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venerdì 18 dicembre 2015

"Transito": un approfondimento, un'analisi sul tema della richiesta di asilo...in un utile pamphlet






“Transito” è la parola chiave di questo piccolo ma prezioso volume che esce proprio mentre sono in atto in tutta Europa dei cambiamenti profondi che riguardano il diritto d’asilo e il diritto dell'immigrazione; cambiamenti che, in ultima analisi, riguardano le società europee nel loro complesso dal momento che ciò a cui stiamo assistendo non è una crisi temporanea,ma un cambiamento strutturale che obbliga l’Europa a modificarela sua politica in materia di asilo. Possiamo quindi dire che è il diritto d’asilo in Europa a essere in transito, ma verso dove? Le risposte finora fornite dalla politica dei singoli stati, ma anche dall’Unione, non sono incoraggianti. Come, con le debite differenze di contesto, avvenne negli anni trenta, i profughi di oggi vagano per l’Europa mentre molti Stati, feroci od ottusi, li respingono e li rimpallano da una frontiera all’altra; per i profughi di oggi la legge non sembra esistere, oppure esiste soltanto per disconoscerli. Gli autori:Annapaola Ammirati, Caterina Bove,Anna Brambilla, Nicole Garbin,Loredana Leo, Valeria Marengoni,Noris Morandi, Giulia Reccardini,Gianfranco Schiavone.


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giovedì 17 dicembre 2015

Il Consiglio deve impegnarsi a ricollocare i richiedenti asilo bloccati in Grecia e Italia



Bruxelles, 11 dicembre 2015

Barbara Spinelli ha presentato un'interrogazione al Consiglio sull'attuazione delle decisioni relative alla ricollocazione di 160'000 richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia. Le due decisioni del Consiglio dell'Unione Europea sono state adottate nel corso delle riunioni del Consiglio straordinario Giustizia e Affari Interni il 14 e 21 settembre e prevedono la ricollocazione di un totale di 160'000 richiedenti asilo provenienti da Grecia e Italia negli altri Stati membri dell'Unione europea. “Come indicato nella comunicazione della Commissione (COM (2015) 510 definitivo), entrambe le decisioni richiedono un immediato follow-up delle istituzioni dell'UE, degli Stati membri sotto pressione e degli Stati membri che si sono impegnati ad ospitare persone ricollocate", afferma l'eurodeputata del gruppo GUE/NGL.

"Lo stesso documento sottolinea che, a partire dal 14 ottobre, ventuno Stati membri hanno individuato i punti di contatto nazionali, e fino ad ora solo sei Stati membri hanno notificato le capacità di accoglienza messe a disposizione per i profughi da ricollocare. Fino a quel giorno, appena 86 richiedenti asilo erano ricollocati dall’Italia con il nuovo regime. Il 3 novembre, un comunicato stampa della Commissione ha sottolineato che il primo volo di trasferimento dalla Grecia con 30 richiedenti asilo era pronto a partire per il Lussemburgo".

Barbara Spinelli, insieme a 24 eurodeputati di vari gruppi politici (Socialisti, Liberali, Verdi, Sinistra unitaria europea) chiede dunque al Consiglio quali misure intenda prendere perché i rappresentanti degli Stati membri si impegnino a ricollocare quanto prima i richiedenti asilo bloccati in Grecia e in Italia in condizioni di allarmante precarietà.

 

mercoledì 9 dicembre 2015

Barbara Spinelli presenta un’interrogazione sull'hot spot di Lampedusa con 22 eurodeputati di diversi gruppi politici

Bruxelles, 9 dicembre 2015 L'eurodeputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha presentato un'interrogazione alla Commissione contestando le pratiche che le autorità Italiane stanno svolgendo nell'hot spot di Lampedusa, centro ufficialmente gestito dall'Unione Europea. "Da settembre le autorità Italiane hanno adottato nuove pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo presso l'hot spot di Lampedusa", ha dichiarato. "Arrivati nell'hot spot, i migranti sono frettolosamente intervistati e ricevono un formulario incompleto senza informazioni sul diritto all'asilo. Pertanto, molti migranti ricevono provvedimenti di respingimento senza avere avuto l'opportunità di chiedere asilo ai sensi delle direttive 2011/95/UE detta "Direttiva Qualifiche" e 2013/32/UE detta "Direttiva Procedure". Una volta ricevuti i provvedimenti di respingimento, i migranti sono cacciati dai centri con un documento che li obbliga a lasciare il paese entro sette giorni dall'aeroporto di Roma - Fiumicino”. "La direttiva 2013/32/UE stabilisce, qualora migranti detenuti in centri di trattenimento desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, che tutte le informazioni sulla possibilità di farlo sia loro garantita (Articolo 8). Peraltro", ha continuato l'eurodeputata "il §27 della stessa direttiva stabilisce che i cittadini di paesi terzi e gli apolidi che hanno espresso l’intenzione di chiedere protezione internazionale siano considerati richiedenti protezione internazionale: in quanto tali, devono poter godere dei diritti di cui alle direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE”. L'interrogazione si conclude considerando che tali pratiche dimostrano gravi mancanze riguardo la tutela dei diritti umani dei migranti e richiedenti asilo. In particolare, non avendo tenuto conto delle circostanze specifiche di ciascun caso nel rilascio di provvedimenti di respingimento, contravvengono all'articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea e alla giurisprudenza consolidata della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. L'eurodeputata, insieme a 22 colleghi di diversi gruppi politici (Socialisti, Liberali, Verdi, Sinistra unitaria europea) chiede alla Commissione di indagare sulla compatibilità di tali pratiche di gestione degli hot spot con il diritto dell'Unione Europea.

giovedì 19 novembre 2015

Reuniting Families / Deportation back to Iraq from Estonia





Estonian detention centres are keeping refugees whom find it difficult to decide what is their best interest. Many controversial information is going on regarding the understanding of freedom of movement, or what happens with the fingerprint processes. In this short video conversation Anni Säär, Legal Expert in the Refugee Legal Aid Clinic - Humanrights.ee talks about the legal procedure and what ...are the main issues that can result in deportation.
We also discuss a particular case, that is a very urgent one. Tomorrow, on the 17th November is the last day for an Iraq-i family to decide about whether they apply for asylum or not. If they don't apply, the are facing deportation on Tuesday back to Iraq. The flight tickets are already prepared by the Estonian Government. Their only chance to stay in Europe if they apply for asylum in Estonia - which they didn't want so far, because the other part of their family is in Finland and they wish to be reunited with them and to apply for the asylum there. Legally they can ask for changing the country after they applied for asylum, but the success of the case is questionable.
Listen carefully, and let us know your questions.
#missionreunitingfamilies, #findinghumanways


 


domenica 8 novembre 2015

Due interventi all 'UE sulla sicurezza dati personali e sulla Convenzione di Ginevra


Dichiarazione di Barbara Spinelli: "Ecco il parlamento che vogliamo"

Il 29 ottobre a Strasburgo, il Parlamento ha adottato con 342 voti a favore e 274 contrari la "Risoluzione Moraes" sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell'Unione. È una risoluzione che svela un Parlamento più coraggioso e audace del previsto, in primis per l'invito – rivolto agli Stati membri dell'UE – a ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi. Il suo statuto di “lanciatore di allerta” (whistleblower), e dunque di difensore internazionale di diritti fondamentali della persona, viene pienamente riconosciuto. Sostengo da sempre la necessità di difendere gli informatori e ho caldeggiato di recente, con il gruppo GUE-NGL, la candidatura di Snowden al premio Sakharov (assieme ad Antoine Deltour, whistleblower nel caso Luxleaks. e a Stephanie Gibaud, che ha rivelato pratiche di evasione e riciclaggio della banca UBS AG). È il motivo per cui l'emendamento Snowden (presentato da deputati Verdi e del GUE-NGL) era cruciale per me. È passato per pochi voti: 285 i voti a favore, 281 i contrari.

Nella risoluzione il Parlamento esprime preoccupazione per le recenti leggi approvate in alcuni Stati membri (Francia, Regno Unito, Paesi Bassi) e ribadisce l'invito a tutti gli Stati membri affinché assicurino che i loro quadri normativi e i meccanismi di controllo che disciplinano le attività delle agenzie di intelligence siano in linea con le norme della Convenzione europea sui diritti dell'uomo e con la legislazione dell'Unione.

Il Parlamento ritiene inoltre che la risposta della Commissione alla risoluzione del 12 Marzo 2014 sia stata finora "assai insufficiente", vista la portata delle rivelazioni sulla sorveglianza di massa, e invita la Commissione a dare seguito alle richieste avanzate nella presente risoluzione entro dicembre 2015 al più tardi. In caso contrario, il Parlamento si riserva il diritto di presentare un ricorso per carenza, o di iscrivere in riserva determinate risorse di bilancio destinate alla Commissione finché non verrà dato un seguito adeguato a tutte le raccomandazioni.

Il Parlamento sottolinea la necessità di una definizione comune e chiara di "sicurezza nazionale", affinché l'UE e i suoi Stati membri garantiscano la certezza del diritto, in quanto l'assenza di tale definizione consente arbitrarietà e violazioni dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto da parte degli organismi esecutivi e di intelligence nell'UE;

Pacchetto sulla protezione dei dati

La risoluzione, evidenziando l'importanza della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea dell'8 aprile 2014 – che dichiara invalida la direttiva 2006/24/CE sulla conservazione dei dati – ricorda come il regolamento e la direttiva sulla protezione dei dati attualmente in corso di negoziato debbano tutelare i diritti fondamentali delle persone.

Approdo sicuro (Safe Harbour)

Il Parlamento richiede la sospensione immediata della decisione "Approdo sicuro", dal momento che Safe Harbour non prevede un'adeguata protezione dei dati personali dei cittadini dell'Unione, e si compiace che la sentenza del 6 ottobre 2015 della Corte di giustizia dell'Unione europea abbia dichiarato invalida la decisione della Commissione 2000/520, secondo cui viene “attestato” che gli Stati Uniti garantiscono un adeguato livello di protezione dei dati personali trasferiti. È una sentenza che conferma la posizione di lunga data del Parlamento, riguardante l'assenza di un livello adeguato di protezione in virtù degli strumenti forniti dalla decisione dell'esecutivo UE.

Inoltre, un emendamento dei liberali (ALDE) esorta la Commissione a valutare l'effetto e le conseguenze sotto il profilo giuridico di questa stessa sentenza – la cosiddetta causa Schrems (C-362/14) – su eventuali altri accordi con paesi terzi che consentono il trasferimento di dati personali, come ad esempio il programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi UE-USA (TFTP), gli accordi relativi ai codici di prenotazione PNR (Passenger Name Record), l'accordo quadro UE-USA ed altri strumenti di “diritto unionale” che prevedono la raccolta e il trattamento di dati personali.

Tutela dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali dei cittadini dell'Unione / maggiore protezione degli informatori e dei giornalisti

Nella risoluzione, il Parlamento "si rammarica" per i limitati progressi registrati sul fronte della protezione degli informatori (whistleblowers) e dei giornalisti, e invita l'UE ad adottare norme per la protezione dei dipendenti che segnalano illeciti (norme valide anche per il personale dei servizi di sicurezza o d'intelligence nazionali e per quelli delle imprese private che operano in questo campo) e a concedere l'asilo ai dipendenti autori di tali segnalazioni minacciati di misure di ritorsione nei loro paesi d'origine. Sottolinea inoltre che la sorveglianza di massa minaccia gravemente il segreto professionale delle professioni regolamentate, compresi i medici, i giornalisti e gli avvocati, ed evidenzia segnatamente il diritto dei cittadini dell'UE a essere protetti legalmente da qualsiasi tipo di sorveglianza delle comunicazioni riservate, suscettibile di violare la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, e in particolare gli articoli 6, 47 e 48.

Strategia europea per una maggiore indipendenza informatica e governance democratica e neutrale di Internet

Il Parlamento ribadisce fermamente il suo invito a sviluppare, nel quadro di nuove iniziative come il mercato unico digitale, una strategia europea per una maggiore indipendenza informatica e una maggiore privacy online che promuova l'industria informatica dell'UE, e valuta positivamente l'intento della Commissione di fare dell'UE un attore di riferimento per la sua visione di un modello “multipartecipativo” di  governance di Internet.

Infine, un emendamento presentato dai liberali e adottato con 375 voti a favore e 242 contrari sottolinea il fatto che la giurisprudenza più recente, e in particolare la sentenza della Corte di giustizia europea dell'8 aprile 2014 sulla conservazione dei dati, stabiliscono l'obbligo per legge di dimostrare la necessità e la proporzionalità di eventuali misure destinate alla raccolta e all'utilizzo dei dati personali in grado di interferire potenzialmente nel diritto al rispetto della vita privata e familiare e nel diritto alla protezione dei dati. Rammaricandosi del fatto che le considerazioni politiche spesso pregiudicano il rispetto di tali principi giuridici nel processo decisionale, invita la Commissione a garantire, nel quadro del suo programma “Legiferare meglio”, che l'intera legislazione dell’UE sia di qualità elevata, conforme a tutte le norme giuridiche e alla giurisprudenza, e in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell'UE.
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Intendono abolire la Convenzione di Ginevra?


I deputati del Gue/Ngl denunciano come deplorevole e pericoloso il Progetto di conclusioni del Consiglio sul rimpatrio


I deputati del Gue/Ngl hanno ripetutamente chiesto al Consiglio dell'UE di far fronte alle proprie responsabilità individuando una risposta umanitaria all'arrivo di uomini, donne e bambini in cerca di protezione in Europa, e smettendo di consolidare la Fortezza Europa.

Il progetto di conclusioni del Consiglio, fatto trapelare da Statewatch, mostra che il Consiglio sta pianificando una serie di iniziative che violano chiaramente i diritti e gli obblighi europei e internazionali, facendo applicare le decisioni di rimpatrio con ogni mezzo, compreso un diffuso ricorso alla detenzione per chiunque non venga considerato qualificato per la protezione internazionale, e un rafforzamento dei poteri dati a FRONTEX.

Il Consiglio minaccia di ritirare aiuti, accordi commerciali e accordi sui visti a quei paesi che dovessero rifiutarsi di riprendere i propri cittadini, e dà alla Commissione sei mesi di tempo per individuare soluzioni su misura per giungere a riammissioni più efficaci con i paesi terzi.

Infine, il Consiglio promuove lo sviluppo di centri di detenzione nei paesi terzi colpiti dalla pressione migratoria "fino a quando non sia possibile il ritorno nel paese di origine". La prospettiva è utilizzare questi centri come luoghi di rapido rimpatrio per chi non sia qualificato per la protezione internazionale, o sia inammissibile in paesi terzi sicuri. La Commissione si è già mossa in questa direzione, decidendo di utilizzare i fondi dell’Unione per aprire sei centri di accoglienza per rifugiati in Turchia, che attualmente fronteggia forti tensioni nella regione circostante.


Marie-Christine Vergiat ha espresso grave preoccupazione per la richiesta del Consiglio di implementare l'articolo 13 dell'accordo di Cotonou relativo all'obbligo di riammettere i cittadini di paesi aderenti all'accordo, quando sappiamo che molti di questi paesi sono aree di guerra e di crisi dalle quali i rifugiati sono attualmente in fuga. Eritrea, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo sono tra questi paesi.


"Queste conclusioni, se adottate così come sono, costituirebbero una violazione dell'articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, poiché produrrebbero effetti giuridici nei confronti di paesi terzi", ha commentato Barbara Spinelli. "Il Parlamento potrebbe portarle alla Corte per violazione di un requisito procedurale essenziale e dei Trattati”, ha aggiunto, “in quanto il Parlamento non verrebbe coinvolto, in ambito di sua competenza, in decisioni vincolanti per terzi". A proposito degli hotspot menzionati nel progetto di conclusioni del Consiglio, ha detto che "rischiano di intrappolare chi chiede protezione e di trasformarsi in centri di detenzione per i richiedenti asilo".


"Se adottato, questo progetto di conclusioni equivarrebbe all’abolizione della Convenzione di Ginevra e, di fatto, alla fine del sistema di protezione internazionale per i rifugiati, come stabilito dopo la Seconda guerra mondiale", ha aggiunto Cornelia Ernst.

giovedì 15 ottobre 2015

Ius sòla: il commento del Naga sulla riforma della cittadinanza




Approvato dalla Camera il testo della nuova legge che riforma il diritto di cittadinanza, introducendo nel nostro ordinamento lo "ius soli", ovvero la cittadinanza per chi nasce nel nostro paese da genitori non italiani.

Peccato che l'acquisizione della cittadinanza avvenga solo qualora almeno uno dei genitori disponga del "Permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo", precedentemente detto "Carta di soggiorno"; un vincolo pesantissimo, che subordina un diritto fondamentale, la cittadinanza, non solo alla lunga permanenza di uno dei genitori nel nostro paese, ma alla sua disponibilità di un lavoro, di un'abitazione con requisiti che a nessun cittadino italiano vengono richiesti e di un reddito minimo fissato con un semplice provvedimento amministrativo.

Il diritto di cittadinanza, insomma, è sottoposto alla condizione amministrativa dei genitori: un luminoso esempio di rispetto dei concetti giuridici di "responsabilità individuale" e "proporzionalità".

Interessante anche l'introduzione della cittadinanza per "ius culturae", ovvero per quei minori che pur non avendo i requisiti per l'applicazione dello ius soli abbiano frequentato almeno 5 anni negli istituti scolastici o di formazione professionali italiani; incomprensibile tuttavia risulta la richiesta di aver conseguito la promozione al termine della scuola primaria: chi viene bocciato a scuola, insomma, è rimandato in cittadinanza.

Timidi passi in avanti rispetto al nulla di prima, indubbiamente, ma un testo che deve assolutamente essere modificato in seconda votazione al Senato eliminando le discriminazioni.

Come Naga, continueremo a sostenere non solo che cittadino è chiunque abita e contribuisce alla vita civile del paese, ma anche che i diritti fondamentali, quali la salute e la libertà di movimento, non possono essere subordinati alla condizione amministrativa ma neppure alla cittadinanza stessa: gli esseri umani nascono liberi e uguali.



mercoledì 14 ottobre 2015

La Carta di Bolzano per il diritto di asilo



di Luigi Manconi   (da Il Manifesto)



All’alba del 3 otto­bre del 2013 nau­fra­gava, al largo di Lam­pe­dusa, un pesche­rec­cio pro­ve­niente dal porto libico di Misu­rata. Le vit­time accer­tate — ma chissà quanti i dispersi — furono 366: prin­ci­pal­mente uomini di nazio­na­lità eri­trea.
L’ennesima tra­ge­dia del Medi­ter­ra­neo in cui a per­dere la vita, ancora una volta erano per­sone in fuga da situa­zioni atro­ce­mente invi­vi­bili e inten­zio­nate a chie­dere pro­te­zione in Europa.


Dai primi anni ’90 si cal­co­lano oltre ven­ti­mila morti in quel tratto di mare, quasi tre­mila solo negli ultimi nove mesi.
Chi rie­sce a soprav­vi­vere approda in Ita­lia, con­si­de­rata nella mag­gior parte dei casi una terra di tran­sito: attra­ver­sata da migranti che, in genere, vogliono rag­giun­gere il nord Europa per­ché lì pos­sono ritro­vare parenti e amici; per­ché lì hanno mag­giori pos­si­bi­lità di intra­pren­dere un per­corso di studi e di tro­vare lavoro; e,infine, per­ché lì rice­vono fin da subito un’accoglienza che con­si­de­rano migliore e più effi­cace di quella dispo­ni­bile in altri paesi dell’Unione.
Uno dei pas­saggi cri­tici di que­sta lunga tra­ver­sata è Bol­zano, o più pre­ci­sa­mente la sua stazione.
Qui avviene il cam­bio del treno per rag­giun­gere e ten­tare di oltre­pas­sare il con­fine con l’Austria. È un punto di tran­sito molto impor­tante e supe­rarlo può essere un’impresa dav­vero ardua.
Negli ultimi anni, infatti, ai pro­fu­ghi è stato impe­dito di par­tire dal ter­ri­to­rio ita­liano in quanto sprov­vi­sti del rego­lare titolo di sog­giorno e di viag­gio. E, tut­ta­via, nono­stante le dif­fi­coltà, nel 2015 sono pas­sate per la sta­zione di Bol­zano 21.000 per­sone, in media cento al giorno, pro­ve­nienti dai luo­ghi dello sbarco e par­tite dalle coste del nord Africa.
Ma non è que­sta l’unica rotta. Tran­si­tano da Bol­zano e dal Bren­nero anche migranti che arri­vano via terra dalla Tur­chia e dall’Ungheria. Ecco per­ché quest’anno la Com­mis­sione per la tutela dei diritti umani del Senato ha deciso di ricor­dare le vit­time del 3 otto­bre pro­prio in quella città, con un’iniziativa che si terrà nelle offi­cine FS dal titolo «Bol­zano fron­tiera d’Europa». Non si tratta di un sem­plice evento com­me­mo­ra­tivo poi­ché sarà anche l’occasione per pre­sen­tare la Carta di Bol­zano: ovvero un docu­mento in cui si afferma il diritto ina­lie­na­bile alla libera cir­co­la­zione degli esseri umani.
Nel testo sono for­mu­late pro­po­ste con­crete riguar­danti la rea­liz­za­zione di un sistema di asilo euro­peo e di un piano di rein­se­dia­mento con numeri supe­riori rispetto a quelli, pres­so­ché irri­sori, pre­vi­sti dall’agenda dell’Unione. Ma, soprat­tutto, con una filo­so­fia dell’asilo e dell’accoglienza com­ple­ta­mente diversa.
Si pro­pone, inol­tre, un piano di ammis­sione uma­ni­ta­ria per evi­tare altri nau­fragi, anti­ci­pando e avvi­ci­nando il momento della richie­sta di pro­te­zione inter­na­zio­nale nei paesi di tran­sito dei pro­fu­ghi. E ancora: una nuova poli­tica di ingresso rego­lare in Europa, attual­mente tutt’altro che garantito.
Oggi, gli ingressi rego­lari si rive­lano total­mente ina­de­guati rispetto agli impe­ra­tivi della demo­gra­fia e dell’economia e alle richie­ste del mer­cato del lavoro, oltre che alle ine­lu­di­bili esi­genze di una emer­genza uma­ni­ta­ria desti­nata a ripro­dursi nel tempo. Infine, viene posto all’ordine del giorno il supe­ra­mento dell’attuale Rego­la­mento di Dublino.
Sono tutte pro­po­ste rea­liz­za­bili sin da ora, a comin­ciare dai tra­sfe­ri­menti verso altri paesi euro­pei, diversi da quello di ingresso, dove poter rea­liz­zare il pro­getto di vita desi­de­rato, qua­lora vi fos­sero moti­va­zioni fami­liari o umanitarie.
A soste­gno di que­sta ini­zia­tiva a Bol­zano inter­ver­ranno i rap­pre­sen­tanti delle isti­tu­zioni e dell’ asso­cia­zio­ni­smo, dalla por­ta­voce dell’Unhcr, Car­lotta Sami, al sot­to­se­gre­ta­rio per gli Affari Esteri, San­dro Gozi, fino agli espo­nenti di Volon­ta­rius e di Bina­rio 1. E ascol­te­remo i suoni e le voci di Paolo Fresu e Moni Ova­dia, del coro di Arda­dioungo e di Paolo Rossi, di Mau­ri­zio Mag­giani e dei Tetes de Bois. Il pro­blema vero, ora, è quello di farsi sen­tire da un’Europa che — oltre a rive­larsi troppo spesso afa­sica — appare dram­ma­ti­ca­mente sorda.


sabato 10 ottobre 2015

Ministero dell’Economia: stabilito l’importo per il rilascio del nuovo documento elettronico per cittadini stranieri



(da ProgrammaIntegra.it)


Dal 24 settembre 2015 è entrato in vigore il nuovo documento elettronico per cittadini stranieri, apolidi e titolari di protezione internazionale, e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con il decreto ministeriale del 14 settembre 2015, ha determinato il nuovo importo delle spese a carico dei soggetti richiedenti.

Il documento di viaggio viene rilasciato a apolidi, titolari di protezione internazionale e cittadini stranieri, che sono nell’impossibilità di farsi rilasciare un passaporto dalle autorità dei loro Paesi d’origine.

I Regolamenti del Consiglio Europeo hanno imposto l’adeguamento al formato elettronico, al fine di rendere questo documento più sicuro, difficilmente falsificabile.

Il nuovo documento è stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, ha 32 pagine, è dotato di microchip e sono memorizzate le immagini del volto e due impronte digitali del titolare.

Il documento di viaggio viene rilasciato dalla Questura territorialmente competente al rilascio del titolo di soggiorno.

Dal 24 settembre non sarà più possibile emettere i precedenti documenti in formato cartaceo.

Il nuovo documento ha un costo di € 42,22 e all’atto di presentazione della richiesta di rilascio deve essere consegnata la ricevuta di versamento su bollettino di conto corrente n.67422808 intestato a: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento del Tesoro.





Ministero Dell’Economia e delle Finanze_nuovo documento di viaggio_DM 14 settembre 2015

Per saperne di più consulta le schede tematiche sul permesso di soggiorno

Leggi anche:

Sanatoria 2012: l’Avvocatura dello Stato chiarisce quali sono i documenti validi per dimostrare la presenza in Italia


lunedì 21 settembre 2015

Rom e rifugiati: in Campidoglio oltre 6 mila firme per l’inclusione



Le due delibere di iniziativa popolare della campagna Accogliamoci saranno discusse entro sei mesi.


Le due delibere di iniziativa popolare promosse dalla campagna Accogliamoci – per il superamento dei “campi rom” e per una riforma dell’accoglienza dei rifugiati a Roma – dovranno essere discusse dal Campidoglio entro sei mesi. Questa mattina i promotori della campagna hanno consegnato 6300 firme al Comune di Roma, superando così il tetto delle 5 mila sottoscrizioni necessarie affinché una delibera di iniziativa popolare venga obbligatoriamente discussa dall’Assemblea capitolina.

Per i promotori della Campagna - lanciata lo scorso giugno da una coalizione di associazioni composta da Radicali Roma, Associazione 21 luglio, A Buon Diritto, Possibile, Cild, Arci Roma, Un Ponte per, Asgi e Zalab – il successo della raccolta firme e il coinvolgimento diretto di un così alto numero di cittadini rappresentano per l’Amministrazione di Roma Capitale una occasione importante per affrontare finalmente in maniera strategica due questioni decisive per la città. «La situazione dei rom e dei rifugiati nella Capitale non può più essere affrontata attraverso un approccio emergenziale, come le varie amministrazioni capitoline che si sono succedute nel corso degli anni hanno continuato a fare – affermano i promotori della campagna -. Soprattutto all’indomani dello scandalo di Mafia Capitale, urge un’inversione di tendenza rispetto al passato: i cittadini che hanno aderito ad Accogliamoci chiedono una Capitale senza più ruspe né ghetti, senza più violazioni dei diritti umani e inutile spreco di risorse pubbliche».

La delibera sul tema rom prevede il superamento della “politica dei campi” attraverso la chiusura progressiva dei sette “villaggi della solidarietà” e dei tre “centri di raccolta rom” presenti oggi a Roma - in cui uomini, donne e bambini vivono in condizioni precarie ai margini della società - garantendo alle famiglie rom e sinte l’accesso a percorsi di inclusione abitativa e sociale, come previsto dalla Strategia Nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Camminanti.

L’altra delibera di iniziativa popolare mira alla riorganizzazione del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati a Roma definendo politiche di inclusione efficaci - e monitorate da organizzazioni indipendenti - che non si limitino alla prima assistenza, ma tutelino realmente il diritto d’asilo superando il sistema dei grandi centri profughi attraverso un’accoglienza diffusa e integrata sul territorio: centri di dimensioni contenute e piccoli gruppi che consentano ai beneficiari di entrare in relazione col territorio e di acquisire una propria autonomia e un’autentica inclusione sociale.

Hanno aderito alla campagna personalità del mondo politico, tra cui Emma Bonino, Luigi Manconi, Riccardo Magi, Giuseppe Civati, Rita Bernardini, Furio Colombo, Khalid Chaouki e Fabrizio Barca. GUARDA IL VIDEO del concerto per la chiusura della raccolta firme con gli interventi di Emma Bonino, Luigi Manconi, Carlo Stasolla e Riccardo Magi.

«La chiusura positiva della raccolta firme rappresenta solo il primo passo della campagna Accogliamoci. Da questo momento in poi sarà nostro compito vigliare sull’impegno dell’Amministrazione capitolina a discutere le due delibere e esortarla ad avere il coraggio di mettere in campo politiche inclusive che liberino la città dai ghetti, dai diritti calpestati e dai muri dell’intolleranza», concludono i promotori dell’iniziativa.
 
 
 



giovedì 27 agosto 2015

Il Papa fermi le stragi in mare e apra dei canali umanitari



Lettera al Papa


 

Di fronte all’immobilismo dei governi dell’Unione Europea, il Pontefice potrebbe sostenere un’alternativa umana alla mafia dei trafficanti ponendosi al centro dell’azione diplomatica.

Le nunziature apostoliche, cioè le missioni diplomatiche che rappresentano la Santa Sede nel mondo, potrebbero fare ciò che le Ambasciate degli Stati europei negano: rilasciare visti di ingresso perché le famiglie, i bambini, le donne, gli uomini che fuggono da guerre e persecuzioni possano raggiungere Paesi Sicuri su mezzi di trasporto legali, invece di essere costretti a pagare gli scafisti e morire a migliaia sui barconi.

Un corridoio umanitario garantito dai governi permetterebbe a quanti vogliono fare richiesta di asilo di presentarsi direttamente nelle ambasciate dei Paesi europei (nello stesso Stato dal quale intendono fuggire o nei Paesi confinanti con quello da cui fuggono), senza dover intraprendere un viaggio terribile e spesso mortale.

Tutto ciò potrebbe essere possibile semplicemente applicando le norme vigenti.

Le nunziature apostoliche svolgono infatti anche la funzione di rappresentanza diplomatica e dunque chi scappa da persecuzioni e guerre potrebbe chiedere un visto di ingresso ai Nunzi Apostolici. Gli accordi già in vigore con i Paesi Ue permetterebbero ai profughi di raggiungere la Santa Sede via nave, via terra o attraverso l’aeroporto di Fiumicino o Ciampino, viaggio per canali legali che non potrebbero intraprendere in assenza di visto di ingresso.

Chiediamo a Papa Francesco di:

1) permettere alle persone in fuga da guerre e persecuzioni di chiedere asilo alla Santa Sede (che ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951) rivolgendosi direttamente ai nunzi apostolici presenti presso i Paesi di fuga o di transito e dimostrare così all’Europa che si può e si deve realizzare un corridoio umanitario per impedire che le persone soffrano e muoiano per affermare il loro diritto all’asilo e alla sopravvivenza.

2) permettere a queste persone, una volta arrivate fisicamente in Vaticano, con un visto temporaneo, di presentare richiesta d’asilo in altri Paesi, rivolgendosi ad una delle 178 ambasciate che hanno sede in Vaticano. In tal modo si neutralizzerebbe anche la Convenzione di Dublino che limita la libertà delle persone di scegliere in quale paese rifugiarsi e vivere.

Alessandra Ballerini; Leonardo Cavaliere; Carmelo Gatani; Paola La Rosa







Per firmare la petizione su Change.org:

https://www.change.org/p/il-papa-fermi-le-stragi-in-mare-e-apra-dei-canali-umanitari?recruiter=59920555&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=fb_
send_dialog

martedì 28 luglio 2015

Centro Astalli: deludente l’esito del Consiglio Europeo in tema di immigrazione





Al termine del Consiglio Europeo riunitosi ieri pomeriggio, il Centro Astalli ribadisce la propria delusione e preoccupazione che si profila rispetto alle decisioni adottate e, soprattutto, rispetto alla prospettiva europea sul tema della protezione internazionale dei migranti, particolarmente urgente in un momento di eccezionale emergenza umanitaria come questo.

In particolare pongono particolari criticità i seguenti punti:

- Il regolamento di
Dublino, uno strumento che già da tempo ha rivelato la sua inadeguatezza e inefficacia, continua a essere riproposto rigidamente come unico approccio possibile al tema dell’accoglienza dei rifugiati.

- L’insistenza sulle
procedure di identificazione, anche coatte, che Italia e Grecia sarebbero tenute a assicurare come condizione per la messa in atto delle misure di redistribuzione previste rivela che non c’è alcuna volontà di lavorare per un nuovo approccio di condivisione effettiva delle responsabilità.

- Il cosiddetto meccanismo di “
hot spot” che consiste nell’identificazione dei migranti mediante una presenza più forte, in Italia e Grecia, di funzionari di EASO, Frontex ed Europol è fonte di grandi perplessità. Difficile immaginarne il funzionamento nel caso in cui le persone si rifiutino sistematicamente di farsi foto segnalare, a meno che non si intenda fare ricorso in maniera quasi sistematica al trattenimento.

- Considerando peraltro i numeri irrisori del piano di “solidarietà” (appena 24.000 trasferimenti dall’Italia in 24 mesi), è facile prevedere, alla luce del trend degli arrivi del 2015, che se tale provvedimento fosse applicato l’Italia si troverebbe a dover far fronte a
un numero di domande più che raddoppiato rispetto alla situazione attuale.

- Un altro strumento su cui il Consiglio Europeo punta per la gestione del fenomeno è una lista dei 
Paesi “sicuri” da cui i migranti non hanno motivo di scappare e in cui possono quindi essere rimandati. Più volte l’UNHCR ha espresso riserve e preoccupazione sull’uso di tale definizione nelle Direttive Europee: designare un paese come “paese terzo sicuro” può comportare infatti che una richiesta di protezione internazionale non venga esaminata nel merito e sia dichiarata inammissibile, o sia esaminata mediante una procedura accelerata con garanzie procedurali ridotte. La compatibilità di questa misura con lo spirito della Convenzione di Ginevra è stata più volte messa in discussione.



P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli, commenta così gli esiti del summit di ieri: “Riconosciamo che l’Unione Europea ha compiuto un primo passo per una gestione unitaria e programmata del fenomeno migratorio. Tuttavia ci pare si continui a ragionare su politiche di chiusura dei confini che non consentono un cambio di prospettiva rispetto alle grandi crisi umanitarie che interessano il mondo. Ancora una volta rileviamo che per l'Unione Europea la sicurezza e il controllo delle proprie frontiere sono prioritari rispetto all'accoglienza e alla protezione di chi scappa da guerre e persecuzioni".

mercoledì 8 luglio 2015

Maybe tomorrow: Stefano Liberti e Mario Poeta raccontano Mare Nostrum




Mario Poeta e Stefano Liberti hanno condensato il racconto dell’operazione Mare Nostrum e della prima accoglienzanel breve documentario Maybe Tomorrow. Il prodotto dei due giornalisti si inserisce nel progetto Access to Protection del Consiglio Italiano dei Rifugiati . Maybe tomorrow vuol dire “Forse domani” ed è la frase che i migranti si sentono continuamente ripetere, per mesi e mesi, mentre aspettano il “foglio di via”.




L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato, per voi, il giornalista Stefano Liberti e lo ringrazia tantissimo per queste sue parole.




Come nasce il progetto di Maybe tomorrow?




Il progetto nasce all'interno di un progetto europeo sull'accoglienza e il salvataggio in mare e, nell'ambito di questo progetto, abbiamo realizzato un documentario breve che cerca di raccontare l'operazione Mare Nostrum, iniziata nel 2013 e condotta per tutto il 2014 dalla Marina militare: abbiamo seguito come vengono intercettati i barconi, come vengono svolti i soccorsi e anche cosa avviene dopo.



Quale può essere il bilancio dell'operazione Mare Nostrum?



Per quello che abbiamo visto noi è un bilancio positivo perchè, nel corso di tutta l'operazione, sono stati soccorsi e portati a terra 170.000 rifugiati e, se non ci fosse stata l'operazione, i morti sarebbero stati di maggior numero; ricordiamo che Mare Nostrum è stata lanciata subito dopo la duplice tragedia dell'ottobre 2013, con un totale di 600 migranti deceduti in mare.

L'operazione ha anche ovviato a un problema fondamentale, ovvero al fatto che – quando si vanno a vedere le nazionalità delle persone che partono e vengono tratte in salvo – si capisce che quelle persone provengono da Paesi in guerra o sono perseguitate per questioni politiche per cui, una volta arrivate in Italia, ottengono la protezione internazionale. Mare Nostrum ha, quindi, svolto le funzioni di una specie di canale umanitario per questi profughi di guerra.



Il sistema di richiesta di asilo, in Italia, funziona?



Non proprio; la gran parte delle persone che arriva in Italia, infatti, non chiede asilo perchè, una volta ottenuto, non c'è un follow up: non vengono garantiti percorsi di inserimento, formazione, coabitazione come, invece, avviene in altri Paesi.

Chi arriva tende a non farsi prendere le impronte digitali e a cercare di richiedere l'asilo politico in Paesi dove il sistema è più accogliente; l'Italia è un Paese di transito e gli immigrati preferiscono andare in Nord Europa dove viene garantita una migliore qualità della vita.



Quindi non si può e non si dovrebbe parlare di “emergenza”...



Parlare di “emergenza immigrazione” consente di non realizzare mai un sistema strutturato di accoglienza. L'emergenza è qualcosa che avviene e che non è prevedibile. In realtà i flussi migratori verso l'Italia esistono da più di vent'anni e sono facilmente prevedibili anche i numeri che interessano questi flussi per cui parlare di emrgenza consente anche di speculare su questo fenomeno: dare appalti in deroga, superare le normative. Quindi poter lucrare.



Come si svolge la prima accoglienza in Italia?



Sempre per quello che abbiamo visto, chi ha i mezzi finanziari per andarsene, cerca di andare via prima di essere identificato; chi non li ha (come i cittadini dell'Africa subsahariana) viene inserito in un sistema di prima accoglienza molto carente nel quale, per mesi e mesi, non viene informato dei propri diritti e delle tempistiche che riguardano la sua situazione.

Pensiamo anche ai minori stranieri non accompagnati (MSNA): vengono trasferiti in strutture temporanee, in attesa di essere affidati a un tutore per poi iniziare la procedura di richiesta di asilo, cosa che richiede almeno sei mesi di tempo. Questi minorenni vivono in una specie di limbo, di indeterminatezza e non ne capiscono il motivo perchè pensano di essere arrivati in un posto dove i loro diritti vengono garantiti e invece non è così.






venerdì 29 maggio 2015

Giustizia per i crimini nel Mediterraneo !



VENERDI 5 GIUGNO 2015

Ore 11:30

STAMPA ESTERA – Sala della Biblioteca

Via dell'Umiltà, 83/C - 00187 Roma

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Il Mediterraneo è ormai una fossa comune, dove ogni giorno, si consuma un ennesimo naufragio.

A seguito della morte di oltre 1770 persone nel corso del 2015, e della morte di 3.279 persone nel 2014, della sospensione dell’operazione Mare Nostrum e delle decisioni dell’Unione Europea che sacrificano le esigenze di soccorso dei migranti in mare alle politiche di militarizzazione finalizzate a respingere migranti e potenziali richiedenti asilo, in attesa del vaglio del Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite di un probabile intervento militare in Libia, a fronte di un aumento dei flussi di profughi determinato dalle numerose guerre in corso in Africa ed in Asia e del rischio di un ulteriore aumento del numero di morti nel Mediterraneo, il Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos” comunica di avere avviato le procedure formali per richiedere l’intervento del Tribunale Permanente dei Popoli perché si accerti l’esistenza di crimini commessi negli ultimi venti anni nei confronti dei migranti nel Mediterraneo e nel percorso dei cittadini dell’Africa e dell’Asia verso l’Europa, affinché vengano identificate e accertate le violazioni dei diritti dei migranti, in primo luogo del diritto alla vita; perché si giunga all’individuazione dei responsabili della commissione dei crimini di lesa umanità e della violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e perché siano valutati gli obblighi giuridici che hanno le istituzioni europee e internazionali verso le persone che cercano rifugio e che fuggono da guerra, persecuzioni e miseria.

Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) è un tribunale di opinione la cui opera è rivolta a identificare e rendere pubblici i casi di sistematica violazione dei diritti umani fondamentali, in particolar modo riguardo tutti quei casi in cui la legislazione nazionale e internazionale non riescano a tutelare con efficacia il diritto dei popoli. L’azione del TPP si basa sui principi espressi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli e dai principali strumenti internazionali di protezione dei diritti umani, ed è volta all’esame della realtà e allo studio del complesso di cause storiche, politiche ed economiche che portano alla loro violazione, al fine di emettere delle “sentenze” che ne individuino i responsabili. A oggi il TPP ha realizzato 40 Sessioni per denunciare casi di genocidio e crimini contro l’umanità. Tra queste è opportuno segnalare la Sessione sul Diritto d’asilo in Europa (Berlino, 1994) e quella recente sul Messico (2011-2014), che ha dedicato un capitolo importante alla violazione dei diritti umani dei migranti.

Partecipano:

Hedwig Zeedijk, Corrispondente Radio Televisione Belga

Enrico Calamai, Portavoce del Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos”

Arturo Salerni, Presidente “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos”

Lita Boitano, Madre di Plaza de Mayo, Presidente di Familiares di desaparecidos e detenuti per ragioni politiche

Meherzia Chargui, Madre di un tunisino disperso



Ufficio stampa:

Carolina Zincone 3338710675 - Flore Murard-Yovanovitch 3485268700





"Il Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos” è una realtà associativa costituita nel 2014 che si propone di porre al più presto fine alle stragi di migranti e richiedenti asilo nel Mar Mediterraneo e nei Paesi di transito verso gli Stati dell’Unione Europea. Ne fanno parte familiari delle vittime, giuristi, giornalisti ed esponenti della società civile. Insieme all’obiettivo primario di cui sopra il Comitato si propone di ottenere il riconoscimento dell’identità delle vittime e di ricercare la verità sulla loro scomparsa anche attraverso l’istituzione di un Tribunale Internazionale di opinione, nonché chiedere l’individuazione e la condanna dei responsabili ed il risarcimento nei confronti dei familiari delle vittime nelle sedi giurisdizionali nazionali, comunitarie, europee e internazionali.


venerdì 10 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani

in collaborazione con il Centro Asteria

PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:
MILANO, CROCEVIA D'EUROPA



Alla presenza di: MONICA MACCHI (esperta di mondo arabo), CHIARASTELLA CAMPANELLI (editrice Il Sirente – direttrice collana Altriarabi/migranti), MARTA MANTEGAZZA, ANNA PASOTTI, ALESSANDRA PEZZA, ANNA RUGGIERI (autrici del progetto “Siriani in transito)

(E con una sorpresa in video)



DOMENICA 12 APRILE



ORE 17.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Milano, crocevia d'Europa” si parlerà dei profughi siriani (e non solo) che arrivano nella città di Milano per poi cercare di recarsi in Nord Europa (Svezia, Germania) per ricongiungersi ad altri familiari, per avviare un nuovo percorso di vita dopo aver vissuto la guerra e le sue tragiche conseguenze. Si parlerà del romanzo “Il silenzio e il tumulto” dello scrittore siriano Nihhad Sirees e verrà presentata la mostra fotografica “Siriani in transito”.



IL LIBRO:

Fathi, scrittore osteggiato dal regime e dal Leader della nazione (Sirees non dirà mai il nome del Paese nel quale si svolge la vicenda, a causa degli ovvi rischi – censura e arresto), uscendo di casa si trova coinvolto nelle celebrazioni dei vent’anni dalla presa del potere del Presidente. Una folla oceanica, chiassosa, imperversa per le strade della città alzando al cielo migliaia di ritratti del Leader, quasi fosse un Dio in terra.




L' AUTORE

Nihad Sirees, scrittore siriano, fuggito dalla Siria nel 2012, racconta nel suo libro, “Il silenzio e il tumulto” – pubblicato dalla casa editrice Il Sirente e tradotto da Federica Pistono (traduttrice di un altro libro fondamentale per comprendere la Siria contemporanea, “La conchiglia” di Mustafa Khalifa, ed Castelvecchi) –, la storia di Fathi Shin, alter ego di Nihad.


LA MOSTRA FOTOGRAFICA

Tre mediatrici interculturali frequentando i centri di accoglienza per i siriani a Milano come operatrici e volontarie, sono diventate testimoni dirette dell’assurdo viaggio a cui l’UE costringe i siriani in fuga dalla guerra, già provati da anni di conflitto e di esilio nei paesi limitrofi. Di fronte a storie simili e uniche al contempo, unite tutte dal non avere eco, è emersa l’esigenza di dar voce a queste persone per portare informazione sul viaggio da loro compiuto.

martedì 17 marzo 2015

La campagna per rendere i profughi VISIBILI


Ogni 4 secondi, una persona è costretta a fuggire dalla propria casa (oltre 20.000 persone al giorno). Se contiamo tutti insieme gli oltre 51,2 milioni di profughi nel mondo, il risultato è una nazione sterminata, la 26° per popolazione, tra Sud Africa e Corea del Sud. Sono più di quanti ne abbia generati la Seconda guerra mondiale e tra questi, 33,3 milioni sono sfollati all’interno del loro stesso paese, 16,7 milioni sono rifugiati all’estero, 1,2 milioni aspettano di ricevere asilo.

Numeri che racchiudono in uno spaventoso niente le vite di milioni di uomini, donne, bambini costretti a lasciarsi tutto alle spalle a causa di guerre e violenze a cui non hanno contribuito ad alcun titolo.
You save lives è la campagna lanciata oggi dall’Unione Europea e Oxfam per fare il punto, attraverso il nuovo rapporto I Paesi degli invisibili: 51 milioni di persone in fuga dai conflitti, sulle tre principali crisi umanitarie del momento che si consumano in Siria, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Una piattaforma digitale raccoglierà inoltre storie e testimonianze di chi è dovuto partire dalla propria terra alla disperata ricerca di un rifugio: donne, uomini, vecchi e bambini costretti a salvarsi la vita nella disperazione della fuga, privi di ripari, coperte, vestiti, cibo e acqua, come di sicurezza e protezione, di lavoro, istruzione e denaro per sopravvivere. Tutti senza un presente e a maggior ragione senza un futuro.

L’Europa non può rimanere indifferente di fronte all’immane tragedia che questo esodo dei nostri tempi rappresenta – ha detto Riccardo Sansone, responsabile emergenze umanitarie di Oxfam Italia – In Siria, da quando la guerra civile è iniziata 4 anni fa, si contano 11,4 milioni di profughi, vale a dire metà della popolazione; in Sud Sudan, uno dei paesi più poveri del mondo, in poco più di un anno di conflitti, siamo già a 2 milioni; mentre la guerra in Repubblica Centrafricana ne ha provocati 860.000. You save lives si propone di informare i cittadini europei, aggiungendo ai numeri la vita vera di queste genti: ‘rendere visibili’ i bisogni di chi non ha più niente, la fragilità di un quotidiano privo di normalità e prospettive, la disperazione che spinge molti di loro ad attraversare il Mediterraneo in cerca di un futuro nel nostro continente.”

C’è una ragione in più perché i cittadini europei devono conoscere meglio un tema come questo. Sono loro, infatti, la fonte principale degli aiuti che l’Europa invia ai rifugiati. Due esempi: nel 2013 la Commissione Europea ha destinato quasi 550 milioni di euro al sostegno di rifugiati e profughi in 33 Paesi. A tale sforzo si aggiunge il contributo di organizzazioni come la nostra, che integrano i fondi pubblici con denaro proveniente da privati e aziende. Queste donazioni, grandi o piccole che siano, permettono di alleviare le sofferenze di coloro che hanno perso tutto, aiutandoli a ritrovare speranza.

Purtroppo il numero di rifugiati e profughi continuerà a crescere ogni giorno, se non si pone fine alla violenza – ha concluso Sansone – È essenziale pervenire a una soluzione politica dei conflitti che sia sostenibile e inclusiva. Tuttavia, anche se questi conflitti terminassero domani, il livello dell’emergenza umanitaria resterebbe altissimo, e continuerebbe a necessitare di sostegno per molti anni ancora.”

La solidarietà europea può fare la differenza tra la vita e la morte, e queste vittime rendono testimonianza dell’impatto che l’aiuto umanitario può avere sulla loro condizione. La Commissione Europea, per mezzo del suo Dipartimento per gli Aiuti Umanitari e la Protezione Civile (ECHO), soccorre ogni anno oltre 120 milioni di vittime di conflitti e disastri. Attraverso la propria sede centrale di Bruxelles e una rete mondiale di sedi locali, ECHO fornisce assistenza ai soggetti più vulnerabili in base ai loro bisogni umanitari. Per maggiori informazioni visitare il sito web di ECHO.
(da oxfamitalia.org)





L'Associazione per i Diritti Umani ha realizzato per voi il video seguente in cui Oxfam parla dei profughi e dei rifugiati in Libano:









martedì 10 febbraio 2015

Il dossier. Art.3: lo stato dei diritti in Italia



Disabilità e persona; omosessualità e diritti; dallo ius migrandi all'inclusione; profughi e richiedenti asilo; l'accesso alla giustizia; la tutela dei minori; istruzione e mobilità sociale.; libertà religiosa: questi sono alcuni degli argomenti trattati nel primo Dossier sullo stato dei diritti in Italia intitolato: “L’Articolo 3. Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia” (Ediesse 2014, a cura di Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Lorenzo Fanoli)

Si tratta di un rapporto periodico realizzato dall'Associazione “A buon diritto” con il finanziamento di Open Society Foundation e con il sostegno della Compagnia di San Paolo: in 360 pagine vengono analizzati e approfonditi i temi relativi ai diritti fondamentali della persona, proprio perchè l'intento è quello di monitorarne l'attuazione nel nostro Paese.

L'art. 3 della Costituzione enuncia i due principi di eguaglianza formale («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») e sostanziale («è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese»). La Carta costituzionale garantisce i diritti solo ai cittadini (italiani), mentre in Italia soggiornano milioni di cittadini della Unione Europea, per i quali sono i trattati intercomunitari a garantire i medesimi diritti fondamentali dei cittadini italiani, ma anche milioni di cittadini stranieri di cittadinanza extra-comunitaria, buona parte in maniera legale (cioè muniti di permesso di soggiorno in Italia) e parte in maniera illegale anche ai quali è la Convenzione dei diritti dell'uomo a garantire i diritti fondamentali, anche se la Corte europea per i diritti dell'uomo (CEDU) ha parecchie volte sanzionato l'Italia per violazione di tale convenzione. A molti sembra opportuno che una revisione della Costituzione (di cui si parla da anni) affronti anche questo problema, parificando i diritti almeno dei regolarmente residenti stranieri in Italia a quelli dei cittadini, anche se sarebbe opportuno che la Costituzione espressamente garantisse i diritti umani fondamentali a tutti coloro che per qualunque ragione si trovino in Italia, così come l'Italia si è impegnata a fare sottoscrivendo e ratificando le convenzioni internazionali.

Ecco, quindi, l'importanza del dossier: ogni sezione tematica è affidata ad un esperto di settore; il dossier, inoltre, presenta una corposa cronologia degli eventi più importanti che hanno influito sulla tutela giuridica dei diritti di base negli ultimi anni. Gli scritto sono di: Daniela Bauduin, Valentina Brinis, Valentina Calderone, Valeria Casciello, Angela Condello, Ulderico Daniele, Angela De Giorgio, Silvia Demma, Valeria Ferraris, Domenico Massano, Caterina Mazza, Ezio Menzione, Paolo Naso, Giovanna Pistorio, Federica Resta, Mauro Valeri. Altri contributi di: Alessandro Leogrande e Eligio Resta.

La tutela e l'effettività dei diritti umani non è affare esotico che riguarda lande e continenti lontani. Al contrario, è bene partire da noi, prima di andare in giro per il mondo a predicarne il valore e l'urgenza. L'Art.3 è un resoconto e un progetto politico. Il progetto politico della Costituzione repubblicana e del principio d'uguaglianza scritto in nome della dignità e dei diritti di ogni essere umano”, queste le parole di Luigi Manconi, Presidente dell'Associazione “A buon diritto” e della Commissione Diritti Umani del Senato. “La dignità è di ogni essere umano in quanto tale e dunque la dignità, prosegue Manconi, «si presenta sulla scena pubblica come fattore di valutazione e di commisurazione di quei valori di libertà, eguaglianza, solidarietà su cui si fondano le nostre società e i nostri regimi democratici. Come la storia degli ultimi due secoli insegna, non c’è libertà, non c’è eguaglianza, non c’è reciprocità senza il riconoscimento della dignità di ciascun essere umano in relazione con i suoi simili.

E noi, dell'Associazione per i Diritti Umani di Milano, non possiamo che essere d'accordo!

Seguite, quindi, anche le nostre iniziative pubbliche in cui diamo voce – attraverso le parole e l'operato di esperti, professionisti, autori – a chi non ce l'ha.


lunedì 26 gennaio 2015

Nuovi desaparecidos: Stragi di migranti e richiedenti asilo – un quadro generale




di Enrico Calamai, Portavoce del Comitato Verità e Giustizia per i nuovi desaparecidos



L’inizio del 2014 è stato segnato, anche a livello mediatico, dall’operazione Mare Nostrum, avviata dalla Marina Militare italiana dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (366 morti e 20 dispersi, numero, quest’ultimo, per necessità di cose approssimativo) e interrotta il 1 novembre 2014, con un saldo ufficiale di 167mila vite salvate, cui sono da aggiungere, per completezza di informazione, i 3600 morti di cui si è avuta notizia e che hanno attribuito al Mediterraneo il poco invidiabile primato di area di confine a più alto tasso di mortalità nel mondo.

Alla luce dell’entità di tali cifre, appare ipotizzabile che la stima di ventimila morti nei vent’anni antecedenti i Mare Nostrum, di cui si è parlato finora, possa costituire una approssimazione eccessivamente per difetto. Tanto più che ad essa andrebbero sommate le morti avvenute nei Paesi di transito fino alle sponde africane del Mediterraneo, di cui poco o nulla si sa.

Il 2014 è stato anche l’anno in cui ci siamo costituiti in Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos”, una piccola realtà associativa aperta a familiari delle vittime, giuristi, giornalisti ed esponenti della società civile, che si propone come obiettivo primario di porre al più presto fine alle stragi di migranti e richiedenti asilo.

Arrivati a fine anno, appare opportuno tentare di tracciare un primo quadro sia della problematica in generale, che della nostra neonata attività.



  1. Breve introduzione



Negli ultimi settant’anni la comunità degli Stati ha elaborato un corpus giuridico in materia di promozione e tutela dei diritti umani, che è andato acquistando peso sempre maggiore nell’ambito del diritto internazionale. Gli stessi Stati continuano tuttavia a calpestarli, sia a livello di politica interna, nel loro elefantiaco funzionamento quotidiano, che nel loro operare a livello di politica estera, con criteri ancora riconducibili alla realpolitik.



Ciò vale anche per le cosiddette democrazie avanzate del mondo occidentale e, in particolare, per l’Italia. E’ quanto accade, da troppo ormai, nei confronti di richiedenti asilo e migranti che, non dimentichiamolo, hanno anch’essi pieno titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, soprattutto, del diritto alla vita.

Furono gli albanesi, che continuavano a sbarcare a ondate in un’Italia che ritenevano ospitale perché democratica e ricca, i primi a subire increduli quel mix di astuzia, pregiudizio e violenza, anche mediatica, che sarebbe culminato nell’affondamento di un loro barcone, con tutto il carico di umanità dolente, ad opera di una nave della nostra Marina Militare.

Ma sarebbe cominciata ad arrivare dal sud del mondo, a partire dalla sponda africana del Mediterraneo, mentre Bush senior vagheggiava di un nuovo ordine mondiale, la spinta che continuamente si rinnova e ancora spaventa l’Europa opulenta del nuovo millennio e l’Occidente in generale.

Si tratta di un portato strutturale del neoliberismo, ormai imposto a scala mondiale e caratterizzato dall’asimmetria, scientifico\tecnologica in primo luogo, ma di conseguenza anche militare, economica e culturale, in cui la guerra è tornata a essere strumento praticabile e praticato, anche da parte di Stati la cui costituzione la ripudia.

Si tratta dei danni collaterali di un contesto mondiale in cui le risorse dei paesi che non si dimostrano in grado di difendere la propria sovranità, specie il petrolio, ma domani, chissà, forse anche l’acqua, vengono accaparrate da una parte di gran lunga minoritaria della popolazione mondiale, per mantenere livelli di vita, inquinamento e spreco, cui si accompagnano nel resto del mondo miseria estrema, disastri ecologici, guerre, proliferazione nucleare e degli armamenti in genere, migrazioni di massa e terrorismo.

Gli interventi in Afghanistan e Iraq, in Libia, Mali e anche quello attraverso l’opposizione in Siria, senza il quale forse l’ISIS non sarebbe esistito, sono tasselli da mettere insieme. Ne sono conseguenza diretta i disperati che da mille rotte diverse puntano verso il Mediterraneo.



  1. I macrosoggetti



La NATO, al punto 24 del Concetto Strategico del 1999, constatava che ” I movimenti incontrollati di un gran numero di persone, in particolare come conseguenza di conflitti armati, possono anche porre problemi per la sicurezza e la stabilità, che colpiscano l’Alleanza.” Detto diversamente, per la più potente alleanza militare al mondo, il fenomeno va considerato in sé e per sé, senza risalire alle sue cause. Inutile aggiungere che, in termini militari, qualunque fenomeno comportante problemi di sicurezza vada eliminato.

Analogo il modo di ragionare dell’Unione europea, quando include la cosiddetta immigrazione irregolare nell’elencazione dei pericoli cui l’Unione Europea ritiene di dover far fronte con la Politica di Sicurezza e Difesa Comune, mettendola alla pari con terrorismo, proliferazione delle armi di distruzione di massa, cyber war, etc.

Eppure, checché sostengano questi giganti della scena mondiale, la costanza della ragione ci evidenzia che non siamo in presenza di un’invasione di forze ostili, bensì di un afflusso di gruppi vulnerabili e bisognosi di protezione, assolutamente normale nella storia e addirittura codificato dal diritto internazionale consuetudinario, con norme che adesso si vuole nei fatti cancellare. Un afflusso che, va aggiunto, può dimostrarsi destabilizzante soltanto nel contesto neoliberista di una spesa pubblica in materia sociale, che continua a venir implacabilmente decurtata malgrado l’arrivo di nuovi possibili fruitori.


  1. Il modus operandi



Non ci può sorprendere che dalle due premesse sopra riportate derivi una trattazione sicuritaria se non manu militari del problema, nell’ambito del sistema difensivo integrato che i singoli Stati appartenenti all’Ue e/o alla NATO sono chiamati a realizzare.

Né può meravigliarci che ognuno degli Stati membri vi si sia adeguato, specie in una congiuntura caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica, mediante norme in materia di immigrazione, di difesa delle frontiere e delle acque territoriali, di accordi bilaterali con gli Stati della sponda africana del Mediterraneo per l’esternalizzazione delle attività di pattugliamento e controllo, di operazioni affidate alle forze armate e di sicurezza.

Il problema sta nelle ricadute che l’insieme di tali attività, commissive, omissive o permissive, comporta per i non cittadini dell’Unione, quando a realizzarle di concerto è la totalità dei soggetti presenti a livello regionale. Stiamo parlando dell’ operato degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati africani di attraversamento e mediterranei, dall’altra. E, per contro, della difficoltà a comprendere la portata del problema complessivo, da parte di un’opinione pubblica europea, frammentata dalle paratie derivanti da media tuttora nazionali.

Stiamo parlando di un combinato disposto che ha fatto del Mediterraneo e dello stesso deserto che ormai possiamo considerare come gravitante intorno, un immenso vallo, non dissimile nella sostanza alla terra di nessuno che divideva le opposte trincee del fronte durante la I guerra mondiale, protetto da filo spinato, mine e spuntoni di ferro, per massimizzare il numero dei morti ad ogni tentativo di attraversamento.

O, se si preferisce, un tritacarne giuridico, dato che é lo sbarramento di ogni via d’uscita legale a mettere questi disperati alla mercé dei predoni che in Sudan danno la caccia agli eritrei in fuga da una delle dittature più feroci al mondo, per estorcere riscatti di ogni tipo, compreso l’espianto degli organi, o delle milizie che in Libia utilizzano i corpi di richiedenti asilo e migranti per lo sminamento, è tutto questo a ridurli a res nullius, non diversamente dagli ebrei nell’Europa occupata dai nazifascisti, mettendoli infine in mano agli scafisti, se e quando riescono ad arrivare al Mediterraneo. Anzi è tutto questo a produrre il lavoro sporco di predoni, milizie e scafisti, certi, a differenza dei pirati somali, di agire in sintonia con la volontà politica occidentale e di poter quindi contare sull’impunità.

Ma non basta. E’ estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei, droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar , ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere il Mediterraneo. Non mancano testimonianze ad avvalorare l’ipotesi che i medesimi vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario, nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a minimizzarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno. Non mancano testimonianze su gravissime omissioni di soccorso che di certo costituiscono un illecito internazionale.



  1. La strategia



Il problema è che per ognuno che muore, ma forse sarebbe meglio dire che facciamo morire, tantissimi altri continuano a tentare di arrivare, costretti alla fuga come sono da bombardamenti, dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che la frontiera viene sempre più esternalizzata e il fronte spinto sempre più in là, ecco che aumentano le possibilità di lucro da parte della criminalità organizzata, in una terra di nessuno sempre più estesa e perfezionata, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra di un sistema mediatico ormai prevalentemente iconografico, in cui si dà per scontato che tutto ciò che esiste viene rappresentato e ciò che non viene rappresentato non esiste, in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Per la segretezza con cui era stata programmata e avviata, la Soluzione Finale ne è stata l’antesignana, mentre la strategia dei militari argentini ne rappresenta il più recente esempio di successo nell’eliminazione fisica di un gruppo politico d’intralcio al neoliberismo. Scaturisce direttamente dal cuore di tenebra del mondo occidentale l’attuale inconfessabile ecatombe di coloro che, per chi ci governa, altro non sono che Untermensch,.



  1. Mare Nostrum



Vale la pena soffermarsi un momento sul rapporto visibità/invisibilità. La strage di Lampedusa dell’ottobre 2013, non fu la prima né sarà presumibilmente l’ultima di tale portata.

Essa tuttavia riuscì a bucare lo schermo dell’indifferenza mediatica e con lo scalpore sollevato costrinse le autorità italiane e quelle di Bruxelles a recarsi sul posto, a vedere di persona la mostruosità implicita in un simile spiegamento di bare, a farsi vedere mentre vedevano e a non poter più pretendere di ignorare. La deresponsabilizzazione poteva a quel punto essere assicurata soltanto mediante un altrettanto percettibile agire in senso opposto. Ne conseguì l’avviamento di Mare Nostrum, che pur con tutti limiti inerenti un’operazione che agisce a valle delle scelte politiche che causano il problema, ha ridato dignità alla Marina Militare italiana, permettendole di salvare ben 167 mila vite umane in un anno.

Questa almeno è la cifra ufficiale, ed è da capogiro. Soprattutto pone l’ineludibile problema di quante saranno le morti che dobbiamo aspettarci a partire dalla fine di Mare Nostrum. Come noto, infatti, a un anno dalla tragedia di Lampedusa il Governo italiano lo ha cancellato, con decisione imposta malgrado il contrario avviso a più riprese espresso dalla nostra Marina Militare e motivata con asserite esigenze di bilancio, come se fosse lecito porre un prezzo alle vite umane.



La decisione sembra rispondere a preoccupazioni elettorali del Ministro Alfano, oltre a venire incontro alle ragioni cinicamente espresse alla Camera dei Lords dal Sottosegretario UK Mrs Joyce Anelay, secondo la quale i salvataggi vanno bloccati perché sortiscono l’effetto di incoraggiare altre partenze. Ma soprattutto, a un anno delle morti di Lampedusa, tale decisione sembra fare affidamento sul prevalere dell’indifferenza nell’opinione pubblica, assuefatta alla sinusoide delle stragi da un’informazione emozionale quanto ondivaga, e sulla conseguente possibilità di lasciar ormai silenziosamente rientrare il problema nell’invisibilità.

Ben altra cosa sarà l’operato di Frontex e Tryton, che rappresentano il ritorno a misure di polizia, non di salvataggio, mentre gli interventi della nostra Marina Militare potranno aver luogo soltanto dopo esser stata ricevuta la segnalazione di natante in avaria, anziché con la tempestività resa finora possibile dalle perlustrazioni sistematicamente effettuate anche fuori dalle nostra acque territoriali.

Un’ultima considerazione va fatta circa l’aspetto finanziario del problema, anche se il problema non è finanziario bensì politico e prima ancora etico.

Il costo di Mare Nostrum ha oscillato tra i 9 e i 10 milioni di euro al mese, per un totale annuo quindi non superiore ai 120 milioni, presumibilmente sostenuti peraltro dalla Marina Militare con fondi fatti gravare sul proprio bilancio, mentre l’Italia ha ricevuto dall’Ue la cifra di 286 milioni circa per il 2014, come contributo per le spese sostenute per l’assistenza ai profughi.

Tutt’altro discorso andrebbe fatto per la modalità con cui questa cifra è stata spesa, alla luce anche del recente scandalo sui rapporti tra criminalità organizzata e politica per la gestione di questi fondi.



  1. La diplomazia italiana



L’Italia appare adoperarsi a un disegno politico finalizzato a ridurre il numero non delle morti di migranti e richiedenti asilo in generale, ma di quelle che, avendo luogo nel Mediterraneo, possono costituire una turbativa per l’opinione pubblica.

Nel novembre scorso, mentre Mare Nostrum chiudeva e quando era ormai chiaro che la Libia da noi liberata non era più in grado di svolgere il lavoro sporco di bloccare un esodo che ha assunto proporzioni bibliche, aveva luogo a Roma un incontro a livello ministeriale del cosiddetto Processo di Khartoum, promosso dall’Italia in quanto presidente Ue, con governi disparati come quello dell’Etiopia, lacerata da movimenti indipendentisti, come quello somalo, che a mala pena riesce a controllare il palazzo presidenziale, come il regime eritreo, notoriamente uno dei più feroci al mondo, o il Sudan, il cui presidente Bashir ha il dubbio onore di un mandato di cattura dalla Corte Penale Internazionale.



Obiettivo dichiarato di questo processo è la gestione di quelli che vengono definiti flussi migratori , e che tali non sono, visto che di rifugiati e richiedenti asilo prevalentemente si tratta. D’altronde, l’unico vero motivo di convergenza può consistere nel puntellamento di questi regimi in funzione di baluardo contro il fondamentalismo islamico (obiettivo perseguibile anche in altri modi), aiutandoli a porre definitivamente fine alle ondate di disperati in fuga, che hanno raggiunto un’entità tale da mettere a rischio la loro stabilità interna e, secondo la valutazione delle nostre autorità, anche quella dei Paesi verso cui si dirigono per chiedere l’asilo politico: Italia ed Ue. Evitare che partano, evitare che arrivino, evitare che si veda e sappia ciò che accade in scenari sempre più lontani dalle nostre oasi di benessere, renderli sempre più impercettibili per la nostra opinione pubblica, sempre più inesistenti nel sistema mediatico mondiale.

E, con ciò, chiudere in una manovra a tenaglia il disegno già avviato con il Processo di Rabat, cui fanno capo gli Stati della costa atlantica dell’Africa, neanche essi particolarmente democratici: non lasciare più a predoni, milizie o criminalità organizzata in generale il lavoro sporco di bloccare i disperati alla ricerca di vie di fuga verso libertà, democrazia e dignità, affidandolo direttamente a governi che si suppone vi provvedano con maggior efficienza, anche perché potranno contare sulla nostra complicità e sul nostro supporto.

Si tratta di un progetto politico che presenta inquietanti analogie con il Piano Condor, attuato in America Latina, negli anni ’70 del secolo scorso, nei confronti dei cosiddetti sovversivi che, in sostanza, vi ostacolavano l’imposizione del neoliberismo.



  1. Il Comitato Verità e Giustizia per i nuovi desaparecidos



Noi ci opponiamo a quelli che non possono che essere definiti crimini di lesa umanità.

Sentiamo l’urgenza di porre fine al susseguirsi di morti, presumibilmente destinato a subire una brusca impennata con la soppressione di Mare Nostrum e con il convergente strutturarsi dei Processi di Khartoum e di Rabat.



Ci siamo costituiti in associazione con la finalità di svolgere ogni iniziativa opportuna diretta a impedire le morti nel Mar Mediterraneo e nei percorsi verso gli Stati dell’Unione Europea dei migranti e delle persone in cerca di asilo, ottenere il riconoscimento dell’identità delle vittime e ricercare la verità sulla loro scomparsa anche attraverso l’istituzione di un Tribunale Internazionale di opinione, nonché chiedere l’individuazione e la condanna dei responsabili ed il risarcimento nei confronti dei familiari delle vittime nelle sedi giurisdizionali nazionali, comunitarie, europee e internazionali.



Chiediamo al nostro Governo e alle forze politiche presenti a livello parlamentare sia italiano che europeo, di intraprendere i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini e di provvedere all’apertura di canali umanitari che permettano l’afflusso di richiedenti asilo e migranti in pericolo di vita, facilitando il loro arrivo in Italia e/o nei Paesi di destinazione, nella prospettiva che si arrivi al più presto a costituire un sistema di accoglienza europeo unico, condiviso e applicato da tutti gli stati membri dell’Unione. Chiediamo l’aiuto della stampa più qualificata per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia. Chiediamo a quanti si sentano in sintonia con quanto finora espresso di contattarci al fine di studiare qualunque forma di possibile collaborazione.

Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.