nerboruti operai, che hanno una mentalità chiusa, retrograda e maschilista, vengono affiancati al gruppo chiassoso, sregolato e anticonformista dai gay. All'inizio il rapporto arriva quasi ad essere violento, nelle parole e nei fatti, ma col tempo e la conoscenza, la situazione cambia a tal punto che si instaura tra loro un'amicizia. Ma un legame di questo tipo, partito con premesse così difficili, necessita di intelligenza e di apertura mentale: prima curiosità, poi fiducia e poi solidarietà e questo viene reso possibile in un contesto storico-politico che certo non agevolava l'antirazzismo e l'antidiscriminazione. Anzi.

Le scene del film riportano alla mente altre pellicole di grande successo, come ad esempio Grazie signora Tatcher e Billy Elliot e c'è un omaggio musicale doveroso a Ken Loach, il regista britannico che più di tutti ha saputo raccontare quegli anni in quell'area geografica: una bellissima Bread & Roses cantata a cappella. Un momento da brividi che si inserisce, quasi come una preghiera, in una colonna sonora pop e ritmata che fa venire voglia ancora di ballare.

Mai si scade nella volgarità, ma le battute degli attori sono incisive, nonostante il testo sia leggero; le sequenze sono state girate proprio nei luoghi in cui si è svolta la vicenda reale per non dimenticare il fatto drammatico che fa da sfondo alla trama. E, infine, non è da dimenticare il fatto che la storia, che qui si intreccia a quella con la “S” maiuscola, propone una riflessione anche sullo scambio generazionale: uomini adulti, con un'educazione conservatrice, si affiancano a giovani con poca esperienza in vari settori. E tutti impareranno qualcosa dagli altri, ricordando agli spettatori l'importanza di quei valori positivi su cui si basa la civilità occidentale e umana.

lunedì 22 dicembre 2014

Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà







Ken Loach è tornato. Non solo il suo ultimo film nelle sale cinematografiche, ma il suo Cinema impegnato e sociale, la sua poetica graffiante e qui dolce allo stesso tempo, il suo sguardo sui valori più alti, come quelli della Libertà e dell'Amore, citati nella traduzione italiana del titolo: Jimmy's Hall – Una storia d'amore e libertà.

Loach lavora ancora con il suo fidato sceneggiatore, Paul Laverty, e insieme raccontano una storia realmente accaduta, poi trasposta in opera teatrale e adesso in film. Si tratta della vicenda di Jimmy Gralton che, tra gli anni '20 e '30 diventò leader sindacale e politico. Era comunista, Gralton, ma un comunismo basato sulla convinzione sincera di uno spirito solidale e attento alle necessità dei più deboli.

Il film è ambientato nell'Irlanda del 1932, poco anni più tardi rispetto alla guerra d'Indipendenza dalla Gran Bretagna, dove si respira ancora l'afflato della possibilità di scelta e lo spirito rivoluzionario anche se le speranze di tanti sono state disilluse dal governo di Eamon de Valera. E proprio per ribellarsi alle vessazioni della Chiesa cattolica e dei grandi proprietari terrieri, Gralton ricorda agli appartenenti alla classe operaia quali sono i loro diritti e per cosa devono continuare a lottare, ma lo fa in un modo del tutto anticonvenzionale: attraverso la musica jazz e il ballo importanto dall'America. Sì, perchè Jimmy è da poco tornato da New York dove era scappato per fuggire alla violenza di O'Keefe, il capo dell'Ira, l'esercito repubblicano (e non quello che decenni dopo opererà nell'Ulster).

Proprio la colonna sonora, nell'ultimo lavoro del regista britannico, diventa anch'essa protagonista: un mix di jazz e musica tradizionale irlandese, un mix – metaforico – tra Passato e Presente. Il jazz appartiene alla contemporaneità, le note sincopate fanno parte dello spirito moderno e aperto al futuro e ai cambiamenti senza, però, dimenticare la tradizione, quella che dovrebbe ricordare che tutti sono degni di rispetto e dignità, anche i poveri, i contadini, gli umili.
   
 
 
Il film è stato presentato all'ultima edizione del festival di Cannes dove Loach ha dichiarato: “ Se oggi Jimmy fosse vivo, si opporrebbe al neo-liberismo, alle lobby e alle multinazionali che controllano tutto, anche la democrazia...Gli appartenenti alla classe operaia in quel periodo erano considerati alla stregua di delinquenti, ma non era così. Erano contadini e navigatori, ma sapevano anche fare poesia e arte, danzare, ballare ed esprimere la propria coscienza politica e far valere le proprie esperienze”.

E, a proposito di poesia, Jimmy e i suoi amici leggono Yeats e la sua Canzone di Aengus il vagabondo: ” Sono invecchiato vagabondando per vallate e colline...”, rileggerla, oggi, fa venire ancora i brividi.


martedì 2 dicembre 2014

La fabbrica del panico



Dopo l'ingiusta sentenza Eternit pubblichiamo il video dell'incontro con Stefano Valenti autore del romanzo La fabbrica del panico, vincitore del Premio Campiello – Opera prima. L'incontro ha fatto parte della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO” organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani. Una serata importante con temi di stretta attaulità, a iniziare dal tema del lavoro e dei diritti dei lavoratori, in particolare degli operai.



Un romanzo, la storia di un padre e di un figlio. Quel padre che lavorava nella fabbrica Breda e che si è ammalato per le esalazioni, ma che amava la pittura. E un figlio che parla di lui e dei diritti dei lavoratori.












Se apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo. GRAZIE!

martedì 18 novembre 2014

Due giorni, una notte: ritornano i fratelli Dardenne con il loro cinema sociale




Un cinema lucido e senza orpelli, quello Luc e Jean Pierre Dardenne che con il nuovo film, da pochi giorni nelle sale cinematografiche italiane, affrontano come sempre un tema di grande attualità: in questo caso, si parla della perdita del lavoro.

Due giorni, una notte: questo il titolo della pellicola presentata all'ultima edizione del festival di Cannes senza un premio, ma con applausi scroscianti.

Regia asciutta, colonna sonora ridotta al minimo, dialoghi precisi e ficcanti per raccontare la storia di Sandra. Sandra (una brava e convincente Marion Cotillard, già premio Oscar) ha un obiettivo preciso: convincere i suoi colleghi a rinunciare a un bonus di mille euro in cambio di un voto per il licenziamento di un collega. Sandra farà di tutto per evitare la votazione e l'incasso del “premio” da parte dei colleghi perchè teme di perdere il proprio posto in fabbrica. La donna, in questa sua battaglia individuale che diventa sociale e collettiva, avrà al suo fianco il marito, una figura maschile finalmente positiva, un uomo amorevole e comprensivo che non si tira indietro anche quando la moglie decide di tentare di far accettare la proposta ai colleghi, proprio in quel lasso di tempo che dà il titolo al film: in due giorni e una notte.

La denuncia dei registi belgi è rivolta a quel sistema lavorativo europeo che si fa sempre più ricattatorio e a quei padroni che, con cinismo e freddezza, attuano ricatti nei confronti dei loro dipendenti arrivando, come in questo caso, a fomentare una guerra tra poveri.

Apparentemente le sceneggiature dei film dei Dardenne sono scarne e di semplice lettura, ma non è affatto così: basta osservare con attenzione gli sguardi della protagonista, ad esempio, per capire la complessità del suo personaggio. E' vero che risulta facile la dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, ma andando oltre si svelano i meccanismi di scelte politiche e finanziarie furbe e distruttive, almeno per quelle fasce della popolazione che sono sempre più svantaggiate e che stanno sempre più a cuore agli autori del film.

Il lavoro che dovrebbe essere una base solida per l'identità di una persona adulta, che dovrebbe dare autostima e riconoscimento, sicurezza e stabilità si trasforma - sullo schermo, ma purtroppo, nella realtà - in paura, destabilizzazione psicologica, diffidenza verso gli altri (che si trovano nella stessa condizione di chi prova questi sentimenti), malattia del corpo e dell'anima. E, ancora una volta, i Dardenne scandaglaindo le conseguenze di tutto questo, pongono agli spettatori una questione morale: alla quale nessuno può sottrarsi.

lunedì 9 giugno 2014

Il premio va...al romanzo "La fabbrica del panico"



Il romanzo di Stefano Valenti, La fabbrica del panico ha vinto il Premio Campiello – Opera prima e noi siamo lieti di ripubblicare l'intervista che abbiamo fatto all'autore in occasione della scorsa Giornata dei lavoratori.









Nel romanzo si racconta la storia dell'Italia operaia dagli anni cinquanta ad oggi: cosa è cambiato nelle condizioni di vita delle persone che lavorano in fabbrica?



Poco o niente, per molti versi la crisi mondiale ha aggravato la condizione operaia. Con il ricatto della disoccupazione padroni e sindacati confederali obbligano a turni e a ritmi sempre più pesanti. Esistono oltre tre milioni di disoccupati e tuttavia chi ha la 'fortuna' di avere un lavoro è costretto a fare straordinari con turni anche di dodici ore al giorno come è successo alla ThyssenKrupp nel 2007. Così i padroni alimentano la concorrenza fra lavoratori e incrementano i profitti risparmiando sulla manutenzione e sulla sicurezza, come è accaduto all’ Eternit di Casale Monferrato, alla Fibronit di Broni, alla Breda di Sesto San Giovanni e in moltissime fabbriche. La 'normalità' dei morti sul lavoro e di lavoro a causa delle malattie professionali non è un residuo ottocentesco, ma rappresenta semmai la 'modernità' del capitalismo che continua a uccidere. Le morti sul lavoro non sono una fatalità, ma il tributo degli operai alla realizzazione del profitto.



Una storia molto personale che si fa universale: ci conferma che si tratta anche di una storia di denuncia?



Negli ultimi decenni la narrativa italiana ha accuratamente evitato di raccontare parte consistente del Paese, classe operaia e indigenti in particolare. Il postmoderno ha assoggettato la prosa agli automatismi della fiction, prelibata dai media e dal mercato. È arrivato il momento di parlare anche di coloro che sono stati messi da parte.



Per tutti coloro che si sono ammalati in quanto esposti, per anni, a sostanze nocive: sono stati condannati i responsabili della Breda Fucine? Conosce casi simili a quello raccontato nel libro e in cui siano state inflitte pene esemplari oppure è difficile che questo accada?


Per quanto riguarda la Breda fucine, dopo numerose archiviazioni, sono giunti a conclusione due processi. Il primo, nel 2003, ha assolto i dirigenti 'perché il fatto non sussiste', il secondo, nel 2005, pur riconoscendoli colpevoli, li ha condannati per omicidio colposo a diciotto mesi concedendo le attenuanti generiche.

Bisogna ricordare che per anni è esistito un muro di omertà e complicità da parte di Stato, partiti e istituzioni tutte. Oggi la situazione sta cambiando grazie alle lotte degli ultimi anni dei comitati sorti in fabbrica e nel territorio, come quello della Breda fucine, che hanno riunito nel territorio operai e cittadini. Ne sono un esempio i processi ThyssenKrupp ed Eternit in cui sono state comminate pene esemplari sia in primo sia in secondo grado, con pesanti condanne


Come procede l'operato del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, comitato che è stato fondato a Sesto San Giovanni nel 1996? Sono stati ottenuti risultati positivi?


ll Comitato che ha sede nel Centro di iniziativa proletaria G. Tagarelli – Giambattista Tagarelli, al quale è stata intitolata la sede, è uno dei fondatori del Comitato ucciso dalle fibre killer – ormai è ramificato sul territorio nazionale ed è diventato un interlocutore stabile delle istituzioni favorendo il riconoscimento dell'esposizione all’amianto e delle malattie professionali di centinaia di ex lavoratori vittime dell’amianto e dei cancerogeni. Il Comitato è tra gli artefici del Coordinamento nazionale amianto che raggruppa decine di associazioni e comitati in tutta Italia. Grazie a lotte e manifestazioni è riuscito a far approvare il Fondo per le vittime dell’amianto e l'assistenza gratuita delle vittime dell'amianto e dei loro famigliari presso la Clinica del lavoro di Milano o nei comuni di residenza. Inoltre nel mese di aprile di ogni anno ricorda pubblicamente tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento con un corteo a cui invitiamo anche i vostri lettori a partecipare e che si terrà sabato 26 aprile 2014 alle ore 16 con partenza dal Centro di iniziativa proletaria G. Tagarelli di via Magenta 88 a Sesto San Giovanni.

sabato 24 maggio 2014

Requiem dal sottosuolo




Lettera43.it

301: questo è il numero delle vittime della tragedia avvenuta in miniera. Siamo a Soma, in Turchia. E il popolo si mobilita, si alza il livello di rabbia contro il governo di Erdogan accusato di non aver garantito norme di sicurezza adeguate in nome del guadagno perchè, a seguito della privatizzazione della miniera, il costo di una tonnellata di carbone è sceso a 24 dollari - contro i precedenti 130 - e tutto sulla pelle dei lavoratori. E allora anche Smirne, Ankara, Istanbul si uniscono a Soma, alle famiglie dei minatori, tutti cittadini che non accettano di barattare le proprie vite e quelle dei propri cari in nome di una modernità che arricchisce pochi e potenti e annienta gli altri. La risposta della polizia è stata dura: i manifestanti sono stati caricati con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua.
I dirigenti della società privata, la Soma Komur, che gestiva l'impianto avevano tentato una difesa, affermando di non essere stati negligenti perchè gli impianti erano a norma e controllati: ma a distanza di pochi giorni, sono partiti i primi arresti. Circa venti persone, tra dirigenti e responsabili tecnici, e per tre di loro l'accusa provvisoria è di omicidio plurimo colposo.
Abbiamo già affrontato tante, troppe volte, il tema delle morti sul lavoro: con il film di Costanza Quatriglio dal titolo Con il fiato sospeso, con il romanzo La fabbrica del panico di Stefano Valenti, con il pezzo sugli operai cinesi che persero la vita nel rogo di Prato e altre situazioni che abbiamo riportato, di volta in volta, nei nostri articoli o attraverso le parole, i ricordi, le testimonianze di chi ci ha rilasciato le interviste.
In ogni parte del mondo le regole spietate del capitalismo mietono vittime, rubano le esistenze di donne, uomini, spesso anche bambini. Non è mai sufficiente continuare a ripetere che le regole del mercato vanno cambiate, che non ci possono più essere persone di serie A e persone di serie B e che ricominciare dall'etica e dall'umanità sarebbe l'arricchimento più grande.


giovedì 1 maggio 2014

La fabbrica del panico: il lavoro, il dolore




Un uomo tira pietre piatte in riva a un fiume mentre il figlio lo osserva. L'uomo è tornato lì per dipingere ora che il male oscuro si sta impossessando del corpo. Un male vigliacco che si è inoculato in quel corpo forte di padre tanti anni prima, negli anni'70, quando quel padre ha iniziato a lavorare in fabbrica.

Fuori dall'edificio si lotta per turni di lavoro più umani e per una paga giusta, si lotta per i diritti di base, ma tra questi c'è anche il diritto alla salute: dentro, infatti, si respira amianto e si muore, lentamente.

Questa è ala storia-denuncia del romanzo La fabbrica del panico di Stefano Valenti, edito da Feltrinelli.



Abbiamo intervistato l'autore che, gentilmente, ci ha concesso un po' del suo tempo e noi lo ringraziamo. Non a caso, abbiamo concordato con lui di pubblicare oggi, 1 maggio 2014, queste parole.



Nel romanzo si racconta la storia dell'Italia operaia dagli anni cinquanta ad oggi: cosa è cambiato nelle condizioni di vita delle persone che lavorano in fabbrica?

Poco o niente, per molti versi la crisi mondiale ha aggravato la condizione operaia. Con il ricatto della disoccupazione padroni e sindacati confederali obbligano a turni e a ritmi sempre più pesanti. Esistono oltre tre milioni di disoccupati e tuttavia chi ha la 'fortuna' di avere un lavoro è costretto a fare straordinari con turni anche di dodici ore al giorno come è successo alla ThyssenKrupp nel 2007. Così i padroni alimentano la concorrenza fra lavoratori e incrementano i profitti risparmiando sulla manutenzione e sulla sicurezza, come è accaduto all’ Eternit di Casale Monferrato, alla Fibronit di Broni, alla Breda di Sesto San Giovanni e in moltissime fabbriche. La 'normalità' dei morti sul lavoro e di lavoro a causa delle malattie professionali non è un residuo ottocentesco, ma rappresenta semmai la 'modernità' del capitalismo che continua a uccidere. Le morti sul lavoro non sono una fatalità, ma il tributo degli operai alla realizzazione del profitto.


Una storia molto personale che si fa universale: ci conferma che si tratta anche di una storia di denuncia?

Negli ultimi decenni la narrativa italiana ha accuratamente evitato di raccontare parte consistente del Paese, classe operaia e indigenti in particolare. Il postmoderno ha assoggettato la prosa agli automatismi della fiction, prelibata dai media e dal mercato. È arrivato il momento di parlare anche di coloro che sono stati messi da parte.

Per tutti coloro che si sono ammalati in quanto esposti, per anni, a sostanze nocive: sono stati condannati i responsabili della Breda Fucine? Conosce casi simili a quello raccontato nel libro e in cui siano state inflitte pene esemplari oppure è difficile che questo accada?

Per quanto riguarda la Breda fucine, dopo numerose archiviazioni, sono giunti a conclusione due processi. Il primo, nel 2003, ha assolto i dirigenti 'perché il fatto non sussiste', il secondo, nel 2005, pur riconoscendoli colpevoli, li ha condannati per omicidio colposo a diciotto mesi concedendo le attenuanti generiche.

Bisogna ricordare che per anni è esistito un muro di omertà e complicità da parte di Stato, partiti e istituzioni tutte. Oggi la situazione sta cambiando grazie alle lotte degli ultimi anni dei comitati sorti in fabbrica e nel territorio, come quello della Breda fucine, che hanno riunito nel territorio operai e cittadini. Ne sono un esempio i processi ThyssenKrupp ed Eternit in cui sono state comminate pene esemplari sia in primo sia in secondo grado, con pesanti condanne

Come procede l'operato del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, comitato che è stato fondato a Sesto San Giovanni nel 1996? Sono stati ottenuti risultati positivi?
 
Il Comitato che ha sede nel Centro di iniziativa proletaria G. Tagarelli – Giambattista Tagarelli, al quale è stata intitolata la sede, è uno dei fondatori del Comitato ucciso dalle fibre killer – ormai è ramificato sul territorio nazionale ed è diventato un interlocutore stabile delle istituzioni favorendo il riconoscimento dell'esposizione all’amianto e delle malattie professionali di centinaia di ex lavoratori vittime dell’amianto e dei cancerogeni. Il Comitato è tra gli artefici del Coordinamento nazionale amianto che raggruppa decine di associazioni e comitati in tutta Italia. Grazie a lotte e manifestazioni è riuscito a far approvare il Fondo per le vittime dell’amianto e l'assistenza gratuita delle vittime dell'amianto e dei loro famigliari presso la Clinica del lavoro di Milano o nei comuni di residenza. Inoltre nel mese di aprile di ogni anno ricorda pubblicamente tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento con un corteo a cui invitiamo anche i vostri lettori a partecipare e che si terrà sabato 26 aprile 2014 alle ore 16 con partenza dal Centro di iniziativa proletaria G. Tagarelli di via Magenta 88 a Sesto San Giovanni.

Infine, oltre al romanzo è stato realizzato anche un cortometraggio. Come è nato questo progetto?

Esistono book trailer che rappresentano una sorta di videoclip editoriali. Con Carlo A.Sigon, regista e amico, abbiamo pensato a qualcosa di più compiuto come un cortometraggio, nel quale racchiudere in tre minuti circa tutto il dolore del romanzo.


martedì 1 aprile 2014

Omicidio e lavoro nero

Foto Il Messaggero


Il nome della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi.

Situata nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013, la fabbrica con i suoi capannoni andò in fumo e, nel rogo, persero la vita sette operai e due furono ustionati gravemente. Dopo mesi di indagini, le forze dell'ordine hanno arrestato, nei giorni scorsi, cinque persone: due italiani e tre cinesi. Questi ultimi erano i gestori del laboratorio diventato una trappola mortale, ma erano anche genitori di un bambino di quattro anni e, tutti e tre insieme, vivevano nel laboratorio stesso, tra materiale tossico e sostanze chimiche. Per loro le accuse sono di omicidio plurimo colposo. I due italiani, proprietari della fabbrica, Giacomo e Massimo Pellegrini, si trovano agli arresti domiciliari per abuso edilizio.  

All'epoca dei fatti, l'ex Ministro per l'Integrazione (quando ancora esisteva questo ministero), Cècile Kyenge, scrisse su twitter: “Il mio pensiero è per la tragedia di Prato. Grave la violazione della dignità umana dei lavoratori cinesi”.          
Foto tg24.sky.it

Cinesi che sfruttavano, quindi, altri connazionali con la complicità degli italiani: tutti indagati anche per disastro colposo, omissione delle norme di sicurezza sul lavoro e uso di mano d'opera irregolare.

Gli inquirenti hanno, dunque, iniziato a dare una risposta concreta all'appello che, il giorno dopo l'accaduto, Giorgio Napolitano aveva rivolto al presidente della giunta regionale toscana: “ Indirizzo ai rappresentanti della comunità cinese e alla città di Prato”, si legge nella lettera del capo dello Stato, “l'espressione dei miei sentimenti di umana dolorosa partecipazione per le vittime della tragedia del rogo. Condivido la necessità da lei posta con forza, di un esame sollecito e complessivo della situazione che ha visto via via crescere a Prato un vero e proprio distretto produttivo nel settore delle confezioni, in misura però non trascurabile caratterizzato dalla violazione delle leggi italiane e dei diritti fondamentali dei lavoratori ivi occupati...Al di là di ogni polemica o di una pur obiettiva ricognizione delle cause che hanno reso possibile il determinarsi e il permanere di fenomeni abnormi, sollecito a mia volta un insieme di interventi concertati a livello nazionale, regionale e locale per far emergere, da una condizione di insostenibile illegalità e sfruttamento, senza porle irrimediabilmente in crisi, realtà produttive e occupazioni che possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano”.




lunedì 9 dicembre 2013

Morire di lavoro




Prato, 2013: un capannone-dormitorio per un gruppo di persone di nazionalità cinese si è trasformato in un inferno.
Il capannone era adibito a fabbrica tessile, in cui non veniva osservata alcuna misura di sicurezza: “una tragedia annunciata”, come ha sostenuto il sindaco della città, Roberto Cenni.
Restano pezzi di macchine da cucire e tessuti bruciati, stendini e vetri rotti. Ma resta, soprattutto, la vergogna e l'indignazione per quei sette operai che hanno perso la vita nel rogo, sette persone, emblema degli schiavi contemporanei, vittime di un sistema economico e di un mercato sempre più aggressivi che pretendono produttività e non concedono tutele.
A distanza di pochi giorni dal dramma, l'unico corpo identificato è quello di un irregolare e anche questo mette in luce un problema irrisolto e complesso, la questione che riguarda il lagame tra la possibilità, per gli immigrati, di ottenere un permesso di soggiorno e un lavoro in regola.
Le parole del Procuratore che sta seguendo l'inchiesta, Piero Tony, sottolineano la gravità e le criticità che stanno alla base dell'accaduto: “ La maggior parte delle aziende sono organizzate così: è il far west. I controlli sulla sicurezza e su ciò che è collegabile al lavoro, nonostante l'impegno delle amministrazioni e delle forze dell'ordine, sono insufficienti. Siamo sottodimensionati: noi come struttura burocatica siamo tarati su una città che non esiste più, una città di 30 anni fa”.
I reati contestati al proprietario italiano della fabbrica abusiva, ad oggi, sono: disastro colposo, omicidio colposo plurimo, omissione di norme di sicurezza e sfruttamento di manodopera clandestina. Gli operai lavoravano, ovviamente sottopagati, nel capannone, ma ci vivevano anche: ammassati in un soppalco, suddiviso in piccole stanze con pareti in cartongesso. E qui c'era anche un bambino di quattro anni che è riuscito a fuggire insieme ai genitori. Se questo è il modo di tutelare la dignità della vita, se questo è il modo di accogliere i migranti, se questo vuol dire essere un Paese civile, come tante, troppe volte è stato scritto...

mercoledì 11 settembre 2013

Percorsi di memoria: CILE 1973-2013


11 settembre: una data difficile. Per l'attentato alle Torri gemelle di New York nel 2001. Ma non solo.
Esattamente quarant'anni fa i corpi speciali dell'esercito cileno, comandati dal generale Augusto Pinochet, destiuirono il governo di Salvador Allende. Un colpo di Stato militare che portò all'uccisione del presidente Allende e di 50.000 militanti del movimento operaio, e poi lavoratori e studenti, persone comuni. Da allora si instaurò nel Paese una sanguinosa dittatura a cui fecero eco altre in molti Stati sudamericani.
La mostra del cinema di Venezia, alla sua 70ma edizione, ha voluto rendere omaggio al Cile con due opere presentate nella sezione “Settimana della critica” di due registi, entrambi di un cognome molto diffuso: Sepúlveda.
Sebastiàn Sepúlveda, nel suo Las Niñas Quispe, racconta la quotidianità di Justa, Lucia e Luciana, tre sorelle che vivono di pastorizia sull'altopiano. Un visitatore porta loro la notizia dell'inserimento di una nuova legge che sconvolgerà del tutto la loro esistenza, un'esistenza fatta di gesti ripetuti e di lavoro duro, nel vento e nel freddo, ma che rassicura e garantisce stabilità. Donne segnate dalla fatica fisica, silenziose e tenaci. Coraggiose fino all'ultimo, quando faranno la scelta estrema e più difficile. Siamo nel 1974 quando tutti, in città come nelle ande, erano costretti a scegliere tra la libertà e la rassegnazione.
Il silenzio appartiene anche a Ximena, la protagonista del film di Moisès Sepúlveda, intitolato Las analfabetas, tratto dall'omonima pièce teatrale scritta da Pablo Paredes

(cosceneggiatore del film). Ximena ha cinquant'anni, ma non sa né leggere e né scrivere e questo, per lei, è un handicap che le impedisce di stabilire relazioni profonde con gli altri. Un giorno la donna riceve la visita inaspettata della giovane Jackeline, insegnante precaria che si offre di insegnare a Ximena la comunicazione scritta.
Un giorno Jackline trova un foglio gelosamente custodito da Ximena, come se fosse un tesoro prezioso: è la lettera che il padre le ha lasciato prima di abbandonarla. Quel foglio sarà lo strumento e il simbolo di una liberazione “intellettuale” e psicologica che porterà la donna ad uscire dal suo isolamento.
Las Niñas Quispe è un film di fiction che, alternando dialoghi rarefatti alla gestualità semplice e istintiva delle persone, documenta la vita sulle montagne e il percorso interiore di chi è costretto a fare i conti con un cambiamento troppo grande; con Las analfabetas si entra in un piccolo mondo fatto di un tavolo, di una cucina, di un cancello, ma in entrambi la via di fuga c'è: la morte o la cultura. Ma mai la rassegnazione.




Nella citttà di Milano è in programma una serie di iniziative per ricordare la dittatura cilena (e non solo). Riportiamo qui di seguito la comunicazione, ringraziando Monica Macchi per la segnalazione.

Mostra fotografica di Paola Agosti “Il Cile dell’Unidad Popular”, che si terrà in Umanitaria via Daverio, 7 - dal 7 al 12 Settembre. Il giorno dell’inaugurazione – 7 settembre ore 18 oltre all’autrice saranno presenti:
Pier Amos Nannini (Presidente Società Umanitaria), Emilio Barbarani (Diplomatico e scrittore), Marzia Oggiano (Segreteria Camera del Lavoro Metropolitana di Milano), Patricia Mayorga (Giornalista Corrispondente estera “El Mercurio” e scrittrice).
Mostra di immagini e manifesti relativi all’impegno sindacale per il ripristino della democrazia in Cile, in Camera del Lavoro Metropolitana di Milano dal 9 al 12 Settembre.
Concerto della cantattrice Annamaria Castelli in Trio con Giulio D’Agnello (chitarra, strumenti a corda e voce), Carlos Adriàn Fioramonti (chitarra) e con Elisa Roson (attrice), nell’Auditorium Di Vittorio il 10 Settembre alle ore 21;
Proiezione del film “SALVADOR ALLENDE” di Patricio Guzmàn, sempre al “Di Vittorio” alle ore 18 del 12 Settembre. Intervento di Graziano Gorla Segretario Generale
11 settembre alle ore 21 - all’Alcatraz via Valtellina, 25 – Concerto: INTIILLIMANI HISTORICO dal titolo “CANTO PARA NO OLVIDAR” organizzato da CGIL e CISL Lombardia


mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio, festa dei lavoratori: cosa si festeggia?




Picchetti, scioperi, blocchi, manifestazioni: per chiedere lavoro, per chiedere tutela.
Questa è l'Italia, oggi.
Un esempio per tutti: i centri logistici intorno a Milano sono in tumulto; Ikea, Esselunga, la società di spedizioni TNT, Coop sono solo alcune aziende in cui i lavoratori si stanno battendo per vedere affermati i propri diritti.
Come riporta Antonello Mangano nella sua inchiesta per Terrelibere.org intitolata “Cosa succede dentro Ikea? La denuncia dei lavoratori migranti”, del 27 marzo scorso (ma la protesta in alcuni poli dell'azienda svedese e in altre è ancora in corso), una delle più imponenti manifestazioni, da parte dei lavoratori, è stata organizzata anche a Piacenza, dove è situato il grande magazzino Ikea che serve i mercati di Svizzera, Italia e Mediterraneo orientale. Qui lavorano persone che vengono dall'Egitto, dal Pakistan e dall'Albania, ma non sono assunti direttamente: il loro operato è in subappalto ed è gestito da cooperative che, cambiando continuamente nome, riescono ad evadere il pagamento dei contributi pensionistici. Ma non è soltanto un problema di pensione: i lavoratori denunciano di essere sottopagati (7,90 euro lordi), di lavorare in condizioni ambientali inaccettabili, di essere sottoposti a turni massacranti. E non mancano episodi di venato razzismo.
Mohamed Arafat, leader degli scioperi alla TNT, ha affermato: “Noi siamo stranieri di passaggio, ma lottiamo anche per gli italiani” e gli immigrati - che come gli italiani devono mantenere le famiglie, pagare l'affitto della propria casa, mandare i figli a scuola - hanno avuto la solidarietà da parte dei centri sociali, da piccoli sindacati indipendenti, da studenti e attivisti. Il caso TNT è andato a buon fine come Ikea che ha reintegrato otto lavoratori.

Anche il Cinema, qualche volta, può testimoniare la realtà. Lo scorso novembre è stato presentato al Festival di Torino il nuovo lavoro di Ken Loach, da sempre attento ai diritti civili e, in particolare, al diritto al lavoro. Il film, dal titolo in italiano La parte degli angeli, è ambientato a Glasgow e narra di tre teppisti condannati a svolgere lavori socialmente utili per avviare un percorso di riscatto, anche umano. Il genere e lo stile sono quelli propri della commedia, ma - come spesso accade nel cinema del grande vecchio britannico - si tratta di una commedia sarcastica e graffiante che fa riflettere sulla crisi economica (nel passato come nel presente) e sulle conseguenze che condizionano scelte e comportamenti.
Al suo arrivo a Torino, Loach è stato accolto da un gruppo di manifestanti che hanno srotolato uno striscione con scritto: “Vogliamo il pane, ma anche le rose” , in riferimento ad uno dei più celebri film del regista Bread and roses, a sua volta tratto da una citazione di Rosa Luxenburg. E, da parte sua, il cineasta ha rifiutato il Premio Gran Torino, perchè: “ I premi sono importanti, il rispetto del lavoro ancor di più. Mi dispiace per il festival, ma più che i festival sono importanti le persone, i lavoratori che hanno un salario da fame. Questo, e l'esternalizzazione, sono il vero problema”.
Ken Loach ha incontrato anche alcuni lavoratori precari della cooperativa Rear, addetti al Museo del Cinema: tra questi Federico Altieri, licenziato per aver indossato una maglietta con scritto “Adesso sospendeteci tutti” dopo che aveva visto una collega licenziata anche lei dopo 11 anni per aver protestato contro condizioni pessime di lavoro. Loach,a questo proposito, ha affermato: “La mia generazione, negli anni '60, parlava di crisi del capitalismo e pensava a una rivoluzione immediata, che poi non c'è stata. Questo però è il momento giusto: dobbiamo organizzarci perchè stanno scardinando quegli elementi che rendono una società civile. Nel mio Paese si toglie il sostegno ai disabili, gli ospedali sono sovraffollati e in mano a multinazionali, i ragazzi sono costretti a stare a casa: sono stati distrutti gli standard della vita civile. Ora serve un modello economico. E' urgente trovarlo”.
Federico e i suoi colleghi hanno ricordato che guadagnavano 5,16 euro all'ora.



Ken Loach

martedì 30 aprile 2013

Strage di operai in Bangladesh: è rivolta





Più di 340 persone decedute, più di mille ferite e tantissime sotto le macerie. Solo 40 i superstiti. Questi sono i numeri della strage avvenuta a Savar, nel sobborgo della città di Dacca, in Bangladesh, a causa del crollo di un edificio di otto piani che ospitava cinque aziende di abbigliamento per l'esportazione.
In un primo momento, sui muri del palazzo - poi accartocciatosi su se stesso - si erano venute a creare delle crepe e i 3000 dipendenti delle ditte erano stati fatti evacuare, ma successivamente era giunto dai dirigenti l'ordine di tornare al proprio posto di lavoro: e si è verificata la strage. Una strage annunciata dato che l'edificio era in condizioni di sicurezza assolutamente precarie e un ingegnere aveva dato parere contrario al rientro dei lavoratori.
E' esplosa, così, una rivolta messa in atto da parte di cittadini e operai dell'industria tessile che sono scesi in piazza, chiedendo addirittura la pena di morte per i responsabili delle vittime del “Rana Plaza”: armati di bastoni e di spranghe, hanno bloccato un'autostrada, danneggiato automezzi, incendiato negozi e bancarelle e dato alle fiamme dei pneumatici. La polizia ha dovuto ricorrere a gas lacrimogeni e e a proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Si tratta dell'esasperazione e della paura di persone che, secondo il comunicato di Human Rights Watch, vedono i propri diritti continuamente calpestati nel Paese asiatico: in particolare i lavoratori del settore tessile che sono sottoposti a turni faticosissimi e percepiscono uno stipendio mensile medio pari a soli 28 euro. E a questo si aggiunge il rischio giornaliero per la propria salute e per la propria incolumità.
A seguito del crollo del palazzo e della strage di lavoratori sono state arrestate otto persone tra cui il proprietario, il direttore amministrativo di due delle cinque fabbriche e due funzionari municipali che, il giorno precedente, avevano assicurato che non c'era alcun pericolo.