"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
Nella
Casa di reclusione di Opera, lo scorso 23 dicembre, si è tenuto un
pranzo molto speciale: uno chef stellato ha cucinato varie
prelibatezze per i detenuti e i loro familiari.
Anche se
apprezziamo il gesto professionale e umano dello chef e delle altre
persone famose coinvolte nell'iniziativa intitola "L'ALTrA
cucina... per un pranzo d'amore",
non
vogliamo citarle perchè a noi interessa altro: interessa
sottolineare i motivi che stanno alla base di questa scelta
illuminata, da parte del Direttore dell'istituto di pena, e le
conseguenze positive. La giornata è poi proseguita con un concero di
Edoardo Bennato, preso il teatro dell'istituto. Tornando al motivo
della bella iniziativa: immaginiamo che sia stato quello di offrire
ai reclusi un momento diverso dalla quotidianità, uno spazio per
riabbracciare i cari, stare in compagnia e riflettere, tutti insieme,
sul senso vero e profondo della nascita di Gesù: un uomo che ha
incarnato i peccati degli altri uomini, che ha pagato per tutti, ma
che poi è tornato alla vita. Le conseguenze: la gioia di tutte le
persone, libere e non, che si sono ritrovate insieme a condividere il
pane, simbolo di pace. Ma non è tutto: a servire il pranzo sono
state le vittime di alcuni reati commessi dai detenuti. Una decisione
meritevole, un esempio grande di capacità di perdono. Si deve andare
avanti, cercando di mettersi nei panni dell'Altro, anche quando
l'errore è stato enorme. Ci vuole tempo, tanto tempo per capire,
perdonare. Ci vuole tempo, tanto tempo anche per riscattarsi.
Il dono
più bello? La presenza dei bambini che, con il loro chiasso, le loro
domande, il loro entusiasmo hanno ridato la voglia di continuare a
stare dentro e ad aspettare fuori, con la fiducia nel sapere che non
è poi tutto sprecato.
L'iniziativa
è stata replicata in altre quattro carceri per le detenute e i
detenuti e i loro familiari.
Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".
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Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente,
un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia
dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere
stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è
questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la
presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata
attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha
investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata
dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di
350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani
adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media
di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi
e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti
siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione,
di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di
celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di
età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già
iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva
decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si
intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare
ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.
Sono stati 11 i minori accusati di
omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli
accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in
carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro
il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto
dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi
fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e
presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al
gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati,
questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non
significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i
diritti nelle carceri.
La misura carceraria per i minori,
cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel
2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando
erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile
negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che
hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%,
ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta
femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè
12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti:
questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della
giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla
carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".
In
occasione delle ultime esecuzioni negli Stati Uniti (la prima donna
in 70 anni è stata condannata alla sedia elettrica in Georgia e la
pena eseguita nei giorni scorsi), ripubblichiamo un intervento del
Pontefice - sui temi delle carceri e della pena di morte - ma
ancora molto attuale.
(dal sito de L'Osservatorio Romano)
Francesco: abolire pena di morte, no a carcere
disumano
Udienza di Papa Francesco nella Sala dei Papi - L'Osservatore
Romano
23/10/2014
Cristiani e uomini di buona volontà “sono chiamati oggi o a
lottare non solo per l’abolizione della pena di morte”, in “tutte
le sue forme”, ma per il miglioramento delle “condizioni
carcerarie”. È uno dei passaggi centrali del discorso tenuto da
Papa Francesco in Vaticano a un gruppo di giuristi dell’Associazione
penale internazionale. La voce del Papa si è levata anche contro il
fenomeno della tratta delle persone e della corruzione. Ogni
applicazione della pena, ha affermato, deve essere
fatta con gradualità, sempre ispirata
dal rispetto della dignità umana. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
L’ergastolo è una “pena di morte coperta”, per questo l’ho
fatta cancellare dal Codice Penale Vaticano. L’affermazione a
braccio di Papa Francesco si incastona in una intensa,
particolareggiata disamina di come gli Stati tendano oggi a far
rispettare la giustizia e a comminare le pene. Il Papa parla con la
consueta schiettezza e non risparmia critiche a tempi come i nostri
in cui, afferma, politica e media incitano spesso “alla violenza e
alla vendetta pubblica e privata”, sempre alla ricerca di un capro
espiatorio. Il passaggio sulla pena di morte è molto sentito. Papa
Francesco ricorda che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena
di morte”, come pure il Catechismo, non solo punta il dito contro
il ricorso alla pena capitale, ma smaschera in un certo senso anche
quello alle “cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”,
che lui chiama “omicidi deliberati”, commessi da pubblici
ufficiali dietro il paravento dello Stato:
“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono
dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della
pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma
anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto
della dignità umana delle persone private della libertà. E questo,
anche, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa,
nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo.
L’ergastolo è una pena di morte coperta”.
Lo sguardo e la pietà di Papa Francesco sono evidenti in tutta la
sua esplorazione sia delle forme di criminalità che attentano alla
dignità umana, sia del sistema punitivo legale che talvolta – dice
senza giri di parole – nella sua applicazione legale non è, perché
quella dignità non rispetta. “Negli ultimi decenni – rileva
all’inizio il Papa – si è diffusa la convinzione che attraverso
la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi
sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata
la medesima medicina”. Questo ha fatto sì che il sistema penale
abbia varcato i suoi confini – quelli sanzionatori - per estendersi
sul “terreno delle libertà e dei diritti delle persone”, ma
senza un’efficacia realmente riscontrabile:
“C’è il rischio di non conservare neppure la
proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di
valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del
diritto penale come ultima ratio, come
ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli
interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è
anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con
altre sanzioni penali alternative”.
Papa Francesco definisce ad esempio il ricorso alla carcerazione
preventiva una “forma contemporanea di pena illecita occulta”,
celata dietro “una patina di legalità”, nel momento in cui
procura a un detenuto non condannato un’“anticipo di pena” in
forma abusiva. Da ciò – osserva – deriva sia il rischio di
moltiplicare la quantità dei “reclusi senza giudizio”, cioè
“condannati senza che si rispettino le regole del processo” – e
in alcuni Paesi sono il 50% del totale – sia, a cascata, il dramma
della vivibilità delle carceri:
“Le deplorevoli condizioni
detentive che si verificano in diverse parti del pianeta,
costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte
volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della
carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi
casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e
spietato del potere sulle persone private della libertà”.
Ma Papa Francesco va oltre quando, parlando di “misure e pene
crudeli, inumane e degradanti”, paragona a una “forma di tortura”
la detenzione praticata nelle carceri di massima sicurezza.
L’isolamento di questi luoghi, ricorda, causa sofferenze
“psichiche e fisiche” che finiscono per incrementare
“sensibilmente la tendenza al suicidio”. Ormai, è la desolante
constatazione del Papa, le torture non sono somministrate solamente
come mezzo per ottenere “la confessione o la delazione”…
“…ma costituiscono un autentico plus
di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo
modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in
moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per
minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e
istituzioni di detenzione e pena”.
E dalla durezza del carcere, insiste il Papa, devono essere
risparmiati anzitutto i bambini, ma anche – se non del tutto almeno
in modo limitato –anziani, ammalati, donne incinte, disabili,
compresi “madri e padri che – sottolinea – siano gli unici
responsabili di minori o di disabili”. Papa Francesco si sofferma
con alcune considerazioni su un fenomeno da lui sempre combattuto. La
tratta delle persone, sostiene, è figlia di quella “povertà
assoluta” che intrappola “un miliardo di persone” e ne vede
almeno 45 milioni costrette alla fuga a causa dei conflitti in corso.
Quindi, osserva con durezza:
“Dal momento che non è possibile commettere un delitto
tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità,
con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli
sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono
sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità.
Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e
garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che
praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli
Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla
comunità internazionale”.
Il capitolo sulla corruzione è ampio e analizzato con grande
scrupolo. Il corrotto, secondo Papa Francesco, è una persona che
attraverso le “scorciatoie dell’opportunismo”, arriva a
credersi “un vincitore” che insulta e se può perseguita chi lo
contraddice con totale “sfacciataggine”. “La corruzione –
afferma il Papa – è un male più grande del peccato” che “più
che perdonato”, “deve essere curato”:
"La sanzione penale è selettiva. È come una rete
che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel
mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con [la] maggior
severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia
economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la
pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione
– come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento
della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le
proprie malefatte o [per] quelle di terzi”.
Al tirare delle somme, Papa Francesco esorta i penalisti ad usare
il criterio della “cautela” nell’applicazione della pena”.
Questo, asserisce, “dev’essere il principio che regge i sistemi
penali”:
“Il rispetto della dignità umana non solo deve operare
come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello
Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la
repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi
attacchi alla dignità e integrità della persona umana”.
La Corte penale
speciale e la Corte suprema dell’Arabia Saudita hanno confermato la
sentenza capitale nei confronti di Ali
Mohammed Baqir al-Nimr,
giovane attivista sciita condannato a morte per reati presumibilmente
commessi all’età di 17 anni.
È accusato di
“partecipazione a
manifestazioni antigovernative”,
attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di
un mitra. La condanna sarebbe stata emessa sulla base di una
confessione estorta con torture e maltrattamenti.
Ali al-Nimr
è nipote di un eminente religioso sciita - Sheikh Nimr Baqir
al-Nimr, anch’egli condannato
a morte.
Ali al-Nimr ha
esaurito ogni possibilità di appello e può
essere messo a morte appena il
re ratifica la condanna.
Chiedi con Amnesty l’annullamento della
sentenza, indagini sulle torture e che l’Arabia Saudita rispetti
i diritti umani. Leggi
il testo completo dell'appello
IL
CASO
Il
14 febbraio 2012, Ali
Mohammed Baqir al-Nimr, 17 anni,
viene arrestato e condotto presso la Direzione generale delle
indagini (Gdi) del carcere di Dammam. Non può vedere il suo avvocato
e, secondo quanto riferisce, viene
torturato
da ufficiali della Gdi affinché firmi una “confessione”.
Resta
detenuto nel centro di riabilitazione giovanile Dar al-Mulahaza per
un anno e, a
18 anni,
riportato nella Gdi di Damman.
Il
27 maggio 2014, il tribunale penale speciale di Gedda lo condanna a
morte per reati che comprendono la “partecipazione a manifestazioni
antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano
armata e possesso di un mitra. Il tribunale si sarebbe basato sulla
“confessione” estorta
con la tortura e
maltrattamenti e su cui si è rifiutato di indagare.
Ad
agosto 2015 il caso viene inviato al ministro dell’Interno per dare
attuazione alla sentenza.
A
settembre la famiglia diffonde la notizia appresa: i giudici di
appello presso la Corte penale speciale (Scc) e della Corte suprema
confermano
la sentenza.
Ali
al-Nimr è un attivista
scita
e nipote dell’eminente religioso sciita Sheikh Nimr Baqir al-Nimr,
di al-Awamiyya in Qatif, nella zona orientale dell’Arabia Saudita,
condannato a morte dal tribunale penale speciale il 15 ottobre 2014.
LA
PENA DI MORTE IN ARABIA SAUDITA L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto
numero di sentenze: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre
2200 persone;
da gennaio ad agosto 2015, almeno 130
esecuzioni.
Violando
la Convenzione sui diritti dell’infanzia e il diritto
internazionale, ha messo a morte persone per reati commessi quando
erano minorenni.
Spesso
i processi per reati capitali sono tenuti in segreto e sono sommari e
iniqui, senza l’assistenza e la rappresentanza legale durante
le varie fasi della detenzione e del processo. Gli imputati possono
essere condannati sulla base di confessioni estorte
con torture e maltrattamenti,
coercizione e raggiri.
Le
tensioni
tra la comunità sciita e le autorità saudite sono
cresciute dal 2011,
quando sono cresciute le manifestazioni contro gli arresti e le
vessazioni di sciiti che svolgevano preghiere collettive e violavano
il divieto di costruire moschee sciite.
Le
autorità saudite hanno risposto con la repressione di chi era
sospettato di partecipare o sostenere o esprimere opinioni critiche
verso lo stato. I manifestanti sono stati trattenuti senza accusa e
in isolamento per giorni o settimane e sono stati segnalati
maltrattamenti e torture.
Dal
2011, quasi 20 persone collegate alle proteste sono
state uccise
e centinaia incarcerate.
Milano. La Loggia dei Mercanti, a un passo dal Duomo, ospita - sabato 26 settembre – l’iniziativa “I frutti del carcere”. In programma l’esposizione delle produzioni carcerarie e incontri di approfondimento sui temi della detenzione e delle alternative al carcere. Un’occasione per conoscere il lavoro dei detenuti, le attività svolte nei laboratori degli Istituti di pena con la mostra mercato di mobili, gioielli, accessori, abiti, prodotti alimentari (pane, focacce, dolci) oltre a fiori e piante. Saranno organizzati anche incontri e dibattiti di approfondimento incentrati sui temi della detenzione, del lavoro carcerario e delle misure alternative. A cura associazione di promozione sociale “Per i Diritti”. L’evento è inserito nel calendario di Expo in Città. Ore 10-18.30. Sito: www.comune.milano.it.
Gli
appassionati di Massimo Carlotto conosceranno sicuramente Beniamino
Rossini, uno dei suoi personaggi più amati. In La
terra della mia anima (sempre
edito da E/O) lo stesso compagno di avventure dell'Alligatore decide
di raccontare la propria esistenza, una vita che attraversa
l'immediato dopoguerra - quando inizia a fare lo “spallone”
trafficando in sigarette - per arrivare alla guerra civile, passando
per la Resistenza.
Beniamino
ha un animo nomade, batte le terre d'Italia e d'Europa e si spinge
fino al Libano; ma la sua anima viene ancorata nel mare, in quella
distesa aperta e infinita che promette libertà eterna. E di libertà
ne ha vissuta, il Rossini, una libertà sfrenata fatta di soldi e di
femmine. Una libertà spezzata, a periodi, da anni di galera che non
hanno fiaccato lo spirito indomito. Una vita appassionata, vissuta ai
margini di frontiere fisiche e interiori, ma con princìpi saldi,
un'etica criminale che oggi non esiste più e poi un amore, quello
per un uomo diventato donna.
Il
romanzo, uno dei più intensi di Carlotto, attraversa il Novecento, i
momenti più bui del nostro Paese, con riflessioni di stretta
attualità, come quella che riguarda le carceri: “Ora le rivolte
non esistono più, le nuove carceri e le ristrutturazioni di quelle
già esistenti sono state concepite per impedire ogni forma di
protesta organizzata. In passato però furono un fenomeno molto
diffuso, provocato dalle condizioni di vita inaccettabili nelle
prigioni della Repubblica. Se oggi i detenuti hanno a disposizione un
water e un lavandino, un fornello da campeggio, una caffettiera e un
pentolino, lo si deve solo al sacrificio di quelli che si ribellarono
e vennero picchiati, trasferiti e condannati. Sbaglia chi pensa che
quel minimo di decenza venne portato nelle carceri da politici o
intellettuali illuminati che sono arrivati sempre dopo e con un
ritardo imbarazzante” e questo è solo un esempio. Così come può
esserlo, oggi, la passione politica di Beniamino che, parlando di un
suo mèntore, Enrico il Barbùn, dice: “Era comunista, in Svizzera
aveva avuto problemi con la polizia, ma era un nemino dichiarato del
partito. Aveva sempre considerato Stalin un dittatore sanguinario e
all'inizio fu difficile discutere di politica. Quando parlava male
dell'Unione sovietica mi veniva voglia di saltargli addosso”.
Ma
il libro commuove per la capacità di scandagliare l'animo umano. Una
frase su tutte, da sottolineare e ricordare: “ Voglio tentare di
andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia
per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il
cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e
all'urgenza del pentimento”.
Attivisti indigeni per l'ambiente rischiano la vita - Un nuovo rapporto documenta le sempre maggiori minacce in tutto il mondo.
(da
Associazione per i popoli minacciati)
In occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigeni (9 agosto), l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) pubblica un nuovo rapporto sulla situazione degli attivisti indigeni. Per gli attivisti indigeni di tutto il mondo chiedere il rispetto dei propri diritti o protestare per la salvaguardia delle proprie terre significa rischiare la vita. In molti paesi del mondo, alzare la voce a favore delle popolazioni indigene comporta la concreta probabilità di diventare vittima di assassinii di Stato, di arresti arbitrari, di essere condannati a lunghe pene detentive ingiustificate, di subire torture o importanti limitazioni della propria libertà di movimento e di parola.
Il nuovo rapporto pubblicato dall'APM mette in
evidenza le pratiche adottate da governi e multinazionali per
assicurarsi profitti economici senza riguardo delle comunità
indigene e delle loro terre. Solamente sull'isola di Mindanao
(Filippine) tra ottobre 2014 e giugno 2015 sono stati uccisi 23
leader indigeni impegnati a salvaguardare la loro terra dallo
sfruttamento selvaggio imposto da progetti minerari. A Mindanao come
altrove nel mondo, gli assassini, che siano sono semplici criminali,
paramilitari o forze dell'ordine statali, restano impuniti.
Il
rapporto analizza la situazione di dieci paesi in Asia,
Centroamerica, Sudamerica e nella federazione Russa e mostra le
metodologie violente e senza scrupoli messe in campo da latifondisti,
governi e multinazionali per realizzare enormi progetti per lo
sfruttamento di risorse naturali quali petrolio, gas, minerali,
legname, ma anche di costruzione di dighe o di traffico di droga a
scapito della vita non solo dei singoli attivisti ma di intere
comunità indigene.
I membri delle comunità indigene sono
attivisti per l'ambiente particolarmente motivati, proprio perché la
loro sopravvivenza come comunità dipende perlopiù da un ambiente
intatto, pulito e sano. La loro agricoltura sostenibile e i
fortissimi legami con la propria terra tradizionale da cui traggono
sia il senso identitario sia di appartenenza comunitaria dipendono
proprio dal rispetto per la natura e l'ambiente. La realizzazione di
mega-progetti sulla loro terra implica la distruzione dell'ambiente,
l'avvelenamento dei terreni e troppo spesso la messa in fuga o la
deportazione delle comunità indigene che ci vivono. Per loro ciò
significa cadere nel baratro della povertà estrema, malattia, la
perdita dei legami comunitari e delle proprie radici culturali.
La
politica ambientale delle nazioni industrializzate sembra limitarsi
all'organizzazione e alla partecipazione di vertici per il clima e
giornate per la terra, nel proclamare compiaciuti sempre nuovi
obiettivi da raggiungere per la salvaguardia del clima, ma di fatto
non va molto oltre. Non solo non si impegna a proteggere la vita
degli attivisti indigeni, le prime vittime e le maggiormente colpite
dalla distruzione ambientale a livello mondiale, ma non pare nemmeno
interessata ad ascoltare la loro voce.
Naria
Giuliano e Rosella Simone sono le autrici del libro intitolato La
casa del nulla (Milieu
edizioni) opera sospesa tra storia orale, letteratura carceraria,
racconto corale e antropologico. Pubblicato per la prima volta a metà
degli anni ottanta da Tullio Pironti, e riproposto in una versione
ridotta nel 1997 con il titolo "I duri", il testo ha avuto,
come i suoi autori, diverse vicissitudini, ma rimane un testo
fondamentale per capire gli anni settanta-ottanta e conserva ancora
oggi una freschezza narrativa inossidabile.
Abbiamo
rivolto alcune domande a Rosella Simone che ringraziamo.
Il
libro racconta storie ambientate nelle carceri degli anni '70, anni
difficili per il nostro Paese: qual era la popolazione carceraria
dell'epoca ? E quali relazioni si instauravano tra le mura degli
istituti?
Era
una popolazione carceraria particolare e rispecchiava, come sempre fa
il carcere, la società di allora. Nelle carceri speciali appena
istituite erano stati concentrati due soggetti diciamo
“nuovi”: ”terroristi” e rapinatori. Le istituzioni ritenevano
che le regole durissime di quel carcere (colloqui con i vetri, arie
d’aria ridotte all’osso, perquisizioni corporali….) e mettere
insieme soggetti così apparentemente diversi avrebbe creato
conflitti e piegato gli irriducibili. Non fu così. Proprio le
condizioni brutali in cui erano costretti a vivere i detenuti creò
una saldatura, una solidarietà, una amicizia, tra politici e banditi
che fece detonare il circuito carcerario italiano.
Facciamo
un paragone tra le condizioni di vita all'interno dei luoghi di
detenzione di ieri e in quelli di oggi...
Il
carcere è cambiato ma non è detto che sia sempre e solo in meglio.
La carcerazione è differenziata e c’è chi può avere accesso alle
pene alternative, andare a scuola, fare teatro e chi è chiuso
nell’orrore del 41 bis. Di recente mi sono occupata del caso di un
carcerato rinchiuso a Sulmona, Domenico Belfiore ergastolano in
carcere da 32 anni, con un tumore all’intestino che,
andato in coma, era
stato ricoverato con urgenza, operato e rimandato immediatamente in
carcere deve nel giro di pochi giorni è ritornato, ovviamente, in
coma. Fortunatamente siamo venuti a saperlo e c’è stata una
mobilitazione che ha portato alla concessione degli arresti
domiciliari. Ma quanti i casi di cui non si sa niente?
Non
sono contraria al carcere attenuato ma non posso giustificare,
neanche per un capomafia alla Reina, una detenzione che equivale, per
me, alla tortura.
Tra
l’altro è proprio questa differenziazione che crea nei soggetti
detenuti un processo di desolidarizzazione. Se io aspiro al premio (e
non dico che non sia legittimo) dovrò guardarmi da stringere
amicizie o essere solidale con chi gode fama di “cattivo”. E un
carcere dove non c’è solidarietà tra i reclusi è un carcere dove
si vive molto male.
Com'è
nata l'idea di scrivere questo libro?
E’
una storia vecchia di 30 anni. Nell’agosto del 1985 Giuliano Naria,
allora mio marito (abbiamo divorziato nel 1993), (condannato per
banda armata denominata Brigate rosse e accusato, poi assolto, del
delitto del Procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco)
dopo un durissimo sciopero della fame che lo aveva portato a pesare
40 chili e dopo aver scontato 9 anni e sei mesi aveva ottenuto gli
arresti domiciliari a Garlenda, un paesino dell’entroterra ligure
nella casa che era dei mia nonna e che avevo dato in uso a i suoi
genitori. Io lo avevo raggiunto lasciando Milano e il lavoro di
giornalista. Era una bella cosa ma cosa ci facevamo lì? Non ci
amavamo più così tanto da fare un figlio ma un libro forse potevamo
provare a farlo. Avevamo a disposizioni personaggi straordinari da
far impazzire di gioia qualsiasi aspirante scrittore! Giuliano era il
narratore che sa guardare il carcere con ironia e gusto del
paradosso, io l’intervistatrice. L’idea era raccontare la
brutalità del carcere ma senza piagnistei, volevamo racconti
scanzonati anche nella tragedia. Volevamo raccontare persone,
non criminali o terroristi. Persone curiose, sbruffone, prepotenti,
generose, crudeli anche e, soprattutto, non volevamo dare giudizi.
Quelli li aveva già dati la legge.
Il
testo fa fare una riflessione anche sull'utilità del carcere: qual è
la sua opinione in merito?
L’obbiettivo di
fondo per cui è stato scritto il libro è far si che chi lo legge si
chieda: a cosa serve il carcere? Credo, credevamo, che il carcere non
sia riformabili e, come da tempo insiste il mio amico Vincenzo
Guagliardo, e fortunatamente non solo lui, che dovremmo liberarci
dalla necessità del carcere.
Si
tratta di storie che, da una parte, attingono alla realtà e, da
un'altra, sono romanzate: perchè questa scelta?
Il
libro è firmato da due persone ma in realtà è un canto corale e
tutti i personaggi citati ne sono in qualche modo gli autori. E’ un
documento di storia orale, storia raccontate come intorno a un
bivacco (molti racconti sono nati all’Asinara a celle distrutte),
dove ciascuno racconta la sua di storia e magari la abbellisce,
omette, confonde. Non sono la verità ma sono più che vere.
Il
direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha
scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiedendogli di
affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian
durante il suo incontro, previsto il 9 luglio, col presidente Ilham
Aliyev.
Alla lettera è allegato un rapporto, intitolato
"Azerbaigian:
i Giochi della repressione",
nel quale Amnesty International denuncia la soppressione del
dissenso, la detenzione di oltre 20 prigionieri di coscienza e
ulteriori violazioni dei diritti umani che hanno preceduto,
accompagnato e seguito i primi Giochi europei, terminati alla fine di
giugno.
"Dietro l'immagine ostentata dal governo di una
lungimirante, moderna nazione c'è uno stato in cui regolarmente e
sempre più le critiche incontrano la repressione governativa.
Giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani che
osano sfidare il governo vanno infatti incontro ad accuse inventate,
processi iniqui e lunghe pene detentive" - scrive il direttore
Rufini.
Negli ultimi anni, le autorità azere hanno messo in
atto un giro di vite senza precedenti nei confronti delle voci
indipendenti all'interno del paese.
Molti attivisti per i
diritti umani e critici del governo sono stati arrestati, altri hanno
lasciato il paese e altri ancora tacciono per paura di essere
arrestati o perseguitati. Gli uffici delle organizzazioni non
governative più critiche nei confronti del governo sono stati
chiusi, mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani
sono state costrette a lasciare il paese. Anche i media sono stati
oggetto di repressione. La maggior parte dei mezzi di comunicazione,
infatti, è di proprietà dello Stato o filogovernativa e le autorità
hanno usato il loro virtuale controllo monopolistico sulla stampa e
sulla televisione per screditare i loro oppositori.
"Almeno
20 tra giornalisti, avvocati, attivisti dei movimenti giovanili e
oppositori sono stati arrestati e condannati nei 12 mesi che hanno
preceduto l'inizio dei Giochi europei. Alla vigilia della cerimonia
inaugurale, ci è stato impedito di entrare nel paese. Lo stesso è
accaduto a giornalisti del Guardian, di Radio France International e
della tedesca Ard" - prosegue Rufini.
Nella lettera al
presidente del Consiglio, Amnesty International Italia segnala alcuni
casi di prigionieri di coscienza di cui continua a sollecitare
l'immediata e incondizionata scarcerazione.
Rasul Jafarov,
fondatore della ong Human Rights Club, è stato arrestato nell'agosto
2014. Intendeva lanciare la campagna "Sport per la democrazia",
per attirare l'attenzione internazionale sul deterioramento della
situazione dei diritti umani nel paese. Nell'aprile 2015, è stato
condannato a sei anni e mezzo di carcere per false accuse di evasione
fiscale e rapporti d'affari illegali.
Leyla Yunus,
un'attivista per i diritti umani di 60 anni, premiata e fra gli
oppositori più espliciti e di alto profilo, è stata arrestata nel
luglio 2014, pochi giorni dopo aver invocato il boicottaggio dei
Giochi europei a causa della terribile situazione dei diritti umani
in Azerbaigian. Da allora, è rimasta in detenzione preventiva,
essendo stati estesi i termini a tutta la durata dei Giochi: in
questo modo, Leyla avrà trascorso oltre un anno in carcere senza
processo. Suo marito Arif Yunus è stato arrestato cinque giorni
dopo. Entrambi sono detenuti con false accuse di tradimento,
conduzione di affari illeciti, evasione fiscale, abuso di potere,
frode e contraffazione. Leyla e suo marito soffrono di gravi problemi
di salute ed è stato loro vietato di parlare tra di loro e con i
familiari.
Intigam Aliyev, un noto avvocato dei diritti umani,
che ha portato con successo un certo numero di casi contro
l'Azerbaigian alla Corte europea dei diritti umani, è stato
arrestato nel luglio 2014 sulla base di false accuse di evasione
fiscale e di rapporti d'affari illegali. È stato detenuto fino al
processo nel mese di aprile 2015, quando è stato condannato a sette
anni e mezzo di reclusione.
Khadija Ismayilova, una
giornalista di Radio Free Europe, stava indagando sulle denunce di
legami tra la famiglia del presidente Ilham Aliyev e un redditizio
progetto di costruzione a Baku, quando è stata arrestata, nel
dicembre 2014.
E' stata accusata di "aver istigato un
collega a suicidarsi" e ha ricevuto altre accuse motivate
politicamente. La persona in questione in seguito ha ammesso di
essere stata costretta a presentare una denuncia contro di lei e che
il suo tentativo di suicidio non aveva nulla a che fare con la
collega. Khadija Ismayilova subisce da anni continue molestie da
parte delle autorità e ora rischia 12 anni di carcere se risulterà
colpevole di tutti reati che le sono stati imputati.
Esponenti
del movimento giovanile NIDA che usavano Facebook per criticare e
mettere in discussione le autorità o organizzare assemblee
pacifiche, sono stati arrestati con l'accusa di possesso di esplosivi
e di essere intenzionati a causare disordini. Amnesty International
ritiene che tali accuse siano state fabbricate ad arte. Altri
attivisti di NIDA sono stati picchiati e torturati per estorcere
false confessioni. Shahin Novruzlu, 17 anni, ha perso quattro denti
anteriori durante un interrogatorio.
di
Francesco Lo Piccolo (direttore
di “Voci di dentro” - da Huffigton Post, 9 maggio 2015)
Ho appena finito di leggere
"Abolire
il carcere - una ragionevole proposta per la sicurezza dei
cittadini",
libro edito da Chiarelettere scritto da Luigi Manconi, Stefano
Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Centoventi pagine
(compresa la postfazione di Gustavo
Zagrebelsky)
nelle quali si affronta un tema spinoso come quello del carcere per
dire in sostanza, finalmente, che è arrivato il momento di
abolirlo. Certo una battaglia non facile,
specie in questi tempi - a mio avviso - dove lo slogan "più
galera" spunta da ogni parte, in ogni momento, per qualunque
cosa. Oliato e alimentato. Slogan acefalo, soddisfazione viscerale
che alle volte mi tocca sentire anche tra gli stessi carcerati. È
proprio vero che dal male nasce solo male. Prova provata di un
sistema che non risolve il problema in sé, ma semplicemente e con
gran convinzione lo allontana, segregandolo, nascondendolo nelle
periferie. Sistema grigio e lontano. Ignorato nella sua realtà ma
sempre presente. Il toccasana. In realtà il toccasana che non sana
un bel nulla, medicina placebo, rimedio pronto e infallibile, cura
del male con la creazione della vittima sacrificale. Dunque
perfettamente efficiente. Ma torno al libro, a questo
percorso per l'abolizione della moderna galera, per l'abolizione di
questa istituzione nata appena 250 fa e che invece mi appare
percepita come antichissima, quasi preistorica, del tipo "così
è sempre stato, così sempre sarà". Il ragionamento che fanno
gli autori, e che mi trova ovviamente in accordo, nasce da alcune
semplici considerazioni, ovvero dal fatto che il carcere, come si
legge nella parte centrale, è:
1) intollerabile
(degradazione e non rieducazione, un luogo fatto di sbarre e celle
dove rinchiudere i propri simili come "animali feroci",
come dice Zagrebelsky), 2) insostenibile
per i costi
(3 miliardi all'anno in grandissima parte spesi per il personale e
per il funzionamento del sistema, lasciando ai detenuti per il vitto
poco più di 24 milioni annui), 3) inutile e incapace di
garantire la sicurezza dei cittadini (non riduce il tasso di
criminalità, al contrario è scuola di criminalità, affinando le
capacità delinquenziali di chi viene incarcerato), 4) inefficace
come strumento di punizione, o come sistema per "insegnare"
ai detenuti a non delinquere di nuovo (sette
condannati su dieci commettono un nuovo reato
dopo aver scontato la pena; ad esempio nel 1998 su 5.772 persone
scarcerate, sette anni dopo ben 3.951 sono tornate in carcere,
ovvero il 68,45 per cento), 5) afflizione e tortura (vedi
sentenza Torregiani del 2013, e sentenza Sulejmanovic nel 2009), 6)
gratuita violenza (vedi i casi di Asti, Parma, o l'uccisione di
Stefano Cucchi).
Ed è da qui, secondo Manconi,
Anastasia, Calderone e Resta, che nasce appunto la "ragionevole
proposta per la sicurezza dei cittadini" frutto di un atto di
coraggio contro la società carcero-centrica. "È arrivato il
momento di osare" scrivono gli autori. Dove osare per me
significa più semplicemente tornare a ripercorrere un pensiero di
civiltà, come una specie, a me pare, di antica strada maestra,
quella strada che un tempo veniva percorsa non tanto con coraggio ma
piuttosto con buon senso e senso civile. Nel 1985 il tema
dell'abolizione del carcere fu al centro di un convegno che si tenne
a Parma organizzato da Mario
Tomassini,
morto nel 2006, grande nome della psichiatria italiana, amico di
Basaglia,
da sempre in prima fila contro manicomi e istituzioni totali. Nel 1945 subito dopo la Guerra, il
padre dell'Europa libera e unita Altiero
Spinelli,
così scriveva in una lettera indirizzata a Pietro
Calamandrei:
"Più penso ai
problemi del carcere più mi convinco che la riforma carceraria da
effettuare è quella di abolire il carcere penale e sostituirlo con
un luogo dove sia possibile una vita normale, controllata da
magistrati, con possibilità di guadagnare, di sposarsi, di aver
casa, di vivere civilmente".
E non è certo un caso che nella
nostra Costituzione non ci sia mai la parola carcere e piuttosto si
parli di pene che non possono consistere in trattamenti contrari al
senso di umanità. Dunque una proposta che va accompagnata - come
scrivono Manconi, Anastasia, Calderone e Resta - con una rivoluzione
di tipo culturale, giuridica e politica. Ovvero con modifiche che
"riducano l'ambito dell'applicazione del carcere sostituendolo
con misure limitative della libertà (extramurarie) solo nei casi
più gravi e per il resto con sanzioni di natura interdittiva,
patrimoniale o riparatoria". In definitiva con la "riduzione
del diritto penale". Una specie di passo indietro, se intendo
bene il pensiero degli autori, del potere-strapotere del
giudiziario. Il tutto attraverso un programma diviso in dieci punti
che rappresenta la via per arrivare alla definitiva abolizione della
prigione. In sintesi:
1) diritto penale come
extrema ratio, 2) eliminazione dell'ergastolo e riduzione delle
pene detentive, 3) decarcerizzazione nel codice e nella
legislazione penale speciale, 4) giurisdizione penale minima, 5)
eliminazione della carcerazione preventiva, 6) sanzioni invece
che carcerazioni, 7) garanzie e rieducazione effettiva per i
carcerati colpevoli di gravi reati, 8) umanizzazione e
superamento dell'alta sicurezza e 41 bis, 9) escludere il carcere
per i minori, 10) fine delle misure di sicurezza detentive.
Perché nessuno, nemmeno
Berlusconi, spiegano, deve andare in galera. A pagina 120 così
scrive al termine della postfazione il profesor Zagrebelsky:
In una società che
prenda le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il
diritto mirare a riparare la frattura? Da qualche tempo si discute
di giustizia ripartiva, restaurativa, riconciliativa. Studi sono in
corso. Una prospettiva nuova e antichissima, al tempo stesso, che
potrebbe modificare profondamente le coordinate con le quali
concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto
sociale...
Colpisce
subito un numero: il 100,8%, che si riferisce al tasso di
affollamento delle carceri italiane. Si tratta di uno dei tanti
numeri che fanno parte delle ricerche svolte per l'annuale rapporto
di Antigone sullo stato degli istituti di pena, quest'anno intitolato
"Oltre i tre metri quadri".
Nel
testo si legge che i detenuti presenti al 28 febbraio 2015 erano
53.982, di cui il 32% stranieri. Al 31 dicembre 2013 erano invece
62.536. Ad oggi sono dunque 8.554 in meno rispetto a fine 2013.
Antigone sottolinea che questo cambiamento "non è tuttavia
servito a risolvere completamente il problema del sovraffollamento: i
posti regolamentari in tutte le carceri del Paese sono infatti 49.943
secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). "Se
si tiene conto delle detenzioni transitorie - si legge nel documento
- il tasso di sovraffollamento potrebbe salire al 118%". Sono
poi circa 4.200 i posti inutilizzabili per manutenzione. I reati
L’Italia è tra i Paesi più sicuri al mondo con un tasso di 0,9
omicidi ogni 100mila abitanti, addirittura al di sotto della media
Ue.
Dall'inizio
dell'anno sono stati regitrati 9 suicidi e 44 i detenuti si sono
tolti la vita nel corso del 2014. Numeri, superiori alla media
europea. Nelle nostre carceri sono inoltre detenuti 14 combattenti
jihadisti.
Il
rapporto parla anche dei braccialetti elettronici: sono duemila
circa quelli in uso oggi e il loro noleggio costa 2,4 milioni di
euro.
La
ricerca ha riguardato anche il 41 bis, il carcere duro che viene
commentato con i seguenti dati: "Nelle carceri italiane, il
numero complessivo di detenuto sottoposti al regime duro del 41 bis è
pari a 725 e, secondo quanto dichiarato dall'amministrazione
penitenziaria, sarebbero 14 i detenuti accusati o condannati per
terrorismo internazionale jihadista".
Giovanni Torrente, di Antigone, ha così risposto alle nostre domande:
Come
avete condotto l'indagine e quali i risultati significativi che
emergono per quanto riguarda il sovraffollamento?
L’osservatorio
di Antigone opera attraverso diversi strumenti, fra i quali uno dei
più importanti è la visita all’interno degli istituti
penitenziari. Antigone dispone infatti di un’autorizzazione
ministeriale in base alla quale i suoi osservatori hanno la
possibilità di visitare le carceri italiane e, attraverso una
griglia di raccolta dati, verificarne le maggiori criticità.
Accanto
a tale strumento, gli osservatori si avvalgono di informazioni
raccolte tramite testimoni privilegiati, cronache giornalistiche e
confronti con operatori del settore.
Tale
attività quest’anno ha osservato la quotidianità detentiva a
seguito dei provvvedimenti emanati per incidere sul sovraffollamento
penitenziario. Il quadro che ne emerge mostra come, a fronte della
diminuzione del numero di detenuti, non sia significativamente mutato
il clima di tensione all’interno degli istituti. Ciò si deve anche
al fatto che i provvedimenti adottati, pur incidendo
significativamente sul numero di persone recluse, non ha invece
toccato la composizione sociale della popolazione detenuta, che
ancora oggi appartiene in larga parte a gruppi sociali fortemente
marginali.
Un tema
a noi caro: cosa scrive Patrizio Gonnella a proposito degli stranieri
detenuti? E della possibilità, per loro, di professare la religione?
Chiaramente
l’esercizio della propria religione costituisce un problema. Ciò
si deve sia alla mancanza di spazi, sia alle limitate possibilità di
accesso per i ministri del culto di alcune religioni – soprattutto
islamica – sia infine per i pregiudizi culturali che ancora oggi
accompagnano molti operatori della giustizia penale.
Nel
report sono inserite infografiche che permettono di fare un confronto
con la situazione carcaeraria di due anni fa: c'è stato un
miglioramento? In che modo si dovrebbe intervenire per garantire i
diritti di base ai detenuti?
Come
dicevo, un miglioramento chiaramente c’è stato. Tuttavia non è
riuscito ad incidere su quei fattori che ancora oggi incidono
pesantemente sulla dignità della pena: dalla fatiscenza dei luoghi
alla inadeguatezza del carcere nell’affrontare le situazioni di
disagio in cui versano molti condannati (tossicodipendenza, malattia
mentale, percorsi migratori irregolari ecc.).
Gli
interventi necessari sarebbero naturalmente numerosi. La madre di
tutte le riforme dovrebbe essere l’approvazione di un nuovo codice
penale attraverso l’introduzione di un sistema di diritto penale
minimo consono ai principi del garantismo penale. Ciò si
tradurrebbe, tra l’altro, in una differenziazione delle pene, con
la perdita della centralità del carcere a favore di altri strumenti
puntivi (risarcitori, riparativi, interdittivi ecc.) A ciò si
potrebbe accompagnare una riforma dell’ordinamento penitenziario in
senso più favorevole alla tutela dei diritti fondamentali del
condannato e che limiti i meccanismi più infantilizzanti delle
procedure penitenziarie. Infine, occorrerebbe intervenire anche a
livello organizzativo e strutturale. Il luogo di espiazione della
pena dovrebbe infatti mutare radicalmente nelle sue pratiche e nei
suoi luoghi, in modo da divenire qualcosa che ricordi sempre meno la
prigione così come oggi noi la conosciamo.
Cosa
recita l'Art. 35 e qual è il bilancio a sei mesi dalla sua entrata
in vigore?
Il
biliancio, allo stato attuale, è purtroppo piuttosto deludente. Come
noto, la norma prevede un rimedio risarcitorio per quei detenuti che
siano stati reclusi in condizioni ritenute dalla CEDU come inumane e
degradanti. Tale rimedio si concretizza in un risarcimento pecuniario
di 8 Euro per ogni giorno di detenzione in condizioni inumane e
degradanti per quei detenuti che attualmente sono in libertà, e di
uno sconto di pena di 1 giorno ogni 10 trascorsi nelle medesime
condizioni per chi attualmente è ancora detenuto. Purtroppo tali
rimedi si stanno attualmente scontrando con una giurisprudenza della
magistratura di sorveglianza (che è l’organo preposto a
riconoscere i risarcimenti) piuttosto altalenante e in alcuni casi
eccessivamente restrittiva. Ne deriva quindi, in diverse situazioni,
una scarsa effettività della norma nel porre rimedio alle violazioni
commesse.
"I
detenuti bisogna farli lavorare", dice la legge, perché
nell'occupazione c'è la miglior garanzia di riabilitazione, e
infatti le statistiche dimostrano che quando nel periodo di
detenzione si è svolta una regolare attività, le recidive calano
drasticamente. Dentro le carceri italiane di lavoro da fare ce n'è,
ma siccome - sempre per legge - il lavoro deve essere stipendiato e
di soldi non ce n'è per tutti, quasi l'80% dei detenuti guarda il
soffitto.
La
proposta che avevo lanciato, attraverso Report e le pagine del
Corriere (14 gennaio 2014), era di cambiare la norma ispirandosi agli
esempi del Nord Europa o ad alcune felici esperienze del Nord
America, dove l'amministrazione penitenziaria calcola lo stipendio,
ma lo trattiene a compensazione delle spese di mantenimento,
lasciandogli 50 euro mensili per le piccole necessità e concedendo
benefici e sconti di pena. Un sistema che incentiva il detenuto a
darsi da fare, favorisce il reintegro attraverso l'apprendimento di
un mestiere, e consente al sistema carcerario di non gravare sulle
casse dello Stato.
Poi ci
sono gli affidati in prova al servizio sociale, che invece scontano
la pena svolgendo attività a titolo gratuito presso enti pubblici,
parrocchie, associazioni di volontariato. Significa che, se io sono
un privato e ho un'impresa edile, non posso prendermi un condannato a
una misura alternativa e farlo lavorare gratis. Nella realtà
italiana però i controlli sono pochi, mancano i progetti e alla fine
il condannato autocertifica la propria "attività riparatrice".
Inoltre,
a differenza degli esempi stranieri, dove, anche in questi casi ad
occuparsi del problema è l'amministrazione penitenziaria, che decide
e organizza i lavori di pubblica utilità, in Italia abbiamo
preferito coinvolgere le cooperative sociali, tra cui anche quelle
finite nell'inchiesta mafia capitale. Partendo dalla mia proposta,
Letizia Moratti, persona sensibile al mondo del volontariato, ma
anche attenta imprenditrice, ha lanciato la sua (19 gennaio scorso),
citando l'esperienza della comunità di San Patrignano.
Esempio
improprio poiché il tossicodipendente e il condannato non possono
essere messi sullo stesso piano: il primo entra volontariamente in
comunità e volontariamente ne esce, il secondo no.La
sua proposta è quella di sollecitare il ministero della Giustizia ad
accogliere il progetto che ha presentato insieme a Banca Prossima,
del gruppo Intesa San Paolo, e ad altre realtà del mondo non profit.
Il progetto si propone di accogliere mille detenuti in regime di
esecuzione esterna della pena, e garantirebbe, secondo l'ex sindaco
di Milano, il reinserimento lavorativo, facendo risparmiare allo
Stato 200 milioni di euro.
Ora,
il reinserimento è una promessa, e non una garanzia, mentre il
risparmio di 200 milioni non si capisce da dove salti fuori, visto
che, in questo caso, il condannato in carcere non ci andrebbe
comunque. La Moratti intende forse sostituirsi ai servizi sociali?
L'operazione si finanzierebbe con l'emissione di Sib (Social Impact
Bond): una specie di obbligazione che ha un rendimento solo quando
vengono raggiunti specifici risultati sociali.
Ma il
Sib è considerato un prodotto finanziario altamente speculativo,
dove il risparmiatore che investe rischia di rimetterci i suoi soldi
perché i risultati potrebbero anche non esserci. E come si misurano
i risultati? Attraverso un accordo fra le parti (ovvero lo Stato e la
"Moratti Holding") nel quale è definito il criterio di
"impatto sociale" positivo delle attività del progetto, a
date scadenze. Intenderebbe quindi riunire altre cooperative sociali,
finanziarsi con i Sib, per gestire i condannati non pericolosi, farli
lavorare gratis e rientrare dei costi vendendo il prodotto del loro
lavoro? Se la sostanza è questa, si aprirebbe la strada alla
privatizzazione del disagio sociale, con inevitabile speculazione
privata del lavoro del condannato. Una pericolosa deriva, dove lo
Stato, per incapacità organizzativa, abdica al proprio ruolo.
___________________________________________________________________________________ L'Associazione per i Diritti Umani segnala lo spettacolo "Questa immensa notte" di Clohe Moss per la regia di Laura Sicignano, in scena al Teatro Filodrammatici di Milano fino all'8 febbraio. 02 367227550
Hanno condiviso la cella, ma quando escono di prigione non sanno come sostenere l'amicizia al cospetto della nuova, fragile libertà ottenuta. Una storia al femminile sul carcere e su come, una volta entrati, sia impossibile uscirne. anche quando la galera è alle nostre spalle. In scena: Orietta Notari e Raffaella Tagliabue.
Un uomo,
originario del Panjab, passeggia per le vie di Cremona portando, alla
cintura, il kirpan, un
oggetto che, nella tradizione sikh, simboleggia l'onore, la libertà
di spirito e la non violenza, anche se si tratta di un pugnale. La
polizia italiana lo ferma e lo fa condannare per porto abusivo di
arma da taglio. I Rom, invece, fanno chiedere l'elemosina ai minori e
questa pratica, nella loro cultura si chiama mangel.
I
casi sopra riportati sono raccontati e analizzati nel saggio
intitolato Culture
alla sbarra. Unariflessione sui reati
multiculturali,
degli avvocati penalisti Fulvio Gianaria e Alberto Mittone, edito da
Einaudi. La domanda centrale è: “ La cultura d'origine di una
persona migrante può essere considerata attenuante o aggravante di
un reato?” e, quindi, i due giuristi torinesi si pongono anche la
questione di come conciliare le tradizioni, gli usi e i costumi con
la legge italiana.
Ricordiamo,
così come nel libro, un fatto di cronaca nera che sconvolse
l'opinione pubbblica ma che, purtroppo, non fu l'unico: l'uccisione
di Hina Saleem, ammazzata dal padre e da uno zio, nel 2006 a Brescia,
perchè accusata di aver tradito i valori della famiglia e della
cultura pakistana con atteggiamenti troppo occidentalizzati:
indossava abiti considerati succinti, beveva alcol, amava un ragazzo
italiano. La vicenda di Hina è diventata oggetto di studio proprio
perchè, in primo grado, il tribunale considerò quell'assassinio
come un “reato culturalmente motivato”, anche se , per fortuna,
le sentenze successive non considerarono il valore culturale e
attribuirono all'indole aggressiva e violenta del padre la
responsabiloità del crimine.
Gli
autori del saggio di cui vi stiamo parlando sostengono che, nel
valutare la relazione tra cultura d'origine e delitto, bisognerebbe
valutare anche alcune variabili, quali ad esempio: la durata del
periodo di immigrazione, le opportunità di cambiamento offerte dal
Paese di accoglienza, la qualità dei percorsi di inclusione.
Gianaria e Mittone, inoltre, dichiarano che sarebbe meglio non
mettere mano alle norme italiane, ma affidarsi, di volta in volta,
alla giurisprudenza e al buon senso dei magistrati nell'analisi dei
singoli casi.
Un
saggio utile per riflettere sul tema della Giustizia in società
multiculturali, soprattutto in Italia dove la questione è ancora
spinosa, a differenza di altri Paesi in cui è garantità una certa
neutralità laica a tutti i cittadini (Francia) oppure, come in
Canada, dove è stato adottato il sentencing
circle,
ovvero sono state istituite camere di consiglio allargate al gruppo
etnico dell'imputato che interagiscono con i giudici locali.
oggi
vi proponiamo il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti
Umani ha realizzato, presso il Centro Asteria, sul documentario
Levarsi
la cispa dagli occhi. Abbiamo
avuto occasione di fare molte riflessioni con i registi, Cristina
Maurelli e Carlo Concina, e con alcuni detenuti del carcere di
massima sicurezza di Opera. Ha partecipato all'iniziativa anche Margherita Lazzati del progetto "Leggere LiberaMente".
Il
documentario racconta lo svolgimento del progetto “Leggere Libera
Mente”, che si svolge all'interno del carcere di massima sicurezza
di Opera.
Muri,
sbarre, chiavi. Il carcere è un posto di frontiera. Ma lettura e
scrittura possono aiutare a ritrovare un senso, a dare voce a giorni
sempre uguali.
Le
poesie dei detenuti, i loro scritti, le loro pagine preferite ci
accompagnano in un viaggio all'interno del carcere alla ricerca del
significato della parola LIBERTA'.
Proponiamo
anche una proiezione del documentario per le scuole (terze medie e
superiori), sempre alla presenza dei registi al costo simbolico di
due euro a partecipante. Per informazioni: peridirittiumani@gmail.com
Tutto
il nostro materiale video è disponibile anche sul canale Youtube
dell'Associazione per i Diritti Umani.
Se
apprezzate il nostro lavoro, potete aiutarci a continuare a farlo con
una piccola donazione tramite Paypall (in alto a destra sul sito).
Grazie!
Meno
male che è lunedì è il
titolo del documentario del giornalista e regista Filippo
Vendemmiati, già vincitore del Premio David di Donatello per il suo
lavoro filmico sulla storia di Federico Aldrovandi, E'
stato morto un ragazzo.
Meno
male che è lunedì è
stato presentato, con successo, all'ultima edizione del Festival di
Roma. Girato nelle stanze del carcere di Bologna della Dozza, in
presa diretta racconta la quotidianità dei detenuti che lavorano
nella ex palestra dell'istituto di pena, ora trasformata in officina.
I racconti intrecciano storie di vita passata con il presente e
permette un'interessante riflessione sul valore della dignità e sul
tema della giustizia.
Abbiamo
intervistato per voi Filippo Vendemmiati che ringraziamo tantissimo
per la sua disponibilità.
Ci
racconta, brevemente, in cosa consiste il progetto “ L'Officina dei
detenuti”?
In
estrema sintesi: tre aziende emiliane, leader nel settore degli
imballaggi (medicinali, alimentari, sigarette) GD, Ima, Marchesini
Group, hanno costituito una società, la F.I.D. (Fare impresa in
Dozza) che ha aperto un’officina all’interno del carcere della
Dozza di Bologna, nel capannone dove prima c’era una palestra. Dopo
un corso di formazione professionale sono stato assunti a tempo
indeterminato con contratto metalmeccanico di secondo livello 13
detenuti che lavorano fianco a fianco con una decina di ex operai,
altamente specializzati, oggi in pensione, provenienti dalle tre
stesse aziende che hanno promosso il progetto. Si lavora secondo il
principio dell’isola di montaggio, le lavorazioni sono ad alto
contenuto tecnologico. La F.I.D. non fa assistenza, tanto meno
beneficienza. Ha un proprio bilancio a cui rispondere e produce
utili. Una volta scontata la pena c’è l’impegno a riassumere i
detenuti nell’indotto esterno del settore, è già avvenuto in
quattro casi. I “detenuti liberati” sono reintegrati da altri che
scontano la loro pena nel carcere della Dozza. In genere provengono
tutti dal reparto penale, con pene definitive superiori a 5 anni.
Per
quanto tempo ha seguito la quotidianità delle persone - libere e non
– che vediamo nel film? E che tipo di relazioni si instaurano tra
loro?
Siamo
stati con troupe e telecamere circa un mese nel carcere della Dozza.
4 settimane non consecutive per lasciare soprattutto a noi il tempo
di assorbire e rielaborare emozioni e punti di vista molto potenti e
coinvolgenti. Abbiamo tentato in tutti i modi di non essere invasivi,
di non far pesare la nostra presenza. E’ stato molto meno difficile
del previsto. La realtà dell’officina si è aperta come d’incanto
e ci è parsa subito uno spazio di libertà. Il rapporto con tutor e
detenuti è stato profondo e senza ostacoli tanto da farmi scattare
subito una domanda, forse ambiziosa e presuntuosa, e che sta alla
base del film. Mi sono chiesto: è possibile parlare di carcere come
un luogo di vita, seppur temporaneamente reclusa, un luogo abitato da
persone e non da reclusi? Persone che sognano, che parlano e
scherzano tra loro, perché condividono l’appartenenza ad un
progetto collettivo che li fa uscire dalle gabbie dell’individualismo
in cui la segregazione li rinchiude?
E' stata
anche l'occasione di ascoltare le loro storie: cosa sperano per il
presente e per il futuro?
Abbiamo
parlato a lungo con i detenuti. Nello spogliatoio dell’officina,
tra un caffè e una sigaretta durante i minuti di pausa, ci hanno
parlato a lungo di loro stessi, ci hanno in alcuni casi consegnato i
loro racconti scritti. Questo è avvenuto con grande spontaneità,
quasi naturalmente, senza che nessuno di noi glielo abbia mai chiesto
direttamente. Ognuno di loro apre una finestra diversa, sarebbe
stato un film nel film, o meglio un altro film. Perché in realtà
ho scelto di non raccontare in modo approfondito la storia di ogni
detenuto. Non mi interessavano i motivi e gli errori che li hanno
portati in carcere. Come con grande realismo racconta un operaio: -Se
sono qua, qualcosa avranno fatto, ma a me non interessa. Per me in
officina sono dei colleghi e basta-. Il film ci racconta della
dimensione umana delle persone, del rapporto che cresce attorno al
lavoro e in parallelo al manufatto che mani sapienti insieme
costruiscono. Qualcuno ha detto che questo film parla più di lavoro
come valore che del carcere come luogo chiuso. L’uomo non è solo
quello che ha commesso e se in carcere si entra colpevoli, a meno che
non si sia vittime di errori giudiziari, si deve uscire innocenti.
Questo prescrive la nostra costituzione e l’esempio virtuoso
dell’officina dei detenuti indica che è possibile applicarla.
Come
avete vissuto l'esperienza della realizzazione del documentario e del
festival ?
La
sceneggiatura è nata dopo un lungo lavoro di selezione delle tante
ore di materiale girato e durante il montaggio. Solo in questa fase
mi sono reso conto anche della forza espressiva che un racconto così
costruito avrebbe potuto avere. Durante le riprese non tutto era
chiaro, avevamo forti emozioni e qualche idea, ma nulla di
precostituito. Tutte le scene che compaiono nel film sono state
riprese dal vivo, nessuna è stata preparata a tavolino. E quando
qualcosa ci è sfuggito perché in quel momento eravamo disattenti o
semplicemente altrove. Abbiamo scelto di non rifare, ci avrebbe
rimesso la spontaneità del film. Il festival di Roma per noi tutti è
stata una grande festa. Avevo personalmente promesso a Roberto, un
detenuto oggi in permesso lavorativo esterno, di portarlo sul
red-carpet. Non ero stato molto convincente e non mi aveva creduto,
ma in fondo allora non ci credevo neppure io. Portarlo al Festival di
Roma insieme a Fathim, a Mirko e ad una decina di operai, farli
sfilare tutti insieme davanti a decine di fotografi, là dove passano
le star del cinema, è stata una gioia indescrivibile. Noi in corteo,
fischietti in bocca, dietro allo striscione Meno male è Lunedì, il
titolo del film, eravamo lì a dire siamo gli evasi, quelli che
evadono dai luoghi comuni per invitare tutti, anche il cinema, ad
essere meno evasivo sui temi che attengono ai diritti umani e ai
diritti delle persone.
La
detenzione può e deve essere riabilitativa?
La
risposta è scontata, ma io non voglio incorrere nell’errore di
passare per uno esperto di problematiche carcerarie. C’è chi da
anni se ne occupa, lavora duramente all’interno degli istituti di
pena e si scontra quotidianamente con muri culturali, burocratici e
legislativi. Io ho fatto solo un film e ho tentato di raccontare
quello che ho visto. Posso solo dire che ho una formazione culturale,
che non pretendo sia condivisa, che mi porta ad essere contrario
all’ergastolo, alla “pena di morte viva”, sono contrario alle
carceri e alle detenzioni speciali. Come diceva il cardinal Carlo
Maria Martini una società civile non cerca pene alternative, ma
alternative alle pene.
L'Associazione per i Diritti Umani dedica questa intervista a Stefano Cucchi e alla sua famiglia.