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venerdì 25 dicembre 2015

Quel pranzo di Natale nel carcere di Opera



Nella Casa di reclusione di Opera, lo scorso 23 dicembre, si è tenuto un pranzo molto speciale: uno chef stellato ha cucinato varie prelibatezze per i detenuti e i loro familiari.

Anche se apprezziamo il gesto professionale e umano dello chef e delle altre persone famose coinvolte nell'iniziativa intitola "L'ALTrA cucina... per un pranzo d'amore",
 
non vogliamo citarle perchè a noi interessa altro: interessa sottolineare i motivi che stanno alla base di questa scelta illuminata, da parte del Direttore dell'istituto di pena, e le conseguenze positive. La giornata è poi proseguita con un concero di Edoardo Bennato, preso il teatro dell'istituto. Tornando al motivo della bella iniziativa: immaginiamo che sia stato quello di offrire ai reclusi un momento diverso dalla quotidianità, uno spazio per riabbracciare i cari, stare in compagnia e riflettere, tutti insieme, sul senso vero e profondo della nascita di Gesù: un uomo che ha incarnato i peccati degli altri uomini, che ha pagato per tutti, ma che poi è tornato alla vita. Le conseguenze: la gioia di tutte le persone, libere e non, che si sono ritrovate insieme a condividere il pane, simbolo di pace. Ma non è tutto: a servire il pranzo sono state le vittime di alcuni reati commessi dai detenuti. Una decisione meritevole, un esempio grande di capacità di perdono. Si deve andare avanti, cercando di mettersi nei panni dell'Altro, anche quando l'errore è stato enorme. Ci vuole tempo, tanto tempo per capire, perdonare. Ci vuole tempo, tanto tempo anche per riscattarsi.

Il dono più bello? La presenza dei bambini che, con il loro chiasso, le loro domande, il loro entusiasmo hanno ridato la voglia di continuare a stare dentro e ad aspettare fuori, con la fiducia nel sapere che non è poi tutto sprecato.


L'iniziativa è stata replicata in altre quattro carceri per le detenute e i detenuti e i loro familiari.

sabato 5 dicembre 2015

Una mostra dei detenuti di San Vittore presso il Tribunale di Milano

Si intitola "Sogni di segni, segni di sogni" l'esposizione che si è aperta oggi al Palazzo di Giustizia di Milano per mettere in mostra le opere realizzate da circa una cinquantina di persone che stanno scontando una condanna nel carcere milanese di San Vittore e all'Icam, l'istituto di custodia attenuata per le madri detenute. Obiettivo del progetto, promosso dalla sezione milanese dell'Associazione Nazionale Magistrati, è quello di consentire ai detenuti di vivere la propria quotidianità carceraria realizzando la propria personalità attraverso la pittura e esprimere così il proprio stato d'animo nella difficile fase di espiazione della pena.
La mostra di pittura resterà aperta fino al prossimo 17 dicembre nell'androne del terzo piano della cittadella giudiziaria milanese per poi essere trasferita alla Casa dei Diritti del Comune di Milano. "E' interesse dello Stato - ha osservato il presidente della Corte d'Appello del capoluogo lombardo, Giovanni Canzio, durante la cerimonia di inaugurazione - realizzare questo percorso di legalità. Iniziative come queste sono la strada migliore per ridurre il rischio di recidiva".




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lunedì 23 novembre 2015

Ragazzi fuori: 18mo rapporto Antigone sulle carceri minorili in Italia



Dalla prefazione di Patrizio Gonnella:
 
Le carceri minorili hanno oramai, fortunatamente, un uso davvero residuale all’interno del sistema della giustizia dei minori. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere stigmatizzante. Solo i più cattivi vanno a finire in galera: è questo il messaggio che dobbiamo oggi decostruire. Per decenni la presenza dei ragazzi negli II.PP.MM. italiani si era attestata attorno alle 500 unità. A seguito dell’ondata riformatrice che ha investito il sistema penitenziario degli adulti e che si è portata dietro a ricasco anche quello minorile, si era arrivati a meno di 350 presenze, oggi nuovamente aumentate dalla presenza dei giovani adulti negli istituti per minori. In ogni caso, numeri molto bassi.
Che si confermano tali anche nella permanenza media di ciascun ragazzo, che non supera le poche settimane. Pochi ragazzi e per poco tempo. Il problema sembra dunque gestibile. Gli adulti siamo noi. E da adulti sapremo trovare una modalità di attenzione, di presa in carico, di accoglienza sociale capace di fare a meno di celle, cancelli e muri quando si ha a che fare con dei minori di età. La direzione da percorrere – quella che di fatto abbiamo già iniziato a percorrere – deve andare verso una progressiva decarcerizzazione. Se il nostro primo Rapporto sugli II.PP.MM. si intitolava Ragazzi dentro, oggi è decisamente il momento di pensare ogni modalità affinché i ragazzi rimangano fuori.


Sono stati 11 i minori accusati di omicidio volontario, secondo gli ultimi dati disponibili, 12 quelli accusati di tentato omicidio e in totale 159 quelli entrati in carcere nel 2013 per reati contro la persona, 713 per reati contro il patrimonio. Questi i dati che emergono dal terzo rapporto dell'associazione Antigone sugli istituti penali minorili, 'Ragazzi fuori', realizzato quest'anno in collaborazione con l'Isfol e presentato oggi a Roma. Sono circa 37 mila i procedimenti davanti al gip o al gup nei confronti di minorenni, stabili i reati denunciati, questo a dimostrazione del fatto che "meno detenuti non significa più reati": sottolinea Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri.

La misura carceraria per i minori, cautelare o detentiva, è infatti "extrema ratio": nel 2015 i ragazzi detenuti sono 20 volte di meno che nel 1940, quando erano 8.521, nel 1975 erano 858, oggi sono 449, un numero stabile negli ultimi quindici anni. Di questi 281 sono giovani adulti che hanno commesso il reato da minorenni. Le ragazze sono 39, l'8,7%, ovvero una percentuale doppia rispetto alla popolazione detenuta femminile adulta. Gli stranieri detenuti sono 204, pari al 45%, cioè 12 punti percentuali in più rispetto alle carceri per adulti: questo significa, rileva Antigone, che "il sistema della giustizia minorile riesce a garantire opportunità alternative alla carcerazione maggiori per i ragazzi italiani".




 

giovedì 8 ottobre 2015

La pena di morte è disumana




In occasione delle ultime esecuzioni negli Stati Uniti (la prima donna in 70 anni è stata condannata alla sedia elettrica in Georgia e la pena eseguita nei giorni scorsi), ripubblichiamo un intervento del Pontefice - sui temi delle carceri e della pena di morte - ma ancora molto attuale.


(dal sito de L'Osservatorio Romano)

Francesco: abolire pena di morte, no a carcere disumano

Udienza di Papa Francesco nella Sala dei Papi - L'Osservatore Romano
23/10/2014

Cristiani e uomini di buona volontà “sono chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte”, in “tutte le sue forme”, ma per il miglioramento delle “condizioni carcerarie”. È uno dei passaggi centrali del discorso tenuto da Papa Francesco in Vaticano a un gruppo di giuristi dell’Associazione penale internazionale. La voce del Papa si è levata anche contro il fenomeno della tratta delle persone e della corruzione. Ogni applicazione della pena, ha affermato, deve essere fatta con gradualità, sempre ispirata dal rispetto della dignità umana. Il servizio di Alessandro De Carolis:

L’ergastolo è una “pena di morte coperta”, per questo l’ho fatta cancellare dal Codice Penale Vaticano. L’affermazione a braccio di Papa Francesco si incastona in una intensa, particolareggiata disamina di come gli Stati tendano oggi a far rispettare la giustizia e a comminare le pene. Il Papa parla con la consueta schiettezza e non risparmia critiche a tempi come i nostri in cui, afferma, politica e media incitano spesso “alla violenza e alla vendetta pubblica e privata”, sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Il passaggio sulla pena di morte è molto sentito. Papa Francesco ricorda che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte”, come pure il Catechismo, non solo punta il dito contro il ricorso alla pena capitale, ma smaschera in un certo senso anche quello alle “cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”, che lui chiama “omicidi deliberati”, commessi da pubblici ufficiali dietro il paravento dello Stato:

“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, anche, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte coperta”.

Lo sguardo e la pietà di Papa Francesco sono evidenti in tutta la sua esplorazione sia delle forme di criminalità che attentano alla dignità umana, sia del sistema punitivo legale che talvolta – dice senza giri di parole – nella sua applicazione legale non è, perché quella dignità non rispetta. “Negli ultimi decenni – rileva all’inizio il Papa – si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”. Questo ha fatto sì che il sistema penale abbia varcato i suoi confini – quelli sanzionatori - per estendersi sul “terreno delle libertà e dei diritti delle persone”, ma senza un’efficacia realmente riscontrabile:

“C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative”.
 
Papa Francesco definisce ad esempio il ricorso alla carcerazione preventiva una “forma contemporanea di pena illecita occulta”, celata dietro “una patina di legalità”, nel momento in cui procura a un detenuto non condannato un’“anticipo di pena” in forma abusiva. Da ciò – osserva – deriva sia il rischio di moltiplicare la quantità dei “reclusi senza giudizio”, cioè “condannati senza che si rispettino le regole del processo” – e in alcuni Paesi sono il 50% del totale – sia, a cascata, il dramma della vivibilità delle carceri:

“Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà”.
 
Ma Papa Francesco va oltre quando, parlando di “misure e pene crudeli, inumane e degradanti”, paragona a una “forma di tortura” la detenzione praticata nelle carceri di massima sicurezza. L’isolamento di questi luoghi, ricorda, causa sofferenze  “psichiche e fisiche” che finiscono per incrementare “sensibilmente la tendenza al suicidio”. Ormai, è la desolante constatazione del Papa, le torture non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere “la confessione o la delazione”…

“…ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena”.

E dalla durezza del carcere, insiste il Papa, devono essere risparmiati anzitutto i bambini, ma anche – se non del tutto almeno in modo limitato –anziani, ammalati, donne incinte, disabili, compresi “madri e padri che – sottolinea – siano gli unici responsabili di minori o di disabili”. Papa Francesco si sofferma con alcune considerazioni su un fenomeno da lui sempre combattuto. La tratta delle persone, sostiene, è figlia di quella “povertà assoluta” che intrappola “un miliardo di persone” e ne vede almeno 45 milioni costrette alla fuga a causa dei conflitti in corso. Quindi, osserva con durezza:
 
“Dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale”.
 
Il capitolo sulla corruzione è ampio e analizzato con grande scrupolo. Il corrotto, secondo Papa Francesco, è una persona che attraverso le “scorciatoie dell’opportunismo”, arriva a credersi “un vincitore” che insulta e se può perseguita chi lo contraddice con totale “sfacciataggine”. “La corruzione – afferma il Papa – è un male più grande del peccato” che “più che perdonato”, “deve essere curato”:

"La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con [la] maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o [per] quelle di terzi”.

Al tirare delle somme, Papa Francesco esorta i penalisti ad usare il criterio della “cautela” nell’applicazione della pena”. Questo, asserisce, “dev’essere il principio che regge i sistemi penali”:

“Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana”.






domenica 4 ottobre 2015

Arabia Saudita:attivista rischia di essere messo a morte

 
 
 
 
 


La Corte penale speciale e la Corte suprema dell’Arabia Saudita hanno confermato la sentenza capitale nei confronti di Ali Mohammed Baqir al-Nimr, giovane attivista sciita condannato a morte per reati presumibilmente commessi all’età di 17 anni.


È accusato di “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. La condanna sarebbe stata emessa sulla base di una confessione estorta con torture e maltrattamenti.


Ali al-Nimr è nipote di un eminente religioso sciita - Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, anch’egli condannato a morte.



Ali al-Nimr ha esaurito ogni possibilità di appello e può essere messo a morte appena il re ratifica la condanna.

Chiedi con Amnesty l’annullamento della sentenza, indagini sulle torture e che l’Arabia Saudita rispetti i diritti umani.


Leggi il testo completo dell'appello




IL CASO

Il 14 febbraio 2012, Ali Mohammed Baqir al-Nimr, 17 anni, viene arrestato e condotto presso la Direzione generale delle indagini (Gdi) del carcere di Dammam. Non può vedere il suo avvocato e, secondo quanto riferisce, viene torturato da ufficiali della Gdi affinché firmi una “confessione”. 
 

Resta detenuto nel centro di riabilitazione giovanile Dar al-Mulahaza per un anno e, a 18 anni, riportato nella Gdi di Damman. 

Il 27 maggio 2014, il tribunale penale speciale di Gedda lo condanna a morte per reati che comprendono la “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. Il tribunale si sarebbe basato sulla “confessione” estorta con la tortura e maltrattamenti e su cui si è rifiutato di indagare. 
 

Ad agosto 2015 il caso viene inviato al ministro dell’Interno per dare attuazione alla sentenza.  

A settembre la famiglia diffonde la notizia appresa: i giudici di appello presso la Corte penale speciale (Scc) e della Corte suprema confermano la sentenza.
 

Ali al-Nimr è un attivista scita e nipote dell’eminente religioso sciita Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, di al-Awamiyya in Qatif, nella zona orientale dell’Arabia Saudita, condannato a morte dal tribunale penale speciale il 15 ottobre 2014.



LA PENA DI MORTE IN ARABIA SAUDITA
L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto numero di sentenze: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre 2200 persone; da gennaio ad agosto 2015, almeno 130 esecuzioni
 

Violando la Convenzione sui diritti dell’infanzia e il diritto internazionale, ha messo a morte persone per reati commessi quando erano minorenni.

Spesso i processi per reati capitali sono tenuti in segreto e sono sommari e iniqui, senza l’assistenza  e la rappresentanza legale durante le varie fasi della detenzione e del processo. Gli imputati possono essere condannati sulla base di confessioni estorte con torture e maltrattamenti, coercizione e raggiri.
 

Le tensioni tra la comunità sciita e le autorità saudite sono cresciute dal 2011, quando sono cresciute le manifestazioni contro gli arresti e le vessazioni di sciiti che svolgevano preghiere collettive e violavano il divieto di costruire moschee sciite.
 

Le autorità saudite hanno risposto con la repressione di chi era sospettato di partecipare o sostenere o esprimere opinioni critiche verso lo stato. I manifestanti sono stati trattenuti senza accusa e in isolamento per giorni o settimane e sono stati segnalati maltrattamenti e torture. 

Dal 2011, quasi 20 persone collegate alle proteste sono state uccise e centinaia incarcerate. 

 



lunedì 21 settembre 2015

I frutti del carcere

Milano. La Loggia dei Mercanti,  a un passo dal Duomo, ospita - sabato 26 settembre – l’iniziativa “I frutti del carcere”. In programma l’esposizione delle produzioni carcerarie e incontri di approfondimento sui temi della detenzione e delle alternative al carcere. Un’occasione per conoscere il lavoro dei detenuti, le attività svolte nei laboratori degli Istituti di pena con la mostra mercato di mobili, gioielli, accessori, abiti, prodotti alimentari (pane, focacce, dolci) oltre a fiori e piante. Saranno organizzati anche incontri e dibattiti di approfondimento incentrati sui temi della detenzione, del lavoro carcerario e delle misure alternative. A cura associazione di  promozione sociale “Per i Diritti”. L’evento è inserito nel calendario di Expo in Città. Ore 10-18.30. Sito: www.comune.milano.it.





giovedì 20 agosto 2015

Dalla “mala” milanese alle frontiere dell'anima


 


Gli appassionati di Massimo Carlotto conosceranno sicuramente Beniamino Rossini, uno dei suoi personaggi più amati. In La terra della mia anima (sempre edito da E/O) lo stesso compagno di avventure dell'Alligatore decide di raccontare la propria esistenza, una vita che attraversa l'immediato dopoguerra - quando inizia a fare lo “spallone” trafficando in sigarette - per arrivare alla guerra civile, passando per la Resistenza.

Beniamino ha un animo nomade, batte le terre d'Italia e d'Europa e si spinge fino al Libano; ma la sua anima viene ancorata nel mare, in quella distesa aperta e infinita che promette libertà eterna. E di libertà ne ha vissuta, il Rossini, una libertà sfrenata fatta di soldi e di femmine. Una libertà spezzata, a periodi, da anni di galera che non hanno fiaccato lo spirito indomito. Una vita appassionata, vissuta ai margini di frontiere fisiche e interiori, ma con princìpi saldi, un'etica criminale che oggi non esiste più e poi un amore, quello per un uomo diventato donna.

Il romanzo, uno dei più intensi di Carlotto, attraversa il Novecento, i momenti più bui del nostro Paese, con riflessioni di stretta attualità, come quella che riguarda le carceri: “Ora le rivolte non esistono più, le nuove carceri e le ristrutturazioni di quelle già esistenti sono state concepite per impedire ogni forma di protesta organizzata. In passato però furono un fenomeno molto diffuso, provocato dalle condizioni di vita inaccettabili nelle prigioni della Repubblica. Se oggi i detenuti hanno a disposizione un water e un lavandino, un fornello da campeggio, una caffettiera e un pentolino, lo si deve solo al sacrificio di quelli che si ribellarono e vennero picchiati, trasferiti e condannati. Sbaglia chi pensa che quel minimo di decenza venne portato nelle carceri da politici o intellettuali illuminati che sono arrivati sempre dopo e con un ritardo imbarazzante” e questo è solo un esempio. Così come può esserlo, oggi, la passione politica di Beniamino che, parlando di un suo mèntore, Enrico il Barbùn, dice: “Era comunista, in Svizzera aveva avuto problemi con la polizia, ma era un nemino dichiarato del partito. Aveva sempre considerato Stalin un dittatore sanguinario e all'inizio fu difficile discutere di politica. Quando parlava male dell'Unione sovietica mi veniva voglia di saltargli addosso”.

Ma il libro commuove per la capacità di scandagliare l'animo umano. Una frase su tutte, da sottolineare e ricordare: “ Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e all'urgenza del pentimento”.




venerdì 14 agosto 2015

Giornata internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto)



Attivisti indigeni per l'ambiente rischiano la vita - Un nuovo rapporto documenta le sempre maggiori minacce in tutto il mondo.
(da Associazione per i popoli minacciati)


In occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigeni (9 agosto), l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) pubblica un nuovo rapporto sulla situazione degli attivisti indigeni. Per gli attivisti indigeni di tutto il mondo chiedere il rispetto dei propri diritti o protestare per la salvaguardia delle proprie terre significa rischiare la vita. In molti paesi del mondo, alzare la voce a favore delle popolazioni indigene comporta la concreta probabilità di diventare vittima di assassinii di Stato, di arresti arbitrari, di essere condannati a lunghe pene detentive ingiustificate, di subire torture o importanti limitazioni della propria libertà di movimento e di parola.

Il nuovo rapporto pubblicato dall'APM mette in evidenza le pratiche adottate da governi e multinazionali per assicurarsi profitti economici senza riguardo delle comunità indigene e delle loro terre. Solamente sull'isola di Mindanao (Filippine) tra ottobre 2014 e giugno 2015 sono stati uccisi 23 leader indigeni impegnati a salvaguardare la loro terra dallo sfruttamento selvaggio imposto da progetti minerari. A Mindanao come altrove nel mondo, gli assassini, che siano sono semplici criminali, paramilitari o forze dell'ordine statali, restano impuniti.

Il rapporto analizza la situazione di dieci paesi in Asia, Centroamerica, Sudamerica e nella federazione Russa e mostra le metodologie violente e senza scrupoli messe in campo da latifondisti, governi e multinazionali per realizzare enormi progetti per lo sfruttamento di risorse naturali quali petrolio, gas, minerali, legname, ma anche di costruzione di dighe o di traffico di droga a scapito della vita non solo dei singoli attivisti ma di intere comunità indigene.

I membri delle comunità indigene sono attivisti per l'ambiente particolarmente motivati, proprio perché la loro sopravvivenza come comunità dipende perlopiù da un ambiente intatto, pulito e sano. La loro agricoltura sostenibile e i fortissimi legami con la propria terra tradizionale da cui traggono sia il senso identitario sia di appartenenza comunitaria dipendono proprio dal rispetto per la natura e l'ambiente. La realizzazione di mega-progetti sulla loro terra implica la distruzione dell'ambiente, l'avvelenamento dei terreni e troppo spesso la messa in fuga o la deportazione delle comunità indigene che ci vivono. Per loro ciò significa cadere nel baratro della povertà estrema, malattia, la perdita dei legami comunitari e delle proprie radici culturali.

La politica ambientale delle nazioni industrializzate sembra limitarsi all'organizzazione e alla partecipazione di vertici per il clima e giornate per la terra, nel proclamare compiaciuti sempre nuovi obiettivi da raggiungere per la salvaguardia del clima, ma di fatto non va molto oltre. Non solo non si impegna a proteggere la vita degli attivisti indigeni, le prime vittime e le maggiormente colpite dalla distruzione ambientale a livello mondiale, ma non pare nemmeno interessata ad ascoltare la loro voce.

Scarica il report [solo in tedesco] in:


https://www.gfbv.de/fileadmin/redaktion/Reporte_Memoranden/2015/Menschenrechtsreport_Nr._77_Indigene_Umweltaktivisten.compressed.pdf

Vedi anche in:



gfbv.it: www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140909it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2014/140801it.html | www.gfbv.it/2c-stampa/2013/130806it.html | www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/brasil-tras.html | www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/global-it.html | www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/dekade-it.html
in www:
http://en.wikipedia.org/wiki/Indigenous_peoples

martedì 21 luglio 2015

La casa del nulla: una riflessione sugli istituti penitenziari e un esempio di letterartura carceraria

 
 
 
 
 
 
 



Naria Giuliano e Rosella Simone sono le autrici del libro intitolato La casa del nulla (Milieu edizioni) opera sospesa tra storia orale, letteratura carceraria, racconto corale e antropologico. Pubblicato per la prima volta a metà degli anni ottanta da Tullio Pironti, e riproposto in una versione ridotta nel 1997 con il titolo "I duri", il testo ha avuto, come i suoi autori, diverse vicissitudini, ma rimane un testo fondamentale per capire gli anni settanta-ottanta e conserva ancora oggi una freschezza narrativa inossidabile.



Abbiamo rivolto alcune domande a Rosella Simone che ringraziamo.
 
 
Il libro racconta storie ambientate nelle carceri degli anni '70, anni difficili per il nostro Paese: qual era la popolazione carceraria dell'epoca ? E quali relazioni si instauravano tra le mura degli istituti?
Era una popolazione carceraria particolare e rispecchiava, come sempre fa il carcere, la società di allora. Nelle carceri speciali appena istituite erano stati concentrati due soggetti diciamo “nuovi”: ”terroristi” e rapinatori. Le istituzioni ritenevano che le regole durissime di quel carcere (colloqui con i vetri, arie d’aria ridotte all’osso, perquisizioni corporali….) e mettere insieme soggetti così apparentemente diversi avrebbe creato conflitti e piegato gli irriducibili. Non fu così. Proprio le condizioni brutali in cui erano costretti a vivere i detenuti creò una saldatura, una solidarietà, una amicizia, tra politici e banditi che fece detonare il circuito carcerario italiano.
Facciamo un paragone tra le condizioni di vita all'interno dei luoghi di detenzione di ieri e in quelli di oggi...
Il carcere è cambiato ma non è detto che sia sempre e solo in meglio. La carcerazione è differenziata e c’è chi può avere accesso alle pene alternative, andare a scuola, fare teatro e chi è chiuso nell’orrore del 41 bis. Di recente mi sono occupata del caso di un carcerato rinchiuso a Sulmona, Domenico Belfiore ergastolano in carcere da 32 anni, con un tumore all’intestino che, andato in coma, era stato ricoverato con urgenza, operato e rimandato immediatamente in carcere deve nel giro di pochi giorni è ritornato, ovviamente, in coma. Fortunatamente siamo venuti a saperlo e c’è stata una mobilitazione che ha portato alla concessione degli arresti domiciliari. Ma quanti i casi di cui non si sa niente?
Non sono contraria al carcere attenuato ma non posso giustificare, neanche per un capomafia alla Reina, una detenzione che equivale, per me, alla tortura.
Tra l’altro è proprio questa differenziazione che crea nei soggetti detenuti un processo di desolidarizzazione. Se io aspiro al premio (e non dico che non sia legittimo) dovrò guardarmi da stringere amicizie o essere solidale con chi gode fama di “cattivo”. E un carcere dove non c’è solidarietà tra i reclusi è un carcere dove si vive molto male.
Com'è nata l'idea di scrivere questo libro?
E’ una storia vecchia di 30 anni. Nell’agosto del 1985 Giuliano Naria, allora mio marito (abbiamo divorziato nel 1993), (condannato per banda armata denominata Brigate rosse e accusato, poi assolto, del delitto del Procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco) dopo un durissimo sciopero della fame che lo aveva portato a pesare 40 chili e dopo aver scontato 9 anni e sei mesi aveva ottenuto gli arresti domiciliari a Garlenda, un paesino dell’entroterra ligure nella casa che era dei mia nonna e che avevo dato in uso a i suoi genitori. Io lo avevo raggiunto lasciando Milano e il lavoro di giornalista. Era una bella cosa ma cosa ci facevamo lì? Non ci amavamo più così tanto da fare un figlio ma un libro forse potevamo provare a farlo. Avevamo a disposizioni personaggi straordinari da far impazzire di gioia qualsiasi aspirante scrittore! Giuliano era il narratore che sa guardare il carcere con ironia e gusto del paradosso, io l’intervistatrice. L’idea era raccontare la brutalità del carcere ma senza piagnistei, volevamo racconti scanzonati anche nella tragedia. Volevamo raccontare persone, non criminali o terroristi. Persone curiose, sbruffone, prepotenti, generose, crudeli anche e, soprattutto, non volevamo dare giudizi. Quelli li aveva già dati la legge.
Il testo fa fare una riflessione anche sull'utilità del carcere: qual è la sua opinione in merito?
L’obbiettivo di fondo per cui è stato scritto il libro è far si che chi lo legge si chieda: a cosa serve il carcere? Credo, credevamo, che il carcere non sia riformabili e, come da tempo insiste il mio amico Vincenzo Guagliardo, e fortunatamente non solo lui, che dovremmo liberarci dalla necessità del carcere.
Si tratta di storie che, da una parte, attingono alla realtà e, da un'altra, sono romanzate: perchè questa scelta?
Il libro è firmato da due persone ma in realtà è un canto corale e tutti i personaggi citati ne sono in qualche modo gli autori. E’ un documento di storia orale, storia raccontate come intorno a un bivacco (molti racconti sono nati all’Asinara a celle distrutte), dove ciascuno racconta la sua di storia e magari la abbellisce, omette, confonde. Non sono la verità ma sono più che vere.

 
 

giovedì 16 luglio 2015

In Italia il presidente dell'Azerbaigian. Amnesty International chiede al presidente del Consiglio di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani


Il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiedendogli di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian durante il suo incontro, previsto il 9 luglio, col presidente Ilham Aliyev.

Alla lettera è allegato un rapporto, intitolato "
Azerbaigian: i Giochi della repressione", nel quale Amnesty International denuncia la soppressione del dissenso, la detenzione di oltre 20 prigionieri di coscienza e ulteriori violazioni dei diritti umani che hanno preceduto, accompagnato e seguito i primi Giochi europei, terminati alla fine di giugno.

"Dietro l'immagine ostentata dal governo di una lungimirante, moderna nazione c'è uno stato in cui regolarmente e sempre più le critiche incontrano la repressione governativa. Giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani che osano sfidare il governo vanno infatti incontro ad accuse inventate, processi iniqui e lunghe pene detentive" - scrive il direttore Rufini.

Negli ultimi anni, le autorità azere hanno messo in atto un giro di vite senza precedenti nei confronti delle voci indipendenti all'interno del paese.

Molti attivisti per i diritti umani e critici del governo sono stati arrestati, altri hanno lasciato il paese e altri ancora tacciono per paura di essere arrestati o perseguitati. Gli uffici delle organizzazioni non governative più critiche nei confronti del governo sono stati chiusi, mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono state costrette a lasciare il paese. Anche i media sono stati oggetto di repressione. La maggior parte dei mezzi di comunicazione, infatti, è di proprietà dello Stato o filogovernativa e le autorità hanno usato il loro virtuale controllo monopolistico sulla stampa e sulla televisione per screditare i loro oppositori.

"Almeno 20 tra giornalisti, avvocati, attivisti dei movimenti giovanili e oppositori sono stati arrestati e condannati nei 12 mesi che hanno preceduto l'inizio dei Giochi europei. Alla vigilia della cerimonia inaugurale, ci è stato impedito di entrare nel paese. Lo stesso è accaduto a giornalisti del Guardian, di Radio France International e della tedesca Ard" - prosegue Rufini.

Nella lettera al presidente del Consiglio, Amnesty International Italia segnala alcuni casi di prigionieri di coscienza di cui continua a sollecitare l'immediata e incondizionata scarcerazione.

Rasul Jafarov, fondatore della ong Human Rights Club, è stato arrestato nell'agosto 2014. Intendeva lanciare la campagna "Sport per la democrazia", per attirare l'attenzione internazionale sul deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese. Nell'aprile 2015, è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per false accuse di evasione fiscale e rapporti d'affari illegali.

Leyla Yunus, un'attivista per i diritti umani di 60 anni, premiata e fra gli oppositori più espliciti e di alto profilo, è stata arrestata nel luglio 2014, pochi giorni dopo aver invocato il boicottaggio dei Giochi europei a causa della terribile situazione dei diritti umani in Azerbaigian. Da allora, è rimasta in detenzione preventiva, essendo stati estesi i termini a tutta la durata dei Giochi: in questo modo, Leyla avrà trascorso oltre un anno in carcere senza processo. Suo marito Arif Yunus è stato arrestato cinque giorni dopo. Entrambi sono detenuti con false accuse di tradimento, conduzione di affari illeciti, evasione fiscale, abuso di potere, frode e contraffazione. Leyla e suo marito soffrono di gravi problemi di salute ed è stato loro vietato di parlare tra di loro e con i familiari.

Intigam Aliyev, un noto avvocato dei diritti umani, che ha portato con successo un certo numero di casi contro l'Azerbaigian alla Corte europea dei diritti umani, è stato arrestato nel luglio 2014 sulla base di false accuse di evasione fiscale e di rapporti d'affari illegali. È stato detenuto fino al processo nel mese di aprile 2015, quando è stato condannato a sette anni e mezzo di reclusione.

Khadija Ismayilova, una giornalista di Radio Free Europe, stava indagando sulle denunce di legami tra la famiglia del presidente Ilham Aliyev e un redditizio progetto di costruzione a Baku, quando è stata arrestata, nel dicembre 2014.

E' stata accusata di "aver istigato un collega a suicidarsi" e ha ricevuto altre accuse motivate politicamente. La persona in questione in seguito ha ammesso di essere stata costretta a presentare una denuncia contro di lei e che il suo tentativo di suicidio non aveva nulla a che fare con la collega. Khadija Ismayilova subisce da anni continue molestie da parte delle autorità e ora rischia 12 anni di carcere se risulterà colpevole di tutti reati che le sono stati imputati.

Esponenti del movimento giovanile NIDA che usavano Facebook per criticare e mettere in discussione le autorità o organizzare assemblee pacifiche, sono stati arrestati con l'accusa di possesso di esplosivi e di essere intenzionati a causare disordini. Amnesty International ritiene che tali accuse siano state fabbricate ad arte. Altri attivisti di NIDA sono stati picchiati e torturati per estorcere false confessioni. Shahin Novruzlu, 17 anni, ha perso quattro denti anteriori durante un interrogatorio.




 



lunedì 18 maggio 2015

Abolire il carcere?




di Francesco Lo Piccolo (direttore di “Voci di dentro” - da Huffigton Post, 9 maggio 2015)




Ho appena finito di leggere "Abolire il carcere - una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini", libro edito da Chiarelettere scritto da Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Centoventi pagine (compresa la postfazione di Gustavo Zagrebelsky) nelle quali si affronta un tema spinoso come quello del carcere per dire in sostanza, finalmente, che è arrivato il momento di abolirlo.
Certo una battaglia non facile, specie in questi tempi - a mio avviso - dove lo slogan "più galera" spunta da ogni parte, in ogni momento, per qualunque cosa. Oliato e alimentato. Slogan acefalo, soddisfazione viscerale che alle volte mi tocca sentire anche tra gli stessi carcerati. È proprio vero che dal male nasce solo male. Prova provata di un sistema che non risolve il problema in sé, ma semplicemente e con gran convinzione lo allontana, segregandolo, nascondendolo nelle periferie. Sistema grigio e lontano. Ignorato nella sua realtà ma sempre presente. Il toccasana. In realtà il toccasana che non sana un bel nulla, medicina placebo, rimedio pronto e infallibile, cura del male con la creazione della vittima sacrificale. Dunque perfettamente efficiente.
Ma torno al libro, a questo percorso per l'abolizione della moderna galera, per l'abolizione di questa istituzione nata appena 250 fa e che invece mi appare percepita come antichissima, quasi preistorica, del tipo "così è sempre stato, così sempre sarà". Il ragionamento che fanno gli autori, e che mi trova ovviamente in accordo, nasce da alcune semplici considerazioni, ovvero dal fatto che il carcere, come si legge nella parte centrale, è:
1) intollerabile (degradazione e non rieducazione, un luogo fatto di sbarre e celle dove rinchiudere i propri simili come "animali feroci", come dice Zagrebelsky),
2)
insostenibile per i costi (3 miliardi all'anno in grandissima parte spesi per il personale e per il funzionamento del sistema, lasciando ai detenuti per il vitto poco più di 24 milioni annui),
3) inutile e incapace di garantire la sicurezza dei cittadini (non riduce il tasso di criminalità, al contrario è scuola di criminalità, affinando le capacità delinquenziali di chi viene incarcerato),
4) inefficace come strumento di punizione, o come sistema per "insegnare" ai detenuti a non delinquere di nuovo (
sette condannati su dieci commettono un nuovo reato dopo aver scontato la pena; ad esempio nel 1998 su 5.772 persone scarcerate, sette anni dopo ben 3.951 sono tornate in carcere, ovvero il 68,45 per cento),
5) afflizione e tortura (vedi sentenza Torregiani del 2013, e sentenza Sulejmanovic nel 2009),
6) gratuita violenza (vedi i casi di Asti, Parma, o l'uccisione di Stefano Cucchi).
Ed è da qui, secondo Manconi, Anastasia, Calderone e Resta, che nasce appunto la "ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini" frutto di un atto di coraggio contro la società carcero-centrica. "È arrivato il momento di osare" scrivono gli autori. Dove osare per me significa più semplicemente tornare a ripercorrere un pensiero di civiltà, come una specie, a me pare, di antica strada maestra, quella strada che un tempo veniva percorsa non tanto con coraggio ma piuttosto con buon senso e senso civile. Nel 1985 il tema dell'abolizione del carcere fu al centro di un convegno che si tenne a Parma organizzato da Mario Tomassini, morto nel 2006, grande nome della psichiatria italiana, amico di Basaglia, da sempre in prima fila contro manicomi e istituzioni totali.
Nel 1945 subito dopo la Guerra, il padre dell'Europa libera e unita Altiero Spinelli, così scriveva in una lettera indirizzata a Pietro Calamandrei:
"Più penso ai problemi del carcere più mi convinco che la riforma carceraria da effettuare è quella di abolire il carcere penale e sostituirlo con un luogo dove sia possibile una vita normale, controllata da magistrati, con possibilità di guadagnare, di sposarsi, di aver casa, di vivere civilmente".
E non è certo un caso che nella nostra Costituzione non ci sia mai la parola carcere e piuttosto si parli di pene che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Dunque una proposta che va accompagnata - come scrivono Manconi, Anastasia, Calderone e Resta - con una rivoluzione di tipo culturale, giuridica e politica. Ovvero con modifiche che "riducano l'ambito dell'applicazione del carcere sostituendolo con misure limitative della libertà (extramurarie) solo nei casi più gravi e per il resto con sanzioni di natura interdittiva, patrimoniale o riparatoria". In definitiva con la "riduzione del diritto penale". Una specie di passo indietro, se intendo bene il pensiero degli autori, del potere-strapotere del giudiziario. Il tutto attraverso un programma diviso in dieci punti che rappresenta la via per arrivare alla definitiva abolizione della prigione. In sintesi:
1) diritto penale come extrema ratio,
2) eliminazione dell'ergastolo e riduzione delle pene detentive,
3) decarcerizzazione nel codice e nella legislazione penale speciale,
4) giurisdizione penale minima,
5) eliminazione della carcerazione preventiva,
6) sanzioni invece che carcerazioni,
7) garanzie e rieducazione effettiva per i carcerati colpevoli di gravi reati,
8) umanizzazione e superamento dell'alta sicurezza e 41 bis,
9) escludere il carcere per i minori,
10) fine delle misure di sicurezza detentive.
Perché nessuno, nemmeno Berlusconi, spiegano, deve andare in galera.
A pagina 120 così scrive al termine della postfazione il profesor Zagrebelsky:


In una società che prenda le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare la frattura? Da qualche tempo si discute di giustizia ripartiva, restaurativa, riconciliativa. Studi sono in corso. Una prospettiva nuova e antichissima, al tempo stesso, che potrebbe modificare profondamente le coordinate con le quali concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto sociale...



Dunque un libro da leggere. Per capire.


lunedì 30 marzo 2015

Oltre i tre metri quadri: il nuovo rapporto di Antigone relativo alle carceri


 


Colpisce subito un numero: il 100,8%, che si riferisce al tasso di affollamento delle carceri italiane. Si tratta di uno dei tanti numeri che fanno parte delle ricerche svolte per l'annuale rapporto di Antigone sullo stato degli istituti di pena, quest'anno intitolato "Oltre i tre metri quadri".

Nel testo si legge che i detenuti presenti al 28 febbraio 2015 erano 53.982, di cui il 32% stranieri. Al 31 dicembre 2013 erano invece 62.536. Ad oggi sono dunque 8.554 in meno rispetto a fine 2013. Antigone sottolinea che questo cambiamento "non è tuttavia servito a risolvere completamente il problema del sovraffollamento: i posti regolamentari in tutte le carceri del Paese sono infatti 49.943 secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). "Se si tiene conto delle detenzioni transitorie - si legge nel documento - il tasso di sovraffollamento potrebbe salire al 118%". Sono poi circa 4.200 i posti inutilizzabili per manutenzione. I reati L’Italia è tra i Paesi più sicuri al mondo con un tasso di 0,9 omicidi ogni 100mila abitanti, addirittura al di sotto della media Ue.

Dall'inizio dell'anno sono stati regitrati 9 suicidi e 44 i detenuti si sono tolti la vita nel corso del 2014. Numeri, superiori alla media europea. Nelle nostre carceri sono inoltre detenuti 14 combattenti jihadisti.

Il rapporto parla anche dei braccialetti elettronici: sono duemila circa quelli in uso oggi e il loro noleggio costa 2,4 milioni di euro.

La ricerca ha riguardato anche il 41 bis, il carcere duro che viene commentato con i seguenti dati: "Nelle carceri italiane, il numero complessivo di detenuto sottoposti al regime duro del 41 bis è pari a 725 e, secondo quanto dichiarato dall'amministrazione penitenziaria, sarebbero 14 i detenuti accusati o condannati per terrorismo internazionale jihadista".


Giovanni Torrente, di Antigone, ha così risposto alle nostre domande:


Come avete condotto l'indagine e quali i risultati significativi che emergono per quanto riguarda il sovraffollamento?



L’osservatorio di Antigone opera attraverso diversi strumenti, fra i quali uno dei più importanti è la visita all’interno degli istituti penitenziari. Antigone dispone infatti di un’autorizzazione ministeriale in base alla quale i suoi osservatori hanno la possibilità di visitare le carceri italiane e, attraverso una griglia di raccolta dati, verificarne le maggiori criticità.

Accanto a tale strumento, gli osservatori si avvalgono di informazioni raccolte tramite testimoni privilegiati, cronache giornalistiche e confronti con operatori del settore.

Tale attività quest’anno ha osservato la quotidianità detentiva a seguito dei provvvedimenti emanati per incidere sul sovraffollamento penitenziario. Il quadro che ne emerge mostra come, a fronte della diminuzione del numero di detenuti, non sia significativamente mutato il clima di tensione all’interno degli istituti. Ciò si deve anche al fatto che i provvedimenti adottati, pur incidendo significativamente sul numero di persone recluse, non ha invece toccato la composizione sociale della popolazione detenuta, che ancora oggi appartiene in larga parte a gruppi sociali fortemente marginali.




Un tema a noi caro: cosa scrive Patrizio Gonnella a proposito degli stranieri detenuti? E della possibilità, per loro, di professare la religione?



Chiaramente l’esercizio della propria religione costituisce un problema. Ciò si deve sia alla mancanza di spazi, sia alle limitate possibilità di accesso per i ministri del culto di alcune religioni – soprattutto islamica – sia infine per i pregiudizi culturali che ancora oggi accompagnano molti operatori della giustizia penale.



Nel report sono inserite infografiche che permettono di fare un confronto con la situazione carcaeraria di due anni fa: c'è stato un miglioramento? In che modo si dovrebbe intervenire per garantire i diritti di base ai detenuti?



Come dicevo, un miglioramento chiaramente c’è stato. Tuttavia non è riuscito ad incidere su quei fattori che ancora oggi incidono pesantemente sulla dignità della pena: dalla fatiscenza dei luoghi alla inadeguatezza del carcere nell’affrontare le situazioni di disagio in cui versano molti condannati (tossicodipendenza, malattia mentale, percorsi migratori irregolari ecc.).

Gli interventi necessari sarebbero naturalmente numerosi. La madre di tutte le riforme dovrebbe essere l’approvazione di un nuovo codice penale attraverso l’introduzione di un sistema di diritto penale minimo consono ai principi del garantismo penale. Ciò si tradurrebbe, tra l’altro, in una differenziazione delle pene, con la perdita della centralità del carcere a favore di altri strumenti puntivi (risarcitori, riparativi, interdittivi ecc.) A ciò si potrebbe accompagnare una riforma dell’ordinamento penitenziario in senso più favorevole alla tutela dei diritti fondamentali del condannato e che limiti i meccanismi più infantilizzanti delle procedure penitenziarie. Infine, occorrerebbe intervenire anche a livello organizzativo e strutturale. Il luogo di espiazione della pena dovrebbe infatti mutare radicalmente nelle sue pratiche e nei suoi luoghi, in modo da divenire qualcosa che ricordi sempre meno la prigione così come oggi noi la conosciamo.



Cosa recita l'Art. 35 e qual è il bilancio a sei mesi dalla sua entrata in vigore?



Il biliancio, allo stato attuale, è purtroppo piuttosto deludente. Come noto, la norma prevede un rimedio risarcitorio per quei detenuti che siano stati reclusi in condizioni ritenute dalla CEDU come inumane e degradanti. Tale rimedio si concretizza in un risarcimento pecuniario di 8 Euro per ogni giorno di detenzione in condizioni inumane e degradanti per quei detenuti che attualmente sono in libertà, e di uno sconto di pena di 1 giorno ogni 10 trascorsi nelle medesime condizioni per chi attualmente è ancora detenuto. Purtroppo tali rimedi si stanno attualmente scontrando con una giurisprudenza della magistratura di sorveglianza (che è l’organo preposto a riconoscere i risarcimenti) piuttosto altalenante e in alcuni casi eccessivamente restrittiva. Ne deriva quindi, in diverse situazioni, una scarsa effettività della norma nel porre rimedio alle violazioni commesse.
 
 

venerdì 30 gennaio 2015

Giustizia: lavoro, pena e reinserimento sociale: gestire condannati non è un affare privato



di Milena Gabanelli

(dal Corriere della Sera, 25 gennaio 2015)
 

"I detenuti bisogna farli lavorare", dice la legge, perché nell'occupazione c'è la miglior garanzia di riabilitazione, e infatti le statistiche dimostrano che quando nel periodo di detenzione si è svolta una regolare attività, le recidive calano drasticamente. Dentro le carceri italiane di lavoro da fare ce n'è, ma siccome - sempre per legge - il lavoro deve essere stipendiato e di soldi non ce n'è per tutti, quasi l'80% dei detenuti guarda il soffitto.

La proposta che avevo lanciato, attraverso Report e le pagine del Corriere (14 gennaio 2014), era di cambiare la norma ispirandosi agli esempi del Nord Europa o ad alcune felici esperienze del Nord America, dove l'amministrazione penitenziaria calcola lo stipendio, ma lo trattiene a compensazione delle spese di mantenimento, lasciandogli 50 euro mensili per le piccole necessità e concedendo benefici e sconti di pena. Un sistema che incentiva il detenuto a darsi da fare, favorisce il reintegro attraverso l'apprendimento di un mestiere, e consente al sistema carcerario di non gravare sulle casse dello Stato.

Poi ci sono gli affidati in prova al servizio sociale, che invece scontano la pena svolgendo attività a titolo gratuito presso enti pubblici, parrocchie, associazioni di volontariato. Significa che, se io sono un privato e ho un'impresa edile, non posso prendermi un condannato a una misura alternativa e farlo lavorare gratis. Nella realtà italiana però i controlli sono pochi, mancano i progetti e alla fine il condannato autocertifica la propria "attività riparatrice".

Inoltre, a differenza degli esempi stranieri, dove, anche in questi casi ad occuparsi del problema è l'amministrazione penitenziaria, che decide e organizza i lavori di pubblica utilità, in Italia abbiamo preferito coinvolgere le cooperative sociali, tra cui anche quelle finite nell'inchiesta mafia capitale. Partendo dalla mia proposta, Letizia Moratti, persona sensibile al mondo del volontariato, ma anche attenta imprenditrice, ha lanciato la sua (19 gennaio scorso), citando l'esperienza della comunità di San Patrignano.

Esempio improprio poiché il tossicodipendente e il condannato non possono essere messi sullo stesso piano: il primo entra volontariamente in comunità e volontariamente ne esce, il secondo no. La sua proposta è quella di sollecitare il ministero della Giustizia ad accogliere il progetto che ha presentato insieme a Banca Prossima, del gruppo Intesa San Paolo, e ad altre realtà del mondo non profit. Il progetto si propone di accogliere mille detenuti in regime di esecuzione esterna della pena, e garantirebbe, secondo l'ex sindaco di Milano, il reinserimento lavorativo, facendo risparmiare allo Stato 200 milioni di euro.

Ora, il reinserimento è una promessa, e non una garanzia, mentre il risparmio di 200 milioni non si capisce da dove salti fuori, visto che, in questo caso, il condannato in carcere non ci andrebbe comunque. La Moratti intende forse sostituirsi ai servizi sociali? L'operazione si finanzierebbe con l'emissione di Sib (Social Impact Bond): una specie di obbligazione che ha un rendimento solo quando vengono raggiunti specifici risultati sociali.
Ma il Sib è considerato un prodotto finanziario altamente speculativo, dove il risparmiatore che investe rischia di rimetterci i suoi soldi perché i risultati potrebbero anche non esserci. E come si misurano i risultati? Attraverso un accordo fra le parti (ovvero lo Stato e la "Moratti Holding") nel quale è definito il criterio di "impatto sociale" positivo delle attività del progetto, a date scadenze. Intenderebbe quindi riunire altre cooperative sociali, finanziarsi con i Sib, per gestire i condannati non pericolosi, farli lavorare gratis e rientrare dei costi vendendo il prodotto del loro lavoro? Se la sostanza è questa, si aprirebbe la strada alla privatizzazione del disagio sociale, con inevitabile speculazione privata del lavoro del condannato. Una pericolosa deriva, dove lo Stato, per incapacità organizzativa, abdica al proprio ruolo.
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L'Associazione per i Diritti Umani segnala lo spettacolo "Questa immensa notte" di Clohe Moss per la regia di Laura Sicignano,  in scena al Teatro Filodrammatici di Milano fino all'8 febbraio. 02 367227550

Hanno condiviso la cella, ma quando escono di prigione non sanno come sostenere l'amicizia al cospetto della nuova, fragile libertà ottenuta. Una storia al femminile sul carcere e su come, una volta entrati, sia impossibile uscirne. anche quando la galera è alle nostre spalle. In scena: Orietta Notari e Raffaella Tagliabue.

sabato 3 gennaio 2015

Reati multiculturali: leggi italiane e tradizioni

 
 
 
 
 
 

Un uomo, originario del Panjab, passeggia per le vie di Cremona portando, alla cintura, il kirpan, un oggetto che, nella tradizione sikh, simboleggia l'onore, la libertà di spirito e la non violenza, anche se si tratta di un pugnale. La polizia italiana lo ferma e lo fa condannare per porto abusivo di arma da taglio. I Rom, invece, fanno chiedere l'elemosina ai minori e questa pratica, nella loro cultura si chiama mangel.

I casi sopra riportati sono raccontati e analizzati nel saggio intitolato Culture alla sbarra. Una riflessione sui reati multiculturali, degli avvocati penalisti Fulvio Gianaria e Alberto Mittone, edito da Einaudi. La domanda centrale è: “ La cultura d'origine di una persona migrante può essere considerata attenuante o aggravante di un reato?” e, quindi, i due giuristi torinesi si pongono anche la questione di come conciliare le tradizioni, gli usi e i costumi con la legge italiana.

Ricordiamo, così come nel libro, un fatto di cronaca nera che sconvolse l'opinione pubbblica ma che, purtroppo, non fu l'unico: l'uccisione di Hina Saleem, ammazzata dal padre e da uno zio, nel 2006 a Brescia, perchè accusata di aver tradito i valori della famiglia e della cultura pakistana con atteggiamenti troppo occidentalizzati: indossava abiti considerati succinti, beveva alcol, amava un ragazzo italiano. La vicenda di Hina è diventata oggetto di studio proprio perchè, in primo grado, il tribunale considerò quell'assassinio come un “reato culturalmente motivato”, anche se , per fortuna, le sentenze successive non considerarono il valore culturale e attribuirono all'indole aggressiva e violenta del padre la responsabiloità del crimine.

Gli autori del saggio di cui vi stiamo parlando sostengono che, nel valutare la relazione tra cultura d'origine e delitto, bisognerebbe valutare anche alcune variabili, quali ad esempio: la durata del periodo di immigrazione, le opportunità di cambiamento offerte dal Paese di accoglienza, la qualità dei percorsi di inclusione. Gianaria e Mittone, inoltre, dichiarano che sarebbe meglio non mettere mano alle norme italiane, ma affidarsi, di volta in volta, alla giurisprudenza e al buon senso dei magistrati nell'analisi dei singoli casi.

Un saggio utile per riflettere sul tema della Giustizia in società multiculturali, soprattutto in Italia dove la questione è ancora spinosa, a differenza di altri Paesi in cui è garantità una certa neutralità laica a tutti i cittadini (Francia) oppure, come in Canada, dove è stato adottato il sentencing circle, ovvero sono state istituite camere di consiglio allargate al gruppo etnico dell'imputato che interagiscono con i giudici locali.

martedì 16 dicembre 2014

Incontro sul carcere di Opera: detenuti, letteratura e dignità



Cari amici,

oggi vi proponiamo il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha realizzato, presso il Centro Asteria, sul documentario Levarsi la cispa dagli occhi. Abbiamo avuto occasione di fare molte riflessioni con i registi, Cristina Maurelli e Carlo Concina, e con alcuni detenuti del carcere di massima sicurezza di Opera. Ha partecipato all'iniziativa anche Margherita Lazzati del progetto "Leggere LiberaMente".


Il documentario racconta lo svolgimento del progetto “Leggere Libera Mente”, che si svolge all'interno del carcere di massima sicurezza di Opera.

Muri, sbarre, chiavi. Il carcere è un posto di frontiera. Ma lettura e scrittura possono aiutare a ritrovare un senso, a dare voce a giorni sempre uguali.

Le poesie dei detenuti, i loro scritti, le loro pagine preferite ci accompagnano in un viaggio all'interno del carcere alla ricerca del significato della parola LIBERTA'.





Proponiamo anche una proiezione del documentario per le scuole (terze medie e superiori), sempre alla presenza dei registi al costo simbolico di due euro a partecipante. Per informazioni: peridirittiumani@gmail.com


 

Tutto il nostro materiale video è disponibile anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani.


Se apprezzate il nostro lavoro, potete aiutarci a continuare a farlo con una piccola donazione tramite Paypall (in alto a destra sul sito). Grazie!

martedì 4 novembre 2014

Meno male che è lunedì: il lavoro dentro e fuori dal carcere




Meno male che è lunedì è il titolo del documentario del giornalista e regista Filippo Vendemmiati, già vincitore del Premio David di Donatello per il suo lavoro filmico sulla storia di Federico Aldrovandi, E' stato morto un ragazzo.

Meno male che è lunedì è stato presentato, con successo, all'ultima edizione del Festival di Roma. Girato nelle stanze del carcere di Bologna della Dozza, in presa diretta racconta la quotidianità dei detenuti che lavorano nella ex palestra dell'istituto di pena, ora trasformata in officina. I racconti intrecciano storie di vita passata con il presente e permette un'interessante riflessione sul valore della dignità e sul tema della giustizia.




Abbiamo intervistato per voi Filippo Vendemmiati che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.



Ci racconta, brevemente, in cosa consiste il progetto “ L'Officina dei detenuti”?



In estrema sintesi: tre aziende emiliane, leader nel settore degli imballaggi (medicinali, alimentari, sigarette) GD, Ima, Marchesini Group, hanno costituito una società, la F.I.D. (Fare impresa in Dozza) che ha aperto un’officina all’interno del carcere della Dozza di Bologna, nel capannone dove prima c’era una palestra. Dopo un corso di formazione professionale sono stato assunti a tempo indeterminato con contratto metalmeccanico di secondo livello 13 detenuti che lavorano fianco a fianco con una decina di ex operai, altamente specializzati, oggi in pensione, provenienti dalle tre stesse aziende che hanno promosso il progetto. Si lavora secondo il principio dell’isola di montaggio, le lavorazioni sono ad alto contenuto tecnologico. La F.I.D. non fa assistenza, tanto meno beneficienza. Ha un proprio bilancio a cui rispondere e produce utili. Una volta scontata la pena c’è l’impegno a riassumere i detenuti nell’indotto esterno del settore, è già avvenuto in quattro casi. I “detenuti liberati” sono reintegrati da altri che scontano la loro pena nel carcere della Dozza. In genere provengono tutti dal reparto penale, con pene definitive superiori a 5 anni.



Per quanto tempo ha seguito la quotidianità delle persone - libere e non – che vediamo nel film? E che tipo di relazioni si instaurano tra loro?



Siamo stati con troupe e telecamere circa un mese nel carcere della Dozza. 4 settimane non consecutive per lasciare soprattutto a noi il tempo di assorbire e rielaborare emozioni e punti di vista molto potenti e coinvolgenti. Abbiamo tentato in tutti i modi di non essere invasivi, di non far pesare la nostra presenza. E’ stato molto meno difficile del previsto. La realtà dell’officina si è aperta come d’incanto e ci è parsa subito uno spazio di libertà. Il rapporto con tutor e detenuti è stato profondo e senza ostacoli tanto da farmi scattare subito una domanda, forse ambiziosa e presuntuosa, e che sta alla base del film. Mi sono chiesto: è possibile parlare di carcere come un luogo di vita, seppur temporaneamente reclusa, un luogo abitato da persone e non da reclusi? Persone che sognano, che parlano e scherzano tra loro, perché condividono l’appartenenza ad un progetto collettivo che li fa uscire dalle gabbie dell’individualismo in cui la segregazione li rinchiude?



E' stata anche l'occasione di ascoltare le loro storie: cosa sperano per il presente e per il futuro?



Abbiamo parlato a lungo con i detenuti. Nello spogliatoio dell’officina, tra un caffè e una sigaretta durante i minuti di pausa, ci hanno parlato a lungo di loro stessi, ci hanno in alcuni casi consegnato i loro racconti scritti. Questo è avvenuto con grande spontaneità, quasi naturalmente, senza che nessuno di noi glielo abbia mai chiesto direttamente. Ognuno di loro apre una finestra diversa, sarebbe stato un film nel film, o meglio un altro film. Perché in realtà ho scelto di non raccontare in modo approfondito la storia di ogni detenuto. Non mi interessavano i motivi e gli errori che li hanno portati in carcere. Come con grande realismo racconta un operaio: -Se sono qua, qualcosa avranno fatto, ma a me non interessa. Per me in officina sono dei colleghi e basta-. Il film ci racconta della dimensione umana delle persone, del rapporto che cresce attorno al lavoro e in parallelo al manufatto che mani sapienti insieme costruiscono. Qualcuno ha detto che questo film parla più di lavoro come valore che del carcere come luogo chiuso. L’uomo non è solo quello che ha commesso e se in carcere si entra colpevoli, a meno che non si sia vittime di errori giudiziari, si deve uscire innocenti. Questo prescrive la nostra costituzione e l’esempio virtuoso dell’officina dei detenuti indica che è possibile applicarla.



Come avete vissuto l'esperienza della realizzazione del documentario e del festival ?



La sceneggiatura è nata dopo un lungo lavoro di selezione delle tante ore di materiale girato e durante il montaggio. Solo in questa fase mi sono reso conto anche della forza espressiva che un racconto così costruito avrebbe potuto avere. Durante le riprese non tutto era chiaro, avevamo forti emozioni e qualche idea, ma nulla di precostituito. Tutte le scene che compaiono nel film sono state riprese dal vivo, nessuna è stata preparata a tavolino. E quando qualcosa ci è sfuggito perché in quel momento eravamo disattenti o semplicemente altrove. Abbiamo scelto di non rifare, ci avrebbe rimesso la spontaneità del film. Il festival di Roma per noi tutti è stata una grande festa. Avevo personalmente promesso a Roberto, un detenuto oggi in permesso lavorativo esterno, di portarlo sul red-carpet. Non ero stato molto convincente e non mi aveva creduto, ma in fondo allora non ci credevo neppure io. Portarlo al Festival di Roma insieme a Fathim, a Mirko e ad una decina di operai, farli sfilare tutti insieme davanti a decine di fotografi, là dove passano le star del cinema, è stata una gioia indescrivibile. Noi in corteo, fischietti in bocca, dietro allo striscione Meno male è Lunedì, il titolo del film, eravamo lì a dire siamo gli evasi, quelli che evadono dai luoghi comuni per invitare tutti, anche il cinema, ad essere meno evasivo sui temi che attengono ai diritti umani e ai diritti delle persone.



La detenzione può e deve essere riabilitativa?



La risposta è scontata, ma io non voglio incorrere nell’errore di passare per uno esperto di problematiche carcerarie. C’è chi da anni se ne occupa, lavora duramente all’interno degli istituti di pena e si scontra quotidianamente con muri culturali, burocratici e legislativi. Io ho fatto solo un film e ho tentato di raccontare quello che ho visto. Posso solo dire che ho una formazione culturale, che non pretendo sia condivisa, che mi porta ad essere contrario all’ergastolo, alla “pena di morte viva”, sono contrario alle carceri e alle detenzioni speciali. Come diceva il cardinal Carlo Maria Martini una società civile non cerca pene alternative, ma alternative alle pene.


L'Associazione per i Diritti Umani dedica questa intervista a Stefano Cucchi e alla sua famiglia.