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venerdì 11 luglio 2014

Giustizia per i nuovi desaparecidos





L'Associazione per i Diritti Umani di Milano aderisce al seguente appello:


È una tragica routine che si ripete ormai da anni. Immagini di barconi pieni di persone stipate in condizioni disumane, naufragi, morte e disperazione. Noi attivisti, rappresentanti di associazioni di migranti, famiglie dei nuovi desaparecidos, giuristi ed esponenti della società civile riteniamo tutto ciò intollerabile.

Per questo ci rivolgiamo ai governi, all’Unione Europea, agli organismi internazionali, ai movimenti, alle organizzazioni non-governative e a tutti coloro che hanno a cuore la dignità e i diritti delle persone. Lo facciamo all’apertura del semestre italiano di Presidenza dell’Unione Europea perché crediamo che il rispetto e la tutela dei diritti umani, che dovrebbero essere il fondamento del progetto europeo, debbano essere costantemente riaffermati e difesi.

Proponiamo la convocazione di un Tribunale Internazionale di opinione che offra alle famiglie dei migranti scomparsi un’opportunità di testimonianza e rappresentanza; contribuisca ad accertare le responsabilità e le omissioni di individui, governi e organismi internazionali; e fornisca uno strumento per l’avvio di azioni avanti agli organi giurisdizionali nazionali, comunitari, europei e internazionali. Vogliamo ricostruire la verità, sanzionare i responsabili e rendere giustizia a vittime e familiari. Tutto ciò anche nella prospettiva di una diversa, più umana ed efficiente politica di accoglienza, comune e condivisa da tutti gli Stati dell’Unione Europea, e di un nuovo rapporto del Nord nei confronti del Sud del mondo, in modo da porre fine alle situazioni di crisi, guerra e persecuzione che costringono migliaia di persone ad abbandonare il proprio paese.

Chiediamo che le istituzioni si impegnino a garantire con tutti gli strumenti disponibili il riconoscimento dell’identità delle vittime, offrendo ai loro familiari un luogo di raccoglimento e cordoglio che restituisca dignità alle persone scomparse.

Dobbiamo interrompere il ciclo di disinformazione che si fa indifferenza e impotenza. Perciò rivendichiamo il diritto ad essere informati anche sulle forme di cooperazione militare e di polizia instaurate tra gli Stati europei e i paesi di origine e transito dei migranti. Ma occorre mettere insieme una molteplicità di attori, ascoltando, in primo luogo, la voce dei diretti interessati, gli esuli e i migranti, le vittime e i testimoni.

Mercedes Frias, Enrico Calamai, Arturo Salerni, Tsegehans Weldeslassie, don Mosè Zerai e Mehrzia Chargi, madre di un ragazzo tunisino scomparso, presenteranno il nostro appello, che sta raccogliendo molte adesioni, alla conferenza stampa che si terrà il giorno 10 luglio alle ore 11:30 a Roma, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, in Via della Missione 4.

In questa occasione il numero dei partecipanti sarà limitato dalla capienza della sala, ma stiamo già organizzando per settembre un’assemblea pubblica che possa garantire la partecipazione di tutti coloro che vorranno dare il proprio contributo.


Il Comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos”٭



Roma, 7 luglio 2014



Info e adesioni:

nuovidesaparecidos@gmail.com

٭٭ Andrea Amato, Mario Angelelli, Claudio de Fiores, Emilio Drudi, Mercedes Frias, Gianluca Gatta, Agenzia Habeshia, Francesco Martone, Pasqualina Napoletano, Mauro Palma, Edda Pando, Sara Prestianni, Lucy Rojas, Arturo Salerni, Alessandro Triulzi, Fulvio Vassallo Paleologo, Tsegehans Weldeslassie, Carolina Zincone.

giovedì 11 luglio 2013

Sei di origini tunisine ? Niente gara di nuoto



A novembre compirà dieci anni ed è un talento del nuoto sincronizzato, ma la protagonista di questa storia di discriminazione ha rischiato di non poter passare dalla categoria amatoriale a quella agonistica perchè figlia di genitori tunisini.
Il padre, Ishem, è un falegname e risiede a Campodarsego, in provincia di Padova, da 11 anni e possiede il permesso di soggiorno illimitato; a gennaio ha chiesto la cittadinanza italiana che potrà estendere anche a sua figlia, ma l'iter burocratico prevede un periodo di due anni di attesa. “Ci siamo comportati come dice la legge”, ha spiegato il padre della bambina, “ e abbiamo presentato la domanda dopo dieci anni di residenza. Abbiamo ottenuto dalla Prefettura un codice e ogni tanto controllo su un sito Internet la posizione della mia pratica. C'è scritto sempre che è in corso di verifica. Mi hanno detto che devo aspettare due anni prima di poter chiamare e chiedere, eventualmente, perchè non è stata concessa”.
La madre della nuotatrice, dopo il ricongiungimento familiare grazie al quale è arrivata dal Nord Africa a Campodarsego, lavora come addetta alle pulizie presso la piscina della società sportiva “Il Gabbiano” dove si allena la figlia: la bimba, infatti, aveva cominciato ad accompagnare la mamma durante i turni e si era appassionata al nuoto sincronizzato. L'allenatore aveva visto in lei ottime capacità sportive e aveva chiesto alla società di concederle il tesseramento: in un primo momento, però, le era stato negato, in quanto non ancora maggiorenne e cittadina italiana.
Riguardo alla questione è intervenuto il Ministro per l'Integrazione, Cècile Kyenge, che ha dichiarato: “ Sarà mia preoccupazione sensibilizzare il più possibile il parlamento perchè giunga al più presto a una riforma in tema di cittadinanza. Il caso della bambina in Veneto non è isolato ed è, tra l'altro, uno spreco di talento. Il tema della cittadinanza va risolto perchè, come in questo caso, lo sport può rappresentare un modo per agevolare l'integrazione dei nostri figli...Bisogna far capire che la diversità è una ricchezza per tutti”.
Anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, contrario allo ius soli, ha però detto, riferendosi alla situazione della bambina di origini tunisine, che: “ Serve un segnale di civiltà e di attenzione nei confronti delle aspirazioni di questa giovane e dei tanti bambini che vivono da anni in Veneto, terra dove l'integrazione è concreta, funziona e rappresenta un modello a livello nazionale”. Zaia ha poi continuato: “ ...L'unica colpa della bambina di Campodarsego è quella di non essere maggiorenne e non quella di non rispettare le regole, perchè è in Italia da oltre dieci anni, non ha nessun legame con la terra di origine dei genitori, essendo nata e vissuta qui. C'è un evidente cortocircuito burocratico che va risolto e su cui serve una meditazione seria e approfondita”.
Bisogna capire cosa accadrebbe qualora la bambina avesse qualche legame con la terra dei propri genitori, ad ogni modo un primo segnale positivo c'è. La Federnuoto, infatti, ha provveduto alla modifica dello statuto federale e il Coni dovrà varare il testo in autunno: sulla scorta delle leggi comunitarie per la tutela dei vivai giovanili, nella proposta, si legge: “ In tutti i settori è prevista e garantita la libera adesione di tutti gli atleti residenti in Italia alle attività giovanili, nonché la modalità di partecipazione alla successiva attività assoluta”. Intanto il caso della figlia di Ishem ha infiammato di nuovo il dibattito politico sul tema della cittadinanza.

lunedì 1 luglio 2013

Video della serata in occasione della campagna sulle tre leggi popolari: tortura, droga e carceri

Pubblichiamo il video della serata che l'Associazione per i Diritti Umani, in collaborazione con Spazio Tadini, ha organizzato in occasione della campagna per la raccolta firme sulle tre leggi popolari riguardanti l'inserimento del reato di tortura nel nostro sistema legislativo, l'uso di droghe e sostanze stupefacenti e le condizioni dei detenuti nelle carceri; una campagna nata dopo la sanzione che il nostro Paese ha ricevuto, a gennaio, dalla Corte europea per i diritti umani a causa del sovraffollamento degli istituti di pena. Una serata molto importante che si è potuta realizzare, nonostante il nubifragio a Milano, grazie alla presenza dei relatori, all'interesse del pubblico e all'impegno di tutti. Ringraziamo anche Mattia e Alessandro Levratti che, non potendo partecipare di persona, hanno realizzato una presentazione video del loro documentario intitolato “La prigione degli altri” che è stato molto apprezzato.





 

sabato 15 giugno 2013

Sovraffollamento delle carceri: il decreto del Ministro Cancellieri


A pochi giorni dalla campagna di raccolta firme sulle TRE LEGGI POPOLARI che riguardano la tortura, le droghe e le carceri (leggi popolari proposte per tentare di risolvere il problema dell'affollamento degli istituti di detenzione), il Ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha proposto un decreto per svuotare le prigioni.
Il decreto Cancellieri viene presentato in Parlamento proprio oggi, sabato 15 giugno 2013, e il 24 è atteso anche il provvedimento Severino in cui si ipotizza l'uscita dalla prigione per quelle persone che hanno mostrato di esserselo meritato e, inoltre, si propongono gli arresti domicilari o i lavori socialmente utili per alcune tipologie di reati.
Il Ministro Canecellieri ha ribadito di non pensare all'indulto, ma di applicare misure alternative solo per le persone non pericolose e per “coloro che hanno commesso reati che prevedono pene basse”. Oltre a questo, nel decreto Cancellieri, è previsto un ampliamento delle strutture, più “leggere, più aperte e più semplici da costruire”. Un piano, quello del Ministro, che dovrebbe risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri entro maggio 2104.
Ma, probabilmente, queste soluzioni non saranno sufficienti.
E' importante, infatti, migliorare anche le condizioni della permanenza del detenuto in carcere che deve poter lavorare, dentro o fuori l'edificio, per scongiurare la possibilità di recidiva. E, infine, è ancora più importante risolvere il problema della lentezza dei processi: il 18,6 % della polazione carceraria è ancora in attesa della sentenza di primo grado. “Su questo tema bisogna inventarsi qualcosa”, ha dichiarato la Cancellieri, aggiungendo: “Qualche progetto ce l'ho”.


In occasione della campagna per la raccolta firme sulle tre leggi popolari, l 'Associazione per i Diritti Umani, in collaborazione con l'Associazione Spazio Tadini, organizza

giovedì 27 giungo, alle ore 18.00, a Milano

l'incontro dal titolo: GIUSTIZIA E DIRITTI: TRE LEGGI POPOLARI SU TORTURA, CARCERI E DROGHE

Lunedì pubblicheremo il programma per esteso.






lunedì 6 maggio 2013

Aborto in caso di malattia grave: un dibattito sempre aperto


Si chiama Isabel, ha 22 anni ed è gia madre, ma è incinta di un altro figlio. Isabel vive a El Salvador - un piccolo Stato di un milione di persone, in Centro america - ed è molto malata: è affetta da Lupus eritematoso sistemico, una malattia del sistema immunitario, e da insufficienza renale. La gravidanza peggiora le sue condizioni di salute, tanto da mettere in pericolo la sua vita.
I medici, inoltre, sostengono che il figlio che porta in grembo nascerà morto in quanto è anencefalico - ovvero privo di cervello - per cui Isabel avrebbe deciso di abortire. Ma nel suo Paese l'interruzione di gravidanza è severamente vietata e la pena prevista sarebbe di otto anni di detenzione.
L'opinione pubblica di El Salvador è divisa in due: da una parte i rigidi sostenitori della legge e, dall'altra, i cittadini che vorrebbero vedere salva la vita di Isabel.
Il rappresentante dell'Onu a El salvador, Roberto Valent e il Ministro della salute, Marìa Isabel Rodrìguez, appoggiano la disperata richiesta della ragazza, mentre il Vescovo, Josè Luis Escobar, ha affermato che: “Sembra uno stratagemma per conseguire la legalizzazione dell'aborto. Chiedo all'Alta Corte di ricordare che, per la Costituzione, una persona umana è tale dal concepimento”. E Isabel si è rivolta proprio al Tribunale Supremo che sta valutando il suo caso mentre Amnesty International parla di “norme crudeli e disumane” e di “omicidio di Stato”.
Il dibattito è aperto anche in Cile, nella Repubblica Dominicana, in Honduras e Nicaragua. Ma la storia di Isabel riguarda uomini e donne di tutte le nazionalità,perchè pone al centro della riflessione un dibattito etico e morale di carattere universale. 



mercoledì 24 aprile 2013

La laicità è donna: per una rinascita culturale declinata al femminile



E' da poco stato pubblicato, per le edizioni L'asino d'oro, un piccolo, ma importante saggio dal titolo La laicità è donna di Marilisa D'Amico.
Marilisa D'Amico è Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano, avvocato cassazionista, direttore della Sezione di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale e, dal 2011, è membro del Consiglio comunale e presidente della Commissione affari istituzionali del Comune di Milano. Con questo volume ha voluto analizzare i nodi che intralciano il percorso della piena realizzazione dei diritti delle donne, con particolare riferimento alla mancata applicazione del principio di laicità costituzionale.
Il testo presenta un linguaggio chiaro, approfondimenti interessanti e densi di riferimenti alle esperienze professionali dell'autrice da cui si evince la passione e l'onestà con cui Marilisa D'amico ha voluto esprimere la sua fiducia nelle risorse e nelle energie di tutte quelle donne, giovani e meno giovani, che oggi, come nel passato, si impegnano per una società più equilibrata e giusta.

Abbiamo rivolto alcune domande alla Prof.ssa Marilisa D'Amico



Perché ha scelto di citare, in apertura del saggio, Teresa Mattei?

La scelta di citare in apertura questo estratto da un intervento in Assemblea costituente di Teresa Mattei è legato in modo profondo alla mia volontà di dedicare questo scritto alle donne della mia vita, quelle che mi hanno aiutato a crescere.
Il brano di Teresa Mattei vuole essere un tributo alle energie e alle capacità femminili, troppo spesso, ancora nascoste e inutilizzate.
Serve a ricordarci l’importanza della partecipazione delle donne alla vita del nostro Paese e quanto ancora lunga sia la strada verso una democrazia, che si dimostri a tutti gli effetti e livelli paritaria.
Teresa Mattei parla di “un cammino liberatore” ed è qui che mi rivolgo alle giovani donne, perché sappiano farsi portavoce della convinzione che la parità, in ogni settore della vita di un Paese, è condizione imprescindibile per la costruzione di una società nuova e più giusta.
Questo brano di Teresa Mattei unisce tutte le donne in un percorso comune, ricordandoci da dove veniamo e dove vogliamo arrivare.

Qual è la differenza tra “laicità” e “metodo laico”?

La laicità è un principio costituzionale “supremo”, non espressamente scritto nella Costituzione, che la nostra Corte costituzionale ha ricavato da alcuni principi costituzionali in una fondamentale sentenza del 1989.
Il principio di laicità all’”italiana” è un principio di laicità c.d. “positivo”, che non significa indifferenza dello Stato nei confronti del fenomeno religioso, ma, viceversa, garanzia per la salvaguardia della libertà di religione, in un regime di pluralismo confessionale e culturale.
E’ sulla base di queste affermazione che nel mio scritto descrivo la laicità come “una casa comune”. Una casa comune dove tutti i cittadini siano liberi di scegliere la propria visione della vita, senza prevaricazioni degli uni sugli altri.

Dal principio di laicità discende, allora, quello che io definisco il “metodo laico”.
La laicità costituzionale non è, infatti, da intendersi solo come separazione dell’ordine statale e religioso, ma anche come un metodo che passa innanzitutto attraverso il dialogo e il confronto e che porta all’apertura alle differenti realtà sociali, nel senso della loro inclusione.
Il metodo laico è quel metodo, che dovrebbe essere adottato dalle istituzioni e che garantisce la piena tutela dei diritti fondamentali e la tenuta dell’ordinamento democratico nella difesa della nostra libertà.

Quale può essere il legame tra legislatore, giudice e cittadino?

In uno Stato costituzionale come il nostro, i diritti fondamentali, quelli che toccano più da vicino la vita delle persone, ricevono tutela in spazi e in luoghi diversi.
Gli attori di questa tutela, che spesso assume i caratteri di una contesa, sono il legislatore, i giudici, comuni e costituzionale, i cittadini.
All’interno del nostro ordinamento, infatti, i diritti fondamentali possono ricevere una consistenza diversa a seconda che vengano fatti oggetto della disciplina del legislatore o delle decisioni dei giudici.
Un’ipotesi ancora diversa è quella che si verifica quando siano gli stessi cittadini, attraverso lo strumento del referendum abrogativo, a intervenire a tutela dei propri diritti.
Esiste, dunque, certamente un legame tra i diversi attori dell’ordinamento che porta, però, spesso a situazioni conflittuali in cui i giudici contraddicono o anticipano le scelte del legislatore e, talvolta, sembrano i soggetti migliori per decidere le questioni più controverse.


Nel libro sono approfonditi alcuni temi a lei cari, quali: l'interruzione di gravidanza, la fecondazione assistita, i diritti delle donne straniere. Può raccontarci una sua esperienza come avvocato costituzionalista?

Nella mia esperienza come avvocato, credo che uno dei momenti di maggiore soddisfazione sia stata la vittoria ottenuta nel giudizio davanti alla Corte costituzionale, in tema di fecondazione medicalmente assistita.

Nel 2009, insieme ad altri avvocati, sono infatti riuscita a fare dichiarare incostituzionale uno dei limiti più irragionevoli della legge n. 40/2004.
In particolare, era stato chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi su quella norma della legge n. 40/2004, che limitava a tre il numero massimo di embrioni destinati all’impianto, nell’ambito delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita di tipo omologo.
Si trattava di un limite rigido che aveva ripercussioni notevoli sulla salute psico-fisica della donna e che rendeva molto difficile per le coppie sterili e infertili, a cui pure la legge si rivolgeva, ottenere una gravidanza.
Il limite rigido dei tre embrioni costituiva, inoltre, l’espressione più tangibile dell’approccio ideologico del legislatore del 2004 al tema della procreazione artificiale. Un embrione che, stando alla lettera della legge, avrebbe dovuto ricevere la tutela più forte, in quanto soggetto più debole, rispetto ai diritti di tutti gli altri soggetti coinvolti.

In quell’occasione, la Corte costituzionale ci ha dato ragione, dichiarando incostituzionale quel limite e ridando speranza e consistenza al diritto di tante coppie di poter avere un bambino, avvalendosi delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita.

La soddisfazione è stata enorme e, tuttavia, il percorso per arrivare alla Corte è stato lungo, complesso e non privo di difficoltà.
In un sistema come il nostro che non consente al cittadino di rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale, la principale difficoltà che mi trovo quotidianamente ad affrontare, come avvocato, riguarda proprio l’accesso al giudizio davanti alla Corte costituzionale.
Di fronte a scelte legislative ideologiche, come nel caso della legge sulla fecondazione medicalmente assistita, l’unica strada per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini è, infatti, quella giudiziaria nel tentativo di giungere dinanzi alla Corte costituzionale.
Da qui le difficoltà per noi avvocati, ma anche le soddisfazioni quando, come è accaduto con la decisione n. 151/2009 della Corte costituzionale, riusciamo a portare le istanze dei cittadini davanti alla Corte e ad ottenere la tutela di quei diritti fondamentali di cui il legislatore, sbagliando, si sia disinteressato.

A che punto è il nostro Paese riguardo al rapporto tra laicità e libertà?

Nel libro ho descritto tutta una serie di vicende dalle quali è possibile trarre alcune conclusioni su questo punto.
Lo smarrimento del principio di laicità costituzionale determina conseguenze negative, in primo luogo, sulla libertà dei cittadini, che la Costituzione tutela al suo articolo 2.
Il significato più profondo della laicità si collega, infatti, al termine libertà, espressione del diritto di autodeterminazione dell’individuo, intesa come fiducia nel cittadino di scegliere in base ai propri convincimenti.
Le soluzioni normative di cui si dà ampio conto nello scritto non fanno che evidenziare l’atteggiamento moralizzatore e ideologico di un legislatore, che invece che bilanciare diritti, li gioca gli uni contro gli altri. In luogo dell’individuazione di un punto di equilibrio, di uno spazio comune in cui i diritti fondamentali di tutti possano ricevere tutela, si assiste a soluzioni non laiche, calate dell’alto, che privilegiano i diritti di alcuno contro quelli di altri.
Si pensi alla legge n. 40/2004, in materia di fecondazione assistita, emblematica di come il legislatore scelga di assegnare un’indubbia prevalenza ai diritti dell’embrione a discapito di quelli delle coppie.

Ritengo, in estrema sintesi, che sul tema dei diritti fondamentali dei cittadini il nostro Paese si trovi in una posizione di pericolosa arretratezza, a cui la politica, sinora, non ha saputo fornire risposte adeguate.


Infine, può spiegare il significato del titolo del suo lavoro: La laicità è donna?

La scelta del titolo si lega fortemente alla convinzione per la quale ritengo che la perdita della tenuta laica del nostro Stato, che vede sempre più spesso i diritti fondamentali oggetto di una lotta, di una tensione tra visioni diverse e contrastanti, si ripercuota negativamente, in modo particolare, sui diritti delle donne.
Da qui, la scelta di ripercorrere alcune delle principali questioni che sorgono a fronte della confusa e spesso insufficiente applicazione del principio di laicità costituzionale.

Gli effetti di questo smarrimento del principio di laicità sono, infatti, molto chiari se si guarda ad alcuni episodi degli ultimi anni, che hanno visto le donne, loro malgrado, protagoniste.
Mi riferisco alla vicenda della legge sulla procreazione medicalmente assistita, ai tentativi di paralizzare la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, all’assenza delle donne nelle istituzioni.
Esempi dai quali emerge come la crisi del principio di laicità tocchi prima di tutto il ruolo e la posizione delle donne nella società. Donne assenti nelle istituzioni e negli organi decisionali, donne costrette a una visione della maternità come supremo sacrificio, donne private del diritto fondamentale di decidere se portare avanti o meno una gravidanza.
Donne che non possono scegliere, emarginate e, spesso, sole.

Ho scelto di dedicare questo mio lavoro alle donne della mia vita, sentendo in modo molto forte il compito di un mio impegno civile e politico, nella speranza che siano le giovani donne ad accettare e, finalmente, a vincere la grande sfida di costruire una democrazia veramente paritaria.


Marilisa D'Amico




lunedì 22 aprile 2013

I Rifugiati politici , Cittadini del Nulla I nodi ciechi e le porte chiuse. Cosa significa essere rifugiato politico in Italia.


Pubblichiamo la seguente lettera aperta, come suggeritoci, gentilmente, da Raffaele Taddeo, dell'associazione “La tenda” e da Stanisic Bozidar.



Quando non puoi cambiare la situazione lancia un sasso in mare e osserva la moltiplicazione dei cerchi sull’acqua, forse quel movimento porterà il tuo sussurro fino agli oceani.

Lo vedevo spesso nei vicoli del centro storico di Trento e in via Roma, nella biblioteca centrale della città. La mattina andava lì, lavava la sua faccia nel bagno, cercava un po' di calore nel profumo del caffè e delle brioche del bar.
Gli chiedevo: “Come stai?”. Diceva: “Dalla mattina fino alla sera cerco lavoro senza trovare nulla, passo le notti in strada vicino alla stazione sopra i tombini dell’areazione per non congelarmi. Pranzo alla Caritas se arrivo in tempo”.
Poi si è perso. Chiedevamo a chiunque, ma nessuno sapeva nulla di lui. Un giorno abbiamo saputo che aveva richiesto asilo politico alla Svezia. Ancora mesi di silenzio, fino a quando ci dissero che volevano rimandarlo a Trento e che lui, per rimanere là, aveva tentato per tre volte il suicidio nel campo rifugiati. Alla fine l’ufficio competente svedese aveva accettato di prendere in considerazione il suo caso”.

Scriviamo questa lettera affinché il grido di sofferenza di un uomo sia di invito per i nostri concittadini a pensare alla situazione di decine di migliaia di altri esseri umani e più in generale alla condizione del rapporto fra gli uomini del nostro tempo. Come rifugiati politici che vivono in Italia da oltre cinque anni, siamo giunti alla conclusione di dover impugnare la penna e raccontare di quell’uomo indefinito: “Chi è il rifugiato politico? Cos’è l’asilo politico? Cosa significa chiedere quest’asilo all’Italia? Che significa per l’Italia dare questo asilo?”. Il rifugiato politico è l’emblema di tutte delle contraddizioni del mondo globale. Prigioniero di due stati, quello da cui è fuggito e quello che lo ha accolto, e di nessuna cittadinanza.
Un uomo costretto a vivere senza volto. Un fantasma che nel migliore dei casi trova di fronte a sé tre grandi porte chiuse. Infatti, ammesso che il suo corpo riesca a non diventare mangime per i pesci, o a non venir schiacciato dai camion cui si aggrappa per superare la frontiera, o che riesca ad affrontare tutti i confini visibili e invisibili fino ad arrivare in questa terra, una volta ottenuto l'asilo politico trova comunque di fronte a sé tre grandi porte chiuse.

La prima porta. Questa porta riguarda l'impossibilità in Italia di poter dare continuità a quell’attività politica e sociale per la quale il rifugiato ha rischiato la propria vita e per la quale è stato costretto ad abbandonare la terra d’origine, gli affetti e le sue proprietà. Chi entra a far parte della categoria di rifugiato politico non ha infatti la possibilità di continuare un’attività che mantenga le reti create precedentemente o che gli permetta di attivarne di nuove nel paese ospitante. Questo è il caso di giornalisti, attivisti, avvocati, registi e studenti che non hanno abbandonato il proprio paese alla ricerca di un miglioramento economico, ma con l’obiettivo di perseverare nelle loro attività politiche, sociali e culturali. Non potendo fare ciò, il loro sacrificio, e quello degli ex colleghi, dei familiari e degli amici rimasti nel paese d’origine, perde qualsiasi senso.
In un paese come l’Italia, privo di una legge organica in materia, nei migliori dei casi il rifugiato si vede costretto a vivere di piccoli sussidi che ne permettono la sopravvivenza ma non ne favoriscono la realizzazione personale. Si permette al corpo di sopravvivere mentre l'anima avvizzisce. Stiamo parlando di uomini e donne che hanno elevati titoli di studio, specializzazioni, spirito imprenditoriale, desiderio di restituire il favore dell’accoglienza arricchendo la società che li ospita. Persone dotate del carisma necessario per contrapporsi a regimi dittatoriali e sanguinari e che spesso hanno una tale forza d'animo da poter dare certamente un prezioso contributo a qualsiasi società. Eppure ogni loro intenzione, ogni loro energia propositiva e vitale è spenta dalla totale insensatezza del meccanismo burocratico che “gestisce” la loro nuova vita di non-cittadini. Un meccanismo che preferisce elargire sussidi, trovare lavori poco decorasi ma “controllati”, rinchiudere in alloggi “protetti” o superaffollati al permettere un’attiva realizzazione delle proprie aspirazioni.
La seconda porta. Questa porta è sbarrata dalla “Convenzione di Dublino” cui aderiscono 24 paesi europei e in cui si obbliga il primo paese ricevente a registrare le impronte digitali del richiedente e limitarne entro i propri confini la residenza, la circolazione e il lavoro: questo rende la condizione di asilo politico un esilio di fatto. Un regolamento criticato fortemente sia dal Consiglio Europeo per i rifugiati e gli esuli che dall'UNHCR in quanto incapace di tutelare i diritti fondamentali dei rifugiati. Ed è paradossale che in una società globale in cui tutto sembra potersi muovere liberamente (merci, notizie, stili di vita, contenuti culturali e mediali) le persone non abbiamo gli stessi “diritti di movimento”. Si sente spesso dire che in questo tempo le persone sono trattate come merci. Ma nel caso dei rifugiati politici lo status di “persona” sembra addirittura inferiore a quello di qualsiasi prodotto commerciale.La terza porta. Questa porta è chiusa dall’impossibilità del ritorno in patria. I rifugiati si trovano costretti, così, ad ondeggiare in un limbo. Un limbo che più che una questione sociale o di dignità personale sta sempre più diventando un metro di civiltà. Secondo recenti dati Istat negli ultimi due anni, sul solco della crisi economica che ha colpito l'Italia, già 800.000 immigrati hanno deciso di lasciare il Paese per rientrare nei loro stati d’origine. E’ bene ricordare, anche se può sembrare tautologico, che il rifugiato politico a differenza degli immigrati non ha la possibilità di tornare nel proprio paese di origine nemmeno quando il paese “ospitante”, come nel caso di un'Italia in profonda crisi, versa in situazioni economiche e sociali che non ne permettono una vita dignitosa. Ed è soprattutto utile ribadire che sul limbo in cui fluttuano i rifugianti politici pende una duplice condanna sancita dalle mancanze dei governi dell’Unione Europea (Premio Nobel per la Pace 2012). Perché duplice condanna? In primis perché fuggono da conflitti o regimi dittatoriali direttamente o indirettamente sostenuti dagli stessi governi europei che, in secondo luogo, non hanno attuato politiche condivise ed efficaci per la loro accoglienza, inserimento e valorizzazione e per il rispetto della loro dignità. Fatto drammaticamente rilevante per l’Italia che, ad oggi, non ha ancora espresso una benché minima legge in materia. Attualmente l’Italia sta ospitando solo 58.000 rifugiati politici a fronte dei 570.000 ospitati dalla Germania. Eppure sembra solo quello italiano ad essere un caso emergenziale, sebbene i numeri ne smentiscano l’intensità.
Queste tre porte, serrate con l’efficacia del ferro e del cemento, sono tuttavia invisibili e non servono né pugni né baionette per aprirle. Solo poche parole d’ordine ne possono permettere magicamente l’apertura. Parole che però possono sciogliere questo incantesimo inumano solo se pronunciate a gran voce da tutta la società.
Queste parole d’ordine, che vorremmo sentire urlate a gran voce dalla società civile e dai mezzi di informazione, altro non sono che tre semplici provvedimenti: una legge organica per i rifugiati politici, l’abolizione della Convenzione di Dublino e l’accelerazione dei tempi burocratici per il diritto di cittadinanza. Senza queste tre parole d’ordine il rifugiato politico non potrà mai trovare un posto all’interno della società, non potrà mai conoscere i propri diritti doveri, non potrà mai essere un attore sociale attivo, non potrà contribuire ad arricchire la società che lo ha accolto e di cui fa parte. Ma rimarrà un cittadino del nulla. Senza cittadinanza altro non è che un “fantasma burocratico” in balia del semplice e puro assistenzialismo. Come un bambino intelligente e dotato costretto a rimanere tutta la vita in una culla. Sempre accudito, mai adulto.

Non potendo varcare le tre porte il rifugiato politico cade nel vuoto dei “tombini” lasciati aperti nelle strade. Viene risucchiato dai loro gorghi e scompare fra i rifiuti senza nemmeno passare per la raccolta differenziata.
La caduta passa attraverso quattro diversi gironi danteschi in cui il rifugiato si trova ad essere risucchiato in un movimento lento, graduale e inesorabile.
Il primo girone è rappresentato dagli enti locali - nel caso del Trentino dal Cinformi. Senza una legge organica il rifugiato politico percepisce subito gli enti locali come strutture imbalsamate e inermi di cui non è chiaro il ruolo né le direttive. Passata la fase emergenziale dell’accoglienza immediata (fase che può durare anche alcuni anni), il rifugiato politico viene poi spinto dagli enti locali nella bocca del secondo girone: quello delle agenzie per il lavoro.
In questo girone – quello in cui i condannati sono costretti a cercare un lavoro che non avranno mai – l’assenza della cittadinanza e l’impossibilità di potersi muovere liberamente nei diversi stati alla ricerca di un lavoro che corrisponda alle proprie inclinazioni crea il più grande dei circoli viziosi: la mancanza di offerte di lavoro dovuta alla crisi economica, infatti, obbliga all’assistenzialismo continuo, ultima via verso il margine della società.
Il terzo girone passa per le infinite vie degli assistenti sociali e dei loro tentativi di trovare alloggi protetti, case famiglia e lavori scartati dagli italiani.
L’ultimo girone, esaurite tutte le possibilità di inserimento, passa per il semplice meccanismo di soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza presso enti legati alla Chiesa, come ad esempio Caritas.
Il rifugiato entra così in una serie di circoli viziosi in cui ogni emergenza ne produce un’altra peggiore. Intendiamoci, nessuno dei livelli ha delle colpe o semplicemente delle mancanze specifiche. E' l'intera impalcatura che non regge e che fa si che tutti navighino a vista e nessuno sappia realmente cosa fare. Sembra infatti sempre più evidente che nessuno dei livelli istituzionali (i gironi) sia realmente preparato ad intervenire nella gestione di questo fenomeno con strumenti adeguati e specificatamente studiati per i rifugiati politici. L'intervento generico e approssimativo in realtà ne facilita la caduta o crea nei migliori dei casi un sistema assistenzialistico a ciclo continuo che attraverso fondi europei, o quelli stanziati ad hoc per i casi emergenziali, arricchisce i gironi ma non redime le anime dannate.
Alla fine e nel fondo dei quattro gironi c’è la pace dei sensi (per le istituzioni) e l’inferno (per i rifugiati), ovvero: l’assenza di qualsiasi responsabilità.
Al di là della precarietà economica, la vera caduta nel vuoto è la fragilità mentale che consegue a tale trattamento e che, se non conduce necessariamente alla morte fisica, ne comporta di certo una psicologica: il rifugiato diventa un’anima morta in un corpo mobile e la società subisce il progressivo ingrandimento di un cimitero di corpi senza nome che camminano nella città, mangiano in chiesa e dormono per strada. Morti viventi cui è tolta la possibilità di creare rete e lavoro e che diventano così un pericolo per la società, oltre che per sé stessi. Il tombino va dunque chiuso dipingendo aperture sulle pareti. Solo attraverso una legge organica, e quindi istituzioni adeguate, si possono rompere questi circoli viziosi e creare uno spazio in cui l’asilo politico sia ponte tra i beni culturali e sociali di due paesi differenti.
Per quanto riguarda il nostro caso specifico di rifugiati politici, dopo più di cinque anni vissuti in Trentino abbiamo iniziato ad amare questa terra e a tessere con essa dei legami profondi. Una terra in cui abbiamo cresciuto nostro figlio che parla e si sente in tutto e per tutto italiano. Per lui il Trentino è il suo pianeta, la sua famiglia allargata e la sua infanzia. E' una parte inseparabile del suo Sé sulla quale sta costruendo l'uomo che sarà un domani.
Una terra che inoltre abbiamo provato a vivere intensamente a livello sociale e culturale attraverso molteplici progetti: innanzitutto il “Progetto Afghanistan 2014” realizzato con la collaborazione del Forum per la Pace del Trentino, di Filmwork Trento e delle Fondazioni Fontana e Mehregan. Un progetto dai molti risvolti politici, sociali ed economici che coinvolge importanti attori esteri e locali e che si propone di fare del Trentino il centro internazionale di un profondo dialogo interculturale sul futuro dell'Afghanistan ma soprattutto su un futuro comune basato sulla cultura della pace. Altri progetti hanno invece riguardato più strettamente la nostra attività di registi. In questi anni abbiamo infatti prodotto e realizzato in Trentino diversi film e portato con orgoglio il nome della Provincia Autonoma di Trento alle oltre cinquanta proiezioni presentate all’estero e in altre regioni d’Italia anche in occasione di importanti kermesse e festival internazionali. Infine, da tre anni a questa parte abbiamo dato vita all'Associazione Sociocinema, nata in collaborazione con alcuni studenti della facoltà di sociologia dell'Università di Trento. Un'associazione che attraverso un workshop di cinematografia digitale, da noi tenuto, promuove l'uso di strumenti digitali per raccontare la realtà sociale.
Nonostante tutto ciò, nonostante i nostri sforzi per integrarci ed essere parte attiva del tessuto sociale che ci ha accolti, ci troviamo però nella situazione di dover continuamente scontrarci con gli innumerevoli ostacoli e le difficoltà che, come sopra descritto, ogni rifugiato si trova a dover affrontare in questo paese. Difficoltà che limitano la nostra capacità di agire in modo indipendente e di fronte alle quali tutte le istituzioni sembrano essere impotenti. Ed è proprio vista la mancanza di responsabilità manifestata a qualsiasi livello dalle istituzioni e data la situazione paradossale in cui ci troviamo, ad esempio quella di disporre di finanziamenti in Paesi esteri cui non possiamo accedere per il semplice motivo di non possedere una cittadinanza (finanziamenti che se sbloccati ci permetterebbero di generare progetti e ricchezza anche per la terra che ci sta ospitando) chiediamo la cittadinanza immediata. Una richiesta che non deve essere intesa nell'ottica dello scontro, ma come forma di resistenza non violenta e come strumento per poter diventare autonomi e indipendenti rinunciando a qualsiasi forma di assistenza. Chiediamo la cittadinanza immediata come atto d’amore totale verso il territorio e le persone che ci hanno accolto e in cui abbiamo investito molto, affettivamente e professionalmente. Vogliamo continuare a farlo, con ancora maggior trasporto e sentimento, ma da cittadini italiani.

Razi Mohebi
Soheila Mohebi

11 aprile 2013

mercoledì 17 aprile 2013

Seconde generazioni: libertà di culto e diritto al lavoro



Si chiama Sara Mahamoud, ha 21 anni: è nata in Italia da genitori egiziani, è musulmana e indossa il velo.
Sara è, quindi, italiana a tutti gli effetti e anche egiziana, parla con una certa inflessione milanese e conosce anche la lingua araba: studia per laurearsi in Beni Culturali all'Università Statale e vuole contribuire al suo mantenimento con lavoretti saltuari, ma ogni volta la risposta alle sue domande di lavoro, è: “Sei molto carina, ma se vuoi lavorare qui devi togliere il velo”.
Il velo che indossa è l'hijab, che copre solo i capelli e lascia scoperto il (bel) viso. Zita Dazzi ha riportato sul quotidiano La Repubblica la vicenda della ragazza e si legge: “ L'ultimo no è scritto nero su bianco nella mail di risposta avuta da una società che cura eventi in Fiera, che l'ha respinta per il suo rifiuto di togliere il fazzoletto che le copre i capelli. Sara ha così deciso di rivolgersi a uno studio di avvocati specializzati in procedimenti contro la discriminazione razziale e di fare causa per stabilire quello che ritiene un suo diritto: portare il velo come prescrive la sua religione senza essere ingiustamente penalizzata sul lavoro e nella società”.
Il lavoretto in questione prevedeva un'attività di volantinaggio e Sara ha voluto mostrare, anche davanti alle telecamere di alcuni telegiornali, le mail intercorse tra lei e i suoi possibili datori di lavoro. “ Ciao Sara, mi piacerebbe farti lavorare perchè sei molto carina. Ma sei disponibile a toglierti il chador?” “Ciao Jessica, porto il velo per motivi religiosi e non sono disposta a toglierlo. Eventualmente potrei abbinarlo alla divisa”. “Ciao Sara, immaginavo. Purtroppo i clienti non saranno mai così flessibili, Grazie comunque”.
A questo punto la ragazza si è, come detto, rivolta al Tribunale di Lodi e i suoi legali, Alberto Guariso e Livio Neri, depositeranno un ricorso chiedendo: “ di accertare e dichiarare il carattere discriminatorio dei comportamenti tenuti dalla società che ha negato il lavoro alla giovane per il velo che indossa. Anche la Corte europea ha sempre sancito che le limitazioni che incidono sulla libertà religiosa possono essere introdotte solo a tutela dei diritti personali altrettanto importanti, come la sicurezza o l'incolumità personale, non certo per inseguire un presunto gradimento della clientela”.

lunedì 11 marzo 2013

Il Presidente USA e le leggi discriminatorie

Barack Obama è tornato a parlare a favore della parità dei diritti per le coppie omosessuali. Il Dipartimento di Giustizia dell'amministrazione Obama si è, infatti, rivolto alla Corte Suprema di Washington per l'abolizione dei paragrafi del “Defense of Marriage Act” che vietano alle coppie gay di usufruire degli stessi diritti di quelle etero in relazione ai benefici previdenziali, fiscali e relativi all'immigrazione.
Il “Defense of Marriage Act” era stato approvato, in un primo momento nel 1996, da Bill Clinton per ottenere consensi da parte dei conservatori ed era, poi, stato confermato da George W. Bush, nel 2005, che lo trasformò nell'emendamento della Costituzione, secondo il quale si definisce “unione matrimoniale” solo quella tra un uomo e una donna.
Secondo l'amministrazione Obama, invece: “Impedire ai coniugi dello stesso stesso di godere di benefici federali significa discriminare molti gay e lesbiche legalmente sposati in base alle leggi degli Stati dove risiedono, ostacolando la loro possibilità di contribuire alla società”. Inoltre i paragrafi del “Defense of Marriage Act” sono in palese contraddizione con il Quinto Emendamento della Costituzione sulla parità dei cittadini davanti alla legge.
Ricordiamo che proprio Barack Obama, nel suo recente discorso per l' Inauguration Day, si era detto pronto a combattere l'omofobia, da lui equiparata alle discriminazioni nei confronti delle donne e degli afroamericani.
Per sottolineare l'importanza di questo punto, durante la cerimonia di insediamento al Campidoglio, Obama ha invitato il poeta Richard Blanco.
44 anni, omosessuale dichiarato, di origine cubane: un ispanico gay. Due caratteristiche per poterlo definire un “diverso”, secondo alcuni.
Invece sia il Presidente degli Stati Uniti sia Blanco hanno dato un grande segnale di apertura e di cambiamento, come confermato dallo stesso scrittore: “ Il tema centrale della mia poesia è la ricerca dell'identità, individuale e di popolo: io concepito a Cuba, nato in Spagna e assemblato a Miami, ho cercato con testardaggine e sofferenza di capire la mia natura di nuovo americano, di omosessuale, senza radici geografiche, ma con un forte senso di appartenenza spirituale”. E, dopo l'elezione di Obama nel 2008, aveva aggiunto: “Ho visto la mia storia ed insieme la fotografia di un profondo cambiamento, la vittoria della solidarietà nella diversità, la tolleranza, il sentirsi uguali pur essendo diversi”. Speriamo che il miracolo continui.


 

venerdì 22 febbraio 2013

Rapporto Human Rights Watch: l'Italia respinge in Grecia i minori non accompagnati




La Grecia e l'Italia affrontano continuamente pressioni migratorie perchè sono Paesi alle frontiere esterne dell'Unione europea.
Ahmed è uno dei tanti migranti. E' riuscito a nascondersi sotto un camion e salire a bordo di un battello diretto verso un porto italiano. Dopo 18 ore di viaggio, incastrato tra la cima di una scatola ed un asse, è riuscito ad arrivare in Italia, ma qui la polizia lo ha arrestato. Ahmed era un minorenne, scappato dall'Afghanistan che racconta di non aver avuto un traduttore a disposizione che lo aiutasse a spiegare la sua storia: in Italia non ha mai avuto né un avvocato, né un rappresentante di una Ong che lo informassero sui suoi diritti. Dopo quattro ore dal suo arrivo, Ahmed è stato rispedito in Grecia sulla stessa nave sulla quale era arrivato.
Questa è una delle storie riportate dal sito di Human Rights Watch su cui si può leggere il rapporto, pubblicato il 22 gennaio scorso, sui respingimenti in Grecia degli stranieri che chiedono asilo nel nostro Paese.
Basato su 29 interviste a migranti e richiedenti asilo – uomini e ragazzi – che sono stati rispediti in Grecia da parte dei funzionari di frontiera italiani (oltre che sugli interventi di operatori e funzionari di governo), il rapporto documenta le procedure burocratiche a cui vengono sottoposte le persone che, ogni anno, raggiungono il suolo italiano nascoste sui traghetti, dopo viaggi pericolosi e interminabili.
Nonostante le indicazioni del Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e il Piano d'Azione dell'UE sui Minori non accompagnati, molti dei migranti intervistati hanno lamentato di essere stati confinati in cattive condizioni e di essere stati addirittura ammanettati per tutta la durata del viaggio di ritorno in Grecia senza avere la possibilità di accedere a cibo, acqua e servizi igienici.
Si sono verificati, inoltre, numerosi casi di errori nella procedura di screening del minore (per esempio nel rilevamento dell'età) che si aggiungono, come detto, alla mancanza di fornitura di avvocati, interpreti, servizi che vadano a protezione della persona e dei suoi diritti.
In base al diritto internazionale, invece, l'Italia “ha l'obbligo di verificare se chi esprime il timore di una persecuzione qualora respinto abbia invece bisogno delle protezioni internazionali accordate ai rifugiati”. Le norme internazionali statuiscono anche che un minore non accompagnato debba essere accolto affinché ne vengano garantiti i migliori interessi”, sempre come si legge sul rapporto di Human Rights Watch.
Una volta ritornati in Grecia non esistono strutture di accoglienza adeguate, per cui molte persone respinte dall'Italia sono abbandonate a se stesse oppure destinate ai centri di detenzione e qui le loro condizioni sono state definite dal Commissario europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, “semplicemente terribili”.

mercoledì 6 febbraio 2013

Il digiuno di Don Virginio Colmegna. Sui temi del diritto, delle carceri e della dignità

Anna - ma è il suo nome di fantasia - è una ragazza rom di 27 anni, madre di tre figli che, nel 2006, era finita a chiedere l' elemosina nelle metropolitane di Milano ed era stata denunciata per accattonaggio. Si era rivolta alla Casa della carità - presieduta da Don Virginio Colmegna - dove aveva preso dimora fino al 2010 quando era riuscita a trovare una casa per sè e per i propri bambini. Aveva anche iniziato un percorso di inclusione nella società con il proprio domicilio, un lavoro presso una persona molto nota della città e con la possibilità d mandare i figli a scuola.
Ma, dopo sette anni, è stata arrestata. E' accaduto poci giorni fa e Anna non sapeva neanche della condanna perchè l'avvocato d'ufficio non l'aveva messa al corrente del processo a suo carico. La giovane donna deve scontare sei mesi nel carcere di Como con l'accusa di "accattonaggio con minore". Il reato di accattonaggio è stato abrogato nel 1995 dalla Corte Costituzionale; oggi rimane quello di "accattonaggio con minore" che prevede una pena fino a tre anni.
Don Virginio Colmegna ha iniziato il digiuno a oltranza e dichiara che: " Non è una protesta solo per Anna, ma contro le carceri in generale. Altro che balle: il sovraffollamento è dovuto al fatto che in galera ci sono centinaia di persone che non dovrebbero starci. Come questa ragazza di 27 anni rumena.  Tutta gente che dovrebbe intraprendere percorsi di riabilitazione. Oggi il carcere serve solo a rompere e rovinare belle storie di recupero. Digiunerò fino a quando (Anna) non verrà scarcerata".
Casa della carità - insieme all'associazione Antigone, Camera penale di Milano, Centro Ambrosiano di solidarietà, Osservatorio carcere e territorio di Milano - ha presentato , a Palazzo Marino, un appello dal titolo:  Carcere, diritti e dignità perchè, come sostiene Corrado Mandreoli dell'Osservatorio: " Sovraffollamento, carenze igieniche, mancanza di risorse per progetti di reinserimento, sono solo alcuni dei problemi. E tutti devono farsene carico". Nell'appello di chiedono: la depenalizzazione dei reati minori, più pene alternative alla detenzione e la cancellazione di tre leggi: la Fini-Giovanardi sull'uso di alcune sostanze stupefacenti; la Bossi-Fini sull'immigrazione; e la ex-Cirielli sulla recidiva.