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venerdì 4 dicembre 2015

Giornata internazionale per le persone disabili

"La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è un punto di riferimento
fondamentale per la tutela dei loro diritti verso una piena inclusione e partecipazione nella società. Troppe barriere sono ancora di ostacolo alla piena fruizione dei diritti di cittadinanza da parte di chi è portatore di una disabilità, sia essa fisica, mentale o relazionale": queste le parole del Presidente Sergio Mattarella in occasione, oggi, della Giornata Internazionale per le persone con disabilità; un tema, questo, che a noi è molto caro e di cui ci siamo occupati più volte (vedi articoli e interviste pubblicate nei mesi scorsi).
Secondo una recente indagine dell'Istat, nel nostro Paese vivono oltre tre milioni di persone gravemente disabili: solo 1,1 milione di loro percepisce l'indennità di accompagnamento, uno su cinque è inserito nel mondo del lavoro, meno di sette su 100 riceve un aiuto domestico.
Il Presidente ha aggiunto: " E' compito della società nel suo insieme, delle istituzioni, dei corpi intermedi, delle famiglie, dei singoli abbattere questi muri e far crollare le barriere, fisiche e culturali, che impediscono una piena partecipazione alla vita della società. la diversità, delle scelte e delle abilità, è un patrimonio comune. la vita di tutti ne uscirà arricchita": parole importanti, che ci chiamano in causa direttamente perché, sempre come ha ricordato Mattarella, " la capacità di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità è il metro attraverso cui si misura la nostra convivenza civile".

 

lunedì 2 novembre 2015

Erdoğan, la guerra ai media




Di Enrico Campofreda (da Agoravox.it)



 
 
Mattinata d’occupazione a Istanbul al quartier generale della Koza İpek Holding’s media (quotidiani Bugün e Millet, più Bugün Tv e Kanaltürk). La polizia è giunta in forze alle quattro del mattino, s’è introdotta nell’edificio che ospita le redazioni, ha oscurato i canali televisivi (“cari telespettatori non sorprendetevi se fra poco vedrete la polizia nei nostri studi” annunciava il conduttore), impedito l’uscita dei giornali. Applicava un’ordinanza del tribunale che pone la struttura sotto la “tutela” di Turkuvaz Media Group, un editore filogovernativo che diventa fiduciario, e di fatto censore, del gruppo concorrente accusato di sostegno al terrorismo. I cronisti ancora presenti nelle redazioni sono diventati ostaggio degli agenti in borghese, mentre a quelli accorsi in sostegno veniva impedito l’accesso nel luogo di lavoro. Quando la tensione è salita sono stati bersagliati con gas lacrimogeni e urticanti e cannonate d’acqua assieme a decine di cittadini radunati per protesta sotto la sede. Mahmut Tanal, un avvocato del partito repubblicano, ha provato a mediare col capo dell’antisommossa presente in strada, non c’è stato nulla da fare. Agli scontri, peraltro sedati dopo non molto, sono seguiti fermi e arresti.
Il conflitto con l’apparato mediatico vicino al movimento gülenista Hizmet è in atto da tempo, ma non è l’unico perché nel mirino di Erdoğan c’è ormai ogni voce d’informazione che si smarca dal coro d’appoggio e propaganda al suo sistema di potere. Il recente rilascio del direttore del quotidiano Zaman, Bulent Kenes, è solo un diversivo, visto che l’attacco alla libertà di stampa è totale e senza precedenti. Ovvero riporta alla Turchia piegata dalla tipologia di dittatura militare e fascistoide del buio trentennio Sessanta-Ottanta. L’hanno sottolineato alcuni deputati del partito repubblicano che denunciavano la totale illegalità dell’azione poliziesca anche nei loro confronti, visto che gli è stato comunque impedito l’accesso all’edificio della holding dove s’erano recati per osservare quanto stesse accadendo. “Questo è stato di polizia” ha tagliato corto il parlamentare del Chp Barış Yarkardaş. Mancano quattro giorni all’apertura delle urne e il partito di maggioranza (Akp), che ha evitato volutamente qualsiasi tentativo d’accordo con altre formazioni, sceglie di giocarsi il tutto per tutto. Punta a recuperare terreno, per quanto i sondaggi non gli siano favorevoli. Dicono che rischia di subire un ulteriore calo di consensi dopo la flessione dello scorso giugno che l’ha privato di quegli ottanta deputati (ottenuti dall’Hdp, che riunisce filo kurdi e sinistra) con cui ambiva di trasformare la nazione in Repubblica presidenziale.
Il piano erdoğaniano sembra sfuggire di mano al presidente, lanciato in un’escalation di autoreferenzialità autoritaria. Ai suoi acuti repressivi o, come ritengono vari commentatori, in sintonia con essi, s’aggiungono le trame oscure che diffondono terrore. La repressione, di cui la quotidianità è costellata con persecuzioni e divieti, trova nella libertà d’espressione un bersaglio macroscopico, ma cerca vittime egualmente in oppositori e avversari politici: dai kurdi, guerriglieri e pacifisti alla Demirtaş, ai gruppi marxisti armati e non, agli ex alleati seguaci dell’autoesiliato imam Gülen. L’abisso della paura introdotta dalle bombe sposta lo scontro sul terreno psicologico, lo trasferisce su un livello nel quale solo la coscienza socio-politica unita alla forza d’animo di attivisti e militanti, votati peraltro a diventare bersagli, può tenere. Uno scontro impari, perché punta a creare defezioni fra i cittadini che reclamano democrazia e un’azione politica normale, basata sul dibattito, la dialettica, la critica. Nel delirio d’onnipotenza che caratterizza la sua azione Erdoğan cerca d’impedirlo. A ogni costo. Polarizza e spacca il Paese, non combatte il terrore, cavalca i timori, chiede una delega per andare avanti da solo contro tutti.
 
 

sabato 8 agosto 2015

Elezioni non credibili




di Veronica Tedeschi



Il 21 luglio il Burundi ha, finalmente, votato per le elezioni presidenziali.
Il risultato non è diverso da quanto ci si aspettava:
Pierre Nkurunziza è stato rieletto per un terzo mandato con il 69% delle preferenze. L’affluenza maggiore è stata rilevata a Ngozi, paese originario di Nkurunziza che ha registrato il 91,99% dei votanti e dove il presidente ha preso il 79% dei voti.

La missione delle Nazioni Unite di osservazione del voto ha monitorato le elezioni. Ha rilevato un’atmosfera di tensione creata dall’opposizione, che ritiene anticostituzionale il terzo mandato di Nkurunziza, e ha affermato che lo scrutinio, segnato dalla violenza, non è stato “né libero, né credibile, né inclusivo”. Molte persone si sono tolte l’inchiostro dalle dita (l’impronta digitale sancisce l’avvenuto voto) per votare nuovamente, altri si sono impossessati del documento elettorale di qualcun altro e hanno votato due volte.
Nella notte tra il 20 e 21 luglio un poliziotto e un civile sono stati uccisi nella capitale Bujumbura, che sta vivendo giorni di forte tensione che non accennano a diminuire.

Questo governo in 10 anni non ha fatto nulla per la popolazione. Si è riempito le tasche, ci ha fatto regredire economicamente e ha fatto perdere la speranza ai giovani. Non so quale miracolo abbia in mente Nkurunziza, ma mi appello alla sua saggezza e gli chiedo di lasciare il governo. Perché non ritirarsi ora e ricandidarsi per il prossimo mandato? Se è così amato come dice, sicuramente non avrà problemi.” Questa l’opinione del leader dell’opposizione che vive a Kiriri, il quartiere-bene della capitale Bujumbura. “Il regime ha fatto di tutto per ostacolarci. Non ci hanno lasciato fare la campagna elettorale e ci hanno minacciati. È chiaro che pensavano di perdere. Sono state elezioni incostituzionali e il mancato rispetto della volontà popolare è un problema serio.”

La reazione della comunità internazionale a tutto questo è stata minacciare di chiudere i finanziamenti.
Il 6 luglio si è tenuto in Tanzania il vertice della Comunità dell’Africa orientale sulla crisi in Burundi. I presidenti degli altri Stati fanno il loro gioco e certamente non pensano alle sorti della popolazione burundese; basti considerare che
Rwanda e Uganda si trovano nella stessa situazione: i loro presidenti sono intenzionati a ricandidarsi per la terza volta, nonostante le loro Costituzioni lo vietino, come accade in Burundi.

Inoltre, non bisogna dimenticare che, a causa dei disordini provocati dalle elezioni, 140 mila burundesi sono fuggiti e i paesi di accoglienza, Congo e Rwanda, iniziano a subire negativamente questa migrazione forzata. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, continua a vivere in un clima particolarmente instabile che vede nelle province orientali la presenza di bande armate, di milizie non governative, di ex-militari e di gruppi tribali, che effettuano incursioni e razzie con conseguenti massacri di civili mentre il Rwanda presenta una popolazione di ben 12 miliardi di abitanti che, per la sua superficie, è già numerosa.

Infine, scrive il Daily Maverick, Nkurunziza, ha un asso nella manica che gli permette di ignorare le richieste della comunità internazionale: i soldati burundesi formano il secondo contingente più numeroso della missione dell’Unione Africana in Somalia. Di recente hanno subito un duro attacco e sono morti in sessanta; se Nkurunziza decidesse di ritirarli, creerebbe un grosso problema alla missione.

Alcuni studiosi delle vicende burundesi azzardano le loro previsioni, avvertendo che la conclusione di questa vicenda si avrà solo dopo anni di guerra e miseria, e forse non hanno tutti i torti; del resto “la guerra è la maledizione del Burundi”.
 
 
 
 

giovedì 16 luglio 2015

In Italia il presidente dell'Azerbaigian. Amnesty International chiede al presidente del Consiglio di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani


Il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiedendogli di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian durante il suo incontro, previsto il 9 luglio, col presidente Ilham Aliyev.

Alla lettera è allegato un rapporto, intitolato "
Azerbaigian: i Giochi della repressione", nel quale Amnesty International denuncia la soppressione del dissenso, la detenzione di oltre 20 prigionieri di coscienza e ulteriori violazioni dei diritti umani che hanno preceduto, accompagnato e seguito i primi Giochi europei, terminati alla fine di giugno.

"Dietro l'immagine ostentata dal governo di una lungimirante, moderna nazione c'è uno stato in cui regolarmente e sempre più le critiche incontrano la repressione governativa. Giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani che osano sfidare il governo vanno infatti incontro ad accuse inventate, processi iniqui e lunghe pene detentive" - scrive il direttore Rufini.

Negli ultimi anni, le autorità azere hanno messo in atto un giro di vite senza precedenti nei confronti delle voci indipendenti all'interno del paese.

Molti attivisti per i diritti umani e critici del governo sono stati arrestati, altri hanno lasciato il paese e altri ancora tacciono per paura di essere arrestati o perseguitati. Gli uffici delle organizzazioni non governative più critiche nei confronti del governo sono stati chiusi, mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono state costrette a lasciare il paese. Anche i media sono stati oggetto di repressione. La maggior parte dei mezzi di comunicazione, infatti, è di proprietà dello Stato o filogovernativa e le autorità hanno usato il loro virtuale controllo monopolistico sulla stampa e sulla televisione per screditare i loro oppositori.

"Almeno 20 tra giornalisti, avvocati, attivisti dei movimenti giovanili e oppositori sono stati arrestati e condannati nei 12 mesi che hanno preceduto l'inizio dei Giochi europei. Alla vigilia della cerimonia inaugurale, ci è stato impedito di entrare nel paese. Lo stesso è accaduto a giornalisti del Guardian, di Radio France International e della tedesca Ard" - prosegue Rufini.

Nella lettera al presidente del Consiglio, Amnesty International Italia segnala alcuni casi di prigionieri di coscienza di cui continua a sollecitare l'immediata e incondizionata scarcerazione.

Rasul Jafarov, fondatore della ong Human Rights Club, è stato arrestato nell'agosto 2014. Intendeva lanciare la campagna "Sport per la democrazia", per attirare l'attenzione internazionale sul deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese. Nell'aprile 2015, è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per false accuse di evasione fiscale e rapporti d'affari illegali.

Leyla Yunus, un'attivista per i diritti umani di 60 anni, premiata e fra gli oppositori più espliciti e di alto profilo, è stata arrestata nel luglio 2014, pochi giorni dopo aver invocato il boicottaggio dei Giochi europei a causa della terribile situazione dei diritti umani in Azerbaigian. Da allora, è rimasta in detenzione preventiva, essendo stati estesi i termini a tutta la durata dei Giochi: in questo modo, Leyla avrà trascorso oltre un anno in carcere senza processo. Suo marito Arif Yunus è stato arrestato cinque giorni dopo. Entrambi sono detenuti con false accuse di tradimento, conduzione di affari illeciti, evasione fiscale, abuso di potere, frode e contraffazione. Leyla e suo marito soffrono di gravi problemi di salute ed è stato loro vietato di parlare tra di loro e con i familiari.

Intigam Aliyev, un noto avvocato dei diritti umani, che ha portato con successo un certo numero di casi contro l'Azerbaigian alla Corte europea dei diritti umani, è stato arrestato nel luglio 2014 sulla base di false accuse di evasione fiscale e di rapporti d'affari illegali. È stato detenuto fino al processo nel mese di aprile 2015, quando è stato condannato a sette anni e mezzo di reclusione.

Khadija Ismayilova, una giornalista di Radio Free Europe, stava indagando sulle denunce di legami tra la famiglia del presidente Ilham Aliyev e un redditizio progetto di costruzione a Baku, quando è stata arrestata, nel dicembre 2014.

E' stata accusata di "aver istigato un collega a suicidarsi" e ha ricevuto altre accuse motivate politicamente. La persona in questione in seguito ha ammesso di essere stata costretta a presentare una denuncia contro di lei e che il suo tentativo di suicidio non aveva nulla a che fare con la collega. Khadija Ismayilova subisce da anni continue molestie da parte delle autorità e ora rischia 12 anni di carcere se risulterà colpevole di tutti reati che le sono stati imputati.

Esponenti del movimento giovanile NIDA che usavano Facebook per criticare e mettere in discussione le autorità o organizzare assemblee pacifiche, sono stati arrestati con l'accusa di possesso di esplosivi e di essere intenzionati a causare disordini. Amnesty International ritiene che tali accuse siano state fabbricate ad arte. Altri attivisti di NIDA sono stati picchiati e torturati per estorcere false confessioni. Shahin Novruzlu, 17 anni, ha perso quattro denti anteriori durante un interrogatorio.




 



sabato 13 giugno 2015

Un Presidente che non cede



di Veronica Tedeschi




Il 26 giugno sarà un giorno decisivo per il Burundi. Le elezioni presidenziali che stanno smuovendo tutto il paese e che hanno creato enormi proteste sono ormai vicine.

Le contestazioni continuano ad aumentare ma, nonostante questo, il Presidente Nkurunziza non cambia idea; 51 anni, molto popolare nelle zone rurali del paese, meno nella capitale Bujumbura, secondo i suoi avversari è spietato e corrotto e la sua decisione di candidarsi ad un terzo mandato, accettata il 5 maggio dalla Corte Costituzionale, ha scatenato nel paese una serie di rivolte che hanno portato a più di 30 morti.

Nessun leader ha mai vinto il braccio di ferro con il suo popolo e, anche nel caso in cui le posizioni tra governo e popolo risultino totalmente diverse, un bravo Presidente dovrebbe dar ascolto ai pensieri della sua gente, alle loro opinioni e necessità. Dopo aver fatto leva sulla questione etnica, sentita più che mai in questo territorio a causa delle rivalità tra hutu (81% della popolazione) e tutsi (16 % della popolazione), Nkurunziza ha esagerato ulteriormente, fondando una milizia (imbonerakure) con lo scopo di schierarla contro gli oppositori. Il Governo ha anche minacciato di usare l’esercito per ristabilire l’ordine senza tener conto della determinazione di un popolo stanco e oppresso, che vuole, ora più che mai, avere il controllo del suo territorio e ristabilire la pace.

Il 13 maggio, la notizia del colpo di stato di Godefroid Nyombare, ha fatto sussultare la popolazione; Nyombare 46 anni, fu il primo hutu ad essere nominato capo di stato maggiore dell’esercito del Burundi ed insieme a Pierre Nkurunziza faceva parte del Cndd-Fdd, fino a quando fu allontanato per aver consigliato al Presidente di non candidarsi ad un terzo mandato.

Sono felice, siamo riusciti a rimuovere un Presidente che aveva tentato di modificare la Costituzione, dopo tutti i conflitti del passato voleva anche un terzo mandato per punirci ma, grazie alla rivolta popolare, abbiamo vinto e non cederemo” dice un manifestante dopo essere venuto a conoscenza del colpo di stato dalle radio locali (le radio pubbliche non hanno passato la notizia). Il colpo di stato è, però, fallito e alla notizia si sono moltiplicati gli attacchi della polizia contro le redazioni e i mezzi d’informazione indipendenti, molti dei quali sono stati costretti a chiudere.

Gran parte dei responsabili del colpo di stato sono stati arrestati ma questo non ha messo fine alle manifestazioni contro Nkurunziza che, nonostante tutto, non ha rinunciato al proposito di ottenere un terzo mandato alle elezioni del 26 giugno. Effetto collaterale, strettamente connesso alle rivolte e alla violenza nel paese, è rappresentato dai 2500 civili che stanno scappando, trasformandosi in migranti spaventati e arrabbiati per dover lasciare il loro Pese. La determinazione di questa popolazione deriva anche dalla stanchezza per la lunga guerra civile subita in questi ultimi anni e delle rivalità tra le fazioni tribali, scoppiate immediatamente dopo il golpe con gli hutu che cercavano vendetta contro i tutsi per l'assassinio di Ndadaye ed i militari tutsi che uccidevano gli hutu nel tentativo di conservare il potere. L'entrata in scena di un Presidente come Pierre Nkurunziza nel 2005, poteva e doveva rappresentare una vera e propria possibilità per uscire dal conflitto ma, nella pratica, non lo è stata.

Le rivolte, per la prima volta in Burundi, non riguardano solamente le differenze etniche ma sono legate ad una lotta di potere nel partito del governo (formato da entrambe le entie) che non vuole mollare; per convincerlo a non candidarsi ad un terzo mandato, si sono alternati membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, membri dell'Unione Africana e dell'UE, soprattutto per evitare effetti collaterali quali aumento delle morti e dei migranti. Le elezioni sono ormai vicine e il Presidente non sembra intenzionato a cambiare idea, possiamo solo restare in attesa, con la speranza che le elezioni si svolgano pacificamente e senza ulteriori violenze.
 
 
 

lunedì 2 febbraio 2015

Costituzione e democrazia: ricordando Calamandrei




Mentre in Italia viene eletto il nuovo Presidende della Repubblica, tra polemiche e inciuci più o meno segreti, a noi piace ricordare il discorso di Piero Calamandrei: il 26 gennaio 1955, a Milano nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria, Piero Calamandrei partecipò ad un ciclo di conferenze sulla Costituzione rivolte agli studenti. Ecco il suo intervento:



La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo.

«La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono… Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi.
In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…

E quando io leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell’art. 8: «
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell’art. 5: «
La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!
O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «
l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo nell’art. 27:
«Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove fuorno impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.


mercoledì 29 gennaio 2014

Il Presidente e le madri-coraggio



Le mamme della Terra dei fuochi sono state ricevute, nei giorni, scorsi dal Presidente Giorgio Napolitano che porta nel suo cognome le proprie radici e l'appartenenza a quella stessa terra.

Accompagnate dal parroco di Caivano, Don Maurizio Petricello, che si è unito a loro per combattere l'ecomafia e lo scempio di una regione bellissima, quelle madri-coraggio hanno chiesto al capo dello Stato e alle istituzioni di non essere abbandonate.

Abbiamo altri bambini che vogliamo far crescere”, ha detto Anna Magri, una delle donne che ha perso il figlio per un tumore insorto a causa degli sversamenti tossici sul territorio.

Chiare le parole di Don Petricello: “ Il decreto è una buona cosa, ma è nato piccino piccino. E anche noi, come comitato, abbiamo messo insieme una quindicina di emendamenti...La Sanità è la parte che manca nel decreto”. “ Per esempio dopo due anni l'esercito se ne va e i 50 milioni per la sanità sono un tantum: dopo lo screening che le cura le persone? Non si può chiedere ad una famiglia se curare la madre o la figlia”. E ancora: “ Dobbiamo smetterla con questa barzelletta degli stili di vita. I roghi non sono finiti e non potranno mai finire; e se sono finiti, si stanno spostando. Ma il vero problema è che cosa brucia e chi brucia...Bruciano i rifiuti industriali di imprese in regime di evasione fiscale. E' tutto il sistema che non funziona più: noi non vogliamo liberare la Terra dei fuochi a danno di altri, che sia la Puglia o la Basilicata o l'Europa dell'Est”.

Intanto l'Aula della Camera ha ripreso l'esame del decreto sull'emergenza ambientale: un emendamento approvato prevede che, oltre all'esercito, vengano utilizzate tutte le vetture presenti nei depositi della Protezione Civile e del Corpo dei Vigili del Fuoco della Campania e anche piante bonificanti quali, ad esempio, il vetiver. Ma, notizia ancora più importante, con il decreto viene introdotto nell'ordinamento italiano il reato di combustione rifiuti che ha portato a due arresti. Su twitter il Ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, ha scritto: “ Approvato il decreto Terra dei fuochi che afferma un principio fondamentale: la tutela dell'ambiente è tutt'uno con la lotta alla criminalità organizzata”.

Durante i racconti delle mamme, il Presidente Napolitano si è commosso e ha promesso l'avvio di una vera e propria operazione di risanamento ambientale, ma anche giustizia per quello che è successo. Vero è che, purtroppo, l'impegno arriva troppo tardi e molti bambini hanno pagato, con le loro giovani vite, il prezzo dell'indifferenza.


venerdì 3 gennaio 2014

Mi chiamo Marie Reine...




Mi chiamo Marie Reine Josiane Maandinima Toe. Josane per mia madre, Maandinima per mia nonna. Reine, solo Reine, per mio padre. Marie per tutti gli altri. Da sempre sono stata tante persone. Tante quante i nomi che avevo”.

A parlare è Marie Reine Toe giornalista, scrittrice, attrice, regista. Nata ad Abidjan, in Costa d'Avorio, è figlia di André Toe, funzionario dell'attuale Burkina Faso; trascorre l'infanzia in Costa d'Avorio, ma anche a Pechino, in Cina, per poi venire a studiare in Italia, nel 1991, a seguito della rivoluzione di Thomas Sankara, nell'ex Alto Volta: una rivoluzione basata su giusti presupposti, ma che costringe Marie Reine e la sua famiglia a perdere privilegi e sicurezze. Il padre viene incarcerato e torturato in quanto esponente del regime precedente, la figlia subisce in patria l'ostracismo per essere “figlia di”. E poi le numerose difficoltà dovute all'inserimento in Paesi con culture e abitudini diverse, il sottile razzismo di cui è stata vittima, le scelte obbligate e dolorose e poi la forza di rinascere.


Una storia vera e toccante raccontata nel romanzo
Il mio nome è regina, edito da Sonzogno: la storia di Marie Reine Toe che abbiamo intervistato per voi.

Ecco le risposte dell'autrice:


Ci può ricordare, brevemente, cosa è accaduto nel suo Paese nel 1982?


Nel novembre 1982 ci fu un colpo di Stato che portò al potere Jean-Baptiste Ouedraogo e Sankara divenne Primo Ministro. In seguito alla visita di Jean-Christophe Mitterrand, figlio dell'allora presidente francese François Mitterrand, venne destituito dal suo incarico e messo agli arresti domiciliari. L'arresto di Sankara e di altri suoi compagni causò una rivolta popolare, che sfociò in una vera e propria rivoluzione guidata dallo stesso Sankara, nel 1983, che divenne presidente dell'Alto Volta, il cui nome fu da lui cambiato in Burkina Faso, ovvero "la terra degli uomini integri". L'obiettivo di Sankara era la cancellazione del debito internazionale.


Quali sono le conseguenze del colonialismo, del potere di Thomas Sankara e della rivoluzione sulla società civile, oggi?


Il colonialismo ha lasciato forti disuguaglianze sociali, arretratezza economica e la trasformazione di usi e costumi. Inoltre il francese è diventata la lingua nazionale.

Thomas Sankara, invece, ha portato il Paese all'autosufficienza alimentare e oggi la popolazione ha preso coscienza di sé.


ll romanzo è in parte autobiografico: ci può parlare del rapporto con suo padre e con sua madre?


Ho avuto la fortuna di avere un buon rapporto con entrambi i miei genitori. Ovviamente adoravo mio papà e avevo, a volte, qualche conflitto con mia mamma che era un pò severa.


Qual è il prezzo più alto che la protagonista ha dovuto pagare nel fare i conti con il proprio Passato?


La protagonista arriva a lavorare in un Night club come spogliarellista.


Quali sono state le difficoltà da superare quando è arrivata in Italia?


Per mia fortuna ho imparato la lingua quasi subito all' Università degli stranieri di Perugia.

Le regole di comportamento sono simili a casa mia, ma chiaramente all'inizio mi sentivo osservata per il colore della mia pelle.


Cosa significa, secondo lei, la parola “dignità”?


La parola dignità, per quello che mi riguarda, è portare avanti la propria vita nel migliore dei modi, senza fare del male al prossimo.




Qui di seguito trovate l'intervento recente di Marie Reine Toe alla trasmissione “Alle falde del Kilimangiaro”, trasmessa da Rai3 il 15 dicembre 2013

 



mercoledì 11 dicembre 2013

Obama e Mandela: un ideale passaggio di testimone


Un filo diretto lega il primo presidente nero americano al primo presidente nero sudafricano che ora non c'è più. Barack Obama ha pronunciato, ieri, un discorso intenso e profondo, in occasione della cerimonia in ricordo di Mandela a Johannesburg, in cui si sono avvertite, chiaramente, la commozione e la gratitudine per quel piccolo grande uomo che ha cambiato la Storia, che ha lottato per l'uguaglianza, che ha difeso la democrazia: ideali che il Presidente degli Stati Uniti vuole continuare ad affermare con forza, portando avanti quell'operato così importante per il bene di tutti e che Mandela ha esercitato per tutta la sua esistenza.
Vogliamo riportare il discorso tenuto da Obama perchè la scelta delle sue parole - e gli esempi dei grandi leader che ha citato - siano un monito per il nostro agire e per la politica e affinchè rimanga un po' di Madiba in ognuno di noi.




Per Graça Machel e la famiglia Mandela, al Presidente Zuma e membri del governo, ai capi di Stato e di governo, passati e presenti, gli ospiti illustri – è un onore singolare di essere con voi oggi, per celebrare una vita diversa da qualsiasi altra…
Per il popolo del Sud Africa – persone di ogni razza e ceto sociale – il mondo vi ringrazia per la condivisione di Nelson Mandela con noi.La sua lotta è la vostra lotta. Il suo trionfo è stato il tuo trionfo. La vostra dignità e speranza trovarono espressione nella sua vita, e la vostra libertà, la vostra democrazia è la sua eredità amato.
E ‘difficile per elogiare un uomo – per catturare in parole non solo i fatti e le date che fanno una vita, ma la verità essenziale di una persona – le loro gioie e dolori privati, ai momenti di quiete e qualità uniche che illuminano l’anima di qualcuno.
Quanto più difficile farlo per un gigante della storia, che si è trasferito una nazione verso la giustizia, e nel processo si trasferisce miliardi in tutto il mondo.
Nato durante la prima guerra mondiale, lontano dai corridoi del potere, un ragazzo cresciuto immobilizzare i bovini e istruito dagli anziani della sua tribù Thembu – Madiba sarebbe emerso come l’ultimo grande liberatore del 20 ° secolo.
Come Gandhi, che porterebbe un movimento di resistenza – un movimento che al suo inizio ha tenuto poche possibilità di successo. Come re, avrebbe dato potente voce alle rivendicazioni degli oppressi, e la necessità morale della giustizia razziale.
Avrebbe sopportare una reclusione brutale che ha avuto inizio al tempo di Kennedy e Krusciov, e ha raggiunto gli ultimi giorni della Guerra Fredda. Emergendo dal carcere, senza la forza delle armi, avrebbe – come Lincoln – tenere il suo paese insieme quando minacciava di rompersi.
Come padri fondatori dell’America, avrebbe eretto un ordinamento costituzionale di preservare la libertà per le generazioni future – un impegno per la democrazia e Stato di diritto ratificato non solo dalla sua elezione, ma dalla sua volontà di dimettersi dal potere.
Data la scansione della sua vita, e l’adorazione che egli giustamente guadagnato, si è tentati poi ricordare Nelson Mandela come icona, sorridente e sereno, distaccato dalle vicende cattivo gusto degli uomini inferiori. Ma Madiba si è fortemente resistito un ritratto tale senza vita.
Invece, ha insistito per aver condiviso con noi i suoi dubbi e le paure, i suoi errori di calcolo insieme con le sue vittorie. ”Non sono un santo», disse, «a meno che non si pensa di un santo, come un peccatore che continua a provarci.”
E ‘proprio perché poteva ammettere di imperfezione – perché poteva essere così pieno di buon umore, anche male, nonostante i pesanti fardelli che portava – che abbiamo amato così. Non era un busto di marmo, era un uomo di carne e sangue – un figlio e il marito, un padre e un amico. Ecco perché abbiamo imparato tanto da lui, è per questo che possiamo imparare da lui ancora.
Per niente ha conseguito era inevitabile. Nell’arco della sua vita, vediamo un uomo che ha guadagnato il suo posto nella storia attraverso la lotta e l’astuzia, la persistenza e la fede. Egli ci dice che cosa è possibile, non solo nelle pagine dei libri di storia polverosi, ma nelle nostre vite.
Mandela ci ha mostrato il potere di azione, di rischiare in nome dei nostri ideali. Forse Madiba era giusto che ha ereditato “, una ribellione orgoglioso, un senso ostinato di equità” da suo padre. Certamente ha condiviso con milioni di neri e colorati sudafricani la rabbia nato, “mille offese, mille umiliazioni, mille momenti non ricordati … il desiderio di combattere il sistema che imprigionava la mia gente.”
Ma come altri primi giganti della ANC – i Sisulus e Tambos – Madiba disciplinato la sua rabbia, e incanalata il suo desiderio di combattere in organizzazione e le piattaforme, e le strategie di azione, così gli uomini e le donne potrebbero stand-up per la loro dignità.
Inoltre, ha accettato le conseguenze delle sue azioni, sapendo che in piedi fino agli interessi potenti e ingiustizie ha un prezzo. ”Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera”, ha detto al suo processo 1964. ”Ho accarezzato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità. E ‘un ideale che spero di vivere e di raggiungere., Ma se necessario, è un ideale per che sono pronto a morire. “
Mandela ci ha insegnato il potere di azione, ma anche di idee, l’importanza della ragione e degli argomenti, la necessità di studiare non solo quelli siete d’accordo, ma chi non lo fai. Ha capito che le idee non possono essere contenute da muri della prigione, o estinte dal proiettile di un cecchino. Girò il suo processo in un atto d’accusa di apartheid a causa della sua eloquenza e passione, ma anche la sua formazione come un avvocato.
Ha usato decenni in carcere per affinare le sue argomentazioni, ma anche per diffondere la sua sete di conoscenza ad altri nel movimento. E ha imparato la lingua ei costumi del suo oppressore modo che un giorno avrebbe potuto meglio trasmettere a loro come loro libertà dipendeva la sua.
Mandela ha dimostrato che l’azione e le idee non bastano, non importa quanto a destra, devono essere cesellato in leggi e istituzioni.
Lui era pratico, testando le sue convinzioni contro la superficie dura della circostanza e della storia. Su principi fondamentali era inflessibile, ed è per questo poteva respingere le offerte di liberazione condizionale, ricordando il regime dell’apartheid che “i detenuti non possono stipulare contratti.” Ma, come ha dimostrato nei negoziati scrupoloso per trasferire il potere e redigere nuove leggi, non aveva paura di compromettere per il bene di un obiettivo più grande.
E perché non era solo un leader di un movimento, ma un politico abile, la Costituzione che è emerso era degno di questa democrazia multirazziale, fedele alla sua visione di leggi che proteggono minoranza nonché i diritti di maggioranza, e le preziose libertà di ogni Sud Africano.
Infine, Mandela capì i legami che legano lo spirito umano. C’è una parola in Sud Africa-Ubuntu – che descrive il suo dono più grande: il suo riconoscimento che siamo tutti legati insieme in modi che possono essere invisibili a occhio, che c’è una unità per l’umanità; che otteniamo noi stessi, condividendo con noi gli altri, e la cura per chi ci circonda. Noi possiamo mai sapere quanto di questo era innata in lui, o quanto di è stata sagomato e brunito in una cella di isolamento scuro.
Ma ricordiamo i gesti, grandi e piccoli – introduzione suoi carcerieri come ospiti d’onore al suo insediamento, tenendo il passo in uniforme Springbok, girando strazio della sua famiglia in una chiamata a lottare contro l’HIV / AIDS – che ha rivelato la profondità della sua empatia e comprensione . Egli non solo ha incarnato Ubuntu, ha insegnato milioni di scoprire che la verità dentro di sé.
Ci è voluto un uomo come Madiba per liberare non solo il prigioniero, ma il carceriere e, per dimostrare che è necessario fidarsi degli altri in modo che possano fidarsi di voi, per insegnare che la riconciliazione non è una questione di ignorare un passato crudele, ma un mezzo di confrontarsi con l’inclusione, generosità e verità. Ha cambiato le leggi, ma anche i cuori.
Per il popolo del Sud Africa, per chi ha ispirato in tutto il mondo – la scomparsa di Madiba è giustamente un momento di lutto, e un tempo per celebrare la sua vita eroica. Ma credo che dovrebbe anche indurre in ciascuno di noi un momento di auto-riflessione. Con onestà, a prescindere dalla nostra stazione o circostanza, dobbiamo chiederci: quanto bene ho applicato le sue lezioni nella mia vita?
E ‘una domanda che mi pongo – come uomo e come presidente. Sappiamo che, come il Sud Africa, gli Stati Uniti ha dovuto superare secoli di sottomissione razziale. Come era vero qui, ha preso il sacrificio di innumerevoli persone – conosciuti e sconosciuti – di vedere l’alba di un nuovo giorno. Michelle e io siamo i beneficiari di quella lotta.
Ma in America e Sud Africa, e paesi in tutto il mondo, non possiamo permettere che il nostro progresso nuvola del fatto che il nostro lavoro non è finito. Le lotte che seguono la vittoria di uguaglianza formale e suffragio universale non possono essere come piene di dramma e chiarezza morale di quelli che è venuto prima, ma non sono meno importanti.
Per tutto il mondo di oggi, vediamo ancora i bambini che soffrono la fame e le malattie, le scuole degradate, e poche prospettive per il futuro. In tutto il mondo oggi, uomini e donne sono ancora in carcere per le loro convinzioni politiche, e sono tuttora perseguitati per quello che sembrano, o come adorano, o che amano.
Anche noi, dobbiamo agire a favore della giustizia. Anche noi, dobbiamo agire in nome della pace. Ci sono troppi di noi che felicemente abbracciare l’eredità di Madiba della riconciliazione razziale, ma con passione resistere anche modeste riforme che avrebbero sfidare la povertà cronica e crescente disuguaglianza. 
Ci sono troppi leader che sostengono la solidarietà con la lotta di Madiba per la libertà, ma non tollerano il dissenso dal loro stesso popolo. E ci sono troppi di noi che stanno in disparte, confortevole compiacimento o cinismo quando le nostre voci devono essere ascoltate.
Le questioni che abbiamo di fronte oggi – come promuovere l’uguaglianza e la giustizia, per difendere la libertà ei diritti umani, per porre fine dei conflitti e settario la guerra – non hanno risposte facili. Ma non c’erano risposte facili di fronte a quel bambino in Qunu. Nelson Mandela ci ricorda che sembra sempre impossibile fino a quando si è fatto. Sud Africa ci mostra che è vero.
Sud Africa ci mostra che possiamo cambiare. Possiamo scegliere di vivere in un mondo non definito dalle nostre differenze, ma le nostre speranze comuni.Possiamo scegliere un mondo non definito da conflitti, ma per la pace e la giustizia e di opportunità.
Non riusciremo mai a vedere artisti del calibro di Nelson Mandela di nuovo.Ma lasciatemi dire ai giovani dell’Africa, e dei giovani di tutto il mondo – si può fare il lavoro della sua vita tua.
Più di trent’anni fa, quando era ancora studente, ho imparato di Mandela e le lotte in questa terra. Si agita qualcosa in me. E mi ha svegliato alle mie responsabilità – per gli altri, e per me – e mi mise in un viaggio improbabile che mi trovi qui oggi. E mentre io sarò sempre a corto di esempio di Madiba, fa venire voglia di essere migliore.
Egli parla di ciò che è meglio dentro di noi. Dopo questo grande liberatore si riposa, quando siamo tornati alle nostre città e villaggi, e ricongiunto nostra routine quotidiana, cerchiamo di ricerca, quindi per la sua forza – per la sua grandezza di spirito – da qualche parte dentro di noi.
E quando la notte fa buio, quando l’ingiustizia pesa sui nostri cuori, o dei nostri migliori progetti sembrano fuori dalla nostra portata – pensare di Madiba, e le parole che lo hanno portato conforto tra le quattro mura di una cella:
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Che una grande anima che era. Ci mancherà profondamente. Che Dio benedica il ricordo di Nelson Mandela. Dio benedica il popolo del Sud Africa.”


sabato 7 dicembre 2013

Nelson Mandela: un uomo, un'icona









 









Un numero: 46664. Più volte ripreso, fotografato, ricordato, scritto.
E' il numero che Nelson Mandela portava sulla sua giubba durante la sua lunga permanenza in carcere; la stessa cifra riportata infinite volte – sul palco, sugli spalti dello stadio, sui corpi e sulle magliette dei partecipanti – durante il mega concerto che si è tenuto a Londra nel 2008 in occasione del novantesimo compleanno del grande leader.
Quel numero è un simbolo come lo è colui che lo ha portato addosso per tanto tempo: Nelson, Madiba, Rolihalha (“combina guai”) premiato con il Nobel per la pace; l'uomo che si è battuto, per una vita intera, per i diritti di tutti, per la libertà e per la giustizia.
Se ne va a 95 anni, probabilmente a causa di problemi respiratori dovuti alla tubercolosi contratta durante la sua prigionia a Robben Island. Negli ultimi mesi, Mandela era stato ricoverato più volte per poi essere dimesso per ricevere le cure e le attenzioni necessarie nella sua casa, a Johannesburg.
Molti i messaggi di cordoglio per la perdita di una persona che lascia un'eredità etica, morale e politica così importante. Il Presidente americano, Barack Obama, primo Presidente nero garzie anche alla lotta di mandela contro ogni discriminazione, ha affermato: “ Nelson Mandela è vissuto per un ideale e l'ha reso reale. E' uno dei personaggi più coraggiosi della nostra era. Appartiene al tempo, alla storia. Ha trasformato il Sudafrica e tutti noi. Il suo lavoro ha significato moltissimo. Noi troviamo fonte di esempio e di rinnovamento nella riconciliazione e nello spirito di resistenza che ha fatto dell'azione di Mandela una cosa vera”. Il leader cubano, Raul Castro ha definito Mandela “un caro compagno”; il Presidente palestinese, Mahmoud Abbas ha dichiarato che: “ Mandela è stato un simbolo della liberazione dal colonialismo e dall'occupazione per tutti i popoli che aspirano alla libertà”; dalla Cina arrivano, via web, le parole di un altro Premio Nobel per la Pace, Liu Xiaobo, che sta scontando una pena detentiva di 11 anni per l'accusa di “sovversione”, il quale scrive: “ Stiamo ricordando una persona che ha rispettato e si è battuta per anni per i diritti umani, la libertà e l'uguaglianza”.
In Italia, il Ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge, ha così espresso il suo dispiacere per la morte di Mandela: “ Una giornata triste perchè solo la sua presenza dava forza ai valori della lotta contro il razzismo e l'apartheid non solo per il continente africano, ma per tutto il mondo”.

Per ringraziare, a modo nostro, “Madiba” riportiamo la recensione di una ricca mostra sul tema dell'apartheid, allestita l'estate scorsa a Milano. Anche la Cultura, il materiale fotografico, video, i documenti scritti, contribuisco a mantenere viva la Memoria, l'operato, ma soprattutto, gli insegnamenti di questo piccolo-grande eroe contemporaneo.

L' apartheid raccontata in una mostra al PAC di Milano



Mentre sono critiche le condizioni di salute di Nelson Mandela, a Milano approda una grande esposizione che racconta uno dei periodi storici più significativi del '900: l'apartheid e le sue conseguenze, ieri come oggi.
Rise and fall of Apartheid: Photography and the Bureaucracy of Everyday Life” (“Ascesa e declino dell'Apartheid: fotografia e burocrazia della vita quotidiana): questo il titolo di un percorso visivo e culturale ricco, complesso, emozionante.
Frutto di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie le opere di quasi 70 fotografi, artisti e registi per proporre al pubblico - attraverso immagini, illustrazioni, posters, filmati, opere d'arte - un'analisi profonda della nascita dell'apartheid, della lotta per debellarla e delle sue conseguenze.



Apartheid” è parola olandese, composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid) ed è stata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale, la piattaforma del nazionalismo afrikaner che ha portato alla segregazione razziale con lo scopo di mantenere il potere nelle mani dei bianchi. Dopo la vittoria dell'Afrikaner National Party, nel 1948, l'apartheid impone una serie di programmi legislativi che incidono sulla psicologia dei cittadini del Sudafrica, ma anche sulle strutture civili, economiche e politiche fino a coinvolgere ogni aspetto dell'esistenza e della quotidianità: dalle abitazioni, al tempo libero, dai trasporti ai commerci, dall'istruzione al turismo. Il sistema dell'apartheid è, quindi, diventato sempre più spietato nei confronti degli africani, dei meticci e degli asiatici, arivando a negare e a privarli dei loro diritti umani e civili.
Il lavoro dei membri del Drum Magazine, degli anni '50, dell'Afrapix Collective, degli anni '80 e del Bang Bang Club; le opere di fotografi sudafricani all'avanguardia, quali ad esempio, Eli Weinberg, Omar Badsha, Peter Magubane, Gideon Mendel, Kevin Carter, Sam Nzima; e ancora le immagini dei nuovi talenti come Thabiso Sekgale e Sabelo Mlangeni testimoniano, documentano e approfondiscono il tema, facendo dell'immagine uno strumento di critica politica e sociale.
La mostra è ideata dall'ICP International Center of Photography di New York e curata da Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di Monaco; per l'Italia è stata promossa e prodotta dal Comune di Milano, PAC e CIVITA e sarà allestita, al Padiglione d' Arte Contemporanea, fino al 15 settembre. E, per l'occasione, non potevano mancare anche dieci video di William Kentridge, che non ha bisogno di presentazioni.




mercoledì 9 ottobre 2013

Giorgio Napolitano e l'emergenza carceri

Il Presidente Giorgio Napolitano ha riportato all'attenzione del Parlamento il problema dell'emergenza carceri, ricordando che  "l'intollerabile congestione ...dà all'Italia il primato di sovraffollamento tra gli Stati dell'UE con il 140,1%, mentre  la Grecia è al 136,5%". Il Presidente ha parlato di indulto "che non incide sul realto e può applicarsi ad ambito esteso".
Il nostro Paese è stato condannato da Strasburgo a causa del sovraffollamento degli istituti di pena e ha un anno di tempo per conformarsi alla richiesta di soluzione che giunge dalla Corte europea.
In occasione del discorso di Napolitano, riproponiamo il video  dell'incontro organizzato dall'Associazione per i Diritti Umani nello scorso mese di giugno.








martedì 27 agosto 2013

Morsi, iconografia di un martire annunciato, di Laura Silvia Battaglia


Pubblichiamo questo articolo di Laura Silvia Battaglia (www.battgirl.info), ringraziandola tantissimo

ll ritratto di Mohamed Morsi campeggia ovunque. Sui volantini distribuiti dopo la preghiera dell'alba, sugli autobus bianchi dei Fratelli Musulmani parcheggiati all'ingresso del grande campo di Rabaa al-Adawjia, sui carretti della distribuzione di the, acqua, bevande e succo di melograno che punteggiano la via per arrivare alla roccaforte della protesta anti-generali.
Il volto del politico che Time incoronò "uomo dell'anno" nel 2012 è replicato ossessivamente, come in un videogioco a punti con una grafica splatter, sopra, sotto e di fronte alle migliaia di tende che ricoprono questa superficie di quasi quattro chilometri quadrati al Cairo brulicante di supporters dell'ex presidente egiziano dal 3 luglio 2012, data del suo arresto con l'accusa di cospirazione.
Mohamed Morsi qui è onnipresente, guarda i suoi fedeli dall'alto del suo ritratto peggiore, ingessatissimo nel fermo immagine che sancisce la sua sacralità. Così replicato ovunque appare come un cento occhi e centoteste, una creatura medievale dalla faccia presentabile che si allunga sugli esiti del colpo di stato di un mese fa. Un colpo di stato che chiunque si guarda bene, qui, a Rabaa al-Adawjia, dal definire seconda rivoluzione o contro-rivoluzione.
Mohamed Morsi, ora prigioniero a Nord del Cairo, dove si trova il ministero della Difesa, è colui nel cui nome si circoscrive la preghiera dell'alba di Eid, e che nel giorno più importante dell'anno per la Umma sunnita si manifesta al campo di Rabaa nel pomeriggio, per interposta persona: la moglie Nagla Mahmoud.
Per lui si chiede la liberazione e nel suo nome viene già giustificata la resistenza dei Fratelli musulmani verso l'apparato di potere dei generali, che ha utilizzato l'esito delle votazioni prima, il temporeggiamento dei Fratelli poi, la loro interpretazione integralista della futura costituzione, per riprendere con la forza il controllo di un Paese ormai allo sbando, economicamente piegato da una credibilità ai suoi minimi storici.
"Io amo Morsi"; "Morsi, Morsi, in te la speranza"; "Morsi Morsi sempre Morsi, mai più Al Sisi": sono alcuni degli slogan che campeggiano insieme all'immagine dell'ex presidente egiziano. Si alternano anche sulle fasce - verdi, nere, marroni - che la gioventù ihwanizzata sfoggia intorno alla testa, replicando l'iconografia jihaddista in forme moderate: "Il popolo arabo è la comunità islamica". "Siamo arabi, moriremo islamici".
L'appartenenza alla Umma sunnita, per i Fratelli musulmani, non si discute. Vale per tutti, da qualsiasi grado di vicinanza o distrazione del partito e dalle sue istanze si stia parlando. Ed è perfettamente connaturata con l'interpretazione del rispetto dei diritti umani che, per i supporters di Morsi, discende solo da Dio ed è strettamente collegata alla legge di natura che segue i dettami di Allah, secondo quanto ne rivelò Mohammed.
Lo dice senza tema Sara Hassan, ventenne di El-Adwah, la città di nascita dell'ex presidente oggi ostaggio di Al Sisi. La sua famiglia è cresciuta accanto a Morsi. In senso letterale, perchè sono sempre stati suoi vicini di casa. Hanno piantato una tenda da giorni e hanno pure affittato un appartamento in zona per stare più comodi. Ci sono tutti: padre, madre, cugini, fratelli e sorelle, zie e nipoti. Morsi per tutti, tutti per Morsi, insomma. Ma la motivazione che li spinge fin qui non è squisitamente politica. L'ideale di famiglia e l'appartenenza alla Umma sono abbastanza. Ma la conoscenza diretta del personaggio spiega ancora di più la scelta di stare dalla sua parte, costi quel che costi. Dice Sara: "Noi lo conosciamo: è un uomo buono. L'hanno esposto e ne paga il prezzo. Adesso è in carcere e siamo certi che il trattamento riservatogli non è umano".
Chiediamo che tipo di valenza ha il concetto di rispetto dei diritti umani per i Fratelli Musulmani. Risponde: "Il rispetto dell'uomo viene dal fatto che l'uomo appartiene a Dio". E chi non appartiene a quel Dio? "Non saprei. Quel che so è che l'Egitto è un Paese islamico, noi siamo islamici e Morsi è il nostro presidente. Nell'Islam il rispetto dell'uomo viene dalla sua conoscenza di Dio. Morsi è un uomo timorato di Dio, ha portato avanti la nostra causa, noi dobbiamo adesso batterci per lui".
Sara è una ragazza laureata, progressista, una giovane donna musulmana tosta, pronta per fare una buona carriera nei quadri dei Fratelli, se le fosse data la possibiità. Morsi per lei è già un mezzo martire. E lo è per tutte le persone, che, sulla strada del campo, lastricata da molte buone intenzioni, lo hanno eletto a icona della rivoluzione incompiuta o, meglio, ingiustamente ribaltata. La sua detenzione, nonostante Morsi sia inizialmente asceso al ruolo di guida dei Fratelli quasi come un ripiego necessario, ne ha già fatto un gigante morale.
Se il nuovo governo non dovesse scarcerarlo, se lo processasse o se in qualche modo se ne favorisse la morte, gli effetti saranno amplificati sugli ihwan egiziani ma anche su tutti gli arabi sunniti del Medio Oriente. Alla causa palestinese per la quale tutti i popoli arabi si sono sentiti in dovere di aderire nella lotta comune, se ne potrebbe aggiungere un'altra.
Sarebbe il primo caso in cui parrebbe possibile incitare alla resistenza - dei fedeli prima e al martirio dei combattenti poi - per difendere un leader pacioccone e perditempo, un martire in pectore che non si sarebbe davvero speso con opere o azioni degne di nota per il suo popolo di elettori e, soprattutto, per un Paese dalla storia ingombrante.
Lo scorso 29 luglio, ormai conosciuto come "il massacro di Rabaa", nella roccaforte dei pro-Morsi sono morte 127 persone e 4500 sono state ferite negli scontri con l'esercito e la polizia. Chiedevano tutte di relegittimare Mohammed Morsi come presidente dell'Egitto.



mercoledì 10 luglio 2013

Ancora vittime in Egitto, anche bambini



Nei giorni scorsi la polizia ha represso - ancora attraverso il lancio di lacrimogeni e l'uso di armi da fuoco - un'imponente manifestazione di protesta da parte dei sostenitori di Morsi che si erano radunati davanti al quartier generale delle guardie rivoluzionarie.
Negli scontri con l'esercito sono rimasti uccisi 77 islamisti. Tra le vittime: otto donne e sette bambini di cui due neonati. Secondo la TV satellitare Al Jazeera a questi si aggiungono almeno altri 500 feriti.
I militari sostengono di essere intervenuti per sventare un attacco terroristico alla sede della Guardia repubblicana mentre Gehad el-Haddad, portavoce dei Fratelli Musulmani, ha dichiarato che si sia trattato di un massacro, “di un atto criminale contro i manifestanti” che si erano riuniti in un sit-in pacifico per protestare e anche per pregare.
Il premio Nobel per la pace, Mohamed El Baradei - portavoce delle opposizioni liberali e candidato come possibile vicepresidente ad interim - ha scritto su Twitter che verrà aperta un'inchiesta indipendente su quanto è successo e ha aggiunto: “La violenza genera violenza e deve essere condannata formalmente...La transizione pacifica è l'unica via”.



giovedì 4 luglio 2013

Il Brasile e le sue contraddizioni



Brasile-Spagna: 3-0. Con questo risultato il Paese sudamericano ha vinto la Confederations Cup e la Presidentessa, Dilma Roussef, ha telefonato al ct Felipe Scolari per congratularsi. Mentre nello stadio si esultava, fuori si protestava.
Dopo le manifestazioni di piazza contro gli sprechi, la corruzione e l'inefficienza dei servizi, la Roussef crolla nei sondaggi, passando dal 57% al 30% a fine giugno, anche dopo aver proposto un referendum popolare per capire quali siano le riforme necessarie e prioritarie per il Paese. Referendum che i manifestanti hanno accolto con scetticismo. “Siamo stanchi di questi politici che non fanno altro che promesse”, “Il governo è stato destabilizzato dalla forza delle persone che hanno deciso di reagire. Adesso, con un gesto disperato, propongono una rivoluzione politica” oppure “Il governo non può essere sempre l'unico che paga. Così le compagnie private fanno profitti che restano segreti per legge”: queste alcune dichiarazioni di uomini, donne, giovani e meno giovani, che rispondono alla convocazione del referendum che dovrebbe ripristinare i diritti civili e sociali.
E, intanto, in uno dei Paesi per i quali si parla di “economia emergente”, cosa succede sul fronte dei diritti umani?
Anche durante lo scorso mese di marzo le piazze si sono riempite di persone, ancora per protesta. Una protesta contro l'elezione di Marco Feliciano come Presidente della Commissione per i Diritti Umani e Minoranze.
Deputato del Partido Social Cristiano, Feliciano si è fatto conoscere per le sue dichiarazioni omofobe e razziste: ha più volte, infatti, qualificato le lotte per i diritti della comunità Lgbt come “attivismo di satana” e sostenuto che “un negro è un negro e non può cambiare”. La sua elezione è stata sostenuta dalla bancada evangelica che, cercando di colpire la laicità dello Stato, ha condizonato la stessa vita politica contestando, ad esempio, la Roussef sul tema dell'aborto durante la campagna elettorale.
Il Movimento nazionale brasiliano per i diritti umani ha minacciato di portare il caso davanti all'Organizzazione degli Stati Americani (Osa) e all'ONU, così come le istituzioni religiose progressiste si sono dette contrarie alla nomina del pastore evangelista: ma Feliciano è ancora al suo posto e le vittime di discriminazione continuano ad essere afrodiscendenti, indios e contadini senza terra.
Ma non è finita qui: secondo le ultime notizie, si legge che, proprio in questi giorni, sia stata installata un'altra commissione che riguarda i diritti umani: la Commissione Verità, che dovrebbe far luce sulle violazioni avvenute tra il 1946 e il 1988.
Sette commissari e quattordici tecnici dovranno appurare i fatti che riguardano le violenze commesse sia da parte dello Stato sia da parte dei gruppi di guerriglia che lottarono contro la dittatura, gruppi di cui fece parte la stessa Dilma Roussef.
Due anni di tempo per ascoltare testimonianze, raccogliere materiale, convocare gli accusati: le indagini, in particolare, si focalizzeranno sul periodo tra il 1964 e il 1985 quando al potere salì la giunta militare, dopo il celebre golpe appoggiato dagli Stai Uniti: 21 anni di repressione e 475 persone desaparecidos ufficialmente. Ma sono state molte di più.
La Commissione non ospita risentimento, odio e nemmeno perdono. E' appena il contrario dell'oblio”, ha dichiarato in lacrime la Presidentessa. Mentre i responsabili delle violenze e delle violazione dei diritti umani continueranno a godere dell'amnistia approvata nel 1979.

martedì 25 giugno 2013

Un milione e mezzo di persone in piazza in Brasile, ma non è il carnevale


All'inizio è stata denominata la “rivolta dell'aceto”. Perchè? Perchè il governo, presieduto da Dilma Rousseff, ha deciso di aumentare la tariffa del trasporto pubblico di 0.2 reais e per questo motivo sono cominciate le manifestazioni di protesta e, nella città di San Paolo, i corpi speciali anti-sommossa della Polizia ha sparato, contro i manifestanti, dei proiettili di gomma ad altezza uomo, colpendo agli occhi sette giornalisti della Folha.
Manifestanti e giornalisti sono stati fermati con un'accusa paradossale: “Porto illegale di aceto” in quanto “l'aceto può servie a fabbricare bombe”. In realtà, l'aceto - come il limone - è usato dai repoters proprio per proteggersi dai gas lacrimogeni. Le persone bloccate e portate in questura sono state liberate, quasi tutte, nella notte seguente al fermo.
Ma le manifestazioni non si sono placate, anzi. Da San Paolo a Rio de Janeiro, da Brasilia a Fortaleza circa un milione di persone è sceso in piazza, per lo più per manifestare in maniera pacifica, anche se si è registrato qualche episodio di saccheggio e di vandalismo e, a Ribeirão Preto vicino alla città di San Paolo, un manifestante di vent'anni è morto a causa di una jeep che cercava di farsi largo tra la folla.
 La rivolta, come detto, è scaturita dall'aumento delle tariffe di autobus e metropolitana: un aumento importante per chi si sposta solo con i mezzi pubblici e guadagna di media, al mese, 700 reais che equivalgono a circa 247 euro. Ma la protesta non riguarda solo questo provvedimento: i manifestanti, adesso, si ribellano anche contro l'aumento delle tasse e la corruzione e chiedono servizi migliori per quanto riguarda la sanità e l'istruzione soprattutto dal momento in cui sono stati spesi oltre 26 miliardi di dollari dei fondi pubblici per finanziare i Mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016.

Il Presidente Rousseff ha rassicurato i manifestanti con un discorso improntato sul dialogocon i partecipanti al movimento pacifico e sulla fermezza nei confronti dei violenti. “Nè il governo né la società possono accettare che una minoranza violenta e autoritaria distrugga il patrimonio pubblico e privato, attacchi luoghi di culto, incendi automobili e voglia portare il caos nei nostri principali centri urbani”, ha affermato, e riguardo alle richieste di chi è sceso nelle piazze e nelle strade ha promesso un grande patto per migliorare i servizi pubblici e una lotta molto più incisiva per combattere la corruzione.