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sabato 24 maggio 2014

Requiem dal sottosuolo




Lettera43.it

301: questo è il numero delle vittime della tragedia avvenuta in miniera. Siamo a Soma, in Turchia. E il popolo si mobilita, si alza il livello di rabbia contro il governo di Erdogan accusato di non aver garantito norme di sicurezza adeguate in nome del guadagno perchè, a seguito della privatizzazione della miniera, il costo di una tonnellata di carbone è sceso a 24 dollari - contro i precedenti 130 - e tutto sulla pelle dei lavoratori. E allora anche Smirne, Ankara, Istanbul si uniscono a Soma, alle famiglie dei minatori, tutti cittadini che non accettano di barattare le proprie vite e quelle dei propri cari in nome di una modernità che arricchisce pochi e potenti e annienta gli altri. La risposta della polizia è stata dura: i manifestanti sono stati caricati con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua.
I dirigenti della società privata, la Soma Komur, che gestiva l'impianto avevano tentato una difesa, affermando di non essere stati negligenti perchè gli impianti erano a norma e controllati: ma a distanza di pochi giorni, sono partiti i primi arresti. Circa venti persone, tra dirigenti e responsabili tecnici, e per tre di loro l'accusa provvisoria è di omicidio plurimo colposo.
Abbiamo già affrontato tante, troppe volte, il tema delle morti sul lavoro: con il film di Costanza Quatriglio dal titolo Con il fiato sospeso, con il romanzo La fabbrica del panico di Stefano Valenti, con il pezzo sugli operai cinesi che persero la vita nel rogo di Prato e altre situazioni che abbiamo riportato, di volta in volta, nei nostri articoli o attraverso le parole, i ricordi, le testimonianze di chi ci ha rilasciato le interviste.
In ogni parte del mondo le regole spietate del capitalismo mietono vittime, rubano le esistenze di donne, uomini, spesso anche bambini. Non è mai sufficiente continuare a ripetere che le regole del mercato vanno cambiate, che non ci possono più essere persone di serie A e persone di serie B e che ricominciare dall'etica e dall'umanità sarebbe l'arricchimento più grande.


mercoledì 21 maggio 2014

I frutti del carcere

Ci è pervenuta questa comunicazione che riteniamo interessante. Se sarete a Milano...

La Cordata, i Cittadini Solari X Milano, A&I e il Comitato X Milano zona 1 sono felici di invitarvi alla 2a edizione de I FRUTTI DEL CARCERE, la mostra mercato delle produzioni carcerarie. Anche quest'anno la manifestazione si svolgerà nel giardino de La Cordata in via San Vittore 49 dalle 10 alle 19 del 24 maggio. Saranno presenti 26 espositori con prodotti che spaziano dal cibo all'abbigliamento, dall'artigianato artistico ai servizi per le aziende.
Programma della giornata: alla mattina la tavola rotonda "Dare lavoro ai detenuti: tra opportunità economica e impegno sociale"; nel pomeriggio "A che punto siamo?", intervista pubblica a rappresentanti delle istituzioni sulla situazione legislativa e le misure per l'inclusione sociale.
Durante tutta la giornata funzionerà un servizio di
caffetteria e buffet a cura di "In_Opera" cooperativa sociale.

Un grazie particolare al Trio Amadei; nel primo pomeriggio ci offrirà un intermezzo musicale con gli strumenti della Liuteria del carcere di Opera.
Il nostro
ringraziamento va infine al Consiglio di Zona 1 per il patrocinio e il contributo che hanno concesso alla manifestazione.
Aiutateci a diffondere questa iniziativa inoltrando questa email ai vostri amici e invitandoli tutti tramite Facebook e Google+.
 
Grazie e arrivederci al 24 maggio!
Il comitato organizzatore de I Frutti del Carcere
 
In caso di pioggia la manifestazione si svolgerà all'interno de La Cordata. Bus 50, 58, 68, 74, - Tram 16, 19 - MM1 Conciliazione, MM2 Sant'Ambrogio - Bikemi via San Vittore ang. via Morozzo Della Rocca

martedì 30 aprile 2013

Strage di operai in Bangladesh: è rivolta





Più di 340 persone decedute, più di mille ferite e tantissime sotto le macerie. Solo 40 i superstiti. Questi sono i numeri della strage avvenuta a Savar, nel sobborgo della città di Dacca, in Bangladesh, a causa del crollo di un edificio di otto piani che ospitava cinque aziende di abbigliamento per l'esportazione.
In un primo momento, sui muri del palazzo - poi accartocciatosi su se stesso - si erano venute a creare delle crepe e i 3000 dipendenti delle ditte erano stati fatti evacuare, ma successivamente era giunto dai dirigenti l'ordine di tornare al proprio posto di lavoro: e si è verificata la strage. Una strage annunciata dato che l'edificio era in condizioni di sicurezza assolutamente precarie e un ingegnere aveva dato parere contrario al rientro dei lavoratori.
E' esplosa, così, una rivolta messa in atto da parte di cittadini e operai dell'industria tessile che sono scesi in piazza, chiedendo addirittura la pena di morte per i responsabili delle vittime del “Rana Plaza”: armati di bastoni e di spranghe, hanno bloccato un'autostrada, danneggiato automezzi, incendiato negozi e bancarelle e dato alle fiamme dei pneumatici. La polizia ha dovuto ricorrere a gas lacrimogeni e e a proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Si tratta dell'esasperazione e della paura di persone che, secondo il comunicato di Human Rights Watch, vedono i propri diritti continuamente calpestati nel Paese asiatico: in particolare i lavoratori del settore tessile che sono sottoposti a turni faticosissimi e percepiscono uno stipendio mensile medio pari a soli 28 euro. E a questo si aggiunge il rischio giornaliero per la propria salute e per la propria incolumità.
A seguito del crollo del palazzo e della strage di lavoratori sono state arrestate otto persone tra cui il proprietario, il direttore amministrativo di due delle cinque fabbriche e due funzionari municipali che, il giorno precedente, avevano assicurato che non c'era alcun pericolo.