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lunedì 14 dicembre 2015

A Perfect day: la strana normalità nel dopoguerra balcanico






A dieci anni dall'uscita del bel lavoro intitolato I lunedì al sole, torna nelle sale italiane l'ultimo film del regista spagnolo Fernando Leòn De Aranoa: A Perfect day, presentato alla Quinzaine des Rèalisateurs al 68mo Festival di Cannes.

Torniamo nella No men's land (per citare un'altra bellissima pellicola di Danis Tanovic) della terra balcanica, nel 1995. Siamo agli inizi degli accordi di pace, ma la situazione è ancora complessa. Ecco, allora, l'importanza dell'attività dei cooperanti volontari, chiamati per bonificare il territorio, dopo lo scempio di una guerra.

Il gruppo protagonista del racconto è composto dal capo della spedizione – il burbero e romantico Mambrù – dall' idealista Sophie, dalla spregiudicata Katya, dal disancantato B. Insomma, un campionario di tipi umani, con un bel bagaglio di virtù e debolezze. La loro missione consiste nel rimuovere, da un pozzo, il cadavere di un uomo che inquina l'acqua destinata ai sopravvissuti del luogo: vecchi, donne e bambini. Per portare a termine l'obiettivo sarebbe necessario trovare una corda. Tutto qui? Sì, ma l'impresa non sarà così facile.  

Aranoa si affida ad un ritmo lento, a scene dilatate e a dialoghi sferzanti per raccontare una vicenda comune, quasi banale che, proprio nella sua banalità, fa emergere prepotentemente l'assurdità dei conflitti e delle loro conseguenze. I nostri “eroi” alla ricerca della corda, infatti, si imbattono in una burocrazia a dir poco infernale, in un girone dantesco da cui emergono personaggi grotteschi, burattini e burattinai accecati da un senso del dovere privo di qualsiasi ragionamento, dove leggi e cavilli sono le uniche àncore di salvezza in un mondo saltato in aria, anche dal punto di vista etico.

Non è espressamente un film di denuncia o antimilitarista, ma è una storia che passa dal registro della commedia e delle piccole cose, per far riflettere su temi più universali: i personaggi sono ben caratterizzati, forse anche troppo, ma rimangono interessanti le relazioni che si vengono a creare tra loro e che pongono agli spettatori alcune domande: “Cosa avrei fatto io, al posto suo?”, ad esempio. Il meccanismo di proiezione o di identificazione è importante, al cinema, soprattutto quando si lavora con una materia esplosiva come quella di una guerra, che sia quella di ieri o quelle di oggi; così come è importante il tema della Memoria perchè, come dimostra la stessa sceneggiatura, la Storia tende a ripetersi e quasi mai nei suoi aspetti migliori.


Protagonista del film risulta essere anche la colonna sonora. Lou Reed, i Velvet Undergroud, Marilyn Manson, sottolineano le scene drammatiche ambientate in Spagna, ma che ricordano i paesaggi desolati e severi dei Balcani e riportano il pensiero agli argomenti più seri: l'operatività contorta dell'ONU, le difficoltà continue delle operazioni umanitarie, la devastazione di una guerra, che permane anche a distanza di anni. E allora concediamoci un sorriso (seppur amaro), suggerisce il regista, tanto fuori piove e, comunque, bisogna continuare a lavorare.

venerdì 6 novembre 2015

Il festival dei beni confiscate alle mafie






Da venerdì 6 a domenica 8 novembre torna a Milano il Festival dei Beni sequestrati e confiscati alle mafie: incontri e convegni, presentazione di libri, anteprime di film e spettacoli teatrali e la possibilità di visitare case e negozi, un tempo usati dalla criminalità organizzata, oggi restituiti alla cittadinanza e divenuti luogo di attività di carattere sociale.

Il
festival aprirà venerdì 6 alle ore 10 a Casa Chiaravalle, il bene più grande mai confiscato a Milano, con un incontro dedicato agli studenti delle scuole milanesi e proseguirà anche sabato con le visite ad alcuni beni aperti al pubblico
per l’occasione:

- casa Chiaravalle in via Sant’Arialdo 69;
- appartamento via Monti 41;
- negozio via Leoncavallo 12;
- negozio via Momigliano 3;
- appartamento via Ceriani 14;
- appartamento via Curtatone 12;
- negozio in via Leoncavallo 12;
- appartamento in viale Jenner 31.

Sempre venerdì 6,
alle ore 19 nella Sala Consiliare di Palazzo Marino si svolgerà l’incontro cui parteciperanno il Presidente onorario di Libera, Luigi Ciotti, e il regista cinematografico, Marco Tullio Giordana
che, in anteprima a Milano, presenterà il suo nuovo film “Lea”, dedicato a Lea Garofalo, vittima della mafia.

Per il programma completo delle iniziative
clicca qui

giovedì 17 settembre 2015

Anche a Milano parte la rassegna "Le vie del cinema"

 
 
 






Nell’ambito della manifestazione Le vie del cinema, Agis Lombarda e Associazione per i Diritti Umani sono liete di segnalare le proiezioni dei film:




BEHEMOT di Zhao Liang



Documentario che, nel panorama delle distese erbose della Mongolia, racconta la dialettica tra paesaggio, miniere di carbone, condizioni di vita dei lavoratori e abnorme sviluppo urbano. Una meditazione critica sulla civiltà moderna, in cui si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce.



Le proiezioni in lingua originale con i sottotitoli in italiano si terranno:



Lunedì 21 settembre, alle ore 19.50, presso Apollo spazioCinema di Galleria De Cristoforis, 3;



Martedì 22 settembre, alle ore 13.00, presso Apollo spazioCinema di Galleria De Cristoforis, 3;



Mercoledì 23 settembre, alle ore 15.30, presso Anteo spazioCinema di Via Milazzo, 9.






A COPY OF MY MIND di Joko Anwar



Film che racconta gli ultimi due difficili anni in Indonesia, tra corruzione politica e traffici illegali.



Le proiezioni in lingua originale con i sottotitoli in italiano si terranno:



Lunedì 21 settembre, alle ore 20.45, presso il Cinema Plinius di Viale Abruzzi, 28, Milano;



Mercoledì 23 settembre, alle ore 15.30, presso Apollo spazioCinema di Galleria De Cristoforis, 3, Milano.




THE RETURN di Green Zeng


Film in cui un detenuto politico di Singapore, accusato di presunto “comunismo”, torna a casa, ormai anziano, ma fatica a ritrovare un rapporto con i figli.



Le proiezioni in lingua originale con i sottotitoli in italiano si terranno:



Lunedì 21 settembre, alle ore 19.00, presso il Cinema Plinius di Viale Abruzzi, 28, Milano;



Mercoledì 23 settembre, alle ore 22.10, presso Apollo spazioCinema di Galleria De Cristoforis, 3, Milano.





Biglietti € 7.50



Info e prevendite sul sito lombardiaspettacolo.com

venerdì 22 maggio 2015

25 anni di mondo dagli schermi di Milano


di Ivana Trevisani, da 25 anni con piacere fedele al Festival


 

Il “Festival del Cinema Africano d'Asia e America Latina” anche quest'anno si è riaffacciato agli schermi milanesi e si è presentato con un compleanno speciale, venticinque anni, un quarto di secolo, di vita sua e di quella del pubblico che con affetto lo ha seguito lungo tutto questo periodo e ancora lo segue.

Non a caso il termine Vita, perchè di questo si tratta e ogni anno puntualmente si ripete: incrocio di vite, delle organizzatrici e degli organizzatori, delle persone sedute davanti allo schermo o davanti alle registe ai registi negli incontri aperti, e quelle restituite dallo schermo, più o meno lontane nello spazio e a volte nel tempo, ma riconsegnate nel presente dal loro dipanarsi nelle trame di film, lunghi o corti, e documentari.

Già dall'apertura si poteva intuire la scelta, anche per quest'anno, di condurci nella storia delle quotidianità, argomento poco visitato, anzi spesso ignorato dall'informazione formale. Ha aperto il festival il lungometraggio “Taxi Teheran” dell'iraniano Jafar Panahi, Orso d'oro all'ultima Berlinale; il regista che non può lasciare il suo Paese per vent'anni a causa del suo impegno di dissenso politico, diventando lo stesso taxista- personaggio del film, riesce attraverso i variegati passeggeri che si susseguono e dei loro squarci di storie comuni, a darci conto delle storture di un regime soffocante.

Immagini inattese della Tunisia, nel quotidiano pressochè sconosciuto in cui non sono i fantasmi del terrorismo ad agitare le vite, quanto problemi ordinari, ma non meno difficili da reggere, sono state offerte da “Le challat de Tunis” della regista Kaouther Ben Hania, che con sarcasmo e ironia, attraverso la ricostruzione della vicenda dell'aggressore seriale “lametta” (challat, appunto) restituisce i conflitti di genere nella società tunisina. Immagini inattese sono state date anche dal regista Lofti Achour, che con il cortometraggio “Père” affronta il tema della paternità, vera o presunta, una questione difficile da affrontare e gestire non solo nella cultura e società arabe, del resto.    



Restando nel vicino scenario di un'altra delle rivoluzioni che nella primavera del 2011 hanno scosso parte del mondo arabo mediorientale, il giovanissimo cineasta egiziano Yasser Shafie grazie al suo corto ma incisivo “The dream of a scene (Il sogno di una scena)”, rende con uno sguardo maschile di apprezzabile sensibilità, il forte radicamento - più culturale che religioso nel mondo arabo - come un nodo più stretto del nodo dei capelli femminili e del loro significato profondo nelle stesse donne. E non è tuttavia mancato il richiamo all'ironia che anima la cultura egiziana, affidato ai tredici minuti del cortometraggio del cairota Khaled Khella “130 km to Heaven (A 130 km dal paradiso), che riesce con umorismo solo velatamente amaro a sbugiardare l'abbaglio di stili di vita dorata veicolato da certo turismo occidentale.

Passage à niveau (Passaggio a livello)ci sposta poco più in là, sia geograficamente che tematicamente: l'algerino Anis Djaad infatti ci cala nel dramma della perdita di un lavoro più che trentennale e accomuna i due personaggi del cortometraggio nella scala socioeconomica, come ultimo e penultimo.

Restando nella stessa area geografica, ancora grandi traversie che sfiorano e a volte intrecciano la tragedia, in piccole comuni storie di vita nella realtà sia rurale che urbana del Marocco odierno: ce le hanno presentate la regista Tala Hadid con il suo The narrow frame of midnight (La cornice stretta della mezzanotte)che affrontando un dramma dilagante nel paese, patito da molte adolescenti, riesce ad incuneare nel racconto la connivenza e la responsabilità di deprecabili trafficanti europei. E “L'homme au chien (L'uomo con il cane)del regista Kamal Lazraq che mostra la crudeltà umana alimentata dal degrado sociale di ghetti ai margini nientemeno che della capitale Casablanca.

Ci spostiamo in una dimensione geografica molto lontana, nel Sudafrica del cortometraggio “Lazy Susan (Vassoio girevole)di Stephen Abbott, ma in una dimensione di difficoltà umana tra l'arroganza di un cliente e un meschino furto degli spiccioli di mance quotidiane. Sempre nel sud dell'Africa, in Angola, il cortometraggio “Excuse Me I Disappear (Scusatemi se sparisco)di Michael Mac Garry, già nel titolo anticipa la cifra di assurdità della non esistenza di un anonimo spazzino comunale, che scompare nell'anonimia e sperequazione socio economica del quartiere irreale in cui il lavoro lo porta ogni giorno.

I dodici minuti di “Discipline (Disciplina) dello svizzero-egiziano Christophe M. Saber, riportandoci appena oltre il nostro confine verso nord, rendono con straordinaria efficacia la babele non solo linguistica nel microcosmo svizzero di un supermercato, dove le incomprensioni linguistico-culturali generano fraintendimenti che alimentano una rissa dall'evoluzione esponenziale.

The Monk (Il monaco)del birmano The Maw Naing, sembra spostarci in una dimensione quasi irreale di ascetismo, ma le vicende umane oltre che spirituali del monastero nel cuore della foresta birmana e l'inatteso, breve incontro con la realtà urbana, lo rendono più concreto.

E per concludere, lasciandoci aperti al proseguo delle vite, i film hanno mostrato l'irrisolto di tragedie, troppo spesso archiviate o mal-trattate dal sistema mediatico, restando ferite non riemarginate e pronte a riaprirsi, seppure in forme diverse, attraverso l'intero mondo: dalla Haiti di “Meurtre à Pacot (Omicidio a Pacot)di Raoul Peck che scavando nelle macerie e nei sentimenti dei personaggi, ci rammenta di come le catastrofi ambientali, il terremoto nella fattispecie, colpiscano non solo nel momento dello scoppio, ma si insinuino tra le crepe dei muri e delle vite che vi si aggirano, mettendo a nudo i risvolti peggiori delle persone. Alle zone dell'Africa subsahariana già attraversate da sanguinosi conflitti interni ormai dimenticati dall'attenzione mediatica, in cui il cortometraggio “Umudugudu! Rwanda 20 ans après Umudugudu! Rwanda 20 anni dopo)dell'italiano Giordano Cossu ci conduce nell'esplorazione delle situazioni latenti e non concluse di un paese uscito dalla tragedia ma non dal rischio del suo riesplodere. O il lungometraggio del burkinabé Sékou Traoré “L'oeil du cyclone (L'occhio del ciclone), presentato in prima europea, che ci ricorda le bombe ad orologeria degli ex bambini soldato, diventati adulti mai recuperati dal danno del condizionamento che hanno subìto. Per arrivare, infine, purtroppo ancora nel presente, con le dolorose immagini delle “Letters from Al Yarmouk (Lettere da Al Yarmouk)del palestinese Rashid Masharawi, che ci accompgnano “oltre il disumano” ,come affermato lo scorso aprile dall'UNHCR, in quel tragico quotidiano della situazione tutt'ora aperta nel campo profughi palestinese dell'omonimo quartiere di Damasco, assediato da fame, da bombe e dalla morte ancor prima che dai criminali di Daesh.

L'augurio quindi che possiamo fare e farci, in questo significativo compleanno, è che il Festival Cinema Africano d'Asia e America Latina di Milano, possa continuare a regalarci per molti altri compleanni, oltre al valore artistico delle opere scelte, anche quello del suo impegno politico nel restituirci, come anche quest'anno ha fatto, un quotidiano che va oltre confini, muri, barriere geografiche, culturali o mentali e rende simile e vicina, in questo difficile passaggio della storia, tutta la comune umanità.

mercoledì 6 maggio 2015

L'Associazione per i Diritti umani presenta:





SABATO 9 MAGGIO:

la campagna #MAIPIUCIE con il regista del doc "Sospesi nel limbo", Matteo Calore. Nell'ambito del Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina. ORE 15.00 presso Festival Center (casello di Porta Venezia, Milano)



DOMENICA 10 maggio:

Accoglienza a Milano. Profughi e rifugiati. Con l'Assessore Majorino, Caterina Sarfatti e il regista L. Ahmine. ORE 17.30 presso Centro Asteria (Piazza Carrara 17.1, Milano)

giovedì 30 aprile 2015

Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina





Nell'anno e nei giorni in cui l'Esposizione universale viene inaugurata a Milano, parte in città anche la 25ma edizione del Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina che si terrà dal 4 al 10 maggio in vari luoghi e spazi. Non potevano, quindi, mancare il contest fotografico dal titolo “ Il cibo più buono del mondo” e tanti altri riferimenti all'alimentazione, ma il programma della manifestazione guarda, come sempre, ad altri diritti (spesso negati) e alle condizioni di vita (o di sopravvivenza) dei popoli del sud del mondo.

Si parono le danze, il 4 maggio presso l'Auditorium San Fedele – alle 20.30, con la proiezione di Taxi Theran, il film vincitore dell'Orso d'Oro all'ultima edizione della Berlinare per poi proseguire con lungometraggi, corti e documentari che provengono, ad esempio, dalla Tunisia ( Le challat de Tunis di Kauter Ben hania, Pére di Lofti Achour), dal Marocco (L'homme au chien di Kamal Lazraq, The narrow frame of midnight di Tala Hadid), dal Perù (El sueno de Sonia di Diego Sarmiento), dal Burkina Faso (Oulinine Imdanate di Michel K. Zongo). E poi il ritorno di Raul Peck con Meurtre àu Pacot e Rachid Masharawi con Letters from Al Yarmouk.

Ma questo è solo un assaggio...Numerosi gli eventi collaterali come lo Spazio scuola con le proiezioni mattutine dedicate agli alunni delle scuole medie inferiori e superiori e gli incontri alla Casa del pane (casello di Porta Venezia) con autori, registi, esperti. Oltre alle sezioni competitive, inoltre, il festival propone la sezione Flash con anteprime e film evento;  Films that Feed, sezione realizzata in collaborazione con Acra-Ccs e dedicata ai temi dell'Expo 2015; la sezione Il Razzismo è una brutta storia in collaborazione con laFeltrinelli;
Africa Classics, 6 titoli capolavori del cinema africano restaurati dal 
World Cinema Project di Martin Scorsese, in collaborazione con Mudec - Museo delle Culture.




L'Associazione per i Diritti Umani parteciperà al festival e condurrà la presentazione della campagna #MAIPIUCIE con il regista del documantario Limbo, Matteo Calore.

L'incontro si svolgerà sabato 9 maggio, alle ore 15, presso la Casa del pane.





 

 

giovedì 19 febbraio 2015

Anche Sanremo canta i diritti

Non siamo qui a parlare del Festival di Sanremo (per carità!) e nemmeno vogliamo giudicare una canzone italiana dalla melodia, a nostro parere, piuttosto noiosa. PERO', c'è un "però": vale la pena ascoltare il testo del pezzo intitolato "Io sono una finestra" di Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi (in arte "Platinette").
Gli artisti cantano i diritti degli omosessuali e dei transgender con delicatezza e poesia, cantano l'ipocrisia di molti e il rifiuto di altri. Interessante, anche se semplice, l'idea del video: due identità che si scambiano, forse una stessa persona che parla a se stessa.
Buon ascolto!




martedì 4 novembre 2014

Meno male che è lunedì: il lavoro dentro e fuori dal carcere




Meno male che è lunedì è il titolo del documentario del giornalista e regista Filippo Vendemmiati, già vincitore del Premio David di Donatello per il suo lavoro filmico sulla storia di Federico Aldrovandi, E' stato morto un ragazzo.

Meno male che è lunedì è stato presentato, con successo, all'ultima edizione del Festival di Roma. Girato nelle stanze del carcere di Bologna della Dozza, in presa diretta racconta la quotidianità dei detenuti che lavorano nella ex palestra dell'istituto di pena, ora trasformata in officina. I racconti intrecciano storie di vita passata con il presente e permette un'interessante riflessione sul valore della dignità e sul tema della giustizia.




Abbiamo intervistato per voi Filippo Vendemmiati che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.



Ci racconta, brevemente, in cosa consiste il progetto “ L'Officina dei detenuti”?



In estrema sintesi: tre aziende emiliane, leader nel settore degli imballaggi (medicinali, alimentari, sigarette) GD, Ima, Marchesini Group, hanno costituito una società, la F.I.D. (Fare impresa in Dozza) che ha aperto un’officina all’interno del carcere della Dozza di Bologna, nel capannone dove prima c’era una palestra. Dopo un corso di formazione professionale sono stato assunti a tempo indeterminato con contratto metalmeccanico di secondo livello 13 detenuti che lavorano fianco a fianco con una decina di ex operai, altamente specializzati, oggi in pensione, provenienti dalle tre stesse aziende che hanno promosso il progetto. Si lavora secondo il principio dell’isola di montaggio, le lavorazioni sono ad alto contenuto tecnologico. La F.I.D. non fa assistenza, tanto meno beneficienza. Ha un proprio bilancio a cui rispondere e produce utili. Una volta scontata la pena c’è l’impegno a riassumere i detenuti nell’indotto esterno del settore, è già avvenuto in quattro casi. I “detenuti liberati” sono reintegrati da altri che scontano la loro pena nel carcere della Dozza. In genere provengono tutti dal reparto penale, con pene definitive superiori a 5 anni.



Per quanto tempo ha seguito la quotidianità delle persone - libere e non – che vediamo nel film? E che tipo di relazioni si instaurano tra loro?



Siamo stati con troupe e telecamere circa un mese nel carcere della Dozza. 4 settimane non consecutive per lasciare soprattutto a noi il tempo di assorbire e rielaborare emozioni e punti di vista molto potenti e coinvolgenti. Abbiamo tentato in tutti i modi di non essere invasivi, di non far pesare la nostra presenza. E’ stato molto meno difficile del previsto. La realtà dell’officina si è aperta come d’incanto e ci è parsa subito uno spazio di libertà. Il rapporto con tutor e detenuti è stato profondo e senza ostacoli tanto da farmi scattare subito una domanda, forse ambiziosa e presuntuosa, e che sta alla base del film. Mi sono chiesto: è possibile parlare di carcere come un luogo di vita, seppur temporaneamente reclusa, un luogo abitato da persone e non da reclusi? Persone che sognano, che parlano e scherzano tra loro, perché condividono l’appartenenza ad un progetto collettivo che li fa uscire dalle gabbie dell’individualismo in cui la segregazione li rinchiude?



E' stata anche l'occasione di ascoltare le loro storie: cosa sperano per il presente e per il futuro?



Abbiamo parlato a lungo con i detenuti. Nello spogliatoio dell’officina, tra un caffè e una sigaretta durante i minuti di pausa, ci hanno parlato a lungo di loro stessi, ci hanno in alcuni casi consegnato i loro racconti scritti. Questo è avvenuto con grande spontaneità, quasi naturalmente, senza che nessuno di noi glielo abbia mai chiesto direttamente. Ognuno di loro apre una finestra diversa, sarebbe stato un film nel film, o meglio un altro film. Perché in realtà ho scelto di non raccontare in modo approfondito la storia di ogni detenuto. Non mi interessavano i motivi e gli errori che li hanno portati in carcere. Come con grande realismo racconta un operaio: -Se sono qua, qualcosa avranno fatto, ma a me non interessa. Per me in officina sono dei colleghi e basta-. Il film ci racconta della dimensione umana delle persone, del rapporto che cresce attorno al lavoro e in parallelo al manufatto che mani sapienti insieme costruiscono. Qualcuno ha detto che questo film parla più di lavoro come valore che del carcere come luogo chiuso. L’uomo non è solo quello che ha commesso e se in carcere si entra colpevoli, a meno che non si sia vittime di errori giudiziari, si deve uscire innocenti. Questo prescrive la nostra costituzione e l’esempio virtuoso dell’officina dei detenuti indica che è possibile applicarla.



Come avete vissuto l'esperienza della realizzazione del documentario e del festival ?



La sceneggiatura è nata dopo un lungo lavoro di selezione delle tante ore di materiale girato e durante il montaggio. Solo in questa fase mi sono reso conto anche della forza espressiva che un racconto così costruito avrebbe potuto avere. Durante le riprese non tutto era chiaro, avevamo forti emozioni e qualche idea, ma nulla di precostituito. Tutte le scene che compaiono nel film sono state riprese dal vivo, nessuna è stata preparata a tavolino. E quando qualcosa ci è sfuggito perché in quel momento eravamo disattenti o semplicemente altrove. Abbiamo scelto di non rifare, ci avrebbe rimesso la spontaneità del film. Il festival di Roma per noi tutti è stata una grande festa. Avevo personalmente promesso a Roberto, un detenuto oggi in permesso lavorativo esterno, di portarlo sul red-carpet. Non ero stato molto convincente e non mi aveva creduto, ma in fondo allora non ci credevo neppure io. Portarlo al Festival di Roma insieme a Fathim, a Mirko e ad una decina di operai, farli sfilare tutti insieme davanti a decine di fotografi, là dove passano le star del cinema, è stata una gioia indescrivibile. Noi in corteo, fischietti in bocca, dietro allo striscione Meno male è Lunedì, il titolo del film, eravamo lì a dire siamo gli evasi, quelli che evadono dai luoghi comuni per invitare tutti, anche il cinema, ad essere meno evasivo sui temi che attengono ai diritti umani e ai diritti delle persone.



La detenzione può e deve essere riabilitativa?



La risposta è scontata, ma io non voglio incorrere nell’errore di passare per uno esperto di problematiche carcerarie. C’è chi da anni se ne occupa, lavora duramente all’interno degli istituti di pena e si scontra quotidianamente con muri culturali, burocratici e legislativi. Io ho fatto solo un film e ho tentato di raccontare quello che ho visto. Posso solo dire che ho una formazione culturale, che non pretendo sia condivisa, che mi porta ad essere contrario all’ergastolo, alla “pena di morte viva”, sono contrario alle carceri e alle detenzioni speciali. Come diceva il cardinal Carlo Maria Martini una società civile non cerca pene alternative, ma alternative alle pene.


L'Associazione per i Diritti Umani dedica questa intervista a Stefano Cucchi e alla sua famiglia.

venerdì 31 ottobre 2014

Rifugiati in Libano: la fotografia e la realtà



Spesso accade che le immagini raccontino più delle parole e il Festival di Fotografia etica, che si è tenuto dal 17 al 19 e dal 24 al 26 ottobre scorsi raccoglie tanti reportage di autori italiani e stranieri, lavori fotografici che fanno riflettere sull'attualità.

L'Associazione per i Diritti Umani ha visitato tutte le mostre che hanno arricchito il programma della manifestazione e, tra quelle che ci hanno colpito maggiormente, segnaliamo: Life in war dell'iraniano Majid Saeedi sull'Afghanistan, Child-Withches of Kinshasa di Gwenn Dubourthoumieu sui bambini considerati stregoni e, quindi, perseguitati, reportage vincitore della sezione Short Story del World Report Award, In/Visible di Ann-Christine Woertl sulle mutilazioni genitali maschili e femminili, e Beautiful Child di Laerke Posselt che ha ripreso alcune bambine prima, durante e dopo i concorsi di bellezza americani.


Ma l'Associazione per i Diritti Umani ha pensato anche, sperando di farvi cosa gradita, di riprendere la presenazione della mostra intitolata Libano, una marea umana di rifugiati, a cura di Oxfam e con le fotografie di Giada Connestari.

Di seguito i due video della presentazione. I video sono disponibili anche sul canale YouTube dell'Associazione per i Diritti Umani (scritto proprio così) su cui trovate tutto il nostro materiale, anche con le presentazioni che abbiamo realizzato nel mesi precedenti.






 
 
Se apprezzate il nostro lavoro, potete donare anche solo 2 euro: in alto a destra trovate la dicitura "Sostienici" e potete fare la vostra offerta con Paypal o bonifico, è molto semplice e sicuro. Potremo, così, continuare ad offrirvi materiale sempre più ampio. I nostri video sono anche sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani.

sabato 27 settembre 2014

Festival SABIR: "Lampedusa dei popoli e delle culture del Mediterraneo"



1-5 ottobre 2014 – Isola di Lampedusa



Dal 1 al 5 ottobre, in occasione del primo anniversario della strage del 3 ottobre in cui morirono 368 persone e più di venti vennero date per disperse, si realizzerà a Lampedusa il Festival SABIR: Lampedusa dei popoli e delle culture del Mediterraneo. L’evento è promosso dall’associazione Arci, il Comune di Lampedusa e il Comitato 3 ottobre.


Molte saranno le iniziative e gli spettacoli culturali che si svolgeranno durante queste cinque giornate.



Durante la giornata del 4 ottobre si organizzerà l’incontro Internazionale: Migranti e Mediterraneo. Cinque saranno i workshop che si svolgeranno: la problematica delle frontiere e della prima accoglienza; la relazione tra migrazione ed sviluppo; la campagna L’Europa sono anch’io sui diritti dei migranti in Europa; il ruolo dei sindacati nella tutela e promozione dei diritti sociali e civili dei migranti nei paesi di transito e infine, la problematica dei migranti dispersi e deceduti durante il loro viaggio verso l’Europa.



In calce, il testo che prepara il workshop sulla tragedia delle persone migranti decedute o disperse durante il loro viaggio.



Il tentativo di questo incontro è quello di continuare a mettere maggiormente in rete tutte le associazioni impegnate su questa tematica affinché possa acquisire maggior forza la battaglia per fermare questo massacro, avere giustizia per le vittime e verità sulla sorte dei dispersi.



Invitiamo le associazioni a costruire questo processo e a partecipare al Festival SABIR.




Per maggiori informazioni sul festival:
www.festivalsabirlampedusa.it
info@festivalsabirlampedusa.it








“Dobbiamo essere inclusivi, cercando di contenere i filo-questi e i filo-quelli,



dobbiamo sempre guardare più avanti,



dissolvere, non partecipare a questi conflitti”



Padre Paolo Dall’Oglio, luglio 2013





Una trentina di ospiti internazionali tra blogger, attivisti, artisti ed intellettuali parteciperanno a SABIRMAYDAN, il primo forum della cittadinanza mediterranea il prossimo 28 settembre a Messina. Organizzato dal COSPE e realizzato grazie al crowdfunding, SABIRMAYDAN vuole configurarsi come “una vera e propria agorà in cui preparare il Mediterraneo di domani, per costruire le condizioni e mettere in piedi gli strumenti per l’integrazione tra i popoli della regione, culla delle civiltà d’Oriente e d’Occidente”. Moltissimi i temi: diritti umani, giustizia sociale, libertà d'espressione, diritti delle donne, l'arte come strumento di cambiamento sociale; per il programma completo ecco il link



http://www.cospe.org/sabir-maydan-in-prova




SABIRMAYDAN è dedicato al gesuita Padre Paolo Dall’Oglio e al blogger egiziano Alaa Abd El Fattah che, è stato rilasciato su cauzione il 12 settembre scorso dopo un lungo sciopero della fame e una mobilitazione internazionale a suo favore, tra cui Amnesty International. Alaa era stato condannato a 15 anni di reclusione per aver organizzato la manifestazione “No ai processi militari per i civili” nel novembre 2013 con le accuse di “aggressione a forze di sicurezza”, “furto di una radio della polizia”, “blocco dell’accesso alle strade” e “interruzione del lavoro delle istituzioni nazionali”.






WORKSHOP SABATO 4 OTTOBRE



MIGRARE PER VIVERE! FERMIAMO LA STRAGE!



Per un osservatorio sui migranti dispersi nel viaggio verso l’Europa



“Migrare per vivere, fermiamo la strage” era il titolo dato alla Seconda Giornata d’Azione Globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti realizzata contemporaneamente in molti paesi il 18 dicembre del 2012. Ventidue anni prima, in quella stessa data, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie documento non ancora sottoscritto da nessun paese del “nord” del mondo.


La giornata d’Azione Globale, decisa a Quito nel IV Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni nel 2010, aveva come obiettivo denunciare la strage che tutti i giorni accade lungo le frontiere e le rotte migratorie, luoghi punteggiati da fosse comuni e tombe, luoghi in cui migliaia di persone migranti scompaiono nel nulla lasciando i loro famigliari nell’angoscia dell’incertezza.



Il Mar Mediterraneo è un esempio di questo. Da antica frontiera naturale tra l’Europa e il Maghreb ora è diventato un cimitero marino. Più di ventimila persone ne sono morte negli ultimi vent'anni e di molte altre non si hanno notizie. Il naufragio delle cosiddette “carrette del mare” è diventato la normalità. Il tutto sotto gli occhi delle navi militari presenti nella regione, delle Pattuglie di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere.




L’isola di Lampedusa è diventata simbolo di questa tragedia. Lampedusa porta dell’Europa, porta della vita come la chiamano i migranti, ma anche luogo di tombe senza nome.




A luglio 2012, a Monastir, in occasione della riunione preparatoria del Foro Sociale Mondiale a Tunisi e della iniziativa Boat4People si realizzò un primo momento di incontro tra associazioni europee ed africane che da anni denunciano questa tragedia e le famiglie dei migranti tunisini dispersi dopo la rivoluzione di dicembre 2010 con l'obiettivo di favorire la messa in rete e la comunicazione in merito a questa problematica.



Sempre a Monastir, nel 2014, durante la Terza edizione del Forum Maghreb Migrazioni si è realizzato un secondo incontro, su questa stessa problematica, nel quale è stata sottolineata l’importanza del conoscere e mettere in relazione le realtà che esistono dei parenti dei migranti dispersi o deceduti (in particolare nel nord africa ma non solo).


Il workshop che si realizzerà il 4 ottobre a Lampedusa durante il Festival SABIR vuole rappresentare una tappa in più di questo percorso.


Vogliamo continuare a favorire l’unità tra chi nel sud e nel nord del Mediterraneo reclama giustizia per i/le migranti deceduti e dispersi. Vogliamo poter contribuire ad unificare maggiormente gli sforzi per denunciare l'eccidio che si consuma tutti i giorni nel Mediterraneo e di cui sono responsabili, in primis, gli Stati Europei a causa delle loro politiche anti-immigrati tramite le quali pretendono "preservare" la fortezza Europa.


Vogliamo ribadire ancora che finché ci saranno persone decedute o disperse nel loro viaggio migratorio ci saranno una madre, un padre, una sorella, un fratello, un amico/a, un compagno/o che esigeranno verità e giustizia!




Hanno confermato finora la loro partecipazione:




Associazione «Terre pour tous» – Tunisia (associazione dei parenti dei migranti scomparsi)


Maghreb

Comitato Nuovi Desaparecidos – Italie


Archivio Migrante – Italie


RAJ – Egitto




Plus d’information sur l’atelier: Edda Pando (Arci – Italie)
eddapando@gmail.com

 


martedì 23 settembre 2014

L'ospite di Mohammad Amin Wahidi


 

Ha ottenuto molto successo all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, il cortometraggio intitolato L'ospite di Mohammad Amin Wahidi, giovane regista e poeta afghano, rifugiato politico in Italia.

L'autore, infatti, appartiene all'etnia hazara, un'etnia discriminata nel Paese martoriato da anni.

La carriera di Amin inizia in Afghanistan, quando ancora giovanissimo comincia a presentare due programmi televisivi, uno dedicato al cinema e l’altro all’insegnamento della lingua inglese. Le minacce da parte dei talebani iniziano in questo periodo. Nel 2007 realizza Le chiavi del paradiso, un film d’accusa contro i talebani e la loro ideologia oscurantista per il quale le minacce di morte diventano sempre più concrete. I suoi genitori lo convincono ad abbandonare l'Afghanistan, due amici giornalisti lo aiutano ad ottenere un visto e l’asilo politico in Italia. Amin giunge così a Milano dove ancora oggi lavora.








Abbiamo intervistato Amin Wahidi che ringraziamo moltissimo.


Partiamo dal titolo del film: un titolo semplice, ma molto significativo. “L'ospite”, infatti, si riferisce sia al turista (possibilmente benestante) sia allo straniero immigrato o rifugiato o profugo...


La scelta di girare a Venezia immagino che sia stata dettata proprio dal fatto che sia una delle città più turistiche del mondo e dell'Italia: quali difficoltà incontra, invece, un richiedente asilo nel nostro Paese?


Prima di tutto vi ringrazio per il vostro tempo e per l’opportunità che mi date di poter esprimermi con questa intervista.


La scelta di Venezia come location per il corto, è stata simbolicamente fatta, perché Venezia è un porto dove tutti gli anni milioni di stranieri entrano e sono ben accolti, ma sono turisti e non rifugiati e molto importante vedere la differenza tra accoglienze un turista e un richiedente asilo. Poi ci sono stati tanti respingimenti dei richiedenti asilo da Venezia perciò abbiamo scelto Venezia.


Dunque, il primo problema per un richiedente asilo è la definizione della parola CLANDESTINO che si da a una persona che è scappata dalla sua terra; una persona che fugge dal suo paese per i problemi politici e quando arriva in Italia o in Europa, si considera subito un CLANDESTINO e noi con questo corto vogliamo definire in altro modo l’identità delle persone richiedenti asilo.

Poi ci sono altre difficoltà: i respingimenti, tempi lunghi per le procedure delle richieste, mancanza dei posti nei centri d’accoglienza etc.



Uno dei temi principali del tuo corto è quello dell'accoglienza: sei un afghano hazara che vive, studia e lavora da alcuni anni a Milano. E' una città accogliente ?


Milano in generale si considera come una città di cemento, non solo per gli stranieri come richiedenti asilo o immigrati che vengono dagli altri paesi, ma anche per gli Italiani che vengono dal sud del paese, all’inizio per un periodo è difficile trovarsi proprio accolti, ma con il tempo, quando si fanno le conoscenze e le amicizie le cose cambiano, però molto lentamente.

Personalmente sono stato molto fortunato, grazie al comune di Milano sono stato inserito in uno delle aziende più prestigiose del paese, alla Feltrinelli dove ho un lavoro, con l’aiuto del quale sono riuscito a finire lo studio e sto continuando a fare il cinema.

Però, “con un solo fiore non viene primavera” è un detto nostro, quindi vuol dire che i casi come il mio non sono tanti. Ci sono tanti rifugiati che hanno bisogno di essere aiutati come me, tra cui ci saranno anche i talenti del futuro che un giorno potranno alzare la bandiera d’Italia a livello mondiale. 


Qual è, per te, il significato della parola “esilio” ?


Per chi non ha mai provato sulla pelle l' essere in “esilio”, non è facile definire il significato della parola però per me, che ho passato quasi due terzo della mia vita in esilio (durante la guerra civile, vivevamo in Pakistan) lo definirei cosi: “ quando sei in esilio, sei come una freccia lanciata dall' arco nel buio verso nessun luogo e non sai dove sarai conficcato alla fine”. Questa è la sensazione che può avere sempre con sè uno che vive a lungo in esilio.

Ormai ho cominciato a non sentirmi più in esilio. Ho la mia seconda casa che è l’Italia. Spero che le cose cambino verso il meglio. Ho fatto anche la domanda per la cittadinanza italiana. Mi considero una persona con due cuori, uno legato al paese natale e uno al paese in cui vivo attualmente.


Quando è nato questo progetto e che significato ha per te e per tutti i rifugiati politici?


Il progetto è nato l’anno scorso quando ho ospitato una persona respinta dalla Norvegia in Italia, era un mio paesano che non conoscevo, ma aveva bisogno di restare un notte da me, e poi chiedere asilo, ora lui è un rifugiato in Italia. Da lì è venuta l’idea di questo corto. Quando tu vuoi ospitare una persona in difficoltà ma la legge e le norme non te lo permettono tu devi decidere come agire, considerando la tua coscienza oppure vedendo la dura e sporca realtà che ti circonda.


Prendendo quest’idea di base, abbiamo discusso in cinque e finalmente la sceneggiatura è stata scritta.

Tecnicamente questo corto è un lavoro realizzato a low-budget oppure diciamo quasi no-budget però per la forma di espressione, per il linguaggio, per il contenuto, per la storia e per il coraggio di cominciare un dibattito serio e per far aprire gli occhi delle persone, io penso che è un lavoro molto importante specialmente per i rifugiati politici e spero di poterlo proiettare in tutte le città italiane e nei centri rifugiati.


Gli attori sono stati bravissimi, quasi tutti professionisti ed era un lavoro fatto con passione

Il corto segue una storia semplice e lineare e la durata è di quasi venti minuti; tutto accade in una notte.


Cosa significa per te il PREMIO CITTA’ DI VENEZIA 2014?


Sono molto contento ed emozionato di aver vinto questo prestigioso premio perché mi ha dato nuove energie e la speranza di poter lavorare meglio e continuare il cinema di denuncia sociale, il cinema per i diritti umani e il cinema umano.

Più che altro, mi ha dato la speranza di potere essere ascoltato anche se fai un film che forse non piace a tutti, però almeno ci sono delle persone sensibili al tema che ti capiscono e ti fanno vedere agli altri. Questo conta molto per me.

Non solo il riconoscimento del premio ma anche la mia presenza al festival è stata utile per me, per conoscere tante persone nuove in ambito cinematografico e fare contatti magari per collaborazioni future.

Poi la cosa piu’ importante di tutto è il risultato ottenuto; l’emozione delle persone che ho visto durante la proiezione. Almeno un paio di persone hanno pianto sulla scena finale del film. Questo e’ importantissimo per me: vuol dire sono riuscito a fare quello che volevo. Sono contento di poter aprire il dibattito su un tema di cui non si parla. Alla fine dopo la proiezione tante persone tra gli spettatori hanno partecipato al dibattio finale con tanto entusiasmo e alla fine ci hanno applaudito a lungo.

Finora putroppo non contavo molto sui festival, nemmeno pensavo di partecipare a festival dove c' è tanta concorrenza, perche’ pensavo di fare film per il mio cuore, per quello che credo e per quello che mi piace, però poi dopo che visto che i festival possono portare delle altre possibilita’ e possono aprire delle nuove porte, e posso fare vedere agli altri anche i lavori particolari, ho deciso di sì. Da ora in poi contero’ sui festival e proverò a mandare tutti i miei lavori futuri ai festival.


Altri progetti del futuro?


I soggetti scritti sono diversi, pero come priorità ho due sceneggiature proprio pronte: una per un docu-fiction e l’altra per un mediometraggio e se tutto andrà bene, dobbiamo finire di girare entro fine ottobre di quest' anno. Per il momento siamo nella fase di pre-produzione, stiamo cercando le location che ci servono e stiamo facendo anche casting degli attori/attrici in questi giorni.

Questo mediometraggio sara’ sempre un film indipendente, low budget con tanti attori/attrici e ambientato a Milano. Il tema è multiculturalismo e integrazione delle persone non nate in Italia. L’altro docu-fiction e’ un pò particolare, ma non voglio rivelare il trama ancora, credo che sia troppo presto per parlarne.






venerdì 12 settembre 2014

Jewish in the City – Festival Internazionale di cultura ebraica





Molti hanno chiesto di boicottare questo festival a causa della guerra tra Israele e Palestina, ma noi pensiamo che la Cultura possa essere veicolo di pace. Attraverso la conoscenza, soprattutto reciproca, i popoli hanno l'opportunità di avvicinarsi e di comprendersi. E, infine, un conto sono le scelte politiche di alcuni e un altro sono i comportamenti di tanti.

Quindi, vi diamo comunicazione del Jewish in the City, Festival Internazionale di cultura ebraica, che si terrà a Milano dal 13 al 16 settembre 2014. Il titolo di questa edizione è “Pesach. Il lungo cammino verso la libertà” e il tema della 15ma Giornata Europea della Cultura ebraica (14 settembre) è “Donne nell'ebraismo”. La manifestazione si terrà contemporaneamente in tutta Europa.

Per il programma completo del festival milanese, si può consultare il sito www.jewishandthecity.it

 

Giacobbe amava Rachele e disse: “ Ti servirò sette anni per Rachele, la tua figlia minore”. Labano replicò: “ E' meglio ch'io la dia a te che a un altr'uomo; rimani con me”. Giacobbe servì per Rachele sette anni che gli sembrarono pochi gorni, tanto l'amava. (Genesi 29: 16-20).


Discutere la tematica di genere, anche nella cultura ebraica, è quantomai attuale. Mogli, madri, professioniste si confronteranno sul palco del teatro Franco Parenti proprio il giorno 14. L'argomento di discussione, anche con il pubblico, sarà “Condotte e condottiere, libere di essere donne”: non solo donne di religione ebraica, ma anche cattoliche, musulmane, laiche potranno dare vita ad un incontro vivace che arricchirà tutti. Il filo conduttore, come recita il titolo del festival, è quello della libertà: Pesach, il lungo cammino verso la libertà. Una libertà che, oggi sempre di più, deve essere affermata a livello culturale e psicologico e poi politico e sociale.


giovedì 4 settembre 2014

Io sto con la sposa


 

In attesa che esca anche nelle sale delle città italiane, vi riproponiamo la recensione del film IO STO CON LA SPOSA, presentato nei prossimi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia. L' 'appuntamento è al Lido di Venezia per il 4 Settembre alle 14,30 in Sala Grande, con replica il 5 settembre alle 17,30 in Sala Perla. I biglietti si possono acquistare online . Per chi non può essere a Venezia, il festival mette a disposizione 400 streaming on demand su Mymovies per l'Italia, e altrettanti per l'estero su Festival Scope .





Cinque passaggi di frontiera attraverso l'Europa: Italia, Francia, Lussenburgo, Germania, Danimarca e Svezia. Un gruppo di palestinesi-siriani, di notte e clandestinamente, percorrono migliaia di chilometri “accompagnati” da una sposa. Perchè, chi avrebbe il coraggio di chiedere i documenti ad una sposa? Nasce da questa domanda il documentario Io sto con la sposa (On the bride's side) ideato e realizzato da Gabriele Del Grande, giornalista e scrittore, Antonio Augugliaro, videoartista e Khaled Soliman Al Nassiry, porta e critico palestinese-siriano. Siamo stanchi di dividere gli esseri umani in legali e illegali. E siamo stanchi di contare i morti in mare. Non sono vittime della burrasca, ma di leggi europee alle quali è arrivato il momento di disobbedire per riaffermare il principio della libertà di circolazione”, dichiara Gabriele Del Grande.
Quando vedi arrivare gente del tuo paese e sai che stanno scappando da una guerra... - aggiunge Khaled Soliman Al Nassiry - Senti che stai facendo una cosa giusta. Aiutare anche una sola persona ad uscire da quel mare di sangue, ti fa sentire dalla parte del giusto”.
Dal 14 al 18 novembre scorso ventritrè persone, tra ragazzi e ragazze, italiani, siriani e palestinesi prendono parte ad un corteo nuziale che parte da Milano con destinazione Stoccolma, violando le leggi sull'immigrazione. Tasneem, questo il nome della sposa, e i suoi amici sfondano la Fortezza Europa con il sorriso e il coraggio d disubbidire.
Abbiamo cercato uno sguardo nuovo - dice Antonio Augugliaro - scevro da ogni vittimismo e commiserazione. Nel film, raccontiamo prima di tutto una storia che ha il gusto dell'avventura, la dimensione del sogno e la forma di una maschera.
La storia raccontata è una finzione, ma affonda le sue radici nella realtà: per preparare il progetto i registi hanno intervistato tantissimi migranti che hanno messo le loro vite in mano ai trafficanti. Il documentario mette in scena proprio questo tipo di viaggio e di scelta e i tre autori rischiano 15 anni di carcere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.


martedì 26 agosto 2014

Terra di transito: l'odissea dei profughi dalla realtà allo schermo




Molti sanno - ma tanti no - che il Regolamento di Dublino obbliga i richiedenti asilo a restare nel primo Paese in cui arrivano dopo essere scappati dal proprio. Nel documentario Terra di transito - del regista Paolo Martino, presentato con grande successo al Bif&st, il Festival internazionale del Film di Bari - si racconta, in particolare, il viaggio di Rahell, fuggito dalla Siria, ma non solo: si parla anche di accoglienza, di legislatura, di speranze e disillusioni.


Abbiamo intervistato per voi Paolo Martino che ringraziamo molto per la sua disponibilità.




Quali sono le direttive del Regolamento di Dublino?



Nella sua struttura diabolica, in realtà, la Convenzione di Dublino è molto semplice perchè di fatto impone ai rifugiati (migranti forzati, persone che fuggono da guerre o persecuzioni) di fermarsi nel primo Paese d'ingresso all'interno dei confini dell' UE. Questo perchè il regolamento stabilisce che il Paese competente per valutare la domanda d'asilo è il primo Paese in cui il rifugiato mette piede e ciò comporta che Paesi come l'Italia, la Grecia o la Spagna, soggetti ai flussi migratori più di altri, siano quelli in cui vengono fatte più richieste d'asilo.


Quali sono le aspettative dei profughi e dei rifugiati in Italia? E con quali difficoltà si scontrano?


I rifugiati - anche provenienti da Paesi diversi – hanno una maggiore consapevolezza, ormai è abbastanza noto che in l'Italia non è un Paese in cui è facile costruirsi un futuro, mettere radici, cercare soluzioni ai problemi da cui si fugge. I rifugiati, spesso, arrivano già con l'idea di andare via dal nostro Paese. L' Italia ha problemi strutturali, dal punto di vista economico e sociale, che vanno peggiorando, quindi questo scoraggia i rifugiati a cercare qui una soluzione ai loro. Tuttavia, per il regolamento di Dublino, sono obbligati a restare da noi, almeno finchè non ottengono l'asilo e la possibilità di spostarsi, ma soltanto per periodo molto brevi.

Quando si ottiene l'asilo, non si ha automaticamente un riconoscimento pari a quello della cittadinanza (anche se formalmente dovrebbe essere così); in realtà, attraverso un documento che si chiama “titolo di viaggio”, loro non possono cercare lavoro, avere assistenza sanitaria, etc. e quindi possono viaggiare, ma per brevi periodi, altrimenti dovrebbero restare a carico di qualcun altro.


Ci può raccontare una storia emblematica?


Nel film partiamo da un discorso corale e poi scremiamo fino ad arrivare a Rahell. La sua storia spicca, ma è una storia molto comune.

La sua famiglia fugge dall'Iraq negli anni '90 e si radica bene in Svezia, nel lavoro e nella società. Più tardi anche lui scappa prima dall'Iraq per ragioni politiche e poi anche dalla Siria (a causa della guerra di oggi) ; è un musicista, una persona molto esposta e questo, in un Paese governato da un regime, può diventare un pericolo. Nel momento in cui arriva in Europa, in Grecia, non gli vengono prese le impronte digitali, però impiega lo stesso un anno per arrivare in Italia: un viaggio difficilissimo nell'Adriatico. Sbarca in Puglia e qui gli prendono le impronte e rimane bloccato. Siamo riusciti ad arrivare in Svezia, ma solo per pochissimi giorni e per girare il documentario, ma adesso Rahell vive in Italia.


Quali sono le differenze tra l'Italia e i paesi del Nord Europa in termini di “accoglienza” ai rifugiati?


Quando parliamo di rifugiati facciamo spesso confusione rispetto al loro status economico, politico e culturale.

I rifugiati non sono persone che fuggono dalla povertà. Spesso si portano dietro un bagaglio anche molto ricco di conoscenze e, quindi, sono persone facilmente inseribili nella società e nel mondo del lavoro. Sarebbe importante - prima di parlare di accoglienza - comprendere la situazione di queste persone perchè potrebbero arricchire, con la loro esperienza, il Paese in cui arrivano.

L'Italia ha perso clamorosamente questa occasione, non ha compreso il fenomeno e lo ha amministrato solo con numeri e statistiche. Gli altri Paesi, quelli del Nord Europa come la Germania ad esempio (che accoglie quasi 1 milione di rifugiati, mentre l'Italia 50-60.000), hanno captato questa possibilità e hanno unito la loro storica tradizione di socialdemocrazie all'apertura verso lo straniero. Questo in Scandinavia, Olanda, Belgio, Francia.

In Svezia i rifugiati vengono immediatamente inseriti in programmi di formazione linguistica e professionale, partendo dalla persona, per capire le sue attitudini e così queste persone, in pochissimi mesi, riescono a restituire quello che lo Stato investe su di loro. La seconda parte di Terra di transito testimonia proprio questo: intervistiamo tre ragazzi palestinesi che fuggono da Damasco, i quali si sono inseriti in questi programmi e, a distanza di un anno, lavorano...e pagano le tasse. Intervistiamo anche una ragazza curda che è diventata un' esponente di spicco del Partito socialista svedese...


Cosa avete voluto raccontare e denunciare, quindi, con questo lavoro?


Denunciamo il paradosso evidente di un'Italia che, da una parte, continua a livello propagandistico a proclamarsi “terra di invasione” da parte degli stranieri e, dall'altra, accetta l'arrivo degli coatto dei rifugiati.

Io e Rahell stiamo continuando a seguire storie ancora in evoluzione perchè vogliamo fare proprio una campagna su questo argomento.