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martedì 22 dicembre 2015

Una giornata nell'agenzia di stampa delle donne curde



Kurdistan, a Diyarbakir arrestata una giornalista curda La reporter Beritan Canozer è stata arrestata a Diyarbakir, nel corso di una manifestazione. Fa parte dell'agenzia di stampa JinHa, gestita interamente al femminile



di Martino Seniga (da www.rainews.it)






Turchia, due morti negli scontri a Diyarbakir tra curdi e polizia di Martino Seniga 17 dicembre 2015. E' stata arrestata mentre cercava di svolgere il suo lavoro, raccontare quello che stava accadendo durante la manifestazione per chiedere la fine del coprifuoco nel Sur, la città vecchia di Diyarbakir. Si chiama Beritan Canözer, la giornalista dell'agenzia di stampa JinHa, all’ultimo piano di uno degli edifici più alti di Diyarbakir. Jin in curdo vuol dire donna e qui lavorano solo donne. Le giornaliste sono una decina nella “capitale” e 5 o 6 dislocate in altre città del Kurdstan. Le notizie scritte in curdo, turco e inglese non raccontano solo la lotta quotidiana delle donne e degli uomini curdi in Turchia, Rojava (Siria), Iraq e Iran ma anche le storie di violenza contro le donne che arrivano da tutto il mondo. Qualche volta si trovano anche notizie positive, che raccontano i risultati ottenuti dalle donne nei campi del rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza. Da quando, dopo le elezioni del 6 giugno, è stato interrotto il processo di pace tra il governo turco e i rappresentanti del movimento curdo, la homepage è generalmente riempita dalle notizie dei coprifuoco e degli scontri, che da alcuni mesi caratterizzano la vita quotidiana in molti distretti del Kurdistan turco. L’attenzione delle giornaliste si concentra in particolare sui casi in cui tra le vittime dei conflitti ci sono donne e bambini.




Tra una notizia e l’altra scambio qualche parola con una delle collaboratrici mentre beviamo un caffè curdo nella cucina comune affianco alla redazione. Mi racconta che i proventi del lavoro dell’agenzia vengono ridistribuiti tra tutte le redattrici secondo i loro bisogni. Se una giornalista deve mantenere uno o più bambini o un genitore malato riceve un compenso maggiore di quello che va ad una single che vive con i genitori. Anche le decisioni editoriali vengono prese in modo collegiale, non c’è un direttore anche se una delle giornaliste più anziane è considerata quella con maggiore esperienza. Finisco il caffe curdo, che è sempre lo stesso caffè che i turchi chiamano caffè turco e i greci caffe greco.

lunedì 2 novembre 2015

Erdoğan, la guerra ai media




Di Enrico Campofreda (da Agoravox.it)



 
 
Mattinata d’occupazione a Istanbul al quartier generale della Koza İpek Holding’s media (quotidiani Bugün e Millet, più Bugün Tv e Kanaltürk). La polizia è giunta in forze alle quattro del mattino, s’è introdotta nell’edificio che ospita le redazioni, ha oscurato i canali televisivi (“cari telespettatori non sorprendetevi se fra poco vedrete la polizia nei nostri studi” annunciava il conduttore), impedito l’uscita dei giornali. Applicava un’ordinanza del tribunale che pone la struttura sotto la “tutela” di Turkuvaz Media Group, un editore filogovernativo che diventa fiduciario, e di fatto censore, del gruppo concorrente accusato di sostegno al terrorismo. I cronisti ancora presenti nelle redazioni sono diventati ostaggio degli agenti in borghese, mentre a quelli accorsi in sostegno veniva impedito l’accesso nel luogo di lavoro. Quando la tensione è salita sono stati bersagliati con gas lacrimogeni e urticanti e cannonate d’acqua assieme a decine di cittadini radunati per protesta sotto la sede. Mahmut Tanal, un avvocato del partito repubblicano, ha provato a mediare col capo dell’antisommossa presente in strada, non c’è stato nulla da fare. Agli scontri, peraltro sedati dopo non molto, sono seguiti fermi e arresti.
Il conflitto con l’apparato mediatico vicino al movimento gülenista Hizmet è in atto da tempo, ma non è l’unico perché nel mirino di Erdoğan c’è ormai ogni voce d’informazione che si smarca dal coro d’appoggio e propaganda al suo sistema di potere. Il recente rilascio del direttore del quotidiano Zaman, Bulent Kenes, è solo un diversivo, visto che l’attacco alla libertà di stampa è totale e senza precedenti. Ovvero riporta alla Turchia piegata dalla tipologia di dittatura militare e fascistoide del buio trentennio Sessanta-Ottanta. L’hanno sottolineato alcuni deputati del partito repubblicano che denunciavano la totale illegalità dell’azione poliziesca anche nei loro confronti, visto che gli è stato comunque impedito l’accesso all’edificio della holding dove s’erano recati per osservare quanto stesse accadendo. “Questo è stato di polizia” ha tagliato corto il parlamentare del Chp Barış Yarkardaş. Mancano quattro giorni all’apertura delle urne e il partito di maggioranza (Akp), che ha evitato volutamente qualsiasi tentativo d’accordo con altre formazioni, sceglie di giocarsi il tutto per tutto. Punta a recuperare terreno, per quanto i sondaggi non gli siano favorevoli. Dicono che rischia di subire un ulteriore calo di consensi dopo la flessione dello scorso giugno che l’ha privato di quegli ottanta deputati (ottenuti dall’Hdp, che riunisce filo kurdi e sinistra) con cui ambiva di trasformare la nazione in Repubblica presidenziale.
Il piano erdoğaniano sembra sfuggire di mano al presidente, lanciato in un’escalation di autoreferenzialità autoritaria. Ai suoi acuti repressivi o, come ritengono vari commentatori, in sintonia con essi, s’aggiungono le trame oscure che diffondono terrore. La repressione, di cui la quotidianità è costellata con persecuzioni e divieti, trova nella libertà d’espressione un bersaglio macroscopico, ma cerca vittime egualmente in oppositori e avversari politici: dai kurdi, guerriglieri e pacifisti alla Demirtaş, ai gruppi marxisti armati e non, agli ex alleati seguaci dell’autoesiliato imam Gülen. L’abisso della paura introdotta dalle bombe sposta lo scontro sul terreno psicologico, lo trasferisce su un livello nel quale solo la coscienza socio-politica unita alla forza d’animo di attivisti e militanti, votati peraltro a diventare bersagli, può tenere. Uno scontro impari, perché punta a creare defezioni fra i cittadini che reclamano democrazia e un’azione politica normale, basata sul dibattito, la dialettica, la critica. Nel delirio d’onnipotenza che caratterizza la sua azione Erdoğan cerca d’impedirlo. A ogni costo. Polarizza e spacca il Paese, non combatte il terrore, cavalca i timori, chiede una delega per andare avanti da solo contro tutti.
 
 

domenica 1 novembre 2015

Giornata internazionale di solidarietà con Kobane



La città kurdo-siriana è ancora in pericolo - gravi accuse alla Turchia


A un anno dai sanguinosi scontri con le milizie dello "Stato Islamico" terminati con la cacciatia delle milizie estremiste, gli abitanti della città kurdo-siriana di Kobane sono tuttora in pericolo. In occasione della Giornata internazionale di solidarietà con Kobane (1 novembre) l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa la Turchia di sparare alle postazioni di difesa kurde oltre frontiera. Un anno fa, Ankara era accusata di sostenere o, se non altro, tollerare gli estremisti dell'IS; ora il governo turco è andato oltre e attacca con il proprio esercito le postazioni kurde nella speranza di indebolire l'autodifesa kurda e di assumere direttamente il controllo sulle zone d'insediamento dei Kurdi. Le autorità turche inoltre stanno bloccando alla frontiera gli aiuti alimentari, l'acqua potabile e i farmaci inviati ai circa 150.000 civili che hanno deciso di tornare nella propria casa a Kobane.

Nonostante l'IS sia stato cacciato da Kobane, le sue milizie potrebbero farvi ritorno se la resistenza kurda dovesse allentare la presa. Nella battaglia per Kobane hanno perso la vita tra 1.000 e 1.5000 combattenti kurde e kurdi e circa altri 500 civili turchi. Altri 5.000 sono rimasti feriti e sono stati medicati in ospedali d'emergenza improvvisati o nei vicini comuni kurdi in Turchia. Le autorità turche hanno ripetutamente negato i trattamenti medici in Turchia e spesso i combattenti kurdi feriti hanno dovuto aspettare giorni interi al valico di frontiera prima di poter entrare in Turchia ed essere medicati. Durante la battaglia di Kobane i circa 400.000 abitanti della città e dei dintorni erano quasi tutti fuggiti. Nonostante le attuali condizioni catastrofiche, circa 1.000 persone lasciano ogni settimana i campi profughi nel sud della Turchia per tornare a casa propria. Molti altri hanno invece continuato la loro fuga in Europa e non hanno per ora alcuna possibilità di poter tornare a casa. La città di Kobane è per l'80% distrutta e negli unici due ospedali rimasti aperti, uno civile e l'altro militare, manca praticamente tutto. Attualmente il valico di frontiera dalla Turchia verso Kobane è aperto solo due volte in settimana e solamente per chi è disposto a tornare a Kobane.

La Giornata internazionale di solidarietà con Kobane è stata celebrata la prima volta l'1 novembre 2014 dai Kurdi in esilio e dai loro amici in Europa, America, Africa e Australia per sostenere almeno moralmente le cittadine e i cittadini di Kobane. Le milizie dell'IS avevano tentato la conquista della città kurda già alla fine del 2013 ma erano stati bloccati dalle unità di difesa popolari (YPG) kurde. A metà settembre 2024 l'IS aveva allora avviato una massiccia offensiva contro la città. Dopo mesi di sanguinosi scontri strada per strada e casa per casa, le unità kurde hanno ottenuto armi e il sostegno aereo degli USA. Il governo turco ha invece continuato a negare ogni forma di aiuto ai combattenti assediati e solo in seguito alle pesanti pressioni internazionali agli inizi di novembre ha permesso a 150 peshmerga kurdo-iracheni di raggiungere Kobane per sostenere i combattenti kurdi con armamenti pesanti.

Vedi anche in gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150916it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150828it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150806it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150730it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150727it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150624it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150611it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150609it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150522it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150320it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150128it.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/indexkur.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/kurtur-it.html
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martedì 29 settembre 2015

L' arresto del politico kurdo Abdullah Demirbas aumenta le tensioni nel sud-est della Turchia



Dal 4 settembre nel Sudest della Turchia si sono riaccese tensioni che sembravano sopite: c'è il coprifuoco a Cizîra Botan (Cizre), e ci sono cecchini sui minareti e altre alte torri della città. Diversi altri villaggi nelle regioni kurde della Turchia sono stati tagliati fuori dal mondo esterno da parte delle forze di sicurezza turche. Questa situazione riguarda anche il quartiere centrale di Sur a Diyarbakir, la capitale non ufficiale del Kurdistan turco. Inoltre, il governo turco ha deciso di arrestare rappresentanti e politici kurdi eletti, tra i quali il popolare ex sindaco di Diyarbakir Abdullah Demirbas, per aver partecipato alle campagne contro gli arresti di giovani kurdi. Demirbas era già stato imprigionato per diversi anni una prima volta, perché aveva sostenuto l'uso della lingua kurda.

Nella sua posizione di sindaco Demirbas aveva mostrato un forte impegno nei confronti dei diritti delle minoranze. Andando decisamente contro la volontà di Erdogan, aveva deciso di far restaurare una chiesa armena e una chiesa siro-ortodossa. Aveva anche visitato Israele, dove aveva cercato di ristabilire i contatti con gli Ebrei che un tempo vivevano a Diyarbakir e nelle regioni kurde. Nel 2007, è stato sollevato dal suo incarico per la prima volta, perché aveva tenuto pubblicamente un discorso in lingua kurda. Dopo la sua rielezione nel 2009, le autorità turche avevano "trovato" nuove accuse contro di lui. Due mesi dopo il suo insediamento, è stato condannato a due anni di carcere per "crimini linguistici". A causa della sua salute cagionevole, è stato rilasciato presto. Anche questa volta però si trova in cattive condizioni di salute - e sua figlia Ezgi Demirbas è particolarmente preoccupata: "La salute di mio padre si sta deteriorando. Da ieri sera (14 settembre), i medici e l'avvocato che è presente in ospedale segnalano che la sua condizione sta peggiorando".

Le già fortissime tensioni degli ultimi giorni nel Sudest della Turchia, con l'arresto di Abdullah Demirbas si sono ulteriormente inasprite. I sostenitori del partito islamico al governo AKP e del partito nazionalista MHP stanno cercando di denunciare l'opposizione kurda democratica - mentre è proprio questa opposizione che da settimane chiede la fine delle violenze tra il PKK kurdo e l'esercito turco. Così il co-presidente del pro-kurdo Partito Democratico del Popolo (HDP) ed ex presidente dell'Associazione per i diritti umani di Diyarbakir, Selahattin Demirtas, ha chiesto ufficialmente sia al PKK kurdo sia al governo turco di fermare la violenza e di riprendere i negoziati di pace. La detenzione dei rappresentanti dell'opposizione democratica non farà altro che aumentare le tensioni. L'arresto di Demirbas in qualche modo colpisce direttamente anche gli Assiri / Aramei / Caldei, Yezidi e gli Armeni che ancora vivono nel sud-est della Turchia. Mentre Demirbas si batte per la tolleranza e la convivenza pacifica, da anni il governo dell'AKP cerca di propagandare una ideologia islamista fra i Kurdi principalmente musulmani sunniti. Questa ideologia rappresenta un grande pericolo per queste minoranze e per i milioni di Aleviti che vivono in Turchia.

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martedì 1 settembre 2015

Turchia / Siria: Ankara viola il diritto umanitario?




Gravi accuse alla Turchia: istituzioni turche avrebbero consegnato sei Kurdi siriani alle milizie islamiche del Fronte Al Nusra



L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto al governo turco di prendere posizione sulle gravi accuse secondo cui le autorità turche avrebbero consegnato sei Kurdi feriti alle milizie islamiche del fonte al Nusra. Contemporaneamente l'APM si è rivolta al Comitato Internazionale della Croce Rossa affinché cerchi i sei Kurdi scomparsi e scopra se davvero la Turchia ha violato in modo così eclatante il diritto umanitario dei popoli.

Il Consiglio esecutivo del cantone siriano di Afrin, abitato in maggioranza da Kurdi, ha pubblicato ieri 27 agosto una dichiarazione nella quale accusa le autorità turche di aver consegnato ancora lo scorso 25 luglio 2015 sei combattenti delle unità di difesa civile kurde (YPG) alle milizie islamiche del Fronte al-Nusra, affiliata siriana di al-Qaeda. I sei combattenti kurdi sarebbero stati feriti in battaglia contro le milizie dell'IS e si sarebbero trovati in Turchia per le cure mediche.

L'APM chiede al governo di Ankara di comunicare immediatamente dove si trovano attualmente i sei uomini scomparsi. Secondo le accuse, Ahmad Sherko, Omer Qadir, Reber Sheikho, Ahmad Helum, Jamal Ahmad e Bashir Mohammad sarebbero stati consegnati ai miliziani di al-Nusra da uomini delle forze di sicurezza turche nelle vicinanze del valico di Bab al-Hawa. Il valico di confine di Bab al-Hawa unisce la provincia turca di Hatay alla provincia siriana di Idlib e da luglio 2012 è controllato dalle milizie del fronte al-Nusra e da altre milizie islamiche sostenute dal governo turco contro il regime di Damasco.

Le unità di difesa civile (YPG) operanti nella Siria settentrionale sono composte perlopiù da Kurdi e grazie agli immensi sacrifici della popolazione civile sono le uniche unità che, indipendentemente dall'appartenenza etnica e religiosa, riescono ancora a difendere con successo la popolazione civile dal radicalismo dell'IS.

Afrin, Kobane e Cezire sono le tre enclave a maggioranza kurda della Siria che nel 2012 si sono dichiarate autonome rispetto sia al regime di Damasco sia all'opposizione di stampo islamico. Afrin si trova nella parte più nordoccidentale della Siria ed è costantemente sotto la minaccia e l'assedio di diversi gruppi armati di stampo radical-islamico. Si stima che Afrin abbia circa 700.000 abitanti, di cui molti sono profughi kurdi e arabi provenienti da Aleppo.

Vedi anche in
gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150806it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150730it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150727it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150624it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150611it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150609it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150522it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150320it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150128it.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/indexkur.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/kurtur-it.html
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mercoledì 26 agosto 2015

Turchia / Kurdistan: aiutare i Kurdi contro lo "Stato Islamico"




Ankara deve interrompere immediatamente il bombardamento della popolazione civile kurda!




(da Associazione per i popoli minacciati)





Sabato 8 agosto 2015 alle ore 16 in piazza del Grano a Bolzano, la comunità kurda di Bolzano e provincia protesterà contro i bombardamenti dell'aviazione turca contro i villaggi kurdi. L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) appoggia questa ennesima protesta pacifica: da tempo ormai la popolazione kurda sta pagando il prezzo della politica di Ankara, che mostra più interesse ad un appoggio allo Stato Islamico piuttosto che a una soluzione pacifica e concordata della questione kurda.

Con il pretesto della lotta al terrorismo, Ankara, più che impegnarsi nella lotta all'IS, bombarda le postazioni del PKK e di fatto tenta di soffocare le ambizioni di autonomia della popolazione kurda. Come riportano anche molti media, i bombardamenti indiscriminati dell'aviazione turca sui villaggi sono costati la vita a 260 persone, per lo più civili, in soli 7 giorni.

Mentre lo scorso 24 luglio 75 jet dell'aviazione turca bombardavano postazioni del PKK in Iraq solo 3 aerei turchi bombardavano le postazioni dello Stato Islamico (IS) in Siria. Secondo testimonianze dirette ricevute dall'APM di Göttingen, nelle prime ore del mattino del 25 luglio, l'artiglieria turca ha attaccato anche le postazioni delle unità di autodifesa popolari kurdo-siriane opposte alle milizie dell'IS del villaggio di Zornmaghr, situato a ovest di Kobane. Sempre secondo le testimonianze, il 31 luglio l'aviazione turca avrebbe attaccato il villaggio siriano di Hillel, solo poco dopo che le milizie kurde l'avevano liberato dalle milizie dello Stato Islamico. Bombardando coloro che finora sono gli unici ad essere riusciti a limitare e respingere le milizie dell'IS, il governo turco di fatto sostiene proprio l'IS.

L'esercito turco ha attaccato anche molteplici villaggi nell'Iraq del Nord, da Zakho a ovest fino alle montagne di Qandil a est. I villaggi e le località bombardate sono state Mergasor, Khakurk, Piran, Keshan, Mizdor, Kato, Swel, Kesta, Balok e Sidekan. I bombardamenti del villaggio kurdo-irakeno di Zarggele hanno causato dieci vittime civili e undici feriti.

Gli attacchi dell'esercito turco sono stati accompagnati in Turchia da un'ondata senza precedenti di arresti di presunti simpatizzanti del PKK. In seguito agli attacchi turchi il PKK ha dichiarato conclusa la tregua firmata con il governo turco nel 2013 e ha quindi sferrato diversi attacchi a postazioni militari turche causando a sua volta vittime e feriti.

Selahattin Demirtas, leader del Partito Democratico del Popolo (HDP), formazione pro-kurda che alle ultime elezioni in Turchia ha ottenuto uno storico 13%, ha lanciato un appello al governo di Ankara e ai membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) chiedendo loro di cessare immediatamente le ostilità e invitando entrambe le parti al dialogo. L'APM non può che associarsi a questa richiesta.

La comunità kurda di Bolzano e provincia invita tutti a partecipare alla manifestazione contro i bombardamenti turchi al PKK sabato 8 agosto, a partire dalle ore 16 in piazza del Grano a Bolzano.

Vedi anche in
gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150730it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150727it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150624it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150611it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150609it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150522it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150320it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150128it.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/indexkur.html | www.gfbv.it/3dossier/kurdi/kurtur-it.html
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mercoledì 12 agosto 2015

Respingimenti collettivi dalla Grecia


Respingimenti collettivi effettuati dalla Grecia mentre la Turchia si riprende i migranti "illegali". Ma costringe i siriani alla fuga verso l'Europa. E si muore anche sulle strade verso la costa del Mediterraneo.


da Fulvio Vassallo (da diritti e frontiere)







Questa mattina è stato diffuso in rete un grave allarme su un caso di respingimento collettivo effettuato da un mezzo non bene identificato, privo di bandiera, nelle acque dell'Egeo tra la costa turca e le isole greche. E' bene spiegare per chi non sia pratico di quella zona e dei respingimenti che i greci eseguono da anni, come sia facile respingere da un' isola sita a pochi chilometri dalla costa fino alle acque territoriali turche, talvolta basta togliere il motore del mezzo carico di "migranti illegali", rimorchiarlo dino alle acque turche, ed attendere poi che sia la Guardia Costiera turca ad eseguire il salvataggio. Una operazione che si risolve in meno di un'ora.


Abbiamo ricevuto da Nawal e diffondiamo









Dopo quasi un mese di semisilenzio adesso devo raccontare tutto altrimenti non riusciro' a continuare il mio lavoro.
Tra la Turchia e la Greci ci sono degli as...sassini in mare che vestono il ruolo di autorita' Europee e a volte Turche.
In questo momento e in questa posizione( 37°47'57.0"N 27°10'05.0"E) stanno per UCCIDERE 27 persone.
Parliamo di una grande nave militare che arriva nel posto dopo che i migranti lanciano l'sos e invece di salvare fa la seguente:
1 toglie il motore dell'imbarcazione
2 prende la benzina
3 prende le persone a bordo e le persone pensano che questo e' un salvataggio
4 prendono i coltelli e aprono strappano tutti i vestiti fino all'intimo colpendo le persone anche parti sensibili del corpo
5 rubano tutti i soldi e la media di ogni gommone e' 30 mila o 50 mila dollari
6 penserete che dopo tutto questo porteranno i migranti verso la Turchia o la Grecia....
No vi sbagliate!
7 Prendono i telefoni e tolgono le batterie restituendo a volte i passaporti.
8 bucano il gommone con i coltelli
E COME COLPO DI SCENA FINALE RIMETTONO I MIGRANTI IN ACQUA.
9 Come per magia arriva la guardia costiera Turca e prende a bordo i migranti cge a volte sono aggrappati al gommone e a volte nuotano aggrappati al salvagente ( per chi lo ha comprato prima di partire)
10 queste persone fantasma scompaiono con le loro armi in pugno e tutto questo succede con un passamontagna sulla faccia.
A chi puo' interessare la nave adesso e' qui 37°47'57.0"N 27°10'05.0"E
A volte si limitano a togliere solo il motore e spero che oggi si limitino a questo.... perche' dopo che questo e' successo i migranti non mi hanno piu' risposto.
Ah dimenticavo .. due ore prima erano qui 38.548811, 26.344768 e hanno fatto la stessa cosa con un altro gommone.
La foto ritrae una delle navi in questione.
Questo e' una foto scattata dai migranti a bordo del gommone.


Adesso possiamo dire con certezza che il mezzo che ha bloccato il barcone carico di migranti siriani, con uomini dal volto coperto che li hanno poi depredati, appartiene alla Guardia Costiera greca, non ha bandiera, ma i segni della bandiera greca sulle fiancate verso prua sono chiarissimi e dunque si tratta della stessa nave militare o di una nave gemella, comunque sempre appartenente alla Guardia Costiera greca. I segni di bandiera sulle fiancate sono inconfutabili. Il Governo greco deve dunque rispondere di quanto accaduto.


lunedì 3 agosto 2015

Le contraddizioni del Kurdistan analizzate da un giovane giornalista







Il mio nome è Kurdistan (Villaggio Macrì Edizioni) è il lavoro del giornalista Lorenzo Giroffi: un diario di viaggio, attraverso luoghi di guerre e controsensi, di confini labili e vite incerte, che diventa testimonianza diretta di un popolo che lotta per il riconoscimento della sua stessa esistenza e che ha dovuto difendersi nei secoli per custodire la propria lingua e cultura.
Paesaggi urbani pervasi dall’odore di petrolio e anonimato; piazze e mercati dove lampeggiano fuochi e aleggia profumo di chai; miscugli di lingue e bandiere che disegnano la storia controversa di chi rivendica allo stesso tempo autonomia e desiderio di protezione.
Nei frammenti di esistenza e di sguardi rubati con la telecamera, tra muri troppo alti e fili spinati che diventano parte integrante del paesaggio, si tenta di ricostruire un territorio impervio, stridente di paradossi e contraddizioni insanabili, dove le umiliazioni storiche hanno rafforzato la voglia di combattere per la propria identità, troppo spesso omessa, sussurrata sottovoce, insegnando ad alcuni a fare della lotta un’esigenza di vita.



Abbiamo rivolto alcune domande a Lorenzo Giroffi che ringraziamo molto.


Una terra, quella del Kurdistan, ricca di contraddizioni. Puoi raccontarci quelle più evidenti?




Le contraddizioni sono tutte di natura politica. Se grossolanamente si mette assieme la gente che si sente curda, allora le tradizioni, il culto della montagna, del fuoco e dei canti possono essere comuni, mentre da un punto di vista dei rappresentanti politici, bene, si scopre un calderone di contraddizioni. Il Kurdistan è sparso in quattro regioni: Iraq, Turchia, Siria ed Iran. L’unica però zona, a parte gli esperimenti propositivi in atto nel Kurdistan siriano (Rojava), che sarebbe però meglio valutare col tempo necessario e non in uno scenario di guerra, che ha un suo parlamento autonomo e che lavora in quanto curdo è in Iraq. Infatti nella capitale del Kurdistan iracheno, ad Erbil, c’è anche il parlamento della regione autonoma curda. Il Pkk, partito curdo dei lavoratori, simbolo di una lunga lotta da parte di tutti i curdi residenti nella regione turca, con tanto di trattative, con il governo di Ankara, ha le sue basi di combattimento a Qandil, che si trova nel Kurdistan iracheno. Si potrebbe pensare dunque ad una sorta di asse tra quest’organizzazione ed i partiti curdi che gestiscono autonomamente l’area. Non è affatto così, a parte per i dissidi di tipo ideologico, anche per le alleanze transnazionali. Infatti le autorità politiche del Kurdistan iracheno hanno rapporti commerciali con la Turchia, che non è invece assolutamente interlocutrice con il Pkk, che si batte per i diritti dei curdi nell’area appunto turca.




Quali sono i punti di forza di questo Paese?




Considerando le differenze ormai connaturate delle quattro aree e che, dopo la prima guerra mondiale, è stata tradita la grande promessa di un unico Stato che potesse riunire le quattro regioni, pensare al Kurdistan in quanto Paese potrebbe risultare addirittura riduttivo. La forza resta il popolo, con tutte le sue lingue ed i suoi moti, che lo hanno portato a resistere, andando oltre le censure e la repressione. Parlare curdo è stato per anni proibito ed a livello istituzionale lo è ancora in Turchia, ma i canti e le poesie sono sempre rimaste un’abitudine. In Siria a molti curdi non veniva riconosciuta alcun tipo d’identità, non solo culturale, ma anche amministrativa: privi di carte d’identità, assistenza sanitaria e diritto all’istruzione. Oggi giorno il Kurdistan siriano (Rojava) sta dimostrando uno dei più discussi esempi di autogoverno. Anche in questo caso quindi il punto di forza è la resistenza.




Che forza ha il Kurdistan nello scenario attuale dell'area mediorientale?




Il Kurdistan in Medioriente oggi può essere l’evidenza del crollo del modello dello stato-nazione, proponendo qualcosa di inclusivo, che possa andare oltre i nazionalismi che abbiamo conosciuto. Il Pkk (partito curdo dei lavoratori) non lotta più per la creazione di uno Stato curdo, perché loro stessi, come mi hanno raccontato durante le interviste del libro, si stanno spendendo per l’unione di tutti i popoli del medioriente, così che questi possano lottare contro modelli oppressivi. Queste dunque le novità e la forza: non un unione di Stati, come l’Europa insegna, ma una vera unione dei popoli.




Quali sono gli elementi importanti dell'identità curda?



La bellezza è tutta nei simboli del fuoco, attorno al quale riunirsi e festeggiare, magari il capodanno o un incontro, e soprattutto la montagna, presente in tutte le fiabe curde, ma anche nei sogni di lotta, in cui imparare la resistenza ed il cambiamento.




Terminiamo con un ricordo di questo "diario di viaggio”...



Il ricordo è legato tutto all’ammirazione per chi fa dell’ideologia un respiro quotidiano. La lotta curda non è solo armata, è fatta soprattutto da studio, dalla voglia di cambiare pure i paradigmi passati con cui è iniziata, riconsiderando ad esempio il ruolo della donna. Andare a Qandil mi ha rivelato come l’addestramento militare ed il suo sacrificio, con tanto di rinunce, come ad esempio ad una libera vita sessuale, sia solo un pezzo di una vita vissuta assieme ad un ideale, che non è solo da discutere, ma appunto da macinare.

 
   


mercoledì 22 aprile 2015

Armenia: tra le polemiche, noi parliamo di cultura



Da quando Papa Francesco, in occasione della Santa Messa, ha ricordato la Storia del XX secolo, affermando che per il popolo armeno si deve parlare di genocidio, si sono scatenate le polemiche e la diplomazia. Durante la celebrazione il Pontefice ha detto: “ Anche oggi avvengono genocidi come quello contro gli armeni...La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come 'il primo genocidio del XX secolo; essa ha colpito il vostro popolo armeno, prima nazione cristiana, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci” e , a questa dichiarazione, si è poi aggiunta la voce del portavoce della sala stampa vaticana, Padre Lombardi, che ha voluto sottolineare che Papa Francesco: “ha fatto riferimento alla dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e Karekin, cioè ha usato il termine genocidio mettendosi in continuità con un uso già compiuto di quella parola, ha sottolinenato la contestualizzazione storica, ricordando che era uno di tante altre cose orribili successe nel secolo scorso e che stanno succedendo ancora”.

Importante ricordare che, proprio in questi giorni, il Parlamento europeo abbia approvato una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni e che sia stata istituita una giornata europea del suo ricordo.

Il Presidente turco, Yayyp Recep Erdogan, risponde a tutto questo ignorando la risoluzione europea e affermando che dietro ad essa ci siano “fanatismo culturale e religioso”, nonostante la Turchia sia, dal 2005, in negoziato per l'adesione all'Unione europea.



Ma noi preferiamo parlarvi della ricca e profonda cultura armena e lo facciamo segnalandovi le fiabe di Hovhannes Tumanian.



 



Tumanian nasce alla fine dell'800 nella famiglia di un sacerdote; tutta la sua opera è legata al folklore armeno dal quale ha attinto temi e personaggi che si possono paragonare a quelli delle favole e delle fiabe europee (Nazar ricorda Don Chichotte, Il re macina assomiglia a Il gatto con gli stivali). Ma la produzione letteraria di Tumanian è molto vasta: ha scritto saggi, poesie, racconti, ballate. E' stato impegnato sempre nel sociale e il suo è stato un apporto fondamentale nell'aiuto ai sopravvissuti al genocidio.

La raccolta italiana (con testo a fronte) delle sue fiabe si intitola “Nazar il prode”, dal titolo della fiaba più famosa, ed è a cura della Sinnos editrice per la collana Zefiro. I personaggi , come sempre avviene nelle fiabe, ricalcano valori e tipi umani: il ricco e il povero, l'umile e il potente, il coraggio e la viltà, la saggezza e l'ingenuità. Le storie, le avventure e le esperienze riportano ad una cultura antica e genuina. I testi sono arricchiti dalle coloratissime illustrazioni degli alunni del Centro di Educazione Artistica della città di Erevan, capitale dell'Armenia.

La cultura (l'arte, la letteratura, la musica) è parte integrante dell'identità armena, identità che si basa principalmente sulla religione e sull'alfabeto. Ecco l'importanza dei riferimenti continui alla fede cristiana e alla lingua, scritta e parlata. In appendice al testo è possibile trovare alcune informazioni interessanti sulla cultura e sulle tradizioni di questo piccolo-grande Paese.

venerdì 20 giugno 2014

Dall'Afghanistan alla Turchia, direzione Europa: per il diritto alla vita

di Basir Ahang

Ringraziamo tantissimo Basir Ahang per aver scritto per noi il seguente articolo che pubblichiamo in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, oggi 20 giugno 2014. 

La Giornata Mondiale del Rifugiato si celebra in tutto il mondo il 20 giugno. Indetta dalle Nazioni Unite per la prima volta nel 2001 in occasione del cinquantesimo anniversario della Convenzione di Ginevra, questa giornata serve a ricordare ogni anno le milioni di persone che a causa della guerra o delle persecuzioni sono costrette a fuggire dal loro Paese. Oggi vi sono più di 36 milioni di rifugiati nel mondo e il numero sembra tragicamente destinato a salire. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) seleziona un tema comune per coordinare gli eventi celebrativi in tutto il mondo. Quest’anno un tema che molti rifugiati vorrebbero proporre all’UNHCR è quello dei richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan bloccati in Turchia da anni e delle tragedie che colpiscono queste persone quando tentando di raggiungere la Grecia. In Turchia il 12 aprile di quest’anno, i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, avevano iniziato una manifestazione pacifica e uno sciopero della fame di fronte all’ufficio dell’UNHCR ad Ankara per protestare contro la mancata verifica delle loro richieste di protezione internazionale e della conseguente situazione di precarietà ed incertezza in cui gli stessi sono costretti a vivere. La manifestazione è stata condotta soprattutto dalle donne, molte delle quali si sono cucite la bocca in segno di protesta. 




 
 

Senza un documento i rifugiati in Turchia non possono lavorare, i bambini non possono studiare e i loro diritti più basilari non vengono nemmeno presi in considerazione. La registrazione dei rifugiati è di vitale importanza anche perché permette il loro reinsediamento in un Paese Terzo. Dal primo dicembre 2012 l’UNHCR ha sospeso la registrazione dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan, come si può leggere nell’annuncio esposto sulla porta del loro ufficio ad Ankara. Interrogato sulla vicenda da alcuni giornalisti UNCHR non ha fornito alcuna spiegazione delle nuove politiche da loro adottate nei confronti dei rifugiati. 



Traduzione dell’annuncio: “L’Alto commissariato delle Nazioni Unite ha sospeso la registrazione per la verifica dello status di rifugiato e per il reinsediamento in Paesi Terzi dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan. Il provvedimento è stato rinnovato a partire dal 6 maggio 2013”.




La Turchia rappresenta da sempre il corridoio attraverso il quale accedere all’Europa. Dal 2010 Frontex (l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea) ha tentato di chiudere le vie di accesso al confine tra Grecia e Turchia, ma ciò non ha comunque impedito ai richiedenti di continuare a rischiare la loro vita per fuggire dalla guerra e dalle persecuzioni. In Grecia i rifugiati subiscono ogni tipo di angherie e di violenza da parte della polizia greca. Un caso in particolare è tragicamente salito alle cronache. Nel gennaio di quest’anno un gruppo di rifugiati che stava tentando di raggiungere le coste greche è stato respinto in mare con la forza dalla guardiacostiera greca. Durante il respingimento la barca si è rovesciata e molte donne e bambini a bordo sono caduti in acqua; quando chi stava annegando ha tentato disperatamente di aggrapparsi all’imbarcazione dei guardiacosta, gli uomini a bordo li hanno rigettati in mare ed hanno impedito ai rifugiati di salvare i loro cari minacciandoli con delle pistole. Alla fine nove bambini e tre donne sono morte, uccise dalla guardiacostiera greca.




Uno degli intervistati del seguente video era riuscito in precedenza a raggiungere la Norvegia, Paese dal quale era stato rimpatriato in Afghanistan. Dall’Afghanistan, l’uomo, assieme alla sua famiglia aveva tentato nuovamente di fuggire con la speranza di salvarsi la vita. 

Questa situazione non riguarda solo i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, ma anche quelli che fuggono dalle altre guerre che insanguinano oggi il nostro mondo. Non resta che augurarsi che arrivi presto il giorno in cui non occorrerà più una giornata mondiale per ricordare i morti ed i vivi a cui non è concesso vivere.



English version: 
 
From Afghanistan to Turkey, Europe direction: for the right to life.
By Basir Ahang


We’d like to thank very much Basir Ahang for writing the following article that we are going to publish today, 20th June 2014, on the occasion of the World Refugee Day.

The World Refugee Day is celebrated worldwide on June 20th. Held for the first time in 2001, by the United Nations, on occasion of the 15th anniversary of the Geneva Convention, this day celebrates the million people who are forced to leave their countries, every year, because of wars or persecutions. Today there are more than 36 million refugees in the world, and this number seems tragically destined to rise. On the occasion of the World Refugee Day, the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) selects a common theme to coordinate the celebratory events throughout the world. This year, a theme that many refugees would like to propose to UNHCR, is that of asylum seekers from Afghanistan, who have been blocked in Turkey for years, and of the tragedies that affect these people when they try to reach Greece. In Turkey, this year, on 12th April, the refugees from Afghanistan started a peaceful demonstration and a hunger strike in front of the UNHCR office in Ankara, to protest against the lack of verification of their applications for international protection and the resulting situation of precariousness and uncertainty in which they were forced to live. The event was carried out mainly by women, many of them with their mouths sewn in protest.

In Turkey, without any document, refugees cannot work, children cannot study and their most basic rights are not even taken into consideration. The registration of refugees is vital, also because it allows them to resettle in a Third Country. From 1st December 2012, the UNHCR has interrupted the registration of refugees from Afghanistan, as it is written in the notice on the door of their office in Ankara. When questioned on the matter by some journalists, UNCHR did not provide any explanation of the new policies adopted by them

concerning refugees.


 
 
Translation of the announcement: "The High Commissioner of the United Nations has suspended the registration for the verification of refugee status and resettlement in third countries of refugees from Afghanistan. The measure has been renewed since May 6, 2013”.

Turkey has always been the corridor for access to Europe. Since 2010, Frontex (European Agency for the Management of Operational Cooperation at the External Borders of the Member States of the European Union) has been attempting to close the access to the border between Greece and Turkey, but this has not prevented the applicants to keep on risking their lives to escape from war and persecution. In Greece, the refugees suffer all kinds of harassment and violence by the Greek police. In particular, a case has tragically gone up to the news. Last January, a group of refugees trying to reach the Greek coasts was violently rejected by the Greek coast guard. During the rejection the boat capsized and many women and children on board fell into the water. Those of them who were drowning, desperately tried to cling to the boat of the coast guards, but they were thrown again into the sea by the men on board, who also prevented refugees to save their relatives and friends threatening them with guns.

Finally, nine children and three women died, killed by the Greek coast guard.

One of the protagonists of the following video had once been able to reach Norway, country from which he had been repatriated to Afghanistan. Once in Afghanistan, he had tried to escape again, with his family, hoping of saving his life.

This situation affects not only the refugees from Afghanistan, but also the ones escaping from the several wars that afflict our world today.

Our hope is that, one day, to have a world day to remember dead people and living ones who are not allowed to live, won’t be necessary any more.

 

venerdì 30 maggio 2014

Residenza negata ai rifugiati



E' stato da poco approvato, in Italia, il decreto legge denominato “Piano Casa” secondo il quale è vietato l'accesso alla registrazione della residenza per coloro che occupano illegalmente un edificio.

Secondo l'UNHCR (L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) questo comporterebbe un ostacolo maggiore nell'inclusione dei rifugiati in Italia che causarebbe anche una spirale di isolamento: sarebbe difficile, per i richiedenti asilo, accedere alle cure sanitarie, iscrivere i bambini a scuola, trovare un lavoro legale.

L'UNHCR ricorda quante migliaia di persone siano costrette a sopravvivere in palazzi abbandonati nelle più grandi città (Milano, Torino, Roma ad esempio), sia per una mancanza di attenzione nei loro riguardi sia per le contraddizioni burocratiche: senza la resindenza, infatti, non è possibile ottenere una carta di identità e senza questo documento è, ovviamente, impossibile accedere ai servizi socio-sanitari di base con una conseguente privazione dei diritti fondamentali.

Dall'Italia alla Turchia.         


www.baruda.net
L' Alto commissariato delle Nazioni Unite è protagonsita anche ad Ankara, ma in un altro senso: oltre 45 giorni di una resistenza tenace che si sta svolgendo in un parcheggio, in Via Tiflis, proprio davanti alla sede dell'UNHCR. Si tratta di rifugiati afghani - donne, uomini e anche bambini - che protestatno per i gravi ritardi nelle risposte alle loro richieste di asilo politico.  

La comunità afghana in Turchia si è riunita grazie a Internet e a Skype per poi radunarsi nel parcheggio, con tendopoli e cartelli scritti in persiano, turco e inglese. Tutti chiedono che venga dato risalto alla protesta perchè temono di essere deportati di nuovo in Afghanistan e di dover tornare sotto l'incubo del regime talebano, ma nello stesso tempo, sono stremati dal fatto di dover rimanere bloccati in un “limbo”, senza destinazione, senza lavoro, senza casa e senza nessun tipo di assistenza, anche perchè per molti di loro, privi della cittadinanza UE, la Turchia può essere soltanto un Paese di transito.

C'è chi ha iniziato lo sciopero della fame e c'è chi si è cucito le labbra: ma siamo noi a dover dare voce a chi ha provato a chiedere più volte e poco è stato ascoltato.

sabato 24 maggio 2014

Requiem dal sottosuolo




Lettera43.it

301: questo è il numero delle vittime della tragedia avvenuta in miniera. Siamo a Soma, in Turchia. E il popolo si mobilita, si alza il livello di rabbia contro il governo di Erdogan accusato di non aver garantito norme di sicurezza adeguate in nome del guadagno perchè, a seguito della privatizzazione della miniera, il costo di una tonnellata di carbone è sceso a 24 dollari - contro i precedenti 130 - e tutto sulla pelle dei lavoratori. E allora anche Smirne, Ankara, Istanbul si uniscono a Soma, alle famiglie dei minatori, tutti cittadini che non accettano di barattare le proprie vite e quelle dei propri cari in nome di una modernità che arricchisce pochi e potenti e annienta gli altri. La risposta della polizia è stata dura: i manifestanti sono stati caricati con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua.
I dirigenti della società privata, la Soma Komur, che gestiva l'impianto avevano tentato una difesa, affermando di non essere stati negligenti perchè gli impianti erano a norma e controllati: ma a distanza di pochi giorni, sono partiti i primi arresti. Circa venti persone, tra dirigenti e responsabili tecnici, e per tre di loro l'accusa provvisoria è di omicidio plurimo colposo.
Abbiamo già affrontato tante, troppe volte, il tema delle morti sul lavoro: con il film di Costanza Quatriglio dal titolo Con il fiato sospeso, con il romanzo La fabbrica del panico di Stefano Valenti, con il pezzo sugli operai cinesi che persero la vita nel rogo di Prato e altre situazioni che abbiamo riportato, di volta in volta, nei nostri articoli o attraverso le parole, i ricordi, le testimonianze di chi ci ha rilasciato le interviste.
In ogni parte del mondo le regole spietate del capitalismo mietono vittime, rubano le esistenze di donne, uomini, spesso anche bambini. Non è mai sufficiente continuare a ripetere che le regole del mercato vanno cambiate, che non ci possono più essere persone di serie A e persone di serie B e che ricominciare dall'etica e dall'umanità sarebbe l'arricchimento più grande.


martedì 7 gennaio 2014

Bahar Kimyongur, di Monica Macchi




Dopo il Belgio, l'Olanda e la Spagna, è stata l’Italia a imprigionare Bahar Kimyongür, giornalista belga, autore di “Syriana, la conquête continue” e di “Le Livre noir de la “démocratie” militariste en Turquie e attivista per la pace. Bahar sembra essere diventato uno dei capri espiatori preferiti dal regime Erdogan che vuole condannarlo a 22 anni di carcere per aver protestato in Parlamento contro la pratica della tortura nelle carceri turche anche se l’accusa ufficiale è quella di “terrorismo” per aver tradotto dal turco al francese alcuni comunicati del DHKP-C, un gruppo comunista turco inserito tra le organizzazioni terroristiche dalla UE dopo l’11 settembre.

 

Portato in giudizio sulla base della legislazione anti-terrorismo del Belgio, è stato condannato in primo grado nel febbraio 2006 e in appello nel novembre 2006, poi assolto nel 2007 e nel 2009 a seguito delle sentenze di Cassazione che hanno annullato le sentenze precedenti. A suo sostegno è stato fondato il collettivo CLEA (Comitato per la Libertà di Espressione e Associazione) che promuove un dibattito critico sulle nuove legislazioni anti-terrorismo e sulle richieste di estradizione. Infatti la Turchia ha a più riprese richiesto l’estradizione di Bahar fino a questo momento negata dai giudici belgi perchè il Belgio non estrada i propri cittadini ma anche da quelli olandesi che lo hanno definito “un avversario politico” e per questo sulla base dell’articolo 3 della “Convenzione europea per l’estradizione” hanno rifiutato di estradarlo in Turchia. Infatti c’è un mandato internazionale di arresto dell’Interpol che non può essere annullato se non su richiesta di uno Stato (e il Belgio su questo non si è attivato) per cui in tutti gli altri Paesi può essere fermato su richiesta della Turchia: Bahar può essere arrestato ogni volta che passa un confine. E’ stato così arrestato in Olanda e anche in Spagna (mentre visitava con la famiglia la cattedrale di Cordova…) col paradosso che sulla base delle sentenze di Belgio, Olanda e Spagna non può, in linea di principio essere estradato, ma può essere continuamente arrestato.

Ed infatti arrivato in Italia il 21 novembre scorso per partecipare a due iniziative pubbliche per denunciare l’ingerenza della Turchia nello scenario siriano, ha trovato la Digos che dall’aereoporto di Orio al Serio l’ha portato direttamente nel carcere di Bergamo. Il 2 dicembre, la Corte d'Appello di Brescia lo ha messo agli arresti domiciliari a Massa in attesa delle decisioni della Turchia che ha 40 giorni di tempo per presentare una formale richiesta di estradizione. E a sua volta il Procuratore Generale dopo aver ricevuto il dossier turco avrà a disposizione fino a tre mesi per inviare alla Corte d’Appello di Brescia le sue conclusioni o la richiesta di ulteriori informazioni: quindi per almeno quasi quattro mesi Bahar starà ai domiciliari…ma per quale reato? La traduzione di volantini per cui è stato già assolto?

Monica Macchi

PS Al caso di Bahar Kimyongür è stato anche dedicato “Résister n’est pas un crime”, un documentario (inedito in Italia….) di Marie-France Collard, F.Bellali e J.Laffont, che ha vinto il Premio Speciale della Giuria al FIFDH (Festival Internazionale del Film sui Diritti dell'Uomo) di Parigi nel 2009.

 

 

sabato 23 novembre 2013

L'attenzione su Bahar Kimyongur


Una notizia passata in secondo piano, forse solo per gli “addetti ai lavori”; un nome poco conosciuto. Ma bisogna, invece, parlarne: parlare del caso di Bahar Kimyongur, un attivista turco-belga, vittima della prima applicazione, su suolo europeo, del regime di paura affermatosi dopo la tragedia delle Torri Gemelle, a New York, nel 2001. L'accusa era quella di far parte di un gruppo comunista turco legato ad organizzazioni terroristiche.
Arrestato e rilasciato più volte, Kimyongur denuncia a viso aperto la politica repressiva del Presidente turco Erdogan e l'ingerenza della NATO in Siria.
Pochi giorni fa, l'attivista è arrivato in Italia per partecipare a due incontri pubblici, a Monza e a Padova, proprio per parlare dell'ingerenza della Turchia nella complessa situazione siriana, ma – atterrato all'aereoporto di Bergamo – è stato prelevato dalla Digos e portato in carcere. Non sono ancora chiari i motivi.
Kimyongur rischia l'estradizione in Turchia: per evitare questo, il Collettivo Tazebao, che aveva organizzato gli incontri, ha scritto un comunicato e molti si stanno attivando per cercare notizie e organizzare iniziative di solidarietà.

Riportiamo, di seguito, un articolo di Bahar Kimyongur (pubblicato anche su ap0ti@blogspot.it)

Bahar Kimyongür: a Lille, Martine Aubry censura un dibattito sulla Siria‏
 
Le shabbiha (*) di Fabius e Hollande hanno colpito ancora: nuovo attentato alla libertà d'espressione di cui la “patria dei diritti umani” è ormai la campionessa.
Sabato scorso, 6 aprile, la sala comunale Philippe Noiret nel quartiere Wazemmes di Lille, avrebbe dovuto ospitare una conferenza sulla Siria, organizzata dalla Coordinazione Comunista e il Fronte di Sinistra, con lo scienziato franco-siriano Ayssar Midani – e il sottoscritto – come ospiti.
Qualche giorno prima, un oscuro gruppo che si proclamava “antifascisti senza patria o frontiera” ha lanciato un appello al sabotaggio della conferenza.
Nel loro lobbying a favore della censura, i sedicenti “antifa” ci accusano di scendere a patti con il diavolo, ovvero i regimi di Damasco e Tehran: in altre parole, i nemici principali d'Israele.
Visto il numero di dittature detestabili che sterminano popolazioni intere per consolidare il loro dominio – a cominciare dai “nostri” capi di stato – noi riteniamo che la scelta di prendersela esclusivamente con la Siria e con l'Iran non sia frutto del caso.
Per confondere la pista, gli pseudo-antifasciti non esitano a tuffarsi nella demagogia, accusando i partecipanti alla nostra conferenza di essere “dei PR a servizio delle dittature”, dei “rosso-bruni”e dei “nazbol”, contrazione di nazisti e bolscevichi. I martiri di Stalingrado e i più di venti milioni dei loro compatrioti apprezzeranno di essere amalgamati con i loro invasori e boia.
Alla fine, la campagna diffamatoria lanciata da questi provocatori senza né patria, né frontiera, né volto, né coraggio, né cervello ha conseguito il suo traguardo.
La signora Aubry, sindaco di Lille, ha in effetti probito la conferenza “per ragioni di sicurezza”.
Volendo assicurarsi che nessuna voce dissidente sulla Siria si esprimesse nelle sue sale, la “maccarthyana” Aubry ha persino fatto cambiare le serrature delle porte nella sala Philippe Noiret, sapendo che gli organizzatori dell'evento avevano precedentemente ricevuto un'autorizzazione e disponevano quindi delle chiavi.
Ma grazie al senso pratico di alcuni militanti, e alla generosità di un negoziante curdo, la nostra conferenza si è potuta finalmente tenere, in un ristorante di kebab alla periferia di Lille.
Malgrado le eccezionali condizioni d'organizzazione, circa 80 persone hanno potuto comunque riunirsi, informarsi e intervenire sulle alternative riguardo alla risoluzione del conflitto siriano.
Non era la prima volta che un dibattito aperto, critico e contraddittorio sulla Siria veniva censurato in questo modo dall'Inquisizione di matrice sionista.
Venerdì primo marzo 2013, gli amici svizzeri dei nostri indomiti “antifa”avevano manifestato contro la nostra conferezna sulla Siria a Ginevra sulla base di una grottesca diceria di collusione con l'estrema destra (vedere: http://www.silviacattori.net/article4287.html).
Non molto tempo fa eravamo accusati di essere talibani per aver denunciato la guerra in Afghanistan, agenti di Saddam per aver parlato contro la guerra in Iraq e “gheddafisti” per aver militato contro l'invasione della Libia.
Anche la minima simpatia che manifestiamo nei confronti della resistenza palestinese o libanese è tacciata di antisemitismo.
Al debutto di ogni campagna guerrafondaia, siamo sempre accusati di collusione con il nemico da gruppuscoli clandestini che se la giocano da ribelli libertari, ma i cui atti e parole servono indefinitiva solo a rafforzare la legge del piùforte.
Teniamo ancora una volta ad avvertire i nostri detrattori che le minacce non ci impediranno nédi denunciare le guerre che gli altri padroni impongono alla Siria, nédi militare per una risoluzione pacifica e politica del conflitto nel paese.
 

(*) Il termine shabbiha designa gli ausiliari dell'esercito siriano che combattono l'insurrezione anti-baathista. Il termine però sembra convenire sempre più agli ausiliari degli eserciti NATO che combattono contro i militanti anti-imperialisti.

Articolo originale: Lille : Martine Aubry censure un débat sur la Syrie
Bahar Kimyongür