"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
301:
questo è il numero delle vittime della tragedia avvenuta in miniera.
Siamo a Soma, in Turchia. E il popolo si mobilita, si alza il livello
di rabbia contro il governo di Erdogan accusato di non aver garantito
norme di sicurezza adeguate in nome del guadagno perchè, a seguito
della privatizzazione della miniera, il costo di una tonnellata di
carbone è sceso a 24 dollari - contro i precedenti 130 - e tutto
sulla pelle dei lavoratori. E allora anche Smirne, Ankara, Istanbul
si uniscono a Soma, alle famiglie dei minatori, tutti cittadini che
non accettano di barattare le proprie vite e quelle dei propri cari
in nome di una modernità che arricchisce pochi e potenti e annienta
gli altri. La risposta della polizia è stata dura: i manifestanti
sono stati caricati con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e
cannoni ad acqua.
I
dirigenti della società privata, la Soma Komur, che gestiva
l'impianto avevano tentato una difesa, affermando di non essere stati
negligenti perchè gli impianti erano a norma e controllati: ma a
distanza di pochi giorni, sono partiti i primi arresti. Circa venti
persone, tra dirigenti e responsabili tecnici, e per tre di loro
l'accusa provvisoria è di omicidio plurimo colposo. Abbiamo
già affrontato tante, troppe volte, il tema delle morti sul lavoro:
con il film di Costanza Quatriglio dal titolo Con
il fiato sospeso, con il
romanzo La fabbrica del
panico di Stefano Valenti,
con il pezzo sugli operai cinesi che persero la vita nel rogo di
Prato e altre situazioni che abbiamo riportato, di volta in volta,
nei nostri articoli o attraverso le parole, i ricordi, le
testimonianze di chi ci ha rilasciato le interviste. In ogni
parte del mondo le regole spietate del capitalismo mietono vittime,
rubano le esistenze di donne, uomini, spesso anche bambini. Non è
mai sufficiente continuare a ripetere che le regole del mercato vanno
cambiate, che non ci possono più essere persone di serie A e persone
di serie B e che ricominciare dall'etica e dall'umanità sarebbe
l'arricchimento più grande.
Oggi, sabato 23 marzo, alle ore 18.20 allo Spazio Oberdan di Milano, nell'ambito di Sguardialtrove Filmfestival, verrà proiettato il film Con il fiato sospeso, di e con Costanza Quatriglio.
Vi riproponiamo l'intervista che abbiamo fatto per voi alla regista, dopo la presentazione del film al Festival di Venezia.
Con il fiato sospeso: il
diritto alla salute e le morti di Stato
Stella, una studentessa di farmacia entra
in un gruppo di ricerca per svolgere la sua tesi. Nel laboratorio di chimica
qualcuno sta male, si parla di coincidenze. Anna, una sua amica, vorrebbe che la
ragazza lasciasse il laboratorio perchè lo considera insalubre. Ma la vicenda di
Stella si intreccia con quella di un dottorando che ha già percorso la strada in
cui la giovane si imbatterà. Questa è la fiction. Nel dicembre 2008 esce la
notizia dell'apposizione dei sigilli ai laboratori di chimica alla facoltà di
farmacia dell'università di Catania, a causa del sospetto ambientale, oltre al
ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al
polmone nel 2003. E questa è la realtà. Attualmente è in atto un processo che
vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non
autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino"
all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia dove è stato presentato
fuori concorso, Con il
fiato sospeso di Costanza Quatriglio mette anche in luce la ricattabilità in
cui spesso vivono gli studenti universitari.
Questo suo ultimo lavoro nasce da un
fatto realmente accaduto. Ce lo può raccontare?
Questo lavoro nasce da un fatto realmente
accaduto che è la scoperta che i laboratori di chimica della Facoltà di Scienze
farmaceutiche dell'università di Catania sono stati chiusi dalla magistratura e
adesso c'è un'inchiesta in corso per inquinamento ambientale.
Questa notizia non è stata
particolarmente ripresa dai giornali, ma quando l'ho letta, ho letto anche del
rinvenimento di un diario di un dottorando che, cinque anni prima nel 2003,
aveva scritto cinque pagine molto dettagliate sulla vita all'interno del
laboratorio: si lavorava senza norme di sicurezza. Questo ragazzo è morto di un
tumore al polmone e, nel diario, accusava l'università di essere la causa di
questa sua malattia.
Oltre a lui sono morti altri
ragazzi.
Quali sono stati i passaggi necessari per
reperire il materiale utilizzato per la realizzazione del film?
Ho
iniziato a lavorare a questo film nel 2008/2009 e ci sono stati passaggi molto,
molto difficili da tutti i punti di vista. La prima difficoltà è stata
affrontare la questione dal punto di vista umano perchè ho trovato un muro di
omertà gigantesco da parte dell'istituzione universitaria.
L'altra difficoltà è stata capire come
utilizzare il diario e uscire dalla cronaca, per far diventare il film qualcosa
di più universale possibile: cioè, il ricercartore universitario che parla di
mancanza di sicurezza sul lavoro può diventare non solo una denuncia di cronaca,
ma anche “etica”. Ho frequentato i laboratori di chimica di altre facoltà
universitarie, ho conosciuto tante persone e ho capito che questa vicenda
raccontava una storia non solo catanese, ma italiana.
Racconta di un Paese in cui le norme di
sicurezza sono poco considerate in generale, di un Paese che non valorizza i
talenti, di un Paese alla deriva.
L'intossicazione delle persone che fanno
ricerca lì dentro trascende l'aspetto biologico e diventa una morte di
Stato.
Questa è la denuncia più forte che ha
voluto fare con questo film?
Sì,
la denuncia più forte; infatti ho avuto difficoltà a produrre questo
film.
E'
passato di mano in mano e ho lavorato con varie case di produzione che però,
all'inizio, sembravano accettare questa sfida molto complessa, ma poi mi
facevano perdere tempo.
Solo tra questa primavera e l'estate, con
altri collaboratori, siamo riusciti a partire.
Il
mio primo obiettivo era quello di fare un cortometraggio tradizionale, poi ho
cambiato il dispositivo narrativo.
Perchè, infatti, la scelta di mescolare
finzione e documentario?
In
realtà il film è un film di finzione, nel senso che rimette in scena
completamente una storia scritta, inventata, anche se riprende una vicenda
reale. Lo fa utilizzando il gioco del cinema: io intervisto il personaggio e
l'intervista fa parte del linguaggio classico del documentario. Per questo
motivo si parla anche di stile documentaristico.
Comunque all'interno di un racconto di
dolore c'è anche la vitalità dei giovani che è, anche questa, etica e
reale.
Dove si può vedere il documentario
?
In
alcune sale cinematografiche italiane, con grande coraggio da parte degli
esercenti.
A
Catania è stato in programmazione tre settimane anche con quattro spettacoli al
giorno. La stessa cosa è successa a Roma.
Secondo la mia opinione, il film - che
dura 35 minuti – deve essere proiettato una o due volte al giorno all'interno
delle programmazioni ufficiali.
La
scelta dell'argomento riguarda anche la sua esperienza personale?
Io
mi identifico in una generazione che ha ereditato un Paese guasto. Certamente è
un film che mi riguarda profondamente e riguarda tanti di noi.
Stella,
una studentessa di farmacia entra in un gruppo di ricerca per
svolgere la sua tesi. Nel laboratorio di chimica qualcuno sta male,
si parla di coincidenze. Anna, una sua amica, vorrebbe che la ragazza
lasciasse il laboratorio perchè lo considera insalubre. Ma la
vicenda di Stella si intreccia con quella di un dottorando che ha già
percorso la strada in cui la giovane si imbatterà. Questa è la
fiction. Nel dicembre 2008 esce la notizia dell'apposizione dei
sigilli ai laboratori di chimica alla facoltà di farmacia
dell'università di Catania, a causa del sospetto ambientale, oltre
al ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto
di tumore al polmone nel 2003. E questa è la realtà. Attualmente
è in atto un processo che vede imputati i vertici della facoltà per
inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo
Pontecorvo - Arcobaleno Latino" all'ultima edizione della Mostra
del Cinema di Venezia dove è stato presentato fuori concorso, Con
il fiato sospeso di
Costanza Quatriglio
mette anche in luce la ricattabilità in cui spesso vivono gli
studenti universitari.
Abbiamo
intervistato per voi Costanza Quatriglio che ringraziamo molto
Questo
suo ultimo lavoro nasce da un fatto realmente accaduto. Ce lo può
raccontare?
Questo
lavoro nasce da un fatto realmente accaduto che è la scoperta che i
laboratori di chimica della Facoltà di Scienze farmaceutiche
dell'università di Catania sono stati chiusi dalla magistratura e
adesso c'è un'inchiesta in corso per inquinamento ambientale.
Questa
notizia non è stata particolarmente ripresa dai giornali, ma quando
l'ho letta, ho letto anche del rinvenimento di un diario di un
dottorando che, cinque anni prima nel 2003, aveva scritto cinque
pagine molto dettagliate sulla vita all'interno del laboratorio: si
lavorava senza norme di sicurezza. Questo ragazzo è morto di un
tumore al polmone e, nel diario, accusava l'università di essere la
causa di questa sua malattia.
Oltre a
lui sono morti altri ragazzi.
Quali
sono stati i passaggi necessari per reperire il materiale utilizzato
per la realizzazione del film?
Ho
iniziato a lavorare a questo film nel 2008/2009 e ci sono stati
passaggi molto, molto difficili da tutti i punti di vista. La prima
difficoltà è stata affrontare la questione dal punto di vista umano
perchè ho trovato un muro di omertà gigantesco da parte
dell'istituzione universitaria.
L'altra
difficoltà è stata capire come utilizzare il diario e uscire dalla
cronaca, per far diventare il film qualcosa di più universale
possibile: cioè, il ricercartore universitario che parla di mancanza
di sicurezza sul lavoro può diventare non solo una denuncia di
cronaca, ma anche “etica”. Ho frequentato i laboratori di chimica
di altre facoltà universitarie, ho conosciuto tante persone e ho
capito che questa vicenda raccontava una storia non solo catanese, ma
italiana.
Racconta
di un Paese in cui le norme di sicurezza sono poco considerate in
generale, di un Paese che non valorizza i talenti, di un Paese alla
deriva.
L'intossicazione
delle persone che fanno ricerca lì dentro trascende l'aspetto
biologico e diventa una morte di Stato.
Questa è
la denuncia più forte che ha voluto fare con questo film?
Sì, la
denuncia più forte; infatti ho avuto difficoltà a produrre questo
film.
E'
passato di mano in mano e ho lavorato con varie case di produzione
che però, all'inizio, sembravano accettare questa sfida molto
complessa, ma poi mi facevano perdere tempo.
Solo tra
questa primavera e l'estate, con altri collaboratori, siamo riusciti
a partire.
Il mio
primo obiettivo era quello di fare un cortometraggio tradizionale,
poi ho cambiato il dispositivo narrativo.
Perchè,
infatti, la scelta di mescolare finzione e documentario?
In
realtà il film è un film di finzione, nel senso che rimette in
scena completamente una storia scritta, inventata, anche se riprende
una vicenda reale. Lo fa utilizzando il gioco del cinema: io
intervisto il personaggio e l'intervista fa parte del linguaggio
classico del documentario. Per questo motivo si parla anche di stile
documentaristico.
Comunque
all'interno di un racconto di dolore c'è anche la vitalità dei
giovani che è, anche questa, etica e reale.
Dove si
può vedere il documentario ?
In
alcune sale cinematografiche italiane, con grande coraggio da parte
degli esercenti.
A
Catania è stato in programmazione tre settimane anche con quattro
spettacoli al giorno. La stessa cosa è successa a Roma.
Secondo
la mia opinione, il film - che dura 35 minuti – deve essere
proiettato una o due volte al giorno all'interno delle programmazioni
ufficiali.
La
scelta dell'argomento riguarda anche la sua esperienza personale?
Io mi
identifico in una generazione che ha ereditato un Paese guasto.
Certamente è un film che mi riguarda profondamente e riguarda tanti
di noi.