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venerdì 6 novembre 2015

Il festival dei beni confiscate alle mafie






Da venerdì 6 a domenica 8 novembre torna a Milano il Festival dei Beni sequestrati e confiscati alle mafie: incontri e convegni, presentazione di libri, anteprime di film e spettacoli teatrali e la possibilità di visitare case e negozi, un tempo usati dalla criminalità organizzata, oggi restituiti alla cittadinanza e divenuti luogo di attività di carattere sociale.

Il
festival aprirà venerdì 6 alle ore 10 a Casa Chiaravalle, il bene più grande mai confiscato a Milano, con un incontro dedicato agli studenti delle scuole milanesi e proseguirà anche sabato con le visite ad alcuni beni aperti al pubblico
per l’occasione:

- casa Chiaravalle in via Sant’Arialdo 69;
- appartamento via Monti 41;
- negozio via Leoncavallo 12;
- negozio via Momigliano 3;
- appartamento via Ceriani 14;
- appartamento via Curtatone 12;
- negozio in via Leoncavallo 12;
- appartamento in viale Jenner 31.

Sempre venerdì 6,
alle ore 19 nella Sala Consiliare di Palazzo Marino si svolgerà l’incontro cui parteciperanno il Presidente onorario di Libera, Luigi Ciotti, e il regista cinematografico, Marco Tullio Giordana
che, in anteprima a Milano, presenterà il suo nuovo film “Lea”, dedicato a Lea Garofalo, vittima della mafia.

Per il programma completo delle iniziative
clicca qui

mercoledì 14 maggio 2014

Progetto MUNNIZZA: la memoria viva di Peppino Impastato e della signora Felicia



 




9 maggio 1978: Peppino Impastato veniva ucciso a Cinisi. Da allora la madre, la Signora Felicia, non ha smesso di chiedere giustizia e verità. L'altro figlio, Giovanni, gira l'Italia, e non solo, per portare avanti la lotta dei suoi cari.



Per onorare la memoria e l'impegno di Peppino, Giovanni e della loro madre, parliamo del progetto MUNNIZZA, una mostra itinerante che verrà allestita anche in alcuni istituti scolastici italiani.


Ne parliamo con uno degli autori, Licio Esposito, che ringraziamo.



Come si è sviluppato il progetto “Munnizza”? Perchè questo titolo e come hanno partecipato i familiari (in particolare il fratello Giovanni) e gli amici di Peppino Impastato?

Il progetto Munnizza è nato da una esperienza vissuta in prima persona nel 2008 a Cinisi, al trentennale della morte di Peppino Impastato che ricorre il 9 di maggio. Nell’ occasione i Tetes de Bois, una band romana con la quale collaboro, ed io, siamo stati invitati da Giovanni Impastato per un concerto. Quella sera abbiamo vissuto una città distante e ancora lontana dall’aver metabolizzato la memoria di Peppino e quello che lui rappresenta. Il pubblico al concerto era composto prevalentemente da giovani di tutta Italia e da pochissimi di Cinisi. Tutte le finestre e i battenti erano ben chiusi, ora come trent’anni fa, e Giovanni dal palco ha puntato il dito verso quei battenti chiusi dicendo, “io so che siete dietro le finestre a spiarci, aprite, uscite e unitevi a noi..”. Noi abbiamo immaginato che dietro quelle fessure ci fossero tanti occhi che ci giudicavano. Si respirava un’aria pesante, insomma. Il giorno dopo Andrea Satta, Timisoara Pinto ed io ci siamo incamminati dall’albergo per andare a pranzo con Giovanni. In un vicolo siamo passati davanti a due ristoratori che chiacchieravano sull’uscio di un locale, e abbiamo sentito alle nostre spalle queste parole “…ma ‘a munnizza si paga tutti i giorni o una volta all’anno?”. Guardandoci negli occhi, senza capire bene, siamo andati avanti. Poi abbiamo chiesto a Giovanni cosa significassero quelle parole e lui ci ha detto che la “munnizza” siamo noi che invadevamo ogni anno Cinisi in memoria di Peppino e che già eravamo un giorno oltre quello tollerato, quindi ce ne dovevamo andare. E così, tornati a casa, Andrea ha scritto un testo ed io e Marta Dal Prato ne abbiamo fatto un cortometraggio illustrato, per non dimenticare quello che avevamo vissuto e soprattutto per contribuire a raccontare la memoria di Peppino Impastato. Nel 2012, alla presentazione di questo lavoro alla famiglia e agli amici di Peppino, proprio in casa Badalamenti, abbiamo esposto le illustrazioni originali utilizzate nel corto. Giovanni ha apprezzato l’idea, sostenendoci nell’impresa, e così gli amici di Peppino. Quest’idea nel 2013 è diventata una “mostra itinerante” che espone le tavole originali del cortometraggio, dei pannelli fotografici dell’archivio di Casa Memoria e testi che raccontano la vita di Peppino e Felicia Impastato. La mostra itinerante, in due anni, è stata esposta in diciassette città italiane e ancora molte altre richieste sono in calendario, e ha coinvolto tanti istituti scolastici e studenti, diventando pretesto per una indispensabile riflessione e un’approfondita conoscenza dell’opera politica e artistica di Peppino.



Quali riflessioni volete suscitare tramite le fotografie, dato che vi rivolgete anche e soprattutto ai giovani?



La mostra fotografica ha lo scopo di riportarci ad un periodo difficile, che molti, soprattutto i giovanissimi, non conoscono. La fotografia è la memoria di un popolo e, nel caso della storia di Peppino, è l’unica traccia del suo passaggio insieme alla sua voce impressa nelle registrazioni recuperate della trasmissione Onda pazza. Molti studenti vengono attratti e coinvolti dalle immagini che ritraggono Peppino nelle sue azioni artistiche, politiche e di vita quotidiana, prezioso materiale concessoci dell’archivio di Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato. Ritengo fondamentale l’ausilio di materiale fotografico nell’azione di recupero di una memoria, come ritengo fondamentale il lavoro che Giovanni Impastato fa da più di trent’anni in giro a raccontare la storia di suo fratello e di sua madre.



Qual è l'eredità più importante che ci hanno lasciato Peppino e la signora Felicia?




 



Peppino rappresenta in modo ancora attuale la lotta alla mafia e ai poteri forti che, come oscuri burattinai, manovrano una società in balìa di falsi miti e incredibilmente a corto di memoria. L’obbiettivo del progetto Munnizza è raccontare di Peppino Impastato ai giovani che non hanno avuto l’occasione di conoscerne la storia. Molti si chiedono la validità del suo sacrificio, a cosa sia servita la sua battaglia a viso aperto se poi ha trovato la morte e quindi se abbia perso mentre la mafia continua la sua strada. Noi crediamo che non sia così:“Peppino è vivo e le sue idee camminano con le nostre gambe”, perciò siamo ancora qui, dopo 36 anni, a parlare di lui e a portare in giro il suo pensiero, l’amore per la sua terra e il sogno di una politica responsabile e di una informazione libera. Siamo ancora qui ad ascoltare le storie che i suoi compagni ci raccontano e soprattutto a sostenere Giovanni, che continua a percorrere il solco tracciato da suo fratello Peppino. Di mamma Felicia ci restano la sua forza, il suo coraggio e la sua coerenza durati fino alla fine dei suoi giorni.


Da dove si può cominciare per demolire la cultura mafiosa?




“…il problema non sono i mafiosi, ma la cultura mafiosa dilagante.” Questo è quello che spesso Giovanni Impastato dice ai ragazzi e credo che si possa iniziare a combattere diffondendo la cultura non mafiosa, la cultura della verità e della bellezza, come Peppino diceva. E’ un enorme lavoro per tutti noi remare contro. Ma è l’unica speranza. Individuare la strada e le persone giuste come compagni di lotta, qualunque sia il tuo impegno o il tuo lavoro. Insomma bisogna riprenderci i sogni.



lunedì 2 dicembre 2013

Beni confiscati alle mafie: un viaggio per il diritto alla vita e per la tutela della legalità




La villa di Tano Badalamenti a Cinisi.la reggia di "Sandokan" Schiavone a Casal di Principe, l'enclave dei Casamonica nella periferia romana, perfino una residenza principesca a Beverly Hills, proprietà di Michele Zaza, 'o Pazzo, re del contrabbando. E poi cascine di 'ndrangheta in Piemonte, tenute in Toscana, castelli, alberghi, discoteche, campi di calcio, maneggi: uscito da qualche mese per Chiarelettere, “Per il nostro bene. La nuova guerra di liberazione. Viaggio nell'Italia dei beni confiscati” - un saggio scritto da Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni - è un reportage tra le fortezze espugnate a quella mafia che ha fatto la storia, e che ancora soffoca il Paese. Questo libro racconta cos'erano e cosa sono diventate.
Tra ostacoli di ogni tipo, terreni occupati, edifici distrutti, una legislazione carente, amministratori pavidi, funzionari di banca che concedono mutui ai clan per aiutarli a "salvare" il patrimonio: un terzo delle case sottratte ai mafiosi e non assegnate è gravato da ipoteche, inutilizzabile. Per non parlare delle aziende, quasi tutte, che nel passaggio dalla criminalità organizzata allo Stato falliscono. C'è un'Agenzia nazionale che gestisce e destina i beni sequestrati e confiscati: trenta dipendenti in tutto, zero risorse, rischia lo stallo. Ma questo libro racconta anche le vicende di tante persone che, con intelligenza, determinazione e onestà, hanno tentato di far rinascere la vita sulle macerie di morte, ricatti e minacce.


Abbiamo rivolto alcune domande ad una delle autrici, l'avvocato Ilaria Ramoni, che ringraziamo di cuore per questo importante racconto che ci anticipa l'inchiesta riportata nel saggio.


Quando è partita la vostra inchiesta? E perchè avete sentito l'urgenza di raccontare questo viaggio nell'architettura che ha segnato la presenza mafiosa su tutto il territorio italiano (e non solo)?

Il lavoro sul campo è durato circa un anno e mezzo. Io da molti anni mi occupavo di beni confiscati a diverso titolo, sia come avvocato che come referente di Libera, e sentivo forte l’esigenza di raccontare cosa funziona e cosa non funziona nel procedimento di confisca e di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Strumento potentissimo di contrasto alla criminalità organizzata ma non sfruttato appieno. L’incontro con Alessandra, giornalista del Corriere della Sera, ha segnato però la svolta perché ha voluto raccogliere quella che ritengo essere una vera e propria sfida, ovvero quella di scrivere di tematiche particolarmente complicate in modo narrativo ma scientificamente corretto. L’aspetto maggiormente innovativo di questo libro è infatti proprio questo, la narrazione, il racconto del nostro viaggio. E questo è decisamente merito di Alessandra.


Potete fare alcuni esempi di edifici che hanno, finalmente, subìto una trasformazione: da edifici della criminalità a spazi pubblici, utili per il bene comune? E chi sono le persone che hanno reso possibile questo “miracolo”?

Di esempi ce ne sono diversi. Il primo però è sicuramente quello relativo all’esperienza di Libera Terra con riferimento ai terreni confiscati. Qui i ragazzi delle cooperative sono stati veramente capaci di trasformare il bene confiscato in una opportunità di lavoro e di riscatto per tutto il territorio. Ed ora, vino e pasta prodotti in Sicilia, Calabria, Puglia e non solo vengono addirittura esportati all’estero e quindi possiamo trovarli sulle tavole di tutto il mondo. Quello che per Pio La Torre era forse solo un sogno ora è realtà concreta.
Poi ci sono gli esempi di Cascina Caccia in Piemonte, bene confiscato alla ‘ndrangheta dei Belfiore e dedicato al magistrato che uccisero, dove ora si produce miele e torrone ed è diventato un vero e proprio spazio aperto alla collettività dove si coltiva la prossimità e la vicinanza tra le persone. Anche a Milano un appartamento confiscato all’ndrangheta ora è sede di un centro residenziale per anziani indigenti gestito direttamente dal Comune di Milano. Sono solo alcune delle esperienze magnifiche che il nostro Paese ha saputo mettere in campo cogliendo al massimo le opportunità offerte dalla legge Rognoni-La Torre e dalla legge 109 del 96 che permette il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Ma c’è ancora tantissimo da fare perché purtroppo le esperienze fallite o in qualche modo bloccate sono veramente ancora troppe.


Nel libro parlate della villa di Tano Badalamenti, a Cinisi, il paese di Peppino Impastato: Impastato, i giudici Falcone e Borsellino, il giornalista Giancarlo Siani, il generale Dalla Chiesa, Don Puglisi e, purtroppo, molti altri sono stati uccisi perchè volevano riaffermare la giustizia e la legalità, ma anche perchè sono stati lasciati soli: c'è il rischio che questo accada ancora?

Purtroppo il rischio c’è sempre così come c’è ancora il rischio che siano proprio gli amici che dovrebbero sostenerti a lasciarti solo per primi. Spesso i personalismi e le invidie fanno molto in questo processo di graduale isolamento e abbandono su cui poi le mafie trovano terreno fertile.
Credo però che rispetto a quegli anni qualcosa sia cambiato in meglio. C’è una società civile maggiormente attenta che ha meno paura di schierarsi a tutela di chi la criminalità la combatte tutti i giorni. E questo anche grazie ad antecedenti storici come quello dei lenzuoli bianchi a Palermo, dell’associazionismo anticamorra a Napoli, di studenti ed insegnanti da sempre in prima linea.

Le istituizoni che soluzioni propongono, oggi, in tema di lotta alla mafia e di confisca dei beni?

Le soluzioni proposte sono ancora di carattere troppo emergenziale e troppo poco strutturale. Abbiamo una buona legislazione antimafia a cui però dobbiamo dare gambe e risorse per essere veramente efficiente ed efficace. La cartina torna sola di tutto questo è proprio l’Agenzia nazionale per i beni confiscati. Organismo unico fortemente voluto da tutti gli operatori del settore e istituito nel marzo del 2010 ma che dopo una forte spinta politica iniziale ad oggi rischia la paralisi. Nonostante tutti sono convinti che sia una ottima esperienza da mantenere e potenziare perché potrebbe segnare la svolta nella lotta alla criminalità organizzata nel nostro Paese, ad oggi si avverte una preoccupante e perdurante mancanza di risorse e, forse, al di là delle parole, anche una scarsa volontà politica di farla funzionare.